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Articolo di Titti Metrico Foto di Studio C.D.A. Nardo

Aurora Lucia Sara: tre nomi che evocano la luce che traspare dall’animo di Lucia Sardo; un nome, un destino. Una donna forte, equilibrata, forse perché, come dice lei, è cresciuta con un nonno dell’800 che amava raccontarle storie autentiche e le ha assorbite come una spugna, portandosi dentro questo patrimonio di umanità.

Attrice a tutto tondo, per lei il teatro è come il cibo. L’ho conosciuta durante il suo spettacolo-racconto tratto dal film “I cento passi”, una storia drammatica che ricorda la figura di Felicia Impastato, madre di “Peppino”, una madre coraggio che ha lottato per la giustizia, contro la mafia, senza sottomettersi al dolore. Quando la definisco attrice antimafia, Lucia si schermisce, parla di amore, perché i giovani di oggi hanno bisogno di parlare di amore e di relazioni. La cosa che mi appassiona di più, mi dice, è la ricerca interiore, il viaggio più bello che si possa fare.

La sua vocazione è sensibilizzare le nuove generazioni attraverso uno spettacolo teatrale. Cos’è la mafia per Lucia?
«Abbiamo dato questo nome a una forma di cultura che è degenerata, la mafia sta alla Sicilia come il nazismo sta alla Germania. L’intenzione iniziale è buona; ad esempio se cerchiamo di aiutare un amico o vogliamo garantire per lui, diciamo: “guarda questo è amico mio, io te l’affido”, nella degenerazione diventa: “chistu è amicu miu, e tu te l’ha pigghiari” aggiungendo arroganza, presunzione e minaccia, perché la mafia è il piombo nero, dove non c’è speranza non c’è possibilità e felicità. Io non faccio un lavoro anti-mafia, faccio un lavoro anti-infelicità, perché la mafia è uno degli aspetti dell’infelicità, scegliere l’inferno invece del paradiso. La scelta è solo nostra, quando parlo con gli studenti, dico che la mafia è anche nei piccoli gesti, nell’arroganza».

Il “Teatro di Ventura” ha influito nel fare scelte coraggiose, che vanno fuori dagli schemi?
«Ho iniziato facendo teatro di ricerca interiore, estetica, spirituale. Una volta scoperta quella dimensione non puoi più tornare indietro ma faccio anche cose leggere, ad esempio un programma su Alice TV, dove io cucino, con il quale siamo stati premiati a Montecitorio».

Lei si definisce siciliana doc, ha mai pensato di lasciare quest’Isola?
«Si sono una siciliana, la Sicilia c’è l’ho nel sangue e la porto ovunque. Oggi preferisco essere definita una cittadina del mondo. Non potrei mai dire che un posto in particolare mi appartiene, mi appartengono tutti».
Cos’è la sicilianità?
«È la cultura siciliana, i colori, gli odori, i sapori siciliani. Scopri la sicilianità quando vai via dalla tua terra. Per me era normale che il mare profumasse, ma quando mi trovai in un mare diverso non sentii quel profumo. Il luogo dove siamo nati, la sua tradizione è la nostra linfa. Il grande psicologo Bert Hellingher dice: “senza radici non si vola”, possiamo volare solo se conosciamo bene le nostre radici».

Se dico Picciridda, cosa prova?
«Una gran gioia! Nel film la nostra bimba subisce una grande violenza, tutte le donne la subiscono in un modo o nell’altro. Questa picciridda c’è l’abbiamo tutte quante nel cuore, leggendo il libro di Catena Fiorello me ne sono subito innamorata. Il film è stato girato sull’Isola di Favignana e con tutta la troupe si è creata un’atmosfera magica, raccontare questa storia è diventata la nostra missione, abbiamo sentito l’esigenza di sostenere questa picciridda e questa nonna (il personaggio che io interpreto) che è stata a sua volta una picciridda. Una storia struggente con un lieto fine».

Progetti per il futuro?
«Uno è il lavoro bellissimo di Guillelm Clua, che si chiama la “Rondine”, ispirato alla strage di Orlando, dove quarantanove omosessuali furono uccisi, io interpreto una madre che ha perso suo figlio.
L’altro è “La nave delle spose”, la nave che negli anni ’60 portava le spose per procura. Il racconto di queste ragazze strappate dalle loro case, dai loro affetti, che si ritrovavano in viaggio per l’America o l’Australia per sposare uno sconosciuto, che spesso non corrispondeva neanche all’uomo nella foto».

