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La famiglia e la sua evoluzione al centro di un convegno a Vizzini

Si terrà il 28 dicembre 2022 presso la parrocchia S. Agata V.M. di Vizzini, alle ore 18.00, l’importante convegno dal titolo: “La Famiglia alla ricerca di un nuovo Umanesimo: nuove sfide educative nell’era del Metaverso”. 

Il convegno, sarà moderato dalla prof.ssa Merelinda Staita – Docente di Lettere e Segretaria del Consiglio Pastorale della Parrocchia S. Agata V.M., e vedrà la partecipazione di illustri relatori come: Don Salvatore De Pasquale – Vicario Generale della Diocesi di Caltagirone; il Prof. Francesco Pira – Docente di Sociologia, Delegato del Rettore alla Comunicazione e Direttore del Master in Esperto della Comunicazione Digitale Università di Messina; il Prof. Pietro Salvatore Reina – Docente di Religione e Membro del Direttivo della Società “Dante Alighieri” Comitato di Bolzano; Don Antonio Carcanella – Referente della Diocesi di Caltagirone per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili; i coniugi Enzo e Maria Fortuna Ruggieri – Direttori dell’Ufficio Diocesano Famiglia e Vita di Caltagirone. 

Il sacerdote della parrocchia S. Agata V.M., Don Antonino Maugeri, che ha fortemente voluto questo momento di crescita etica, sociale e morale, ha dichiarato: “Questo convegno nasce dalla volontà di dar vita ad un’alleanza che coinvolga tutti gli attori della società come: la famiglia, la parrocchia, la scuola, l’università e le associazioni. Oggi, serve l’impegno di tutti per comprendere le nuove emergenze educative ed io sono felicissimo di accogliere i relatori che hanno accettato il mio invito”.

Un’occasione unica per la parrocchia e per la città di Vizzini. 

 

I piaceri della tavola a “La Ruota” di Vizzini

di Alessia Giaquinta

   foto di Samuel Tasca

 

Se Verga fosse nato in quest’epoca probabilmente avrebbe dedicato a “La Ruota” uno dei suoi scritti più accattivanti. Questa affermazione non deriva solo dal fatto che il ristorante-pizzeria si trova a Vizzini – città natìa del celebre scrittore – ma perché gli squisiti piatti proposti, uniti all’accoglienza del personale, sono motivo di grande ispirazione e coinvolgimento, anche emotivo. Ti senti nel posto, giusto, insomma.

L’intellettuale vizzinese avrebbe saputo certamente esprimere in maniera eccellente, con la sua alta scrittura, la sinfonia di colori e sapori che fanno de “La Ruota” un locale di eccellenza.

Perché? Di seguito vi diamo solo alcuni dei motivi che ci permettono di annoverare questo locale tra i posti dove fare un’esperienza di gusto piacevole a 360°.

Siate pronti a mangiare con gli occhi. Ogni piatto, infatti, si presenta curato nei dettagli e i guizzi creativi dello chef certamente meritano di essere immortalati con uno scatto.

Gusterete la tradizione, con innovazione. Che ne dite di un buon piatto di spaghetti al macco di fave, guanciale e caciocavallo? Oppure di spaghetti con crema di ricotta, sanapo e acciuga? Per non parlare dei secondi: che siano a base di carne o pesce, sapranno conquistarvi e stupirvi al tempo stesso.

Apprezzerete la qualità. Dalle materie prime di eccellenza locali, ai prodotti “oltre confine”, ai tagli di carne estera. Ciò che conta, per i titolari de “La Ruota” è garantire ai clienti la qualità in tutti i loro piatti e nel servizio, puntuale e mai approssimato. Inoltre dispone di un’ assortita carta dei vini che abbraccia il panorama vinicolo siciliano con qualche etichetta estera.

Pizza rigorosamente cotta nel forno a legna. Cosa fa di una pizza un’ ottima esperienza di gusto? Sicuramente l’impasto, gli ingredienti e la cottura nel forno a legna! Il menù pizza de “La Ruota” offre una scelta varia e mantiene la promessa: impasto leggero, prodotti di qualità, cottura perfetta per un’esperienza di gusto ai massimi livelli di piacere!

C’è spazio per tutti. Una grande sala all’interno e un ampio spazio esterno fanno de “La Ruota” il locale perfetto dove organizzare feste, rimpatriate e ricorrenze di ogni genere.

È facilmente raggiungibile. Situato nei pressi di Vizzini Scalo, in contrada Corvo, il ristorante-pizzeria “La Ruota” può considerarsi un vero e proprio punto di riferimento del territorio calatino, ragusano e catanese.

