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Olivette di Sant’Agata, il dolce legato a una storia di fede e tradizione

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di FOTO DI Rosalba Auccello de LA CUCINA DI ROSALBA | IG

Se è vero che la cultura di un popolo si manifesta anche attraverso le sue feste secolari, i tre giorni dedicati alla Santa Patrona di Catania ne rappresentano l’esempio per eccellenza. Dopo la Settimana Santa di Siviglia e quella del Corpus Domini in Perù, la festa di Sant’Agata è la manifestazione religiosa più famosa al mondo. Dal 3 al 5 febbraio la città etnea si popola di turisti, curiosi e devoti da ogni angolo d’Italia, attratti dalla fede e dal folclore che pervade le sue piazze e vie di pietra lavica. Una ricorrenza che tiene in fibrillazione la città del “Liotro” per tutto l’anno; gli abitanti la attendono con impazienza e i preparativi iniziano già subito dopo il Natale. La Festa di Sant’Agata è un’esplosione di colori, ceri, processioni, silenzio reverenziale ma anche delle consuete invocazioni alla Patrona, al grido di “Semu tutti devoti tutti!”. Quest’anno purtroppo le usuali celebrazioni non si terranno a causa dell’attuale emergenza sanitaria, ma la storia e la tradizione restano vive nel cuore dei cittadini catanesi, in attesa di poterla festeggiare in periodi più sereni.

Come ogni siciliano sa, Agata era una giovane nata nel terzo secolo d.C. in una ricca e nobile famiglia siciliana di fede cristiana. Pura e incantevole, intorno ai 15 anni decise di consacrarsi a Dio. Il proconsole Quinziano, a Catania per far rispettare l’editto imperiale che esigeva da tutti i cristiani l’abiura pubblica della loro fede, notò Agata e intenzionato a possederla, le ordinò di adorare gli dei pagani. Al rifiuto della ragazza, iniziò una vera e propria persecuzione fatta di soprusi e torture. Fallito, infatti, ogni tentativo di corruzione, Quinziano la fece incarcerare e lì fu sottoposta all’amputazione dei seni e infine al supplizio dei carboni ardenti. Dall’anno della sua morte, il 5 febbraio 251, Agata viene venerata come vergine e protettrice di Catania e in seguito dichiarata martire e Santa dalla Chiesa cattolica.

In quest’atmosfera ricca di simboli e sacralità, anche i sapori e i profumi ne fanno da padrone. Le vie brulicano di bancarelle piene di qualunque leccornia, pasticcerie e panifici propongono le Minne e le Olivette di Sant’Agata, chiamate in siciliano Aliveddi ri Sant’Àjita. Mentre le prime sono caratterizzate dalla classica forma tondeggiante che richiama metaforicamente ai seni della Santa, le olivette sono piccoli dolcetti che ricordano appunto le olive, fatti di un morbido impasto di pasta di mandorle arricchito da liquore e aromi. Vengono rese verdi dall’aggiunta del colorante e zuccherate a volontà.

Su questi tradizionali dolci ruotano storie e leggende, che intere generazioni di catanesi tramandano con fede e immenso orgoglio. L’origine delle olivette deriva da un episodio della vita della martire; secondo la tradizione mentre la giovane veniva condotta dal proconsole, si fermò ad allacciarsi un sandalo.

Chinatasi, iniziò a sbocciare un albero di ulivo selvatico e a donare i suoi preziosi frutti. Si narra che dopo il martirio e la morte di Agata, i concittadini raccolsero le piccole olive dell’albero e, credendo nel loro grande potere legato alla Santa, vennero offerte agli ammalati, come fossero un cibo in grado di donare cura e conforto dal dolore. Un’altra versione della storia, invece, racconta che Agata, perseguitata dal suo aguzzino, si scontrò con un ulivo sterile che al suo tocco cominciò a produrre olive. Le leggende sulla figura della Santa sono in particolar modo intrecciate alla fertilità e al risveglio della natura, che già a febbraio in Sicilia sboccia timidamente.

Dal 1926, nel XIII centenario della traslazione delle sue reliquie da Costantinopoli a Catania, al centro della piazza del carcere dove fu rinchiusa e martirizzata Agata, fiorisce un ulivo, lateralmente all’entrata della chiesa.

Gustare le olivette e ricordarne la storia, è uno dei modi in cui i catanesi rendono omaggio alla martire innocente, la Regina che protegge la città in cui vulcano e mare si guardano e sorridono da sempre.

