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La storia del cinema in Sicilia

di Merelinda Staita

Abbiamo intervistato la professoressa Sarah Zappulla Muscarà, ordinaria di Letteratura Italiana, che si occupa di narrativa, teatro e cinema fra Otto e Novecento e di edizioni di testi e carteggi inediti, per conoscere le fasi e i segreti della storia del cinema in Sicilia.

Professoressa Sarah Zappulla Muscarà

Quando inizia la storia del cinema in Sicilia e qual è stata la sua evoluzione nel tempo?
«Il cinematografo giunge a Catania nel 1897, allorché un funzionario dei fratelli Lumière gira due documentari sulla Villa Bellini. Il periodo aureo della cinematografia catanese, durato poco meno di tre anni, si registra a ridosso della Prima Guerra Mondiale quando nella città etnea, più tardi proprio per questo fervore definita la “Hollywood sul Simeto”, sorgono numerose case di produzione che si collocano tra le più attive del settore: Etna Film, Katana Film, Sicula Film. Saranno le catastrofiche proporzioni del primo conflitto mondiale a mettere in forte crisi anche il settore cinematografico».

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Tantissimi i film che sono stati girati in Sicilia. Pellicole eccezionali che hanno influenzato la cultura di massa e acceso i riflettori sulle bellezze naturali di questa terra. Ci aiuti a scoprire i film e i luoghi che hanno suscitato grande interesse da parte dell’opinione pubblica.
«Scrive Gesualdo Bufalino: “Vi sono luoghi naturaliter cinematografici. I quali cioè invitano, quando non obbligano, la macchina da presa a cercarli, inseguirli, possederli… Un luogo simile è la Sicilia”. Molti sono, infatti, i film girati in Sicilia e/o ispirati a temi legati alla Sicilia e, soprattutto, alla sua grande letteratura (Capuana, Verga, Pirandello, Brancati, Patti e in tempi a noi più vicini Tomasi di Lampedusa, Sciascia). Ma se spesso il cinema ha colto della Sicilia gli stereotipi più vieti e ripetuti, non sono rare le volte in cui, come nota ancora Bufalino, “il talento, la coscienza, il solidale amore” per questa terra hanno prodotto film che sono rimasti indelebili nella memoria collettiva e nella storia della settima arte. Si pensi ai film di registi come Luchino Visconti (La terra trema, 1948; Il Gattopardo, 1963), Pietro Germi (In nome della legge, 1949; Il cammino della speranza, 1950; Divorzio all’italiana, 1962; Sedotta e abbandonata, 1964), Roberto Rossellini (Stromboli, Terra di Dio, 1949), Michelangelo Antonioni (L’avventura, 1960), Francesco Rosi (Salvatore Giuliano, 1962; Cadaveri eccellenti, 1976), Paolo e Vittorio Taviani (Un uomo da bruciare, 1962; Kaos, 1984), Damiano Damiani (Il giorno della civetta, 1968), Giuseppe Tornatore (Nuovo Cinema Paradiso, 1988). Né può essere trascurata la grande lezione di Verga, tutta la storia del cinema italiano è intrecciata, sia pure con alterna fortuna, al suo nome e alla sua opera. Numerosi i film tratti da Cavalleria rusticana, Storia di una capinera, La Lupa, L’amante di Gramigna, Caccia al lupo. Capolavoro del cinema muto è inoltre Sperduti nel buio di Nino Martoglio, del 1914, trafugato durante gli eventi bellici e mai più ritrovato. Verga e Martoglio, infatti, hanno segnato la generazione di cineasti formatasi alla scuola di Umberto Barbaro (altro siciliano), direttore del Centro Sperimentale di Cinematografia, destinata a dar vita alla stagione d’oro del cinema italiano, il neorealismo».

