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(R)Estate a giocare

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Giuseppe Leone

Un excursus di giochi tipici siciliani per ricordare come sono cresciute le precedenti generazioni e – magari – per trasmettere alle nuove il gusto di qualche ginocchio “sbucciato” per strada, giocando!

Si aspettava l’estate con impazienza; non tanto perché finiva la scuola, no! Non solo per quello!
L’estate era, in assoluto, la stagione dei giochi. Già, era. Oggi invece non c’è una stagione dei giochi perché non ci sono più i giochi di una volta. Oggi, per giocare bisogna avere la connessione a internet o, comunque, uno schermo con cui interagire. Un tempo bastava avere la creatività necessaria per divertirsi con poco o, spesso, con niente.
Ci si vedeva in piazza, quella reale (non sui social); ci si dava appuntamento alle 16:00 e non c’era bisogno di inviarsi messaggi su WhatsApp per ricordarselo, né tanto meno c’era la necessità di arrivare all’appuntamento in macchina, accompagnati da mamma e papà. Allora si correva, veloce, velocissimo e, anche quando s’inciampava in qualche buca (quelle sì che erano buche!), ci si rialzava come se nulla fosse successo.


Altri tempi, eh già! I bambini, oggi, hanno difficoltà a ideare un modo in cui giocare e quasi diventano irrequieti se non li si mette di fronte ad un giocattolo o, peggio ancora, a uno schermo.
Proviamo a giocare con un bambino o ‘mmuccia (nascondino) o ‘ssicuta (acchiapparella) oppure a campana (gioco della campana) o e nuciddi (gioco delle noccioline). Ve li ricordate?
Oppure ancora il palo della cuccagna – che spesso in estate caratterizzava i festeggiamenti patronali nei paesi – insieme ad altri giochi quali la pentolaccia, le gare di scinni e ‘ncravacca o di tiro alla fune. Qualche nostro giovane lettore, sicuramente, si troverà impreparato sull’argomento mentre qualcun altro, sicuramente più attempato, sorriderà rievocando ricordi.
Per suscitare la curiosità dell’uno e la dolce nostalgia dell’altro, vi spieghiamo qualche gioco, non si sa mai, magari a qualcuno viene la voglia di provarlo!

MMUCCIA
Si gioca in gruppo. Uno dei giocatori, appoggiato a un muro, deve contare fino a 31 (o 51) mentre gli altri partecipanti si nascondono nei posti più impensabili. Il contatore deve scoprire gli altri nascosti e, una volta scoperti, gridando il loro nome, deve correre verso il muro, dove effettua la conta. Se il giocatore è più veloce di chi conta, può ritenersi “libero” altrimenti è “preso”. Così via fino a quando si arriva alla fine. Non c’è un vero e proprio vincitore: il primo a essere preso prenderà il posto del contatore. Se, invece, tutti sono stati liberati, torna a contare lo stesso di prima.

NUCIDDI
Si gioca in gruppo o anche in due. Ciascuno dei giocatori dispone di alcune noccioline, nella stessa quantità. L’obiettivo è quello di fare centro in una buca, lanciando tutte quante le noccioline contro un muro. Se qualche nocciolina riesce a fare centro, dà la possibilità al giocatore di spingere con le dita (pollice e indice) altre noccioline cadute lì vicino. Il giocatore diventa proprietario di tutte le noccioline che entrano nella buca. Il turno cambia non appena una delle noccioline non riesce a fare centro. Vince chi conquista più noccioline.
A CAMPANA
Si può giocare da soli o in gruppo. È un gioco antichissimo, risale addirittura agli antichi romani. Consiste nel disegnare sulla strada, con una pietra, un percorso di quadrati incastonati e numerati. Dopo aver lanciato un sasso sul numero uno, s’inizia a saltare sui riquadri con un piede – facendo attenzione a non abbassare l’altro – e con entrambi i piedi nelle caselle consecutive orizzontalmente. Se si calpesta una linea o se si sbaglia riquadro, si perde il turno. L’obiettivo è quello di lanciare il sassolino su tutti i riquadri e quindi completare il percorso.

