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Un viaggio alla scoperta di Santo Stefano di Camastra

di Merelinda Staita   Foto di Marilena Alibrando

Santo Stefano di Camastra è uno dei comuni del Parco dei Nebrodi. Un borgo stupendo che si trova a metà strada fra Palermo e Messina. La sua posizione geografica è davvero meravigliosa, perché gli permette di volgere lo sguardo sul mar Tirreno e sulle cime dei Monti Nebrodi. Gli studiosi hanno individuato le sue origini nella comunità agro-pastorale di Noma (IV secolo a.C.).

Su Noma abbiamo poche notizie, ma alcune informazioni ci sono state tramandate da Tucidide (IV sec. a.C.), da Polibio (II sec. a.C.), da Cicerone (I sec. a.C.) nelle “Verrine” e da Silio Italico (I sec. d.C.) nell’ opera “Punica”. Altre notizie sono state riscontrate in opere dei primi del Novecento, grazie a tre storici locali: Edmondo Cataldi, Salvatore Ruggieri e Salvatore Pagliaro Bordone, che situano Noma nelle contrade di Romei o di Vocante.

In origine il toponimo del paese era “Santo Stefano di Mistretta”, così come registrato in alcuni documenti normanno-svevi. Distrutto nel 1682 da una frana il paese fu ricostruito nel 1693 in una zona più vicina al mare.

Nel 1812 prese il nome di “Santo Stefano di Camastra”, in onore del duca Giuseppe Lanza di Camastra che ha fondato la città. Spostarsi vicino alla costa significò davvero molto per gli stefanesi che fino a quel momento erano stati contadini e pastori. Infatti, diventarono pescatori e soprattutto ceramisti per l’abbondante presenza di argilla.

Oggi conta circa 5 mila abitanti e passeggiare nelle sue stradine è davvero incantevole, perché si avverte la sensazione di camminare su un enorme quadro, dove luci, ombre ed emozioni si fondono insieme. Uno scenario policromo ricco di odori mediterranei e le sue sfumature luminose sono arricchite da opere d’arte in ceramica smaltata. Un insieme di mosaici e sculture che valorizzano le piccole viuzze tutte da scoprire.

Santo Stefano di Camastra possiede tantissime meraviglie architettoniche e artistiche: chiese, palazzi e monumenti interessanti. Alle porte della cittadina c’è il Muro della Storia, ideato da Totò Bonanno (1997), che rievoca l’epoca normanno-sveva. Degno di menzione è il Duomo del 1685 che al suo interno ospita sculture e dipinti del XVII e XVIII secolo. È presente anche un interessante museo all’interno di Palazzo Trabia. Renzo Piano ha scritto che: “Un museo è un luogo dove si dovrebbe perdere la testa” e quello di Santo Stefano di Camastra è davvero affascinante e coinvolgente.

La natura circostante abbraccia le casette e le colline, che si disperdono verso il mare, presentano filari d’uva, uliveti, agrumeti, i campi di grano e nel periodo primaverile una distesa di fiori.

La costa presenta zone sabbiose, altre con piccoli ciottoli e altre ancora con gli scogli suggestivi. Uno scenario caraibico per quanti amano il mare e in particolar modo la Sicilia.

Un mare favoloso, con acque azzurre e cristalline, in cui le barche dei pescatori ondeggiano, lentamente e con dolcezza, ormeggiate al porto. La luce del sole si unisce con i contorni delle spiagge, evidenziandone la sabbia o i sassolini. Un susseguirsi di calette idilliache, panorami mozzafiato e tramonti indimenticabili, rendono il territorio paradisiaco e meta di tanti visitatori.

Tanti gli eventi e le sagre in cui si può sentire il profumo della tradizione. Ci sono anche molte manifestazioni culturali e popolari che rappresentano l’ideale per scoprire i costumi e i piatti locali. Un luogo bellissimo in estate, ma anche in primavera e in autunno soprattutto per visitare anche la zona più interna. Infinite camminate si possono intraprendere nelle diverse zone dell’entroterra. Si potrebbe dedicare un giorno alla visita degli altri comuni circostanti come ad esempio Mistretta e ammirarne i paesaggi straordinari.

Orazio ha scritto che: “Ille terrarum mihi praeter omnis angulus ridet…” (“Quell’angolo di terra più degli altri mi sorride…”) e Santo Stefano di Camastra offre ai suoi abitanti, e ai turisti, quella bellezza che fa gioire il cuore.

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Le ceramiche di Santo Stefano di Camastra: quando l’arte incontra il design

 

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di Giulia Monaco   Foto di Ceramiche Serravalle

Passeggiare per Santo Stefano vuol dire rimanere incantati dai tanti, coloratissimi, manufatti in ceramica che popolano le stradine del centro: le teste di moro, le pigne e le maioliche che campeggiano di fronte alle botteghe fanno il paio con i numeri civici delle abitazioni private, le insegne dei negozi e dei bar, le fontane, i sedili, i muri, e stordiscono il visitatore con i loro ghirigori variopinti dal richiamo arabeggiante. Furono proprio gli Arabi a introdurre in Sicilia l’antica arte della ceramica; arte che gli stefanesi perfezionarono nel corso dei secoli trasformandola nell’attività produttiva più importante del paese. I colori sgargianti e i richiami floreali tipici degli scenari siciliani paiono essere il leitmotiv delle ceramiche di Santo Stefano, dove resistono ancora le antiche tecniche di produzione e decorazione.

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Ne abbiamo parlato con Lina Nigrone che, insieme al padre e alla sorella, da trent’anni è proprietaria di “Ceramiche Serravalle”, un’impresa familiare che nasce da una passione mutuata da una lunga esperienza nel campo dell’arredo.