Il gattopardo ballo

Malèna

Oggi la Sicilia è un grande set a cielo aperto: tra cinema e serie tv tutti vogliono girare in Sicilia. Negli ultimi mesi quali troupe e grandi attori hanno scelto borghi e città d’arte per ambientare le loro produzioni?
«La Sicilia continua, con grande vivacità, ad essere presente nella vita del cinema italiano. Lo testimonia la schiera di cineasti, anche giovani, attivi sui set siciliani. Mi piace, infine, ricordare due film, di cui uno attualmente in lavorazione, legati alla Sicilia e all’opera di un autore universalmente noto, Luigi Pirandello. Il recente Leonora addio di Paolo Taviani, premiato dalla critica a Berlino, che racconta la singolare vicenda delle ceneri pirandelliane e del loro avventuroso viaggio da Roma a Girgenti dove, secondo le volontà testamentarie dello scrittore, vennero murate in una rozza pietra modellata dallo scultore Mazzacurati e collocata sotto il grande pino che sorgeva al Caos nei pressi della casa natale. Pirandelliano anche l’altro film dal titolo La stranezza. Una commedia da fare, ambientato negli anni Venti, alla vigilia dei Sei personaggi in cerca d’autore, che il regista palermitano Roberto Andò sta girando tra Palermo, Agrigento, Erice, del cui cast fanno parte Toni Servillo, Donatella Finocchiaro, il duo Ficarra e Picone, anch’essi registi e attori di successo (con Leo Gullotta nel loro recente Incastrati). Molto ha fatto il cinema per valorizzare i luoghi della Sicilia legati soprattutto alle opere dei suoi scrittori. Si pensi alla Aci Trezza di Terra trema o alla Catania dei film tratti da Brancati (Il Bell’Antonio, Don Giovanni in Sicilia) o ancora alla lussureggiante campagna etnea dei film tratti da Patti, alla Sicilia de Il Gattopardo o a quella interna di Sciascia. Ma certamente a valorizzare il paesaggio siciliano è stata soprattutto la serie televisiva del Commissario Montalbano dai romanzi di Andrea Camilleri. Certo allo straordinario successo internazionale della serie hanno contribuito la singolare lingua inventata dallo scrittore, l’empatia degli interpreti, la gradevolezza delle storie, la gustosa cucina di Enzo e di Adelina, ma soprattutto la bellezza del paesaggio, col suo incontaminato barocco e splendido mare. Sulla scia del Commissario Montalbano si muove Màkari, la serie recentemente tratta dai romanzi di Gaetano Savatteri che mostra un’altra parte della Sicilia, finora poco nota al grande pubblico, quella occidentale. Certo il cinema e le serie Tv, se adeguatamente utilizzati, potranno contribuire a promuovere il turismo e valorizzare una terra che, se pur piena di contraddizioni e talora avvilita da forte degrado, è ricca di un patrimonio unico di tradizioni, costumi, storia, cultura, bellezza paesaggistica».

Aveva ragione il grande Leonardo Sciascia: “Il cinema si interessa della Sicilia perché la Sicilia è cinema”.

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Editoriale n.34

Il cinema è magia. Io l’ho scoperto da bambino, nel lontano 1976 quando il regista Luigi Faccini decise di girare il film “Garofano Rosso” con Miguel Bosè nel piccolo borgo di Granieri, frazione di Caltagirone, nel quale sono cresciuto. È così che io e altri bambini ci ritrovammo a far parte dell’affascinante mondo del cinema, incantati da quelle macchine da presa, dagli attori e da tutto ciò che non avevamo mai visto. Eravamo come Totò, piccolo birbante che ha incantato il mondo intero in Nuovo Cinema Paradiso, ammaliati da quel fascio luminoso e dalle sue immagini, catturati da quello che allora ancora si chiamava cinematografo.

Per chi come me ha vissuto l’arrivo dei cinema nei piccoli centri urbani, la sensazione era quella di immergersi in un sogno: il cinema aveva (e conserva tuttora) il potere di farci viaggiare con la mente, di emozionarci e di farci vivere avventure incredibili.