AVVERTENZE
Non c’è nulla di virtuale quindi se ci si accorge di qualche gocciolina sulla fronte, non preoccupatevi, non siete diventati un’emoticon WhatsApp, è solo sudore!
Ancora con il tablet in mano? Posatelo un po’ e…state a giocare!

Madonna delle Milizie

La Madonna delle Milizie, storia, fede, mito e gastronomia

Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Giuseppe Leone 

Una volta i tuoni e il diluvio erano della Madonna a cavallo, nel paese attraversato dal fiume tutto di sassi
Elio Vittorini

A Scicli, l’ultimo sabato del mese di maggio, si svolge una delle feste più caratteristiche della nostra terra, quella della Madonna delle Milizie. Le sue radici affondano in un lontano passato, durante il periodo delle incursioni arabe in Sicilia, quando i cristiani sciclitani ebbero la meglio in una battaglia contro i musulmani, proprio grazie all’intervento della Madonna.

Immergiamoci nella storia e giungiamo, a ritroso, fino al 1091.
La Sicilia, in quel periodo, era turbata dall’invasione degli Arabi che, nel loro progetto espansionistico, miravano non solo alla conquista di nuove terre ma soprattutto alla conversione dei popoli alla religione musulmana. La Sicilia fu controllata dagli arabi fino al 1060 quando giunsero i Normanni a ripristinare l’ordine ponendosi come difensori della fede cristiana.
Scicli, allora, come tutte le altre terre, passò dal dominio arabo a quello normanno ma i musulmani, che non si erano dati per vinti, minacciavano continuamente il territorio. Fu proprio in questo contesto che, gli sciclitani, in una notte di marzo del 1091, videro avanzare delle navi nel mare di Donnalucata: erano gli Arabi, capeggiati dall’emiro Belcane, che giungevano con l’intento di riscuotere le tasse per la mancata conversione della popolazione.
Allarmato da tale notizia, il Gran Conte Ruggero d’Altavilla, affrontò i nemici dapprima verbalmente – famosa, a questo proposito, è la frase “la Sicilia non è tributaria” – e poi in battaglia. I musulmani coalizzavano le loro forze al grido di “Allah”, i cristiani invece innalzavano preghiere a Dio e chiedevano l’intercessione della Madonna. Proprio in quella confusione, sopraggiunse una nuvola dalla quale emerse una maestosa signora su un bianco cavallo. Non era un’immagine qualunque: si trattava proprio della Madonna che, ascoltando le suppliche, si era manifestata nei panni di una guerriera. Gli arabi furono atterriti da tale visione e iniziarono a scappare abbandonando il campo di battaglia dove i cristiani esultavano per la vittoria. Questa tradizione si tramanda da secoli. La prima statua raffigurante la Madonna delle Milizie risale al ‘400 e attualmente ne esiste una copia conservata sull’Eremo delle Milizie.
Nel posto dove fu combattuta la battaglia venne costruito, per volontà del Gran Conte Ruggero, un meraviglioso eremo affinché si magnificasse la gloria della Vergine guerriera. Qui, oltre alla copia dell’antica statua – che però non raffigura la Madonna sul cavallo – si custodisce l’orma dello zoccolo del cavallo di Maria.
Questo luogo, anticamente, era chiamato “Piano re mulici”, da qui il nome Madonna delle Milizie.
Oggi si venera il caratteristico simulacro, databile al XVIII secolo, conservato nella Chiesa Madre di Scicli. Qui la Madonna appare come una paladina su un cavallo bianco e con una spada nella mano destra. Ai suoi piedi gli Arabi, sconfitti. “Ecce adsum, civitas mea delecta, protegam te dextera mea” è il tradizionale motto attribuito alla Madonna.
Oggi partecipare alla festa significa assistere alla “Sacra Rappresentazione” ossia ad una rievocazione storica del fatto d’armi magistralmente preparata da bravissimi attori e registi con la partecipazione degli sciclitani. E così c’è chi interpreta Ruggero, chi Belcane, chi impugna le armi e chi personifica gli Arabi, giungendo sulla piazza dove si svolge la rappresentazione, attraverso una nave in cartapesta con scritto “Stambul”. La vicenda si conclude con l’arrivo del simulacro della Madonna a cavallo a cui segue il caratteristico Canto dell’Angelo e la solenne processione. Il testo del 1933 utilizzato per la rappresentazione è di Giuseppe Pacetto Vanasia. Dal 2011 la Festa e il testo della “Sacra Rappresentazione” sono entrati nell’elenco delle Eredità Immateriali UNESCO. Per l’occasione, il dolce caratteristico è la “testa di moro”, una sorta di bignè a forma di turbante farcito con ricotta o creme varie. Una festa da vivere. Appuntamento a Scicli, l’ultimo sabato del mese di maggio.