Articolo di Omar Gelsomino Foto di Tony Zecchinelli

É una bellezza mediterranea dal sorriso coinvolgente. Catanese di nascita ma romana d’adozione Ornella Giusto, attrice e poeta, dopo aver frequentato il Conservatorio Teatrale Cinematografico ha proseguito gli studi teatrali per la sua formazione artistica con importanti attori e registi, italiani e stranieri. Il suo debutto arriva con un cameo nel film Malena di Tornatore, poi con Virzì, Greco, Tambasco, Gibson e Porporati sino alle serie tv di grande successo, come “L’attentatuni”, “Soldati di pace”, “La Squadra VIII”, “Distretto di Polizia 8”, “Ris 6” e “Il Commissario Montalbano 10 e 11”. Altrettanto importanti i ruoli interpretati in teatro. Ornella Giusto si descrive «come una persona umile, caparbia e ambiziosa, con una grande forza interiore. Amo il mio lavoro e lo faccio con grande amore e dedizione. Mi dicono che ho una forte empatia, mi metto nei panni degli altri perché riesco a lavorare su me stessa ed entro facilmente nell’animo delle persone perché penso che gli altri siano il tuo specchio che ti aiutano a crescere, a maturare». Ben presto si accorse che la recitazione sarebbe stata la sua passione «Dai tempi dell’Accademia ho capito che questa sarebbe stata la mia professione, per cui ho studiato molto, mi sono tenuta sempre informata, ho seguito dei seminari, convinta che dovessi imparare il più possibile e che il percorso sarebbe stato difficile. Lo capii ancora di più, nel 2009, quando decisi di autoprodurmi con tutte le difficoltà  del mondo, lì ho scoperto le mie potenzialità, la rabbia e la mia testardaggine mi hanno dato la forza di tirar fuori il meglio di me, di essere imprenditrice di me stessa». L’abbiamo vista interpretare al meglio diversi ruoli al cinema e in televisione ma lei ribadisce «Mi sento a mio agio sia al cinema, che in teatro che in tv. Per un attore il teatro è una grande palestra, il teatro ti forma, ti dà emozioni forti. Mi piace tutto ciò che mi porta a lavorare su me stessa e soprattutto ad emozionare le persone. Mi lego sempre ai personaggi che interpreto, l’importante è fare arrivare tutto di un personaggio, ogni personaggio l’ho sempre vissuto con grande amore». Un’artista a tutto tondo, anche poeta, tanto che alcuni anni fa ha pubblicato una raccolta di versi, “Il rumore dell’anima”, interpretata poi a teatro. «È dedicato ai miei silenzi. La passione per la poesia nasce in un momento particolare della mia vita, quando ero più ragazzina, i miei genitori si erano separati, vivevo i primi amori e le prime emozioni. Non ho mai avuto paura di esternare i miei sentimenti, di ciò che vivo dentro di me perché ho bisogno di sentirmi continuamente viva, ho bisogno sempre di nuovi stimoli. Sono una persona molto empatica, ho bisogno di queste cose perché mi nutro di tutto questo. Vitamine per l’anima e per lo spirito. Pubblicai questo libro perché avevo voglia di far conoscere, sia nel mio ambiente che fra gli amici, realmente chi fossi». Più volte in teatro ha portato in scena spettacoli dedicati a Verga e Bellini riscuotendo grande successo. «Sono legata a loro perchè oltre ad essere catanesi sono due passionali, sono rimasta molto affascinata dalle loro lettere, documenti attraverso cui puoi conoscere meglio un artista, da lì ho fatto delle ricerche per arrivare ad un lavoro che non era stato fatto prima, parlare di loro non solo come artisti ma come uomini». Dal lunedì al venerdì pomeriggio è possibile vederla nel cast della nuova serie de “Il Paradiso delle Signore Daily” su Rai 1. «Sono felice di respirare di nuovo l’aria del set dove interpreto il ruolo di Rosalia Caffarelli, la migliore amica di Agnese Amato (interpretata da Antonella Attili), mamma di Antonio, Salvatore e Tina. Un ruolo che mi sta dando la possibilità di esprimermi al meglio, cercando di dare sempre più anima al personaggio che sto interpretando». Non resta che augurare alla bella Ornella Giusto un futuro colmo di ulteriori successi. 

 

Articolo di Titti Metrico   Foto di Luca Brunetti

D’un ventri di ‘na Fimmina nascii; Fimmina puru iu, e mi nni vantu. Fimmina, comu la Madonna. Fimmina comu la terra; e Fimmina vulissi rinasciri ancora simmai mi fossi concessu di scegliri ppi la secunna vota. A tia masculu ca ti fai chiamari omu, na sula preghiera: prima ca’ pigghi un cuteddru, o mi tiri un cazzottu, ricordati ca puru tu fusti crisciutu pi novi misi intra a sto corpu. E si ammazzi a mia, e comu si tradisci lu to’ stissu sangu…

A distanza di undici anni, con questi versi contro la violenza sulle Donne, la scrittrice siciliana, Catena Fiorello, ha deciso di riscrivere e ripubblicare il suo romanzo “Picciridda”.

Chi è Catena Fiorello?

«Una ragazza curiosa a 360 gradi. Una donna con la curiosità di una ragazzina. Ecco perché, pur essendo nata nel ’66, quando mi chiamano signora mi giro e penso “Boh, forse stanno circannu quaccunu?”. Insomma, la ragazza che è in me prevale ancora sulla donna. Mia nipote Nicoletta, figlia di mia sorella Anna, mi ha chiamato “la ragazza con la valigia”, una definizione che mi calza a pennello anche se io preferisco chiamarmi una cunta storie».

Come nascono i tuoi romanzi e quanto c’è di autobiografico?

«Non capisco, anzi per me resta un mistero, lo scrittore che afferma di riuscire ad estraniarsi dal libro che scrive. Il narratore in cui mi identifico è quello che, anche quando non scrive in maniera autobiografica, imperla comunque il racconto di piccole gocce di sè. A parte “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, edito da Rizzoli, che racconta la storia della mia famiglia, anche se con un diverso cognome, che è l’unico romanzo autobiografico, io racconto storie di persone, di fatti, di famiglie e di vite totalmente inventate e tuttavia piccole gocce, tracce di me inevitabilmente cospargono il racconto».

Sei una scrittrice a tempo pieno? A cosa stai lavorando?