E l’avventura del cinema la Sicilia, con le sue bellezze, l’ha vissuta tante volte, divenendo set privilegiato di film che sono entrati nell’immaginario collettivo cinematografico come Il Gattopardo di Luchino Visconti, Il Postino di Radford e Troisi, Il padrino di Francis Ford Coppola… Spesso, come nel caso di Coppola che rimase incantato dalla città di Savoca, è stata proprio la nostra isola ad aggiudicarsi la parte principale, conquistando prima il cuore del regista e poi quello degli spettatori.

A questo incanto vogliamo dedicare il nostro nuovo numero, per portare onore a un settore tra i più colpiti durante la pandemia, ma che, nonostante questo, non ha mai smesso di regalarci emozioni. Nemmeno un virus può fermare un sogno e così il cinema è tornato a muoversi in Sicilia: un nuovo fermento e nuove produzioni ogni giorno scelgono la nostra isola come set ideale per i loro film. Persino l’audace Indiana Jones non ha saputo resistere ad un’isola così ricca di tesori da scovare!!!

Quindi mettetevi comodi e rilassatevi perché il nostro film sta per iniziare.

Buona lettur… visione!

L’ Editore
Emanuele Cocchiaro

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Piatti e cibi siciliani da Oscar


di Alessia Giaquinta

Gesù, gli arancini di Adelina! Li aveva assaggiati solo una volta: un ricordo che sicuramente gli era trasùto nel Dna, nel patrimonio genetico”,

Andrea Camilleri ne “Gli Arancini di Montalbano”.

La raccolta di racconti, trasposta poi in buona parte sul piccolo schermo nelle serie tv “Il Commissario Montalbano” e “Il Giovane Montalbano”, prende il titolo dal piatto forte di Adelina, la cammarera del Commissario, che in procinto del Capodanno lo delizia con uno dei suoi piatti forti: gli arancini, appunto.

commissario montalbano
L’ espressione di estatica goduria assunta dal protagonista sin dal primo morso dato all’arancino è ben nota a coloro che conoscono il gustosissimo sapore di questo cibo tradizionale a cui è veramente difficile resistere. Ed è proprio così che i profumi e i sapori della cucina siciliana hanno raggiunto il vasto pubblico televisivo e cinematografico: attraverso le pellicole, le dettagliate inquadrature, le espressioni estasiate dei personaggi che ne hanno fomentato la curiosità e l’ interesse.

Come non ricordare, a tal proposito, il maestoso timballo di maccheroni, protagonista della tavola nel celebre film di Luchino Visconti “Il Gattopardo”, o ancora le ricche tavolate imbandite con cura dove non mancano mai il vino, i maccheroni al sugo e altre prelibatezze, del film “Il Padrino” di Francis Ford Coppola.

È qui che si coglie l’ essenza della Sicilia: i piatti ricchi, abbondanti e assai conditi, proposti per ogni occasione (dai pasti quotidiani alle cerimonie, alle veglie funebri) raccontano la prosperità di una terra che ha inglobato nei cibi la vasta e variegata storia di dominazioni e scambi culturali che è al centro della sua storia e che è il cuore della sua identità.

Anche nel film “Quei bravi ragazzi” di Martin Scorsese, i protagonisti siciliani fanno della tavola un vero e proprio rito da onorare nel migliore dei modi, e così spaghetti, pane fresco, salumi, conserve, formaggi e persino aragoste arricchiscono i pranzi dei personaggi, finanche in carcere.

