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anteprima pizzi e merletti

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di Giulia Monaco   Foto di Emanuele Carpenzano

 

Dolce e Gabbana ne hanno fatto un must-have, e ne fanno largo uso nelle loro collezioni, omaggiando un’ideale di femminilità sospeso tra passato e presente: l’ elegantissimo pizzo siciliano, che richiama le atmosfere mediterranee di una volta, è il protagonista indiscusso delle passerelle, di brand di moda Made in Italy e di abiti da sposa griffati scelti dai vip.

 

Se volgiamo un attimo lo sguardo a una Sicilia d’altri tempi, con un po’ di immaginazione riusciamo a scorgere delle giovani donne intente a confezionare con solerzia il loro corredo, creando con grande maestria degli arabeschi di pizzo destinati a impreziosire tovaglie, vesti e stoffe, rendendole eleganti e leggiadre. Le immaginiamo ingegnarsi con aghi, fili, fuselli e uncinetti, e a intessere punto dopo punto armoniose trame di pizzi, merletti e trine da applicare alla biancheria più pregiata, per custodirla poi sotto naftalina nei cassetti di un grande comò, in attesa di coronare il loro grande sogno d’amore. Ancora adesso, aprendo quei vecchi cassetti, potrebbero spalancarsi davanti ai nostri occhi tracce di quella Sicilia mai dimenticata, che oggi gode di un fascino iconico e intramontabile.

 

Ma da dove nasce la tradizione dei merletti siciliani?

La parola “merletti” deriva dal termine “merli”, gli elementi architettonici sagomati che sovrastavano torri e palazzi medievali. La Sicilia vanta una tradizione del merletto molto antica, attestata già nel 1400, quando veniva spesso eseguito con filati d’oro e d’argento che ornavano tessuti pregevoli. Questa tradizione risale al dominio dei Saraceni, che introdussero nell’isola i primi laboratori di tessitura e ricamo, e si consacra poi sotto la corte di Spagna.

Tra i manufatti in pizzo siciliano, ce n’ è uno richiestissimo dalle spose, conclamato dai grandi brand di moda, che ha fatto la sua comparsa in matrimoni celebri e in serie cult: stiamo parlando della mantilla, un capo d’abbigliamento che si diffuse in Sicilia nel ‘500, durante la dominazione spagnola. L’accessorio proviene da un’antica usanza diffusa nella penisola iberica, che vedeva donne del “pueblo”, cioè le popolane, utilizzarlo come adorno oppure come riparo.  Ma quando la regina Isabella II (che regnò tra il 1833 ed il 1868) cominciò a indossare la mantilla in tutti gli eventi ufficiali, acquisendo un’aurea elegante e sofisticata, ecco che il suo uso si estese anche nei ranghi dell’aristocrazia. Potremmo definire la regina Isabella un’influencer del suo tempo? Certamente sì, e anche di grande impatto: infatti, tutt’oggi la mantilla è considerata uno degli accessori più chic negli ambienti di alta moda, ed è richiestissima dagli atelier di abiti da sposa.

 

Nessuna terra come la Sicilia sfugge da qualsiasi cliché, piena com’ è di meraviglie e di mille contraddizioni. Anche la moda e l’ eleganza siciliane sono in qualche modo senza luogo e senza tempo, figlie di una commistione di culture e popoli così distanti tra loro, e così ricchi nella loro diversità, da rendere lo stile siculo unico al mondo.  Il merletto siciliano ne è un chiaro emblema: i decori sono spesso eseguiti liberamente, secondo la fantasia dell’ esecutore o dell’ esecutrice, che realizza un’armoniosa sequenza di pieni e vuoti senza un disegno prestabilito. Più che di artigianato potremmo parlare di una vera e propria arte figurativa, visto il grande impatto di sfilati, merletti e macramè sui canoni estetici del tempo.

 

Elegante e sofisticato, chic e ricercato, il pizzo siciliano si consacra come elemento iconico che ha segnato e continua a segnare la storia della moda e del costume, da custodire e amare per sempre.

anteprima pizzi e merletti

Pizzi e merletti siciliani. Un’antica tradizione divenuta icona di stile

di Giulia Monaco   Foto di Emanuele Carpenzano

 

Dolce e Gabbana ne hanno fatto un must-have, e ne fanno largo uso nelle loro collezioni, omaggiando un’ideale di femminilità sospeso tra passato e presente: l’ elegantissimo pizzo siciliano, che richiama le atmosfere mediterranee di una volta, è il protagonista indiscusso delle passerelle, di brand di moda Made in Italy e di abiti da sposa griffati scelti dai vip.