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Barbaro Messina, l’artigiano della pietra lavica, racconta il suo territorio

Articolo di Omar Gelsomino, Foto di G.Barbagiovanni e R. Fichera

Un binomio indissolubile. Un bene Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco e un Tesoro Umano Vivente, come “maestro del ciclo della pietra lavica”, iscritto nel Registro delle Eredità Immateriali. Parliamo dell’Etna e di Barbaro Messina. Un legame forte con il suo territorio, perché lo racconta, e una passione smisurata per l’arte.

«Completati gli studi artistici, volevo iniziare un’attività artistica lontana dalla pittura e dalla scultura, in quanto nel nostro territorio c’era una concorrenza spietata, e la scelta cadde sulla ceramica però, non trovai porte aperte in Sicilia e nemmeno nel resto d’Italia – spiega Barbaro Messina -. Era un percorso difficile, tutti mi facevano vedere il lavoro finito ma non mi permettevano di entrare in bottega. Con la mia caparbietà e con una lettera di presentazione del prof. Maganuco, entrai nelle botteghe più qualificate. Ero bravo nella modellazione e bravissimo nella ricerca, con la voglia di sperimentare. Il mio percorso formativo di ceramica è stato lungo: esauriti in due anni tutti i percorsi nazionali, mi rivolsi al Mediterraneo, passando in Francia, Spagna, Portogallo, Marocco, Tunisia, laddove c’era ceramica, attorno ai miei percorsi, andavo per capire le varie differenze. Provenendo da una famiglia molto povera, vivevo facendo ritratti, paesaggi, nature morte con acquerelli, tempere, gessetti, per poche centinaia di lire, un modo che mi permettesse di sopravvivere e accumulare quanti più soldi per visitare i musei ed entrare nelle botteghe della ceramica in modo autonomo».

Sicuramente non è stato un percorso facile ma ha tracciato una “strada maestra” e col tempo sono arrivate tante soddisfazioni ed altrettanti riconoscimenti.

«Nasco come pittore, poi divento scultore e nella ceramica i due elementi diventano unici, diventano maiolica con un’identità rigorosamente etnea, perché tutte le esperienze fatte nelle varie “città ceramiche” e nelle aziende mi hanno portato a lavorare lungo una ricerca per “l’identità ceramica” – continua Messina -. Un percorso durato un decennio fino a quando sono arrivato a ceramizzare la lava con l’argilla silicia della Valle del Simeto e da lì è iniziato un progetto di ricerca, di sperimentazione e di divulgazione che mi ha permesso di entrare nel mondo del design, dell’architettura urbana, della bioarchitettura e della bioedilizia, prima a me sconosciuti. Tutta questa ricerca iniziò dopo la mia sperimentazione perché cercavo delle cose che mi identificassero, non solo come stile, ma anche come materiale. Il primo segmento è stato quello del cotto miscelato con sabbie vulcaniche, subito dopo, quando ho visto che pure i pavimenti si ceramizzavano, iniziai il percorso di ceramizzazione della pietra lavica».

Barbaro Messina è ottimista sul futuro della sua arte e dall’alto della sua esperienza acquisita in tanti anni prova a dare anche dei consigli. «Il futuro della pietra lavica non ha fine perché si è aggiunta al materiale esistente. Io sono un ceramista, la ceramica non morirà mai. È uno dei mestieri più antichi del mondo, il problema è il ceramista: se vuol essere un testimone del tempo in cui vive, deve camminare al passo delle tendenze e della moda. Se il ceramista ha questa sensibilità la crisi, la fine, il collasso non esisteranno. La lava proviene da cave che si esauriscono, è necessario tutelare i nostri prodotti, basterebbero poche righe di una legge regionale per farlo. Ai giovani che vogliono intraprendere questa attività dico solo di essere attenti testimoni di questo tempo, di guardare al mondo del design, dell’arredamento e della contemporaneità. Se cercano di arrancare o copiare cose in cui manca l’identità meglio non iniziare».

