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Nino Frassica, l’attore siciliano simbolo della TV italiana

nino frassica

di Omar Gelsomino   Foto di Art Show

Personaggio poliedrico, Nino Frassica da anni si è imposto come comico, attore, conduttore e scrittore. Partendo dalla sua Messina, dopo aver studiato al Piccolo di Milano, ha raggiunto il meritato successo divenendo un simbolo della televisione italiana e della radio con programmi di successo.  Adesso sta per tornare in TV e in libreria con un suo nuovo libro.

Notato dal grande Renzo Arbore, Nino Frassica partecipò a “FF.SS.”, “Quelli della notte” e “Indietro tutta”, ha presentato “Ritira il premio” e partecipato a diverse trasmissioni: da “Fantastico” a “Domenica In”, da “Scommettiamo che”? a “I Cervelloni”, da “Acqua calda” a “Colorado Cafè” e “Markette”. Protagonista nella fiction televisiva “Don Matteo” e di altri prodotti tv di successo come “Che fuori tempo che fa” e “La mafia uccide solo d’estate”, è stato anche testimonial di campagne di sensibilizzazione contro il fumo e altri fenomeni sociali. Fra i tanti impegni artistici siamo riusciti a raggiungerlo per strappargli un’intervista condita di tante sue esilaranti gag a cui ci ha abituati.

Com’ era Nino Frassica bambino?
«Un po’ come tutti i bambini non amavo studiare e preferivo giocare e uscire con gli amici, lo svago e il divertimento. Sin da piccolo marinavo la scuola per andare al cinema agli spettacoli della mattina».

Quando è nata la passione per lo spettacolo?
«Io ho cominciato da divoratore di spettacoli, andavo a vedere tutti gli spettacoli musicali o teatrali che facevano a Messina, tutte le settimane andavo al cinema, e poi tantissima tv, tanta radio, ero un ingordo, che vedeva di tutto, e che si appassionava ad alcune cose. Si formava il mio gusto. E negli anni ’70 impazzivo per Alto Gradimento, Cochi e Renato e la comicità siciliana di Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina. Ero uno spettatore che voleva capire perché mi facevano così tanto ridere quei determinati artisti. Diciamo che li ammiravo e li studiavo. E sognavo di saper fare quello che facevano loro».

nino frassica

Nino Frassica, artista poliedrico, lei è attore, frate, giornalista, scrittore, ecc. Come si definisce?
«Una showgirl!!!».

Quando ha scelto di diventare un comico?
«La mia palestra è stato il mio paese Galati Marina vicino Messina, e nel periodo giovanile con i miei coetanei si “cazzeggiava” parecchio, notavo che tutti ridevano alle mie battute, per cui a un certo punto mi sono detto di provare a farlo diventare un mestiere, gestivo un dancing (a quei tempi le discoteche le chiamavano così) e a scuola approfittavo per organizzare serate a tema che potessero darmi la possibilità di provare le mie battute ed il mio stile comico».

Cosa preferisce fra teatro, radio, cinema e tv?
«Solitamente la risposta dipende da chi mi intervista, se l’intervista verte sul teatro, dico il teatro, se l’intervista verte sul cinema, rispondo il cinema ecc., quindi… dipende».

Come nasce la band dei Los Plaggers?
«Nasce dal mio amore per la musica, la musica in generale mi fa sempre stare bene, da qui la voglia di essere accompagnato da sei formidabili musicisti, tutti siciliani e io sono la Guast Star del gruppo».

Nonostante da anni viva a Roma, quanto è legato alla Sicilia?
«Tantissimo, e ancor di più proprio per il fatto che vivo a Roma, ma quando posso cerco di legare gli impegni di lavoro a una toccata e fuga siciliana. C’è tutta la Sicilia sempre con me, ci sono le mie origini e i miei ricordi e quando posso caratterizzo sempre i miei personaggi rendendoli più simili e vicini alle mie radici: è un fatto naturale, se devo recitare e posso scegliere o dare indicazioni agli sceneggiatori preferisco essere me stesso, quindi un siciliano con la propria cadenza che ogni tanto si lascia scappare qualche frase nel suo dialetto».

Ci racconta l’incontro con Renzo Arbore?
«Questa domanda non me l’hanno mai fatta! Da ragazzo ero “Alto Gradimento radio dipendente”, non a caso mi proposi ad Arbore, ero consapevole del fatto che il mio stile era molto vicino al suo e a quello dei suoi amici/collaboratori, così fingendomi la mia segreteria telefonica che parlava con la sua, gli ho lasciato una serie di messaggi “surreali” in cui però non ho mai lasciato il mio numero per essere richiamato, tranne che nell’ultimo e ad un certo punto mi richiamò».

Avete immaginato di lavorare insieme ad un nuovo programma tipo “Indietro tutta”?
«Fino a un paio di anni fa abbiamo condotto insieme “Guarda…Stupisci” e “Indietro tutta! 30 e lode”, in occasione dell’anniversario di “Indietro tutta”, non ci precludiamo nulla».

Quali sorprese riserva ai lettori nel suo nuovo libro?
«Il mio nuovo libro, “Vipp. Tutta la Veritàne”, prende in giro le star e pure un po’ me stesso, punta sui loro difetti ma è una favola».

Cosa le piacerebbe fare che ancora non ha fatto?
«Mi piacerebbe fare una sitcom, qualche idea c’ è vedremo… Mi mancano i fotoromanzi, ma prima o poi farò anche quelli! Ma se devo rispondere più seriamente, dico che mi sento in credito con il cinema».

Quali sono i suoi progetti futuri?
«In questo momento sto girando “Don Matteo 13” e da inizio ottobre riprenderà «Che Tempo Che Fa» di Fabio Fazio, nel quale continuerò ad essere ospite fisso».

