U’ pani di San Giuseppe

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Lino Scillieri


“San Giusippuzzu, vu’ siti lu Patri,
Fùstivu virgini comu ‘a Matri
Maria é rosa, vui siti lu gigghiu,
Datimi ajutu, riparu e cunsigghiu”.

Così si sentono pregare le donne, mentre mescolano acqua, farina, sale e lievito in onore a San Giuseppe.
Stanno preparando, con dovizia, il pane per allestire l’altare dedicato al Patriarca, stanno plasmando – con le loro abili mani – l’alimento simbolo della vita che, per l’occasione, assumerà forme tipiche, tramandate di generazione in generazione.

Una simbologia che non è lasciata al caso ma che, invece, richiama alcuni episodi evangelici e della vita di San Giuseppe, festeggiato dalla Chiesa Cattolica il 19 marzo.
L’origine dei riti che caratterizzano questa festa, però, è pagana. Il 19 marzo, infatti, coincide con l’equinozio di primavera, la stagione del risveglio della natura. Ecco allora il pane – originato dal lavoro della terra unitamente a quello dell’uomo – che incarna i significati di sacrificio, ringraziamento e buon auspicio. Durante il periodo greco in Sicilia, esso veniva considerato un prodotto donato dalla dea Demetra, protettrice delle messi. A lei, infatti, venivano innalzati altari per chiedere la protezione del focolare domestico e l’abbondanza dei raccolti. Questi altari venivano, per l’appunto, arricchiti con pane, focacce e frutta di ogni genere che poi veniva offerta ai più indigenti, o comunque condivisa.

La tradizione si perpetrò nelle culture successive, come forma di ringraziamento per il risveglio della Terra durante la primavera, fino a quando, con l’avvento del cristianesimo, essa fu reinterpretata alla luce del messaggio di Cristo.

Ancora oggi, il 19 marzo, in occasione della festa di San Giuseppe, in molti centri della Sicilia (a Santa Croce Camerina, a Salemi, ad Alcamo, a Gela, a Ramacca, …) si preparano pani a forma di fiori, spighe, farfalle, luna e stelle, e poi ancora a forma di bastone, a forma di barba (a varva di San Giuseppe) e con le lettere iniziali dei membri della Sacra Famiglia. L’effetto finale è decisamente maestoso: un altare di pane e frutti della terra per omaggiare il padre putativo di Gesù, lo sposo di Maria, l’umile falegname, il Santo obbediente, l’uomo fedele a Dio, insomma: “U Patriarca San Giuseppe”.

La preparazione dell’altare tradizionalmente è a cura delle donne che, oltre ad allestire il banchetto con centri e tovaglie da corredo, si premurano ad impastare, nei giorni precedenti alla festa, i caratteristici pani. Una volta date le forme, viene spennellato sul pane una buona quantità di albume miscelato con succo di limone. Questo procedimento, prima della cottura, fa sì che il pane acquisisca una certa lucentezza ed un particolare profumo.


Negli altari, posto a centro, non può mancare u cucciddatu, una grande pagnotta di forma rotonda, che rappresenta Gesù Bambino, vicino al quale sono disposti altri pani che richiamano episodi della sua vita: la croce, l’agnello (“Ecco l’agnello di Dio”, Gv 1,29) e persino il gallo (che cantò tre volte prima che Cristo venisse rinnegato), ma anche le colombe (simbolo della pace) e le spighe (simbolo dell’Eucarestia).

In genere, in corrispondenza delle figure di Maria e Giuseppe – nel quadro della Sacra Famiglia posto al centro dell’altare – i pani possono richiamare le virtù dei due sposi santi: la rosa è emblema della purezza, a scocca (il fiocco) della castità così come anche il giglio; alcuni arnesi del falegname invece richiamano la laboriosità e i baccelli di fave indicano la generosità.
La tavola viene imbandita con cibo semplice, legato alla tradizione contadina e alle usanze del luogo.
Il pane, chiamato allora “U pani di San Giuseppe”, resta però l’elemento cardine di questa tradizione, entrata a far parte dei Beni Immateriali della Regione Sicilia con decreto n. 8184 del 4 Novembre 2005.

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