Lina, come nasce la vostra passione per la ceramica?

«Non abbiamo un’antica tradizione alle spalle, non siamo una famiglia di ceramisti. Ma lo siamo diventati, perché è il mondo che abbiamo scelto. Mio padre aveva una ditta che si occupava di arredamenti interni. Trent’anni fa abbiamo deciso di destinare l’immobile della ditta alla produzione di ceramiche, valorizzando una tradizione che è parte integrante della storia e dell’identità del nostro paese».

Di che produzioni vi occupate in prevalenza?

«Sfruttando la nostra esperienza nel mondo dell’arredamento, lavoriamo soprattutto con il design ceramico applicato all’arredo interno ed esterno: piastrelle, tavoli, top per cucine e bagni, pavimenti e rivestimenti. Ma produciamo anche oggettistica, dalle richiestissime teste di moro e pigne portafortuna, ai vasi, alle lampade, ai servizi da tavola…».

 

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Ancora oggi le ceramiche vengono create interamente in modo artigianale e decorate manualmente, o vi avvalete di tecnologie più moderne?

«La nostra produzione si rifà ancora alle tecniche della tradizione. Non utilizziamo decalcomanie né serigrafia. Le piastrelle, ad esempio, vengono “tirate a mano”: delle squadrette di ferro vengono riempite manualmente una a una e poi dipinte sempre a mano libera, con il solo ausilio delle “mascherine”. La peculiarità è che quindi saranno simili tra loro, ma mai identiche».

A cosa s’ispirano i vostri collaboratori nella decorazione delle ceramiche?

«Quasi tutti i nostri piastrellisti e decoratori vengono dall’Istituto d’Arte di Santo Stefano, che pian piano affiancano il nostro studio di progettazione e apprendono le nostre linee di prodotto. Spaziamo dai decori della tradizione, come la linea siciliana contraddistinta da tratti barocchi, e la linea mediterranea, con elementi vegetali tipici dei paesaggi del mar Mediterraneo, a decori più moderni e innovativi, dalle linee astratte».

Quali sono i pezzi più richiesti dai clienti?

«Ci richiedono molto le piastrelle della tradizione siciliana, dal caratteristico colore bianco e blu, che spesso vengono inserite in degli ambienti moderni e all’avanguardia».

È vero che a rendere famosa la ceramica stefanese in Sicilia contribuì la mancanza di un’autostrada fino ai primi anni duemila, che rendeva obbligatorio il passaggio da Santo Stefano per chi si recava da Palermo a Messina?

«Verissimo. Tanto è vero che quando venne aperta l’autostrada, l’indotto della ceramica subì una crisi. Crisi esacerbata dalle riproduzioni industriali dei nostri manufatti da parte del mercato cinese, che riuscirono a inserirsi sulla piazza a prezzi molto concorrenziali».

Come riusciste ad arginare questa crisi?

«Cambiando il target di riferimento. La nostra produzione si è sempre più orientata su manufatti di fascia medio-alta e oggi punta tutto sulla qualità dei prodotti e sulla raffinatezza dell’artigianato fatto a mano».

 

Capo d’Orlando Marina, servizi e sostenibilità per il Porto Turistico Bandiera Blu

di Patrizia Rubino   Foto di Gianfranco Guccione Airworks

Incastonato tra le isole Eolie e il Parco dei Nebrodi, il Porto turistico di Capo d’Orlando, situato in provincia di Messina, risulta essere tra gli approdi siciliani più all’avanguardia per modernità, efficienza e sostenibilità. Nei mesi scorsi, infatti, è stato l’unico porto turistico in Sicilia ad aver ottenuto la Bandiera Blu, il prestigioso riconoscimento che dal 1987 la Fondazione Internazionale per l’Educazione Ambientale (FEE) assegna ogni anno alle località costiere che soddisfano i criteri di qualità riguardanti tra l’altro, le politiche di salvaguardia e cura del territorio, la qualità delle acque e i servizi offerti. Un importante traguardo raggiunto a quattro anni dalla sua inaugurazione, avvenuta nel luglio del 2017, dopo due anni di lavori affidati alla Società Porto Turistico Capo d’Orlando SpA che in project financing ha realizzato questa importante infrastruttura e che si occupa anche dell’intera gestione dell’approdo. In realtà il nuovo porto turistico, oggi “Capo d’Orlando Marina” è un sogno che si realizza per il Comune e per l’intero comprensorio, essendo trascorsi diversi decenni, da quando l’opera fu iniziata e mai completata. Determinante il coinvolgimento del soggetto privato, che dopo il lungo periodo di abbandono ha avviato un’imponente opera di riqualificazione volta a garantire servizi e prestazioni di alto standard, con una grande attenzione verso le questioni ambientali.

Un’infrastruttura imponente di oltre 180 mila metri quadri, tra spazi interni e banchine. Funzionale e molto ben organizzata con diversi servizi destinati ai diportisti e ai visitatori a terra: assistenza all’ormeggio, oltre 500 posti barca per imbarcazioni da 7,5 a 45 metri di lunghezza, un’importante base charter di partenza per le isole Eolie, un cantiere navale per l’assistenza tecnica, la stazione carburante e un ampio parcheggio di oltre 800 posti auto. Elevati livelli di sicurezza garantiti con la vigilanza 24 h su 24, impianto antincendio e le webcam.


