Uno sguardo verso il cielo con le foto di Alessia Scarso

di Omar Gelsomino

Alessia Scarso, modicana di nascita è diplomata in montaggio al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, ha collaborato con importanti produttori, registi e giornalisti come montatrice e coordinatrice a diversi film, documentari e inchieste giornalistiche. Da regista ha diretto spot e documentari, tra cui molti girati a Modica. Il corto “Disinstallare un amore” ha segnato il suo debutto alla regia per le fiction e ha vinto tanti premi, ma il film “Italo” è il suo lungometraggio che narrando le vicende del randagio di Scicli divenuto mascotte di una comunità regala emozioni agli spettatori. Di recente si è cimentata nell’astrofotografia e tra i suoi scatti una è stata scelta come migliore foto della terra del giorno dalla Nasa, ritraendo uno spicchio di luna crescente al 2 per cento. Nei giorni scorsi un lavoro sull’Etna realizzato insieme a Marcella Giulia Pace e Dario Giannobile è stato premiato come miglior timelapse in occasione dell’ottava edizione dei #PhotoNightscapeAwardsNell’ex Convento del Carmine di piazza Matteotti a Modica è ospitata la sua mostra “Ad Sidera. C’era una Volta Celeste”, promossa dalla Fondazione Teatro Garibaldi, fruibile al pubblico fino al 17 ottobre dalle 16,30 alle 20,30 (escluso il lunedì).

Regista, documentarista, astrofotografa, cos’altro dobbiamo aspettarci da Alessia Scarso?

«Tutto quello che vorrà venire. Sono pronta a farmi mezzo e ad accogliere qualunque forma espressiva. Poco importa se le storie mutano la forma con cui si presentano. A volte è un libro, a volte una canzone, un passo di danza, a volte un film e a volte una foto. Qualcosa si fa strada. Comunque».

Hai realizzato tanti corti e documentari, ma Italo t’ha consacrata al successo mondiale. Te lo aspettavi?

«L’intento era quello di raccontare una storia universalmente condivisibile, e la storia di Italo era quella giusta. Ovunque sia andato, Italo ha conquistato il pubblico. Amo questo genere di storie perché rivelano la capacità universale del genere umano di emozionarsi. Un po’ com’è accaduto anche adesso, alzando gli occhi al cielo, in occasione della mostra “Ad Sidera. C’era una Volta Celeste”. Lo sguardo verso l’alto è universale e naturale, da sempre nella storia dell’Uomo le risposte alle grandi domande si sono cercate verso
l’alto».

Come è avvenuto il passaggio dalla camera da presa alla fotocamera?

«Non credo ci sia stato un vero e proprio passaggio di mezzo, quanto piuttosto un passaggio di interpretazione del tempo. Una fotografia è un solo fotogramma, una sintesi verticale estremamente selettiva che costringe a lavorare lo spazio e la profondità».

Cosa hai provato quando la Nasa ha scelto una tua foto?

«Sono solamente pochi anni che mi dedico all’interpretazione del paesaggio attraverso l’astrofotografia, non mi aspettavo di ottenere una attenzione così prestigiosa. Sono andata a “scuola” da Marcella Giulia Pace, astrofotografa e componente come me del gruppo dei Pictores Caeli. Attraverso loro ho approfondito lo sguardo, le tecniche, il rispetto del dato scientifico ma soprattutto l’estasi dell’osservazione contemplativa».

Come hai vissuto il lockdown?

«Ho voluto vivere il lockdown come una preziosa occasione di riflessione. Il tempo sospeso che in molti ci siamo ritrovati a vivere è riuscito a dare ordine ai miei pensieri e forma a molti progetti che attendevano proprio uno spazio adeguato per potersi rivelare. Primo fra tutti questo allestimento espositivo. Durante il lockdown, a causa del coprifuoco, non abbiamo potuto uscire di notte a fotografare. Mi trovavo a Bologna. Mi sono fatta bastare il balcone di casa, una piccola porzione di cielo. Chiuse le fabbriche e ferme le auto il cielo era più pulito, ed è apparso chiaramente quanto la mano dell’Uomo sia determinante nel declino delle condizioni del nostro pianeta».

Perché questo titolo alla mostra?

«C’è una doppia lettura. “C’era una volta” è l’incipit classico delle storie e “Ad Sidera” è un percorso narrativo multisensoriale. “C’era” fa anche riferimento al fatto che questa meravigliosa Volta Celeste ci è ormai largamente preclusa dall’inquinamento luminoso. Questo tipo di inquinamento è più dannoso di quanto si possa immaginare. Non solo ha
enormi e sottovalutati effetti sulla biologia (si pensi alle conseguenze sulla fotosintesi clorofilliana o sul nostro ciclo circadiano), ma soprattutto sono convinta che la preclusione dello sguardo verso l’alto ha effetti negativi sulle potenzialità della nostra spiritualità».

Che effetto fa esporre le proprie foto nella tua città natale?

«La mia città è contemporaneamente il mio luogo di ispirazione e di sperimentazione. È la mia casa, come se mostrassi quello che faccio alla mia famiglia. Quando giungo ad esprimere qualcosa qui, poi trovo coraggio di esportarlo. E quando esporto qualcosa, porta sempre con sé il profumo di casa».

È meglio guardare il cielo e gli astri rispetto a ciò che accade sulla terra? Cosa vedi? 

«Lo sguardo verso l’alto è nato proprio perché vivo un periodo in cui non amo ciò che vedo ad altezza uomo: viviamo nell’epoca dei furbi e trovo che siamo diventati prepotenti, diffidenti e indifferenti. L’Uomo domina le altre specie come fosse padrone del pianeta. È prezioso relazionarsi con il Cielo perché aiuta a centrarsi sulla Terra. C’è un rapporto tra grandezze che lascia senza fiato. Le esperienze di ascolto, di ricerca e di contemplazione hanno la capacità di donare la consapevolezza di sentirsi infinitamente piccoli nell’infinitamente grande, ma anche di sentirsi infinitamente grandi nell’infinitamente piccolo. Il Sole è la stella del nostro sistema solare, ci sono 4 miliardi di stelle nella via Lattea e la nostra è solo una tra miliardi di galassie nell’Universo. Eppure in questo
ordine di grandezze ognuno rimane unico e irripetibile. Non c’è mai stato niente come ognuno di noi nella storia dell’Universo, né mai ci sarà».


È un richiamo del verso dantesco «e quindi uscimmo a riveder le stelle»?

«Nel percorso della vita umana si può sempre trovare un qualche riferimento all’esperienza narrata da Dante nella “Divina Commedia”. In particolare all’interno del percorso espositivo c’è un richiamo al Canto XXIV del Paradiso, là dove il poeta nel corso del cammino declina il desiderio di Sapienza. Dante era un esperto conoscitore dell’astronomia, capace di una sintesi risolta di fede e scienza, e la sua visione lucida rende poetici e allo stesso tempo coerenti tutti i passi della Divina Commedia attinenti alla cosmologia, pur nella visione tolemaica del tempo in cui è stata scritta».

Quale messaggio vuoi trasmettere ai visitatori?
«La relazione tra spettatore e opere è un momento intimo, ciò che si trova all’interno dello spazio espositivo diventa esperienza personale di ogni visitatore. Se posso esprimere un desiderio mi piacerebbe che una volta finito il percorso si uscisse fuori semplicemente con lo sguardo all’insù».

Quali sono i tuoi prossimi progetti futuri?

«La scaramanzia fa da padrone a questo genere di domande. Verrà ciò che ha da venire!».

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