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Tranquilli, ci pensa l’olio Iperico

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Laura Vinci

Conosciuta come “scacciadiavoli” o “Erba di San Giovanni”, l’iperico è una pianta officinale potentissima, addirittura “miracolosa”, come sostengono alcuni. Il motivo dei nomi che l’accompagnano rivela in qualche modo il legame esoterico-magico-religioso che le viene attribuito. Il nome iperico deriva dal greco, ossia “sopra le immagini”, perché si riteneva che questo fiore – dal colore giallo ma capace di secernere un inteso liquido rosso – posto sopra l’immagine della Sacra Famiglia, fosse capace di allontanare i demoni e proteggere la casa.

Ma è anche nominata “Erba di San Giovanni”. Perché? I motivi sono molteplici. Si parte dal fatto che la fioritura dell’iperico avviene nel mese di giugno, in procinto del solstizio d’estate, quando si celebra anche la nascita di San Giovanni. Secondo questa visione, il 24 giugno l’iperico, in occasione della sua festa, assume i poteri curativi che lo caratterizzano. Ma un altro motivo lo lega al Santo: la sostanza rossa contenuta nel pistillo del fiore, richiama il sangue versato da San Giovanni Battista durante il suo martirio, commemorato il 29 agosto, periodo ultimo per la raccolta del fiore.

In epoca medievale, durante le feste in onore a San Giovanni, era consuetudine danzare con in capo una ghirlanda di fiori di iperico. Al termine della festa essa veniva lanciata sui tetti delle case o tra i rovi di un falò come rito propiziatorio per i raccolti, la protezione del bestiame e quella delle abitazioni.
Nell’armentario dell’esorcista non poteva mancare l’olio prodotto dall’iperico e, al tempo delle crociate, esso era usato nel trattamento delle ferite dei cavalieri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme.

Oltre ogni credenza e superstizione, la ricerca scientifica ha appurato le proprietà di questa pianta che cresce nelle terre incolte. Nel territorio ibleo, ad esempio, la si può trovare dal mare alla montagna, dai campi e ai cigli delle strade.

Ma parliamo dei benefici. L’iperico, grazie alle sue proprietà antidepressive e ansiolitiche è in grado di agire sul sistema nervoso al pari degli psicofarmaci, senza presentare controindicazioni. Grazie all’ipericina ha proprietà balsamiche, è un ottimo espettorante e antivirale. Perfetto contro tosse, raffreddore e catarro ed inoltre è utile a fortificare le difese immunitarie. Per godere di questi benefici bisogna realizzare un decotto di iperico o delle tisane. È severamente sconsigliato il metodo “fai da te”, in questo caso è necessario affidarsi a naturopati o rivolgersi ad un’erboristeria.

Tra le molteplici proprietà di questa pianta ci sono quelle legate alla cura della pelle. L’oleolito che si ricava dall’infuso macerato dell’iperico è un vero toccasana per contusioni e dolori articolari, cura le ustioni ed è un perfetto cicatrizzante. Inoltre è ideale per ammorbidire ed idratare la pelle che, immediatamente, appare setosa e piacevole al tatto.
Nella stagione calda, inoltre, è spesso utilizzato per lenire le scottature (attenzione, però a non esporsi al sole dopo averlo cosparso nel corpo) e per alleviare i fastidi conseguenti alle punture d’insetto.
Insomma… una vera panacea!

CURIOSITÀ

  • Alcuni naturopati utilizzano l’oleolito di iperico per trattamenti e massaggi.
  • Anticamente le donne portavano un rametto di iperico con sé, credendo potesse proteggerle da ogni violenza.
  • Si ritiene che il potere di questa pianta venga infuso grazie alla rugiada della notte di San Giovanni. I fiori raccolti prima del 24 giugno non avrebbero, infatti, le medesime proprietà benefiche!

 

COME PREPARARE L’OLEOLITO

Occorrente:
200 gr di fiori di iperico,
600 ml di olio (extravergine d’oliva / olio di mandorla),

Procedimento:
Dopo aver raccolto (possibilmente in luoghi non inquinati) e pulito i fiori di iperico, farli macerare in un barattolo insieme all’olio. Una volta al giorno agitare il contenitore, per un mese. A conclusione filtrare, spremendo il più possibile la pianta, con un colino. Conservare l’oleolito in boccettine, in luoghi asciutti e al buio.

Il Seltz: sorsi di tradizione nei chioschi siciliani. Le “vecchie” bevande dissetanti

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Samuel Tasca

Ormai è una tradizione che si tramanda da secoli, nonostante sia difficile pensarlo. Ebbene sì, quando la calura estiva raggiunge il suo apice, sia di mattina che di sera, la prima cosa che si fa è quella di dissetarsi e reintegrare i liquidi e i minerali persi con la sudorazione. Cosa c’è di meglio che entrare in un chiosco, apparso all’improvviso proprio come il miraggio di un’ oasi nel deserto, per bere una bevanda fresca e dissetante?

Il protagonista indiscusso per lenire la nostra arsura è il Seltz con limone e sale, il cui nome deriva da un comune tedesco, Selters, in cui si trovava una sorgente di acqua ricca di anidride carbonica, prodotto base per un ottimo Seltz, ma solo nel 1979 Joseph Priestley scoprì il processo per ottenere l’acqua gassata. Un’usanza antica per i palermitani è l’acqua e zammù (il sambuco importato dagli Arabi), risalente all’800 quando l’acquaiolo girando per le strade con il suo banchetto e un piccolo contenitore con l’acqua fredda e una bottiglietta d’anice (verde, stellato e pepato) e della menta gridava: “acqua frisca, ca’ è biedda agghiaggiata… e s’unnè frisca, v’arrifirsca” ovvero “acqua fresca che è ben gelata, e se non è fresca vi rinfresca”, così l’assetato accorreva scavalcando la fila dicendo “acqua e zammù… primma io’ e duoppu tu! ”. Bevanda che si offriva anche a casa accompagnandola con un chicco di caffè.

Nei secoli quella che era un’attività ambulante si è trasformata in postazione fissa, nei chioschi siciliani, soprattutto a Palermo e a Catania, collocati agli angoli delle strade o nei punti più nevralgici, dalle forme quadrangolari, esagonali o ottogonali, altri in stile liberty oppure ospitati all’interno di locali. Quando vi fermerete al chiosco il vostro sguardo sarà catturato dalla colorazione degli agrumi, della frutta e degli sciroppi naturali resa ancora più vivace dalla luce solare o da quella artificiale dei neon e poi non avrete altro che l’imbarazzo della scelta.