Una scena cult del film “Il Padrino” insegna che, qualsiasi cosa accada, non bisogna mai dimenticare i cannoli. È sempre in questo capolavoro cinematografico degli anni ‘70, che il personaggio Peter Clemenza consiglia a Rocco (che ha appena ucciso Pauline): “Lascia la pistola, prendi i cannoli”.

cannolo

E tornando al Commissario più amato d’Italia, nell’episodio “Il Campo del vasaio” assistiamo alla scena, a tratti buffa, dell’irrefrenabile golosità di Montalbano innanzi ad un vassoio di cannoli: mentre attende l’arrivo del dottor Pasquanò, infatti, scorge sulla scrivania un tabbarè (vassoio, ndr) con i tipici dolci alla ricotta e non resiste alla tentazione di mangiarne uno. Così come la pasta ‘ncasciata, uno dei piatti preferiti del Commissario, un particolare tipo di pasta al forno che però viene cotta direttamente nella pentola, tipica del territorio messinese.

È anche in questo modo che la tradizione di una terra si manifesta, si rinvigorisce e si perpetua, oltre a legarsi ancor più al territorio di cui è essa stessa espressione. Sono tantissimi i turisti che raggiungono la Sicilia per assaggiare gli arancini di Montalbano, i cannoli tradizionali, la pasta ‘ncasciata o semplicemente per essere protagonisti dell’abbondanza delle tavolate siciliane.

La televisione, il cinema e la comunicazione audiovisiva possono considerarsi una spinta motivazionale per i viaggiatori. È mediante queste che un territorio può uscire dall’isolamento turistico e farsi apprezzare non solo per le sue bellezze paesaggistiche e peculiarità architettoniche ma anche per i suoi cibi e i suoi prodotti tipici.

Serve allora potenziare sempre più, e sempre meglio, questo legame che – se incorrotto da stereotipi e banali cliché – può considerarsi una delle migliori strategie di marketing per la promozione della nostra terra.

 

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Nino Frassica, l’attore siciliano simbolo della TV italiana

nino frassica

di Omar Gelsomino   Foto di Art Show

Personaggio poliedrico, Nino Frassica da anni si è imposto come comico, attore, conduttore e scrittore. Partendo dalla sua Messina, dopo aver studiato al Piccolo di Milano, ha raggiunto il meritato successo divenendo un simbolo della televisione italiana e della radio con programmi di successo.  Adesso sta per tornare in TV e in libreria con un suo nuovo libro.

Notato dal grande Renzo Arbore, Nino Frassica partecipò a “FF.SS.”, “Quelli della notte” e “Indietro tutta”, ha presentato “Ritira il premio” e partecipato a diverse trasmissioni: da “Fantastico” a “Domenica In”, da “Scommettiamo che”? a “I Cervelloni”, da “Acqua calda” a “Colorado Cafè” e “Markette”. Protagonista nella fiction televisiva “Don Matteo” e di altri prodotti tv di successo come “Che fuori tempo che fa” e “La mafia uccide solo d’estate”, è stato anche testimonial di campagne di sensibilizzazione contro il fumo e altri fenomeni sociali. Fra i tanti impegni artistici siamo riusciti a raggiungerlo per strappargli un’intervista condita di tante sue esilaranti gag a cui ci ha abituati.

Com’ era Nino Frassica bambino?
«Un po’ come tutti i bambini non amavo studiare e preferivo giocare e uscire con gli amici, lo svago e il divertimento. Sin da piccolo marinavo la scuola per andare al cinema agli spettacoli della mattina».

Quando è nata la passione per lo spettacolo?
«Io ho cominciato da divoratore di spettacoli, andavo a vedere tutti gli spettacoli musicali o teatrali che facevano a Messina, tutte le settimane andavo al cinema, e poi tantissima tv, tanta radio, ero un ingordo, che vedeva di tutto, e che si appassionava ad alcune cose. Si formava il mio gusto. E negli anni ’70 impazzivo per Alto Gradimento, Cochi e Renato e la comicità siciliana di Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina. Ero uno spettatore che voleva capire perché mi facevano così tanto ridere quei determinati artisti. Diciamo che li ammiravo e li studiavo. E sognavo di saper fare quello che facevano loro».

nino frassica

Nino Frassica, artista poliedrico, lei è attore, frate, giornalista, scrittore, ecc. Come si definisce?
«Una showgirl!!!».