Lungo la banchina si snoda la galleria commerciale con bar, ristoranti, un supermercato, lo Yacht Club, diversi negozi e a breve anche un hotel con 12 suite e la spa. All’interno dell’area portuale, inoltre, si possono ammirare grazie alla realizzazione di un percorso pedonale, le antiche Cave del Mercadante risalenti all’epoca romana. Un suggestivo sito archeologico, dalle cui rocce emergenti dal mare si ipotizza che anticamente si ricavassero le macine dei mulini. «Puntiamo ad una continuità di offerta tra le diverse ricettività – spiega Elisa Monastra, responsabile comunicazione della Società di gestione del porto – chi si trova ad entrare nel Marina, sia via mare sia via terra, troverà servizi efficienti e di qualità, ma anche proposte d’intrattenimento, incontri culturali ed eventi di vario genere, che renderanno piacevole la permanenza nel porto alla stregua di una vera e propria zona turistica».


Un’apertura verso l’esterno che si sostanzia anche con il coinvolgimento della comunità nelle diverse iniziative di educazione alla sostenibilità ambientale che resta centrale nella politica di gestione della struttura portuale. «Il rispetto del mare e la salvaguardia del territorio rappresentano i nostri punti di forza – asserisce Monastra – il porto è dotato di sistemi ultramoderni per l’aspirazione delle acque nere e impianti per il trattamento della acque di lavaggio delle carene delle imbarcazioni. Partecipiamo, inoltre, dal 2019 al progetto Seabin con l’installazione di un dispositivo automatico, una sorta di grosso cestino inserito in acqua che raccoglie giornalmente sino a 1,5 kg di detriti e di microplastiche. Ma siamo anche impegnati in azioni di sensibilizzazione sulle tematiche ambientali rivolte ai cittadini e alle scuole del territorio, attraverso eventi ed iniziative, come la pulizia della spiaggia, il corretto smaltimento dei rifiuti e i laboratori per il riciclo. La sostenibilità ambientale rappresenta anche un valore aggiunto alla nostra proposta turistica».

Isole Eolie, le 7 sorelle del mare

di Samuel Tasca

Le chiamano “le sette sorelle”. Nelle giornate prive di foschia è possibile intravederne i profili stagliarsi all’orizzonte dalla costa di Milazzo. Stiamo parlando dell’arcipelago delle Eolie, delle sette isole che condividono posizione geografica, storia e tradizioni, ma che come delle vere e proprie sorelle, nonostante le somiglianze, si contraddistinguono per le loro peculiarità che le rendono uniche ognuna a suo modo.

Il Mar Tirreno ne bagna le coste con le sue acque, ascoltandone i racconti e accompagnando i numerosi turisti che ogni estate restano ammaliati dal fascino di queste sette principesse del mare.
Alicudi, Filicudi, Panarea, Stromboli, Vulcano, Salina e Lipari… inserite nella World Heritage List dell’Unesco per il loro patrimonio naturalistico, le Isole Eolie rappresentano, nella loro varietà, la meta ideale per ogni tipo di turista.

Alicudi e Filicudi sapranno incantare l’esploratore più intrepido che va alla ricerca della natura più incontaminata e che ama trovare la sua dimensione con l’essenza naturale di queste isole.

Simile è Panarea, la più piccola delle Eolie, che si contraddistingue, però, per la sua vanità dettata dal fascino della notorietà, sicuramente incrementata dall’omonima pellicola del ‘97. Ogni anno, infatti, troverete numerosi V.I.P. ancorati al largo delle sue coste, in questo parterre di imbarcazioni che sembrano essere lì per rendere omaggio alla bellezza dell’eoliana minore. Eppure, una volta abbandonato il movimentato porticciolo, si ritrova subito l’intimità dell’isola: non c’è traffico, rumore o clacson che possa raggiungervi. Perdetevi nei suoi vicoli e al massimo incontrerete uno dei golf kart-taxi che ogni giorno portano i turisti su e giù per l’isola.

Così come Panarea, una fama simile è toccata a Salina, set del celebre film “Il Postino” di Massimo Troisi. Il binomio Salina e cinema è indissolubile, rinvigorito ogni anno dalla presenza di numerosi personaggi che giungono sull’isola per via dell’ormai noto Salina Film Festival, di cui la bellissima Maria Grazia Cucinotta è da anni madrina.

E dalla notorietà del jet set giungiamo al fascino rude dei vulcani. Stromboli e Vulcano, infatti, condividono la presenza di crateri sulla loro superficie. La prima, “la Perla nera delle Eolie”, offre ai visitatori che giungono in cima un panorama mozzafiato, ma è a bordo di un’imbarcazione che si può godere del più incredibile degli spettacoli dello Stromboli: la sciara. Un’ eruzione giornaliera del vulcano, uno spruzzo di lava che si staglia sul cielo vivido del tramonto. Un fenomeno che lascia percepire come quel vulcano sia, in realtà, il vero protagonista che ogni sera sceglie di concedere ai visitatori il suo personale ed egocentrico show. Altrettanto peculiare, ma conosciuta per ragioni differenti, è la vicina Vulcano. Qui i diversi crateri hanno attirato le attenzioni dei vari turisti per via dello zolfo, elemento caratterizzante dell’ isola, che accoglie chiunque con il suo odore acre, offre altresì numerose proprietà benefiche per coloro che scelgono di concedersi un bagno termale nei suoi fanghi.

Ultima e più grande, la sorella maggiore, è Lipari. Qui l’isola offre scenari diversi che possono davvero incontrare le diverse preferenze dei suoi visitatori. Il grande porto accoglie i viaggiatori nel centro storico con i suoi colori e i suoi vicoli traboccanti di negozietti e ristoranti. Una volta accomodati concedetevi un po’ del loro pane cunzato carico e ricco di ogni genere di prelibatezza dell’ isola. Dal porto ogni giorno si parte alla scoperta delle sue spiagge, delle diverse calette e delle cave dismesse di pomice. Da Lipari si parte alla volta delle altre isole, magari a bordo di un’imbarcazione famigliare accompagnati dal pescatore e dal suo bambino. Sono loro la vera eccellenza dell’isola, nei loro racconti d’infanzia, nel loro rapporto col mare è possibile cogliere cosa voglia dire essere nati immersi in quel paradiso circondati dalla bellezza delle “sette sorelle” del mare.