BM

L’alloro tra sacro e profano: rimedio, sapore e simbolo senza tempo

di Patrizia Rubino

Probabilmente è una delle piante aromatiche e officinali più diffuse e utilizzate nella tradizione della nostra regione ed è per questo che l’alloro, il cui nome scientifico è Laurus nobilis, è stato riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali come prodotto tipico siciliano. Ma forse è riduttivo parlare dell’alloro solo in questi termini, considerando anche l’alto valore simbolico che da sempre ha rappresentato. Ignazio E. Buttitta, nell’opera “Feste dell’alloro in Sicilia” descrive l’utilizzo rituale dell’alloro in alcune feste dedicate al santo patrono o alla Madonna, in particolare in alcuni centri del messinese; a Capizzi la notte tra l’1 e il 2 settembre, a Naso per accompagnare la Madonna delle Grazie, lungo le strade del paese. A Tortorici e a Ficarra, dove si tiene una processione dell’alloro in gennaio.

Per mia nonna l’ “addauro” era veramente sacro, lo utilizzava in mille modi, guai a non averne a casa; con le sue foglie fresche o essiccate preparava un infuso con qualche scorza di limone e un’abbondante cucchiaiata di zucchero. Un rimedio eccezionale – a sentire lei – per i malanni legati all’apparato digerente, come il semplice mal di stomaco, ma anche capace di stimolare l’appetito, ottimo come espettorante e decongestionante, con straordinarie proprietà diuretiche e manco a dirlo, rilassante. Diceva sempre che per essere più efficace occorreva bere, quello che da bambina consideravo un mezzo intruglio, bello caldo, quasi bollente. Funziona ancora oggi. In cucina poi, lo utilizzava per insaporire tante pietanze dalla sua strepitosa “caponatina” con melanzane, peperoni e patate, agli arrosti di carne, nelle zuppe e nelle marinate, o nei prodotti sott’olio a lunga conservazione come funghi e melanzane. Una lontana e anzianissima zia, lo utilizzava per preparare uno sciroppo per la tosse e il raffreddore, oltre che come infallibile insetticida naturale: bastava mettere le foglie di alloro essiccate, in un bicchiere con acqua bollente davanti alla finestra e l’odore intenso teneva lontane formiche e zanzare.

In casa di nonna si usava, inoltre, come analgesico per il mal di testa, per sbiancare i denti e rinfrescare la pelle scottata dai raggi del sole. Ricordo poi di aver visto alcune foglie di alloro anche dentro un libro, pare servisse per proteggerlo da tarme e umidità. La saggezza degli anziani è un patrimonio prezioso, una conoscenza che il più delle volte non nasce dallo studio e dall’approfondimento ma che si fonda su tradizioni e consuetudini che si tramandano dalla notte dei tempi.

In realtà le nostre nonne non scoprivano nulla di nuovo. Sin dall’antichità, infatti, l’alloro oltre ad essere considerato particolarmente ricco di principi benefici e di essenze aromatiche terapeutiche, aveva anche un grande valore simbolico. Nella mitologia greco-romana l’alloro era la pianta consacrata ad Apollo, dio del sole, della musica e della poesia, le foglie intrecciate a mò di corona rappresentavano sapienza e gloria ed erano utilizzate per adornare la fronte dei vincitori nei campi di battaglia e nelle competizioni atletiche e in epoche successive costituiva il massimo onore per un poeta. Pensiamo alle corone trionfali dei grandi condottieri Giulio Cesare e Napoleone. Come non citare poi il ritratto iconico, realizzato dal Botticelli, di Dante Alighieri, in cui quest’ultimo viene raffigurato con il capo cinto da una sgargiante corona d’alloro, ricordando che proprio quest’anno ricorrono i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta.

In tempi abbastanza recenti la corona d’alloro è ritornata ad essere utilizzata come simbolo di sapienza e virtù per i neolaureati; è diventato quasi un rituale, infatti, che un genitore o un parente stretto, subito dopo la cerimonia di proclamazione pongano una corona d’alloro, sulla testa del loro congiunto che ha appena conseguito la laurea, per l’ambito traguardo raggiunto. A tal proposito la parola “laurea” deriva dal termine latino “laurus” tutto torna quindi.

BM

Editoriale N.27

di Emanuele Cocchiaro

Cari lettori, con questo numero vi vogliamo condurre, ancora una volta, alla scoperta di una Sicilia più vera, da assaporare e da vivere nella straordinaria bellezza del suo divenire. Imperdibile a tal proposito l’approfondimento sul primo parco dedicato alla dieta mediterranea che fa leva sui due principali pilastri dell’economia siciliana: l’agricoltura e il turismo. Non dimentichiamo, infatti, che la Sicilia, quale cuore del Mediterraneo e crocevia di civiltà e culture diverse, ha dato vita a un’incredibile fusione di tradizioni culinarie di diversi popoli che hanno sfruttato le risorse tipiche locali quali cereali, frutta, verdura, latticini, pesce e vino.
Il cibo diventa così il punto di partenza per fare rete, fortificando l’economia siciliana e in particolare quella della Sicilia quale terra dello stile di vita mediterraneo. Il viaggio tra le pagine della nostra rivista vi porterà inoltre ad Acireale dal cui mare emerge la famosa “Timpa di Acireale” ricoperta da decine di strati di lave antiche, all’Orto Botanico di Palermo che da ormai quasi due secoli è fonte di ispirazione per artisti, cultori di biologia naturale e ha promosso la diffusione, finanche in Europa, delle più disparate e anche rare specie vegetali. Concludo il mio invito alla lettura di questo straordinario numero ritornando nuovamente al cibo ed infatti altra testimonianza che la Sicilia è terra rigogliosa ci viene direttamente dalle pendici dell’Etna ove da anni si produce la piccola e famosa mela dell’Etna. Sperando di avervi incuriosito, vi auguro una buona lettura.

