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Vino

In arrivo la quarta edizione del Wine See Sicily

di Samuel Tasca

 

Ritorna a Palermo l’appuntamento che valorizza la cultura vinicola siciliana e non solo: Wine See Sicily, giunto ormai alla sua quarta edizione, si svolgerà nel capoluogo siciliano i prossimi 16 e 17 dicembre

 

Per l’edizione 2022 una location d’eccezione: l’EcoMuseo Mare Memoria Viva (dai molti conosciuto come Ecomuseo del Mare) locato in Via Messina Marine, 14. “Wine See Sicily, giunto alla quarta edizione, è un evento che vuole accogliere gli amanti del settore, i veri wine lovers – dice Federico Abate, di Wine Sicily – e quest’anno abbiamo voluto puntare i riflettori sul raffinato connubio tra vino e mare, insieme all’area marina protetta di Ustica, la Regione Siciliana e l’EcoMuseo del Mare che ci ospita”.

 

A prendere parte a questo importante evento saranno quaranta aziende partecipanti con oltre 400 etichette in degustazione, con ingressi suddivisi per gli operatori del settore (dalle 15 alle 17) e i visitatori (dalle 17 alle 19 e ancora dalle 19 alle 21).

wine Sicilia

Ma l’evento sarà arricchito anche da ulteriori manifestazioni che avranno luogo durante le due giornate, tra queste: il 16 dicembre un momento organizzato con Blueat, start-up riminese che si occupa della trasformazione di specie aliene per il consumo alimentare, come il granchio blu, che vedrà anche la presenza della Tailor Made Chef Gabriella Garajo; e il 17 dicembre, invece, una masterclass in collaborazione con FishTuna

 

Un evento, questo, che potrà avviare un importante dialogo tra le aziende del settore vitivinicolo e gli agenti del settore turistico per promuovere il turismo di settore anche nella nostra isola, con iniziative promosse dalla Regione Siciliana e da Federalberghi Palermo. 

Per dare la massima risonanza all’evento, inoltre, sono stati coinvolti diversi wine blogger italiani che contribuiranno a dare alla due giorni uno slancio mediatico sui loro canali social. Tra questi Ugo Cosentino (@ugo_grandcrew), Ilaria Cappuccini (@just.saywine), Clara Iachini (@clarettablu), Michela Donati (@mimmiwinelover), Helen Bezane (@wine perception), Gianluigi Rappa (@winethreesome).

 

V-lab: il nuovo progetto della cooperativa vitivinicola Colomba Bianca

SICILIA: NASCE “V-LAB”, OSSERVATORIO SULLE TECNICHE AGRONOMICHE DELL’UVA, APERTO A ISTITUZIONI E CANTINE

Fare rete e condividere know-how sul settore vitivinicolo per innalzare la qualità della produzione ed esportare il brand “made in Sicily” in tutto il mondo.

Dieci anni di analisi e ricerca, che tracciano l’intera filiera vitivinicola siciliana, attraverso un percorso di studio del territorio: un archivio di dati che rappresenta una memoria storica e che mette in evidenza trend climatici e produttivi che caratterizzano le differenti annate nelle aree di riferimento. Colomba Biancatra le più grandi cooperative vitivinicole siciliane, che si estende sul territorio di Trapani con 6.800 ettari di vigneti e 2.480 soci con l’obiettivo di offrire uno strumento di supporto per applicare le più appropriate tecniche agronomiche finalizzate alla stabilità produttiva dei vigneti, giovedì 26 maggio inaugurerà il nuovo hub siciliano “V-lab”. 

Un centro digitale aperto agli Enti, alle realtà imprenditoriali della filiera e a tutti coloro che vorranno creare percorsi qualificati con l’obiettivo di innalzare il livello qualitativo dei vini dell’Isola. Il contesto sarà quello della presentazione della X edizione del libro “Le uve raccontano”, che si svolgerà a Marsala, il 26 maggio alle ore 18.00 (Juparanà, Piazza Francesco Pizzo 11). 

«Vogliamo mettere a disposizione della Regione Siciliana, degli imprenditori del territorio e di tutti i cittadini, il nostro know-how, condividendo dati e informazioni che negli anni hanno fatto accrescere il valore del nostro lavoro – sottolinea il vicepresidente di Colomba Bianca Filippo Paladino – un progetto che ha visto coinvolti agronomi, esperti e un Gruppo Tecnico Viticolo, che ha elaborato un vero e proprio piano di difesa fitosanitaria e controllo agronomico delle uve. L’obiettivo – anche in considerazione del crescente numero di agricoltori che scelgono di produrre biologico – è creare una vera e propria rete che parli di viticoltura siciliana e che esporti nel mondo la qualità delle nostre uve e dei nostri vini». 

I dati raccolti consentono infatti di estrapolare una serie di informazioni utili a indirizzare i produttori: dagli areali più vocati per la produzione di vini rossi, bianchi e spumanti, alle curve di maturazione per programmare i periodi di vendemmia, passando per l’attuazione di una viticoltura sostenibile e rispettosa dell’ambiente. «Il nostro settore, soprattutto in questa fase di sviluppo, necessita di scelte condivise – continua il presidente della cooperativa Dino Taschetta, una realtà che ogni anno conferisce 500mila quintali di uva in 7.000 ettari di vigneti, di cui 2.000 in regime di agricoltura biologica – e di un grande lavoro di squadra, in un’ottica diversa dal passato, senza egoismi e campanilismi, con la voglia di valorizzare insieme, sinergicamente, il brand “made in Sicily” per potenziare l’immagine dei nostri vini e diventare Ambassador in uno scenario globale e internazionale. Con V-lab vogliamo lanciare un’attività di interazione e dialogo tra tutti gli attori della filiera. Fino ad oggi il nostro focus è stato centrato soprattutto sul territorio di Trapani, ma l’obiettivo futuro è quello di estendere lo stesso meticoloso lavoro su tutto il territorio regionale». I dati di pubblicazione de “Le uve raccontano” saranno a disposizione sul sito www.colombabianca.com, dove in occasione della nascita del progetto “V-lab” è stato attivato uno sportello digital a disposizione di tutti coloro che vorranno dialogare con i tecnici di Colomba Bianca. Un Osservatorio privilegiato che sarà anche a disposizione dell’Assessorato regionale al ramo per ogni utilizzo a livello progettuale e istituzionale.   