Affiancato da diversi anni nel suo “Studio Le Nid” dai tre figli Vincenzo, Filippo e Rita che seguono l’azienda di famiglia, Barbaro Messina si dedica con passione alla sua attività in maniera instancabile e guida la Scuola Museo a Paternò dove insegna la sua arte alle giovani generazioni, trasmettendo loro l’amore per l’arte e per la propria terra.

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La Notte di Natale, i racconti nel Racconto

a cura di Alessia Giaquinta

Notte straordinaria è quella di Natale. In quest’occasione nessun mito o tradizione popolare può slegarsi dall’aspetto storico-religioso della nascita del Bambinello Gesù. E così Natale significa allestimento del presepe, novene, canti natalizi, simboli e cibi tradizionali…

I racconti siciliani che caratterizzano la notte più attesa dell’anno richiamano il legame tra la cultura agricola e il fervore religioso presente nelle famiglie siciliane di un tempo.

Si narra che, durante la notte di Natale, il puleggio (o mentuccia) raccolto durante la notte di San Giovanni Battista (il 24 Giugno) improvvisamente rifiorisce in tutta Sicilia. Non solo questa pianta, però, gode del miracolo: anche la vegetazione tutta rinvigorisce nell’esatto momento in cui viene proclamato il Vangelo della Mezzanotte.

L’evento, narrato dallo storico e letterato Giuseppe Pitrè in Spettacoli e Feste Popolari Siciliane (Arnaldo Forni Editore), pare coinvolga anche il mondo animale. Allo stesso modo in cui, incredibilmente, rifiorisce – anche se per pochi attimi –  la vegetazione, infatti, “ (…)ha luogo una fiera incantata in uno dei campi che si estendono da Chiaramonte a Caltagirone. Lì pecore e buoi e capre e porci e galline (…)”.

La misteriosa fiera durerebbe, secondo la leggenda, dall’inizio della messa sino a quando si vota u Libru, ossia nel momento della proclamazione del Vangelo di Natale. Subito dopo, come per incanto, tutto svanisce. Chi riuscirà a comprare bestiame, in quei brevi momenti prodigiosi, potrà barattare il proprio acquisto con oro fino e massiccio.

Il popolo contadino non si stancava di credere che, in quella notte, il Bambinello si manifestasse nell’abbondanza di ogni cosa presente nel creato immaginando, addirittura, che dopo la mezzanotte la Madonna e Gesù Bambino scendessero sulla terra per ammirare da vicino le loro copiose grazie e, poi, si fermassero ad assaggiare i succulenti cibi preparati dalle famiglie in quella misteriosa notte.

Ogni cosa si arricchiva della gioia del Natale, niente e nessuno escluso.

Ci si stupiva ancora e ci si lasciava stupire dal mistero, dalla natura, dalla fede…

Vecchi cunti, questi, forse dimenticati ma che faremmo bene a ricordare e riscoprire, perché non muoia mai in ciascuno di noi il senso di meraviglia e stupore per ogni cosa che ci circonda.

A tutti, Buon Natale!

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La Cuccìa, il cibo di Santa Lucia

Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Totò Messina

La cuccìa è un piatto semplice ed essenzialmente povero ma, al contempo, carico di storia e mito.

A base di grano bollito, nella variante dolce o salata, la cuccìa viene consumata tradizionalmente in Sicilia il 13 Dicembre, in occasione della memoria liturgica di Santa Lucia.

L’origine della cuccìa, infatti, sembra essere legata a eventi miracolosi avvenuti proprio per intercessione della giovane Santa siracusana.

La tradizione tramanda, in modo particolare, due eventi prodigiosi – avvenuti rispettivamente a Siracusa e Palermo – utili a spiegare la tradizione di preparare la cuccìa, il 13 Dicembre.