Una realtà storica, in crescita. Il locale nasce negli anni ’70, inizialmente in una vecchia rimessa per carretti. Ma è nel 1986 che viene acquisita dagli zii e dal padre di Giacomo e Roberto Russo, i due fratelli attualmente titolari. «È da dodici anni che, con dedizione e passione, curiamo la gestione de La Ruota – dichiarano soddisfatti –. Ci entusiasma l’idea di porci traguardi sempre nuovi che possano far crescere questa nostra realtà e alimentare l’attenzione verso il nostro territorio».

È per questo che, ci rivelano: «A breve daremo avvio ad un nuovo progetto. Si tratta di promuovere l’offerta turistica del territorio attraverso l’istituzione di un Ciclo-Hotel, un luogo dove pernottare, gustare i nostri piatti e avere la possibilità di avere in dotazione una bicicletta utile ad esplorare, con una guida o in piena autonomia, il territorio e le sue bellezze paesaggistiche e architettoniche».

Insomma: bontà, qualità, servizi e novità a “(La) Ruota”.

Passioni verghiane. Storie senza tempo

a cura di Alessia Giaquinta

«Ascoltatemi», ripigliò; «voi siete una vittima».

«Oh! no, signore!».

«Sì, voi siete la vittima della vostra posizione, della cattiveria di vostra matrigna, della debolezza di vostro padre, del destino!».

Poche frasi, tratte dal romanzo “Storia di una Capinera” (1871) di Giovanni Verga, bastano a farci comprendere la storia di Maria, una giovane – orfana di madre – costretta a diventare monaca di clausura a causa delle indigenti condizioni familiari. Lei, però, non sente la vocazione alla vita religiosa che le è stata imposta. Tutt’altro: Maria ama “l’aria, la luce, la libertà” e anche un uomo, Nino. Una vicenda drammatica, di intense passioni e infelici turbamenti è quella di Maria, la Capinera; una storia che ha ispirato anche il noto regista Zeffirelli per la produzione di un film tratto dall’omonimo romanzo di Giovanni Verga.

Ed è proprio l’intellettuale catanese, nato a Vizzini nel 1840 e riconosciuto come il “padre del Verismo italiano”, che attraverso la sua attività letteraria è stato capace di rendere viva – per i lettori di ogni tempo – la realtà siciliana del periodo storico in cui egli visse, una fotografia cruda e intensa, insomma, della Sicilia dell’Ottocento e dei suoi personaggi, tragicamente rassegnati al loro destino.

E lo fa senza filtri. Verga, con scrupolo realistico e senza intrusioni soggettive, indaga le passioni dell’uomo, le sue ambizioni, la smania di potere, la ricchezza, l’ingiustizia sociale, l’egoismo e presenta molte altre tematiche che, pur contestualizzate nella storicità delle vicende narrate, risultano sempre attuali.

Leggere, oggi, qualsiasi opera verghiana, dà, infatti, la possibilità di fare un’esperienza multipla: non permette, dunque, soltanto di conoscere di un passato remoto che appartiene alla nostra terra, né solamente di apprezzare lo stile, il linguaggio e l’eccelsa capacità narrativa dell’autore, ma si rivela anche uno strumento che consente di scrutare l’animo umano – con le sue miserie e passioni – conducendo ogni lettore a riflessioni sempre attuali e rinnovate sull’uomo e la sua esistenza.

Verga va, dunque, letto e riletto. Va meditato e celebrato grandemente, così come è stato fatto nel corso di quest’anno, in memoria del centesimo anniversario dalla sua morte (avvenuta a Catania nel 1922). È importante che le sue opere siano studiate con più attenzione nelle scuole, approfondite nei centri culturali, narrate sui social, portate nei teatri, … E siano trasmesse soprattutto alle nuove generazioni, perché non affievolisca mai la consapevolezza dell’immenso patrimonio che ci ha lasciato Verga che – come disse il critico letterario Luigi Russo – è “il nostro più grande narratore che sia nato dopo il Manzoni”.

 

pezzu ruru

U’ pezzu ruru: il dolce gelato dell’antica tradizione siciliana

di Eleonora Bufalino  Foto di Rossandra Pepe

 La Sicilia è anche terra ricca di prelibatezze di cui si perdono le origini, come nel caso di un gelato dal nome particolare: “U pezzu ruru”. Una specialità che deriva dalla dominazione araba nell’isola e divenuto, col passare del tempo, un dolce tipico dell’antica tradizione sicula… una leccornia che non smette tutt’oggi di deliziare e sorprendere nemmeno i palati più raffinati!

 

Dopo la sua diffusione grazie agli Arabi, questo dolce vide il suo exploit soprattutto intorno al 1600: usato moltissimo durante le feste patronali, di fidanzamento e di matrimonio (in cui spesso sostituiva la classica torta nuziale) e in generale durante l’estate. Insomma, un vero e proprio must del repertorio culinario che allietava le afose giornate estive. Ben presto, questa prelibatezza si diffuse anche in altre zone d’Italia, nel Salentino e nel Napoletano, prendendo diversi nomi: “schiumone”, per la variante facoltativa con la panna, o “bombetta”, per la forma tondeggiante rispetto all’originale, più allungata ed ovale.