 

Le corde emotive di Katia Greco

di Omar Gelsomino   Foto di Elsa Campini

Una bellezza acqua e sapone, semplice e talentuosa. Lei è l’attrice messinese Katia Greco, apprezzata e seguitissima dal pubblico italiano per i ruoli interpretati in diversi prodotti di successo: da “Il giovane Montalbano” a “Il Cacciatore” e a “Rita Levi Montalcini” solo per citarne alcuni. Di recente è stata candidata al David di Donatello come “Migliore attrice non protagonista” per la sua interpretazione in “Picciridda – Con i piedi sulla sabbia”, un film di Paolo Licata adattato all’omonimo romanzo di Catena Fiorello. 

Incontriamo Katia Greco, durante una pausa dal set, e comincia a raccontarci dei suoi esordi, del suo faticoso percorso artistico e dei suoi sogni. «Sono una sognatrice che a volte fa fatica a connettersi con la realtà. Ho dei momenti di forte lucidità che mi portano a stare con i piedi per terra ed altri in cui i sogni prendono il sopravvento e mi rendono un po’ bambina. Quando al liceo ho partecipato ad un laboratorio extra-scolastico di cinema e prendendo parte al cortometraggio di fine corso come protagonista, ho capito che recitare era ciò che avrei voluto continuare a fare nella mia vita. Ho iniziato i miei primi lavori da professionista nel 2007 prendendo parte a varie serie tv e nel frattempo ho continuato a studiare con vari insegnanti tra cui Danny Lemmo e Michael Margotta. Poi arriva la prima esperienza al cinema nel 2012 con “The Elevator” per la regia di Massimo Coglitore e in questi anni prendo parte anche a varie pubblicità. Nel 2016 arriva il primo ruolo da protagonista per il cinema nel film “Cruel Peter” e a seguire “Picciridda” e il film tunisino “L’Île du Pardon” con Claudia Cardinale».

Abbiamo avuto la possibilità di apprezzare le qualità artistiche di Katia Greco al cinema, teatro e televisione interpretando magistralmente diversi ruoli, poi però ce n’è sempre uno a cui si rimane sempre più legati perché è stato quello che ha regalato più emozioni e un altro che si vorrebbe fare. «Il palcoscenico dà delle emozioni uniche, ma amo particolarmente stare sul set cinematografico. Sono molto legata al ruolo di Rosamaria in “Picciridda” perché ho toccato delle corde emotive molto forti ed anche perché reputo il film un piccolo gioiello di cui sono fiera di averne fatto parte. Mi piacerebbe interpretare il ruolo di una cattiva».

Talento ed esperienza a cui si aggiunge la sicilianità, quel pizzico di ingrediente in più che tanto dà a livello caratteriale, ma che allo stesso tempo inevitabilmente toglie perché se ne avverte la mancanza e la distanza. «La Sicilia mi manca ogni giorno ed essere siciliana per me significa avere quella grinta e quell’energia in più che mi permettono di essere determinata a perseguire i miei obiettivi e a non aver paura di affrontare le difficoltà e i sacrifici che spesso si presentano anche nel mio lavoro».

Così prima di ritornare sul set Katia Greco ci confida il suo sogno nel cassetto e ci accenna che la rivedremo molto presto in tv. «Mi piacerebbe girare tutto il mondo. Per quanto riguarda i miei progetti futuri in verità non posso ancora parlarne, ma in pentola bolle qualcosa di molto interessante di cui vi parlerò in seguito».

Dobbiamo avere ancora un po’ di pazienza e presto avremo modo di apprezzare ancora una volta la sua bellezza e le sue indiscutibili qualità artistiche.

 

 

Ester Pantano – L’attrice catanese racconta i suoi esordi e i suoi desideri

di Omar Gelsomino Foto di Lucia Iuorio

Nonostante la giovane età è dotata di un talento straordinario. Ester Pantano, catanese d’origine da anni trasferitasi a Roma, è determinata, travolgente, un fiume in piena appena comincia la nostra chiacchierata. Ha un temperamento vulcanico come la maestosa Etna. E proprio della sua terra non può farne a meno sebbene gli impegni lavorativi la chiamano nella città eterna. «Anche se per poco tempo sono ritornata a Catania, me la sto godendo compatibilmente con le restrizioni anti-Covid. Almeno sono a casa mia, con la mia famiglia, posso vedere l’Etna, vivere all’aperto».

Tanti i ruoli interpretati a teatro, al cinema e in tv con ottimi apprezzamenti, l’ anno scorso ha vinto il premio Camilleri a “Cortinametraggio”. In realtà la passione per la recitazione è emersa dopo il canto. «Dopo essermi iscritta in Letteratura Straniera all’Università di Catania mi ritrovai a partecipare ad un festival canoro, mia madre e il mio maestro di canto mi avevano iscritta a mia insaputa. Dopo la prima canzone scoppiai a piangere per l’emozione e il forte senso di liberazione che avevo provato nel potermi esprimere, di cantare di fronte mia mamma, alla persona che mi ha generata. Insieme a lei ragionammo su cosa potessi fare e iniziai un corso di teatro a Catania. Durante un festival conobbi dei giovani professionisti che mi invogliarono a seguire questa strada e mi consigliarono di partecipare al bando del Centro Sperimentale di Cinematografia. Superate le varie fasi capii che la recitazione poteva diventare la mia professione ed investire tutta me stessa. Ricordo ancora il mio debutto a teatro ai Benedettini partecipando ad un musical in cui cantavo e recitavo per la prima volta, ottenni un feedback dalle persone indimenticabile. Devo dire che è stato davvero piacevole. Altra cosa è stato il mio debutto cinematografico a Ragusa sul set del Commissario Montalbano, scoprire tutto quel mondo che ruota attorno ad una produzione e le dinamiche che l’accompagnano».


