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rita botto

Rita Botto. La custode della musica siciliana

di Omar Gelsomino   Foto di Teresa Bellina

Musica coinvolgente, voce fluida e talento indiscutibile. Sono questi i tratti distintivi di Rita Botto, l’affascinante cantante e autrice catanese, aperta alle sperimentazioni e ancorata alle proprie tradizioni. Una voce versatile che le permette di spaziare fra repertori diversi, cantando in siciliano e reinterpretando alcuni brani rimane fedele alla sua terra, regalando emozioni a chi l’ascolta.

Anche per lei la passione per la musica è nata molto presto. «Sin da piccola imitavo, davanti al televisore in bianco e nero, la grande Mina! Cantare è un dono di natura, bisogna solo riconoscerlo e poi coltivarlo. Si possono fare studi canonici, oppure come ho fatto io, tutto ad orecchio, con molto ascolto di musica e soprattutto di voci, le più disparate. Certo il mio modo, non mi ha semplificato sempre la vita, ma ha dato i suoi frutti e rende creativo il risultato». Così dopo diverse sperimentazioni ha scelto il suo genere musicale. «La musica folk è stata solo un punto d’approdo di tutte le mie diverse esperienze precedenti. Frutto di anni di sperimentazione tra diversi generi musicali. Tutto questo è una splendida palestra, ma ad un certo punto ti confondi, non sai che strada prendere. Credo che la scelta del folk sia nata dalla necessità di affermare la mia identità in una città come Bologna, in cui ho vissuto per più di 20 anni e dove per la prima volta ho cominciato a cantare. Finalmente potevo esprimermi nella mia lingua. Tutto questo mi dava una spinta maggiore, veniva fuori tutto il vulcano e il mare che avevo dentro».

rita botto

Alla domanda a chi si è ispirata, Rita Botto risponde seccamente: «A Rosa Balistreri. L’unica grande cantante del folk siciliano e prima cantautrice italiana. Una voce intensa e una vita sofferta, che ha saputo tramandare tantissimi canti della tradizione siciliana. Ad oggi tutti, cantano le sue canzoni. Rimane eterna. Non mi sono mai sentita la sua erede. Inizialmente, appena morta Rosa, ho sentito di non lasciare che la sua figura così forte venisse dimenticata, ed ho trovato nel suo materiale la possibilità di sciogliere tutte le mie emozioni cantando in siciliano. È giusto essere in tanti a farla rivivere nei cuori di chi ascolta».

L’amore è il tema dominante di tutti i suoi brani. «L’amore è importante per tutti, è il sale della vita. Cantare ciò che si sente aiuta l’interpretazione, anche quando si parla d’amore finito, spento. Da questa musica ho cercato di prendere i temi della tradizione più attuali, che rispecchiassero la mia contemporaneità. Bellissimi i canti che parlano del raccolto, della semina, certo, ci dicono qualcosa che non c’è più, almeno in quel modo! Ma i sentimenti nell’uomo, nel trascorrere tempo, restano un po’ quelli…».

La sua terra rimane un altro punto saldo oltre alla musica. «La Sicilia è il punto fermo della mia vita, è il luogo dell’anima. Sono e resto isolana! Conservo lì tutti i miei tesori, la famiglia, gli amici, i ricordi. Forte è il richiamo di odori e profumi, quanto di più atavico è nell’uomo. Adesso sono ritornata a vivere a Catania e non vedo l’ora dopo un viaggio di farvi ritorno. Ma ho lasciato un bel pezzo di me in Emilia, la sento come una seconda casa. Posso dire con le parole di Gesualdo Bufalino, che un siciliano è un concentrato di personalità indecifrabili persino a se stesso, una contraddizione vivente, dominato da bizzarri sentimenti! E poi, personalmente ho la tragedia dentro, alternata a grandi entusiasmi ed euforia, momenti teatrali. Ecco tutto questo abita in me, e l’essere un’isolana mi ha sempre spinto ad uscire fuori dai confini».

Per Rita Botto adesso è tempo di nuovi progetti. «Sto lavorando ad un tributo a Franco Battiato, assieme al coro Lirico Siciliano ed un ensemble di musicisti, dove interpreto alcune sue celebri canzoni. Ho appena finito di fare, per il centenario della sua morte, un bellissimo omaggio a Pier Paolo Pasolini, ospite dell’orchestra di Carlo Cattano, che mi vede cantare e recitare le poesie del maestro. E poi chissà cosa porterà questo nuovo anno».

 

Carnevale Chiaramonte Gulfi

“Una pazzia allegra e chiassosa”: il Carnevale a Chiaramonte Gulfi

di Alessia Giaquinta – foto di Fabiano Roccuzzo

Si ritorna a festeggiare il Carnevale a Chiaramonte Gulfi: uno dei più antichi e belli di Sicilia.
L’etno-antropologo Serafino Amabile Guastella (1819-1899) nel suo volume “L’Antico Carnevale nella Contea di Modica” – edito nel 1887 – ci rende testimonianza del divertimento, maschere, miniminagghie, sapori e usi che caratterizzavano, dal 1600 alla prima metà del 1800, questa festa in cui “licet insanire”, è lecito fare pazzie.