«Sono una scrittrice a tempo pieno. Ho fatto anche l’esperienza di sceneggiatrice per il film tratto dal mio romanzo “Picciridda” che si sta girando in questi giorni sull’Isola di Favignana ma il mio lavoro è fare la scrittrice a tempo pieno. A proposito ho appena finito di correggere il mio nuovo romanzo che sarà nelle librerie dal 13 febbraio, il titolo ancora non lo svelo. Quando non scrivo vado in giro per presentare i miei libri, in questo momento sto facendo un tour promozionale per “Picciridda”, è la storia di Lucia, figlia di emigrati, che vive con la nonna, burbera e austera in una Sicilia dei primi anni Sessanta, e, come tutti i bambini che non hanno fortuna, anche lei è figlia della gallina nera.

Quando i suoi genitori sono emigrati in Germania in cerca di fortuna hanno portato con sé solo il più piccolo dei due figli, affidando “la grande”, pur sempre picciridda, alla nonna paterna, ma Lucia, indimenticabile protagonista di questo romanzo, non accetta la condizione di una vita fatta di sacrifici e rinunce. Col passare dei mesi però l’esistenza della piccola protagonista si popola di persone e di affetti: le zitelle Emilia e Nora, l’amica del cuore Rita, la Massara Donna Peppina… Ci sono anche gli uomini, misteriosi e taciturni, un mondo da cui stare alla larga (come dice sempre la nonna) o tutto da scoprire (come sente Lucia). E proprio uno di quegli uomini nasconde un terribile segreto a cui la picciridda si avvicina sempre più, ignara di ciò a cui va incontro… ».

Cos’è per te una donna?

«Per rispondere a questa domanda dovrei forse scrivere un’altro libro! Cos’è per me una donna? Una fimmina? Veramente non riesco a rispondere a questa domanda perché è talmente complessa, è talmente importante che dovrei scriverci sopra un romanzo e, anche in questo caso, forse non riuscirei comunque a dare una risposta completa».

Maria Grazia Cucinotta

 Maria Grazia Cucinotta

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Gaetano Cucinotta e Roberto Rocchi

Attrice, regista e produttrice cinematografica. Ha iniziato come modella, poi ha lavorato a fianco di Renzo Arbore in “Indietro tutta” ma il film che l’ha consacrata al successo internazionale è stato “Il postino” di Massimo Troisi. Da allora per Maria Grazia Cucinotta il successo è stato inarrestabile.
«Per me ogni giorno è una nuova sfida, non mi sono mai fermata per dire sono arrivata, ogni giorno c’è un’opportunità da prendere al volo, per mettersi alla prova». Proprio il film con Massimo Troisi e Philippe Noiret l’ha fatta conoscere al grande pubblico. «Il postino rappresenta quella che sono oggi, se non avessi fatto quel film, forse non ce l’avrei mai fatta o avrei fatto qualcosa di completamente diverso. Mi ha dato una popolarità che dura da ventiquattro anni e mi ritengo fortunata. Quel film, a livello culturale e cinematografico, ha portato l’Italia in giro per il mondo». Anche per lei all’inizio non è stato facile ma la sua caparbietà l’ha portata a diventare famosa. «Volevo farcela come Maria Grazia non come attrice, era una sfida con me stessa. Se pensi di farcela solo come attrice pensi solo all’apparenza, la sfida diventa anche più concreta perché è un qualcosa che devi costruire, apparire è la cosa più facile del mondo mentre il pubblico ha bisogno di qualcosa di più concreto». Dopo un periodo lavorativo negli States è tornata in Italia: «Quando ero incinta, ho abbandonato Hollywood perché volevo che mia figlia crescesse in Italia, circondata dall’arte, dalla bellezza e dalle eccellenze. Purtroppo l’Italia non è brava a comunicare tutto questo, solo andando fuori ti rendi conto della grande fortuna che abbiamo soltanto a nascere e crescere in un paese come il nostro». In tutti questi anni l’abbiamo vista in diversi ruoli sempre apprezzati dal pubblico. «(Ride, nda) mi piace scegliere, mi piace assecondare le opportunità che mi si offrono, mi piace riuscire nelle mie piccole sfide, costruire qualcosa anche per il futuro dei ragazzi. Insieme alla mia amica Paola Boschi, regista e sceneggiatrice, stiamo lavorando a una serie che si chiama Teen, nata da un’idea di mia figlia e di un gruppo di suoi amici: sarà una serie tutta italiana dedicata ai giovani, dopo aver fatto più di 5000 provini in tutta Italia, stiamo scegliendo i protagonisti di talento, e tratterà argomenti, nei quali i nostri ragazzi potranno identificarsi». Maria Grazia Cucinotta è stata la prima a esplorare il mercato cinematografico cinese, una pioniera. «Ciò che mi piace di un paese estero è quello di assorbire tutto quello che c’è. Quando arrivai dodici anni fa, non si parlava ancora di Cina, addirittura mi dissuasero, io invece avevo già scoperto un paese meraviglioso, che si stava evolvendo. Mi sono ritrovata in un vortice di crescita ed è meraviglioso vivere in un paese in cui si lavora 24 ore su 24, non ci si ferma mai e tutti lavorano per raggiungere un obiettivo e vedere realizzate le cose che sogni». In realtà, come ci confida, Maria Grazia Cucinotta pensava a tutt’altro che il cinema. «Sognavo di fare la psicologa, perché la mente umana è il più grande mistero in assoluto, siamo dotati di un qualcosa che sfruttiamo solo in minima parte. Descriverei il cervello come un universo infinito di cui conosciamo solo una piccola parte, ma l’universo fa girare il mondo e cosi è il nostro cervello, se lo sai usare impari a conoscere gli altri e ti da una grande forza». Nonostante da anni viva a Roma e per lavoro si sposti in tutto il mondo, Maria Grazia Cucinotta è legata alle sue radici e alla sua terra. «Aver vissuto in tante terre diverse mi ha migliorata perché sono cresciuta culturalmente, ma resto sempre siciliana. Sono una siciliana nel mondo! Viviamo in una terra meravigliosa, unica al mondo, piena di bellezze infinite. Ogni volta che salgo in aereo, mi metto sempre dal lato finestrino e quando vedo la Sicilia andare via ci lascio proprio il cuore». Ha da poco festeggiato il suo cinquantesimo compleanno ma incarna sempre la tipica bellezza mediterranea. «Per me la bellezza è carisma, quando parlo di bellezza non intendo quella fisica, quando è innata fai poca fatica. Il carisma è qualcos’altro e ti resta per sempre. La bellezza non deve mai diventare un’ossessione, deve crescere e invecchiare con te, la devi accettare. La bellezza deve evolversi, non puoi fermarla, altrimenti diventi finta. Le donne mediterranee restano il sogno di tutti nel mondo. Quando si parla di donne mediterranee, non si parla solo di bellezza, ma di donne che sono mamme, mogli, di quelle che sono brave donne di casa e poi quando escono sono delle dive». Di recente l’abbiamo vista anche nel docufilm di Francesco Lama, “I Siciliani”, con un cast tutto siciliano, presentato a New York. «Ho partecipato perché da siciliana mi piaceva l’idea di far parlare della Sicilia, rappresenta proprio i siciliani, una Sicilia sognatrice ma allo stesso tempo problematica. È un documentario che mi ha riportata a New York ed è successo il miracolo che sempre accade quando c’è un film che parla di Sicilia e di Italia: più di duecento persone sono rimaste fuori, allora comprendi la potenza che ha la Sicilia e l’Italia e che purtroppo noi sottovalutiamo. Insisto nel dire che dobbiamo portare i nostri film fuori, perché gli italiani sono ovunque e l’Italia rappresenta un’eccellenza». La scorsa estate, per il sesto anno consecutivo, è stata la madrina del Mare Festival Salina che per lei rappresenta «il festival del cuore. Da anni osservo come all’inizio quando tutti arrivano, sono un po’ scettici poi non vogliono più andare via, ritornano per le nuove edizioni, da Ezio Greggio a Edoardo Leo, tutti si sono lasciati conquistare dalla bellezza di Salina e da un festival un po’ anomalo, dove si parla di cinema, i siciliani hanno l’opportunità di incontrare grandi registi e attori e far scoprire la Sicilia a chi non l’ha mai vista». Oltre a lavorare alla serie Teen la vedremo presto impegnata come attrice in “Tutto liscio”, un film dedicato all’Emilia Romagna e alle sue tradizioni popolari e in altri film ma prima di congedarsi ci rivela che sogna «di continuare a lavorare e riuscire nelle mie piccole sfide e vedere questo paese rinascere come merita».

