Una storia di alta infedeltà… “di corna”, vah!

I RACCONTI DI BIANCA a cura di Alessia Giaquinta

 

Per parlare di un tradimento, in gergo, si dice che “fatto di corna fu”.


Ma perché questo simbolo appartenente alla sfera animale allude all’infedeltà tra partners?
Oltre i motivi che ci tramanda la storia (mi riferisco all’usanza di appendere corna di cervo davanti alle case che il governatore Andronico I Comneno, tra il 1183 al 1185, usava per schernire i mariti delle mogli che, per suo capriccio e malvagità, diventavano sue concubine) e a quelli mitologici legati alla vicenda di Minosse (che veniva salutato dalla sua gente con questo gesto, richiamando l’unione carnale che la moglie Pasifae aveva avuto con un toro, concependo così il Minotauro), in Sicilia ve n’è un altro.

Tempo fa, a Mazara del Vallo, un noto macellaio che aveva la sua bottega in un vicolo del quartiere arabo della città, era solito depositare i resti degli animali a pochi metri dall’ingresso, in attesa che un apposito carro li caricasse per smaltirli. Assai raramente, però, il carretto arrivava puntuale così che spesso si formava, in quella stretta e buia via, un vero e proprio cumulo di ossa, frattaglie e, appunto, corna di animali.


Il buio che caratterizzava quel vicolo, coperto perlopiù da quella montagna di resti animali, era il luogo ideale per gli incontri extraconiugali del tempo.
Le mogli dei pescatori, spesso sole durante la notte, così “facevano le corna” ai mariti lontani, e stessa cosa facevano gli uomini che volevano consumare l’atto coniugale con una donna diversa dalla propria.

Dove? Tutto in quella vanedda, dietro alle corna depositate dal macellaio…

 

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