Valentina Mattia: «Scrivere mi aiuta a superare le difficoltà della vita»

di Omar Gelsomino

Complici senza destino” segna il ritorno in libreria di Valentina Mattia. L’autrice siciliana, nata a Caltagirone, da anni vive a Cuneo con la sua famiglia, scrive romanzi e poesie. Esordisce nel 2014 col suo primo romanzo Intimo ritratto (edizioni Araba Fenice Libri) partecipando al Salone Internazionale del Libro di Torino ha vinto il premio “Il Ponte” dell’associazione culturale “La Sicilia e i suoi amici in Lombardia”. Nel 2017 si è classificata terza nella sezione Prosa dell’Antologia di narrativa e poesia edita da Primalpe Cuneo e l’anno successivo con la stessa casa editrice ha pubblicato il suo secondo romanzo, Alice Schanzer l’alambicco dei ricordi, ispirato alla poetessa e critica letteraria Alice Schanzer in Galimberti. Ha frequentato una scuola di teatro e di dizione, il corso completo di Nati per Leggere a cura di Sillabaria – Semi di Libro e un laboratorio di scrittura. Fa parte del comitato di lettura degli adulti per il Premio Primo Romanzo città di Cuneo. Valentina Mattia con la sua penna molto delicata in “Complici senza destino” (Golem Edizioni, 2020) ci accompagna alla scoperta di una storia d’amore complicata, fatta di sentimenti, di bisogni profondi, di imprevisti, di sospetti e di dolori. Un romanzo pieno di suspense, che il lettore divora alla ricerca di risposte anche se non sempre le risposte arrivano e sono chiare nell’indurci una qualsiasi scelta. Ha scelto Bianca Magazine per raccontare il suo rapporto con la scrittura, cosa rappresenta per lei e come nascono i suoi romanzi. Andiamo a conoscerla meglio.

Quando e perché hai iniziato a scrivere?
«Ho iniziato a scrivere nel 2008, dopo la nascita del mio terzo figlio. Non ricordo come ho fatto a trovarne il tempo, con altri due bambini da accudire. Stavo scrivendo una storia che poi ho ultimato per poter partecipare a un concorso letterario (il primo, per me) per racconti inediti. In tutta sincerità non so che cosa mi abbia spinta a scrivere. Sarà stata la lontananza dalla mia famiglia d’origine, dalla mia terra, dalle mie abitudini, da ciò che ero prima di trasferirmi al Nord. Forse avevo bisogno di uno spazio tutto mio, di assentarmi ogni tanto dalla quotidianità per vivere esperienze diverse, anche se solo apparenti. So che mi ha fatto bene e questo mi basta. Scrivere è stata ed è senza dubbio la mia valvola di sfogo».

Come nascono le tue storie?
«Nascono innanzitutto da un’idea. Senza idee la scrittura è debole, e può causare anche momenti di blocco. Nascono osservando i gesti, le situazioni, le persone, gli stati d’animo, i sentimenti. Mi definisco un’ottima osservatrice, amo i dettagli. Nei miei romanzi mi diverto a descrivere i gesti che fanno parte della quotidianità e che rendono la narrazione molto simile alla realtà. Una volta messa a fuoco la storia, mi soffermo sui personaggi, ne definisco il carattere e le sembianze. Fatto questo, do libero sfogo alle parole e marchio le pagine con il mio stile. Scrivere un romanzo è complicato, tanti sono gli elementi da tenere in considerazione: tempo, concentrazione, studio, ispirazione. Allo stesso tempo, però, è affascinante, adrenalinico, appagante».

Quanto c’è di autobiografico?
«Dipende. A volte c’è tanto di me, altre volte poco. Diciamo che vivo in ogni storia che scrivo, e questo mi piace moltissimo. Ogni volta, il mio, è un viaggio diverso nel tempo. La stessa cosa mi succede con la lettura. In genere, comunque, cerco di distaccarmi dalla storia, di seguirne solo la regia, anche se non sempre ci riesco. Qualcosa di me ‒ qualità o difetto ‒ diventa parte integrante di qualche personaggio. È come rivedersi allo specchio, non sempre ci si piace. A palesarsi è senza dubbio il mio attaccamento verso l’amata Sicilia. In ogni libro che ho scritto, infatti, è venuto sempre fuori qualche elemento che la descrive. Ho l’impressione che quando ci si allontana da un luogo, poi questo lo si apprezza di più. Non è così? A me è capitato».