L’editore
Emanuele Cocchiaro

editoriale

Editoriale N.26

di Emanuele Cocchiaro

Cari lettori, è difficile di questi tempi parlarvi di argomenti come i viaggi, le festività, il turismo, l’arte e la cultura. Ci accingiamo, difatti, a vivere un Natale particolare e difficilmente, per diverse ragioni, avremo la possibilità di programmare un viaggio quest’inverno. Ritengo, tuttavia, che chi svolge un lavoro come il mio debba guardare oltre e trovare, nella difficoltà, l’occasione per risollevarci. Per questo andiamo avanti molto orgogliosamente alla ricerca delle eccellenze del nostro territorio, delle sue bellezze e di quanti ogni giorno fanno grande il nome della nostra terra. In questo numero non potevano mancare approfondimenti sul Natale, tra borghi imperdibili da visitare quali Gangi, Castelbuono e Isnello, racconti di storie e sapori della tradizione e tanto altro che troverete sfogliando il numero che apre le porte al nuovo anno. L’augurio è che sia migliore di quello appena trascorso e che tutti voi possiate vivere le feste, perlomeno, in un clima di serenità. Nel frattempo attraverso il nostro nuovo portale “IN VIAGGIO CON BIANCA” potrete fare un viaggio virtuale alla scoperta della nostra meravigliosa isola. Seguiteci anche sui nostri canali social per non perdervi il lancio.
Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo.

L’editore
Emanuele Cocchiaro

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Al tavolo da gioco con Camilleri. Storia di un Natale d’altri tempi.

Articolo di Irene Valerio

Corre l’anno 1943. L’Europa è in subbuglio a causa del conflitto che ha fermato il tempo e che ormai sembra essere eterno. Le città sono strette nel silenzio dell’attesa e tengono il fiato sospeso per paura di non udire l’avvicinarsi degli aerei che sorvolano i cieli gemmati di un mondo che spasima per tornare alla vita, ma che ogni giorno è costretto ad assistere a scene atroci in cui la vita è dissacrata.

In simili periodi, quando non ci sono più certezze e anche sperare può essere opprimente, ci si attacca ai piccoli gesti che ricordano la quotidianità interrotta, atti semplici che però sono in grado di sgravare l’animo. Non appena giunge il Natale, quindi, ci si chiude in casa per lasciare la devastazione all’esterno e dopo cena ci si riunisce per giocare a carte con amici e parenti, opponendosi con il fragore della risata al funesto rombo della guerra.

Il 26 dicembre Andrea Camilleri, che ha diciotto anni, si trova in casa di un certo Don Sasà Bellavia, “cinquantino tracagnotto dai grossi baffi neri, dal volto duro, di scarsa parola”, uno che gira sempre armato. A invitarlo è stata la figlia di lui, Lea, che con il consenso dei genitori ha creato uno spazio riservato esclusivamente ai giovani, scampando così alla noia di una serata trascorsa in soggiorno con le signore e i bambini a trastullarsi con il “soporifero sette e mezzo”.

Durante la prima ora, il futuro creatore di Montalbano rimane affianco ai suoi amici nella suddetta sala, dove ci si intrattiene ballando, ma poi un sedizioso desiderio si appropria di lui: entrare nella leggendaria stanza in cui don Sasà e i suoi compari tentano la sorte giocando forte. Inizialmente intimorito e poi sempre più elettrizzato, Andrea cede alla curiosità e si intrufola nella camera proibita, dove ben presto, come risucchiato da una forza malefica, si ritrova seduto al tavolo da gioco a puntare le sue mille amlire, una somma miserevole rispetto ai numeri da capogiro dei suoi sfidanti. Il primo turno va bene, ma dal secondo la fortuna gli volta le spalle e gli strappa fino all’ultima moneta.

Costretto e abbattuto dalle circostanze, Andrea si scosta pertanto dal tavolo della rovina e si dirige verso la sventurata porta che lo ha tentato. Prima che varchi l’uscio, tuttavia, la vigorosa voce di don Sasà arresta la sua ritirata e gli propone di rimanere ancora, permettendogli di continuare a giocare sulla parola. L’entusiasta diciottenne non se lo fa ripetere due volte: fruga nelle tasche e ritorna alla carica, puntando prima la sua scatola di fiammiferi da mille amlire, poi il suo fazzoletto, dopo tutto ciò che ha con sé, fino a quando l’unica cosa che gli rimane è un debito da diciottomila amlire da saldare entro le ventiquattro ore.