Era una pazzia allegra e chiassosa, scrive il Guastella, delineando gli aspetti dell’antico carnevale, che allora durava circa tre settimane. A scandirne l’inizio erano le contadine di Chiaramonte che, il 1° febbraio (vigilia della Madonna della Purificazione) si recavano sul monte Arcibessi e qui si ungevano con la rugiada mattutina dei campi, come rito di purificazione, recitando preghiere e lodi alla Madonna, perché le benedicesse.

Altri momenti rituali, a Chiaramonte, erano il mercoledì “di lu Zuppiddu”, il giovedì “di li cummari” e, infine, il giovedì grasso “di lu lardaloru. Queste erano le occasioni in cui si facevano opere di carità e si rafforzavano i rapporti “tra compari. Il tutto, certamente, in allegria. Le miniminagghie (indovinelli) e gli scioglilingua erano, certamente, il passatempo preferito di quel tempo.

Giunta la sdirruminica, ossia la domenica di Carnevale, era conveniente “farsi amica a la monica. In questa occasione, infatti, le monache preparavano i dolci della tradizione e li davano in regalo alle famiglie amiche: pagnuccata, cannoli, teste di turco, e chissà quante altre bontà!

I giorni a seguire erano noti come “i due giorni del pecoraio” perché, si narra, che Gesù li concesse al pastore, giunto troppo tardi dalla campagna, per potere partecipare ai divertimenti della domenica. In queste giornate, u sdirriluni e u sdirrimarti (lunedì e martedì di Carnevale), oltre a magnificare il maiale in succulenti piatti preparati dalle massaie e alla condivisione di questi con i meno abbienti, tutte le categorie e i ceti sociali erano coinvolti in quello che potrebbe considerarsi un vero e proprio momento liberatorio. Mascherati buffamente con cappelli di zucche, corna di animali e baffi fatti con code di coniglio, uomini e donne si lasciavano andare in “satire fieramente aggressive” in cui la piramide delle classi sociali si invertiva.

In questa occasione, tutto era consentito a tutti.

Ecco che, specialmente le donne dei villani, si scatenavano in versi pungenti e, senza timore, lanciavano ingiurie ai ricchi.

Una delle maschere più bizzarre era la Moglie di Carnevale – scrive il Guastella – colossale bamboccio, la quale traeva immani ululati, perché sui dolori del parto. A un determinato luogo (…) ecco che dalla gonna voluminosa sbucava a furia una nidiata di pulcinelli, i quali venuti appena alla luce, si avventavano ai fiaschi, e si davano a ballare sonando i tamburelli e le nacchere”.

Balli, salti e capitomboli sino alla tarda sera quando, tra pianti e lamenti, si celebrava la morte di Carnevale e l’inizio della Quaresima.

carnevale chiaramonte

La tradizione del Carnevale a Chiaramonte, oltre che di fama, gode di una lunga e importante storia che non ha perso importanza, nonostante le conseguenze causate dagli anni di sosta dovuti al Covid.

È lodevole, in questo senso, l’impegno profuso dell’attuale amministrazione non solo per la tutela ma anche per il rilancio di questa tradizione.

«Dopo tre anni di sosta, stiamo tentando di innescare nuovamente la cultura del carro di Carnevale – dichiara la vicesindaca Elga Alescio –. In questi anni non c’è stato un ricambio generazionale e le maestranze non sono state facilmente ereditate. Il nostro obiettivo è rilanciare le associazioni ed organizzare una super associazione che coordini tutte le attività del Carnevale».

Tra le novità di quest’anno (oltre alla tradizionale sfilata e al dj in piazza previsti per la domenica e il martedì di Carnevale) ci sarà un giorno in più di festeggiamenti, ossia sabato 18 febbraio. Inoltre è stato messo a punto un nuovo format della tradizionale Sagra della Salsiccia, lunedì 20.

 

La Teofania di Piana degli Albanesi

Di Giulia Monaco, Foto di Giorgio Lucito

 

A Piana degli Albanesi il 6 gennaio si celebra un’Epifania speciale: si tratta della Teofania, una celebrazione che ancora oggi segue l’antica liturgia bizantina, rimasta immutata dai tempi di Giustiniano.

Le sue radici sono da rintracciare nella storia della città: Piana degli Albanesi è il più grande stanziamento arbëreshë della Sicilia e le sue origini risalgono al 1485 quando, in seguito all’invasione della penisola balcanica da parte dei Turchi-Ottomani, numerosi profughi Albanesi cercarono rifugio nelle coste dell’Italia meridionale, e alcuni di loro si stanziarono nell’entroterra della Sicilia occidentale, tra i monti Sicani e i monti di Piana degli Albanesi.