PROGRAMMA PRESENTAZIONE “LE UVE RACCONTANO, ANNATA 2021”
Giovedì 26 maggio 2022 | ore 18:00
Juparanà, Piazza Francesco Pizzo 11, Marsala

Interverranno:
Filippo Paladino, Vice Presidente di Colomba Bianca
Luigi Pasotti, Osservatorio delle Acque
Antonio Pulizzi, Enologo Colomba Bianca
Federico Mercurio, Resp. Qualità Colomba Bianca
Mattia Filippi, Uva Sapiens -Consulente Enologo di Colomba Bianca
Marisa Leo, Resp. Marketing & Comunicazione Colomba Bianca
Dino Taschetta, Presidente di Colomba Bianca

Parteciperanno:

  • Toni Scilla, Assessore all’Agricoltura e Sviluppo Rurale Regione Siciliana
  • Sebastiano Di Bella, Presidente IRVOS, Istituto Regionale del Vino e dell’Olio
  • Antonio Rallo, Presidente Consorzio Sicilia DOC
  • Andreana Patti, Assessore alle Politiche di Sviluppo Economico, Comune di Trapani

Modera l’evento: Fabrizio Carrera, Direttore di Cronache di Gusto

V-lab: il nuovo progetto della cooperativa vitivinicola Colomba Bianca

 

COLOMBA BIANCA | SCHEDA TECNICA

 

Fondata nel 1970, Colomba Bianca rappresenta la più grande cooperativa di viticoltori siciliani e il più importante produttore italiano di uve e vini biologici, con ben 1.800 ettari – localizzati principalmente in provincia di Trapani – condotti in regime di agricoltura biologica certificata e una capacità produttiva di oltre 14.000.000 litri di vino bio. Una realtà in movimento, aperta sul mondo, e con solidi radici, nella terra e nella comunità.

Negli ultimi anni la cooperativa ha intrapreso un progetto di crescita, definendo una gamma di vini modellata su criteri che riflettono una visione di insieme del mercato, ma che ha nei vini biologici, negli spumanti e su alcune produzioni di nicchia i suoi punti distintivi. Oggi Colomba Bianca è presente in maniera diffusa sul canale Horeca della Sicilia e in grande espansione nel resto d’Italia. Rilevante anche l’export: Colomba Bianca oggi esporta stabilmente in 26 nazioni e in diversi continenti. 

 

Poste in prossimità dei vigneti, le cantine di Colomba Bianca sono dedicate alle singole specializzazioni produttive e dotate di tecnologie moderne e all’avanguardia. I vigneti sono ubicati in zone che godono di una vasta diversità pedoclimatica, dalla zona costiera fino a oltre 600 metri sul livello del mare, in un mosaico di terroir che esalta l’espressione varietale di ciascun vitigno impiantato. 

Principali zone di produzione: Marsala, Mazara del Vallo, Campobello di Mazara, Partanna, Santa Ninfa, Salemi, Vita, Calatafimi-Segesta, Alcamo, Trapani, Paceco, Fulgatore, Dattilo, Gibellina, Poggioreale, Salaparuta.

wine Sicilia

Le previsioni di Assovini Sicilia: “dalla vendemmia 2021 ci aspettiamo vini di grande qualità, intensità e profili aromatici unici”.

Berremo vini bianchi con acidità alte e freschezza, e rossi strutturati dai colori intensi; vini dolci con bouquet caratterizzati da grande intensità e persistenza gustativa.

Laurent de la Gatinais, presidente di Assovini Sicilia: “La Sicilia sembra avere una buona elasticità anche rispetto ai sempre più evidenti cambiamenti climatici”.

Alberto Tasca, presidente della Fondazione SOStain Sicilia: “La Sicilia ha caratteristiche climatiche e geopedologiche uniche, come confermato dall’andamento della vendemmia 2021, ed è essenziale che le buone pratiche di sostenibilità vengano contestualizzate al territorio”.

La vendemmia 2021 sarà ricordata come un’annata con vini di grande intensità, qualità e dai profili aromatici unici.

È il primo bilancio di Assovini Sicilia a chiusura dei 100 giorni della vendemmia siciliana, iniziata i primi di agosto nella parte occidentale dell’Isola, con un anticipo di circa dieci giorni, per concludersi a novembre nei vigneti dell’Etna.

Una vendemmia caratterizzata da alcuni picchi di caldo in luglio e agosto, dalle piogge di settembre in alcuni territori, fino alla cenere vulcanica in alcune aree dell’Etna.  I picchi estivi delle temperature hanno richiesto un maggiore impegno nella gestione del terreno, nella produzione, nell’eventuale irrigazione ma allo stesso tempo hanno permesso di limitare al minimo i trattamenti fitosanitari.

Per questo, si parla di una vendemmia 2021 caratterizzata da uve estremamente sane.

Negli areali con escursioni termiche rilevanti, in assenza di stress idrico per le piante, c’è stato un maggiore arricchimento di composti fenolici, importanti soprattutto per la maturazione delle uve rosse e un incremento dell’espressione aromatica delle uve a bacca bianca.

Anche la vendemmia riflette la diversità e la varietà della viticoltura siciliana e dei suoi vignerons: le uve bianche internazionali hanno avuto una forte accelerazione nella maturazione, a differenza di quelle autoctone, più resistenti.

Interessanti le previsioni enologiche. Dalla vendemmia 2021, bisogna aspettarsi vini bianchi aromatici, con acidità alte e freschezza, e rossi strutturati dai colori intensi, vini dolci con bouquet aromatici caratterizzati da grande intensità e persistenza gustativa.

Si registrano variazioni produttive molto diverse non solo tra zona e zona ma anche all’interno di una stessa zona e una leggera flessione nella resa uva-vino.

Rispetto alle medie degli ultimi anni, la vendemmia 2021 in Sicilia si assesta a circa un -20%, ma comunque in leggero rialzo rispetto all’annata 2020, ricordata come una delle meno produttive degli ultimi 160 anni.

“La Sicilia sembra avere una buona elasticità anche rispetto ai sempre più evidenti cambiamenti climatici, commenta il presidente di Assovini Sicilia, Laurent de la Gatinais.

Nelle ultime due vendemmie, la vitivinicoltura siciliana conferma la sua vocazione alla sostenibilità e alla qualità media delle uve sempre alta. Gli obiettivi futuri – continua il presidente di Assovini Sicilia – vanno quindi nella direzione di sviluppare le coltivazioni bio e sostenibili ed acquisire conoscenze sempre più specifiche per saper affrontare questi cambiamenti climatici.