 

santi visalli

 santi visalli

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Newell Clark e Santi Visalli

É arrivato negli States inseguendo il sogno americano. La Sicilia, per tanti motivi, gli stava stretta e così Santi Visalli armandosi di tenacia e voglia di fare ha raccontato al mondo intero, attraverso i suoi scatti, l’America sino ai giorni nostri. «Quando son cresciuto io, Messina era considerata una delle più belle città della Sicilia. La chiamavano la Regina dello Stretto. Noi eravamo poveri, mio padre era barbiere, però eravamo felici. La parentela era molto numerosa e durante le feste era un’enorme gioia. Dopo la guerra ho preso il diploma di Ragioneria all’Istituto Tecnico Iaci di Messina, e per molti anni ho invano cercato lavoro. Mentre il nord si sviluppava noi al Sud ancora morivamo di fame. Ecco il motivo per il quale, con due altri amici decidemmo di fare un raid di 150 mila chilometri in giro per il mondo. Durante questo giro incominciai ad imparare qualche primo elemento fotografico. Dopo tre anni di avventure e disavventure arrivammo a New York». Santi Visalli, mantenendo le sue radici siciliane, ha ancora vivo il ricordo della sua avventura e gli inizi non facili a New York. «Qui per necessità raffinai le mie capacità di fotografo. Non parlavo inglese e mi esprimevo con le mie immagini. La fotografia è un grande mezzo di comunicazione». Lui che aveva visto al cinema i divi di Hollywood, con uno stile tutto suo, a tratti personale e artistico, ha fotografato star, presidenti e paesaggi urbani raccontando la nazione più ricca del mondo e i suoi personaggi. «Io sono un fotogiornalista, quindi mi sento un testimone. Dall’inizio ho sempre tenuto in mente di impressionare le mie pellicole per i posteri. Sono un testimone oculare del mio periodo storico, sessant’anni di fotogiornalismo». Le prime pagine dei più famosi giornali internazionali, dal New York Times a Life, da Newsweek a Time, da Forbes all’Europeo, hanno pubblicato le sue foto, sono state esposte nei più prestigiosi musei e ha pubblicato oltre 14 libri. «Sì, sono arrivato ai vertici della mia professione. Se esiste un vertice» ma la vera svolta professionale arrivò nel 1966 quando riuscì ad immortalare «la festa di Truman Capote ed il matrimonio a Tel Aviv dei figli di Moshe Dayan». Come tutte le persone dotate di talento e capacità all’estero gli è stato tributato il successo che merita, meno nel suo Paese, anche se recentemente qualcosa, per fortuna, è cambiata «mi pesa moltissimo. Ci penso ogni giorno. Nemo Profeta in Patria» dichiara Santi Visalli con un po’ di rammarico e da persona umile spiega che ciò che lo inorgoglisce di più è «quando qualcuno mi ferma per congratularsi con me per quella particolare fotografia». Occorrono tre elementi fondamentali per avere una foto ottimale che rimanga un punto fermo nella storia, «la rendono eterna la luce, la composizione ed il messaggio. Come diceva Henri Cartier Bresson bisogna catturare “the decisive moment”, il momento decisivo. Per la luce mi sono ispirato ai nostri quadri rinascimentali. Per la composizione agli impressionisti francesi e per il messaggio alla mia esperienza. I miei idoli sono, come ha visto, Tony Vaccaro e Lewis Wickes Hine». Tra i tanti personaggi ritratti quello che l’ha più colpito è stato «Federico Fellini, con il quale ho lavorato» ed altri ancora sono quelli con cui «qualche volta più che amicizia, è nata la stima, il rispetto professionale». Mentre oggi si tende a pubblicare tutto sui social Visalli è di parere diverso «odio i social, però la digitalizzazione pur essendo povera di qualità ed aver sputtanato la professione, è di enorme importanza per la rapida comunicazione. L’analogico. La grana nella pellicola è insostituibile». In tanti anni di carriera, che gli sono valsi numerosi premi e riconoscimenti, tra cui quello di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ha messo su un grandissimo archivio con oltre centomila fotografie, custodite in una fondazione «Il patrimonio è stato collocato due anni fa. Volevo darlo alla mia Messina, ma mi hanno riso in faccia». I suoi scatti, quasi poetici, ripercorrono un vero e proprio viaggio nel tempo, eventi storici, personaggi famosi e icone del nostro tempo, grazie alla sua grande capacità di catturare quella luce che li rendono eterni perché diventi il tempo di tutti, e Santi Visalli mi anticipa che sta lavorando a nuovi progetti, di cui per ora vuol mantenere il più stretto riserbo.