Il Seltz non è altro che acqua frizzante fredda, spinata da appositi rubinetti, liberando l’effervescenza delle bollicine, sarà poi il chioscaro o cioscaro ad assecondare le vostre richieste, aggiungendo il limone, altro elemento importante, tagliato a metà e spremuto nel bicchiere con lo spremiagrumi; poi è la volta degli sciroppi nella loro esplosione di colori variopinti ed ammalianti: dal verde brillante all’arancio fluorescente dei mandarini, dal marrone del tamarindo al bruno dello sciampagnino, dal vermiglio delle amarene al giallo dell’ananas e tropical, dal verde smeraldo della classica menta, al bianco del latte di mandorla e all’anice puro. Sarà poi il chioscaro o cioscaro con le sue alchimie a miscelarli, secondo quelle che sono ormai delle vere e proprie tradizioni, rendendole attuali in base alle varie preferenze, a volte aggiungendo anche il sale, e realizzando così la vostra bevanda: dal classico Seltz, limone e sale, allo Speciale con acqua, anice e limone, dal Completo a cui viene aggiunta l’orzata al Tamarindo al limone e bicarbonato; il Mandarino (classico, arancio o mandarinetto) al limone per arrivare ai vari misti (dolce, amaro o aspro) e lì sarà il chioscaro o cioscaro, dimenandosi, a mostrare tutta la sua conoscenza, maestria e fantasia creando qualcosa di stucchevole. Il chiosco rappresenta la tradizione, un rituale, quasi una poesia. La fermata ad un chiosco è carica di significati: vuol dire dissetarsi, scoprire le abitudini di una città e dei suoi abitanti, immergersi nella filosofia di vita, in storie e ricordi, socializzare e rapportarsi con gli altri.


Nulla a che vedere con gli odierni cocktail sapientemente shakerati da abili bartender, i prestigiosi vini o birre artigianali perché ogni sorso riporta alla mente i profumi e i sapori di un territorio che ogni bevanda custodisce, facendo affiorare nei meno giovani i ricordi di un tempo remoto. Anche le bevande siciliane rappresentano un piccolo tesoro da conoscere, soprattutto per i turisti durante un viaggio in Sicilia.

La Sicilia dei Florio

Articolo di Alessia Giaquinta

Quella dei Florio è la storia di una delle famiglie “più ricche d’Italia” che, in maniera unica ed eccezionale, ha contribuito a rendere grande il nome della Sicilia, diventando protagonista indiscussa del panorama economico e culturale siciliano tra il XIX e XX secolo.

Tutto ebbe inizio nel 1783 col terribile terremoto che scosse la Calabria meridionale. La famiglia Florio, che viveva a Bagnara Calabra, come tanti altri conterranei, decise di approdare in Sicilia, a Palermo, per mettere al sicuro le proprie attività. Paolo qui aprì, in via dei Materassai, la stessa attività che gestiva a Bagnara: un negozio di spezie e prodotti coloniali e, in special modo, di chinino (rimedio usato per combattere la malaria). Fu così che, in poco tempo, l’attività divenne tra le più floride di Palermo, ponendosi alla base di un impero commerciale ed economico che la generazione dei Florio avrebbe realizzato pienamente negli anni a venire.
Nel 1820 nacque il marchio distintivo: la vecchia insegna della drogheria fu sostituita da un bassorilievo di legno ad opera dello scultore Quattrocchi. L’immagine scolpita è un leone che, d’allora innanzi, sarà il simbolo identificativo dei Florio.

Paolo morì nel 1807 lasciando al figlio Vincenzo, di appena 7 anni, un’affermata attività da gestire e un patrimonio economico di spicco. In soccorso di Vincenzo (vista la tenera età), lo zio Ignazio condusse gli affari e puntò sul giovane perché fosse istruito e crescesse nel migliore dei modi.
Quando lo zio Ignazio morì, nel 1827, Vincenzo non ebbe alcuna difficoltà a prendere le redini dell’attività commerciale avviata dal padre, anzi, s’impegnò ad accrescerne la fama oltre che investire su numerosi altri settori quel capitale familiare frutto di sacrifici e sagacia.
Fu così che Vincenzo s’interessò alla produzione e lavorazione del tabacco, alla coltivazione del cotone (realizzò la prima filanda a Palermo), alla produzione e commercializzazione del cognac e del vino Marsala (fino ad allora erano stati gli inglesi, ed in particolare i Woodhouse e gli Ingham ad occuparsi di questo), allo zolfo grazie allo sfruttamento delle miniere e alla fabbricazione di acido solforico, ottenendo il monopolio dal governo borbonico.

Ma è con il mare che Vincenzo stringe un’importante alleanza. Egli, infatti, comprese quanto vantaggio si potesse trarre sfruttando quello che è un collegamento naturale tra le terre e, allo stesso tempo, fonte di sostentamento attraverso la pesca.
Vincenzo allora prese in affitto le tonnare delle Isole Egadi (già lo zio Ignazio aveva avuto in affitto quella di Vergine Maria e di San Nicola, nei pressi di Palermo) dove diede impulso all’industria conserviera della pesca e al commercio del tonno. A lui si attribuisce il sistema di conservazione del tonno sott’olio e l’introduzione della pesca a reti fisse.

Famosa è la tonnara dell’Arenella, acquistata nel 1830, e conosciuta come “I Quattro Pizzi” in riferimento alle guglie neogotiche che la sovrastano. Qui i Florio erano soliti trascorrere i fine settimana e accogliere personaggi illustri provenienti da tutto il mondo. Tra questi, la zarina di Russia che rimase talmente colpita dalla bellezza del posto da farne riprodurre fedelmente uno uguale nella sua residenza estiva vicino San Pietroburgo. In memoria di Palermo, lo chiamò: “La Renella”.

Non è allora difficile capire in che modo, i Florio – da Paolo alle generazioni successive – portarono alto il nome dell’isola. Ebbene sì, perché è grazie a loro che la Sicilia vanta la prima compagnia di navi a vapore del mondo, la “Società dei battelli a vapore siciliani” che garantiva i collegamenti tra Palermo, Napoli e Marsiglia.
E non solo: la nascita della prima industria metallurgica in Italia “Orotea”; l’esposizione nazionale a Palermo nel 1891 con lo scopo di invogliare l’imprenditoria estera ad investire nel capoluogo; la costruzione del Teatro Massimo, uno dei più grandi teatri lirici del mondo; la “Targa Florio”, la corsa d’auto più antica…

Erano altri tempi, quelli dei Leoni di Sicilia, i Florio!