Ciò che caratterizza le comunità arbëreshë è la tenacia nel mantenere, nel corso dei secoli, un proprio sistema linguistico, culturale e religioso, tutelando e coltivando la memoria storica dell’antica madrepatria.

La Teofania del 6 gennaio si attesta tra i riti greco-cattolici più significativi ed evocativi.

Ma in cosa si differenzia dall’Epifania?

Il nome Teofania deriva dal greco Θεοφάνεια, composto di Θεο (“dio”) e φάινειν (“manifestarsi”), e indica, quindi, la manifestazione della divinità.

Il concetto è dunque molto simile a quello di “Epifania”, ma nelle due liturgie, quella latina e quella greca, ha assunto delle valenze differenti.

Per saperne di più ho chiesto lumi a Papas Giuseppe Di Miceli, parroco dell’Eparchia di Piana degli Albanesi.

«Nella liturgia latina, l’Epifania indica la rivelazione di Cristo ai pagani, rappresentati dai Magi che si recano nella Grotta della Natività – spiega Papas Di Miceli – mentre nel rito bizantino la Teofania fa riferimento alla “manifestazione trinitaria”, ossia la rivelazione della Santissima Trinità durante il Battesimo di Gesù per mano di Giovanni Battista nel fiume Giordano. In quell’occasione, infatti, mentre Gesù riceve il battesimo, Dio padre si manifesta facendo udire la sua voce, e lo Spirito Santo appare nella sua classica rappresentazione di colomba».

È questo episodio del Vangelo a permeare di simbolismo la tradizione della Teofania di Piana degli Albanesi. La celebrazione, che scandisce la notte del 5 e la giornata del 6 gennaio, è tra le feste più sentite dalla comunità. E ogni anno richiama centinaia di fedeli e numerosissimi visitatori.

«La sera del 5 gennaio, alla vigilia, nelle parrocchie si celebra il vespro con la divina liturgia di San Basilio – prosegue Papas Di Miceli – e in seguito i rappresentanti dell’Eparchia si sistemano attorno al fonte battesimale per benedire le acque. All’interno del fonte campeggia un candelabro a tre ceri (il Tricerio), che rappresenta la Santissima Trinità. L’Eparca, tra litanie e lunghe preghiere, immerge per tre volte una croce nelle acque sacre, per rievocare il battesimo di Gesù; a ogni immersione di croce, con un mazzetto di erbe aromatiche – in genere ruta o rosmarino, erbe sempreverdi che indicano la resurrezione – viene spento ognuno dei tre ceri del candelabro. Allo spegnimento del terzo cero, una colomba spicca il volo all’interno della chiesa, a evocare lo Spirito Santo».

Papas Di Miceli mi racconta che il 6 gennaio lo stesso rito viene ripetuto in esterna. Dopo la messa nella cattedrale di San Demetrio, il vescovo e i papas si dirigono in processione verso la fontana dei “Tre cannoli”, nella piazza principale del paese. Qui avviene nuovamente la Grande Benedizione, con l’immersione per tre volte del crocefisso e il contemporaneo spegnimento del Tricerio. Allo spegnimento del terzo cero, questa volta la colomba bianca viene fatta volare fino alla fontana dal tetto della vicina chiesa della Santissima Maria Odigitria, che ha un grande valore simbolico e al cui culto è legata una leggenda sulla fondazione della città.

Ad arricchire il rito, gli abiti di tradizione arbëreshë dei fedeli, interamente ricamati a mano in filo d’oro e impreziositi con gioielli artigianali e pietre preziose.

 

anteprima pizzi e merletti

test articoli

di Giulia Monaco   Foto di Emanuele Carpenzano

 

Dolce e Gabbana ne hanno fatto un must-have, e ne fanno largo uso nelle loro collezioni, omaggiando un’ideale di femminilità sospeso tra passato e presente: l’ elegantissimo pizzo siciliano, che richiama le atmosfere mediterranee di una volta, è il protagonista indiscusso delle passerelle, di brand di moda Made in Italy e di abiti da sposa griffati scelti dai vip.

 

Se volgiamo un attimo lo sguardo a una Sicilia d’altri tempi, con un po’ di immaginazione riusciamo a scorgere delle giovani donne intente a confezionare con solerzia il loro corredo, creando con grande maestria degli arabeschi di pizzo destinati a impreziosire tovaglie, vesti e stoffe, rendendole eleganti e leggiadre. Le immaginiamo ingegnarsi con aghi, fili, fuselli e uncinetti, e a intessere punto dopo punto armoniose trame di pizzi, merletti e trine da applicare alla biancheria più pregiata, per custodirla poi sotto naftalina nei cassetti di un grande comò, in attesa di coronare il loro grande sogno d’amore. Ancora adesso, aprendo quei vecchi cassetti, potrebbero spalancarsi davanti ai nostri occhi tracce di quella Sicilia mai dimenticata, che oggi gode di un fascino iconico e intramontabile.