 

Articolo di Angelo Barone,  Foto di Giuseppe Leone e Costantino Ruspol

É un’emozione incontrare Giuseppe Leone, parlare con lui, visitare il suo studio fotografico e la sua galleria. Frugare nei suoi archivi fotografici è come vivere la Sicilia tutta, tramite i suoi scatti fotografici fatti in sessantacinque anni di attività. Come scrive Silvano Nigro: “Leone è un narratore della Sicilia, dei suoi monumenti, delle sue feste, dei costumi e della vita tutta per immagini fotografiche. Un narratore che si è accompagnato a Leonardo Sciascia, a Gesualdo Bufalino e a Vincenzo Consolo e ha rivelato alla letteratura, la Sicilia più vera, quella degli uomini come quella della pietra vissuta e del paesaggio”.
Ero venuto per raccontare del Barocco tramite le sue fotografie e in modo naturale si comincia con la letteratura, “Il potere evocativo dell’immagine è grande, solo la poesia ha altrettanto presa” e Leone continua con l’incontro che lo farà vivere in simbiosi con la cultura siciliana «la mia fortuna è stata quella di incontrare Enzo Sellerio, il grande maestro della fotografia in Sicilia, che con la moglie Elvira pubblica il mio primo vero libro ‘La pietra vissuta’ e qui entra in scena Leonardo Sciascia, una stella polare che ha fatto della Sicilia negli anni ’60 e ’70 uno snodo culturale importante». Mentre gli ricordo che Gesualdo Bufalino lo definiva “un ladro di luce, un rapinatore di eventi che fulmina l’attimo da consegnare all’eternità”, un velo di malinconia traspare dal suo viso pensando all’assenza di quei grandi Maestri che hanno riempito la sua vita e che ha raccontato nel suo ultimo libro ‘Storie di un’amicizia’. Arriviamo al Barocco e alla collaborazione con Vincenzo Consolo e nel viso di Leone traspare la serenità e parla con passione «Il Barocchismo è il modo di essere dei siciliani e dopo il terremoto del 1693, nella ricostruzione il Barocco rinasce con nuova linfa e impareggiabile bellezza». Leone fotografa Il Barocco Siciliano e Consolo scrive ‘Anarchia equilibrata’, immagini e parole ci fanno rivivere scenografie ardite e fantastiche utopie che sfidano l’orrore della distruzione nella bellezza della ricostruzione. Quando gli chiedo della sua affermazione «La mia amata terra ha il corpo di una donna» il suo viso s’illumina e mi dice «la donna è simbolo della grande passione che si esprime nella bellezza, il paragone tra natura e donna, desiderio e passione è la metafora del mio libro Isola nuda». Arriviamo al presente con le donne e con la sua prossima esposizione ad Arles, in Francia, dove l’hanno invitato al Festival Europeo della Fotografia di Nudo dall’ 8 maggio al 13 maggio. «Il mio è uno sguardo carezzevole, che ricerca la bellezza femminile nel suo vivere quotidiano nell’incedere travolgente e nel vortice sottile dell’erotismo, ne ho colto la sensuale gestualità, le movenze che sprigionano la delicata passionalità». Oggi un’icona della moda che fa tendenza in tutto il mondo, Dolce & Gabbana, utilizza la fotografia di Giuseppe Leone, con t-shirt e felpe, per trasmettere a livello internazionale la bellezza della Sicilia con i suoi molteplici volti. Silvano Nigro, intellettuale caro a Giuseppe Leone, così lo definisce “Autentica memoria vivente della Sicilia tutta. Sa leggere il paesaggio siciliano perché ne fa intimamente parte”.

a cura di Paperboatsongs,  Foto di Charlie Fazio

Cantautore, autore, compositore, arrangiatore, chitarrista e produttore. L’esperienza poliedrica di un siciliano che è già maestro musicale della nostra terra. Tony Canto è un artista “Moltiplicato”.