Quando ha scelto di diventare un comico?
«La mia palestra è stato il mio paese Galati Marina vicino Messina, e nel periodo giovanile con i miei coetanei si “cazzeggiava” parecchio, notavo che tutti ridevano alle mie battute, per cui a un certo punto mi sono detto di provare a farlo diventare un mestiere, gestivo un dancing (a quei tempi le discoteche le chiamavano così) e a scuola approfittavo per organizzare serate a tema che potessero darmi la possibilità di provare le mie battute ed il mio stile comico».

Cosa preferisce fra teatro, radio, cinema e tv?
«Solitamente la risposta dipende da chi mi intervista, se l’intervista verte sul teatro, dico il teatro, se l’intervista verte sul cinema, rispondo il cinema ecc., quindi… dipende».

Come nasce la band dei Los Plaggers?
«Nasce dal mio amore per la musica, la musica in generale mi fa sempre stare bene, da qui la voglia di essere accompagnato da sei formidabili musicisti, tutti siciliani e io sono la Guast Star del gruppo».

Nonostante da anni viva a Roma, quanto è legato alla Sicilia?
«Tantissimo, e ancor di più proprio per il fatto che vivo a Roma, ma quando posso cerco di legare gli impegni di lavoro a una toccata e fuga siciliana. C’è tutta la Sicilia sempre con me, ci sono le mie origini e i miei ricordi e quando posso caratterizzo sempre i miei personaggi rendendoli più simili e vicini alle mie radici: è un fatto naturale, se devo recitare e posso scegliere o dare indicazioni agli sceneggiatori preferisco essere me stesso, quindi un siciliano con la propria cadenza che ogni tanto si lascia scappare qualche frase nel suo dialetto».

Ci racconta l’incontro con Renzo Arbore?
«Questa domanda non me l’hanno mai fatta! Da ragazzo ero “Alto Gradimento radio dipendente”, non a caso mi proposi ad Arbore, ero consapevole del fatto che il mio stile era molto vicino al suo e a quello dei suoi amici/collaboratori, così fingendomi la mia segreteria telefonica che parlava con la sua, gli ho lasciato una serie di messaggi “surreali” in cui però non ho mai lasciato il mio numero per essere richiamato, tranne che nell’ultimo e ad un certo punto mi richiamò».

Avete immaginato di lavorare insieme ad un nuovo programma tipo “Indietro tutta”?
«Fino a un paio di anni fa abbiamo condotto insieme “Guarda…Stupisci” e “Indietro tutta! 30 e lode”, in occasione dell’anniversario di “Indietro tutta”, non ci precludiamo nulla».

Quali sorprese riserva ai lettori nel suo nuovo libro?
«Il mio nuovo libro, “Vipp. Tutta la Veritàne”, prende in giro le star e pure un po’ me stesso, punta sui loro difetti ma è una favola».

Cosa le piacerebbe fare che ancora non ha fatto?
«Mi piacerebbe fare una sitcom, qualche idea c’ è vedremo… Mi mancano i fotoromanzi, ma prima o poi farò anche quelli! Ma se devo rispondere più seriamente, dico che mi sento in credito con il cinema».

Quali sono i suoi progetti futuri?
«In questo momento sto girando “Don Matteo 13” e da inizio ottobre riprenderà «Che Tempo Che Fa» di Fabio Fazio, nel quale continuerò ad essere ospite fisso».

 

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Sergio Vespertino, il valore di una risata

di Samuel Tasca   Foto di Vincenzo Zaffuto

Lo avrete visto in numerose fiction, dall’ultimo successo di “Màkari” a “La mafia uccide solo d’estate”; molti lo seguono a teatro dove rimangono catturati dalla sua comicità spiccata e genuina: stiamo parlando di Sergio Vespertino, palermitano dallo sguardo intenso che, partendo dal teatro, ha saputo conquistare anche il pubblico di cinema e televisione.