 

Ma da dove nasce la tradizione dei merletti siciliani?

La parola “merletti” deriva dal termine “merli”, gli elementi architettonici sagomati che sovrastavano torri e palazzi medievali. La Sicilia vanta una tradizione del merletto molto antica, attestata già nel 1400, quando veniva spesso eseguito con filati d’oro e d’argento che ornavano tessuti pregevoli. Questa tradizione risale al dominio dei Saraceni, che introdussero nell’isola i primi laboratori di tessitura e ricamo, e si consacra poi sotto la corte di Spagna.

Tra i manufatti in pizzo siciliano, ce n’ è uno richiestissimo dalle spose, conclamato dai grandi brand di moda, che ha fatto la sua comparsa in matrimoni celebri e in serie cult: stiamo parlando della mantilla, un capo d’abbigliamento che si diffuse in Sicilia nel ‘500, durante la dominazione spagnola. L’accessorio proviene da un’antica usanza diffusa nella penisola iberica, che vedeva donne del “pueblo”, cioè le popolane, utilizzarlo come adorno oppure come riparo.  Ma quando la regina Isabella II (che regnò tra il 1833 ed il 1868) cominciò a indossare la mantilla in tutti gli eventi ufficiali, acquisendo un’aurea elegante e sofisticata, ecco che il suo uso si estese anche nei ranghi dell’aristocrazia. Potremmo definire la regina Isabella un’influencer del suo tempo? Certamente sì, e anche di grande impatto: infatti, tutt’oggi la mantilla è considerata uno degli accessori più chic negli ambienti di alta moda, ed è richiestissima dagli atelier di abiti da sposa.

 

Nessuna terra come la Sicilia sfugge da qualsiasi cliché, piena com’ è di meraviglie e di mille contraddizioni. Anche la moda e l’ eleganza siciliane sono in qualche modo senza luogo e senza tempo, figlie di una commistione di culture e popoli così distanti tra loro, e così ricchi nella loro diversità, da rendere lo stile siculo unico al mondo.  Il merletto siciliano ne è un chiaro emblema: i decori sono spesso eseguiti liberamente, secondo la fantasia dell’ esecutore o dell’ esecutrice, che realizza un’armoniosa sequenza di pieni e vuoti senza un disegno prestabilito. Più che di artigianato potremmo parlare di una vera e propria arte figurativa, visto il grande impatto di sfilati, merletti e macramè sui canoni estetici del tempo.

 

Elegante e sofisticato, chic e ricercato, il pizzo siciliano si consacra come elemento iconico che ha segnato e continua a segnare la storia della moda e del costume, da custodire e amare per sempre.

anteprima pizzi e merletti

Pizzi e merletti siciliani. Un’antica tradizione divenuta icona di stile

di Giulia Monaco   Foto di Emanuele Carpenzano

 

Dolce e Gabbana ne hanno fatto un must-have, e ne fanno largo uso nelle loro collezioni, omaggiando un’ideale di femminilità sospeso tra passato e presente: l’ elegantissimo pizzo siciliano, che richiama le atmosfere mediterranee di una volta, è il protagonista indiscusso delle passerelle, di brand di moda Made in Italy e di abiti da sposa griffati scelti dai vip.

 

Se volgiamo un attimo lo sguardo a una Sicilia d’altri tempi, con un po’ di immaginazione riusciamo a scorgere delle giovani donne intente a confezionare con solerzia il loro corredo, creando con grande maestria degli arabeschi di pizzo destinati a impreziosire tovaglie, vesti e stoffe, rendendole eleganti e leggiadre. Le immaginiamo ingegnarsi con aghi, fili, fuselli e uncinetti, e a intessere punto dopo punto armoniose trame di pizzi, merletti e trine da applicare alla biancheria più pregiata, per custodirla poi sotto naftalina nei cassetti di un grande comò, in attesa di coronare il loro grande sogno d’amore. Ancora adesso, aprendo quei vecchi cassetti, potrebbero spalancarsi davanti ai nostri occhi tracce di quella Sicilia mai dimenticata, che oggi gode di un fascino iconico e intramontabile.

 

Ma da dove nasce la tradizione dei merletti siciliani?

La parola “merletti” deriva dal termine “merli”, gli elementi architettonici sagomati che sovrastavano torri e palazzi medievali. La Sicilia vanta una tradizione del merletto molto antica, attestata già nel 1400, quando veniva spesso eseguito con filati d’oro e d’argento che ornavano tessuti pregevoli. Questa tradizione risale al dominio dei Saraceni, che introdussero nell’isola i primi laboratori di tessitura e ricamo, e si consacra poi sotto la corte di Spagna.