Si narra che nel 1646, durante la dominazione spagnola, Siracusa fu colpita da una grave carestia. Per questo motivo il vescovo di allora, Mons. Francesco d’Elia indisse otto giorni di preghiere attorno alla statua di Santa Lucia, presso il Duomo di Siracusa. Il 13 Maggio, durante la celebrazione di una messa, improvvisamente una quaglia entrò in chiesa e si posò sul simulacro della Santa. L’evento, particolarmente suggestivo, fu interpretato come un segno di Santa Lucia come risposta alle numerose preghiere del popolo. In effetti, uscendo dalla chiesa, furono avvistate delle navi cariche di frumento e agrumi, pronte a sfamare la popolazione. I siracusani riconobbero il miracolo operato dalla Santa loro concittadina e, per questo motivo, celebrano ancora oggi una festa di ringraziamento nel mese di maggio – per l’appunto – ricordata come Santa Lucia delle Quaglie. Da questo evento miracoloso pare nasca la tradizionale cuccìa: talmente era la fame che, in quell’occasione, il grano non venne molito per farne farina ma fu consumato in fretta, semplicemente bollito.

Altro evento prodigioso, di uguale natura, pare avvenne a Palermo proprio il giorno del martirologio di Santa Lucia, il 13 Dicembre. In città non c’era più frumento e i palermitani, radunati nella Chiesa di S. Maria di Valverde, pregavano per ottenere la grazia di essere sfamati. Fu così che, presso il porto di Palermo, giunse un bastimento carico di frumento che venne immediatamente distribuito alla popolazione. Pure in questo caso i chicchi di grano furono consumati integralmente, dopo esser stati bolliti e conditi con sale e olio. Poiché il miracolo avvenne il 13 Dicembre, i palermitani riconobbero l’intercessione di Santa Lucia e, anche per questo motivo, dedicarono alla Santa un importante altare, riccamente decorato, nella Chiesa suddetta.

La tradizione, per questo, vuole che il 13 Dicembre, in memoria degli eventi sopra citati, si faccia il “Digiuno di Santa Lucia” che consiste nell’astenersi dal consumo di farina di grano, e dunque il digiuno da pane, pasta, pizza o biscotti. In sostituzione di questi alimenti si preparano panelle, riso, arancini e l’immancabile cuccìa.

La parola stessa pare derivi dalla voce siciliana “cocciu” ossia granello (di frumento) e, a sua volta, si lega al greco tà ko(u)kkía che significa i grani.

Questo piatto, oltre ad avere un importante significato storico-religioso, è legato anche all’abbondanza e alla prosperità. I chicchi, infatti, sono innumerabili e rappresentano, in natura, qualcosa che deve morire per germogliare, per nascere a vita nuova, divenendo così simbolo di buon auspicio. In questo modo ci spieghiamo anche perché lanciamo il riso agli sposi o mangiamo la lenticchia a Capodanno.

È in quest’ottica che possiamo spiegare il rito di distribuire la cuccìa ai familiari, amici e vicini di casa.

A oggi, esistono tanti modi per preparare questo tradizionale piatto: la cuccìa si arricchisce di legumi, aromi e spezie nella versione salata, oppure di ricotta, cannella, cioccolato, miele o zucchero nella variante dolce.

Insomma: la cuccìa da pietanza povera e semplice ha subìto un’elaborata evoluzione non solo nelle ricette ma anche nella cultura, perdendo purtroppo la carica devozionale che la caratterizzava.

Eppure esiste ancora chi, prima di mangiare la cuccìa, non dimentica di dire un Padre Nostro e un’Ave Maria di ringraziamento, portando avanti così non solo una tradizione ma una ritualità che è incompleta se separata dalla propria fonte originaria.

 

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La granita: sapore estivo di Sicilia

Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Martina Melina

Vi siete mai chiesti come e quando nasce la granita siciliana?

La sua origine risale al IX secolo, periodo della dominazione araba in Sicilia, e trae spunto dalla bevanda ghiacciata aromatizzata alla frutta che preparavano gli arabi: lo sherbet.

L’evoluzione di questa ricetta si deve ai “nivaroli” ossia agli uomini che si occupavano di raccogliere la neve caduta, durante la stagione invernale, sull’Etna o su altri monti siciliani e conservarla, poi, in apposite strutture al riparo dai raggi solari: le neviere.