 

Ma qual è la ricetta tradizionale del pezzo duro? La semplicità, come spesso accade nelle tavole siciliane, si trasforma in genialità: l’unione di due gusti di gelato insieme al pan di Spagna danno vita a una creazione squisita. Il segreto, ancora una volta, è nell’artigianalità delle materie prime e dei procedimenti, intrisi della maestrìa dei più bravi gelatieri e pasticceri.

pezzu ruru

Ne è esempio il signor Vittorio Briganti, pasticcere con un’esperienza di oltre mezzo secolo alle spalle: la sua passione per l’arte dolciaria è iniziata quando aveva solo sei anni. D’origine francofontese, si è poi trasferito a Vizzini, città del Verga, dove ha intrapreso un’attività che porta avanti insieme alla famiglia da circa cinquant’anni. Nel suo bar non mancano mai i prodotti tipici siciliani, dolci e salati, e tra questi troviamo “’U pezzu ruru”. Il signor Vittorio ci spiega che: «la preparazione è importante, ma lo è ancor di più la qualità degli ingredienti usati. Il gelato, rigorosamente artigianale, viene messo in una ciotola di alluminio a forma di cupola chiamata, in siciliano, “scuzzetta”. Nella parte centrale si aggiunge il pan di Spagna, che può essere anche imbevuto con del liquore, e infine dell’altro strato di gelato, solitamente di un gusto diverso». Il dolce si lascia dunque riposare in congelatore per almeno un giorno in modo da far amalgamare le varie parti e ottenere la perfetta consistenza a cui deve il suo nome. Infine, basta capovolgere la ciotola affinché fuoriesca e possa essere tagliato, solitamente in quattro spicchi. “U pezzu ruru” è servito su un piattino e si può gustare con una forchettina, come fosse un dessert o una torta. I gusti più richiesti della gelateria siciliana (nocciola, cioccolato, stracciatella, zuppa inglese, torrone…) si sposano alla perfezione con l’impasto soffice del pan di Spagna, che in questo caso si solidifica diventando un tutt’uno con il gelato.

 

Fresco e sfizioso, è un dolce che non passa mai di moda, anche se nei tempi antichi, ci raccontano il sig. Vittorio e la moglie, era molto più amato e ricercato, soprattutto durante le feste patronali cittadine di fine estate, come San Giovanni e San Gregorio Magno a Vizzini. Queste erano un appuntamento immancabile per la popolazione del luogo! Le vie del centro abitato si animavano del passeggio; la musica a palco, a piazza Marconi, riempiva l’atmosfera di armonia, e piazza Umberto I reclamava il suo titolo di salotto buono di quella Vizzini nobiliare conosciuta in tutto il circondario. Occasione di passerella e sfoggio di eleganza, ma anche senso di comunità e di appartenenza in un clima di festa in cui si condivideva la tradizione, la religiosità e l’arrivederci alla bella e calda stagione. In questo contesto, “U pezzo ruru” era un momento di piacere che i più amavano consumare per rinfrescarsi tra una passeggiata e l’altra, ascoltando la musica con amici e famiglie, nei tavolinetti dei bar e delle pasticcerie del centro storico.

Non vi resta che assaggiarlo!

 

cunziria vizzini

Vizzini. Set cinematografico delle opere verghiane

di Eleonora Bufalino, foto di Rossandra Pepe

 

“Il cinema è specchio, scrigno e moneta.”

Attraverso questa frase, il critico e accademico Casetti ci conduce a riflettere sull’importanza della cinematografia. Il cinema come specchio della realtà; come scrigno simbolico da cui estrarre significati; come moneta che circola nel mercato dell’arte. Tre metafore illuminanti, per pensare a quanto il cinema abbia impatto sulla società. Sin dalla sua comparsa, la pellicola ha offerto svago, ma anche uno sguardo attento su altri mondi. Il cinema fa emozionare, piangere, gioire, empatizzare con vicende e personaggi immaginari o reali; fa sognare! In questo, la nostra terra è una delle regine indiscusse delle telecamere. E così, luoghi e paesaggi siciliani hanno sempre attirato l’attenzione di registi e produttori, ammaliati dalla sua bellezza.

cunziria vizzini

 

Vizzini, terra natale del Verga, in questo non fa eccezione. Già da metà ‘900 numerosi registi cinematografici hanno deciso di ambientarvi film ispirati alle opere verghiane. La Cavalleria Rusticana, ad esempio, una delle opere più brillanti della letteratura siciliana, è diventata un film sotto diverse regie: tra le più famose ricordiamo quella del 1954 diretta da Carmine Gallone, con attori internazionali come Anthony Quinn e Kerima May Britt, in bianco e nero e accompagnata dalle musiche di Pietro Mascagni. E in seguito quella girata da Franco Zeffirelli nel 1984 con interpreti altrettanto illustri come Placido Domingo ed Elena Obraztsova. Tra i fichidindia della Cunziria, Alfio e Turiddu duellano per l’amore di una donna. Ne viene fuori un affresco vivido della Sicilia e della Vizzini che Verga voleva raccontare, dove gelosia e onore sono i padroni.