 

I mercati del pesce

‘A piscarìa di Catania

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di Samuel Tasca

É un vociare continuo, un brusìo incessante, un intercalare di suoni impastati tra l’italiano e il dialetto; è un miscuglio di colori e odori che inondano le strade in nera pietra lavica, sia sotto il sole cocente dell’estate siciliana che nelle fredde mattine invernali. È un’immagine di vite comuni che ogni giorno, a Catania, si svegliano all’alba per imbandire uno dei più antichi mercati del pesce dell’isola: ‘a Piscarìa. Un luogo talmente conosciuto da essere inserito nei percorsi turistici della città, per il folclore di cui è simbolo. Sin dall’800 i banchi dei pescivendoli si trovano nel passaggio scavato sotto il Palazzo del Seminario dei Chierici, sul lato sud della celebre Piazza Duomo, e le mura di Carlo V, di fronte gli Archi della Marina, un tempo immersi dalle acque del sottostante porticciolo di pescatori. L’aria che si respira in mezzo alle prelibatezze del mare ben esposte per essere vendute, ricorda molto i suq, tradizionali mercati arabi affollati di negozi e bazar dedicati allo scambio delle merci.

Pesce di ogni specie, fasolari, vongole, cozze, ricci, pesce spada, sogliole, merluzzi, sarde, spigole, gamberetti… sono solo alcune delle varietà di prodotti che si possono comprare alla pescheria di Catania. I mercanti sono spesso pescatori esperti che tramandano la passione per la loro attività di generazione in generazione. Un mestiere faticoso, che si svolge per lo più la notte, anche con il mare impetuoso. Si destreggiano tra i banchi delle loro primizie, suggerendo abbinamenti di ingredienti e i modi migliori per cucinarle. I pescatori inoltre non si risparmiano nella pulizia del pesce, accuratamente tagliato, lavato e sfilettato davanti agli occhi dei clienti. ‘A Piscaria della città del Liotro è un connubio di passato e presente; un’arte antica, quella della pesca, che vive ancora oggi grazie alla fervente attività di chi vi si dedica. Basta farsi travolgere e perché no comprare del buon pesce fresco, per sentirsi parte di una comunità poliedrica.

Scoglitti, pesce a miglio 0

Articolo e foto di Salvatore Genovese

Di solito è verso le 4 del mattino che, tempo permettendo, i comandanti dei motopescherecci di Scoglitti, frazione marinara di Vittoria, puntano la prua verso l’imboccatura del porto da cui prendono il largo, lasciandosi dietro il ribollio di biancheggianti scie che si perdono in direzioni diverse, ma con l’unico obiettivo di sfornare dal mare il loro pane quotidiano: le numerose varietà di pesce che le loro reti, e la loro abilità, riescono a catturare.

Tantissime le ore che, dal lunedì al venerdì, i pescatori dedicano al loro lavoro che si concretizza, una volta rientrati in porto, nella partizione del pescato, secondo le diverse specie ittiche, in robuste cassette di plastica che vengono, successivamente, trasferite su apposite lancitedde a remi nell’ampio locale del mercato, attrezzato con solidi bancali in acciaio, ed esposte all’attenta valutazione di commercianti e acquirenti. La vendita è a cassetta, con prezzi più bassi rispetto al dettaglio.

Nunzio Domicolo e il padre Filippo proprietari del Luna Blu mentre trasportano il pescato dal peschereccio al mercato

Tutto si svolge secondo i protocolli anti Covid, con ingressi controllati con termoscanner e contingentati nel numero, anche se quest’ultima operazione risulta oggi assai facile, visto che la clientela non raggiunge quasi mai i numeri auspicati dagli operatori ittici.

«Speriamo nell’estate – spiegano i pescatori – per avere un più vasto numero di acquirenti sia per la presenza di turisti e villeggianti, che per la prevedibile riduzione dei malefici effetti del virus grazie alle vaccinazioni».

Le prospettive di una buona ripartenza ci sono tutte; molto dipenderà dal buon senso comune che a volte, purtroppo, si perde lungo perigliose strade che portano a festicciole extra large e ad altre iniziative alquanto sconsiderate. I pesci a miglio zero di Scoglitti meritano la giusta magnificazione culinaria, ma nel pieno rispetto delle regole, senza pericolosi giochi al rialzo.

Questo vale anche per la cosiddetta piccola pesca, praticata in un’area riservata del porto da barche di piccole dimensioni con motori fuoribordo, le varcuzze. Sono 20 le postazioni nelle quali, quasi sulla battigia, effettuano la vendita diretta i loro proprietari, dopo lunghe ore passate in mare a pescare con tecniche diverse rispetto ai pescherecci. Contrariamente al punto vendita all’ingrosso, attivo dalle 15 alle 19,30, i banchetti delle varcuzze non hanno orari definiti, ma sono ciclicamente attivi dalle 8 del mattino, a seconda dell’ora del loro rientro, fino alla completa vendita del pescato. Veloci ancoraggi e rapide esposizioni sui bianchi banchetti di quanto hanno faticosamente sottratto al mare, dopo l’apertura degli ampi ombrelloni che proteggono dal sole pescatori e pesci: la contrattazione ha inizio.

Spesso la vendita avviene a voce, con i pescatori ancora sulla varcuzza, appena rientrata nella postazione assegnata.
Altro che pesce fresco! È festa per i buongustai!
A sovrintendere alle operazioni di pesca e vendita è l’Ufficio Locale della Guardia Costiera, comandato dal 1° Maresciallo Salvatore Cappello. «Abbiamo competenza sull’intera filiera della pesca – spiega Cappello – dall’attività di prelievo al consumo finale. Operiamo attraverso regolari controlli, a tutela di consumatori e operatori ittici».

 

Tonno rosso e mattanza: cronache di un rito millenario

Articolo di Giulia Monaco   Foto pescatore di Florinda Bicceri

Sulla pesca e la lavorazione del tonno gli abitanti delle coste siciliane hanno costruito la loro fortuna, tramandandosi di padre in figlio una tradizione marinara che ha attraversato i secoli.
La mattanza, antica tecnica di pesca fenicia, si diffuse in Spagna e in Sicilia durante la dominazione araba, attorno all’anno 1000. Il nome mattanza deriva dal latino mactare, uccidere: agli occhi di uno spettatore, questa si rivela, infatti, come una pratica barbara e cruenta, ma sottende profonde radici economiche e sociali, e si configura come simbolo della storia del Mediterraneo.
Quello che per certi versi appare uno spettacolo folcloristico rappresenta la lotta primitiva dell’uomo per la sopravvivenza, e richiama alla mente l’ estenuante lotta tra Santiago e il pesce nel romanzo “Il vecchio e il mare” di Hemingway: quella tra pescatore e tonno è una battaglia dura, perché richiede grande sforzo fisico, e al contempo liturgica, perché il pescatore nutre per il tonno un rispetto sacrale.

Il lavoro dei tonnaroti iniziava in primavera, quando i tonni effettuavano il loro cosiddetto “viaggio d’amore”: giungevano a branchi dall’Oceano attraversando lo Stretto di Gibilterra per trovare riparo nelle tiepide acque del Mediterraneo, in modo da deporre e fecondare le uova. Ma ad accoglierli trovavano il Rais (dall’arabo “capo”, ndr), figura dalle connotazioni quasi mitologiche che coordinava le operazioni di pesca. Era lui a scegliere il luogo in cui collocare la tonnara, un intricato sistema di reti lunghe 4 o 5 chilometri che, fissate con l’ausilio di ancore, formavano le cosiddette “camere della morte”, dove i tonni rimanevano intrappolati.