 

Se volgiamo un attimo lo sguardo a una Sicilia d’altri tempi, con un po’ di immaginazione riusciamo a scorgere delle giovani donne intente a confezionare con solerzia il loro corredo, creando con grande maestria degli arabeschi di pizzo destinati a impreziosire tovaglie, vesti e stoffe, rendendole eleganti e leggiadre. Le immaginiamo ingegnarsi con aghi, fili, fuselli e uncinetti, e a intessere punto dopo punto armoniose trame di pizzi, merletti e trine da applicare alla biancheria più pregiata, per custodirla poi sotto naftalina nei cassetti di un grande comò, in attesa di coronare il loro grande sogno d’amore. Ancora adesso, aprendo quei vecchi cassetti, potrebbero spalancarsi davanti ai nostri occhi tracce di quella Sicilia mai dimenticata, che oggi gode di un fascino iconico e intramontabile.

 

Ma da dove nasce la tradizione dei merletti siciliani?

La parola “merletti” deriva dal termine “merli”, gli elementi architettonici sagomati che sovrastavano torri e palazzi medievali. La Sicilia vanta una tradizione del merletto molto antica, attestata già nel 1400, quando veniva spesso eseguito con filati d’oro e d’argento che ornavano tessuti pregevoli. Questa tradizione risale al dominio dei Saraceni, che introdussero nell’isola i primi laboratori di tessitura e ricamo, e si consacra poi sotto la corte di Spagna.

Tra i manufatti in pizzo siciliano, ce n’ è uno richiestissimo dalle spose, conclamato dai grandi brand di moda, che ha fatto la sua comparsa in matrimoni celebri e in serie cult: stiamo parlando della mantilla, un capo d’abbigliamento che si diffuse in Sicilia nel ‘500, durante la dominazione spagnola. L’accessorio proviene da un’antica usanza diffusa nella penisola iberica, che vedeva donne del “pueblo”, cioè le popolane, utilizzarlo come adorno oppure come riparo.  Ma quando la regina Isabella II (che regnò tra il 1833 ed il 1868) cominciò a indossare la mantilla in tutti gli eventi ufficiali, acquisendo un’aurea elegante e sofisticata, ecco che il suo uso si estese anche nei ranghi dell’aristocrazia. Potremmo definire la regina Isabella un’influencer del suo tempo? Certamente sì, e anche di grande impatto: infatti, tutt’oggi la mantilla è considerata uno degli accessori più chic negli ambienti di alta moda, ed è richiestissima dagli atelier di abiti da sposa.

 

Nessuna terra come la Sicilia sfugge da qualsiasi cliché, piena com’ è di meraviglie e di mille contraddizioni. Anche la moda e l’ eleganza siciliane sono in qualche modo senza luogo e senza tempo, figlie di una commistione di culture e popoli così distanti tra loro, e così ricchi nella loro diversità, da rendere lo stile siculo unico al mondo.  Il merletto siciliano ne è un chiaro emblema: i decori sono spesso eseguiti liberamente, secondo la fantasia dell’ esecutore o dell’ esecutrice, che realizza un’armoniosa sequenza di pieni e vuoti senza un disegno prestabilito. Più che di artigianato potremmo parlare di una vera e propria arte figurativa, visto il grande impatto di sfilati, merletti e macramè sui canoni estetici del tempo.

 

Elegante e sofisticato, chic e ricercato, il pizzo siciliano si consacra come elemento iconico che ha segnato e continua a segnare la storia della moda e del costume, da custodire e amare per sempre.

anteprima caldarroste

Le caldarroste e il segreto del loro fumo bianco

Articolo e foto di Samuel Tasca

Londra, si sa, è famosa per il fumo dei suoi comignoli. In Sicilia, però, quando arriva l’autunno e le temperature si abbassano, vediamo alcuni angoli delle nostre città riempirsi di un fumo bianco dall’ odore invitante. Un osservatore distratto potrebbe quasi scambiarlo per nebbia, tanto è denso, ma il nostro naso non può di certo essere ingannato: il profumo proveniente da quelle nuvole bianche non lascia alcun dubbio e attrae i passanti stuzzicando i loro palati.

I comignoli ci sono, o meglio, la forma ricorda proprio quella delle canne fumarie: sono i cosiddetti fuculai, i bracieri cilindrici di colore nero dentro ai quali vengono preparate le caldarroste.

In Sicilia, e non solo, tutti conoscono la tradizione delle caldarroste, forse uno dei primi street food della storia. E insieme ai fuculai, nell’immaginario e nei ricordi di ognuno di noi, non possono mancare i caldarrostai, i venditori di caldarroste che popolano questo scenario folcloristico che anima le nostre strade durante i primi mesi freddi. Che fuori piova o splenda il sole, ogni caldarrostaio affianca fedelmente il proprio braciere dedicandosi alla preparazione delle caldarroste e lasciandosi andare, di tanto in tanto, alla caratteristica vanniata, il richiamo strillato per attirare i passanti e invogliarli all’acquisto.  