cunziria vizzini

 

Nel 1996 Gabriele Lavia gira La Lupa e con le musiche di Ennio Morricone, il regista dona al film un’atmosfera “verista”. Il cast si rivela vincente: Raoul Bova, Michele Placido, Giancarlo Giannini, Monica Guerritore, alcuni dei nomi di spicco che in quelle settimane vengono a Vizzini, inebriata dall’euforia di essere set cinematografico di alto livello. Gli abitanti, coinvolti in piccole parti, comparse, ma anche in manodopera per le riprese, ne ricordano ancora la fibrillazione. La Guerritore nei panni di una donna che si lascia andare ai piaceri della lussuria, incompresa e mal vista da tutti. Un giovane e bellissimo Raoul Bova nella veste di Nanni, l’uomo che non resiste all’attrazione di quella fimmina, nemmeno per l’interesse che prova per la figlia di lei, Maricchia. E il finale è un dramma quanto mai attuale. Il talento degli attori si mescola perfettamente a scene di vita quotidiana di una Sicilia piena di contraddizioni, che si tinge del sangue di passioni forti e contrastanti.

balcone palazzo dei trao a vizzini

fotogramma mastro don gesualdo

 

E infine, il Mastro don Gesualdo. Siamo nel 1964 e la RAI produce il primo sceneggiato a puntate trasmesso in tv. Una serie televisiva divisa in sei puntate, in bianco e nero, interamente girata a Vizzini. La regia è di Giacomo Vaccari e tra gli interpreti troviamo Enrico Maria Salerno, Turi Ferro e Lydia Alfonsi, per citarne alcuni. Il centro della città verghiana, con le sue piazze e le sue stradine polverose, fa da sfondo a questa grande opera che entusiasma la critica nazionale e la Sicilia arriva nelle sale di tutta Italia, accolta da un pubblico desideroso di intrattenimento e autenticità. Il film inizia con la scena di un incendio al palazzo dei Trao, una nobile famiglia in decadimento, composta da don Diego, don Ferdinando e donna Bianca, personaggio centrale. La gente accorre in massa per domare le fiamme e nel frattempo Bianca viene scoperta in camera da letto con Ninì Rubiera, suo cugino e amante. Don Gesualdo è colui che, da instancabile lavoratore, ha racimolato tanta ricchezza e sposando Bianca acquisisce il titolo di don, entrando così in un matrimonio infelice ma di comodo per entrambi. La trama del Mastro si snoda tra intrighi e vicissitudini di nobiltà e miseria, rivelando il genio di uno dei migliori registi di quel periodo, che si lasciò ispirare dalla nostra Sicilia.

 

anteprima donne verga

Le donne del Verga. Bellezza e fascino femminile nella Sicilia dell’Ottocento

di Merelinda Staita Foto di Rossandra Pepe

su concessione dei Musei Civici della città di Vizzini

 

I romanzi del grande maestro verista, Giovanni Verga, sono ricchi di figure femminili di notevole rilevanza.

Incontriamo la professoressa Margherita Riggio che, oltre ad essere docente e guida turistica, ha ricoperto il ruolo di curatrice del Museo “Immaginario Verghiano di Vizzini in provincia di Catania. Alla professoressa Riggio abbiamo chiesto alcune curiosità sulle donne del Verga e sui costumi dell’ epoca.

Nei romanzi giovanili, la figura femminile che attrae la fantasia di Verga si ispira al modello romantico. Ci descriva la vita mondana dell’ epoca i cui aspetti sono presenti nelle opere verghiane.

«Verga nasce in un periodo storico molto importante per l’Italia, cominciava ad esserci una coscienza critica nella società del tempo, c’erano stati i moti insurrezionali, ed era giovanissimo quando tutta l’Italia era stata riunita sotto i Savoia. Verga era cresciuto in un ambiente intriso dagli ideali risorgimentali e romantici, ma presto si rese conto che il suo desiderio era quello di scrivere e di affermarsi come scrittore. Infatti, nel 1869 si trasferì a Firenze. Probabilmente, qui prima e poi a Milano, ebbe modo di conoscere donne molto più libere ed intraprendenti rispetto a quelle che era abituato a frequentare nella terra d’origine. Le donne protagoniste dei suoi primi romanzi sono fatali, romantiche, a volte artificiose e molto attratte dal lusso. Eppure, anche loro sono spesso vinte dall’amore e dalle forti passioni».