Ester Pantano interpreta magistralmente i ruoli tratti da romanzi di successo, di Andrea Camilleri (“Il Commissario Montalbano” e “La mossa del cavallo – C’era una volta Vigata”), di Mariolina Venezia (“Le indagini di Imma Tataranni”) e dalle opere di Gaetano Savatteri in “Màkari”, trasposti poi in film e fiction. «Portare a teatro autori come Čechov, Shakespeare e tanti altri non ti permette di poter avere un confronto, uno scambio con loro; mentre aver conosciuto personalmente Camilleri, Venezia e Savatteri per me è stata una grande emozione e una grande responsabilità, ho avuto la possibilità di uno scambio umano e ne sono estremamente onorata, è stata un’emozione folle. Poter interpretare il ruolo del romanzo storico di Camilleri è stata un’ esperienza fuori dal comune e auguro a tutti di poterla vivere, soprattutto la vestizione di quei costumi. Io che sono un’appassionata passerei ore, giornate, settimane ad approfondire i personaggi. In quell’occasione portavo con me una boccettina di profumo nascosta addosso perché mi ricordava una gestualità di quel periodo, sono tutte quelle piccole cose che nessuno vedrà ma che fanno parte di te, ti aiutano nella realizzazione di un qualcosa che non ti è imposto, ma si sente che c’è».

Già, Ester Pantano è determinata e appassionata. «Sono indipendente, contagiosa, positiva ed entusiasta. L’ entusiasmo mi contraddistingue da quando sono piccola, a prescindere da qualsiasi situazione riesco sempre a tirarmi fuori e ricominciare. Non demordo mai, sono sempre vogliosa di ricominciare, di provare cose nuove, sperimentare, voglio sempre cambiare, viaggiare per vedere posti nuovi e conoscere piatti nuovi, studiare, mettermi sempre in discussione. Ho la continua necessità di ricominciare sempre daccapo per sentirmi libera, perché la routine mi spegne e mi fa paura».


Ha una personalità forte e poliedrica. Coltiva la passione per lo sport, ha fatto ginnastica artistica a livello agonistico, è cintura blu di kick boxing, fa anche motocross; senza dimenticare la musica, con il collega Filippo Tirabassi ha fondato un duo jazz. «La passione per la musica la devo a mio nonno, ha una grande collezione di dischi jazz e soul, tutto quel genere di musica di quel periodo, quando andava a casa dei nonni c’era sempre il giradischi acceso. Ascoltare Frank Sinatra e altri artisti è un richiamo ad un periodo straordinario, completamente diverso da oggi, un mondo che non c’è più. Preferisco assaporare la bellezza del tempo, di stare lì a scegliere e girare il piatto. Non è la stessa cosa ascoltare una Play list di Spotify. Con Filippo abbiamo creato questo duo ispirandoci ai Musica Nuda, duo jazz composto da Ferruccio Spinetti e Petra Magoni che per me è una dea in terra, poi gli impegni lavorativi ci hanno allontanato momentaneamente».

In questo nuovo anno vedremo Ester Pantano di nuovo in tv, mentre andiamo in stampa, Covid permettendo, inizieranno le riprese della seconda stagione di “Imma Tataranni” e prossimamente nella fiction “Màkari”, tratta dalle opere del giornalista e scrittore Gaetano Savatteri. «Il mio personaggio, Jessica Matarazzo, crescerà tantissimo, le sarà dato più spazio e avrò modo di lavorare ancora di più sulla preparazione del mio ruolo, mi è stato dato più margine d’azione, sarà più speziato. Prossimamente sarò la protagonista femminile di “Màkari”, prodotta dalla Palomar con la regia di Michele Soavi, insieme a Claudio Gioè e Domenico Centamore». Prima di tornare a studiare Ester Pantano ci confida i suoi desideri, e noi non possiamo che augurarle di realizzarli. «Uno dei miei sogni è di poter recitare in un film d’azione, sono appassionata di velocità e di sport estremi, mi piacerebbe avere la possibilità di esprimere la mia fisicità sportiva. Voglio mettere nero su bianco tutte le mie poesie e pubblicarle, lo stesso voglio fare anche con le mie canzoni. Superate le mie timidezze è arrivato il momento di farmi apprezzare dal pubblico anche in queste vesti. Infine vorrei vivere più a lungo a New York e scrivere un film tutto mio».

Aurelio Grimaldi, e gli esordi del cinema siciliano

Articolo e foto di Samuel Tasca

Scrittore, sceneggiatore e regista, Aurelio Grimaldi ha contaminato questi ultimi decenni con la sua interpretazione della realtà. Un narratore attento che sa osservare ciò che lo circonda per traslarlo poi nelle modalità più consone della letteratura e del cinema.

«Non mi ero reso conto che era passato così tanto tempo… ».
Inizia così la nostra chiacchierata quando gli facciamo notare che sono passati oltre trent’anni dal suo esordio. Lo incontriamo all’ultima edizione di Taobuk, a seguito del suo intervento all’interno del seminario dal titolo “Dal neorealismo alla Piovra”. Proprio così, perché dalla sua prima esperienza su un set cinematografico con l’omonimo film tratto dal suo romanzo “Mery per sempre”, che lo vede coinvolto nella stesura della sceneggiatura, sono passati ormai più di trent’anni. «Questi anni sono volati via – continua a metà tra il divertito e il nostalgico -. Ho avuto molta fortuna, sono riuscito a realizzare un bel po’ di miei progetti. Alcuni non si sono concretizzati, ma ancora tengo duro, il tempo c’è… anche se ho quasi tutti i capelli bianchi».

A quel punto, quasi incantati dai suoi ricordi, ci lasciamo trasportare da Grimaldi nel bel mezzo di quegli anni, come degli spettatori che stanno per assistere agli esordi del cinema siciliano.