Tra i manufatti in pizzo siciliano, ce n’ è uno richiestissimo dalle spose, conclamato dai grandi brand di moda, che ha fatto la sua comparsa in matrimoni celebri e in serie cult: stiamo parlando della mantilla, un capo d’abbigliamento che si diffuse in Sicilia nel ‘500, durante la dominazione spagnola. L’accessorio proviene da un’antica usanza diffusa nella penisola iberica, che vedeva donne del “pueblo”, cioè le popolane, utilizzarlo come adorno oppure come riparo.  Ma quando la regina Isabella II (che regnò tra il 1833 ed il 1868) cominciò a indossare la mantilla in tutti gli eventi ufficiali, acquisendo un’aurea elegante e sofisticata, ecco che il suo uso si estese anche nei ranghi dell’aristocrazia. Potremmo definire la regina Isabella un’influencer del suo tempo? Certamente sì, e anche di grande impatto: infatti, tutt’oggi la mantilla è considerata uno degli accessori più chic negli ambienti di alta moda, ed è richiestissima dagli atelier di abiti da sposa.

 

Nessuna terra come la Sicilia sfugge da qualsiasi cliché, piena com’ è di meraviglie e di mille contraddizioni. Anche la moda e l’ eleganza siciliane sono in qualche modo senza luogo e senza tempo, figlie di una commistione di culture e popoli così distanti tra loro, e così ricchi nella loro diversità, da rendere lo stile siculo unico al mondo.  Il merletto siciliano ne è un chiaro emblema: i decori sono spesso eseguiti liberamente, secondo la fantasia dell’ esecutore o dell’ esecutrice, che realizza un’armoniosa sequenza di pieni e vuoti senza un disegno prestabilito. Più che di artigianato potremmo parlare di una vera e propria arte figurativa, visto il grande impatto di sfilati, merletti e macramè sui canoni estetici del tempo.

 

Elegante e sofisticato, chic e ricercato, il pizzo siciliano si consacra come elemento iconico che ha segnato e continua a segnare la storia della moda e del costume, da custodire e amare per sempre.

anteprima caldarroste

Le caldarroste e il segreto del loro fumo bianco

Articolo e foto di Samuel Tasca

Londra, si sa, è famosa per il fumo dei suoi comignoli. In Sicilia, però, quando arriva l’autunno e le temperature si abbassano, vediamo alcuni angoli delle nostre città riempirsi di un fumo bianco dall’ odore invitante. Un osservatore distratto potrebbe quasi scambiarlo per nebbia, tanto è denso, ma il nostro naso non può di certo essere ingannato: il profumo proveniente da quelle nuvole bianche non lascia alcun dubbio e attrae i passanti stuzzicando i loro palati.

I comignoli ci sono, o meglio, la forma ricorda proprio quella delle canne fumarie: sono i cosiddetti fuculai, i bracieri cilindrici di colore nero dentro ai quali vengono preparate le caldarroste.

In Sicilia, e non solo, tutti conoscono la tradizione delle caldarroste, forse uno dei primi street food della storia. E insieme ai fuculai, nell’immaginario e nei ricordi di ognuno di noi, non possono mancare i caldarrostai, i venditori di caldarroste che popolano questo scenario folcloristico che anima le nostre strade durante i primi mesi freddi. Che fuori piova o splenda il sole, ogni caldarrostaio affianca fedelmente il proprio braciere dedicandosi alla preparazione delle caldarroste e lasciandosi andare, di tanto in tanto, alla caratteristica vanniata, il richiamo strillato per attirare i passanti e invogliarli all’acquisto.  

Essi sono i custodi di una tradizione senza tempo e, solo scambiando quattro chiacchiere con loro, ci rendiamo conto di come, ancora oggi, venga utilizzato lo stesso metodo di tanti anni fa, tramandato di padre in figlio, di generazione in generazione. Il signor Michele, ad esempio, che prepara caldarroste da quarant’anni ormai, ci svela il segreto di quel fumo bianco che tanto aveva attirato la nostra attenzione. È il sale grosso che, una volta aggiunto alla brace, evaporando, si mescola al vapore rendendolo bianco e denso. Ed è sempre il sale grosso che, una volta evaporato, si condensa nella polvere bianca che ricopre le caldarroste donando loro quel colorito biancastro che non ha nulla a che vedere con la tipologia di castagne. È facile che venga scambiato per fuliggine, ma adesso sapete che si tratta semplicemente di sale, che insaporisce e rende ancora più gustose le nostre caldarroste.