Qual è stato il rapporto di Verga con le donne?

«Gli accenni che troviamo nei vari carteggi ci consentono di comprendere solo una parziale ricostruzione cronologica delle sue relazioni sentimentali. Si avverte, tuttavia, sin da subito, la sua avversione per i legami stabili. L’unica donna, che durante la fase infuocata della passione forse gli fece sfiorare l’idea, fu Dina Castellazzi di Sordevolo. Una donna molto avvenente, elegante, istruita, pianista piuttosto quotata che scriveva e dipingeva».

 

Quali sono state le donne di cui si è perdutamente innamorato?

«Verga conobbe l’attrazione per la giovanissima Giselda Fojanesi e la passione, divenuta affettuosa amicizia, per Paolina Greppi, vedova del Conte Lester».

 

Ci descriva l’eleganza delle donne amate dal Verga. Appartenevano tutte alla classe sociale borghese?

«Le compagne con cui ebbe relazioni più durature sono state quasi sempre nobili o appartenenti all’alta borghesia. Erano moderne, libere, intellettuali, istruite ed eleganti. Lui ebbe anche modo di ritrarle nelle sue foto, con vestiti chiari, molto stretti sulle loro forme generose, con gli immancabili cappellini, e il “tocco”, l’ombrellino per ripararsi dal sole durante le gite in campagna o le passeggiate nei giardini».

 

Quali erano gli abiti che le donne portavano in questo periodo? Si possono evidenziare dettagli o particolari importanti?

«Gli abiti da ballo si confezionavano con tessuti differenti, come il velluto, piacevole al tatto. Ma si usavano soprattutto stoffe leggere come il taffetà e il damasco; il raso apprezzato per la sua brillantezza o il crespo, di cui piaceva l’aspetto goffrato. Gli abiti venivano guarniti da fiori, naturali o artificiali, ornati con pizzo, con nastri annodati o con pietre preziose. Si portavano tra i capelli gli stessi fiori con cui era ornato l’abito e il ventaglio dava un particolare tocco di eleganza. Di gran moda nel secolo scorso, la “capote” era tenuta ferma sulla testa da due nastri annodati sotto la gola. Verga cedeva alle richieste delle donne della sua famiglia portando, nei suoi frequenti ritorni in Sicilia, le “mode” francesi. Dei veri testi illustrati che descrivevano minutamente vestiti ed accessori femminili che potevano essere quindi anche “copiati” e riprodotti dalle sarte locali».

 

Prima di salutare la professoressa Riggio ricordiamo ai nostri lettori che all’interno del Museo “Immaginario Verghiano” di Vizzini si trova anche la sala “Bellezze Diverse”, allestita proprio da lei, oltre alle altre, di cui ha curato un restyling.

Foto Castello anteprima

Il castello di Vizzini. Da roccaforte normanna a carcere borbonico

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di Salvatore Maggiore

Ogni città, paese o piccolo borgo della Sicilia nasconde i suoi luoghi segreti: stradine, cortili, angoli lontani dalle vie più trafficate. Vizzini, incastonato tra le colline degli Iblei, offre anch’esso l’opportunità di meravigliarsi della bellezza della nostra terra: nella parte più elevata del paese, come a sorvegliare ancora i suoi confini dall’alto, sorge un antico Castello medievale e il quartiere, da sempre uno dei più popolati di Vizzini, ha preso il nome di questa maestosa edificazione: ‘o Castieddu!

Sulle sue origini vi sono alcune preziose notizie: fino al 1500 ha assunto il ruolo di un vero e proprio castello normanno, con delle grosse mura di fortificazione lungo tutto il perimetro, un pozzo, un cortile interno, delle porte che chiudevano il paese e delle torri da cui controllare il territorio. Durante il periodo siculo, ellenico e romano, si pensa ci fossero uffici importanti legati all’esercizio dell’autorità pubblica presso la zona del Castello, nonché luoghi di culto. La sua esistenza in epoca normanna, a metà del XII secolo, è provata da una formella decorativa di quell’epoca, sulla base della statua di San Gregorio Magno, presso il largo Matrice di Vizzini, che raffigura uno scenario cittadino in cui è presente anche il Castello, compreso delle due torri di cui ad oggi non si ha più traccia, a causa dei crolli dovuti al terremoto del 1693.