Avvilito e furioso per la leggerezza che lo ha intontito, Camilleri si avvia verso casa, cercando di studiare una strategia per racimolare in fretta i soldi che gli occorrono, e il pensiero lo assorbe a tal punto che, arrivato a destinazione e ritiratosi nella sua stanza, il giovane non riesce a dormire e trascorre “una notte infame”. L’indomani però un’idea gli solleva il morale: chiederà aiuto a Elena, una sua amica di Agrigento, la quale informata dell’accaduto accetta di prestargli il denaro e glielo manda poco dopo tramite il fratello.

Verso sera, Camilleri si dirige rinfrancato da don Sasà, entra nel suo ufficio e trionfante posa sulla scrivania la busta piena di contanti. L’uomo, il più grosso esportatore di mandorle e cereali della città, è impegnato a fare i conti, perciò prende il bottino sbrigativamente, si accerta che contenga il gruzzolo stabilito e congeda il suo debitore. Quando questi è già arrivato alla porta, tuttavia, lo richiama e con tono severo gli ingiunge di riprendere il denaro: non avrebbe mai potuto accettare soldi da un picciotteddro come lui; voleva solo dargli una lezione affinché impari che scommettere ciò che non si ha è una scelta da irresponsabili, “pirchì abbisogna sempre stendiri lu pedi fino a quando il lenzolo teni”.

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Il Natale, l’Albero, la Pandemia

Articolo di Domenico Seminerio

“La Pandemia! – Che vuoi che sia?
O sorte ria! – Che camurria!
Sulu mi mia? – Puru pi tia!
Che allegria! – Viva Maria!
E Santa Lucia! – E il vero Messia!
Per gente pia! – E così sia!”

Finisco qui il breve scambio di “sorrisette parole brevi”, tanto per alleggerire con lievi battute la pesantezza del momento, e prendo congedo dall’amico Oscar. Ma continuo a rimuginare sulle feste del dicembre prossimo venturo che con quasi assoluta certezza quest’anno non celebreremo nei modi consueti. Un pensiero, però, si fa strada prepotente. L’albero lo farò lo stesso. L’albero di Natale, naturalmente. L’ho promesso.

L’ho promesso al più piccolo dei miei quattro nipoti, che con fare titubante e la vocina di quando fa le domande d’incerta accoglienza, m’ha chiesto: “Ma l’albero lo faremo lo stesso, nevvero?”. Lo faremo lo stesso, gliel’ho promesso. Lo faremo, al plurale. Perché in effetti da diversi anni in qua lo facciamo insieme, io e loro quattro. Un albero finto, naturalmente, per rispetto alla Natura, ma grande, di quasi tre metri: col punteruolo dorato arriva al tetto. Per farlo ci vuole la scala, quella robusta, capace di reggere ai movimenti improvvisi e alle brusche manovre necessarie per avvolgere un filo o per non far scappare una pallina colorata. Sulla scala ci salgo solo io, per evidenti motivi di sicurezza e perché non mi fido dello scavezzacollo più grande e alto quasi quanto me, che ne approfitterebbe, temo, per tarzanesche evoluzioni domestiche.

Farò l’albero. Sempre quello degli anni scorsi. Con le palline colorate degli anni scorsi, mi par di capire. Si profila una chiusura totale, coi negozi tutti chiusi. Chiusura, perché non voglio usare quell’antipatica espressione in lingua inglese, scimmiottata con supponente compunzione da chiunque si affacci sugli schermi televisivi di tutte le italiche emittenti. Chiusura, che la capiscono tutti, senza le scuse e i comici fraintendimenti di chi non capisce per davvero.

Ma che ci andate a raccontare a donna Concettina ottantenne pensionata sociale di loccdau e coviddi e parole così, che non si capisce che vogliono dire e le usano per giustificare i soldi che si mangiano tutti? E donna Marietta, coetanea ex ortolana e fruttivendola, rincalza col ricovero o funnu, che dice che ci prestano i soldi e poi ne vogliono il doppio, come don Tino, che lo sapevano tutti cosa faceva. “Scanzatini”, con accompagnamento di gran segni di croce.

Chiusura, perciò. Rigida. Come dev’essere per salvaguardare la salute di tutti, ma proprio tutti, i giovani e pure i vecchi, i più in pericolo, che a quanto pare danno fastidio a quelli che vorrebbero aprire tutto e continuare come se niente fosse e magari risparmiare sulle pensioni. E io invece farò l’albero, con le palline colorate e gli addobbi e le lucette che ho in casa, quelli degli anni passati, riesumati dagli scatoloni nel fondo d’un armadio, e ci metterò la neve finta e collocherò gli addobbi seguendo i gusti dei nipoti. Sono loro che mi impongono dove mettere la pallina rossa e quella dorata, gli addobbi a forma di farfalla, quelli ispirati ai personaggi di Disney che non mi ricordo più come sono finiti a casa mia.