Essi sono i custodi di una tradizione senza tempo e, solo scambiando quattro chiacchiere con loro, ci rendiamo conto di come, ancora oggi, venga utilizzato lo stesso metodo di tanti anni fa, tramandato di padre in figlio, di generazione in generazione. Il signor Michele, ad esempio, che prepara caldarroste da quarant’anni ormai, ci svela il segreto di quel fumo bianco che tanto aveva attirato la nostra attenzione. È il sale grosso che, una volta aggiunto alla brace, evaporando, si mescola al vapore rendendolo bianco e denso. Ed è sempre il sale grosso che, una volta evaporato, si condensa nella polvere bianca che ricopre le caldarroste donando loro quel colorito biancastro che non ha nulla a che vedere con la tipologia di castagne. È facile che venga scambiato per fuliggine, ma adesso sapete che si tratta semplicemente di sale, che insaporisce e rende ancora più gustose le nostre caldarroste.

Quando sentirete il primo freddo, d’ora in poi, soffermatevi un momento a inebriarvi di quella nebbia bianca e profumata e concedetevi un coppo di caldarroste da condividere con la famiglia e gli amici. La caldarrosta vi scalderà le mani, il palato e pure il cuore, con il suo sapore naturale di tradizione.

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A vecchia. La befana siciliana che vive in una grotta di Gratteri

Di Giulia Monaco

La Befana è una figura tipicamente italiana legata al passaggio dall’anno vecchio al nuovo. Ma quali sono le sue origini, e come viene declinata nella tradizione siciliana?

La figura di una donna che vola a bordo di un manico di scopa nasce probabilmente in seno ad antichi riti propiziatori pagani. Si credeva, infatti, che nelle dodici notti successive al solstizio d’inverno avessero luogo dei riti per la rinascita della natura, durante i quali misteriose figure femminili si libravano sui campi per propiziare il raccolto.

In Germania e in Austria la Befana si chiama Perchta o Berchta, ed è una donna vecchia dagli abiti lisi e dai capelli scarmigliati in rappresentazione dell’anno vecchio, vissuto e logoro.

Un racconto popolare, forse in un tentativo di cristianizzare questa figura folkloristica, narra di un incontro tra la befana e i re Magi. Secondo il racconto i Magi, dopo aver chiesto indicazioni a una vecchia signora per raggiungere Betlemme, tentarono di convincerla a seguirli. L’anziana, diffidente, rifiutò; ma in seguito si pentì amaramente, e per espiare la sua rinuncia, da allora vagherebbe per le case a consegnare doni a tutti i bambini.

Ma veniamo alla Befana siciliana. In passato in Sicilia, quando la figura di Babbo Natale era ancora di là da venire, i bambini non ricevevano i regali la notte del 24 dicembre, ma la notte di San Silvestro, quando nelle case faceva il suo ingresso A vecchia. Nella tarda serata, nugoli di ragazzi ne annunciavano l’arrivo al grido di “A vecchia veni!”, strimpellando scatole di latta e campanacci. Come in una sorta di Halloween ante litteram, bussavano rumorosamente ai battenti delle case per farsi offrire dolciumi e frutta secca.

La mattina seguente, dopo una notte trascorsa quasi insonne nel vano tentativo di cogliere A Vecchia in flagrante, ai piedi del letto contemplavano sbalorditi i loro regali comparsi magicamente nottetempo.

La tradizione della Vecchia è stata negli anni scalzata da tradizioni più moderne, fino quasi a sparire del tutto. Ma esiste un luogo, nel cuore delle Madonie, in cui ancora, persiste quest’antica usanza: il borgo di Gratteri. Di fronte al suo abitato si erge un monte con una grotta chiamata Grattara, ed è qui, secondo l’antica credenza, che risiederebbe A Vecchia.

“La Vecchia” viene solitamente impersonata da un ragazzo avvolto in un lenzuolo bianco, per produrre una fisionomia grottesca che ben si addice alla connotazione classica della povera befana che notoriamente non ha mai goduto della fama di bella donna.
La sera del 31 dicembre il suono di un corno si staglia nell’aria ad annunciare l’inizio della manifestazione. “La Vecchia” esce dalla sua grotta a dorso di un asino, e pian piano si dirige verso l’abitato percorrendo un sentiero tortuoso a forma di serpentina.

A seguirla, un corteo di ragazzi in abiti tradizionali (gilet e giacca di velluto, camicia bianca, fazzoletto al collo e coppola) che recano in mano una torcia artigianale fatta da sacchi di iuta impregnata di cera, raccolta giorni prima nelle chiese del paese, e si fanno strada facendo chiasso con corni e campanacci.