I tonnaroti, disposte le loro muciare (barche lunghe e nere, ndr) a quadrilatero attorno alle reti della tonnara, attendevano un cenno del Rais per dare inizio alle operazioni di pesca, intonando le cialome, antichi canti propiziatori simili a una nenia: un modo per invocare le divinità e al tempo stesso alleviare gli sforzi.
Progressivamente lo spazio nella rete si riduceva e i tonni, stremati dal dibattersi l’uno con l’altro, venivano arpionati e issati a bordo, mentre il mare pian piano si tingeva di rosso.
La pratica della mattanza ha attraversato i secoli mantenendo immutata la sua sacralità: prova ne è la presenza di numerose tonnare lungo le coste dell’isola. È nel 1800 che conosce la massima espansione, grazie al monopolio delle tonnare detenuto dalla famiglia Florio, che introdusse nel commercio del tonno innovazioni epocali. In seguito, un po’ per la diminuzione del pescato e un po’ per l’affermarsi di tecniche industriali, che intercettano i tonni molto prima che raggiungano le coste, la pesca tradizionale ha pian piano dovuto cedere il passo. I numerosi stabilimenti dismessi sono oggi fulgidi esempi di archeologia industriale che continuano a narrare una storia millenaria.

Ma il maestoso tonno rosso di Sicilia, noto anche come pinna blu, continua a configurarsi tra le eccellenze del Mediterraneo. Le sue carni, ricche di proteine, sono ritenute particolarmente pregiate perché appartenenti a esemplari di oltre 100 kg: il tonno raggiunge, infatti, le coste siciliane al termine delle sue migrazioni. Si è guadagnato l’appellativo di “maiale del mare”, proprio perché si presta a varie manipolazioni: dalla ficazza al paté, dalla bottarga alle conserve sott’olio, dall’affumicatura alla salagione.
Non abbiamo dubbi: il rocambolesco “viaggio d’amore” del tonno lo porta a guadagnarsi un posto d’onore nel patrimonio gastronomico della nostra isola.

 

Le fave, ambasciatrici della primavera

Articolo di Titti Metrico

Con l’arrivo della bella stagione esplodono i colori della natura e durante le passeggiate in campagna assistiamo a bellissime scene come quelle delle greggi al pascolo con vecchi pastori seduti su una grossa pietra a consumare il loro sano spuntino: pane, formaggio e fave. Li osservo per verificare se credono ancora alla leggenda secondo cui se si trova un baccello di fave con sette semi all’interno, si avrà una lunga e fortunata vita.

Il suo nome scientifico è Vicia faba o Faba vulgaris e appartiene alla famiglia delle leguminose. Le fave arrivano dall’Oriente, hanno origini antichissime, le consumavano già nell’età del bronzo e del ferro, ma le testimonianze più significative sul loro valore storico – antropologico appartengono all’epoca greco-romana. In molti mosaici pavimentali romani le fave sono raffigurate come pasti per i defunti, era abitudine usarle durante i riti funebri poiché si credeva che all’interno dei loro semi risiedessero i morti.

Nel Medioevo le fave furono definite “cibo rozzo” buono per sfamare gli animali, per concimare terreni o solo cibo per la gente povera, era diffusa l’abitudine di miscelare la farina di fave con quella cereale. Anche Plinio il Vecchio annota come questa miscela potesse essere consumata in un vasto ricettario assieme ad altri alimenti, questi piatti poveri divennero il simbolo dell’alimentazione monastica, mentre i ricchi mangiavano solo carne.

I nostri nonni si sono temprati mangiando legumi, immancabili sulle tavole dei contadini. Le fave rappresentavano la carne dei poveri, in quanto sostituiscono l’apporto proteico della carne, tanto che un detto popolare recita: «Favi e pisieddi a li puvirieddi”, ovvero fave e piselli ai poverelli.
Ancora oggi qualche nonna pratica la “muzzicatura” delle fave secche: era un vero e proprio rituale eseguito dalle donne, che ritmicamente le sgusciavano sedute davanti casa, battendole con un ciottolo sulla “chianca” (fianco, ndr). Una volta “muzzicate” le fave erano lasciate a bagno e poi con l’antica sapienza contadina preparavano a “pasta cò maccu” che può essere preparata sia con fave secche sia fresche.

In antichità considerato “il piatto del buon auspicio” veniva offerto dai proprietari terrieri al termine del raccolto a tutti i contadini per festeggiare la fine dei lavori.

Le fave contengono numerose sostanze nutritive e apportano numerosi benefici alla salute. Sono un alimento con un ottimo apporto di fibre, proteine e, soprattutto, di sali minerali come il fosforo, il ferro e il potassio.

 

La pasta cò maccu ri favi

La purea densa di fave, u maccu, è uno dei piatti tipici della cucina siciliana povera preferito dai contadini siciliani. Nonostante sia un piatto rinomato e preferito in tutta la Sicilia sembra che la ricetta sia nata nella zona di Agrigento o di Ragusa, dove ancora oggi viene servito a tavola durante tutto l’anno, soprattutto durante l’inverno. La pasta cò maccu rappresenta anche il piatto tipico della festa di San Giuseppe.

INGREDIENTI

  • 500 gr. di fave secche o fresche senza buccia
  • 1 mazzetto di finocchietto selvatico
  • 1 costa di sedano
  • 1 cipolla bianca
  • 200 gr. di spaghetti spezzettati, tagliatelle o altra pasta corta
  • 4 cucchiai di olio extravergine di oliva
  • sale q.b.
  • pepe q.b.

PREPARAZIONE

Lasciate le fave a bagno in una ciotola con acqua fredda per una notte, il giorno dopo sciacquatele e tenetele da parte. Tritate sedano, cipollotto e carota e fateli soffriggere in un tegame con olio di oliva. Una volte cotte, aggiungete le fave e il finocchietto tagliato a pezzetti. Fate insaporire qualche istante mescolando bene con un mestolo di legno in modo che non aderisca al fondo del tegame. Dopo aver aggiunto acqua abbondante, fate cuocere a fuoco lento per alcune ore. Una volta ottenuta una crema densa delle fave aggiungete la pasta che preferite. Quando la pasta è cotta togliete dal fuoco e impiattate. Per completare il piatto aggiungente un filo d’olio extravergine di oliva, il pepe nero e il finocchietto selvatico. Una vera delizia per il palato.