«Il mio ingresso nel dorato mondo del cinema avvenne con il libro “Mery per sempre” da cui fu tratto l’omonimo film che divenne famoso. Quando nel 1987 scrissi il libro si facevano tantissimi film in Sicilia, ma non c’erano registi siciliani. Anche in quel caso la storia era siciliana, ma il regista era romano: Marco Risi. Però, per la prima volta, il film non era parlato in dialetto siciliano, ma gli attori usarono il loro linguaggio, quindi un accento palermitano molto stretto con delle espressioni molto forti».
Quella prima esperienza segnò di fatto una svolta nell’evoluzione professionale di Aurelio Grimaldi, che da insegnante delle elementari divenne prima scrittore e in seguito sceneggiatore. Poi, quasi a sopperire a quella mancanza di registi isolani, decise di cimentarsi dietro alla macchina da presa nelle vesti di regista. Sono suoi alcuni dei film che ebbero maggior successo in quegli anni: “La discesa di Aclà a Floristella” (1992), presentato al Festival del Cinema di Venezia; “La ribelle” (1993) con Penelope Cruz; “Le Buttane” (1994) anche questo tratto dal suo libro omonimo e presentato al Festival di Cannes.

Ed è proprio ripensando a quel Festival del ’94 che Aurelio Grimaldi fa un altro tuffo nel passato: «Devo dire che uno dei ricordi più belli che ho riguardo al cinema siciliano è quando nel 1994 due registi siciliani furono in concorso al Festival di Cannes: io con “Le Buttane” e Peppuccio Tornatore con “Una pura formalità”. Purtroppo da allora nessun regista siciliano è tornato in concorso a Cannes. Però, nel frattempo, tanti registi siciliani sono emersi e la Sicilia non è più un luogo dove la gente viene a raccontare storie siciliane, ma oggi ci sono molti siciliani che raccontano le proprie storie e partecipano a questo processo creativo».

Reduce dal suo ultimo lavoro, “Il delitto Mattarella”, uscito nelle sale italiane il 2 luglio di un 2020 quasi privo di cinema, Aurelio Grimaldi ritorna dietro la macchina da presa per narrare uno dei delitti mafiosi più sofferti della nostra storia, ma anche uno dei meno raccontati: quello dell’ex Presidente della Regione Siciliana Pier Santi Mattarella, avvenuto nel gennaio del 1980. Ancora una volta Grimaldi diventa narratore attento e meticoloso che a seguito di un’accurata ricerca sui fatti storici, fornisce una visione chiara della realtà di allora, senza particolari esaltazioni, ma che si pone il fine importantissimo di informare e far conoscere, soprattutto alle nuove generazioni.

Lidia Schillaci: “La musica mi regala il sorriso”

di Omar Gelsomino    Foto di Massimiliano Fusco

La voce, il cuore e l’anima sono i tre elementi distintivi alla base del suo successo. Cantante, compositrice, attrice e vocalist. È Lidia Schillaci, palermitana d’origine che ha vissuto e lavorato in giro per l’Italia e per il mondo, la vincitrice del Torneo dei Campioni di “Tale e Quale Show”.
È allegra e solare. «Amo profondamente quello che faccio, ci credo davvero. Cerco di prendere molto seriamente il mio mestiere, di affrontarlo con la dovuta consapevolezza di avere l’esigenza di dire delle cose, e non nel dirle tanto per ottenere qualcosa come succede con i social che ti danno quella popolarità effimera. Io invece sento dentro di me l’esigenza di dire. La musica è stata una sorta di rifugio, mi fa stare bene, mi regala il sorriso. A causa della mia infanzia abbastanza particolare, non facile, la musica mi ha dato sempre quella forza per andare avanti, per sorridere. Avevo l’esigenza di trovare un posto dove non mi succedesse nulla di male. Il fatto di essere una persona solare non vuol dire che non soffra come altre persone, ma dentro di me emerge sempre la forza di sorridere, invertire la rotta di tutte le cose negative. Ho imparato sulla mia pelle ad affrontare con il sorriso le cose, è una dote naturale, non tutti hanno la capacità di convertire la negatività in positivo, di vedere la luce in fondo al tunnel. Proprio in questo momento è il messaggio che mi piace dare, affrontare le cose con il sorriso».

Completati gli studi in canto lirico e jazz e in pianoforte, frequenta il Conservatorio e comincia a cantare con alcune band in giro per la Sicilia sino a quando arriva la svolta. Giovanissima partecipa al talent show “Operazione Trionfo”, condotto da Miguel Bosè, portando a casa un contratto con la Warner Music Italy, da lì inizia il suo percorso di vocalist, calcando i palchi internazionali con i più grandi cantanti. «Ho lavorato con tanti artisti imparando da ciascuno di loro tante peculiarità. Per tanti anni ho affiancato Eros Ramazzotti nei suoi tour mondiali, un’esperienza davvero incredibile che mi ha dato tanto perché la più duratura, ho fatto un piccolo percorso di strada anche con Max Pezzali e poi con Elisa».

Lidia Schillaci ha scritto e interpretato la canzone “I miss you” per la fiction “Sbirri”, ha partecipato alla fiction “Non smettere di sognare” e ha collaborato con Fiorello in “Edicola Fiore” e nel 2019 a “Tale e Quale Show” dove è arrivata seconda, per trionfare nell’ ultimo Torneo dei Campioni di Tale e Quale Show. «Ho provato una gioia incredibile, non mi aspettavo questa vittoria. Ci sono andata vicina in molte occasioni, sia ad Operazione Trionfo che a Tale e Quale Show dell’anno scorso. È stata una sensazione indescrivibile, un riconoscimento che mi ha dato una grande carica per continuare a credere nel mio percorso artistico e a lavorare ad un mio progetto già in cantiere da tempo. Sicuramente dietro le quinte impari tanto, ma è arrivato il momento in cui ho sentito l’esigenza di uscire da sola, di camminare con le mie gambe, di dire qualcosa».