L’effetto scenico è altamente suggestivo: un lungo serpente di luci si disegna sul monte a fendere il buio della notte, come sospeso tra la terra e il cielo. Giunta in paese, “La Vecchia” s’insinua per le stradine dell’abitato, tra la gioia dei bambini e il vociare degli adulti, e lungo il cammino dispensa regali, caramelle e turtigliuna, dolci locali a base di mandorle, noci, nocciole.

Il corteo si conclude poco prima della mezzanotte nella piazza principale di Gratteri, e a quel punto si svolge la Vanniata di festi di l’annu: una sorta di ironico processo pubblico di tutti gli avvenimenti più eclatanti accaduti nel corso dell’anno.
La festa culmina a mezzanotte, quando si brinda in allegria tra lo sparo di mortaretti e petardi.

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Una storia di alta infedeltà… “di corna”, vah!

I RACCONTI DI BIANCA a cura di Alessia Giaquinta

 

Per parlare di un tradimento, in gergo, si dice che “fatto di corna fu”.

Ma perché questo simbolo appartenente alla sfera animale allude all’infedeltà tra partners?
Oltre i motivi che ci tramanda la storia (mi riferisco all’usanza di appendere corna di cervo davanti alle case che il governatore Andronico I Comneno, tra il 1183 al 1185, usava per schernire i mariti delle mogli che, per suo capriccio e malvagità, diventavano sue concubine) e a quelli mitologici legati alla vicenda di Minosse (che veniva salutato dalla sua gente con questo gesto, richiamando l’unione carnale che la moglie Pasifae aveva avuto con un toro, concependo così il Minotauro), in Sicilia ve n’è un altro.

Tempo fa, a Mazara del Vallo, un noto macellaio che aveva la sua bottega in un vicolo del quartiere arabo della città, era solito depositare i resti degli animali a pochi metri dall’ingresso, in attesa che un apposito carro li caricasse per smaltirli. Assai raramente, però, il carretto arrivava puntuale così che spesso si formava, in quella stretta e buia via, un vero e proprio cumulo di ossa, frattaglie e, appunto, corna di animali.

Il buio che caratterizzava quel vicolo, coperto perlopiù da quella montagna di resti animali, era il luogo ideale per gli incontri extraconiugali del tempo.
Le mogli dei pescatori, spesso sole durante la notte, così “facevano le corna” ai mariti lontani, e stessa cosa facevano gli uomini che volevano consumare l’atto coniugale con una donna diversa dalla propria.

Dove? Tutto in quella vanedda, dietro alle corna depositate dal macellaio…

 

copertina melenzana

Elogio della melanzana. Regina della cucina siciliana

di Patrizia Rubino   Foto di Alex Li Calzi

Ci sono degli odori e dei sapori che, come per magia, ti consentono di viaggiare nella memoria della tua vita, riportandoti in un istante indietro nel tempo, quando si andava a casa della nonna e la trovavi sempre intenta a cucinare quantità enormi di cibo il cui profumo, preludio di squisiti sapori, si espandeva dappertutto come un abbraccio caldo e accogliente. Alla base delle mie pietanze “madeleine”, c’è sicuramente la melanzana… rigorosamente fritta, grondante di olio e bella dorata (mia nonna inorridirebbe se sapesse che oggi la cucino al forno, con un velo d’olio). In famiglia si preparava in tanti modi diversi, ma sono tre i piatti del cuore legati a questo straordinario ortaggio dalla polpa bianca, gustosa e delicata che credo appartengano al patrimonio gastronomico di noi siciliani, in quanto rappresentano un connubio inscindibile con la nostra storia e le nostre tradizioni.

In cima a questa personale playlist c’è sicuramente “la pasta alla Norma”. Il primo piatto catanese per antonomasia, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Una perfetta sinfonia di colori e sapori racchiusa in pochissimi ingredienti: maccheroni, salsa di pomodoro, melanzana fritta, ricotta salata e qualche foglia di basilico. Sulle origini del nome di questa ricetta ci sono diverse versioni; un omaggio a una delle più famose opere di Vincenzo Bellini, “La Norma” appunto, o una battuta del commediografo e poeta Nino Martoglio che dinanzi ad un piatto di pasta esclamò: “Pari na Norma”, per esaltarne l’eccellenza, la bellezza e la bontà. Già da diversi anni il 23 settembre si celebra la “Giornata nazionale della pasta alla Norma” e proprio perché considerato il simbolo della cucina siciliana, di recente è stata lanciata la candidatura per l’inserimento di questo straordinario primo piatto, nella lista Unesco dei Patrimoni Culturali dell’Umanità.