Un papavero fa primavera

 

Articolo di Alessia Giaquinta

Lo sai che i papaveri son alti, alti alti, …” così cantava Nilla Pizzi nel celebre brano che arrivò secondo a Sanremo nel 1952. Ed è proprio vero: questo fiore che cresce spontaneamente – ed è infestante nei campi coltivati – può raggiungere gli 80 – 90 cm di altezza nelle varianti delle circa 450 specie classificate.
In Sicilia, il papavero è legato al culto di Demetra, la dea dei campi. Il mito, infatti, racconta che nei pressi del monte dove sorge Enna, la bella Persefone fu rapita dal terreno fino a cadere nelle braccia di Ade, dio dell’oltretomba che, a causa di un inganno, riuscì a sposare la fanciulla e tenerla con sé sei mesi l’anno (il periodo corrispondente all’autunno e all’inverno). Quando Demetra si accorse che la figlia Persefone era stata rapita si disperò e pianse a lungo. Per lenire la sua ansia le furono somministrati infusi di papavero.

Note, infatti, sono le proprietà emolienti, espettoranti e sedative del papavero. Già gli Egizi lo usavano per preparare bevande calmanti, poeti greci e arabi lo citano per i suoi poteri analgesici, le popolazioni celtiche invece preparavano con questo fiore dei sonniferi da somministrare ai bambini.
Non è allora difficile pensare che la dea Demetra, riuscì a calmare il proprio sconforto grazie ai papaveri. Ed è per questo motivo che, secondo leggenda, la dea apre la stagione primaverile facendo sbocciare i papaveri. La figlia Persefone, grazie ad un compromesso, trascorre i restanti sei mesi con la madre, sulla terra, motivo per cui il papavero annuncia: l’inizio della primavera, il ritorno di Persefone, la tranquillità di Demetra e, dunque, l’abbondanza dei raccolti.
Come calici scarlatti si ergono maestosi nei campi, sui cigli delle strade, nei posti più impensati, eppure sono così fragili… Un papavero in un sol giorno perde tutti i propri petali!


In Sicilia l’uso del papavero (qui chiamato “paparina”) si è protratto sin dall’antichità a scopi sedativi, culinari e anche per la preparazione di tinture rosse. Un tempo veniva usato anche per creare cosmetici per colorare labbra e guance. I semi di papavero, invece, venivano usati dagli antichi romani per la preparazione di una bevanda afrodisiaca per gli sposi. Oggi invece possono essere aggiunti nei prodotti da forno.
Bisogna prestare attenzione, però, e non improvvisare nulla. È necessario, invece, rivolgersi a un’erboristeria per le creme, gli infusi, gli sciroppi e i semi di papavero. Ne esistono talmente tante varietà che… non ci si può permettere di sbagliare. C’è “a paparinicchia sarbaggia”, “a paparinicchia spinusa”, “a vialora”, “u papaviru curnutu”, “u lloppiu”…

Come preparare l’inchiostro di papavero:

Se volete, invece, preparare in casa l’inchiostro rosso con i petali di “paparina”, seguite questa ricetta:

  • Riempite un bicchiere di petali di papavero e versate, pian piano, dell’acqua bollente.
  • Evitate di mescolare il composto per circa 24 ore.
  • Successivamente aggiungete un cucchiaio di alcool e mescolate con un bastoncino.
  • Scolate e conservate in una boccettina.

Editoriale N.28

di Emanuele Cocchiaro

Cari lettori,
attraverso questo numero ci proponiamo di accompagnarvi verso la stagione più amata, quella dove esplodono i colori e l’arte siciliana: la primavera.Non potevamo non dedicare uno spazio importante dunque ad una delle manifestazioni più rappresentative della primavera siciliana quale l’Infiorata di Noto, ove ogni terza domenica di Maggio la bellissima via Nicolaci si trasforma in un variopinto mosaico formato da tessere realizzate con migliaia di petali di fiori composti artisticamente dalle mani esperte dei Maestri Infioratori. Non solo Noto, ma anche la città di Acireale ogni anno vive il cosiddetto “Carnevale dei Fiori” durante il quale tutto il centro della città viene colorato e profumato da migliaia di fiori e carri infiorati per dar vita ad uno spettacolo unico e raffinato: sfilata di carri infiorati, artisti di strada, mostre e mercati.

Sappiamo bene che viviamo un periodo storico particolare ed è proprio per questo che speriamo di restituirvi in queste pagine un po’ della grande bellezza che ci circonda attraverso racconti, immagini e storie con la speranza che presto potremo raggiungere e visitare i luoghi fantastici che vi raccontiamo attraverso i nostri articoli. A tal proposito, non perdete il nostro approfondimento sui fantastici mosaici di Piazza Armerina, sulla street art e sulle fantastiche opere dell’artista Ligama. La nostra Isola diventa sempre più un museo nel quale arte e colori si mescolano per le strade nelle loro molteplici forme restituendo bellezza agli occhi di chi sa apprezzarla.

Buona lettura, Emanuele Cocchiaro.

Le tradizioni di Pasqua in Sicilia

Articolo collettivo realizzato all’interno dell’iniziativa “Redattori per un giorno”.

La Pasqua in Sicilia ha da sempre rappresentato una fonte inesauribile di culti, tradizioni, riti e credenze che mischiano il sacro e il profano, e che ogni città della Sicilia custodisce come un prezioso tesoro. Dai piccoli borghi dell’entroterra, alle città che si affacciano sulle coste, la Sicilia è ricca delle più svariate tradizioni che entusiasmano i fedeli (e non solo).

Da questa consapevolezza nasce l’idea per questo articolo: un racconto, un viaggio meraviglioso che si compone dei diversi tasselli raccontati attraverso le parole e le immagini di lettori e narratori che condividono con quei luoghi le origini e le radici. Un modo per scoprire realtà anche distanti da quelle nelle quali viviamo, tradizioni che probabilmente sconosciamo, ma che contribuiscono ad arricchire il patrimonio folkloristico della nostra Isola.

Inizia il tuo viaggio:

 

La settimana santa a Licata

Articolo e foto di Linda Lauria

La funzioni della settimana Santa, a Licata, iniziano il venerdì che precede la domenica delle Palme con la processione della Madonna Addolorata. In questa occasione, il simulacro percorre tutte le vie del centro in cerca di Gesù, con una moltitudine di fedeli scalzi, in segno di penitenza e ringraziamento. È il cosiddetto “Viaggiu Scauzzu”.

Il mercoledì Santo, si assiste alla processione e l’esposizione del Cristo alla colonna.

La notte tra il giovedì e il venerdì santo i confratelli di San Girolamo, in totale silenzio, percorrono tutte le vie del centro storico con il Cristo adagiato in una lettiga, coperto da un telo nero, e la Madonna Addolorata a seguire.

Solo all’alba i due simulacri si dividono: il Cristo entra nel palazzo “La Lumia” e la Madonna nel santuario di Sant’Angelo.