Sergio, ci racconti perché hai scelto di fare l’attore?
«Perché avevo bisogno di vedere attorno a me gente che ride. Sentivo la voglia e la necessità di interfacciarmi con un pubblico nel migliore dei modi: dando infinite possibilità all’anima. Comunicare è qualcosa di incredibile che ho sempre nutrito sin da bambino. Già da piccolo inventavo delle storie che poi mi divertivo a interpretare assieme agli amici. Ricordo le mie avventure di Zorro nelle quali con la mia spada giocattolo fingevo che il mio cane fosse il mio cavallo».

E poi com’è andata?
«Poi ho avuto la fortuna di conoscere delle persone che mi hanno aiutato a levigare la mia recitazione, che mi hanno dettato i perimetri di scena e quant’altro c’è da sapere. Primo tra tutti il grande regista Pippo Spicuzza a Palermo e poi, allo Stabile di Catania, alcuni tra i nomi più importanti come Turi Ferro, Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina. In seguito, ho iniziato a scrivere dei monologhi, cosa che per me fu una novità. Così, dal 2003, ho iniziato questa nuova avventura da solo in scena, anche se non sono mai del tutto da solo perché con me c’è sempre il Maestro Pier Paolo Petta che coadiuva tutte le musiche e con i suoi suoni colora il mio percorso narrativo».

Quando scrivi da cosa trai ispirazione?
«Più che altro dalla vita. Non ho mai voluto attingere troppo ai classici. Mi sono detto: “Perché non possiamo parlare di questo tempo e del nostro bagaglio che ci portiamo dentro?”. Parto spesso dai miei ricordi d’infanzia, dalle persone che hanno condiviso parte del mio cammino, dall’idea di poter ridere di noi stessi facendo anche dell’autocritica».

Perché è così importante una risata secondo te?
«Sono uno di quelli che crede che il meglio di noi stessi si ottenga solamente grazie ad un sorriso. Siamo in un’epoca nella quale ci rendiamo conto di non essere il centro del mondo e che la vita è spesso caratterizzata da sforzi, sacrifici e disillusioni. È qui che nasce in me la voglia di trovare nella risata una forma di alternativa a quanto di negativo può succedere».

Qual è un ruolo che ti ha caratterizzato particolarmente?
«Dopo l’esperienza nella fiction “La Mafia Uccide solo d’Estate”, nella quale interpretavo Tommaso Buscetta, ho avuto la possibilità di continuare la collaborazione con Pierfrancesco Diliberto (Pif) con il film al cinema “In guerra per amore”, nel quale interpretavo il ruolo di un cieco. È stata una bella sfida dal punto di vista recitativo perché sicuramente non capita tutti i giorni di interpretare un personaggio che possiede un handicap di questo tipo».

C’è qualche nuovo progetto in arrivo?
«Ho partecipato al nuovo film di Aldo Baglio, con la regia di Alessio Lauria, che mi ha dato la possibilità di usare alcune mie forme di coinvolgimento verso il pubblico senza essere troppo imbrigliato nel personaggio, lasciandomi un certo grado di libertà. “Una boccata d’aria” uscirà alla fine di quest’anno e racconterà questa storia che parte da Milano, per poi arrivare qui in Sicilia tra i territori di Segesta e Calatafimi. Nel frattempo continuerò a lavorare con la Rai, mantenendo il mio personaggio di Girolamo Ammirata all’interno de “Il Paradiso delle Signore”. E poi tanto teatro da portare in Sicilia e nel resto della penisola».