Così dire poi di un altro grande classico della cucina siciliana, vale a dire la parmigiana di melanzana? Ogni famiglia ne ha una sua versione, ma gli ingredienti base sono sempre gli stessi: melanzana fritta, salsa di pomodoro, formaggio o mozzarella. La sua origine se la contendono a dire il vero i campani e i siciliani, mentre al di là del nome non sembrerebbe avere nulla a che a fare con Parma. Il termine “parmigiana” deriverebbe, secondo alcune fonti non confermate, dalla parola siciliana “parmiciana”, per indicare i listelli di legno che compongono una persiana; la loro sovrapposizione ricorda la composizione di strati per la preparazione della parmigiana di melanzane, che è diventato un modo di dire anche per altre preparazioni, la parmigiana di zucchine, di patate, etc.

Introdotta in Sicilia dagli Arabi durante il Medioevo, anticamente la melanzana secondo una diceria popolare era considerata un ortaggio dannoso, “mela non sana”. Si diceva che provocasse turbe psichiche e disturbi intestinali. In realtà il nome stava ad indicare che non poteva essere consumata cruda.

Chiudiamo questa carrellata con un contorno che riassume i nostri migliori colori, sapori e profumi: la caponata. Tantissime le versioni in Sicilia, anche in questo caso si tolgono e si aggiungono ingredienti a seconda delle diverse versioni. Quando si parla di caponata, generalmente si fa riferimento ad un misto di verdure e ortaggi fritti conditi con salsa agrodolce. L’ origine del nome di questa deliziosa preparazione sembrerebbe fare riferimento al capone, il nome siciliano del pesce lampuga che veniva utilizzato nei pranzi degli aristocratici con salsa in agrodolce. Il popolo sostituì il pesce con la melanzana e da qui il nome del piatto.

Estremamente versatile la melanzana può essere utilizzata per la realizzazione di moltissime altre ricette. Rappresenta la nostra tradizione non solo gastronomica, ma anche culturale ed è sempre più apprezzata anche nelle preparazioni gourmet, “l’alta cucina”. Vada per la grande esaltazione del prodotto ma chissà cosa ne penserebbe mia nonna delle ridottissime porzioni che prevede questo tipo di cucina.

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La Vara e i Giganti. A Messina, tra mito e devozione

di Alessia Giaquinta   Foto di Antonino Teramo

Fare festa è, per un popolo, avere la possibilità di poter esprimere attraverso segni, simboli e riti, la propria identità. E agosto, per Messina, è tempo di festa, di feste, documentate già a partire dal XVI secolo. A spiegarcelo è Antonino Teramo, cultore della materia presso la cattedra di Storia Moderna dell’ Università di Messina.

«Tra le processioni superstiti dell’agosto messinese, quella della Vara è la più nota. Si tratta di un’ enorme macchina di forma piramidale che mostra il momento dell’Assunzione in cielo della Vergine Maria e viene trainata da centinaia di “tiratori”, mediante delle funi».

La festa, celebrata il 15 agosto, ha origini antichissime. C’ è chi ha ipotizzato che la Vara derivi dal carro trionfale allestito dai messinesi in onore a Carlo V, passato da Messina nel 1535 dopo la spedizione di Tunisi. «Il carro aveva simboli cosmici e personaggi che presentavano molte analogie con la Vara. Secondo Giuseppe Bonfiglio Costanzo, che scriveva nel 1606, la Vara è stata ideata da un maestro artigiano di nome Radese, e derivava da un simulacro della Madonna a cavallo, e venne riadattata per le feste in onore di Carlo V», spiega lo storico.

Ma come si presenta oggi la Vara?
«Nella prima piattaforma è raffigurata la Vergine morta circondata dagli Apostoli, secondo l’iconografia di origine orientale della dormitio virginis. Salendo verso l’alto vi è una rappresentazione dei sette cieli, raffigurati dalla cortina delle nuvole che, partendo dalla base si innalzano circondate dal sole e dalla luna, concepiti come nel sistema tolemaico. Più in alto, in una terza piattaforma, è presente un globo celeste con stelle dorate, e in cima vi è Gesù che tiene sulla mano destra la Vergine assunta in cielo. All’interno della Vara, vi sono degli ingranaggi che, azionati manualmente portano al movimento rotatorio di tutte le figure e i personaggi, che un tempo erano interpretati da figuranti (almeno fino al 1866) ed oggi sono statue di cartapesta».

E i Giganti di Messina cosa rappresentano?
«Un’ altra processione molto caratteristica dell’agosto messinese è quella di due colossali statue a cavallo, composte da una struttura di legno e ferro rivestita di cartapesta, gesso e stoffa montata su un carrello metallico con ruote. Misurano in altezza più di 8 metri. Le due figure rappresentano un uomo e una donna, originariamente conosciuti con i nomi di Cam/Zanclo e Rea/Cibele, identificati come i fondatori della città. Non è fuor di luogo ipotizzare che le due sculture furono ideate nel XVI secolo in un clima in cui le città miravano ad esaltare le proprie glorie municipali e a dimostrare l’antichità della propria fondazione attraverso l’esibizione di resti ossei ciclopici, rinvenuti durante scavi e attribuiti a ipotetici Giganti, primi abitatori o addirittura fondatori della città. Possiamo ancora ipotizzare che le statue dei giganti costituissero un unico apparato festivo assieme alla Vara, che rappresentava un trionfo cristiano a suggello delle glorie cittadine, caratteristica che è andata perdendosi ai nostri giorni essendo oggi percepite le due processioni come totalmente distinte. Nel corso dei secoli i due Giganti assunsero una forma definita e nel Settecento cambiarono anche i loro nomi in Mata e Grifone con una tradizione popolare che riporta la storia di un guerriero saraceno che per amore si convertì al cristianesimo».