Quando sentirete il primo freddo, d’ora in poi, soffermatevi un momento a inebriarvi di quella nebbia bianca e profumata e concedetevi un coppo di caldarroste da condividere con la famiglia e gli amici. La caldarrosta vi scalderà le mani, il palato e pure il cuore, con il suo sapore naturale di tradizione.

anteprima befana

A vecchia. La befana siciliana che vive in una grotta di Gratteri

Di Giulia Monaco

La Befana è una figura tipicamente italiana legata al passaggio dall’anno vecchio al nuovo. Ma quali sono le sue origini, e come viene declinata nella tradizione siciliana?

La figura di una donna che vola a bordo di un manico di scopa nasce probabilmente in seno ad antichi riti propiziatori pagani. Si credeva, infatti, che nelle dodici notti successive al solstizio d’inverno avessero luogo dei riti per la rinascita della natura, durante i quali misteriose figure femminili si libravano sui campi per propiziare il raccolto.

In Germania e in Austria la Befana si chiama Perchta o Berchta, ed è una donna vecchia dagli abiti lisi e dai capelli scarmigliati in rappresentazione dell’anno vecchio, vissuto e logoro.

Un racconto popolare, forse in un tentativo di cristianizzare questa figura folkloristica, narra di un incontro tra la befana e i re Magi. Secondo il racconto i Magi, dopo aver chiesto indicazioni a una vecchia signora per raggiungere Betlemme, tentarono di convincerla a seguirli. L’anziana, diffidente, rifiutò; ma in seguito si pentì amaramente, e per espiare la sua rinuncia, da allora vagherebbe per le case a consegnare doni a tutti i bambini.

Ma veniamo alla Befana siciliana. In passato in Sicilia, quando la figura di Babbo Natale era ancora di là da venire, i bambini non ricevevano i regali la notte del 24 dicembre, ma la notte di San Silvestro, quando nelle case faceva il suo ingresso A vecchia. Nella tarda serata, nugoli di ragazzi ne annunciavano l’arrivo al grido di “A vecchia veni!”, strimpellando scatole di latta e campanacci. Come in una sorta di Halloween ante litteram, bussavano rumorosamente ai battenti delle case per farsi offrire dolciumi e frutta secca.

La mattina seguente, dopo una notte trascorsa quasi insonne nel vano tentativo di cogliere A Vecchia in flagrante, ai piedi del letto contemplavano sbalorditi i loro regali comparsi magicamente nottetempo.

La tradizione della Vecchia è stata negli anni scalzata da tradizioni più moderne, fino quasi a sparire del tutto. Ma esiste un luogo, nel cuore delle Madonie, in cui ancora, persiste quest’antica usanza: il borgo di Gratteri. Di fronte al suo abitato si erge un monte con una grotta chiamata Grattara, ed è qui, secondo l’antica credenza, che risiederebbe A Vecchia.

“La Vecchia” viene solitamente impersonata da un ragazzo avvolto in un lenzuolo bianco, per produrre una fisionomia grottesca che ben si addice alla connotazione classica della povera befana che notoriamente non ha mai goduto della fama di bella donna.
La sera del 31 dicembre il suono di un corno si staglia nell’aria ad annunciare l’inizio della manifestazione. “La Vecchia” esce dalla sua grotta a dorso di un asino, e pian piano si dirige verso l’abitato percorrendo un sentiero tortuoso a forma di serpentina.

A seguirla, un corteo di ragazzi in abiti tradizionali (gilet e giacca di velluto, camicia bianca, fazzoletto al collo e coppola) che recano in mano una torcia artigianale fatta da sacchi di iuta impregnata di cera, raccolta giorni prima nelle chiese del paese, e si fanno strada facendo chiasso con corni e campanacci.

L’effetto scenico è altamente suggestivo: un lungo serpente di luci si disegna sul monte a fendere il buio della notte, come sospeso tra la terra e il cielo. Giunta in paese, “La Vecchia” s’insinua per le stradine dell’abitato, tra la gioia dei bambini e il vociare degli adulti, e lungo il cammino dispensa regali, caramelle e turtigliuna, dolci locali a base di mandorle, noci, nocciole.

Il corteo si conclude poco prima della mezzanotte nella piazza principale di Gratteri, e a quel punto si svolge la Vanniata di festi di l’annu: una sorta di ironico processo pubblico di tutti gli avvenimenti più eclatanti accaduti nel corso dell’anno.
La festa culmina a mezzanotte, quando si brinda in allegria tra lo sparo di mortaretti e petardi.

anteprima fare le corna

Una storia di alta infedeltà… “di corna”, vah!

I RACCONTI DI BIANCA a cura di Alessia Giaquinta

 

Per parlare di un tradimento, in gergo, si dice che “fatto di corna fu”.

Ma perché questo simbolo appartenente alla sfera animale allude all’infedeltà tra partners?
Oltre i motivi che ci tramanda la storia (mi riferisco all’usanza di appendere corna di cervo davanti alle case che il governatore Andronico I Comneno, tra il 1183 al 1185, usava per schernire i mariti delle mogli che, per suo capriccio e malvagità, diventavano sue concubine) e a quelli mitologici legati alla vicenda di Minosse (che veniva salutato dalla sua gente con questo gesto, richiamando l’unione carnale che la moglie Pasifae aveva avuto con un toro, concependo così il Minotauro), in Sicilia ve n’è un altro.