Per questo – conclude de la Gatinais – è importante la sinergia e la collaborazione con la Fondazione SOStain Sicilia, promossa dal Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia e da Assovini Sicilia, che ha come missione il coordinamento della ricerca ed il continuo sviluppo del programma di sostenibilità SOStain per la gestione sostenibile delle aziende vitivinicole siciliane”.

Ad oggi,  sono venticinque le cantine siciliane che hanno scelto di associarsi alla Fondazione SOStain Sicilia, circa 5000 ettari di superficie vitata con oltre 20 milioni di bottiglie prodotte; sei aziende sono già certificate e tre in corso di certificazione, mentre tutte le altre sono attivamente impegnate in un percorso di miglioramento continuo che le condurrà a raggiungere i rigorosi standard di sostenibilità richiesti dalla Fondazione e dunque alla certificazione da parte di un ente terzo indipendente.

“Sono molto entusiasta dei risultati finora raggiunti – dice Alberto Tasca, presidente della Fondazione SOStain Sicilia – SOStain nasce per promuovere nel territorio siciliano una visione pratica e contemporaneamente olistica della sostenibilità, che conduca verso un modello di sviluppo generativo e non solo accumulativo.

La Sicilia ha caratteristiche climatiche e geopedologiche uniche, come confermato dall’andamento della vendemmia 2021, ed è essenziale che le buone pratiche di sostenibilità vengano contestualizzate al territorio. Solo così è possibile determinare un cambiamento in direzione della sostenibilità che sia coerente con il contesto, valorizzando al contempo le potenzialità e i punti di forza dei nostri micro-territori”.

alex li calzi  Copia

Pantelleria, estasi e gioia per il palato

di Giulia Monaco   Foto di Alex Li Calzi, Elena Brignone, Gessica Di Piazza

Mare, laghi vulcanici e saune naturali. Una costa ricca di insenature e grotte marine in cui praticare snorkeling e pesca subacquea. Natura rigogliosa dai magnifici contrasti: il nero della costa lavica si scontra con il verde squillante della vegetazione, con i tetti bianchi dei dammusi (tipiche abitazioni rurali) e con un mare blu cobalto, creando un mix cromatico di fronte al quale è impossibile non restare incantati. Se queste ragioni non fossero ancora sufficienti per visitarla, la “Venere nera” ce ne regala uno in più, e ci seduce prendendoci per la gola e deliziando i nostri palati.

La commistione tra culture e l’incontro tra pratiche contadine e marinare conferiscono alla cucina pantesca un tocco speciale. La sua terra vulcanica, e perciò ricca di minerali, è gravida di sapori intensi e profumi unici. Coniugando sapientemente i frutti del mare e della terra, le ricette dell’isola sono la sintesi perfetta della più autentica gastronomia mediterranea. Se volessimo partire per un tour sensoriale alla scoperta dei sapori panteschi, cominceremmo sicuramente da lui, il re dell’isola: il cappero di Pantelleria, classificato come prodotto IGP. Il suo aroma penetrante è una vera e propria esplosione per il palato, e si presta ad arricchire pasta, pesce, insalate e focacce conferendo loro un sapore più intenso e deciso. Una piccola perla grigio-verde che impreziosisce ed esalta ogni sapore.


Degustando il cous-cous alla pantesca si sente l’eco della vicina Tunisia. Cent’anni fa molti contadini panteschi migrarono sulle coste del Nord Africa, e tornando portarono con sé alcune tradizioni che vennero però rivisitate: mentre in Tunisia il cous-cous è a base di carne di montone, quello pantesco si prepara con pesce fresco e verdure fritte. Una specialità locale dal tocco arabo!

Foto di Gessica Di Piazza

Anche il pesto pantesco (detto ammògghiu) è figlio di una commistione culturale: è, infatti, una rivisitazione del pesto genovese, e ci ricorda la presenza secolare del popolo ligure sull’isola. Si tratta di un condimento a base di pomodoro crudo, aglio, olio d’oliva, mentuccia, capperi, basilico e mandorle, che rende speciale un piatto di pasta, le bruschette o il pesce fresco.

I ravioli amari sono un’altra prelibatezza dell’isola, ma non fatevi ingannare dal nome: di amaro hanno ben poco. Ripieni di tumma (formaggio fresco ottenuto da latte vaccino appena munto) e foglie di menta, sono una vera delizia accompagnati con del sugo di pomodoro, conditi con burro e salvia o insaporiti semplicemente con sale, pepe e mentuccia.

L’insalata pantesca è un piatto semplice e al contempo un tripudio di sapori: preparata con patate lesse condite con olio, pomodori, cipolla cruda, capperi, olive e alici, con una spolverata di origano locale guadagnerà un posto d’onore nel vostro cuore e nelle vostre tavole.

Apriamo una dolce parentesi con un irresistibile dessert amato dai locali e dai visitatori: il Bacio Pantesco. Croccanti e friabili cialde fritte a forma di fiore, stella o ruota, ripiene di ricotta e, in alcune varianti, arricchite da scorze di limone e scaglie di cioccolato. Perfetto per regalarsi una pausa golosa e inebriante.

 

Foto di Elena Brignone

Un approfondimento speciale merita l’uva Zibibbo, dalla quale si ricavano il vino Zibibbo, il Passito e il Moscato, che possiamo considerare a ragion veduta nettari degli dèi. Narra la leggenda che per conquistare Apollo la dea punica Tanit, consigliata da Venere, si finse coppiera dell’Olimpo e sostituì all’ambrosia degli dèi il mosto delle uve di Pantelleria.
Una tradizione, quella dello Zibibbo, che parte più di 1000 anni fa da Capo Zebib, in Africa, per poi giungere a Pantelleria e guadagnarsi un posto d’onore tra i prodotti simbolo della sua generosa terra. La caratteristica pratica della vite dello zibibbo “ad alberello”, emblema di un’agricoltura tenace che ha saputo rendere fertile un terreno roccioso attraverso terrazzamenti e muretti a secco, ricavandone acini d’uva gustosi e succulenti, fa parte dal 2014 dei beni immateriali dell’Unesco.
Sospesa tra Italia e Africa, Pantelleria è un’isola feconda e ricca di meraviglie, ed è il luogo ideale per dedicarsi alla totale contemplazione della natura e dei suoi frutti.

CFF Claudia Sciacca

Presentato il Caltagirone Film Festival

Comunicato stampa

La produzione vinicola d’eccellenza e i prodotti di qualità a chilometro zero.