Quest’anno ci saranno le processioni?
«Le processioni sono state interrotte solo dagli eventi tragici che hanno segnato la storia della città. La ripresa delle tradizioni ha sempre in qualche modo rappresentato un ritorno alla normalità, come ad esempio nel 1926 quando la processione fu riproposta per la prima volta dopo il terremoto del 1908, che aveva cancellato Messina. Lo scorso anno, nel 2020 la processione non è stata attuata, così come non ci sarà neanche quest’anno a causa della pandemia in corso. L’augurio è che un ritorno della processione possa rappresentare il prima possibile il ritorno ad una normalità di cui abbiamo tutti bisogno».

EDUARDO CICALA

Ballo Pantomima della Cordella, il 22 agosto a Petralia Sottana si rinnova l’antico intreccio

di Giulia Monaco   Foto di Arianna Rusignolo e Eduardo Cicala

È la prima domenica dopo Ferragosto. Sono le tre del pomeriggio. La calura estiva è mitigata dall’aria fresca di montagna. Per le vie del paese qui e là si colgono indizi di una festa imminente: tintinnio di cianciane, di tamburelli in lontananza. Le note di un friscaletto. Il vibrare di un marranzano. Nugoli di ragazze con le gonne di tutti i colori si apprestano a raggiungere Piazza Gramsci, da dove partirà l’Antico Corteo Nuziale che culminerà col ballo. Qualcuna di loro appunta il fazzoletto sui capelli con una forcina, qualcun’altra aggancia per bene gli orecchini antichi che le ha prestato nonna, e che le consente di indossare solo in quest’occasione speciale. I ragazzi stringono con forza i legacci di cuoio delle scarpe di pelo ai polpacci, per evitare che scivolino durante il ballo. Qualche fazzoletto dal capo di una ragazza e qualche calzatura dal piede di un ragazzo alla fine scivolerà, ma se i ballerini saranno abbastanza bravi – e lo saranno – gli spettatori non se ne accorgeranno nemmeno.

Gli indizi parlano chiaro: un grande evento è alle porte. Per Petralia Sottana è uno degli appuntamenti più attesi. Si tratta del “Ballo Pantomima della Cordella”, ma per la gente del posto è semplicemente A Curdedda.
E anche quest’anno, come accade ormai da più di ottant’anni, A Curdedda torna puntuale la prima domenica dopo Ferragosto (in questo caso, il 22 agosto).

di Eduardo Cicala

Si tratta di un ballo tondo che vanta origini antichissime, da ricercare nelle danze campestri eseguite attorno agli alberi come riti propiziatori e di ringraziamento per le divinità. Dall’ estremità di un palo si dipanano ventiquattro nastri colorati, le cordelle, sorrette da dodici coppie di ballerini. Danzando a ritmo di tarantella e ubbidendo ai comandi del bastoniere, i danzatori intrecceranno i nastri attorno alla pertica, tessendo ogni volta un tessuto dalla trama diversa. Infine, eseguiranno la coreografia all’inverso per sciogliere gli intrecci, per poi ricominciare con la danza successiva.
La simbologia legata al ciclo della natura si svela in ogni elemento della danza: la spiga che campeggia sulla pertica ricorda l’antico culto di Cerere, sostituita dalla Madonna dell’Alto con l’avvento del Cristianesimo. Le dodici coppie rappresentano i dodici mesi dell’anno, o le dodici costellazioni che ruotano intorno al sole; le quattro figure di cui il ballo si compone raffigurano le quattro stagioni.

di Arianna Rusignolo

Si tratta di una danza pagana che rinnova il trionfo della vita e dell’amore fecondo: si svolge, infatti, a chiusura della “Rievocazione dell’Antico Corteo Nuziale”, caratteristica rappresentazione del rito matrimoniale che veniva anticamente celebrato a fine raccolto, quando cioè le risorse accumulate lo consentivano. La danza adempie, infatti, al duplice compito di ingraziarsi le divinità per l’abbondanza delle messi e per la fertile unione della giovane coppia di sposi.