Quale valore ha per te la scrittura?
«Ha un valore altissimo. È diventata parte integrante delle mie giornate. Scrivere mi aiuta a superare le difficoltà della vita, incrementa le mie conoscenze, mi migliora come persona, accorcia le distanze. Non so se per gli altri scrittori è lo stesso, per me rappresenta un diversivo dalla realtà, un’opportunità da cogliere sempre al volo, una scommessa con me stessa, l’immunità alla solitudine e alla noia».

Quale messaggio vuoi lanciare?
«Quando si pianifica un’Opera letteraria bisogna avere ben chiaro il suo costrutto. A volte sono necessari numerosi tentativi, alcuni anche a vuoto, per delineare il progetto finale. La perseveranza alla lunga gratifica. Ritornando al mio caso… Questi anni, dal 2008 a oggi, sono stati d’oro, per me. Riconosco di essere migliorata molto, rispetto a quando ho iniziato, e ne sono contenta. Le diverse esperienze vissute ‒ partecipazione ai concorsi letterari, presentazione dei libri in librerie, biblioteche, associazioni culturali, interviste radiofoniche ‒ hanno messo da parte un po’ della mia timidezza, incoraggiandomi a proseguire il percorso intrapreso».

Qual è l’ultimo libro che hai pubblicato? Di cosa tratta?
«Si intitola “Complici senza destino” ed è stato pubblicato dalla casa editrice Golem di Torino. Dallo scorso cinque novembre in libreria, tratta diversi temi: amore, lontananza, malattia, separazione, differenze culturali e religiose. I personaggi principali sono Amhir e Nunziatina. Alla base di tutto c’è un amore fortissimo che sboccia quasi subito, urgente e famelico, tra i due ragazzi, un amore che sfida chiunque lo contrasti, che si oppone alle distanze e alle differenze di cultura e di religione che, invece sembrano avere un peso importante per le rispettive famiglie. Nella parte successiva sorgono i primi malumori, alcune freddezze di coppia, incomprensioni, distacchi. Arriva anche una malattia. I due ragazzi vengono risucchiati in un vortice che schiaccia tutto il bello di prima e che stravolge le loro esistenze. Uno dei due è in svantaggio e soffre più dell’altro. L’amore tra Amhir e Nunziatina si fa sempre più complicato, loro non sono più gli stessi di prima e si fanno la guerra, come due perfetti estranei. Ciononostante, ci sarà qualcuno della famiglia che non guarderà con distacco l’evolversi degli eventi, che vorrà riallacciare i rapporti con il genitore che se ne è andato via di casa troppo presto, che tenterà di accorciare le distanze tra di loro, che rimetterà ordine in famiglia».

Nei tuoi romanzi parli di amore, forte, tormentato, dilaniato, imprevedibile. Cos’è per te l’amore?
«L’amore racchiude tutta una serie di situazioni che possono portare la coppia a vivere momenti idilliaci oppure a diventare estranei l’uno per l’altra. L’amore è bello perché è imprevedibile, non si sa mai dove può portare. Se è forte vince su tutto, ma se è tormentato, dilaniato è meglio lasciarlo perdere. Nei miei romanzi l’amore spesso porta a compiere atti efferati, prende spunto dalla realtà. In ogni caso, offre una speranza. Nei cuori sanguinanti di qualcuno può nascere anche qualcosa di positivo».


Quali consigli daresti a un ragazzo per diventare scrittore?
«Gli direi prima di tutto di leggere molto. Con questa pandemia sono aumentate le persone che vogliono diventare scrittori. Un diritto sacrosanto, certo. Tuttavia, non bisogna improvvisarsi scrittori. Scrivere non è facilissimo. Come ho detto in precedenza, deve essere un’azione quotidiana, un esercizio da compiere con sacrificio e pazienza. È un po’ come andare in palestra. Ci si allena quasi tutti i giorni, ma i risultati si vedono soltanto alla fine. Lo stesso è per la scrittura. Oltre al talento occorrono esercizio e studio. Fatto questo, possono delinearsi le premesse per poter diventare uno scrittore».

A cosa stai lavorando?
«Ho ultimato un romanzo che proporrò all’editore. Nel frattempo, mi sto dando da fare valutando romanzi altrui e facendo l’editing su alcuni testi ancora inediti. Anche questa è una bella scommessa per me, è una passione sbocciata da poco, che mi sta permettendo di confrontarmi con gli altri autori e di affinare le tecniche della scrittura. È un lavoro impegnativo, non lo metto in dubbio, che richiede molta attenzione e precisione e che sacrifica buona parte del tempo libero. Chi lo sa, magari questa potrebbe diventare una professione a tutti gli effetti!».

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