Alle 13.00 del venerdì santo inizia la processione “du Signuri ca cruci ncoddu”. Dopo circa un’ora uno squillo di tromba annuncia l’attesissima “giunta”: la Madonna vedendo Gesù, corre verso lui e, insieme, proseguono fino al calvario.

Al calar della sera il Cristo viene deposto nella sacra urna dando inizio a una nuova processione, fino alla chiesa di San Girolamo.

Il giorno di Pasqua si assiste a un tripudio di canti gioiosi con la processione di Cristo Risorto, “U Signuri cu munnu mmanu” .

 

 

La Pasqua a Siracusa

di Chiara Cappuccio   Foto di Dario Bottaro 

A Siracusa i preparativi per la Pasqua iniziano, secondo la tradizione, il primo venerdì di Quaresima quando anche i più piccoli vengono coinvolti preparando “u laureddu”, ossia germogli di grano o di legumi posti su cotone inumidito e fatti crescere al buio, proprio come simbolo della rinascita dopo le tenebre. Questi vengono adornati con nastrini colorati e, poi, donati alle chiese il giovedì santo, giorno in cui vengono allestiti i Sepolcri: ogni parrocchia, infatti, adorna un altare con candele, fiori, grano, lenticchie ed altri cereali.

Secondo la tradizione, i Sepolcri vanno visitati sempre in numero dispari e la veglia che inizia dopo la Messa in Cœna Domini e la seguente lavanda dei piedi, si prolunga fino a tarda notte e per tutta la mattina del venerdì.
Il Venerdì Santo vede il simulacro della Vergine Maria Addolorata e il monumento del Cristo Morto portati a spalla per le vie di Ortigia, il centro storico della città. La processione si conclude con il “commovente incontro tra la Vergine Maria e Suo Figlio” prima del rientro.

Il Sabato è il tempo del silenzio ed alle 22.30 inizia la Solenne Veglia pasquale con la benedizione del fuoco nuovo, portato poi dal sagrato sull’altare maggiore con il cero pasquale.
A mezzanotte l’altare si illumina, tutte le luci all’interno della chiesa vengono accese accompagnate dal suono a festa delle campane… Ѐ Pasqua!

 

La Pasqua a Messina

di Rossella Davì

Insieme al Natale, la Pasqua è indubbiamente la festa religiosa più sentita. E cosa c’è di piú religioso delle processioni?!

A Messina sono due le processioni particolari che si svolgono nei giorni di Pasqua: la Processione delle barette (o semplicemente barette) e la Festa degli Spampanati.

Le barette sono realizzate in legno o cartapesta e simboleggiano i momenti della Passione di Cristo, dall’Ultima Cena al Sepolcro. Le sue radici vanno cercate nel XV sec, periodo della dominazione spagnola, e recentemente questa tradizione è stata dichiarata “Patrimonio immateriale della Sicilia”.

Festa degli Spampanati di Ultima TV

La Festa degli Spampanati, risalente al XCII sec, in quanto simbolo della vittoria di Gesú sulla morte, è gioiosa. Le statue della Madonna e di Gesù Risorto vengono portate in processione fino ad incontrarsi, sotto il volo di colombe bianche, nella Basilica di Sant’Antonio. Spampanati era il nome dato alle donne che vestivano abiti molto colorati, visto il periodo già caldo.

Sulla tavola, oltre ai piú comuni dolci pasquali, troviamo la Cuddura cu l’ova, buonissimo dolce di pane con al centro un uovo sodo.

 

Cuddura cu l’ova di Rossella Davì

 

 

La Processione delle Maddalene a Militello Rosmarino

di Rosamaria Castrovinci   Foto di Giuseppe Cardillo

Militello Rosmarino è un piccolo borgo medievale sui Nebrodi. La Processione delle Maddalene fa parte dei riti della settimana Santa e si svolge nel pomeriggio del Venerdì Santo, alle 17.

Si tratta di una processione penitenziale che segue lungo i quartieri i simulacri di Gesù Crocifisso, portato a spalla dai “giudei”, e quello dell’Addolorata.

Le “Maddalene” sono rappresentate da donne appartenenti a tutte le fasce sociali che, per voto o devozione, nella processione del Venerdì Santo, in gramaglie, reggono tramite delle funi la croce di Gesù Crocifisso. Sono giovani del luogo la cui identità è tenuta segreta. Durante la celebrazione sono vestite di nero, il capo è coperto da uno scialle e su di esso, in testa,vi è una corona di spine. Oltre alla fune, reggono in mano un Crocifisso d’argento posizionato vicino al viso che rimane sempre nascosto.

Completata la vestizione le Maddalene si recano alla chiesa Madre, qui le attende il Crocifisso per essere accompagnato nella processione. Le donne si posizionano agli angoli della vara e durante il cammino rimangono in religioso silenzio, nessuna nenia o preghiera, la loro è presenza religiosa e spirituale. Ed è proprio questa presenza a rendere palpabile la sacralità della celebrazione.

 

 

Lu Signuri di li Fasci a Pietraperzia

di Giovanna Orlando   Foto di Domenico Adamo

Vorrei, in questo viaggio virtuale, condurvi a Pietraperzia (En) per raccontarvi di un rito di lunghissima tradizione che non ha eguali e che si rinnova annualmente il Venerdì Santo: Lu Signuri di li Fasci.

Ecco i numeri: il Crocefisso viene posto in cima ad una trave alta 33 palmi siciliani, ovvero 8,51m.a cui va però ancora aggiunta, in altezza, la vara per il trasporto a spalla, eseguito da 80 portatori.

Il nome “Signuri di li fasci” deriva dalle numerose fasce di lino bianco, circa 200, che aiutano durante la processione anche a mantenere in equilibrio la lunga asta di legno; esse hanno una lunghezza di circa 32 m. ed una larghezza di circa 40 cm, sono montate per metà della loro misura totale producendo così il raddoppiamento del numero reale delle stesse. Ai piedi del Cristo è infine posto un globo di legno e vetri colorati (uMunnu) illuminato da 4 lampade che ne esaltano la policromia.

E ora la suggestione: riuscite ad immaginare l’incredibile colpo d’occhio di tale coreografia? Il lento incedere della croce altissima, su quella piramide di fasce bianche, dà l’impressione che essa stessa si muova da sola poiché la vara e i portatori scompaiono sotto le candide strisce di lino che,durante il movimento processionale, per effetto della luce delle lampade, mutano nel colore accrescendo il forte impatto visivo. Suggestione e devozione camminano di pari passo poiché ciascuna fascia che vibra è un legame, una grazia implorata o ottenuta.