A partire dal 1937, anno in cui si svolse la prima esibizione pubblica del Ballo Pantomima della Cordella, questa tradizione ha attraversato le generazioni di Petralia fino a diventare un tassello importante del vissuto di ognuno. La Cordella per un petralese è molto più che un appuntamento annuale: è appartenenza, è storia, è radici. Sia per chi all’interno del gruppo ha trascorso grosse fette di vita, sia per chi vi ha transitato per brevi periodi, sia per chi si è limitato a viverla da spettatore.
Impossibile non commuoversi sentendo la musica, un canto o una giaculatoria della Cordella, specie quando si vive distanti o non si torna in paese da un po’.
Un racconto di sole parole non basta a descrivere una realtà così vasta e varia, così antica eppure ancora così viva. Ma quando un visitatore assiste al ballo e coglie negli sguardi dei ballerini e dei musicisti quella rara combinazione di passione, frenesia e sacralità, allora comprende. E se ne innamora. E, quasi sempre, ritorna.

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Il Ferragosto siciliano: tradizioni tra sacro e profano

di Alessia Giaquinta

Che facciamo a Ferragosto?
Diciamoci la verità. Si tratta della classica domanda che, di anno in anno, ripetiamo a noi stessi, al nostro partner, ai nostri amici e, perché no, anche ai nostri datori di lavoro. Perché ferragosto è tempo di ferie, di riposo, di vacanza, di sole, mare, falò e “arrustute”.

Ma dove nasce questa tradizione e perché?
Scorriamo indietro nel tempo fino ad arrivare al 18 a.C. quando l’imperatore Ottaviano Augusto, per celebrare il momento di pausa dai lavori nei campi, istituì le “Feriae Augusti”, le vacanze di Augusto. Si trattava anche di un modo per dare maggiore spazio ai festeggiamenti dedicati a Diana, dea della fertilità (celebrata il 13 agosto) e far riposare cavalli e animali da soma che, per l’occasione, venivano bardati a festa e fatti sfilare oppure sfidare in spettacolari corse. Per tutto il mese si svolgevano vari eventi di carattere religioso in onore alle divinità del tempo. La decisione di Augusto di stabilire delle ferie, che duravano dall’1 al 31 agosto, permetteva a tutti di poter partecipare attivamente alle feste, oltre a riposarsi.

Con l’avvento del cristianesimo alcune feste pagane furono “convertite”. I festeggiamenti della dea Diana e della dea Consiva (che ebbe un figlio rimanendo vergine, punto comune con la Madonna) furono sostituiti con quelli relativi all’Assunzione della Beata Maria Vergine al cielo, celebrati a partire dal V secolo d.C. il 15 agosto. Alle sfilate dei cavalli si affiancarono le processioni dei credenti (a Tusa e a Motta d’Affermo, nel messinese, si svolge ancora la Cavalcata Storica con animali bardati), al riposo romano fu aggiunto il concetto di vacanza, ai convivi davanti ai templi si sostituirono le mangiate tra amici, a mare, in campagna, ovunque.

E in Sicilia che si fa a Ferragosto?
I più vanno a mare: c’è l’imbarazzo della scelta se si considerano che le spiagge dell’isola sono tra le mete più quotate per la loro bellezza, pulizia, accessibilità e per i servizi. Da San Vito Lo Capo a Taormina, a Marzamemi, Mondello, alla Scala dei Turchi, insomma: non mancano certo località balneari! Oltre quelle citate, tra le più note, in occasione del Ferragosto tutte le spiagge dell’isola si riempiono: ombrelloni di famiglie, comitive di giovani, bambini muniti di secchielli e processioni in mare.

Eh sì. La festa dell’Assunzione della Madonna in tantissime località balneari siciliane si svolge con la tipica processione della Madonna sulla prua di un peschereccio, accompagnata da religiosi e banda musicale. A seguito tutte le barche partecipano a quello che viene inteso anche come momento di benedizione delle acque, dei naviganti e dei bagnanti. Si pensi alla Madonna di Portosalvo a Marina di Ragusa, alla regata dell’Assunta di Siracusa, alla processione sulle barche a Marettimo…
Non mancano neanche caratteristiche processioni via terra. Da Messina dove si svolge la festa tradizionale della Vara a Bisacquino dove ha luogo la festa della Madonna del Balzo che prevede un pellegrinaggio notturno verso il santuario posto su un monte, in quest’occasione è immancabile la mangiata di anguria, la cosiddetta mulunata.

Ed è proprio il cocomero rosso ad essere l’alimento protagonista nelle tavole dei siciliani durante il Ferragosto: che si mangi in spiaggia, dopo un pellegrinaggio, in una lunga tavolata in campagna o seduti in un ristorante (anche nella variante di gelo al melone), l’importante è che ci sia!