Successivamente, il Castello di Vizzini ha cambiato la sua funzione e per tutto il periodo borbonico è stato un carcere mandamentale di rilievo, poiché comprendeva una circoscrizione territoriale e amministrativa abbastanza ampia e come tale copriva anche il relativo mandamento giudiziario. Ciò vuol dire che in esso venivano reclusi non solo prigionieri di Vizzini, ma anche dei paesi più o meno limitrofi, anche perché l’edificio era molto capiente. Intorno alla prima metà del 1600, il carcere venne privatizzato, ovvero i servizi connessi alla carcerazione e le spese necessarie per il mantenimento dei condannati dovevano essere sostenute dalle rispettive famiglie. Le fonti storiche testimoniano, infatti, che in quel periodo la famiglia Gruttadauro di Reburdone (nome che deriva da Grotta d’Oro, ndr), che abitava nelle immediate vicinanze del quartiere, ne acquistò i diritti legati alla gestione e all’amministrazione e così il Castello divenne una struttura privata. Quando nel 1800 furono aboliti la feudalità e i titoli nobiliari, di cui Vizzini era ricolma, la proprietà del Castello passò alla famiglia Casa, di Ragusa, i cui membri erano chiamati “Baroni Castel Vizzini”, ovvero Baroni del Castello di Vizzini, titolo che non faceva riferimento ad un feudo ma solo alla loro posizione di ultimi proprietari dell’antica costruzione normanna. Il sistema carcerario rimase in vigore per tutta l’epoca fascista e solo durante gli anni ’50 circa del secolo scorso perse gran parte della sua importanza, venendo usato come prigione per coloro che commettevano reati minori o di poco conto. Testimonianze di anziani vizzinesi e di storie tramandate raccontano che nei primi anni del 1700 i carcerati pianificarono una rivolta interna per protestare contro le pessime condizioni dell’organizzazione interna. Si narra, infatti, che in celle poco spaziose erano accalcati un gran numero di detenuti, assegnate inoltre in base alla loro stratificazione sociale. Il carcere era dotato anche di anguste celle di punizione e gli originari cunicoli usati dalle guardie fungevano da corridoi in cui i prigionieri potevano passeggiare duranti i momenti d’aria.

Dai più recenti scavi sono stati rinvenuti sui muri delle celle graffiti e scritte dei carcerati; una di questa riconduce allo sconforto e alla pena per un delitto probabilmente passionale: “Ppi tantu amari né siri amatu, aiu statu macari ‘ncarceratu”.
Con queste parole che risuonano come una malinconica e rassegnata condanna, è facile sentirsi trasportati in quei tempi, intrisi di vicende umane e di antichi misteri, alla scoperta di antichi luoghi di cui la nostra Sicilia è ricca.

ricotta

Viaggio culinario tra i sapori di un tempo: la produzione della ricotta

Articolo di Eleonora Bufalino    Foto Cavagna di Delia Di Pasquale

 

Quando l’autunno regala fresche giornate aumenta la voglia di visitare i luoghi della nostra splendida isola. La Sicilia è come un tesoro nascosto, la scopri pian piano ed è sempre un nuovo stupore. Così i posti più distanti dal frastuono quotidiano delle città che si ripopolano dopo l’estate, rimangono immersi in uno stato di quiete e diventano mete ambite per delle ore all’insegna della serenità e, perché no, anche del buon gusto. La genuinità degli antichi mestieri, le tradizioni ormai quasi perse, i sapori e gli odori della nostra terra si mescolano insieme, dando vita a delle esperienze straordinarie che ci conducono ad apprezzarne gli angoli meno conosciuti e per questo più incontaminati. È un tuffo in quella parte di Sicilia che tiene ancora molto alle arti e ai saperi di un tempo, come quella del “massaro”, il fattore che si dedica alla coltivazione e all’allevamento. Attività che necessitano di sacrificio, quelle delle aziende pastorizie siciliane, coraggiose realtà che sopravvivono nel territorio grazie alla passione per la campagna e gli animali, elementi di contatto tra l’uomo e la natura.

Nei centri rurali dell’entroterra come Vizzini, cittadina del catanese dedita alla pastorizia, gli allevatori lavorano il latte per ottenere la ricotta e il formaggio, prodotti tipici del paese. Si può dunque abbandonare per un giorno la città per immergersi in queste avventure e assaporarle da vicino. Ci troviamo così a parlare con uno dei più giovani allevatori della città, che ha creduto nel suo sogno e lo difende con dedizione. Gino Salina ci accoglie nella sua azienda che gestisce a Vizzini da quattro anni e ci spiega fiero l’arte della produzione della ricotta, che nel mese di aprile diventa la protagonista di una sagra ormai famosa in tutto il circondario, quella appunto della ricotta e del formaggio.
Il latte appena munto, alla temperatura di circa 33 gradi, viene diluito insieme al caglio, un composto a base di enzimi capace di determinare la coagulazione del latte liquido. Si tratta di un ingrediente di origine animale fondamentale per la realizzazione dei prodotti caseari. Originariamente la cottura avveniva nelle cosiddette “quarare”, grandi pentoloni di rame, sostituite oggi da quelle in acciaio o alluminio. Dopo appena quaranta minuti il latte si addensa, diventando “cagliata”; questa viene spaccata producendo un doppio effetto: la parte solida va in basso, la tuma, e quella liquida rimane in alto. Dalla tuma si ottengono molte prelibatezze casearie, come il primo sale, il secondo sale, la provola; il latte ancora liquido invece si rimette sul fuoco, aggiungendone altro alla temperatura di 50 gradi e del sale alla temperatura di 60 gradi. Da qui il nome ricotta, perché viene cotta due volte. Quando la cottura raggiunge gli 80 gradi si ottiene, infine, la ricotta che può essere mangiata, anche calda o tiepida, appena emersa. Anticamente la ricotta si riponeva attraverso le “vaciledde” nelle “cavagne”, contenitori di varie dimensioni ottenuti dalle canne presenti lungo gli argini dei fiumi e degli stagni del bacino del Mediterraneo. A Vizzini il metodo tradizionale prevede l’uso del latte di pecora, ma è possibile mescolarlo con altri tipi; la percezione del gusto cambia, ma il risultato finale è comunque una goduria per chi adora i formaggi! La ricotta si presta, inoltre, alla preparazione di molte pietanze, sia salate che dolci, come le crostate, la cassata siciliana o il cannolo, uno dei simboli culinari per eccellenza della Sicilia.