Il Ferragosto siciliano: tradizioni tra sacro e profano

di Alessia Giaquinta

Che facciamo a Ferragosto?
Diciamoci la verità. Si tratta della classica domanda che, di anno in anno, ripetiamo a noi stessi, al nostro partner, ai nostri amici e, perché no, anche ai nostri datori di lavoro. Perché ferragosto è tempo di ferie, di riposo, di vacanza, di sole, mare, falò e “arrustute”.

Ma dove nasce questa tradizione e perché?
Scorriamo indietro nel tempo fino ad arrivare al 18 a.C. quando l’imperatore Ottaviano Augusto, per celebrare il momento di pausa dai lavori nei campi, istituì le “Feriae Augusti”, le vacanze di Augusto. Si trattava anche di un modo per dare maggiore spazio ai festeggiamenti dedicati a Diana, dea della fertilità (celebrata il 13 agosto) e far riposare cavalli e animali da soma che, per l’occasione, venivano bardati a festa e fatti sfilare oppure sfidare in spettacolari corse. Per tutto il mese si svolgevano vari eventi di carattere religioso in onore alle divinità del tempo. La decisione di Augusto di stabilire delle ferie, che duravano dall’1 al 31 agosto, permetteva a tutti di poter partecipare attivamente alle feste, oltre a riposarsi.

Con l’avvento del cristianesimo alcune feste pagane furono “convertite”. I festeggiamenti della dea Diana e della dea Consiva (che ebbe un figlio rimanendo vergine, punto comune con la Madonna) furono sostituiti con quelli relativi all’Assunzione della Beata Maria Vergine al cielo, celebrati a partire dal V secolo d.C. il 15 agosto. Alle sfilate dei cavalli si affiancarono le processioni dei credenti (a Tusa e a Motta d’Affermo, nel messinese, si svolge ancora la Cavalcata Storica con animali bardati), al riposo romano fu aggiunto il concetto di vacanza, ai convivi davanti ai templi si sostituirono le mangiate tra amici, a mare, in campagna, ovunque.

E in Sicilia che si fa a Ferragosto?
I più vanno a mare: c’è l’imbarazzo della scelta se si considerano che le spiagge dell’isola sono tra le mete più quotate per la loro bellezza, pulizia, accessibilità e per i servizi. Da San Vito Lo Capo a Taormina, a Marzamemi, Mondello, alla Scala dei Turchi, insomma: non mancano certo località balneari! Oltre quelle citate, tra le più note, in occasione del Ferragosto tutte le spiagge dell’isola si riempiono: ombrelloni di famiglie, comitive di giovani, bambini muniti di secchielli e processioni in mare.

Eh sì. La festa dell’Assunzione della Madonna in tantissime località balneari siciliane si svolge con la tipica processione della Madonna sulla prua di un peschereccio, accompagnata da religiosi e banda musicale. A seguito tutte le barche partecipano a quello che viene inteso anche come momento di benedizione delle acque, dei naviganti e dei bagnanti. Si pensi alla Madonna di Portosalvo a Marina di Ragusa, alla regata dell’Assunta di Siracusa, alla processione sulle barche a Marettimo…
Non mancano neanche caratteristiche processioni via terra. Da Messina dove si svolge la festa tradizionale della Vara a Bisacquino dove ha luogo la festa della Madonna del Balzo che prevede un pellegrinaggio notturno verso il santuario posto su un monte, in quest’occasione è immancabile la mangiata di anguria, la cosiddetta mulunata.

Ed è proprio il cocomero rosso ad essere l’alimento protagonista nelle tavole dei siciliani durante il Ferragosto: che si mangi in spiaggia, dopo un pellegrinaggio, in una lunga tavolata in campagna o seduti in un ristorante (anche nella variante di gelo al melone), l’importante è che ci sia!

Che dire dei falò? Sin dall’antichità era tradizione realizzare, nelle campagne, dei falò con gli avanzi della pulitura dei campi. A mezzanotte si accendeva il fuoco, si invocava a Beddamatri di Menzaustu e si auspicava prosperità per i campi. Si arrostiva e si faceva festa.
Curiosa è la tradizione, portata avanti fino agli anni ’60 presso l’Isola delle Femmine, dello scambio di doni tra fidanzati: l’uomo regalava all’amata il gallo più prosperoso che trovava e la ragazza ricambiava donandogli un’anguria. Immancabile!
E voi, che fate a Ferragosto?

Maria Torrente «La bellezza di Marettimo va condivisa e fatta conoscere»

di Omar Gelsomino   Foto di Pietro Lazzari   Foto Marettimo di Samuel Tasca

«Cerco di trasmettere a chi ha il piacere di visitare la nostra isola tutto l’amore che provo per la mia terra attraverso i racconti, splendide foto che condivido sui social, un piatto da far degustare. Quando parlo della mia terra ci metto amore, passione ed energia». Esordisce così Maria Torrente, giovane imprenditrice turistica e organizzatrice di eventi, quando parla di Marettimo, una delle isole che compongono l’arcipelago delle Egadi insieme a Favignana, Levanzo, l’isolotto di Formica e lo scoglio di Maraone.