Una carriera lunga e piena di importanti esperienze, Lidia Schillaci vanta milioni di visualizzazioni con i suoi live streaming su Periscope dalle piazze italiane. Prima di congedarsi ci svela alcuni suoi desideri, anche in tempo di pandemia lei insegue i suoi sogni e non ha mai smesso di lavorare ai suoi progetti. «Mi auguro che quello che sta succedendo sia un insegnamento per noi, spero sia avvenuta una piccola conversione profonda. Secondo me stiamo rivalutando tante cose, questo isolamento forzato ci aiuterà a capire meglio tante cose di noi, ma soprattutto spero porti a ridimensionare il nostro modo di vivere. Da bambina ho sempre sognato di andare a Sanremo, è un desiderio che coltivo nel cuore: sarebbe un altro tassello da poter aggiungere alla mia carriera. Adesso ho raccolto tutto il materiale che ho scritto in questi anni e insieme al mio team sto lavorando al mio album, un progetto che parla di me e sarà preceduto da alcuni singoli. Un sogno che è nel mio cuore».

Maria Grazia Cucinotta: inaccettabile la violenza sulle donne

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Gaetano Cucinotta

Non ha bisogno di presentazioni. Da diversi mesi è la testimonial di due spot pubblicitari, oltre ad essere un’icona di bellezza e sensualità. Maria Grazia Cucinotta, attrice e produttrice cinematografica siciliana, da anni è impegnata nel sociale, in prima linea in battaglie importanti contro la violenza.

Nel 2019 insieme a Francesca Malatacca, Solveig Cogliani, Chiarenza Millemaggi, Rosalba Adduci e Carla Capocasale, ha fondato Vite Senza Paura Onlus. L’associazione, di cui Maria Grazia Cucinotta è presidente, nasce da un gruppo di professioniste dell’arte, del diritto, della medicina e imprenditrici impegnate nel supporto alle donne vittime di violenza. «Vogliamo capire dove la legge non funziona. Si fanno tante lotte, ma se non ci sono le leggi giuste le denunce sono inutili. Capita spesso che persone denunciate per molestie e maltrattamenti rimangano a piede libero. Inoltre penso che non si educhi abbastanza contro la violenza. E invece sono i bambini che sin da piccoli vanno educati al rispetto».

Maria Grazia Cucinotta sta presentando il suo libro “Vite senza paura. Storie di donne che si ribellano alla violenza” (Mondadori), in cui racconta l’aggressione subita a vent’anni quando si trovava a Parigi per lavoro riuscendo a sfuggire al suo aggressore, oltre ad altre storie di donne vittime di violenza.
«Anche se non ho vissuto l’aggressione in maniera così massacrante come tante altre donne anche io ho vissuto la mia paura. Ho deciso di raccontarla perché serve a tirare fuori quei fantasmi che ti porti dentro e ti fanno vivere sempre guardandoti alle spalle, ma nonostante tutto le superi. Quando scende la sera ci sentiamo delle prede, si ha paura di uscire anche da casa, ti viene l’ansia. Ti ritornano in mente le parole di tua madre quando ti diceva “non rientrare tardi, non andare in giro da sola”. Questa sensazione orrenda ti fa vivere male, ma soprattutto non deve esistere. Bisogna partire dall’educazione dei nostri figli, educarli al rispetto degli altri e all’amore vero, ad amare anche le differenze».

Un episodio fortunatamente superato con il coraggio e la determinazione che contraddistingue Maria Grazia Cucinotta.
«Il messaggio che intendo dare è la necessità di denunciare, non si può vivere tutta la vita nella violenza e non si possono lasciare impunite le persone che fanno violenza. Ogni volta che si accetta la violenza c’è il rischio che poi si trasformi in una tragedia. Le donne vittime di violenza non si rendono conto che continuando a stare con i loro uomini si fanno portare via la vita dall’amore sbagliato. Le donne aggredite hanno spento la luce della loro vita, sono svuotate. Al primo schiaffo devono scappare e denunciare, prima che si arrivi al peggio. Nessuna donna deve accettare la minima violenza. La vita è un bene prezioso».

Così lo scorso 4 novembre nella Sala Caduti di Nassiriya del Senato Maria Grazia Cucinotta con i parlamentari di Forza Italia Maurizio Gasparri e Giusy Versace, insieme a Solveig Cogliani e Maria Stella Giorlandino con la sua Artemisa Onlus a cui Vite Senza Paura Onlus si è unita collaborando a dei progetti sociali condivisi, hanno presentato le proposte di legge sulla violenza sessuale e di genere per l’istituzione dell’albo delle associazioni e gli operatori specializzati e per l’assistenza delle vittime. «Sono felicissima che gli onorevoli Gasparri, Versace, Gelmini abbiano sin da subito sposato queste nostre proposte. Adesso confidiamo nella loro approvazione a grande maggioranza perché non hanno colore politico. Soprattutto in un periodo come questo, in cui la pandemia ha costretto tutti a rimanere casa sono aumentate le violenze, non bisogna abbassare la guardia. Le donne che scappano di casa perché vittime di violenza hanno bisogno di assistenza giuridica, psicologica ed economica, di trovare un lavoro affinché ritrovino la serenità e la dignità che meritano. Il ricavato del libro sarà devoluto alle case famiglia che accolgono le donne vittime di violenza».

Michele Cucuzza, da signore della tv ad esperto social

di Patrizia Rubino

Michele Cucuzza, catanese classe 1952, volto storico della Rai, giornalista, conduttore televisivo e radiofonico, ma anche scrittore prolifico – ha al suo attivo ben nove libri – vive da oltre trent’anni a Roma, ma conserva nel cuore e nello spirito le sue origini siciliane. Una brillante carriera come giornalista di cronaca e inviato in mezzo mondo, e poi come signore indiscusso della tv e dell’infotainment con la conduzione de “La vita in diretta”, di “Uno mattina” e di altri programmi di successo. Il rientro nella tv dei grandi ascolti è segnato dalla partecipazione lo scorso gennaio alla trasmissione “Grande Fratello Vip”. La sua uscita dal programma coincide con un altro lungo periodo di isolamento, questa volta non per esigenze televisive, ma per l’emergenza sanitaria del Coronavirus.