Il Caltagirone Film Festival è anche questo: degustazioni da fare emozionare il palato.

Il Cerasuolo di Vittoria docg, il Nero d’Avola doc di Vittoria e ancora il Frappato doc di Vittoria, il Rosato doc di Sicilia, la grappa di Cerasuolo di Vittoria. Vini d’autore e film d’arte.

Tutto pronto, quindi, per il Caltagirone Film Festival che abbina il passato del cinema siciliano con i sapori e
le emozioni del territorio: due storie di eccellenze, la prima da riscoprire, la seconda da proiettare nel
futuro. La manifestazione è stata presentata a Catania, nel prestigioso Palazzo Mannino, dagli organizzatori
e da alcuni dei qualificati protagonisti, presenti in video, come l’autore di celebri colonne sonore, il maestro
Paolo Vivaldi, che con il suo concerto ad agosto, chiuderà l’evento culturale, e il regista Nello Correale,
autore del documentario “I ragazzi della Panaria”, che racconta l’epoca pionieristica della cinematografia
del dopo guerra con quattro giovani aristocratici che fanno parte della storia mondiale del grande
schermo.

Il Caltagirone Film Festival  è prodotto e ospitato dalla tenuta Valle delle Ferle, rappresentata da Claudia
Sciacca, che ha sottolineato: “Il nostro progetto nasce dal profondo desiderio di promuovere e raccontare
la nostra terra. La Sicilia vanta, infatti, delle eccellenze straordinarie nell’ambito del cinema ed in quello
vitivinicolo; basti pensare che Caltagirone si trova lungo la più antica strada del vino d’Europa mai
storicamente documentata.  Quello che faremo durante le cinque serate che compongono il Festival non è
tanto parlare di queste eccellenze quanto farle “vivere”: ripercorreremo la storia del cinema in Sicilia
insieme ai suoi protagonisti e conosceremo i vitigni storici siciliani degustandoli. Assaporeremo il Cerasuolo
di Vittoria, l’unica docg che abbiamo in Sicilia, assaggeremo i prodotti della nostra terra e lo faremo in una
cornice direi “magica”, la Valle delle Ferle, in un paesaggio dominato da vigneti ed alberi d’ulivo. Insomma
ciò che faremo durante questo Festival è mostrare tutta la bellezza della nostra Sicilia, per cui cos’altro dire
se “non mancate”!”.

“E’ un’iniziativa culturale di grande valore per la promozione della cultura, delle attività economiche e del
patrimonio turistico del Calatino, ma non solo – ha aggiunto il sindaco di Caltagirone, Gino Ioppolo -.
L’iniziativa privata, coraggiosa e lungimirante, deve essere sostenuta dal pubblico e come Ente locale, ma
soprattutto come siciliani orgogliosi della propria terra e impegnati nella valorizzazione delle tante
potenzialità. Con il Caltagirone Film Festival si esalta la Sicilia migliore, quella della cultura e dell’economia, che vuole andare avanti, emergere, affermarsi e lasciarsi alle spalle questo lungo periodo di pandemia”.
Sergio d’Arrigo, storico del cinema e direttore artistico del CFF, ha illustrato, nel particolare, le quattro
serate.

 

Si inizia il 2 luglio con Origini del cinema anni ’10, con la storia dell’ Etna Film, una delle più
importanti case cinematografiche dell’Europa e quindi del mondo, nata dal collasso dell’impero siciliano dello
zolfo il più importante dell’epoca per volume d’affari. L’Etna film produrrà, avvalendosi delle migliori
maestranze sul mercato, importanti film del cinema muto tra i quali il colossal “La sfinge dello Jonio” che
assieme a “Cabiria” rappresentano uno sforzo finanziario impressionante per il cinema d’allora. L’Etna Film
disponeva di locali e di una filiera completa di produzione come nessun’altra e nel museo del Cinema di
Torino si conservano due invenzioni che semplificarono negli anni a venire il lavoro dei produttori, due
regoli per la perforazione delle pellicole brevettati da Francesco Margiunti – ha ricordato d’Arrigo -. Quando
dopo la fine della seconda guerra mondiale la casa chiuderà i battenti il governo fascista comprerà i locali
che serviranno da esempio per la realizzazione di Cinecittà”.

Nella seconda serata “Il cinema degli anni ’40-50”.  La Panaria Film raccontato attraverso il documentario di
Nello Correale ed il film “Vulcano”. Il documentario “I ragazzi della Panaria” è stato scelto dal Ministero degli Affari Esteri per rappresentare l’Italia nel mondo nel 2021 assieme ad altri 14 film realizzati dai migliori
produttori, registi, sceneggiatori,  vincitori di numerosi premi Oscar. La Panaria del Principe Francesco
Alliata di Villafranca ebbe il merito di inventare la cinematografia subacquea e di confrontarsi con i più
grandi nomi del cinema italiano e non solo. “Vulcano” con Anna Magnani duellò  con “Stromboli” di Rossellini e la Bergman in quella che fu definita “la guerra dei Vulcani”.

Saranno presenti il regista Nello Correale e la principessa Vittoria Alliata di Villafranca, intellettuale di fama mondiale e figlia del principe Francesco ed erede della Panaria.

Terza serata: Cinema anni ’70, “I Baroni” di Giampaolo Lomi. Questo film girato tra Palazzo Biscari, a Catania, e la tenuta dei Marchesi Sangiuliano e il castello dei Principi Ruspoli a Vignanello, rappresenta un unicum nelle produzioni cinematografiche siciliane, paragonabile solo al Gattopardo di Visconti sebbene di contenuto letterario completamente diverso.

È un film girato nella temperie culturale dell’aristocrazia siciliana con vene di humor e sarcasmo. Saranno presenti il celebre regista Giampaolo Lomi ed il produttore il marchese Andrea di Sangiuliano capofamiglia della secolare
famiglia dei Paternò Castello.

Quarta serata. Il cinema contemporaneo.  “I Figli del Set“; di Carlotta Bolognini
per la regia di Alfredo Lo Piero, presente alla conferenza stampa. Una importante produzione di Carlotta
Bolognini, figlia di Manolo e nipote di Mauro Bolognini, il primo produsse a Catania “L’arte di arrangiarsi”
con Alberto Sordi, il secondo diresse “Il bell’Antonio” con Marcello Mastroianni. La regia è del catanese
Alfredo Lo Piero, fondatore della Scuola di cinema di Catania, con importanti riconoscimenti e
collaborazioni con registi del calibro della Wertmüller, Dario Argento ed altri ancora.