Si ha l’impressione di assistere ad un evento improvviso e miracoloso: la visione di una montagna candida, il Golgota, con in cima un Crocifisso che si muove da sé mentre il maestoso fercolo, in moto, diviene un unico insieme attivo, materia umana, non inerte: i fedeli, uniti sotto le fasce, si fondono in un corpo unico.

 

 

La settimana santa a Petralia Sottana

Articolo e Foto di Giulia Monaco

Il centro storico di Petralia Sottana durante la Settimana Santa si fa teatro di drammatizzazioni rituali che simboleggiano rinascita e rigenerazione.

Il Venerdì Santo il lutto è anche assenza di voce: le campane vengono “legate”, e mentre le statue del Cristo morto e della Madonna Addolorata vengono portate al calvario, a rimbombare per le vie della città è solo il cupo suono dei trùocculi (battole) agitate dai confrati.

La sera del Sabato Santo in Chiesa Madre si assiste alla caduta du tiluni: l’enorme manto scuro raffigurante il Cristo in pietà, che per quaranta giorni ha coperto il presbiterio. Questo viene lasciato cadere a mezzanotte in punto, rivelando l’immagine di Gesù Risorto. Antica credenza vuole che la tela debba cadere “dritta”, senza impigliarsi, perché sia di buon auspicio.

La mattina di Pasqua il paese è in festa. Tra emozione e commozione si svolge “U ncuontru”, l’incontro tra il Cristo Risorto e la Madonna. Le due statue partono dalla Chiesa Madre e percorrono vie diverse, per poi giungere a mezzogiorno in punto davanti alla Chiesa du culleggiu e corrersi incontro, tra spari di mortaretti e voli di colombe bianche.

Ci si commuove sempre, perché per qualche istante a trionfare non è solo la vita sulla morte, ma anche l’umano sul divino. Per un attimo, infatti, lo spettatore non vede le figure sacre della Madonna e del Redentore: vede una madre che riconosce il proprio figlio, e nel corrergli incontro per abbracciarlo perde il suo manto nero del lutto, rimanendo abbigliata d’azzurro.

Si applaude, ci si asciuga le lacrime e si lascia che la sacralità riprenda il sopravvento.

Le due statue riprendono il cammino percorrendo insieme il centro storico, ma lo fanno sempre rivolte una verso l’altra, in modo da potersi guardare. La Madonna e Gesù. La Vergine e il Salvatore. Una mamma e il proprio figlio. Infine, rientrano insieme nella Chiesa Madre.

 

 

La Pasqua a Gibellina

Articolo, Foto e Video di Maria D’Aloisio

La Pasqua è la principale solennità del Cristianesimo, per noi Gibellinesi, come presumo per ogni paese o città ove si portano avanti le proprie tradizioni.
La Pasqua, infatti è una festa ricca di pathos.
Si inizia il giovedì santo con la messa della “ Lavanda dei Piedi”, il venerdì con la Processione di Cristo Morto, il sabato con la Veglia Pasquale, e nella giornata di Domenica ci si sveglia con il suono “di li Mascuna” e la “Tammuriniata Itinerante “ per le vie della città.
Intorno alle ore 10 della domenica, avviene la “benedizione dell’angelo” che prosegue fino alle 10.30 fino al cosiddetto “N’Contru di Gesù e Maria “.
La tradizione vuole che due custodi salgono e scendono, per due volte, lungo un viale e la terza volta salirà con loro anche l’angelo. A questo punto, in un magico clima festante, i ragazzi della Congregazione di Gesù e Maria fanno girare le statue della Madonna e di Gesù fino a farli incontrare. Si liberano, allora, le colombe e poi segue la benedizione del parroco a tutta la popolazione.

 

Palermo a tavola: la Pasqua è servita!

Articolo, Foto e Video di Federica Gorgone

In Sicilia si sa, ogni festa è il momento giusto per portare a tavola una pietanza caratteristica (solitamente non molto light).  Oggi vi porto a Palermo e sfidandovi ad entrare in una qualsiasi pasticceria del luogo o in una casa a Pasqua senza imbattervi in banconi e tavole imbastite di dolci tipici pasquali. In realtà, vi dirò, è praticamente impossibile! Anche chi si professa a “dieta” si troverà a scontrarsi con i coloratissimi pupi cu l’uava, superbe cassate e pecorelle di Martorana. Vi è già venuta l’acquolina in bocca non è vero?

In questi giorni mi sono dilettata a cucinare la pecorella pasquale ed è proprio di lei che voglio parlarvi. Dolce, simbolo della Pasqua palermitana, è realizzato con la pasta di mandorle (chiamata Martorana in onore delle suore dell’omonima chiesa palermitana a cui si deve l’invenzione di questa prelibatezza). Bella da vedere e buonissima da mangiare prende vita dalla tradizione legata alla liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto. Ma non lasciatevi ingannare dalle sue sembianze “animalesche” perché, in realtà,questo dolce è interamente vegano.  L’impasto a base di mandorle prende forma in degli appositi stampi e, in seguito, la pecorella viene dipinta a mano. Servita su un vassoietto dorato con una bandiera sul dorso, simbolo di festa, è dunque pronta per essere gustata.

Ecco così che a Palermo la “Pasqua è servita”!

 

 

La Settimana Santa a Vizzini, tra passato e presente

di Eleonora Bufalino Foto di Carmelo Vecchio

Come in altri comuni siciliani, anche Vizzini celebra con fervore la Settimana Santa. I giorni che precedono la Pasqua sono vissuti intensamente da coloro che si rispecchiano nella fede cristiana. La cittadina ripercorre i momenti fondamentali che conducono alla Domenica di Resurrezione, animandosi di devozione e folclore dalle origini molto radicate. Vizzini, infatti, ha da sempre nutrito un forte rispetto della tradizione popolare, in cui gli abitanti fortificavano la propria appartenenza alla comunità.

Durante il Giovedì Santo, che apre le celebrazioni del Triduo Pasquale, i fedeli si recavano a visitare i cosiddetti “Sepolcri”, termine comunemente usato per indicare l’Altare della Reposizione, allestito per custodire il Pane Eucaristico al termine della Messa in Cena Domini. La gente partecipava alla funzione religiosa in cui avveniva anche la Lavanda dei Piedi, simbolo dell’amore e della solidarietà reciproca, e adorava il Sacramento Eucaristico, in una veglia che continuava tutta la notte.

