di Emanuele Cocchiaro    Foto di Samuel Tasca

Massimo Inzirillo, conosciuto come Totò, ha dapprima insegnato all’Istituto Regionale d’Arte e poi è stato dirigente scolastico del Liceo Artistico. Ha da sempre coltivato l’amore per la sua città, adoperandosi con iniziative solidaristiche e culturali, spronando i giovani a lottare per il proprio futuro.

Chi è Totò Inzirillo?
«Sin da piccolo sono stato mosso dalla curiosità, ho avuto sete di conoscere, ragione per cui ho imparato a fare tante cose. Ho conseguito la maturità all’Istituto Regionale d’Arte indirizzo arte applicata, dopo l’anno di leva ho iniziato a lavorato come operatore cinematografico al cinema Intellisano di Grammichele
conseguendo il patentino. Nel giugno del ‘76 ho sposato la mia attuale moglie, Enza, una mia compagna di scuola, da cui ho avuto la mia prima figlia, Caterina, poi Angela. Dopo aver preso la cattedra di insegnante ho fatto tanto volontariato. Sono stato un grande amatore della fotografia aerea di Grammichele e sono stato anche il primo a pubblicare anche un libro: possiedo una raccolta di oltre 35 mila fotografie, e 100 di grammichele, foto dell’Istituto Geografico Militare, De Agostini, ho comprato i diritti delle foto per poi pubblicarle gratuitamente per la mia città, documentando tutte le foto, grazie a mio zio Ciccino Bellanti, a casa sua trovai le lastre di vetro e decisi di stamparle. Adesso sto curando la pubblicazione di un nuovo libro, perchè tutto il mio interesse verte anche sugli antichi mestieri, conservandole gelosamente per tramandarle ai giovani. Ho sempre lavorato per la città senza guardare il colore politico delle varie amministrazionicomunali che si sono succedute, e non faccio neanche politica attiva. Collaboro con Fondazione Umana, l’Avis, l’Archeoclub, e altre associazioni che promuovono la città di Grammichele».
Tanti suoi concittadini le attribuiscono la generosità, da cosa deriva?
«Intanto è nel mio Dna, un lavoro sicuro mi ha permesso di dedicarmi agli altri, sono stato governatore per tanti anni della Confraterita di San Leonardo, ho collaborato con i parroci di diverse chiese, ho tanti amici politici con cui mi piace confrontarmi, faccio parte del Circolo Calamandrei in cui si parla dei problemi della città, diamo il nostro indirizzo all’amministrazione coinvolgendo soprattutto i giovani che rappresentano il futuro. Ho insegnato per tanti anni, negli ultimi sette sono stato dirigente scolastico del Liceo Artistico Regionale e sono sempre vicino e ma carusi. Nonostante le difficoltà di oggi ad inserirsi nel mondo lavorativo consiglio loro di non perdere mai la speranza, piuttosto facciano qualsiasi cosa purché si mantengano occupati».

Cosa ha imparato dal rapporto con gli studenti?
«Il rapporto è sempre stato di pari a pari, non mi sono mai seduto sulla cattedra né quando ero insegnate tantomeno quando ero dirigente. Ci sono sempre le distanze ma con i ragazzi ho sempre avuto un rapporto di amicizia. Mi sento giovane come loro, perché vivo insieme a loro, ogni giorno ci confrontiamo nel mio studio, invito loro a frequentare la scuola, il loro è un mestiere importante perché poi gli servirà per il loro futuro. Se oggi non hanno amore per il domani, per i ragazzi ci sarà un domani vuoto. Quest’anno sono emigrate 300 famiglie in Svizzera e in Germania, andandosene i giovani rimarremo un paese di pensionati. È necessario che i nostri ragazzi si scommettano nella vita, altrimenti rimarranno solo dei numeri. Ognuno di noi nel proprio cuore deve essere il numero uno!».
Come ha vissuto la nomina a dirigente nell’istituto in cui ha insegnato per tanti anni?
«Quando fui nominato a Palermo non ci credevo, mi bloccai per dieci minuti. Dopo mi ripresi e firmai il contratto. Fu una vera gioia, dirigere la scuola che frequentai prima e nella quale insegnai dopo, una bella soddisfazione ed un bel peso, mi sforzai di dare il meglio di me stesso. È vero che fare il dirigente scolastico ha il suo prestigio ma spesse volte chi comanda è solo, e si cade nei momenti brutti. In ogni caso è stata una bella soddisfazione».

Adesso come trascorre le sue giornate?
«Inizialmente mi alzavo presto perchè pensavo che dovevo andare a scuola, tanto era l’abitudine e l’attaccamento alla scuola. Il distacco è stato duro, non mi sono abituato all’idea di essere in pensione».

Come nasce la passione per la fotografia?
«Da piccolo quando abitavo in piazza Dante, lì vicino c’era Ciccino Bellante che maneggiava le macchine fotografiche: quando facevo il chierichetto lui mi faceva delle foto e me le regalava. Io mi affermavo a guardare le sue macchine fotografiche, le foto, rimanendo sempre meravigliato. Sino a quando da ragazzino comprai da Noto una Yashica 124, la pagavo sei mila lire al mese e lavoravo al cinema. Iniziai a prendere dimestichezza, cominciai a stamparle, comprai l’ingranditore bianco e nero. Sebastiano Astuto mi aiutò a comprare le macchine fotografiche, mi spiegava come funzionavano. Divenni subito bravo e la foto in bianco e nero divennero una passione. Per me rimane la più bella. Ho avuto anche l’onore di conoscere il fotografo Giuseppe Leone. Ho lavorato con la De Agostini, vendendo libri ed enciclopedie: in quella fotografica ci sono alcune foto della nostra piazza, di cui mi hanno regalato le diapositive. Feci una mostra, quindici anni fa, con 28 fotografie 70/100, che poi regalai al Comune. Oggi con mio fratello sto lavorando ad un nuovo libro in modo che possa rimanere una testimonianza scritta di ciò che è stato per il futuro della città».

 

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