Che dire dei falò? Sin dall’antichità era tradizione realizzare, nelle campagne, dei falò con gli avanzi della pulitura dei campi. A mezzanotte si accendeva il fuoco, si invocava a Beddamatri di Menzaustu e si auspicava prosperità per i campi. Si arrostiva e si faceva festa.
Curiosa è la tradizione, portata avanti fino agli anni ’60 presso l’Isola delle Femmine, dello scambio di doni tra fidanzati: l’uomo regalava all’amata il gallo più prosperoso che trovava e la ragazza ricambiava donandogli un’anguria. Immancabile!
E voi, che fate a Ferragosto?

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Tranquilli, ci pensa l’olio Iperico

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Laura Vinci

Conosciuta come “scacciadiavoli” o “Erba di San Giovanni”, l’iperico è una pianta officinale potentissima, addirittura “miracolosa”, come sostengono alcuni. Il motivo dei nomi che l’accompagnano rivela in qualche modo il legame esoterico-magico-religioso che le viene attribuito. Il nome iperico deriva dal greco, ossia “sopra le immagini”, perché si riteneva che questo fiore – dal colore giallo ma capace di secernere un inteso liquido rosso – posto sopra l’immagine della Sacra Famiglia, fosse capace di allontanare i demoni e proteggere la casa.

Ma è anche nominata “Erba di San Giovanni”. Perché? I motivi sono molteplici. Si parte dal fatto che la fioritura dell’iperico avviene nel mese di giugno, in procinto del solstizio d’estate, quando si celebra anche la nascita di San Giovanni. Secondo questa visione, il 24 giugno l’iperico, in occasione della sua festa, assume i poteri curativi che lo caratterizzano. Ma un altro motivo lo lega al Santo: la sostanza rossa contenuta nel pistillo del fiore, richiama il sangue versato da San Giovanni Battista durante il suo martirio, commemorato il 29 agosto, periodo ultimo per la raccolta del fiore.

In epoca medievale, durante le feste in onore a San Giovanni, era consuetudine danzare con in capo una ghirlanda di fiori di iperico. Al termine della festa essa veniva lanciata sui tetti delle case o tra i rovi di un falò come rito propiziatorio per i raccolti, la protezione del bestiame e quella delle abitazioni.
Nell’armentario dell’esorcista non poteva mancare l’olio prodotto dall’iperico e, al tempo delle crociate, esso era usato nel trattamento delle ferite dei cavalieri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme.

Oltre ogni credenza e superstizione, la ricerca scientifica ha appurato le proprietà di questa pianta che cresce nelle terre incolte. Nel territorio ibleo, ad esempio, la si può trovare dal mare alla montagna, dai campi e ai cigli delle strade.

Ma parliamo dei benefici. L’iperico, grazie alle sue proprietà antidepressive e ansiolitiche è in grado di agire sul sistema nervoso al pari degli psicofarmaci, senza presentare controindicazioni. Grazie all’ipericina ha proprietà balsamiche, è un ottimo espettorante e antivirale. Perfetto contro tosse, raffreddore e catarro ed inoltre è utile a fortificare le difese immunitarie. Per godere di questi benefici bisogna realizzare un decotto di iperico o delle tisane. È severamente sconsigliato il metodo “fai da te”, in questo caso è necessario affidarsi a naturopati o rivolgersi ad un’erboristeria.

Tra le molteplici proprietà di questa pianta ci sono quelle legate alla cura della pelle. L’oleolito che si ricava dall’infuso macerato dell’iperico è un vero toccasana per contusioni e dolori articolari, cura le ustioni ed è un perfetto cicatrizzante. Inoltre è ideale per ammorbidire ed idratare la pelle che, immediatamente, appare setosa e piacevole al tatto.
Nella stagione calda, inoltre, è spesso utilizzato per lenire le scottature (attenzione, però a non esporsi al sole dopo averlo cosparso nel corpo) e per alleviare i fastidi conseguenti alle punture d’insetto.
Insomma… una vera panacea!

CURIOSITÀ

  • Alcuni naturopati utilizzano l’oleolito di iperico per trattamenti e massaggi.
  • Anticamente le donne portavano un rametto di iperico con sé, credendo potesse proteggerle da ogni violenza.
  • Si ritiene che il potere di questa pianta venga infuso grazie alla rugiada della notte di San Giovanni. I fiori raccolti prima del 24 giugno non avrebbero, infatti, le medesime proprietà benefiche!

 

COME PREPARARE L’OLEOLITO

Occorrente:
200 gr di fiori di iperico,
600 ml di olio (extravergine d’oliva / olio di mandorla),

Procedimento:
Dopo aver raccolto (possibilmente in luoghi non inquinati) e pulito i fiori di iperico, farli macerare in un barattolo insieme all’olio. Una volta al giorno agitare il contenitore, per un mese. A conclusione filtrare, spremendo il più possibile la pianta, con un colino. Conservare l’oleolito in boccettine, in luoghi asciutti e al buio.