Perché, dunque, era così importante costruire dei luoghi dove si potesse conservare la neve?

Noi, che apparteniamo alla generazione-frigorifero, immaginiamo con difficoltà i tempi in cui non esistevano né prodotti surgelati né alimenti o bibite fresche da consumare per refrigerarsi, magari, dal caldo estivo.

Gli antichi, insomma, non potendo congelare, essiccavano gli alimenti o li consumavano immediatamente. Le bevande si mettevano nelle brocche, tenute nei posti più freschi dell’abitazione.

Il professore Luigi Lombardo, etno-antropologo, in un saggio riferisce “Fino agli anni ’50 del Novecento a Buccheri, Palazzolo, Chiaramonte e in parte Buscemi si è continuata la raccolta, la conservazione e la commercializzazione della neve” tanto che si soleva dire “Sutta a nivi pani, sutta iacqua fami (sotto la neve pane, sotto la pioggia fame)”.

E quindi, come nasce la granita?

Torniamo ai nivaroli: le fonti ci attestano che, sin dal 1500, questi addetti alla conservazione della neve rivendevano, durante la stagione estiva, il ghiaccio ricavato. Esso era un ottimo rimedio per alcune malattie (si pensi a cura ro friddu, la cura del freddo) ma, in maniera particolare, serviva per rinfrescare bevande e alimenti e, perché no, per creare nuove miscele che potessero refrigerare.

Nasce così a’rattata, ossia la neve grattata e condita con il succo di limone, la vera antenata della granita siciliana.

Nel 1765 il viaggiatore francese J. M. Roland de La Platière testimonia nei suoi scritti che nell’isola siciliana “si consumano molti sorbetti (…) formate con la neve che cade sulle montagne vicine (…) portata in città ogni giorno a dorso di un mulo”.

Si trattava però di un privilegio: non tutti potevano acquistare un pezzo di ghiaccio, comunque quasi tutti potevano permettersi di consumare bibite “arrifriscati” e a’rattata almeno una volta l’anno, durante le feste patronali che cadevano nel periodo estivo.

Più tardi nacque il “pozzetto: un tino di legno con un secchiello di zinco in cui era miscelata la neve con il sale, per abbassarne la temperatura; una manovella, inoltre, impediva la formazione di cristalli troppo grossi.

Ora non si può più parlare di rattata ma di un prodotto più cremoso e denso: la granita.

Nel tempo, chiaramente, la neve è stata sostituita dall’acqua, lo zucchero ha preso il posto del miele e il freezer ha soppiantato sia le neviere, sia il pozzetto e il lavoro di quei nivaroli che, grazie alle nevicate, riuscivano a integrare il loro magro reddito.

Dal 2012 si organizza, ad Acireale, il Festival della Granita Siciliana in cui maestri pasticceri si sfidano nella preparazione delle granite: da quella al limone, alle mandorle, ai gelsi, alla fragola, al torrone e ancora al pistacchio, al caffè, al cioccolato… Oggi ne esistono più di 80 varianti. L’obiettivo è fare della “granita artigianale siciliana un’icona identificativa del territorio”.

Provate a spiegarlo, oggi, a un bambino che tranquillamente gusta una granita: ditegli che sta assaporando il risultato di una tradizione secolare, meravigliosa e incredibile; ditegli che lì è contenuto il sapore estivo della terra siciliana.

Noi di Bianca Magazine abbiamo avuto il piacere di gustare una granita artigianale e buonissima al Central Bar di Grammichele dove vi invitiamo a provarla!

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Si rinnova la devozione a San Michele Arcangelo e Santa Caterina

Articolo di Angelo Barone,   Foto di Michele Buscema e Martina Melina

A Grammichele, l’8 maggio si è rinnovata la festa dei Santi Patroni San Michele e Santa Caterina. Una festa ricca di fede, devozione, tradizioni e folclore che da diversi anni si continua a migliorare grazie all’impegno di Francesco Tornello e Gianfranco Viola che, nel 2001 hanno dato vita all’Associazione dei Devoti. La sua nascita ha stimolato la partecipazione e la devozione ai Santi Patroni di tanti giovani che ogni anno si prodigano per raccogliere donazioni e organizzare al meglio tutti gli eventi. L’impegno profuso da questi giovani si esalta e trova appagamento nel portare a spalla i Santi Patroni, una tradizione questa che si era persa nel corso degli anni.