E poi, dopo aver collocato e scollocato varie volte e fatto da giudice per dirimere le inevitabili divergenze d’opinione tra i quattro, regolarmente in disaccordo, mi toccherà procedere con la prova più difficile, quella delle lucette, che va fatta oscurando preventivamente la stanza dov’ è l’albero. Manovrando nel buio con impaccio riuscirò a infilare la spina nella presa. Non s’accenderà, al solito. Un furbacchione saputo esclamerà come sempre “l’interruttore!”. Lo schiaccerà. E l’albero si accenderà, tutto, e le lucette bianche e rosse e verdi e azzurre cominceranno la loro corsa di veloci intermittenze, d’ombre colorate che si susseguiranno rapidissime tra il verde cupo dei rami che prenderanno vita, dell’albero che sembrerà crescere ed espandersi nella stanza e rapire e chiudere in sé i cinque bimbi perduti ancora e sempre dalla magia del Natale. Cinque, certo. Perché anch’io tornerò bambino. Perché tutti torneremo bambini anche quest’anno, favoriti, chissà, proprio dalla chiusura, che ci lascerà più tempo per i ricordi e allenterà la morsa della foga consumistica che negli ultimi anni ci ha fatto dimenticare l’essenza stessa del Natale.

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Il Presepe popolare siciliano: una tradizione secolare

Articolo di Omar Gelsomino e Foto di Samuel Tasca

In Sicilia la tradizione dei presepi risale al XV secolo. Soprattutto le classi popolari videro nel presepe, e di conseguenza nella Natività, un mezzo che rispecchiasse il dramma della loro esistenza e la speranza di un futuro migliore. Ognuno oltre a essere uno spettatore dell’evento diveniva al tempo stesso narratore e sceneggiatore, rappresentando in maniera aderente quella che era la sua realtà vissuta. Mentre tra le classi agiate si diffondeva sempre più il presepe “colto” (i cui pastori avevano un corpo costituito da un manichino in stoppa, la testa, le mani e i piedi in terracotta e rivestito con abiti di stoffa come nel caso del presepe napoletano o una fattura più pregiata in altre regioni italiane) il presepe “popolare”, realizzato da abili maestri e umili artigiani, era il più diffuso. In Sicilia, altro polo di produzione presepistica, vi erano quattro centri di lavorazione: a Palermo e a Siracusa “i bambinai” erano soliti plasmare le statuine di Gesù Bambino e i presepi con la cera; a Trapani si utilizzava il corallo accompagnato in seguito dall’avorio, la madreperla, l’alabastro, ecc; a Caltagirone, rinomata per le sue ceramiche, i presepi si realizzavano, come ancora oggi, in terracotta e raffiguravano scene di vita contadina.

Ogni anno in prossimità dell’Immacolata si perpetuava un vecchio rituale. In occasione del Santo Natale in tutte le case c’era tanto fermento, grandi e piccini correvano e si dividevano i compiti per allestire il Presepe, o come si usava chiamarlo ‘u casebbiu. Così i primi giorni di dicembre scattava la corsa a cercare i materiali necessari, a volte difficili da reperire: dalla buffetta, cioè un tavolo antico, magari in disuso, ai rami di cipresso (a simboleggiare la vita eterna); di alloro (la gloria), dell’edera (l’amicizia), della quercia (l’eternità) e della palma (la rinascita), utili a formare una sorta di arco che coprisse la parte posteriore del presepe, e sui quali venivano appesi i mandarini; ai bambini, invece, veniva affidato il compito di recuperare la terra, i sassolini e il muschio. Già, la raccolta di quest’ultimo diventava una vera e propria sfida: cercandolo lungo caseggiati di campagna e giardini, vinceva chi riusciva a portare il pezzo di muschio più grande senza farlo rompere.

Questi tre elementi servivano per la parte scenografica, con i quali si creavano campi, viali, collinette, si riempivano dei vuoti ed infine si usava il sughero per la grotta. Si realizzava una specie di volta per rappresentare il cielo con le sue stelle e poi si usava mettere del grano in prossimità della grotta e spargerlo sulla terra, fin quando non sarebbe germogliato, simboleggiando così il ciclo della vita.

Il passo successivo era quello di posizionare i pastorelli, le classiche figurine in terracotta, con i loro vivaci colori, che rappresentavano i vari personaggi. Le figurine generalmente più vicine a San Giuseppe, la Madonna e Gesù Bambino, insieme al bue e all’asinello collocate nella grotta, sono: lo zampognaro, ‘u spavintatu da rutta, cioè lo spaventato che esprime tutto il suo stupore di fronte al miracolo della Natività, i Re Magi, e poi ‘u cacciaturi (il cacciatore), ‘u durmutu sutta ‘u chiuppu (il pastore addormentato sotto un albero), ‘u ginnareddu (il vecchietto che si riscalda le mani), il pastore che reca in dono i frutti, la lavandaia, il venditore di ricotta, il falegname, lo stovigliaio, ecc. oltre agli altri personaggi che si richiamano a scene di vita popolare, contadina e pastorale.