Tempo fa, a Mazara del Vallo, un noto macellaio che aveva la sua bottega in un vicolo del quartiere arabo della città, era solito depositare i resti degli animali a pochi metri dall’ingresso, in attesa che un apposito carro li caricasse per smaltirli. Assai raramente, però, il carretto arrivava puntuale così che spesso si formava, in quella stretta e buia via, un vero e proprio cumulo di ossa, frattaglie e, appunto, corna di animali.

Il buio che caratterizzava quel vicolo, coperto perlopiù da quella montagna di resti animali, era il luogo ideale per gli incontri extraconiugali del tempo.
Le mogli dei pescatori, spesso sole durante la notte, così “facevano le corna” ai mariti lontani, e stessa cosa facevano gli uomini che volevano consumare l’atto coniugale con una donna diversa dalla propria.

Dove? Tutto in quella vanedda, dietro alle corna depositate dal macellaio…

 

copertina melenzana

Elogio della melanzana. Regina della cucina siciliana

di Patrizia Rubino   Foto di Alex Li Calzi

Ci sono degli odori e dei sapori che, come per magia, ti consentono di viaggiare nella memoria della tua vita, riportandoti in un istante indietro nel tempo, quando si andava a casa della nonna e la trovavi sempre intenta a cucinare quantità enormi di cibo il cui profumo, preludio di squisiti sapori, si espandeva dappertutto come un abbraccio caldo e accogliente. Alla base delle mie pietanze “madeleine”, c’è sicuramente la melanzana… rigorosamente fritta, grondante di olio e bella dorata (mia nonna inorridirebbe se sapesse che oggi la cucino al forno, con un velo d’olio). In famiglia si preparava in tanti modi diversi, ma sono tre i piatti del cuore legati a questo straordinario ortaggio dalla polpa bianca, gustosa e delicata che credo appartengano al patrimonio gastronomico di noi siciliani, in quanto rappresentano un connubio inscindibile con la nostra storia e le nostre tradizioni.

In cima a questa personale playlist c’è sicuramente “la pasta alla Norma”. Il primo piatto catanese per antonomasia, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Una perfetta sinfonia di colori e sapori racchiusa in pochissimi ingredienti: maccheroni, salsa di pomodoro, melanzana fritta, ricotta salata e qualche foglia di basilico. Sulle origini del nome di questa ricetta ci sono diverse versioni; un omaggio a una delle più famose opere di Vincenzo Bellini, “La Norma” appunto, o una battuta del commediografo e poeta Nino Martoglio che dinanzi ad un piatto di pasta esclamò: “Pari na Norma”, per esaltarne l’eccellenza, la bellezza e la bontà. Già da diversi anni il 23 settembre si celebra la “Giornata nazionale della pasta alla Norma” e proprio perché considerato il simbolo della cucina siciliana, di recente è stata lanciata la candidatura per l’inserimento di questo straordinario primo piatto, nella lista Unesco dei Patrimoni Culturali dell’Umanità.

Così dire poi di un altro grande classico della cucina siciliana, vale a dire la parmigiana di melanzana? Ogni famiglia ne ha una sua versione, ma gli ingredienti base sono sempre gli stessi: melanzana fritta, salsa di pomodoro, formaggio o mozzarella. La sua origine se la contendono a dire il vero i campani e i siciliani, mentre al di là del nome non sembrerebbe avere nulla a che a fare con Parma. Il termine “parmigiana” deriverebbe, secondo alcune fonti non confermate, dalla parola siciliana “parmiciana”, per indicare i listelli di legno che compongono una persiana; la loro sovrapposizione ricorda la composizione di strati per la preparazione della parmigiana di melanzane, che è diventato un modo di dire anche per altre preparazioni, la parmigiana di zucchine, di patate, etc.

Introdotta in Sicilia dagli Arabi durante il Medioevo, anticamente la melanzana secondo una diceria popolare era considerata un ortaggio dannoso, “mela non sana”. Si diceva che provocasse turbe psichiche e disturbi intestinali. In realtà il nome stava ad indicare che non poteva essere consumata cruda.

Chiudiamo questa carrellata con un contorno che riassume i nostri migliori colori, sapori e profumi: la caponata. Tantissime le versioni in Sicilia, anche in questo caso si tolgono e si aggiungono ingredienti a seconda delle diverse versioni. Quando si parla di caponata, generalmente si fa riferimento ad un misto di verdure e ortaggi fritti conditi con salsa agrodolce. L’ origine del nome di questa deliziosa preparazione sembrerebbe fare riferimento al capone, il nome siciliano del pesce lampuga che veniva utilizzato nei pranzi degli aristocratici con salsa in agrodolce. Il popolo sostituì il pesce con la melanzana e da qui il nome del piatto.