Dalla reclusione per un programma televisivo a quella necessaria per l’epidemia del Coronavirus.
«Diciamo che si è trattato di due forme d’isolamento diverso, ho sicuramente scelto di fare l’esperienza del Grande Fratello consapevole di tutto quello che poteva comportare. La reclusione, per il Coronavirus, l’ho vissuta in casa mia da solo, ma grazie ai social e alle mie dirette quotidiane sono entrato in contatto con una moltitudine di persone, di ogni età, condividendone storie e vite. La tanto vituperata rete, secondo molti colpevole di pericolose derive narcisiste e individualiste, in questo frangente ci ha salvato, ci ha consentito di non perdere il contatto con gli altri e di non essere soli».

Il Grande Fratello l’ha riportata al grande pubblico. Che tipo di esperienza è stata?
«Devo dire che mi sono divertito parecchio. Potrei definire questa esperienza come una sorta di esperimento intergenerazionale che mi ha consentito di confrontarmi, con persone di età diversa, e al di là del programma televisivo, viene fuori la vera personalità di ognuno. Però l’aspetto più positivo di questa mia partecipazione è stato quello di farmi conoscere dai giovani. Sento il loro apprezzamento costante e crescente nei miei interventi sui social».

Oltre ad essere molto attivo sui social network lei è un attento osservatore del fenomeno della rete. Ne parla nel suo ultimo libro “Fuori dalle bolle! Come sottrarsi dalle supercazzole in rete”.
«In questo libro mi rivolgo soprattutto ai giovani, che sono tra i maggiori fruitori della rete. Li esorto a migliorare la propria autonomia rispetto a tutto quello che trovano sul web, a non essere passivi e ad andare oltre alle apparenze. Occorre essere curiosi, avere spirito critico, uscire dalla bolla delle proprie convinzioni e confrontarsi».

Torniamo alla tv. Maurizio Costanzo ha recentemente dichiarato che in televisione c’è bisogno di un professionista garbato e di buon senso come lei.
«Queste parole dette dal “Baffo della tv” mi fanno particolarmente piacere e le prendo di un buon auspicio. Mi piacerebbe ricreare all’interno di un programma tv, quanto ho realizzato durante la mia quarantena attraverso le dirette sui social. Incontri incrociati interessanti, bizzarri e inaspettati, tratti da spaccati di vita assolutamente reale. Lo ripeto, la rete soprattutto in quella contingenza è stata fondamentale e devo dire che ha battuto la tv 90 a 0».

Lei ha un rapporto speciale con Grammichele, tra l’altro sede della nostra rivista. Quali sono i suoi ricordi più belli legati alla Sicilia?
«Proprio così, mia mamma era di Grammichele e qualche anno fa ne ho ricevuto la cittadinanza onoraria. Ricordo le vacanze estive che vi trascorsi da bambino e l’inebriante profumo di gelsomini. Ovunque mi trovi, i gelsomini mi riportano alla gioia di quei tempi. Come indimenticabili restano le bellissime escursioni sull’Etna con mio padre, che fu un grande vulcanologo. Ho girato il mondo apprezzando e accogliendo culture e tradizioni diverse, in questo credo di essere profondamente siciliano. Ho un desiderio: tornare presto in Sicilia per fare surf sullo Stretto di Messina».

 

 

Alessandra Tripoli, la passione per il ballo, tra sacrifici e successi internazionali

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Luca Urso

Bellissima, bravissima e passionale. L’abbiamo vista esibirsi nella pista di “Ballando con le stelle”, insegnando i passi di ballo ai vip e trasformandoli in veri talenti e ballerini con performance mozzafiato. Alessandra Tripoli, nata a Misilmeri in provincia di Palermo, campionessa internazionale ci racconta i suoi esordi, i suoi successi e i suoi desideri. «Sono una donna determinata, ho sempre creduto che la perseveranza e il duro lavoro alla fine ripaghino. Nella mia vita ho preso decisioni sempre di cuore più che di testa, ecco perché a 23 anni ho lasciato l’Università per dedicarmi solo al ballo. La mia vita è sempre stata una sfida contro me stessa, per provare che potevo farcela senza l’aiuto di nessuno».

Questa sua determinazione l’ha messa in pratica sin da subito, proprio quando è nata la passione per il ballo. «Mia madre non ricorda un momento della mia vita dove non mi vedeva ballare, mi racconta che ballavo davanti alla tv, durante qualsiasi colonna sonora, pubblicità e musica che passava in tv o in radio. Stanca di vedermi copiare tutti i balletti a “Non è la Rai” di Ambra Angiolini, mia madre a sei anni mi portò a scuola di ballo, l’anno dopo continuai con la danza latino americana e dopo 26 anni sono ancora qui».