Il presepe “popolare”, a differenza di quello “colto”, era contraddistinto da figurine dipinte solo sulla parte anteriore mentre sul retro erano completamente piatte, proprio perché erano destinate ai ceti meno abbienti. Ancora oggi, soprattutto in questo tempo di pandemia da Coronavirus, il presepe oltre a possedere un importante significato religioso rappresenta un’ancora alle radici e alle nostre tradizioni, un modo ulteriore per rimanere saldi alla nostra identità.

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Natale, briscola e Covid

Articolo di Alessia Giaquinta e Foto di Samuel Tasca

Se c’è un’immagine che sintetizza il periodo natalizio nelle case siciliane è, fuor di dubbio, quella delle famiglie nel momento successivo agli abbondanti pasti: quando, insomma, ci si riunisce per giocare a carte.
È proprio allora che, in barba ad ogni conversazione e dibattito, tutti si concentrano per portare punteggio alla propria squadra o a proprio vantaggio perché, al di là della vittoria in sé per sé, la vera vincita è sfidare goliardicamente quel cugino che sembrava più forte, il nonno che alle carte ci gioca tutto l’anno, o ancora la sorella che pur di vincere è pronta a rinfacciare indimostrabili atteggiamenti “scorretti” nel gioco.
Non c’è Natale, insomma, che non ci sia scopa, briscola, ti vitti, sette e mezzo e zecchinetta in famiglia, con gli amici e con chiunque!

Certo, quest’anno sarà diverso. Dovremo adattarci alle norme anti-contagio che impongono distanziamento, divieto di riunioni ed assembramenti, giustificando solo la convivialità – e quindi il gioco – tra membri dello stesso nucleo familiare, impedendo comunque a tutti di esultare con baci e abbracci a seguito di una vittoria.
Dobbiamo, ahimè, adattarci. E, che che se ne dica, adattarsi è proprio l’atteggiamento dell’uomo evoluto, quello di chi resiste combattendo per la vittoria. E non sto parlando solo di carte, però, questa volta.

In un momento difficile come questo, infatti, tanti hanno perso la voglia di festeggiare, alcuni lottano nei letti di ospedale, altri sono isolati, altri ancora sono lontani dalla famiglia. In un momento come questo, le carte da gioco – che da sempre hanno accompagnato i momenti di festa – emanano quasi un senso di tristezza e nostalgia, eppure possono insegnarci qualcosa!
Introdotte dagli Arabi in Spagna nel XIV secolo, le carte siciliane sono giunte nella nostra isola, sintetizzando secoli di storia e culture differenti. Quattro semi diversi (mazze, coppe, bastoni e denari) a cui corrispondono dieci raffigurazioni – ciascuna simbolo del numero – che ripercorrono i secoli passati. La figura a cavallo, per esempio, in riferimento alla cultura araba, è quella di uno sceicco che entra nella città santa di Medina, per tale motivo ancora oggi in siciliano chiamiamo quella figura (in cui il cavallo assomiglia ad un asino) u sceccu. La stessa, nella tradizione cristiana, è quella dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme. L’asso di coppe, invece, è il lebete nuziale, tipico contenitore ceramico che si utilizzava per i matrimoni della Sicilia in Età greca. Ma ci sono riferimenti anche alla rappresentazione della donna (che in realtà è un fante) con richiami alla scuola siciliana di Federico II di Svevia, altri riferimenti ai garibaldini, altri ancora ai paladini di epoca carolingia. Insomma, un mix di storia che ha permesso, da secoli, a intere generazioni di incontrarsi e sfidarsi, attorno ad un tavolo, per la vittoria.

La fortuna, nel gioco ma ancor più nella vita, però, è quella propria dell’uomo temperante, che medita ancor prima di agire, prevedendo possibilmente la successiva mossa. Così come le carte da gioco, la quotidianità è però imprevedibile: necessita pertanto saper usare ogni carta al momento opportuno, per non sedersi al tavolo dei perdenti.
Non basterà, allora, quest’anno lamentarsi per le restrizioni che ci tengono lontani. Servirà piuttosto giocare davvero, in prima persona, una partita che tutti siamo chiamati a vincere.

Non saremo in trenta attorno alla tavola delle feste ma ci adatteremo alla situazione: una partita di scopa, tressette e briscola si può fare anche in due o in tre, insomma con i soli membri del nucleo familiare. Solo così facendo, e non forzando le circostanze, ci impegneremo a vincere una partita ancora più importante: quella contro il Covid-19.
L’auspicio è riappropriarci, quanto prima, di ogni momento a cui stiamo rinunciando con la speranza di non fare “un solitario” ma di essere giocatori sapienti in una partita che no, non possiamo assolutamente perdere.