Gustare i sapori siculi è un viaggio esperienziale che coinvolge tutti i sensi, e la ricotta è una di quelle specialità che rispecchiano il passato e le radici di un popolo. Il “massaro” vive in simbiosi con la sua terra, ne rispetta le esigenze, i cicli naturali e lo scorrere delle stagioni. Se ne prende cura con amore, tramandando i segreti di un mestiere autentico e spesso non semplice, che pochi oggi decidono di apprendere.

 

 

pagine verga

Tra le pagine di Giovanni Verga

di Eleonora Bufalino

Sono giornate sospese a mezz’aria tra l’incombere dei nostri doveri e il desiderio di respirare una primavera che quest’anno è stata accolta da ciò che non avremmo mai immaginato e che, forse anche per questo, è arrivata silenziosa e incerta. Il mondo ci ha imposto di fermarci, plasmando le nostre abitudini allo scorrere non più frenetico del tempo. È il momento di riflettere. Lo sguardo ammira la quiete dei luoghi in cui vivo e riscopre il loro fascino immutato. I Monti Iblei circondano Vizzini, immersa in un clima mite e distesa su tre colli: il Castello, il Calvario e la Maddalena. Cittadina feudale in passato, è stata sempre dedita ad attività rurali, ma ha anche saputo sviluppare una fiorente economia con i paesi del circondario, grazie al commercio dei prodotti caseari e della concia delle pelli, che si svolgeva nell’antico borgo della Cunziria.

In questo paese dell’entroterra siculo, nacque il padre del Verismo italiano, Giovanni Verga. Sebbene il luogo della sua nascita rappresenti una questione dibattuta, l’ipotesi più accertata è quella secondo cui nell’estate del 1840 l’agiata famiglia Verga si trovava nella propria tenuta in contrada Tièbidi, a pochi chilometri dal centro abitato vizzinese, dove era solita trascorrere la villeggiatura; dopo qualche giorno, il 2 settembre 1840, l’evento venne però registrato all’anagrafe di Catania. Lo scrittore manterrà sempre un legame forte con la sua terra natìa, lasciandosene ispirare; fatti, personaggi ed emozioni scaturirono spesso da ciò che osservava tra strade, vicoli, cortili impolverati. La sua scrittura, intrisa di vicende legate alla gente del popolo, riesce a dar voce a quei “vinti” non ascoltati da nessuno, schiacciati da un destino già deciso e immutabile.

Scorrendo alcune pagine della letteratura verghiana si trovano descrizioni che ricordano la nostra attualità: lo scrittore, all’età di quattordici anni, visse, infatti, un periodo di isolamento nella villa di Tièbidi, in cui la famiglia si rifugiò per scappare dal colèra, che nel 1854 si abbatteva furioso su tutta la Sicilia. L’esperienza del giovane Verga fu alleggerita dalla spensieratezza dell’età, tra letture e passeggiate all’aperto, durante le quali s’invaghì di una giovane educanda del monastero di San Sebastiano di Vizzini. Il capolavoro “Storia di una Capinera” presenta, dunque, tratti auto biografici: la diciannovenne Maria, destinata a diventare monaca di clausura, s’innamora di Nino, durante il periodo di “libertà” dalle mura del convento, ai piedi dell’Etna, lontano dall’epidemia colerica che dilagava a Catania. Ma anche il “Mastro Don Gesualdo” richiama una situazione familiare: il protagonista si trasferisce a Mangalavite, “in un gran casamento annidato in fondo alla valletta, tra l’aria fresca e la libertà della campagna”, lontano dal colera del 1837. La serenità del paesaggio è interrotta dall’immagine “dei dirupi, delle grotte, delle capannucce nascoste nel folto dei fichidindia, popolati di povera gente scappata dal paese per timore del contagio”. Ed è come vedere un passato che ritorna, al quale assistiamo atterriti.