Inseguire un sogno comporta sacrifici e solo chi è determinato riesce a realizzarli. «Intraprendere la strada del ballo ad alti livelli, non avendo una grandissima possibilità economica, significa fare dei sacrifici che la mia famiglia ha condiviso con me per tanti anni, fino a quando non ho saputo camminare con le mie gambe. Ricordo le dormite in macchina perché non potevamo permetterci la stanza in hotel, gli allenamenti infiniti, studiare negli intervalli e di notte, dovevamo risparmiare per pagarci le lezioni. Quando fai uno sport a livello agonistico, ti privi anche dell’adolescenza. Non posso dire di avere avuto un’adolescenza convenzionale ma bella, non rimpiango nulla perché ho bei ricordi di quei sacrifici sempre accompagnati da vittorie e quando c’erano le sconfitte arrivavano gli insegnamenti. Il successo che mi è rimasto più nel cuore è stato quello di “UK Championship”, una gara con più di 300 coppie provenienti da tutto il mondo, in cui ho ballato con una contusione all’alluce vincendo questa competizione e poi “Blackpoll Dance Festival”, nella categoria “Professional Rising Stars Latin”. Due vittorie volute e sacrificate, sono arrivate con più maturità». Nel 2018 ha vinto anche “Ballando con le stelle” in coppia con Cesare Bocci, in un’edizione memorabile. «Vincere Ballando con le stelle con il mio migliore amico è stata la cosa più bella che mi sia mai successa in quel programma. Cesare Bocci mi faceva sentire protetta, c’era empatia, tanto che si è creato un bellissimo rapporto, rimasto ancora oggi, così come con gli altri partner di ballo (Enzo Miccio, Salvo Sottile, Simone Montedoro). In quell’edizione la gente ci ha amato tanto ed è un ricordo meraviglioso che porterò con me per tutta la vita».

Da anni Alessandra Tripoli insieme al marito Luca Urso vive a Hong Kong, dove insegnano ballo ai tanti studenti. «Nel 2012 la proprietaria di uno studio di ballo ci ha proposto di lavorare lì, all’inizio abbiamo rifiutato perché era dall’altra parte del mondo, ma dopo un mese ci siamo trasferiti. Quella decisione ci ha cambiato la vita perché a Hong Kong non solo c’è l’opportunità di lavorare tanto, ma è una meta fissa per gli insegnanti di tutto il mondo, quindi li avevamo a un passo da casa. È stata una decisione sofferta, un’altra cultura che abbiamo abbracciato volentieri e oggi è una seconda casa. A Hong Kong non c’è mai stato un vero lockdown, il governo ha consigliato agli abitanti di rimanere in casa, indossare la mascherina, non prendere i mezzi pubblici, uscire solo per andare a lavorare. Hanno saputo gestire bene il virus, adesso la situazione si sta normalizzando e speriamo che presto si apra senza limiti. Trascorrere la quarantena con la persona che si ama, è la cosa più bella che possa esserci: abbiamo ballato nel nostro salotto, da brava siciliana ho cucinato, abbiamo visto film e letto libri. Speriamo che la normalità torni il più presto possibile anche per l’Italia». Ma se il lavoro è dall’altra parte del mondo il cuore e gli affetti sono sempre in Sicilia, e non poter tornare a causa del Coronavirus è ancora più pesante. «Per noi che siamo legati alle tradizioni, e che rivediamo le nostre famiglie in estate e a Natale, il pensiero di non riuscire a tornare quest’anno in Sicilia mi fa stare male. Significherebbe avere dei problemi con i voli e con tutto ciò che ne consegue. Pensare che quest’anno non sentirò il profumo del mio mare, dei nostri piatti, che non rivedrò la mia famiglia è dura, perché il cuore è sempre in Sicilia. La Sicilia manca tanto, così come mancano gli affetti, ma cosa non si fa per realizzare i propri sogni? Se si vogliono raggiungere si fanno questi sacrifici e stare lontani da casa è il prezzo da pagare per noi». Di recente l’abbiamo vista nel famoso programma di Jennifer Lopez, cui partecipano i più bravi ballerini del mondo. «A “World of Dance” entrano i ballerini più bravi al mondo di tutti gli stili e farne parte è un privilegio e ti infonde tanta autostima. Vedere di persona Jennifer Lopez, Derek Hough e NE-YO è stato un tuffo nel passato e sentirsi dire certe parole ci ha riempito il cuore».

Prima di ritornare ai suoi impegni ci svela che nei suoi progetti futuri c’ è ancora “Ballando con le stelle”. «Se non dovesse andare in porto questa edizione spero di far parte del cast l’anno prossimo. Adoro il mio lavoro, fino a quando le mie gambe me lo permetteranno farò la ballerina e la coreografa. Un altro sogno nel cassetto è diventare mamma, dopo una vita insieme, sarebbe il completamento del nostro amore, e poi insegnargli a ballare e condividere con lui questa nostra passione». Senza mai arrendersi Alessandra Tripoli ha fatto della determinazione le basi del suo successo coltivando la passione per il ballo.