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Mario Fiasconaro, la sfida della terza generazione Fiasconaro

Articolo di Titti Metrico Foto di Studio Fotografico Di Stefano

Natale è ormai alle porte. La pandemia probabilmente renderà l’atmosfera della festa un po’ meno magica, ma questo sicuramente non ci impedirà di avere sulla tavola il dolce principe del Natale, il panettone e in particolare il panettone che profuma di Sicilia. Da tre generazioni a Castelbuono, un’incantevole cittadina medievale nel cuore del Parco delle Madonie, la famiglia Fiasconaro produce con sapienza artigianale il famoso dolce. Il capostipite di questa famiglia di pasticceri è stato don Mario, che fondò l’attività nel 1953. Allora, in mancanza dei frigoriferi, per realizzare le sue deliziose granite agli agrumi e alle mandorle, don Mario si recava in groppa al mulo a prendere il ghiaccio nelle “niviere” delle Madonie. La passione per la pasticceria venne tramandata ai figli Fausto, Martino e Nicola. Quest’ultimo, con grande umiltà, tra studio, ricerca e curiosità, ha fatto conoscere l’azienda Fiasconaro in tutto il mondo, permettendole di essere premiata da Intesa San Paolo come “Impresa Vincente 2020”.
Una breve narrazione per introdurre l’ultimo rappresentante della tradizione familiare, Mario, nipote dell’omonimo fondatore dell’attività.
A soli ventotto anni Mario Fiasconaro è già un talento della pasticceria Made in Italy.
Ha ricevuto l’attestato di pasticcere presso la Scuola di cucina di alta formazione CAST Alimenti di Brescia. In seguito ha affinato la sua formazione al La Pergola Rome Cavalieri, l’unico ristorante di Roma con tre stelle Michelin, assumendo il ruolo di addetto alla produzione dei dolci. Si è anche recato negli Stati Uniti per un’importante esperienza formativa al Bruno’s Bakery and Restaurant come Pastry Chef.
Dal 2017 è responsabile, nell’azienda di famiglia, della produzione di dolci tipici da ricorrenza, quali panettoni e colombe pasquali al fianco del padre Nicola, pluripremiato Maestro Pasticcere e Cavaliere del lavoro, dal quale ha ereditato una forte vocazione per la pasticceria tradizionale siciliana, per la costante ricerca delle migliori materie prime sul territorio e per le tecniche di preparazione più innovative.
È apparso anche in programmi televisivi come “Detto Fatto” condotto da Caterina Balivo su RAI2 e “Eat Parade” rubrica del TG2 con Bruno Gambacorta. Nonostante ciò Mario è rimasto un ragazzo umile e educato, quasi un giovane d’altri tempi. Scopriamo qualcosa di più.

Cosa ti appassiona?
«La mia passione più grande sono i dolci ovviamente, il mondo della pasticceria. Mi capita di trovarmi solo in laboratorio, quello è per me un momento in cui provo nuove ricette, sperimento nuove combinazioni e mi cimento nel realizzare dolci che solitamente non faccio, ma che immagino possano soddisfare i palati più esigenti. Nel tempo libero mi piace viaggiare, conoscere nuovi luoghi, scoprire culture e tradizioni».

Che cosa significa per te essere un Fiasconaro?
«Una grande responsabilità! Portare il nome di mio nonno m’inorgoglisce e mi spinge a fare sempre del mio meglio, come persona e come professionista. Lui era un uomo di forte personalità che ha saputo trasmettere ai suoi figli e a noi nipoti valori importanti, sia in ambito lavorativo sia nella vita di tutti i giorni. Il rispetto verso le persone e verso le materie prime, l’onestà e l’umiltà. Tutti principi che l’azienda ha sempre cercato di trasmettere ai propri collaboratori per crescere insieme e perseguire gli stessi obiettivi».

Hai mai pensato di lasciare la Sicilia?
«Andare via dalla Sicilia per un giovane come me che ha voglia di imparare, ha fame di conoscere è di fondamentale importanza. Andare via sì, per poi ritornare con tutto il bagaglio di esperienze e di informazioni che permettono di realizzare ciò in cui più si crede, cercando di adattare il proprio progetto alla realtà in cui si vive. Questo è un consiglio che mi sento di dare ai giovani».

Progetti per il futuro?
«L’azienda Fiasconaro sta investendo in nuovi progetti come il nuovo HUB agroalimentare, che prevede l’ampliamento del sito produttivo e l’incremento di nuove tipologie di prodotti lievitati da forno. Questa nuova avventura mi coinvolge in prima persona per la ricerca e lo sviluppo di prodotti nuovi che speriamo di poter lanciare presto sui mercati italiani e non solo».

Qual è il panettone che più ti rappresenta?
«Il panettone tradizionale è il panettone per antonomasia, il vero gusto della tradizione, il dolce lievitato da ricorrenza riconosciuto nel mondo. La nostra produzione è variegata e siamo alla continua ricerca di nuovi gusti per cercare di soddisfare e conquistare i palati più esigenti, ma non bisogna mai dimenticare il gusto della tradizione, l’originale».