L’uscita trionfale dei Santi Patroni e il rientro nello scenario della piazza esagonale con musiche, luci, colori e giochi pirotecnici è uno spettacolo unico. Il percorso della processione segue la tessitura urbana di Grammichele, voluta dal suo fondatore il Principe Carlo Maria Carafa, che “nasce all’insegna del sei e dei suoi multipli e sotto multipli: sei lati, sei anelli, sessanta isolati nei sestieri e sessanta nei borghi, tre assi principali. Sei numero perfetto per i matematici e sacro per i teologi” come scrive Giuseppe Palermo ne La Città Perfetta. “La geometria, tuttavia si riveste dei panni della religione perché il Principe conferì alla nuova città una toponomastica sacra” che il percorso della processione ci aiuta a leggere con l’ordine di successione dei sestieri voluti dal Principe, a partire dal primo che non poteva essere quello di San Michele e a seguire in senso orario San Carlo, Santa Caterina, SS. Annunziata, San Rocco e SS. Angelo Custode. Anche nelle novità della festa di quest’anno la regola del tre è stata rispettata con i tre finti rientri e le tre porte aperte della Chiesa Madre. Sin dalla traccia del disegno il Principe aveva individuato in San Michele il nome della città e del Santo Protettore da affiancare a Santa Caterina, già venerata in Occhiolà, nella lastra di ardesia, dove è disegnata la pianta di Grammichele, è inciso “Si vanta di mutare in buon augurio il grande nome di San Michele, affinché la terra tremi per l’ossequio, non per la rovina“. fonte: La Città Perfetta.

Tutti i cittadini e i tanti visitatori hanno apprezzato l’impegno dell’Associazione dei Devoti, guidata dall’infaticabile presidente Francesco Tornello, per la cura e la qualità della scenografia che ha esaltato la bellezza e la maestosità della piazza. Tutta la manifestazione è stata finanziata esclusivamente da donazioni private, compresi tutti i lavori di restauro della vara, delle statue e della cappella dei Santi Patroni realizzati in questi anni. Nel 2010 fu realizzata la vara in copia originale. Nel 2015 furono donati gli argenti che decorano le statue, che negli anni ’80 erano stati rubati, l’anno scorso è stata restaurata la cappella che custodisce i Santi Patroni. Di recente sono state realizzate le ali in argento per la statua di San Michele e in processione sono state portate due importanti reliquie: un frammento di roccia proveniente dalla Grotta di Monte Sant’Angelo in Puglia, dove apparve San Michele l’8 maggio 490 d.C., e una reliquia del vestito di Santa Caterina.

Accanto alla statua del Principe si discuteva di poter inserire tra gli itinerari turistici religiosi promossi della Regione Siciliana, insieme alle più note Sant’Agata e Santa Rosalia, la festa di San Michele e Santa Caterina. L’assessore regionale al Turismo, Anthony Barbagallo, dava la disponibilità per una valutazione e il Principe annuiva positivamente, ma con lo sguardo ci ha ricordato di aver fatto tanto e che ora tocca a tutti noi cittadini di Grammichele adoperarci. Noi di Bianca Magazine lo abbiamo detto, nel numero precedente abbiamo trattato di Sant’Agata, e per il prossimo andremo da Santa Rosalia convinti che Francesco Tornello e l’Associazione dei Devoti possano continuare a stupire tutti.

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Carmelo Buscema il costruttore di Marranzani

Articolo di Alessia Giaquinta,   Foto di Totò Messina

Suono di Sicilia, non si potrebbe definire altrimenti: ecco cosa è il Marranzano. Apparentemente semplice nella forma, quasi essenziale, è costituito da due elementi: ‘a cascia, ossia il telaio di ferro dall’aspetto tondeggiante che ricorda la struttura genitale femminile e da una pinnedda, ossia una linguetta in metallo dalla forma allungata e sottile che culmina in un ricciolo, a sua volta simbolo dei genitali maschili. E, quasi alludendo alla magia che sprigiona l’incontro uomo-donna, questi due elementi, insieme, producono un suono quasi soprannaturale, capace di creare stupore e incanto.

