articolo di Omar Gelsomino, Foto di Antonio Parrinello

Mamma di cinque figli e attrice di successo. Valeria Contadino debutta al Teatro Stabile di Catania con l’adattamento teatrale del “Birraio di Preston” di Andrea Camilleri e di Giuseppe Dipasquale, tratto dal romanzo del famoso scrittore e da allora ha interpretato diversi ruoli in spettacoli teatrali e film. Appena conclusa la tournèe italiana de “Il Casellante” ricominciano per lei nuovi impegni lavorativi e nuove sfide.

Quando nasce la passione per il teatro?

«Nasce in maniera inaspettata e casuale, scoprii questo mondo grazie ai laboratori teatrali scolastici ed iniziai un percorso che mi portò, subito dopo il diploma, a calcare le scene del Teatro Stabile. Un percorso che mi ha rivoluzionato la vita e proiettato nella dimensione lavorativa. Giovanissima ho iniziato a lavorare, mi sono sposata ed ho avuto i miei figli».

Che ricordo ha del suo debutto?

«Ho un ricordo molto bello perché facevo parte della grandissima compagnia del Teatro Stabile di Catania, con un testo tratto da un libro di Camilleri e con attori come Mariella Lo Giudice, Tuccio Musumeci, Pippo Pattavina, Giulio Brogi, Armando Bandini. Un’esperienza da favola per un’aspirante attrice, qual’ero io a quell’età».

Come riesce a coniugare il lavoro e la famiglia?

«Non c’è una ricetta segreta. Tutto è improntato alla giornata. Questo è un lavoro come gli altri, dipende da come si vedono le cose e dall’importanza che si da a loro. I nostri figli sanno che ci sono delle priorità da rispettare per il bene di tutti e poi il teatro è un gioco, quindi devo dire che questo mondo a loro piace molto, l’hanno subito accettato, condiviso, si cresce insieme. Non c’è mai un punto di arrivo, cerchiamo sempre di renderli partecipi del nostro lavoro».

Cosa preferisce fra il teatro e la tv?

«Preferisco il teatro, la mia formazione è teatrale ed è quello che vorrei fare e perseguire sino a quando mi sarà possibile. Il teatro è molto diverso dal cinema e dalla televisione perché il rapporto col pubblico è dal vivo, c’è un contatto, un feed back, un qualcosa che accade qui ed ora, è sempre irripetibile. La macchina da presa immortala un momento di recitazione, un personaggio, una storia, che potrà essere rivisto più volte, cambia solo il punto di vista dello spettatore. Attraverso il teatro abbiamo la possibilità di rigenerarci attraverso il testo o la messa in scena che facciamo».

Se non avesse abbandonato l’Università cosa avrebbe fatto?

«Non lo so. Credo sempre un lavoro creativo. Mi sarebbe piaciuto molto fare la stilista, creare vestiti o costumi è una mia passione. Mi ha affascinato la conoscenza del diritto ma non potrebbe mai essere il mio lavoro».

Indirettamente Andrea Camilleri segna il suo esordio e i suoi successi teatrali, cosa pensa di lui?

«È una persona a cui voglio bene tantissimo, sempre casualmente ha segnato il mio percorso della mia vita. Grazie a lui ho conosciuto mio marito (il regista Giuseppe Dipasquale, nda), ho avuto la possibilità di intraprendere una bellissima carriera, di imparare tanto artisticamente ed umanamente e continuo ad imparare da quest’uomo, proprio come lezione di vita. Nonostante il successo ha conservato sempre una grande umiltà».

Quali sono i suoi impegni futuri?

«Chiuderò al Sistina la tournèe de Il Casellante, a metà giugno debutterò al Globe Theatre Silvano Toti di Roma diretto da Proietti in cui faremo un nuovo allestimento dello spettacolo “Troppo trafficu ppi nenti”, tradotto da Camilleri e Dipasquale, in cui interpreterò Beatrice, la protagonista femminile. Sempre a giugno girerò una puntata de Il commissario Montalbano e poi questo inverno prenderà vita un progetto a cui tengo molto, “Camicette Bianche” della giornalista Ester Rizzo in cui ricostruisce la storia dell’incendio della Triangle Waist Company, una fabbrica di camicette in cui morirono un centinaio di donne, tra cui alcune italiane, in cui persero l’identità, a causa delle  cattive condizioni di lavoro in cui era costrette a soggiacere per avere l’indipendenza economica, donne che emigrarono per trovare fortuna ed invece trovarono la morte».

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