Eppure, anche nella narrazione di eventi non certo lieti si svela il genio letterario. La vita spesso crudele e piena di sofferenza diventa il terreno fertile della resilienza. I personaggi verghiani parlano di noi e del nostro modo di reagire di fronte alle circostanze avverse e così, persino nello sconforto, si può scorgere qualcosa di positivo. Forse tra le righe dello scrittore verista, in mezzo ai drammi e alla sicilianità esasperata, vi sono degli insegnamenti celati. Nella “miseria umana” c’è anche dell’altro: le passioni e gli entusiasmi che nonostante tutto ci fanno procedere, cadendo e ritentando. E da tali spunti bisognerebbe ripartire, con umiltà, rileggendo le parole del “villano di Vizzini”, come lui stesso si apostrofò in un’annotazione di “Novelle Rusticane” indirizzata all’amico Luigi Capuana.

 

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Un Verga inedito al Museo dell’Immaginario Verghiano

Articolo di Irene Novello e foto di Rossandra Pepe

Vizzini è una cittadina del territorio di Catania, immersa tra i monti Iblei. Paese di origine del padre di Giovanni Verga, dove ritorna spesso negli ultimi anni della sua vita. Qui lo scrittore ambientò Cavalleria Rusticana, La lupa, Jeli il pastore e Mastro Don Gesualdo. Passeggiando tra i vicoli e le piazze di Vizzini si percepiscono i colori e le scenografie architettoniche veriste che affascinano e catturano. Tappa obbligatoria è il Museo dell’Immaginario Verghiano, che raccoglie testimonianze relative alle opere di Verga e dei suoi successi, ma è anche un luogo che ci fa scoprire lo scrittore sotto nuovi aspetti, che vanno oltre la conoscenza scolastica e che mettono in luce le sue passioni.

Il Museo è ospitato presso Palazzo Trao, un’elegante architettura barocca settecentesca, antica dimora della famiglia Ventimiglia; nella scenografia verghiana è il palazzo di donna Bianca Trao, colei che diverrà la moglie di Mastro Don Gesualdo. Una sezione di esso è stata curata abilmente da Margherita Riggio, studiosa del Verga, lei stessa, infatti, ha indagato fra gli aspetti intimi dello scrittore attraverso il suo epistolario. Lettere d’amore scritte alle donne che ha incontrato nella sua vita, alcune delle quali hanno anche ispirato le sue opere; lettere destinate ai suoi amici e scrittori, tra questi Capuana amico fedele a cui chiedeva spesso consigli, foto e oggetti, utili ai disegnatori che dovevano illustrare le sue opere. Ma anche lettere rivolte alla famiglia a cui Verga era molto legato, ai suoi nipoti, ai fratelli e alla madre. All’uomo Verga è dedicata la prima stanza del museo imitando i salotti che lo scrittore frequentava a Firenze e a Milano, dove si mostrano aspetti inediti della sua biografia, i suoi sentimenti più intimi verso le donne, il suo rapporto con l’arte. Il nome della sala è appunto “Bellezze diverse”. Sono esposte anche le stampe ritrovate in un’edizione di lusso di Vita dei Campi del 1897 con l’ editore Treves, tra i primi a fare dell’editoria un’impresa. C’è anche una sala dedicata all’opera lirica con Cavalleria Rusticana scelta da Mascagni per partecipare al concorso indetto dalla casa editrice Sonzogno.

Verga stesso ne cura la versione teatrale che riscuoterà un primo successo al Teatro Regio di Torino nel 1890. C’è una sezione dedicata alla sua passione per la fotografia, con foto scattate dallo scrittore alla famiglia, agli amici e ai contadini di Tebidi. Ma anche oggetti personali che ci fanno cogliere la quotidianità dello scrittore, tra questi il gilet, il set personale con penna e calamaio e la toletta per i baffi. Margherita Riggio ci ha svelato una sua riflessione frutto della lettura dell’epistolario dello scrittore: “Ho scoperto un Verga diverso, dalla rigidità dell’autore che ci viene propinato a scuola e questo ho cercato di far passare nell’allestimento del museo. È un uomo molto colto, non esente dalla passione per il genere femminile, non privo di umanità e generosità, di grande e sottile ironia, passione per l’arte e capace di grandi slanci di tenerezza verso la sua famiglia e i nipoti”.
Palazzo Trao espone al suo interno anche una mostra etnoantropologica allestita grazie al contributo del signor Rosario Catania, ricca di attrezzi che raccontano la vita rurale che fu nel borgo, è presente anche un antico modello di mulino idraulico e altri utensili che narrano le attività legate alla concia delle pelli. Usciti dal museo, Verga è con noi e ci accompagna tra le vie del borgo in una passeggiata d’altri tempi!