Il Caltagirone Film Festival si concluderà, ad agosto, con il concerto “Il suono dell’immagine” di Paolo
Vivaldi, Importante compositore di musiche per il cinema e per Rai e Mediaset, è considerato uno dei più
importanti musicisti italiani. Ha composto tra le altre le colonne sonore per film e serie tv: “Adriano
Olivetti” con Luca Zingaretti, “Mennea la freccia del sud”; con Michele Riondino, “Luisa Spagnoli”,
“Boris Giuliano”, “Rino Gaetano”, “La Baronessa di Carini” e moltissimi altri.

Il direttore della Direzione Cultura del Comune di Catania, Paolo Di Caro, ha portato il saluto dell’assessore
Barbara Mirabella e dell’Amministrazione Comunale etnea: “Siamo lieti di dare un cenno di sostegno al
Festival, che coniuga due espressioni di cultura del territorio che si incontrano: il cinema e il vino, con un
programma di eventi che si svolgeranno nello scenario di Valle delle Ferle, sede dell’omonima Azienda
vitivinicola.  Un esempio virtuoso di contaminazioni culturale che speriamo presto di poter sostenere anche
con iniziative congiunte, utilizzando la Film Commission di Catania e gli straordinari palcoscenici naturali del
nostro patrimonio museale”.

Il 2 luglio il primo appuntamento, nella Tenuta Valle delle Ferle, con inizio alle 18,30. Prima con la
degustazione del Cerasuolo di Vittoria e di prodotti a chilometro zero, poi con la parte cinematografica
dedicata all’Etna, con due proiezioni: “Hollywood sul Simeto” e “Un amore selvaggio”.
La diretta della conferenza stampa è visibile su facebook sulla pagina @valledelleferle e @Città di
Caltagirone.

I riferimenti social:
valledelleferle per Instagram
sito web www.valledelleferle.it
Hashtag dell’evento #caltagironefilmfestival
Link per acquisto biglietti a costo agevolato in prevendita www.valledelleferle/cff

Laurent de la Gatinais Presidente Assovini Sicilia  min

Sostenibilità, enoturismo, digitale, mercati esteri e formazione nel futuro di Assovini Sicilia

Comunicato Stampa

Per Assovini Sicilia, l’associazione che riunisce oltre 90 produttori siciliani, sono questi i fattori
strategici e prioritari sui quali puntare in uno scenario futuro che dia un nuovo slancio e vigore al
settore vinicolo siciliano rappresentato.
Rinviato al 2022 l’appuntamento con Sicilia en Primeur, Assovini Sicilia si prepara ad affrontare
nuove sfide, rafforzando l’identità e il brand dell’Associazione attraverso il profilo e la storia
imprenditoriale delle singole aziende vitivinicole associate, collegati da una visione di insieme.

L’ enoturismo siciliano diventa well-being
In questo contento, si rivela strategico valorizzare l’enoturismo siciliano, declinato in una
molteplicità di dimensioni che affiancano la produzione delle cantine -dalla visita e degustazione,
alla ricettività, il wine trekking, il pic-nic tra i filari, i corsi di cucina. In una parola, l’enoturismo
diventa well-being. “La Sicilia ha le carte in regola per essere un’immensa Napa Valley”- afferma
Laurent Bernard de la Gatinais, Presidente di Assovini Sicilia.
“Se fino a qualche tempo fa, l’enoturismo si limitava alla degustazione- continua de La Gatinais-
oggi si punta a qualcosa di più diversificato e complesso. L’ospitalità è un modo completo per
promuovere la Sicilia del vino, dalle piccole alle grandi aziende vinicole, perché l’enoturismo mette
insieme territorio, vino, natura, cibo, relax, convivialità. Assovini Sicilia, intende supportare la
ricettività dei nostri associati e l’enoturismo come strategia per fare conoscere il territorio, i nostri
soci, la cultura gastronomica, le nostre risorse”.

Formazione come condivisione di esperienze
In questa fase di ripresa, Assovini Sicilia sta lavorando anche all’accreditamento della struttura
associativa come ente di formazione rivolto ai soci. Oggetto della formazione sarà, sia la
produzione che la parte tecnica e commerciale. L’obiettivo è individuare un know how che fornisca
agli associati gli elementi e le informazioni rilevanti per compiere le scelte e le strategie giuste.
“Un’opportunità di formazione anche per le nuove generazioni del mondo vitivinicolo, grazie alla
condivisione di idee e di esperienze” – commenta Laurent de La Gatinais.

Sostenibilità e il ruolo della Fondazione SOStain Sicilia
Nel futuro di Assovini Sicilia, c’è molta attenzione alla sostenibilità, un valore e un obiettivo che
l’associazione di vitivinicoltori siciliani porta avanti attraverso la Fondazione SOStain Sicilia,
costituita da Assovini Sicilia insieme al Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia e presieduta da
Alberto Tasca. SOStain è un programma di sostenibilità per la vitivinicoltura siciliana, promosso
allo scopo di certificare la sostenibilità del settore vitivinicolo regionale, attraverso rigorosi
indicatori che permettono alle aziende di misurare il proprio livello di sostenibilità e di ridurre, di
conseguenza, l’impatto sull’ecosistema.
Numerosi sono gli aspetti regolati dal Disciplinare del programma SOStain, messo a punto da un
Comitato Scientifico indipendente, a cui le cantine devono attenersi per ottenere un marchio di
sostenibilità da apporre in bottiglia. Le pratiche che verranno prese in esame vanno dalla
misurazione dei consumi di acqua e dell’impronta carbonica, al controllo del peso della bottiglia,
dalla salvaguardia della biodiversità floro-faunistica alla valorizzazione del capitale territoriale, dal
risparmio energetico alla salute degli agricoltori e dei consumatori.
“Dopo un lavoro sul territorio lungo 12 anni, siamo adesso entrati nella seconda fase operativa per
garantire formazione e assistenza tecnica continua alle aziende che vogliono misurarsi,
implementare il disciplinare e certificarsi per ottenere il marchio SOStain”- commenta Alberto
Tasca, presidente di SOStain.

È fondamentale che arrivi un messaggio ad aziende e consumatori: SOStain non è un semplice
programma di certificazione. È un percorso teso al miglioramento continuo del livello di
sostenibilità, per alzare l’asticella ogni anno e portare benefici aggregati all’intero comparto
vitivinicolo regionale e alla salute del territorio in cui lavoriamo”, conclude Alberto Tasca.