Ecco alcuni dei riconoscimenti ricevuti da Mario:
Nuove Generazioni, la tradizione che si tramanda, VII edizione della Fiera Nazionale del Panettone e del Pandoro 2015 a Roma;
Premio Castelbuono Giovani emergenti 2018;
Giovani di Best in Sicily 2019 a Catania;
Medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Cucina 2020 a Stoccarda come Pastry Chef del Culinary Team Palermo.

pranzo di natale in sicilia

Le tradizioni del pranzo di Natale in Sicilia

Articolo di Omar Gelsomino

Da sempre in Sicilia gli ingredienti delle feste di Natale sono tre: la famiglia, il cibo e la tradizione. Proprio le tradizioni determinano il cibo, gli usi e i costumi legati alla spesa, persino la disposizione a tavola. Già da settimane si comincia a programmare e alcuni giorni prima si pensa a fare la spesa, prendendo d’assalto mercati (per acquistare prodotti freschi e genuini, dalla frutta alla verdura, al pesce senza dimenticare la frutta secca) e supermercati, pensando ai gusti degli ospiti per non scontentare nessuno.

Il Natale è un omaggio alla tradizione siciliana, ereditata dai Greci agli Arabi, così da Palermo a Catania, da Ragusa a Trapani, sono tanti i piatti della festa elaborati nelle versioni più gustose. La giornata di Natale comincia presto perché c’è tanto lavoro da fare: preparare gli ingredienti per la buona riuscita dei cibi e imbandire la tavolata per la festa mentre il telefono continua a squillare. Nel salone in bella mostra un presepe e l’albero di Natale con i regalini per i più piccoli.

Il pranzo di Natale non comincia se non sono arrivati tutti, compresi i parenti che vengono da fuori, con gli amici che passano per un saluto e gli auguri. Sulla tavola arrivano piatti stracolmi di tante prelibatezze, apprezzate ancora di più per l’aria di festa che aleggia nelle famiglie. In ogni parte della Sicilia, secondo la tradizione, ecco cosa si prepara: dalla pasta al forno agli anelletti alla pasta ‘ncaciata, dalle lasagne al ragù ai timballi, dai cannelloni al pasticcio; dal pollo ripieno all’arrosto, all’arrotolato (oppure il falsomagro). Senza dimenticare i dolci tipici (cassata, cassatelle, crispelle, cannoli, buccellato, sfinci, torrone, nucatoli, cubbaita, giuggiulena, mostaccioli, collorelle e panettone).

E poi cominciano le discussioni più disparate, perché il Natale è anche ritrovarsi: si parla degli amici, affiorano i ricordi di tempi passati o di gente che non c’è più, del fidanzamento o del matrimonio di qualcuno, del lavoro o del trasferimento di qualcun altro. Si propone quale presepe vivente visitare. Mentre altri finito il pranzo preferiscono divertirsi con la vecchia tombola, alcuni si fermano a giocare a carte (scopa, briscola, sette e mezzo, cucù, tre sette, baccarà, poker) sgranocchiando l’immancabile frutta secca (mandorle, noci, nocciole, pistacchi, simenza) accompagnata dai dolci tradizionali della festa.

Tra chi è ormai stanco delle ore trascorse a giocare a carte e chi rientra dalla visita a parenti e amici o al presepe vivente, ci si siede di nuovo a tavola per la cena, consumando stavolta gli avanzi della Vigilia di Natale e del pranzo: dal baccalà fritto oppure condito col limone per un’insalata come antipasto al pesce spada, dalla scaccia ragusana alla ‘mpanata messinese, dalle torte salate ai pastizzi, dalle scacciate con i broccoli alla zucca rossa fritta con le olive ai broccoli affogati, dalla caponata agli assaggi di formaggi e salumi siciliani (pecorino, piacentino ennese, ricotta, salame di suino) alla gelatina.

Del resto in Sicilia è così, il Natale non è altro che un grande e infinito banchetto, non si sa quando inizia né quando finisce. Due giorni di festa in cui sapori, tradizioni e quelle atmosfere uniche sopravvivono, ma soprattutto si tramandano nel tempo. Quest’anno non sarà il Natale di sempre a causa del Covid, che tanto sta limitando e stravolgendo le nostre abitudini e la nostra vita: non sarà possibile riunire tutti i familiari, non ci si potrà spostare facilmente né visitare i presepi viventi, per gli auguri faremo le classiche telefonate o le videochiamate. Ma non sarà una pandemia a cancellare il senso profondo del Natale e le nostre tradizioni: anche se in pochi attorno ad un tavolo dobbiamo difenderle perché rappresentano la nostra fede e la nostra identità culturale, con il desiderio di tornare a vivere il Natale di prima, dove la gioia, la festa e la serenità dello stare insieme scaldano il cuore e seppur per poco tempo ci distraggono dal presente.