Uno degli ultimi cantastorie: Peppino Castello

di Alessia Giaquinta, foto di Gaetano Donzella


Può considerarsi un privilegio, oggi, sentire cantare e “cuntare” un cantastorie. Questi poeti ambulanti – eredi dei giullari di corte medievali – non sono un rimasuglio del passato, bensì preziosi custodi dell’identità e dell’anima della nostra terra, della sua lingua, delle sue storie e tradizioni, dei suoi problemi e delle sue meraviglie.

Peppino Castello, di Monterosso Almo, è uno dei pochissimi cantastorie esistenti. Accompagna i suoi cunti con la chitarra o la fisarmonica e con una mimica facciale sempre eloquente, affidando alle sequenze di un cartellone dipinto a mano, invece, il compito di rendere visivamente i fatti narrati.

Chi ascolta resta ammaliato, sempre.

Quando e come hai cominciato a fare il cantastorie?

«Nel dicembre 1994, all’interno del Presepe Vivente di Monterosso. Durante la manifestazione, per la prima volta, ho raccontato e cantato la storia “U Baruni re Canalazzi”, tratta dal libretto omonimo la cui lettura fu per me quasi una folgorazione».

Come sei diventato cantastorie?

«Io non ho ereditato da alcun familiare il mio “essere Cantastorie”, né ho preso lezioni da qualcuno di mia conoscenza. Avevo ascoltato, nella mia fanciullezza, il cantastorie Ciccio Busacca che cantava la storia di Salvatore Giuliano, per cui ricordavo questa figura che veniva di tanto in tanto nel mio paese. Mi sono, poi, innamorato della musica popolare siciliana e dei suoi autori. Ad aiutarmi a portare avanti questa passione è stato l’aver imparato da autodidatta a suonare chitarra, fisarmonica e organetto, oltre a possedere già una discreta capacità di disegnare e dipingere».

Quali temi affronti nei tuoi cunti?

«I temi del mio repertorio sono variegati e vanno dalle leggende agli eventi di attualità; dalla riproposizione di storie classiche dei vecchi cantastorie al mondo ricco di trasmissione orale dei poeti cuntastorie. Ho scritto storie tratte da testi letterari come La Lupa e La Libertà di Verga, Profumo di Capuana, i Birritti e i Cappeddi di Serafino Amabile Guastella. Un altro filone che caratterizza la mia produzione è quello civile e sociale: la lotta alla mafia, l’emigrazione, i rapporti di forza tra gli Stati, la speranza di una vita senza le guerre e lo sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo. Particolarmente importante è stato, per me, il tema della legalità. Sono molto legato alla storia di Falcone e Borsellino, scritta dopo uno studio approfondito sulle vicende dei due giudici di Palermo. Questa storia mi ha portato in molte parti dell’Italia, in particolare a Palermo in occasione della commemorazione dell’uccisione di Borsellino, a Roma con Libera e in molte scuole e associazioni».

Il cantastorie potrebbe apparire una figura anacronistica. È così?

«Per me è anacronistica una figura di qualunque genere se non se ne vedono esempi vivi e reali. Posso affermare che quando canto e recito, sento che l’attenzione per le cose che racconto è viva e partecipata!».

I tuoi racconti sono stati oggetto della tesi di laurea del noto cantautore Mario Incudine.

«La tesi sulle mie storie è stata assegnata a Mario dal titolare della cattedra di Etnomusicologia di Palermo, professore Sergio Bonanzinga, che aveva avuto modo di ascoltarmi in precedenza. Confesso di aver provato una grande emozione quando venni a sapere della cosa. Io conoscevo di fama Mario Incudine e seguivo la sua attività multiforme in tutta Italia. L’occasione dell’elaborazione della tesi mi ha dato modo di conoscerlo meglio, avendolo più volte ospite a casa mia. Recentemente mi è stato annunciato che la tesi sarà pubblicata a cura della Facoltà di Palermo. Spero che questo lavoro possa essere presentato anche a Monterosso».


Progetti imminenti?

«Ho appena concluso la storia sulla figura di Maria Occhipinti, una donna di Ragusa costretta a lasciare la sua città, per la difficoltà di vivere una vita sociale e partecipativa in una società che imponeva alle donne di non avere altri interessi al di fuori della casa e della famiglia. È una storia interessante e affascinante a cui pensavo da tempo, e che spero di potere al più presto presentare».

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