Il vino più antico del mondo, seimila anni e non sentirli

Articolo di Titti Metrico

Recenti scoperte hanno dimostrato che nell’Età del Rame la popolazione non fosse costituita solo da cacciatori e nomadi ma anche da contadini. Curavano con dedizione le viti, a fine estate ne raccoglievano i frutti per ricavarne succhi utili per fare il vino. Le più antiche tracce di coltivazione della vite sono state rinvenute in Cina, sulle rive del Mar Caspio e nella Turchia orientale. Nel Valdarno superiore sono stati ritrovati reperti fossili di tralci di vite (Vitis vinifera) risalenti a 2 milioni di anni fa. Diversi ritrovamenti archeologici dimostrano che la Vitis vinifera cresceva spontanea già 300.000 anni fa. Nel 2010 alcuni archeologi hanno cambiato la storia italiana rinvenendo nelle grotte del Monte Kronio (Sciacca) e nello scavo di Sant’Ippolito a Caltagirone, alcune giare di terracotta contenenti tracce del vino più antico d’Italia. Grazie al lavoro dell’Università di South Florida a Tampa, il dott. Davide Tanasi e il suo team di ricerca, analizzandone i residui hanno scoperto che contenevano un vino prodotto 6 mila anni fa. Con il supporto del CNR, dell’Ateneo di Catania e dei Beni Culturali di Agrigento, i ricercatori hanno individuato residui legati al processo di vinificazione.
Le ceramiche di terracotta contenenti il “vino preistorico” sono state collocate all’inizio del IV millennio a.C. nel cuore della più antica strada del vino mai individuata, quella che, secondo lo studioso Hubert Allen, si estende da Gela a Camarina, attraverso le colline di Niscemi e Vittoria, fino a Caltagirone per proseguire verso Lentini e giungere a Catania. I popoli antichi per recarsi nella città etnea prendevano la strada collinare, passando per Niscemi, Caltagirone e Lentini, ricca di uliveti e vigneti. A Caltagirone si acquistavano i recipienti per il vino, per l’olio e per il miele. Caltagirone è citata non solo per la sua ceramica, ma anche per la strada del vino più antica d’Europa con almeno 4.000 anni di storia. Il Touring Club Italiano nel 1999, la definisce “strada dei due mari” e lo studioso Salvatore Cosentino afferma: “È un itinerario storico, che ricalca una plurimillenaria via di commerci enologici tra Catania e Camarina, punti di sbocco a mare, rispettivamente sullo Ionio e sul mare di Sicilia, delle produzioni dell’entroterra isolano”. Al Museo Archeologico di Camarina si possono vedere le numerose anfore utilizzate dai Greci per l’approvvigionamento lungo il loro percorso. In epoca romana, la tecnica vitivinicola si perfezionò, segnando la superiorità dei prodotti enologici sugli altri mercati: celebri furono il Catiniensis e l’Adrumenitanum dell’Etna, il Murgentium del Calatino, il vitigno “Murgentia”, padre dell’attuale “Nero d’Avola” e del “Cerasuolo” come racconta anche Plinio il vecchio, nasce proprio nella zona a ovest di Catania, forse a Caltagirone? Che in questa città si produca ceramica non credo sia un caso, territorio più indicato perchè il terreno è più “grasso”.
Dove nasce il Cerasuolo?
La Contessa Vittoria Colonna, moglie di Ludovico Henriquez Cabrera III, Conte di Modica, dovendo fronteggiare i debiti contratti dal marito, chiese al Re di Spagna la concessione di un privilegio reale per la fondazione di un nuovo insediamento, che risollevasse le sorti del suo patrimonio. La richiesta venne accolta, nel 1606, dispose la riedificazione dell’antica Camarina, la nuova città fu chiamata Vittoria in onore della sua fondatrice. Nel 1607 Vittoria Colonna regalò un ettaro di terra a 75 coloni, a condizione che coltivassero il vitigno Murgentia, comprato forse proprio nella zona del Calatino. Dal Nero d’Avola dal 50 al 70 per cento e Frappato dal 30 al 50 per cento, nasce il vino DOCG che prende il nome della città di Vittoria. Oggi le zone di produzione del Cerasuolo di Vittoria comprendono i comuni di: Vittoria, Acate, Chiaramonte, Santa Croce Camerina, Ragusa, Caltagirone, Licodia Eubea, Mazzarrone, Gela, Riesi, Butera, Mazzarino.


 

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