La ripresa parte dall’export e dal mercato digitale
La ripartenza del settore vitivinicolo non può non tenere conto di due elementi essenziali: export e
mercato digitale. Il primo, rappresenta per i soci di Assovini circa il 50% delle vendite, mentre il
mercato digitale, da strumento secondario è diventato importante, a causa degli effetti della
pandemia.
“L’export, continua il Presidente di Assovini Sicilia, dipende molto da quali mercati esteri sono
pronti e in ripresa. Il digitale, invece, oltre ad essere funzionale e a convivere con gli altri strumenti,
è indubbio che abbia acquisito un ruolo rilevante, ma non dimentichiamoci che il vino è soprattutto
convivialità”.
“Gli strumenti digitali ci permettono di raccontare la nostra storia, il territorio, i protagonisti, le
aziende vitivinicole ma in modo diverso, più fruibile e veloce. Non cambia il contenuto ma la
modalità. Sicuramente, non credo che possa sostituire gli eventi di presenza come le fiere o un
appuntamento importante come Sicilia en Primeur, che tornerà non appena le condizioni lo
permetteranno.

La questione è, se le fiere rimarranno una scelta prioritaria per l’azienda, alla luce di una situazione
economica difficile e, di un’attenta valutazione costo-contatto. Mi chiedo se forse non ci sia
bisogno di fiere con target ben definiti e meno generaliste, conclude il presidente di Assovini
Sicilia.

Assovini Sicilia in uno scenario post pandemico
Nell’annus horribilis segnato dalla pandemia, il vino siciliano, rispetto ad altre regioni, ha retto
l’onda d’urto del Covid-19, chiudendo il 2020 con una leggera flessione del 5% sulla produzione
dei vini Doc Sicilia (90.594.310 le bottiglie prodotte contro le 95.640.634 dell’anno precedente).
Assovini Sicilia, si inserisce in uno scenario di ripresa puntando su una comunicazione, attraverso il
nuovo ufficio stampa in house, che racconti il vino e la sua qualità attraverso i viticoltori-custodi del
territorio, le storie delle imprese che fanno parte della nostra associazione, le aziende.
“Se in passato, l’Associazione ha avuto l’esigenza di gridare al mondo l’esistenza di una Sicilia
diversa, di qualità, oggi, i tempi sono maturi per raccontare i protagonisti di Assovini Sicilia nel
dettaglio, con la consapevolezza di fare parte di un mosaico che rappresenta il continente Sicilia.
Nel nostro settore c’è un livello di management alto grazie alla conoscenza e alla tecnica che la
generazione precedente ci ha trasmesso, e al lavoro della nostra generazione. Nel ricambio
generazionale, abbiamo il dovere di condividere queste esperienze insieme ad una visione futura
che sia anche sostenibile”, conclude de La Gatinais.

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La Sicilia dei Florio

Articolo di Alessia Giaquinta

Quella dei Florio è la storia di una delle famiglie “più ricche d’Italia” che, in maniera unica ed eccezionale, ha contribuito a rendere grande il nome della Sicilia, diventando protagonista indiscussa del panorama economico e culturale siciliano tra il XIX e XX secolo.

Tutto ebbe inizio nel 1783 col terribile terremoto che scosse la Calabria meridionale. La famiglia Florio, che viveva a Bagnara Calabra, come tanti altri conterranei, decise di approdare in Sicilia, a Palermo, per mettere al sicuro le proprie attività. Paolo qui aprì, in via dei Materassai, la stessa attività che gestiva a Bagnara: un negozio di spezie e prodotti coloniali e, in special modo, di chinino (rimedio usato per combattere la malaria). Fu così che, in poco tempo, l’attività divenne tra le più floride di Palermo, ponendosi alla base di un impero commerciale ed economico che la generazione dei Florio avrebbe realizzato pienamente negli anni a venire.
Nel 1820 nacque il marchio distintivo: la vecchia insegna della drogheria fu sostituita da un bassorilievo di legno ad opera dello scultore Quattrocchi. L’immagine scolpita è un leone che, d’allora innanzi, sarà il simbolo identificativo dei Florio.

Paolo morì nel 1807 lasciando al figlio Vincenzo, di appena 7 anni, un’affermata attività da gestire e un patrimonio economico di spicco. In soccorso di Vincenzo (vista la tenera età), lo zio Ignazio condusse gli affari e puntò sul giovane perché fosse istruito e crescesse nel migliore dei modi.
Quando lo zio Ignazio morì, nel 1827, Vincenzo non ebbe alcuna difficoltà a prendere le redini dell’attività commerciale avviata dal padre, anzi, s’impegnò ad accrescerne la fama oltre che investire su numerosi altri settori quel capitale familiare frutto di sacrifici e sagacia.
Fu così che Vincenzo s’interessò alla produzione e lavorazione del tabacco, alla coltivazione del cotone (realizzò la prima filanda a Palermo), alla produzione e commercializzazione del cognac e del vino Marsala (fino ad allora erano stati gli inglesi, ed in particolare i Woodhouse e gli Ingham ad occuparsi di questo), allo zolfo grazie allo sfruttamento delle miniere e alla fabbricazione di acido solforico, ottenendo il monopolio dal governo borbonico.

Ma è con il mare che Vincenzo stringe un’importante alleanza. Egli, infatti, comprese quanto vantaggio si potesse trarre sfruttando quello che è un collegamento naturale tra le terre e, allo stesso tempo, fonte di sostentamento attraverso la pesca.
Vincenzo allora prese in affitto le tonnare delle Isole Egadi (già lo zio Ignazio aveva avuto in affitto quella di Vergine Maria e di San Nicola, nei pressi di Palermo) dove diede impulso all’industria conserviera della pesca e al commercio del tonno. A lui si attribuisce il sistema di conservazione del tonno sott’olio e l’introduzione della pesca a reti fisse.

Famosa è la tonnara dell’Arenella, acquistata nel 1830, e conosciuta come “I Quattro Pizzi” in riferimento alle guglie neogotiche che la sovrastano. Qui i Florio erano soliti trascorrere i fine settimana e accogliere personaggi illustri provenienti da tutto il mondo. Tra questi, la zarina di Russia che rimase talmente colpita dalla bellezza del posto da farne riprodurre fedelmente uno uguale nella sua residenza estiva vicino San Pietroburgo. In memoria di Palermo, lo chiamò: “La Renella”.