«Quando studiavo a Trapani tutte le estati venivo a lavorare a Marettimo perché la mia famiglia è marettimana, all’età di 16 anni ho lavorato a Marettimo per il Consorzio delle Egadi, per cui sono nata e cresciuta qui. Qualche anno dopo insieme a due amici isolani abbiamo adottato la formula dell’albergo diffuso ed è iniziata così la mia storia imprenditoriale, sino a quando gli altri due ragazzi hanno scelto strade diverse ed io ho aperto una struttura tutta mia. Dopo il diploma ho frequentato Scienze del Turismo all’Università di Milano, ma una volta concluso il mio percorso di studi dovevo scegliere se rimanere o andare via: così sono tornata a Marettimo e oggi mi reputo una persona fortunata perché ho la possibilità di fare ciò che mi piace a casa mia e per cui ho studiato. Lavorare in ciabatte e costume credo sia un privilegio di poche persone».

Con la sua tenacia e determinazione, in controtendenza rispetto ai trend migratori cui siamo abituati, Maria Torrente ha deciso di ritornare nella sua terra e a mettersi in gioco.
«Mi piacerebbe che tutti facessero un’esperienza fuori, proprio come l’ho fatta io, per poi tornare e metterla sul campo. Capisco tutte le difficoltà che si possono incontrare, ma se non siamo noi stessi a dare un segnale forte la situazione peggiorerà. Dobbiamo essere gli artefici di un cambiamento, a volte ci sono momenti di scoramento, ma se ci si pone un obiettivo da raggiungere tutto diventa più facile. Bisogna crederci, nella nostra terra c’è spazio per tantissime cose e dobbiamo essere noi i primi a cambiarla. Il turismo a Marettimo c’è sempre stato, da prima che io nascessi, quando arrivava qualche turista i pescatori affittavano le stanze delle loro case. Dopo aver avviato l’albergo diffuso con case di un certo standard da offrire ai turisti automaticamente si è innescato un meccanismo per cui molti pescatori si sono adeguati, anche perché la pesca che era la principale attività dell’isola subiva una battuta d’arresto, e hanno compreso la necessità di apportare delle migliorie alle loro case e a ristrutturarle secondo gli standard di qualità richiesti dal turismo, convertendo così le loro attività. Da anni si organizzano gite in barca, trekking e tante altre attività che coinvolgono i turisti e a farlo sono proprio i residenti. Continuo a pensare che solo facendo rete si possono raggiungere grandi risultati. Il mio obiettivo è di far conoscere Marettimo ai turisti e portarli nella mia isola».

Prima di tornare ai suoi impegni Maria Torrente si congeda invitandoci a visitare la sua isola.
«Qui a Marettimo il turista può staccare dalla sua routine e perdere la cognizione del tempo, se vuole può isolarsi oppure farsi travolgere piacevolmente da un turbinio di emozioni. L’isola offre il turismo balneare, archeologico e subacqueo, si presta a qualsiasi attività e si trova tutto ciò che la natura incontaminata offre: la più grande riserva marina d’Europa, le grotte marine, fondali trasparenti e ricchi di specie animali e vegetali, si può fare lo snorkeling oppure esplorare la montagna. La gente ti travolge con i suoi racconti, le sue attività, momenti di convivialità, passi da una strada e ricevi un invito perché un posto a tavola c’è sempre. Marettimo è un’isola selvaggia che cercheremo di salvaguardare in ogni modo, ecco perché la sua bellezza va condivisa e fatta conoscere, questo è il mio obiettivo».

L’isola di Mozia: una meta imperdibile

di Merelinda Staita   Foto di Stefania Mazzara (Qmedia) per la Fondazione Whitaker

La meravigliosa isola di Mozia (Mothia o Motya) si trova molto vicina alle coste della Sicilia e rientra nella spettacolare laguna delle saline di Marsala, in provincia di Trapani, ed è un’antica colonia fenicia fondata nell’VIII sec. a. C.. L’area fa parte della Riserva Naturale Orientata dello Stagnone e abbraccia quattro magnifiche isole: Isola Grande, Schola, Santa Maria e ovviamente Mozia, soprannominata anche isola di San Pantaleo. Una meta affascinante, dove è possibile passeggiare circondati da reperti archeologici e suggestivi paesaggi naturali. Visitarla significa rivivere la storia con la curiosità di voler conoscere ogni singolo ritrovamento di interesse culturale.

L’ isola ha da sempre avuto una posizione molto strategica ed era un punto determinante sia per lo scambio delle merci e sia per l’approdo delle navi che solcavano il Mediterraneo.
I Fenici furono i primi ad arrivare nell’isola, mentre i Greci colonizzavano la parte orientale della Sicilia, e la resero un prezioso gioiello. Costruirono delle possenti mura per proteggerla e ci riuscirono per diverso tempo.

Purtroppo, nel VI secolo a.C., fu coinvolta nelle battaglie tra Greci e Cartaginesi che si contendevano il controllo della Sicilia. Come se non bastasse, nel 397 a.C., Mozia fu occupata e distrutta dalle milizie di Dionisio il Vecchio, terribile tiranno di Siracusa, e gli abitanti scapparono per trovare riparo sulla terraferma nella colonia di Lilibeo (l’ odierna Marsala).


L’ isola visse un periodo di secoli bui e iniziò a rifiorire quando, nel 1902, un giovane archeologo, di origini inglesi, Joseph Whitaker, scelse di abitarvi. Certo della presenza della colonia fenicia, volle acquistare l’isola e la esplorò per scoprire i suoi tesori nascosti. Infatti, gli scavi iniziarono nel 1906 e continuarono fino al 1929. I risultati furono eccezionali, perché vennero alla luce: il Santuario fenicio-punico di Cappiddazzu, una parte della necropoli arcaica, la Casa dei Mosaici, la zona di Tofet, Porta Nord, Porta Sud e la Casermetta.
Nel 1979 fu ritrovata nell’isola di Mozia, in una provincia punica, anche un’incantevole statua marmorea risalente al V secolo a.C., coperta da una grande quantità di argilla, chiamata “Il giovinetto di Mozia” e definita anche “la statua del mistero” per le tantissime interpretazioni che si sono susseguite nel tempo. Alcuni studiosi hanno pensato che si trattasse di un giovane alla guida di un cocchio, per altri un dio o un magistrato punico. Nel 2012 è stato indicato il probabile nome della statua e a quanto pare dovrebbe essere un eroe omerico, il mirmidone Alcimedonte, auriga occasionale del carro di Achille durante la battaglia per la restituzione del corpo di Patroclo sotto le mura di Troia. Oggi la statua si trova al Museo Whitaker.