L’alba cedeva spazio al Venerdì Santo, giorno della passione e morte di Cristo. Una moltitudine di persone andava in Chiesa, a rendere onore alla Madonna per la perdita del figlio Crocifisso. Tra loro, vi erano principalmente le donne che le chiedevano una grazia per sé o per i propri cari, tra preghiere, lodi, suppliche silenziose e digiuni di penitenza. Nel pomeriggio iniziava una lunga processione del simulacro di Maria e il Cristo morto per le vie del paese, a cui il popolo partecipava insieme alle Confraternite Religiose, alle autorità civili e militari e al corpo bandistico musicale. Il gruppo scultoreo, ancora oggi trasportato a spalla dagli uomini, risale al 1720, come si evince da alcune fonti della Basilica di S.Giovanni di Vizzini, ad opera dello scultore Francesco Guarino. Padre L.Rizzo, nella sua “Cronistoria del Convento dei PP. Cappuccini di Vizzini, a.D. 1925”, afferma che si può ricondurre ai frati Cappuccini l’introduzione del culto della Madonna Addolorata, nel periodo tra il XVII e il XVIII secolo. La scultura rappresenta il Cristo morto tra le braccia della madre, col capo coperto da un manto nero e il cuore trafitto da un pugnale, con accanto S.Giovanni Evangelista.

Il giro, che ad oggi risulta leggermente modificato, iniziava e si concludeva nella chiesa di S.Giovanni Battista ed era scandito da alcuni momenti cruciali, tra cui l’arrivo in piazza Umberto, allo scoccare delle ore 18.00 dall’orologio del Palazzo Municipale, la sosta nella Basilica di S.Vito, i canti dei bambini e delle suore dedicati alla Madonna, davanti le chiese S.Maria dei Greci e S.Anna, le fermate dinanzi l’ospedale, il saluto al Calvario e il rientro, non più tardi delle ore 22.30. Alcuni elementi della processione conservano la loro particolarità, come la discesa lungo la scalinata L. Marineo, dal movimento oscillante, due passi avanti e uno indietro, che simboleggia la contesa dei portatori appartenenti alle diverse comunità parrocchiali. La rivalità dei Sangiuvannisi e dei Vitisi si manifestava anche durante i brevi attimi di corsa del simulacro, come dimostrazione di forza dei gruppi dei rispettivi quartieri. Il rientro in chiesa, a luci basse, è accompagnato dal Salve Regina del coro e dei fedeli.

Dopo il Sabato, giorno di silenzio e raccoglimento, la Domenica di Pasqua Vizzini celebra la Rinascita, con la rappresentazione della Cugnunta. I simulacri di Gesù Risorto, della Madonna e di S.Giovanni Evangelista vengono portati in piazza dove quest’ultimo, per tre volte, annuncia alla Madonna la Resurrezione di Cristo ma lei stenta a credere. Il simulacro di Gesù allora si avvicina alla madre e il suo velo scuro è lasciato cadere. La piazza è finalmente invasa da un tripudio gioioso di fuochi d’artificio, musiche e suono di campane.
Le tradizioni della Settimana Santa a Vizzini sono l’eredità di un passato vissuto con commozione e spiritualità e ne rappresentano non solo una preziosa testimonianza ma anche la forte cultura del suo popolo.

Clicca qui e rivivi tutte le tradizioni di Pasqua presenti nell’articolo.

 

L’arte dell’intreccio – Una tradizione da salvaguardare

di Omar Gelsomino   Foto di Mario Guccione

Un’abilità pratica, una passione innata e tanta creatività sono gli elementi essenziali per custodire e tramandare una tradizione contadina come l’arte dell’intreccio. Una usanza che risale alla notte dei tempi, tanto che in un passo del Vangelo di Giovanni si legge: “Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele”. (Gv.12, 12-16).

Da quel giorno si tramandò l’usanza di esibirle la domenica precedente la Pasqua: è un’arte associata alle celebrazioni cristiane e alla Domenica delle Palme, poiché i fedeli usano abbellire i luoghi di culto e valorizzano le processioni e i riti della Settimana Santa con le foglie di palma intrecciate. Da straordinari capolavori realizzati da “u palmaru”, ancora oggi, davanti ai sagrati delle chiese, troviamo le classiche palmette più semplici, caratterizzate dai modelli uniformi e abbellite con coccarde o nastrini colorati. Dopo la loro benedizione sono portate nelle case, attribuendo alle palme il simbolo di trionfo, acclamazione, regalità, ma anche vittoria, ascesa, rinascita e immortalità, principalmente a protezione del nucleo familiare.

Dalle mani abili di Mario Guccione, operaio forestale e intrecciatore di fibre vegetali di San Michele di Ganzaria, grande conoscitore della Montagna con le sue orchidee selvatiche, prendono vita oggetti unici nel suo genere: oltre alle palme, cestini, scope e persino giochi per bambini. «Una passione nata per caso circa vent’anni fa, quando lavoravo alla forestale. Iniziai a fare le scope e i cestini, ma desideroso di imparare ancora di più, frequentai un corso che mi appassionò tantissimo. In realtà mia madre è di origine sarda e anche i miei parenti che vivono a Cagliari fanno l’intreccio, quindi avevo questa passione innata, ma non sapevo di possedere. Ho imparato altre tecniche da tante persone, ho acquistato dei libri, mi sono sempre più documentato e ancora oggi continuo a sviluppare le varie tecniche per fare gli intrecci di palma, con spighe di grano, ecc.».

Tutti materiali che solo in pochi sono in grado di saper scegliere, raccogliere, piegare e intrecciare per comporre le palme. «Circa un mese prima si raccolgono le foglie e si mettono dentro un recipiente con poca acqua per tenere umidi i gambi, poi inizio a realizzare le palmette devozionali. Quando è finita, si rimette sempre nel recipiente con acqua, così resta sempre verde e rigogliosa fino al giorno delle Palme. Lavoro semplicemente le sue foglie senza usare cucitrici, né decorazioni colorate, realizzando diversi tipi di palme: il giglio, il pesce, la rocchetta, la colomba, la passione, etc.; utilizzando l’intreccio a cravatta, a rovescio, a rocchetta semplice e anche quello antico. Realizzo un cavalluccio di palma che rappresenta l’asinello del Signore e intreccio anche i rametti d’ulivo, un’antica tradizione sammichelese risalente a un secolo fa. Una volta ultimate le dono a parenti e amici come devozione che le porteranno in chiesa per la benedizione».

Un’arte da salvaguardare, tanto che Mario Guccione ha realizzato il Museo dell’Intreccio, per tramandare le antiche tecniche e i segreti della lavorazione. «Creare qualcosa di nuovo è fantastico ma l’intreccio è una tradizione bellissima, fa stare bene. Ho iniziato a trasmettere questa tradizione ai miei figli, hanno imparato a realizzare la tipica palmetta semplice, il pesce, il serpente, la croce e l’anello. Recentemente abbiamo realizzato dei video per mostrare come si realizzano questi oggetti. Le vecchie palme intrecciate, secondo tradizione, non vengono mai buttate perché sono benedette, ma si bruciano».

L’arte dell’intreccio è un chiaro esempio di un tempo passato, della vita quotidiana dei contadini, semplice e rispettosa dell’ambiente, uno stile di vita da apprezzare e utile a farci riflettere.