Uno strumento del genere, caratteristico della nostra Sicilia, ma diffuso in tutto il mondo attraverso numerose varianti, è quasi a rischio di estinzione: pochissimi, ormai, sanno costruire artigianalmente il marranzano e, addirittura, sebbene molti siano affascinati dal suono che esso produce, non è facile trovare chi è in grado di conoscerlo veramente.

A spiegarcelo è Carmelo Buscema, un eclettico fabbro di Monterosso Almo, che dal 2010 è diventato costruttore di marranzani e poi, di conseguenza anche un suonatore perché, come dice lui «un meccanico che non sa guidare non saprà neanche dove mettere le mani per riparare un’automobile, e così anche per il marranzano: chi lo costruisce deve conoscerne il suono e la magia della vibrazione che produce».

Lo incontriamo, un pomeriggio, nella sua bottega tra martelli, forge e pezzi di ferro. Carmelo è gioioso e con grande entusiasmo si racconta mentre, instancabilmente, ci mostra una parte del lavoro per la costruzione del marranzano.

«Sono un fabbro curioso – esordisce – perché non mi sono mai accontentato di produrre semplici pezzi in serie. Amo usare la fantasia e la creatività e soprattutto sfidare me stesso… ».

Così, con gli occhi commossi e carichi di soddisfazione, inizia a raccontarci il suo primo incontro con il marranzano, avvenuto per caso nel 2010 partecipando ad una festa a Catania.

«Feci una scommessa con me stesso: voglio costruirlo, ho gli strumenti giusti e soprattutto tanta voglia di fare».  Con questo spirito, Carmelo, iniziò una delle avventure più belle e soddisfacenti della sua vita: costruire non solo uno strumento ma soprattutto onorare, attraverso il lavoro, una tradizione che non può finire nell’oblio.  

A tal proposto ci spiega la differenza tra i marranzani in commercio e quelli costruiti artigianalmente: «è necessario distinguere il souvenir dallo strumento. Marranzani da souvenir se ne trovano tanti in commercio, a poco prezzo, ma questi non possono considerarsi strumenti. Il vero marranzano è costruito da un fabbro che conosce bene l’arte di forgiare il ferro e che sa già il suono che vuole ottenere. Non esistono marranzani uguali: ognuno ha un suono diverso poiché differente è la mano che l’ha costruito, ogni marranzano è un pezzo unico».

Allora, compiaciuto, ci mostra alcuni marranzani da lui prodotti ed esportati in tutto il mondo: dal Giappone, alla Svizzera, all’Inghilterra perché, come lui stesso ci tiene a sottolineare, il mondo è pieno di curiosi, studiosi, appassionati, collezionisti e musicisti che commissionano – senza badare a spese – il tipico strumento e c’è chi incide pezzi, chi scrive tesi di laurea, chi ne studia le note, chi la storia.

Carmelo non avrebbe mai creduto che intraprendere questo percorso, che lui stesso considera un hobby e una passione, gli avrebbe portato così tanta soddisfazione e stima a livello mondiale.

Ad oggi, in Sicilia, infatti, sono rimasti solo in due a saper costruire marranzani e Carmelo, non ancora cinquantenne, auspica che tra le nuove generazioni ci sia qualcuno che voglia imparare, che voglia prendersi l’impegno di continuare una tradizione millenaria.

«Giuseppe Alaimo è stato il mio maestro: mi ha accolto in casa sua, a Resuttano, circa tre volte per insegnarmi teoricamente i passaggi utili alla costruzione del marranzano. Lui spiegava e poi io, appena tornavo in bottega, cercavo di mettere subito in pratica. Non è stato semplice ma non mi sono mai arreso. La soddisfazione di esserci riuscito, però, è stata unica».

Poi, con un velo malinconico, ci confida «finché mani, denti, fiato e passione non mi abbandonano, costruirò e suonerò marranzani: ho fatto una promessa al mio maestro in punto di morte, a me stesso e alla mia caparbietà e soprattutto alla mia bella Sicilia …».