Proprio in questo Museo si conservano i reperti della storica Collezione Whitaker e degli scavi realizzati dalla Soprintendenza della Sicilia Occidentale (in seguito Soprintendenza di Trapani), dall’Università di Roma La Sapienza, dall’Università di Leeds, dall’Università di Palermo, dal C.N.R. e dall’Università di Bologna.
È doveroso ricordare che Mozia dal 2006, insieme all’antica Lilibeo, è stata inclusa tra i siti candidati come Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco come Mothia Island and Lilibeo: The Phoenician-Punic Civilization in Italy.

Insomma, l’isola merita di essere visitata e a piedi, in circa 2 ore, è possibile esplorarla in lungo e in largo. Le sue vie e le sue stradine sono ricche di indicazioni e ci sono diverse mappe che indicano i principali punti di interesse. La bellezza di Mozia si unisce allo spettacolo delle saline della Laguna, poiché queste enormi piscine naturali sono rese ancora più incantevoli dai continui giochi di luce. Non si può rinunciare ad una passeggiata da sogno su quest’isola, provando l’emozione di trovarsi in un vero e proprio paradiso terrestre.

Al Marisco, il pesce fresco che preferisco!

di Samuel Tasca

Passeggiando per Marina di Ragusa vi capiterà di essere stuzzicati da un delizioso profumo di pesce fresco e il vostro sguardo si soffermerà su una piccola oasi bianca sospesa proprio in mezzo al grande Lungomare Andrea Doria. Tendete l’orecchio: riuscirete a sentire il suono della convivialità, del buonumore e qualcuno che esclama “…il pesce fresco che preferisco!”. Allora avrete capito: siete arrivati al Marisco!

Ristorante di pesce, il Marisco da tre anni si è affermato sul litorale balneare per l’eccellenza dei suoi piatti e per l’esuberanza e la professionalità del suo staff, a partire dal suo titolare: Luigi Consiglio, 24 anni, di mamma sicula e padre salernitano. Come dice lui: “han fatt’ nu bellu mix”.

«Sin da piccolo ho avuto la passione per il mare, per la pesca e per il pesce. In famiglia i piatti di pesce sono sempre stati la specialità di casa», ci racconta parlando della sua infanzia. «Quando papà e nonno portavano il pesce a casa, che si trattasse di cozze o vongole, andavamo sempre a riempire un bidoncino di acqua di mare. Quando chiedevo il perché di quel gesto la loro risposta era sempre la stessa: “Lavare le cozze e le vongole con l’acqua di mare è tutta n’atra storia”».


Crescendo, Luigi ha portato con sé quella tradizione casereccia, infatti, «ancora oggi, al Marisco, spurghiamo le vongole e laviamo le cozze usando l’acqua di mare distillata». Cura e attenzione per le materie prime sono proprio i capisaldi sui quali Luigi ha incentrato la sua gestione ristorativa che ha rappresentato per lui una vera e proprio sfida, avviando quest’attività a soli ventun’anni. «La mia fortuna, specialmente all’inizio, è stata quella di trovare persone oneste e di fiducia che oggi considero non solo il mio staff, ma la mia squadra!», ci rivela orgoglioso. «A partire dallo Chef Titta e continuando con gli addetti alla cucina Giovanni, Gabriele, Riccardo, Vincenzo, Giuseppe e Condé; e ancora il personale di sala, tra cui Stefania, pilastro importante della nostra realtà, seguita da Riccardo, Anastasia e Lucia. Grazie a loro, in questi tre anni siamo diventati davvero “una squadra fortissima fatta di gente fantastica”», ci dice citando un celebre brano del comico Checco Zalone.

E l’armonia di questa squadra viene certamente apprezzata dai clienti del Marisco che hanno imparato a riconoscerlo anche per via del motto, ormai diventato un tormentone. «In una serata tra amici venne fuori questa frase che è diventata il nostro motto. Si è diffusa in maniera inaspettata grazie anche ai tanti ragazzi che ci seguono sui social. È arrivata persino in Spagna e in America, infatti, proprio qualche giorno fa, ho avuto a cena degli americani che si sono presentati dicendo in italiano:“Marisco, il pesce fresco che preferisco!”. È stata davvero un’emozione».

Insomma, al Marisco, il buonumore è l’ingrediente principale. Ma non basta: «ogni piatto, prima di essere servito, viene presentato per essere assaporato prima con gli occhi e poi col palato. I nostri piatti forti sono le cruditè di mare, servite con gambero rosso, gambero viola e ostriche di tutti i tipi. Troverete scampi, astici e aragoste fresche ogni giorno. Ma ciò che vi consigliamo di provare assolutamente è la nostra cacio e pepe con tartare di gambero rosso di Mazara e mentuccia fresca: il connubio perfetto tra il sapore deciso del pecorino romano Dop, la delicatezza del gambero e la freschezza della menta. Il tutto servito con pasta fresca cotta per metà nel bollitore e poi in padella, permettendo così di avere dei primi sempre molto cremosi».

Dopo avervi presentato questo luogo, non trovo parole migliori per salutarvi se non quelle dello stesso titolare al termine della nostra intervista: «Al Marisco bisogna sentirsi a casa. Non si viene solo per mangiare, ma per passare una serata in compagnia e, soprattutto, si viene per poter ritornare perché, come dice il famoso detto: “Si torna sempre dove si è stati bene”… ed è questo il nostro obiettivo».