Estremamente versatile la melanzana può essere utilizzata per la realizzazione di moltissime altre ricette. Rappresenta la nostra tradizione non solo gastronomica, ma anche culturale ed è sempre più apprezzata anche nelle preparazioni gourmet, “l’alta cucina”. Vada per la grande esaltazione del prodotto ma chissà cosa ne penserebbe mia nonna delle ridottissime porzioni che prevede questo tipo di cucina.

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La Vara e i Giganti. A Messina, tra mito e devozione

di Alessia Giaquinta   Foto di Antonino Teramo

Fare festa è, per un popolo, avere la possibilità di poter esprimere attraverso segni, simboli e riti, la propria identità. E agosto, per Messina, è tempo di festa, di feste, documentate già a partire dal XVI secolo. A spiegarcelo è Antonino Teramo, cultore della materia presso la cattedra di Storia Moderna dell’ Università di Messina.

«Tra le processioni superstiti dell’agosto messinese, quella della Vara è la più nota. Si tratta di un’ enorme macchina di forma piramidale che mostra il momento dell’Assunzione in cielo della Vergine Maria e viene trainata da centinaia di “tiratori”, mediante delle funi».

La festa, celebrata il 15 agosto, ha origini antichissime. C’ è chi ha ipotizzato che la Vara derivi dal carro trionfale allestito dai messinesi in onore a Carlo V, passato da Messina nel 1535 dopo la spedizione di Tunisi. «Il carro aveva simboli cosmici e personaggi che presentavano molte analogie con la Vara. Secondo Giuseppe Bonfiglio Costanzo, che scriveva nel 1606, la Vara è stata ideata da un maestro artigiano di nome Radese, e derivava da un simulacro della Madonna a cavallo, e venne riadattata per le feste in onore di Carlo V», spiega lo storico.

Ma come si presenta oggi la Vara?
«Nella prima piattaforma è raffigurata la Vergine morta circondata dagli Apostoli, secondo l’iconografia di origine orientale della dormitio virginis. Salendo verso l’alto vi è una rappresentazione dei sette cieli, raffigurati dalla cortina delle nuvole che, partendo dalla base si innalzano circondate dal sole e dalla luna, concepiti come nel sistema tolemaico. Più in alto, in una terza piattaforma, è presente un globo celeste con stelle dorate, e in cima vi è Gesù che tiene sulla mano destra la Vergine assunta in cielo. All’interno della Vara, vi sono degli ingranaggi che, azionati manualmente portano al movimento rotatorio di tutte le figure e i personaggi, che un tempo erano interpretati da figuranti (almeno fino al 1866) ed oggi sono statue di cartapesta».

E i Giganti di Messina cosa rappresentano?
«Un’ altra processione molto caratteristica dell’agosto messinese è quella di due colossali statue a cavallo, composte da una struttura di legno e ferro rivestita di cartapesta, gesso e stoffa montata su un carrello metallico con ruote. Misurano in altezza più di 8 metri. Le due figure rappresentano un uomo e una donna, originariamente conosciuti con i nomi di Cam/Zanclo e Rea/Cibele, identificati come i fondatori della città. Non è fuor di luogo ipotizzare che le due sculture furono ideate nel XVI secolo in un clima in cui le città miravano ad esaltare le proprie glorie municipali e a dimostrare l’antichità della propria fondazione attraverso l’esibizione di resti ossei ciclopici, rinvenuti durante scavi e attribuiti a ipotetici Giganti, primi abitatori o addirittura fondatori della città. Possiamo ancora ipotizzare che le statue dei giganti costituissero un unico apparato festivo assieme alla Vara, che rappresentava un trionfo cristiano a suggello delle glorie cittadine, caratteristica che è andata perdendosi ai nostri giorni essendo oggi percepite le due processioni come totalmente distinte. Nel corso dei secoli i due Giganti assunsero una forma definita e nel Settecento cambiarono anche i loro nomi in Mata e Grifone con una tradizione popolare che riporta la storia di un guerriero saraceno che per amore si convertì al cristianesimo».

Quest’anno ci saranno le processioni?
«Le processioni sono state interrotte solo dagli eventi tragici che hanno segnato la storia della città. La ripresa delle tradizioni ha sempre in qualche modo rappresentato un ritorno alla normalità, come ad esempio nel 1926 quando la processione fu riproposta per la prima volta dopo il terremoto del 1908, che aveva cancellato Messina. Lo scorso anno, nel 2020 la processione non è stata attuata, così come non ci sarà neanche quest’anno a causa della pandemia in corso. L’augurio è che un ritorno della processione possa rappresentare il prima possibile il ritorno ad una normalità di cui abbiamo tutti bisogno».