Non è allora difficile capire in che modo, i Florio – da Paolo alle generazioni successive – portarono alto il nome dell’isola. Ebbene sì, perché è grazie a loro che la Sicilia vanta la prima compagnia di navi a vapore del mondo, la “Società dei battelli a vapore siciliani” che garantiva i collegamenti tra Palermo, Napoli e Marsiglia.
E non solo: la nascita della prima industria metallurgica in Italia “Orotea”; l’esposizione nazionale a Palermo nel 1891 con lo scopo di invogliare l’imprenditoria estera ad investire nel capoluogo; la costruzione del Teatro Massimo, uno dei più grandi teatri lirici del mondo; la “Targa Florio”, la corsa d’auto più antica…

Erano altri tempi, quelli dei Leoni di Sicilia, i Florio!

 

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Lo Zibibbo – L’oro di Pantelleria

di Omar Gelsomino e Titti Metrico   Foto di Milena Ippolito

Dalla terra, dal sole e dal lavoro umano ecco nascere un’altra eccellenza siciliana. Nella Perla Nera del Mediterraneo, così come chiamiamo Pantelleria, si coltiva lo Zibibbo. Conosciuto anche come Moscato d’Alessandria, lo Zibibbo vanta una storia millenaria e il legame unico e indissolubile con l’isola.
Importato probabilmente dall’Egitto, il suo nome sarebbe da ricondurre secondo alcuni autori a Capo Zebib in Africa da cui risale la dominazione araba, oppure da Zaibib cioè uva essiccata. In ogni caso, la certezza assoluta, è che Zibibbo è il vitigno e il vino Doc. Sarebbero stati i Fenici a trapiantarlo e i Saraceni a tramandarne la coltivazione. Si narra che durante la dominazione araba lo Zibibbo sopravvisse facilmente alle restrizioni religiose perché conservarono il diritto di coltivare questa varietà principalmente per appassirne i frutti, indispensabili alle gustose preparazioni culinarie, ma non disdegnavano di fare e bere del buon vino.

Nonostante fosse vietato dai principi religiosi, era ben tollerato, come dimostrano un’illustrazione conservata al Museo Salinas di Palermo, raffigurante il Fondaco dello Zibibbo e numerosi poemi medievali siculo-arabi. Il paesaggio pantesco, su cui si stagliano i ‘dammusi’, è infatti caratterizzato dalla coltivazione della vite, una viticoltura eroica per certi versi, in cui l’uomo ha saputo integrare e fondere le asperità della natura con la qualità eccellente di un prodotto. L’unico tipo di coltivazione possibile è proprio l’alberello basso, la cui piantina cresce in una conca, cioè in una buca nel suolo di terra lavica, per proteggerla dallo scirocco sferzante dal mare che modella la terra e dalla salsedine e trattenere l’umidità, tanto che l’uomo per praticare la coltivazione dell’uva ha addolcito i pendii realizzando dei terrazzamenti attraverso dei muretti a secco con pietre vulcaniche. Il caldo africano, l’assenza di piogge e il vento continuo fanno sì che l’uva presenti una forte concentrazione zuccherina.


Il metodo di coltivazione millenario, la produzione e la qualità dell’uva sono stati fondamentali per l’inserimento nel 2014 da parte dell’Unesco della Vite ad alberello di Pantelleria tra i Beni immateriali dell’Umanità. Da questo vitigno si producono il Passito di Pantelleria, che ha ottenuto la Denominazione di Origine Controllata nel 1971 e di cui esiste persino un disciplinare; il Moscato e lo spumante.

Ricche di proprietà organolettiche le uve Zibibbo sono tardive, poiché vendemmiate a fine settembre, e sono anche da appassimento. Una volta imbottigliato si presenta con il suo colore giallo dorato dai riflessi ambrati, il cui profumo è fruttato ed aromatico che ricorda i fiori secchi e la frutta matura, con sentori di arancia candita, del dattero, del miele, dell’uva passa. Cremoso al palato, imperlato dalla dolcezza della confettura e del miele e impreziosito da una nota agrumata. Conservato ad una temperatura di circa 10°- 15° C è ideale per accompagnare crostacei, ricci e piatti di pesce in genere, così come i formaggi piccanti o erborinati, ma l’abbinamento migliore è sia con la piccola pasticceria che la grande pasticceria, con i dolci della tradizione siciliana (cassata, cannoli, paste di mandorla), con dessert secchi o con gelati al pistacchio. Un’altra eccellenza siciliana, dal colore dorato e cremoso al palato, apprezzata in tutto il mondo.

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Il fascino discreto del Marsala

Articolo di Titti Metrico    Foto di Samuel Tasca

 

Il vino Marsala è certamente uno dei patrimoni dell’enologia italiana e chi gli si avvicina per la prima volta non può non subirne il fascino; ciononostante oggi non gode della fama che meriterebbe.
La zona della costa occidentale della Sicilia che va da Trapani a Marsala e si affaccia sulle isole Egadi, si sa, è sempre stata particolarmente vocata alla produzione del vino, come testimonia l’apprezzamento che tutti i popoli del Mediterraneo le hanno riservato nel corso dei secoli.

I primi a scoprire le uve di questo territorio, infatti, furono i Fenici nel corso dei loro viaggi commerciali, ma, ironia della sorte, a scoprire le potenzialità del Marsala fu, molto più tardi (a fine ‘700), un commerciante inglese. Trovandosi a Marsala per affari, John Woodhouse fu costretto a sostarvi per qualche giorno con il suo equipaggio a causa delle avverse condizioni del mare. Quando per caso assaggiò il vino in una locanda del posto, ne rimase folgorato per l’accattivante complessità del gusto e dell’aroma che il Marsala riusciva a sprigionare. Capendo subito le potenzialità del prodotto s’ingegnò su come poterlo trasportare in nave senza fargli perdere nel lungo viaggio gli aspetti aromatici che tanto lo avevano colpito. La soluzione fu di addizionare alcool al vino con l’aggiunta di acquavite. Ne acquistò alcune botti da portare con sé in madrepatria, dove il vino ebbe un successo clamoroso perché ricordava i vini spagnoli e portoghesi che allora andavano di moda in Inghilterra, ma che avevano un costo decisamente superiore.