Sostenibilità, enoturismo, digitale, mercati esteri e formazione nel futuro di Assovini Sicilia

Comunicato Stampa

Per Assovini Sicilia, l’associazione che riunisce oltre 90 produttori siciliani, sono questi i fattori
strategici e prioritari sui quali puntare in uno scenario futuro che dia un nuovo slancio e vigore al
settore vinicolo siciliano rappresentato.
Rinviato al 2022 l’appuntamento con Sicilia en Primeur, Assovini Sicilia si prepara ad affrontare
nuove sfide, rafforzando l’identità e il brand dell’Associazione attraverso il profilo e la storia
imprenditoriale delle singole aziende vitivinicole associate, collegati da una visione di insieme.

L’ enoturismo siciliano diventa well-being
In questo contento, si rivela strategico valorizzare l’enoturismo siciliano, declinato in una
molteplicità di dimensioni che affiancano la produzione delle cantine -dalla visita e degustazione,
alla ricettività, il wine trekking, il pic-nic tra i filari, i corsi di cucina. In una parola, l’enoturismo
diventa well-being. “La Sicilia ha le carte in regola per essere un’immensa Napa Valley”- afferma
Laurent Bernard de la Gatinais, Presidente di Assovini Sicilia.
“Se fino a qualche tempo fa, l’enoturismo si limitava alla degustazione- continua de La Gatinais-
oggi si punta a qualcosa di più diversificato e complesso. L’ospitalità è un modo completo per
promuovere la Sicilia del vino, dalle piccole alle grandi aziende vinicole, perché l’enoturismo mette
insieme territorio, vino, natura, cibo, relax, convivialità. Assovini Sicilia, intende supportare la
ricettività dei nostri associati e l’enoturismo come strategia per fare conoscere il territorio, i nostri
soci, la cultura gastronomica, le nostre risorse”.

Formazione come condivisione di esperienze
In questa fase di ripresa, Assovini Sicilia sta lavorando anche all’accreditamento della struttura
associativa come ente di formazione rivolto ai soci. Oggetto della formazione sarà, sia la
produzione che la parte tecnica e commerciale. L’obiettivo è individuare un know how che fornisca
agli associati gli elementi e le informazioni rilevanti per compiere le scelte e le strategie giuste.
“Un’opportunità di formazione anche per le nuove generazioni del mondo vitivinicolo, grazie alla
condivisione di idee e di esperienze” – commenta Laurent de La Gatinais.

Sostenibilità e il ruolo della Fondazione SOStain Sicilia
Nel futuro di Assovini Sicilia, c’è molta attenzione alla sostenibilità, un valore e un obiettivo che
l’associazione di vitivinicoltori siciliani porta avanti attraverso la Fondazione SOStain Sicilia,
costituita da Assovini Sicilia insieme al Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia e presieduta da
Alberto Tasca. SOStain è un programma di sostenibilità per la vitivinicoltura siciliana, promosso
allo scopo di certificare la sostenibilità del settore vitivinicolo regionale, attraverso rigorosi
indicatori che permettono alle aziende di misurare il proprio livello di sostenibilità e di ridurre, di
conseguenza, l’impatto sull’ecosistema.
Numerosi sono gli aspetti regolati dal Disciplinare del programma SOStain, messo a punto da un
Comitato Scientifico indipendente, a cui le cantine devono attenersi per ottenere un marchio di
sostenibilità da apporre in bottiglia. Le pratiche che verranno prese in esame vanno dalla
misurazione dei consumi di acqua e dell’impronta carbonica, al controllo del peso della bottiglia,
dalla salvaguardia della biodiversità floro-faunistica alla valorizzazione del capitale territoriale, dal
risparmio energetico alla salute degli agricoltori e dei consumatori.
“Dopo un lavoro sul territorio lungo 12 anni, siamo adesso entrati nella seconda fase operativa per
garantire formazione e assistenza tecnica continua alle aziende che vogliono misurarsi,
implementare il disciplinare e certificarsi per ottenere il marchio SOStain”- commenta Alberto
Tasca, presidente di SOStain.

È fondamentale che arrivi un messaggio ad aziende e consumatori: SOStain non è un semplice
programma di certificazione. È un percorso teso al miglioramento continuo del livello di
sostenibilità, per alzare l’asticella ogni anno e portare benefici aggregati all’intero comparto
vitivinicolo regionale e alla salute del territorio in cui lavoriamo”, conclude Alberto Tasca.

La ripresa parte dall’export e dal mercato digitale
La ripartenza del settore vitivinicolo non può non tenere conto di due elementi essenziali: export e
mercato digitale. Il primo, rappresenta per i soci di Assovini circa il 50% delle vendite, mentre il
mercato digitale, da strumento secondario è diventato importante, a causa degli effetti della
pandemia.
“L’export, continua il Presidente di Assovini Sicilia, dipende molto da quali mercati esteri sono
pronti e in ripresa. Il digitale, invece, oltre ad essere funzionale e a convivere con gli altri strumenti,
è indubbio che abbia acquisito un ruolo rilevante, ma non dimentichiamoci che il vino è soprattutto
convivialità”.
“Gli strumenti digitali ci permettono di raccontare la nostra storia, il territorio, i protagonisti, le
aziende vitivinicole ma in modo diverso, più fruibile e veloce. Non cambia il contenuto ma la
modalità. Sicuramente, non credo che possa sostituire gli eventi di presenza come le fiere o un
appuntamento importante come Sicilia en Primeur, che tornerà non appena le condizioni lo
permetteranno.