Ciao Tony e benvenuto tra le pagine della nostra rubrica che si consolida sempre di più grazie alla partecipazione di artisti veri e importanti come te. Partirei proprio dal tuo ultimo album chiedendoti, forse banalmente, perché il titolo “Moltiplicato”?

«“Moltiplicato” è l’album che avrei voluto fare da sempre ed è soprattutto l’album che vorrei fosse ascoltato dai miei figli quando non ci sarò più, perché è ciò che realmente sono in musica, come espressione, sintesi delle mie esperienze e anche come testi in cui loro sono molto presenti. Con “Moltiplicato” ho fatto dell’anacronismo la mia bandiera, perché lavorando nel campo a 360 gradi, come hai detto tu, ne vedo tante di mode passeggere che sono chimere del momento e non avendo velleità da classifica o da radio ho preferito essere me stesso completamente.

Questo declino del mondo per me è una tabula rasa, è un volano per essere carbonaro e fare lo stesso le cose come le sento. All’estero sta avendo parecchi riscontri ma è prematuro parlarne qui, un po’ per scaramanzia.

Il titolo è dovuto alla track title e vuol rappresentare il fatto che in questo momento della mia vita non mi identifico in nessuno e non ho punti di vista, ripudio le correnti di pensiero ed io stesso sono acqua nel mare, potrei essere uno, nessuno, centomila (l’hanno già detto?). Sono musicista, padre, marito, cuoco, uomo, ma forse sarò un’altra cosa domani e forse sono già stato altro in vite precedenti. L’esistenza è una delle possibilità. Il mio e il nostro destino è comunque straordinario».

 

Cinema e musica, due mondi che sappiamo s’incrociano spesso nel tuo percorso artistico. Avendo collaborato alla creazione e scritto alcune colonne sonore, racconteresti ai nostri lettori come hai vissuto fino ad oggi questo binomio e se questa esperienza ti ha arricchito come artista?

«È importantissimo per un musicista praticare il teatro e il cinema musicalmente. Il linguaggio si arricchisce e si capisce che l’enfasi è alla base della musica. Una singola nota suonata in modi diversi evoca qualcosa, è la magia della musica. Questa cosa mi ha molto cambiato».

 

Come riesci a separarti dai tuoi progetti musicali personali per calarti con lucidità nelle vesti di produttore per altri artisti?

«Questa è la cosa più facile e che mi arricchisce. Quando leggi un libro assorbi l’esperienza della vita di chi lo ha scritto ma non sei lui. Io agisco sulle vite, riesco a immedesimarmi nelle vite degli artisti che produco apportando il mio vissuto ovviamente».

 

Hai qualche anticipazione per il prossimo futuro da rivelarci?

«Sì, alcune. A marzo uscirà “Ci vuole un fisico”, un film commedia prodotto da Rai Cinema di cui ho curato l’intera colonna sonora che già si trova su Apple Music. Per l’interpretazione di un brano del film da me composto ho chiamato “Le Sorelle Marinetti”, un trio molto famoso che sposa i suoni anni ‘40. Poi sto collaborando con almeno cinque artisti per co-scrittura e produzione, un paio sono big ma non posso rivelare nulla. Inoltre, ho delle belle novità, come anticipavo, per l’estero per quanto mi riguarda».

 

La nostra rubrica dedica solitamente l’ultima domanda ai giovani lettori e artisti che vogliono intraprendere una carriera nel mondo della musica. Hai qualche consiglio da dare, vista la tua grande esperienza?

«L’unico consiglio che mi sento di dare è di essere sempre professionali, anche se intorno tutto sembra fatiscente, nel senso di essere preparati sulle cose che si fanno e di essere puntuali che è un segno di grande rispetto per se stessi e gli altri. Suonare allo stesso modo in un pub con tre persone e in un teatro con tremila».

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Alessandro Pensini

Bellissima, solare e dalla risata contagiosa. Parliamo di Roberta Caronia, palermitana, giovane attrice di talento.

Dopo l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” è iniziata la sua esperienza teatrale recitando con i più importanti attori teatrali come Giorgio Albertazzi e Dario Fo, ma non sono mancati importanti successi al cinema e in tv. Tanti in questi anni i riconoscimenti più recenti per questa sua straordinaria bravura: Premio Assostampa Teatro nel 2009 per l’interpretazione di Antigone in “Edipo a Colono” di Daniele Salvo, nel 2011 vince la Menzione speciale al Terre di Siena Film Festival per il film di Samuele Rossi “La Strada Verso Casa” e si è aggiudicata il Premio Virginia Reiter 2017, un riconoscimento alla più apprezzata giovane attrice italiana dell’ultima stagione teatrale. Senza dimenticare il successo della fiction “I fantasmi di Portopalo” con Beppe Fiorello e gli spettacoli teatrali “Il Berretto a sonagli” per la regia di Valter Malosti. Andiamo a scoprire quali sono gli impegni professionali di quest’anno.

 

Chi è Roberta Caronia?

«Sono una donna, un’attrice e una mamma. Tre cose che spesso faticano a stare tutte insieme ma facciamo del nostro meglio… Sono una persona emotiva e questo a volte mi limita ma altre volte mi consente di accedere a degli angoli di interiorità con facilità. Credo che nel mio lavoro sia un dono».

 

Com’è nata la passione per il teatro?

«È nata ai tempi del liceo, a Palermo, nella mia città natale. Andavo spesso al Teatro Biondo, rimasi folgorata e così decisi di iscrivermi al laboratorio di teatro della mia scuola».

Come definiresti il teatro?