Fu così che Woodhouse decise di iniziarne la produzione e la commercializzazione sostituendo, per l’affinamento, al metodo fino ad allora utilizzato il “Perpetuum” (che consisteva nell’aggiungere al vino rimasto dalle annate precedenti quello di nuova produzione), il metodo “Soleras” che veniva invece utilizzato in Spagna e Portogallo per la produzione dello Sherry e del Madeira. Il metodo “Soleras” consisteva nel disporre il vino su diverse file di botti sovrapposte, riempiendo solo quelle poste nella fila più in alto e travasando, dopo un anno, parte del liquido nelle botti del livello inferiore, mentre quelle superiori venivano di nuovo riempite con il nuovo prodotto. In questo modo il vino che si trovava nella fila più in basso si arricchiva dei sapori e degli aromi delle uve delle differenti annate.

Ma a sancire la diffusione a livello mondiale del Marsala fu l’imprenditore di origine calabrese Vincenzo Florio, che rilevò le cantine Woodhouse divenendo il primo produttore del territorio e, grazie alla flotta mercantile posseduta dalla famiglia, cominciò a far conoscere il Marsala come vino da dessert in tutta Europa e successivamente anche negli Stati Uniti.

Oggi il Marsala è prodotto in diverse tipologie: il Marsala fine con un invecchiamento minimo di un anno; il Marsala superiore che invecchia minimo due anni; il Marsala superiore riserva che viene affinato per almeno quarant’otto mesi in legno, per arrivare al Marsala vergine o “Soleras”, il cuore del Marsala, con sentori floreali e di spezie oltre a cannella e liquirizia. Si può arrivare fino a 10 anni di affinamento in botte con il Marsala stravecchio o riserva.

Il Marsala viene prodotto con uve bianche Grillo, Inzolia, Cataratto o Damaschino, nel qual caso è denominato oro o ambra. In alternativa vengono impiegate uve a bacca rossa come Nero d’Avola, Nerello Mascalese o Pignatello per ottenere il Marsala rubino.
A secondo delle tipologie, si può bere come aperitivo, come vino da dessert o anche abbinato con frutti di mare perché il Marsala non è un vino banale, ma un vino che va capito perché allarga i confini del palato.

 

BM

Il vino più antico del mondo, seimila anni e non sentirli

Articolo di Titti Metrico

Recenti scoperte hanno dimostrato che nell’Età del Rame la popolazione non fosse costituita solo da cacciatori e nomadi ma anche da contadini. Curavano con dedizione le viti, a fine estate ne raccoglievano i frutti per ricavarne succhi utili per fare il vino. Le più antiche tracce di coltivazione della vite sono state rinvenute in Cina, sulle rive del Mar Caspio e nella Turchia orientale. Nel Valdarno superiore sono stati ritrovati reperti fossili di tralci di vite (Vitis vinifera) risalenti a 2 milioni di anni fa. Diversi ritrovamenti archeologici dimostrano che la Vitis vinifera cresceva spontanea già 300.000 anni fa. Nel 2010 alcuni archeologi hanno cambiato la storia italiana rinvenendo nelle grotte del Monte Kronio (Sciacca) e nello scavo di Sant’Ippolito a Caltagirone, alcune giare di terracotta contenenti tracce del vino più antico d’Italia. Grazie al lavoro dell’Università di South Florida a Tampa, il dott. Davide Tanasi e il suo team di ricerca, analizzandone i residui hanno scoperto che contenevano un vino prodotto 6 mila anni fa. Con il supporto del CNR, dell’Ateneo di Catania e dei Beni Culturali di Agrigento, i ricercatori hanno individuato residui legati al processo di vinificazione.
Le ceramiche di terracotta contenenti il “vino preistorico” sono state collocate all’inizio del IV millennio a.C. nel cuore della più antica strada del vino mai individuata, quella che, secondo lo studioso Hubert Allen, si estende da Gela a Camarina, attraverso le colline di Niscemi e Vittoria, fino a Caltagirone per proseguire verso Lentini e giungere a Catania. I popoli antichi per recarsi nella città etnea prendevano la strada collinare, passando per Niscemi, Caltagirone e Lentini, ricca di uliveti e vigneti. A Caltagirone si acquistavano i recipienti per il vino, per l’olio e per il miele. Caltagirone è citata non solo per la sua ceramica, ma anche per la strada del vino più antica d’Europa con almeno 4.000 anni di storia. Il Touring Club Italiano nel 1999, la definisce “strada dei due mari” e lo studioso Salvatore Cosentino afferma: “È un itinerario storico, che ricalca una plurimillenaria via di commerci enologici tra Catania e Camarina, punti di sbocco a mare, rispettivamente sullo Ionio e sul mare di Sicilia, delle produzioni dell’entroterra isolano”. Al Museo Archeologico di Camarina si possono vedere le numerose anfore utilizzate dai Greci per l’approvvigionamento lungo il loro percorso. In epoca romana, la tecnica vitivinicola si perfezionò, segnando la superiorità dei prodotti enologici sugli altri mercati: celebri furono il Catiniensis e l’Adrumenitanum dell’Etna, il Murgentium del Calatino, il vitigno “Murgentia”, padre dell’attuale “Nero d’Avola” e del “Cerasuolo” come racconta anche Plinio il vecchio, nasce proprio nella zona a ovest di Catania, forse a Caltagirone? Che in questa città si produca ceramica non credo sia un caso, territorio più indicato perchè il terreno è più “grasso”.
Dove nasce il Cerasuolo?
La Contessa Vittoria Colonna, moglie di Ludovico Henriquez Cabrera III, Conte di Modica, dovendo fronteggiare i debiti contratti dal marito, chiese al Re di Spagna la concessione di un privilegio reale per la fondazione di un nuovo insediamento, che risollevasse le sorti del suo patrimonio. La richiesta venne accolta, nel 1606, dispose la riedificazione dell’antica Camarina, la nuova città fu chiamata Vittoria in onore della sua fondatrice. Nel 1607 Vittoria Colonna regalò un ettaro di terra a 75 coloni, a condizione che coltivassero il vitigno Murgentia, comprato forse proprio nella zona del Calatino. Dal Nero d’Avola dal 50 al 70 per cento e Frappato dal 30 al 50 per cento, nasce il vino DOCG che prende il nome della città di Vittoria. Oggi le zone di produzione del Cerasuolo di Vittoria comprendono i comuni di: Vittoria, Acate, Chiaramonte, Santa Croce Camerina, Ragusa, Caltagirone, Licodia Eubea, Mazzarrone, Gela, Riesi, Butera, Mazzarino.