La questione è, se le fiere rimarranno una scelta prioritaria per l’azienda, alla luce di una situazione
economica difficile e, di un’attenta valutazione costo-contatto. Mi chiedo se forse non ci sia
bisogno di fiere con target ben definiti e meno generaliste, conclude il presidente di Assovini
Sicilia.

Assovini Sicilia in uno scenario post pandemico
Nell’annus horribilis segnato dalla pandemia, il vino siciliano, rispetto ad altre regioni, ha retto
l’onda d’urto del Covid-19, chiudendo il 2020 con una leggera flessione del 5% sulla produzione
dei vini Doc Sicilia (90.594.310 le bottiglie prodotte contro le 95.640.634 dell’anno precedente).
Assovini Sicilia, si inserisce in uno scenario di ripresa puntando su una comunicazione, attraverso il
nuovo ufficio stampa in house, che racconti il vino e la sua qualità attraverso i viticoltori-custodi del
territorio, le storie delle imprese che fanno parte della nostra associazione, le aziende.
“Se in passato, l’Associazione ha avuto l’esigenza di gridare al mondo l’esistenza di una Sicilia
diversa, di qualità, oggi, i tempi sono maturi per raccontare i protagonisti di Assovini Sicilia nel
dettaglio, con la consapevolezza di fare parte di un mosaico che rappresenta il continente Sicilia.
Nel nostro settore c’è un livello di management alto grazie alla conoscenza e alla tecnica che la
generazione precedente ci ha trasmesso, e al lavoro della nostra generazione. Nel ricambio
generazionale, abbiamo il dovere di condividere queste esperienze insieme ad una visione futura
che sia anche sostenibile”, conclude de La Gatinais.

Modica svetta nei luoghi del cuore del FAI

Articolo di Patrizia Rubino

Tra i comuni siciliani che più rappresentano il fasto e l’imponenza dell’architettura tardo barocca rientra sicuramente anche Modica, che proprio in virtù di tali numerose testimonianze artistiche, nel 2002 è stata dichiarata dall’UNESCO Patrimonio Universale dell’Umanità. Ma la cittadina della provincia ragusana, nota anche per aver dato i natali al poeta Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la Letteratura nel 1959 e per la produzione di uno straordinario cioccolato, è recentemente balzata alla ribalta della cronaca nazionale per aver ottenuto due importanti piazzamenti, unico caso italiano, nella classifica del censimento nazionale indetto dal FAI su “I Luoghi del Cuore” da salvare, tutelare e valorizzare. Si è aggiudicata, infatti, il 4° posto, con ben 40.521 voti, con “La via delle Collegiate”. Un percorso virtuale che unisce le tre principali chiese della città.

Il Duomo di San Giorgio, considerato uno dei monumenti simboli del barocco siciliano, la cui maestosa facciata si staglia su una suggestiva scalinata di 260 gradini. La chiesa di Santa Maria di Betlem che esprime un’armoniosa miscellanea di stili: dal gotico, al rinascimentale, al barocco e conserva al suo interno uno dei presepi più grandi del Val di Noto. La chiesa di San Pietro, la matrice della parte bassa della città, anch’essa preceduta da una scenografica scalinata ai cui lati sono poste le statue dei 12 apostoli e con all’interno un vero trionfo di affreschi, sculture e decori. «Si tratta di un progetto culturale di ampio respiro – spiega Valerio Petralia, referente del comitato “La via delle Collegiate” – che è stato preceduto da una lunga fase di studio della documentazione e degli archivi storici delle chiese coinvolte. Il tutto nasce dalla volontà di recuperare e valorizzare quelle che sono state le nostre radici, le nostre tradizioni al fine di renderle fruibili e spendibili sicuramente in un’ottica turistica, ma principalmente per le nuove generazioni, future custodi della nostra identità. Perché queste chiese oltre a rappresentare i luoghi della memoria religiosa della nostra città nel corso dei secoli, sono innanzitutto il frutto della nostra evoluzione civile e culturale. E proprio i ragazzi delle scuole – aggiunge Petralia – con la loro massiccia partecipazione all’iniziativa hanno dimostrato di voler sostenere la valorizzazione del loro territorio».

L’altro importante risultato è rappresentato dal 6° posto, con 30.226 voti, ottenuto dalla chiesetta rupestre di San Nicolò Inferiore, grazie alla mobilitazione dall’associazione Via, che la gestisce da 2016. Si tratta probabilmente della chiesa più antica della città e fu scoperta per caso nel 1987. Le sue origini risalirebbero, infatti, intorno all’XI secolo. Al suo interno sono presenti tre diversi cicli pittorici, il più antico dei quali risale all’epoca bizantina.

Grazie a questi importanti risultati potranno essere presentati progetti di recupero e valorizzazione del grande patrimonio artistico e culturale rappresentato da queste chiese, il cui finanziamento avverrà attraverso i fondi erogati dal FAI. Tra gli interventi previsti c’è il consolidamento architettonico delle strutture, il restauro dei dipinti e degli altari e la realizzazione di aree espositive degli oggetti sacri che rappresentano dei veri e propri tesori da conservare ed ammirare.
«Siamo molto soddisfatti per la straordinaria ribalta ottenuta dalla nostra città con il censimento FAI – dichiara l’assessore alla Cultura del Comune di Modica, Maria Monisteri – uno straordinario successo dovuto soprattutto all’impegno di comitati informali che in sinergia con l’amministrazione comunale sono riusciti a coinvolgere singoli cittadini, associazioni laiche e religiose, turisti, operatori commerciali e soprattutto le scuole di tutta la provincia ragusana. Continueremo a lavorare per fare tesoro di questo importante riconoscimento affinché possa anche contribuire alla ripresa economica della nostra città con l’avvio della prossima stagione turistica».