«Lo immagino come un campo magnetico, dove scorrono energia e sensibilità, una realtà dove tutto è possibile, dove si possono vedere e “sentire” cose che non esistono ma che sono vere e autentiche allo stesso tempo».

 

Quanto è stata importante la gavetta?

«Fondamentale e dura. Mi ha spinto a “volere fortemente” questa professione. Se avessi dovuto interpretare certi ruoli subito dopo l’Accademia, forse sarei stata un’attrice meno consapevole».

 

Fra teatro e tv cosa preferisci? Perché?

«Non c’è una scelta. Sono due approcci diversi… Due modi diametralmente opposti di dosare le energie. Il teatro è un godimento totale, immediato, un fluire potente e si nutre degli occhi del pubblico, del “qui e ora”. La telecamera mi spinge a cercare una maggiore precisione nel sentimento. Due diverse strade di sperimentazione della credibilità».

 

Qual è il tuo rapporto con Palermo e la Sicilia?

«Non vivo in Sicilia da quando avevo diciotto anni. Eppure è il cordone ombelicale mai reciso. Il liquido amniotico che ti culla. A Palermo poi c’è la mia famiglia, i miei genitori e mia sorella ai quali sono molto legata».

È difficile fare l’attrice?

«Molto difficile. Diventi tu stessa il tuo strumento di lavoro. Il tempio della tua arte sei tu. Ogni vittoria sarà una gratificazione enorme ma ogni “no” che riceverai sarà un rifiuto personalissimo. Devi essere in grado di amare questa fragile unità per fare l’attrice».

 

Cos’è per te la sicilianità?

«Spontaneità, coraggio, energia e intelligenza sottilissima. Così io vedo i miei conterranei».

 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

«A febbraio andrà in onda una nuova serie targata Rai, tutta ambientata in Sicilia: “Il Cacciatore” per la regia di Lodovichi e Marengo. Ripercorre le vicende che seguirono dopo le stragi eccellenti del ‘92. Verrà trasmessa su Raidue. Sarò tra i protagonisti e interpreto un ruolo molto complesso per me: la moglie di Leoluca Bagarella, Vincenzina. È un personaggio dalla biografia enigmatica e da palermitana, l’ho sentito come un compito forte».

 

In questo nuovo anno in cosa sarai impegnata?

«In primis il grande amore: teatro. Da febbraio sarò nuovamente in scena nel monologo “Ifigenia in Cardiff” di Gary Owen, con cui ho vinto il Premio Reiter. È uno spettacolo che segna un piccolo traguardo per me… sola in scena per più di un’ora… e sono felice di poterlo portare finalmente anche a Roma, la città in cui vivo».

 

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Dario Azzaro

Travolgente, affascinante e appassionante. Questa sua passione le permette di passare facilmente dal teatro, al piccolo e al grande schermo. Guia Jelo, all’anagrafe Guglielmina Francesca Maria Jelo di Lentini, è un’attrice dal temperamento forte e vulcanico. Il parallelismo con l’Etna è d’obbligo perché lei ama descriversi «Come la sciara, forte ma innocua perché non sa di morte. Sa di amore, sa del fuoco che era prima e quindi mi reputo melanconica, struggente e struggita, eterna come la sciara. Confido nel fatto che non morirò nemmeno quando morirò, principalmente per i miei figli, i miei nipoti e poi per i miei allievi e chi crede in me. Perché la sciara è eterna, non muore mai, come l’amore, muore soltanto chi non ha mai amato. Io non sono mai stata amata ma ho amato».

Una passione per la recitazione che ha portato Guia Jelo a dividersi in ruoli comici e drammatici ma che «nasce tra i banchi di scuola, dove tutti avevano ruoli da protagonisti ed io invece avevo piccoli ruoli, fino a quando un giorno Turi Ferro mi vide recitare nella compagnia teatrale di mio zio Fernando Jelo, molto bravo e che è stato mio maestro con Giuseppe Di Martino e Giorgio Strehler, e insieme alla moglie, Ida Carrara, mi “buttarono” sul palcoscenico del Teatro Stabile di Catania. Credo che la passione per la recitazione sia nel mio Dna, l’aveva mio padre e adesso una delle mie nipoti (Guia, nda). È una passione che si tramanda».

Nella sua lunga carriera da artista sono tantissimi i ruoli interpretati, tutti importanti ma solo pochi lasciano un ricordo indelebile. «Ce ne sono talmente tanti anche perché ho avuto la fortuna di lavorare al Burgtheater di Vienna dove ho avuto un ruolo immenso a fianco di Brandauer in “Questa sera si recita a soggetto” per la regia di Bayer  – racconta Guia -. In televisione, il primo episodio del Commissario Montalbano “Il ladro di merendine”. Generalmente sono sempre gli ultimi due lavori che faccio, ma uno a cui sono affezionata è l’episodio “Black Out” della mini serie Tv “Un caso di coscienza” che ho girato con Corrado Pani».

Chiediamo a Guia Jelo cosa preferisce fra il teatro e la televisione, e quale le regala più emozioni «quando faccio teatro non vedo l’ora di fare tv, quando faccio tv non vedo l’ora di andare a fare le prove, il debutto, il pubblico. Forse quello che più mi eccita è il cinema. Una delle ultime volte che ho invitato mia nipote Guia a uno spettacolo e non è potuta venire, mi ha risposto: “È stato peggio non venire a teatro quella volta, perché il cinema lo potrò vedere sempre”. Quella risposta mi ha colpito e non la dimenticherò mai».