Lello Analfino, la bandiera della Sicilia

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Alessandro Castagna

Lui riesce a coinvolgere il pubblico come pochi sanno fare. Lello Analfino, frontman della storica band dei Tinturia, è un vero animale da palcoscenico. La passione per la musica nasce «Da quando ero nel grembo di mia madre, sono sempre stato innamorato della musica. Costrinsi i miei genitori a comprare degli strumenti musicali ma non studiai mai musica, anche se poi è diventata il mio lavoro».
Non tutti sanno però che Lello Analfino è anche un architetto. «Sono architetto per necessità, per spostarmi mi serviva la macchina ed io ero uno studente fuori corso, un giorno mio padre mi disse: “Se ti laurei te la regalo”. Allora mi sbrigai a laurearmi». E ci rivela che se non avesse intrapreso il mondo della musica gli «sarebbe piaciuto lavorare la terra, coltivare qualcosa, produrre uva o forse vini». L’incontro con i Tinturia diventa un legame indissolubile, un mix di energia e sonorità che da sempre li contraddistingue. «I Tinturia nascono circa vent’anni fa dall’unione di quattro ragazzi di Raffadali e uno di Agrigento. Abbiamo cominciato con alcune cover, ascoltarono delle canzoni che io avevo scritto e decidemmo di lavorarci insieme. La cosa bella dei Tinturia è che è un gruppo trasversale».
L’estro di Lello Analfino, autore dei testi e delle musiche, diventa l’immagine dei Tinturia, creando un genere musicale davvero originale, che lui stesso chiama “sbrong”, una fusion dal pop al rock, dal folk allo ska, dal reggae al funk e al rap, connotato sempre dalla sua radice siciliana. È diventato la bandiera della Sicilia con le sue canzoni di successo, a volte leggere, oppure irriverenti o poetiche, persino romantiche: “Coccio d’amuri”, “Donna riccia”, “Jovanotto”, “Occhi a pampina”, solo per citarne alcune. «La Sicilia per me è un onore, un privilegio talvolta anche un onere perché spesso mi capita di dover rappresentare una terra, un’intera società che non merita le cose che possiede. Mi duole il cuore vedere i rifiuti abbandonati nelle campagne, chiunque sia stato non merita di vivere la terra che vive. La Sicilia per me è una cosa meravigliosa, una bella donna che ti fa innamorare, ti mastica, ti assapora, e invece di ingoiarti ti sputa e tu rimani sempre come qualcosa di espulso. Mi riferisco ai tanti ragazzi che vanno via dalla Sicilia, questi sono gli espulsi, quelli masticati e sputati da questa terra, e questo mi addolora».
Dal suo esordio ad oggi tante le canzoni scritte e gli album pubblicati, tra cui anche uno live, la collaborazione col duo palermitano Ficarra e Picone, componendo la colonna sonora del film “Nati stanchi”, ha scritto il brano “Cocciu d’amuri” per il film “Andiamo a quel paese” interpretando l’attore che canta la serenata e partecipa alla composizione delle musiche per il film “Fuori dal coro” del regista Sergio Misuraca, ne “L’Ora legale” collabora con Ficarra e Picone dirige la produzione del brano di Arisa “Democrazia” e collabora con altri artisti.
Da poco è uscito il singolo “Rosanero Amore Vero”, il nuovo inno del Palermo. «L’ho scritto insieme a Salvo Ficarra ed Ettore Zanca. Anche se sono cittadino del mondo, vivo da oltre 20 anni a Palermo, quindi sono palermitano di adozione. Sono stato abbonato al Palermo calcio ed è una squadra che adoro. Anche se ho la mia squadra del cuore preferita ovviamente quando le siciliane giocano con squadre di fuori tifo per tutte loro». Poco prima di congedarsi Lello Analfino ci confida che presto ascolteremo il nuovo album dal loro sound inconfondibile. «Entreremo presto in studio, il nuovo disco è già pre-prodotto, spero che entro la fine dell’anno uscirà il singolo, e c’è l’ipotesi di far uscire il disco stampato solo in vinile nel 2020. Ci saranno delle collaborazioni importanti, il disco assumerà un aspetto più moderno, mi innamoro sempre più dell’elettronica ma non tralasciando mai l’acustica e i suoni importanti dei Tinturia, perchè è una band live, quando saliamo sul palco nun ci nnè pi nuddu».

 

Un calendario di speranza per dodici piccoli guerrieri!

A cura di Samuel Tasca       Foto di Gianluca Saragò

Il Natale, si sa, è il momento dei regali, delle luci e delle feste, ma in realtà dovrebbe innanzitutto voler dire accoglienza e speranza, anche verso chi il Natale è costretto a passarlo in ospedale.
Insieme con Anna Milici, presidente dell’Associazione, vogliamo parlarvi di LinfoAmici Onlus e della loro missione per supportare e sostenere pazienti e famiglie dei reparti di oncoematologia.
«Nata circa sette anni fa da un gruppo dove si condivideva l’esperienza terapeutica prevista per il linfoma di Hodgkin, nacque l’idea di voler far qualcosa per chi stava ancora lottando. L’idea di base è che chi è guarito aiuta chi sta ancora lottando». Così, Anna ci descrive la sua realtà, presente con circa settanta volontari all’interno degli ospedali.
«“Abbracci in corsia” è l’attività da noi svolta nei reparti pediatrici di oncoematologia: i volontari entrano in compagnia della nostra mascotte, un marshmallow gigante, un supereroe degli abbracci. Si tratta di un’attività ludica per far divertire i bambini regalando minuti di spensieratezza anche ai genitori, perché anche permettere a un genitore, che è stato chiuso in una stanza con suo figlio per giorni, di potersi allontanare per prendere un caffè, fa già tanto».
Ma cosa ci fanno, quindi, Paolo Bonolis, Enrico Brignano e altri volti noti, vestiti da eroi del Far West? Si tratta di un’idea originale per poter sovvenzionare le attività dell’associazione: un calendario creato con gli scatti del fotografo Gianluca Saragò, che firma il calendario per il secondo anno consecutivo, coinvolgendo dodici bambini accompagnati da altrettante celebrities. «Volevamo lanciare un messaggio perché quando entriamo in corsia e gli altri sanno che hai fatto anche tu quello stesso percorso il messaggio che arriva è un messaggio di speranza – ci racconta Anna -. Nel calendario sono presenti dodici bambini che, prima di essere stati bambini sorridenti, sono stati, però, bambini guerrieri, senza capelli, che sono stati arrabbiati e che adesso sono fuori e stanno bene».
Il set scelto per questi piccoli guerrieri è il parco di Cinecittà World con il suo quartiere tematico dedicato ai western. Paolo Bonolis, Laura Torrisi, Raf e Gabriella Labate, Enrico Brignano, Valeria Marini, Walter Nudo, Martin Castrogiovanni, Matt e Bise, Justine Mattera, Matilde Brandi, Samantha De Grenet e Stash, questi i nomi dei personaggi che hanno deciso di posare per il calendario. Sì perché, come ci dice Anna, «in questo percorso s’incontrano tante persone che ti abbracciano, che sposano la causa e ci aiutano a portarla avanti», così come tutti i soggetti coinvolti in questo progetto che hanno lavorato a titolo completamente gratuito.
Per cui, se ancora non avete deciso cosa regalare a Natale, noi di Bianca Magazine vogliamo proporvi questo regalo originale, un dono che offre speranza a chi lo riceve e a chi è ancora in ospedale.

Tutte le info su www.linfoamici.it

 

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