Il grande talento e lo spessore umano nel 2015 le sono valsi il conferimento della medaglia di Cavaliere al Merito della Repubblica. «Ho provato un’emozione enorme, dopo la nascita dei miei figli e il momento in cui li ho allattati per la prima volta, quando il prefetto mi ha appuntato la medaglia davanti ai miei figli e ai miei nipoti mi ha dato un’emozione fortissima».

I consigli per la rubrica “Jelodicoaguia” di SiciliainRosa sono stati raccolti nel libro “Donna Giudizia” di Algra Editore in cui tutte le lettere «le ho messe insieme completandole con la mia storia, con le mie origini» ma ci anticipa che sta lavorando a un libro tutto suo «frutto di fantasia, temi veri, testimonianze di persone incontrate in giro per il mondo, credo che richiederà due anni di lavoro».

Nell’ultima edizione del Taormina Film Festival è stata la protagonista in un film di Aurelio Grimaldi, “Divina Dolzedia” in cui è lei stessa a spiegarci il ruolo interpretato «sono io la Divina Dolzedia, una prostituta di sessant’anni, molto vintage e molto nave scuola, bona, simpatica, fissata con la cultura, con Dante e Jacopone da Todi, a tutti questi ragazzotti non fa sesso se non imparano almeno le cose basilari della letteratura».

Impegnata in scena con “Il cavaliere Pedagna” e “I Civitoti in Pretura” con la sua straordinaria bravura e il suo talento vulcanico, l’unica certezza è che Guia Jelo continuerà a regalarci bellissime emozioni.

a cura di Paperboatsongs

La musica siciliana che vola nel mondo. È con Celeste Caramanna che in questo numero vogliamo parlarvi di come una voce, un talento e tanto lavoro duro possono far emozionare anche il pubblico oltre oceano.

 

Ciao Celeste, siamo onorati di poter parlare del tuo bellissimo percorso che possiamo definire “alternativo”.

Tu hai iniziato la carriera in un noto talent televisivo per bambini e ti ritroviamo adulta con una voce incredibilmente matura ed un’esperienza notevolmente arricchita.

 

Com’è cambiata la tua percezione della musica da bambina ad oggi che sei un’interprete più matura?

 

«È cambiata insieme a me, ascoltando e ammirando il lavoro di altre persone che amano la musica e che per me sono come dei maestri, parlo di Mina, di Lucio Battisti, di Sergio Endrigo, di Sarah Vaughan, di Stevie Wonder, di Caetano Veloso, di João Gilberto, di Amy Winehouse … e così via. Ho sempre amato la musica sin da bambina, sicuramente avevo un interesse particolare, ma questo amore è stato alimentato seguendo le mie sensazioni. Mi sono lasciata catturare dalla brezza della loro musica e me ne sono innamorata, sempre di più. Così è cambiata la mia percezione della musica nel tempo, solo che da bambina, come è giusto che fosse, non capivo la vera essenza di un testo, di una melodia, di un cantante… poi da più ragazzina ho iniziato a farlo… non credo di aver finito. Oggi ho acquisito la consapevolezza che la musica è importante per me, è parte della mia vita, che solo la musica ti porta a fare e vivere determinate situazioni ed emozioni. Dove c’è musica io sto bene».

 

Ci è parso di capire che in questi anni stai affinando il tuo stile, quanto tempo dedichi allo studio e alla cura dei dettagli tecnici prima di una performance?

 

«Si, cerco con il tempo di affinare il mio stile, o i miei stili, in realtà non credo di avere uno stile unico e specifico. Almeno non ancora. Comunque dedico molto tempo alla preparazione tecnica, è una prassi continua, ma molto più all’analisi di un testo o di una melodia, è la parte più lunga e più difficile per me, a volte solamente il tempo mi aiuta trovare la chiave di un determinato brano».

 

Quest’anno hai pubblicato “+18″ , il tuo album di debutto, ci parli della sua realizzazione?

 

«È stata un’esperienza bellissima, +18 è un disco molto importante per me. Il tutto è stato realizzato in diversi mesi, abbiamo iniziato con il lavoro di ricerca e scrittura degli inediti e poi all’arrangiamento di ogni brano. Non è stato facile creare l’intero disco. La cosa più difficile è stata senza alcun dubbio capire quale dovesse essere il tema o stile di questo primo disco. Non voglio identificarmi con uno stile ben preciso ma voglio fare quello che mi piace, tutto quello che ho fatto fino ad oggi, quindi, ho pensato che sarebbe stata un ottima scelta mettere tutto insieme e parlare di diario musicale, il mio diario musicale, decidendo di prendermi la libertà di uno stile libero, vario, almeno al momento.

Dopo questo periodo di continuo raziocinio, credo che tutto dopo sia stato più fluente. Sia come esperienza personale che come esperienza artistica posso dire di aver imparato molto dalle persone che mi hanno sostenuto e aiutato in questo lungo periodo, ho avuto la possibilità di conoscere e di lavorare con persone bravissime, non poteva essere meglio di così. Durante questo lavoro mi è piaciuta l’idea di cambiare la mia percezione su alcune cose, di sperimentare cose diverse, e racchiudere tutto questo in un piccolo diario musicale, +18. È stato un momento molto felice».

 

Hai un consiglio da dare alle tue coetanee che vogliono intraprendere questo percorso?

 

«Non mi sento in grado di dare dei consigli, o meglio, il consiglio sarebbe non seguire il mio consiglio. Ho tutta un’altra visione di quello che sarebbe oggi la strada da percorrere. Voglio cantare in tutti i posti, sperimentare tutti i tipi di musica, di genere, fare tutto lentamente, durare nella musica… quindi sono un po’ fuori strada».

 

Celeste è stato un immenso piacere e saremo tuoi follower per seguire ogni passo del tuo percorso.