Nei tuoi progetti ti porti spesso dietro la tua Sicilia…
«Sì, penso si possa fare molto per valorizzare alcuni luoghi di questa terra. Una bella iniziativa che ho condiviso col Maestro Petta è stata quella di portare lo spettacolo “Novecento” in giro per i teatri di pietra della Sicilia. Un’esperienza che ha permesso a me per primo di scoprire alcuni luoghi incredibili».

 

 

 

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Le corde emotive di Katia Greco

di Omar Gelsomino   Foto di Elsa Campini

Una bellezza acqua e sapone, semplice e talentuosa. Lei è l’attrice messinese Katia Greco, apprezzata e seguitissima dal pubblico italiano per i ruoli interpretati in diversi prodotti di successo: da “Il giovane Montalbano” a “Il Cacciatore” e a “Rita Levi Montalcini” solo per citarne alcuni. Di recente è stata candidata al David di Donatello come “Migliore attrice non protagonista” per la sua interpretazione in “Picciridda – Con i piedi sulla sabbia”, un film di Paolo Licata adattato all’omonimo romanzo di Catena Fiorello. 

Incontriamo Katia Greco, durante una pausa dal set, e comincia a raccontarci dei suoi esordi, del suo faticoso percorso artistico e dei suoi sogni. «Sono una sognatrice che a volte fa fatica a connettersi con la realtà. Ho dei momenti di forte lucidità che mi portano a stare con i piedi per terra ed altri in cui i sogni prendono il sopravvento e mi rendono un po’ bambina. Quando al liceo ho partecipato ad un laboratorio extra-scolastico di cinema e prendendo parte al cortometraggio di fine corso come protagonista, ho capito che recitare era ciò che avrei voluto continuare a fare nella mia vita. Ho iniziato i miei primi lavori da professionista nel 2007 prendendo parte a varie serie tv e nel frattempo ho continuato a studiare con vari insegnanti tra cui Danny Lemmo e Michael Margotta. Poi arriva la prima esperienza al cinema nel 2012 con “The Elevator” per la regia di Massimo Coglitore e in questi anni prendo parte anche a varie pubblicità. Nel 2016 arriva il primo ruolo da protagonista per il cinema nel film “Cruel Peter” e a seguire “Picciridda” e il film tunisino “L’Île du Pardon” con Claudia Cardinale».

Abbiamo avuto la possibilità di apprezzare le qualità artistiche di Katia Greco al cinema, teatro e televisione interpretando magistralmente diversi ruoli, poi però ce n’è sempre uno a cui si rimane sempre più legati perché è stato quello che ha regalato più emozioni e un altro che si vorrebbe fare. «Il palcoscenico dà delle emozioni uniche, ma amo particolarmente stare sul set cinematografico. Sono molto legata al ruolo di Rosamaria in “Picciridda” perché ho toccato delle corde emotive molto forti ed anche perché reputo il film un piccolo gioiello di cui sono fiera di averne fatto parte. Mi piacerebbe interpretare il ruolo di una cattiva».

Talento ed esperienza a cui si aggiunge la sicilianità, quel pizzico di ingrediente in più che tanto dà a livello caratteriale, ma che allo stesso tempo inevitabilmente toglie perché se ne avverte la mancanza e la distanza. «La Sicilia mi manca ogni giorno ed essere siciliana per me significa avere quella grinta e quell’energia in più che mi permettono di essere determinata a perseguire i miei obiettivi e a non aver paura di affrontare le difficoltà e i sacrifici che spesso si presentano anche nel mio lavoro».

Così prima di ritornare sul set Katia Greco ci confida il suo sogno nel cassetto e ci accenna che la rivedremo molto presto in tv. «Mi piacerebbe girare tutto il mondo. Per quanto riguarda i miei progetti futuri in verità non posso ancora parlarne, ma in pentola bolle qualcosa di molto interessante di cui vi parlerò in seguito».

Dobbiamo avere ancora un po’ di pazienza e presto avremo modo di apprezzare ancora una volta la sua bellezza e le sue indiscutibili qualità artistiche.

 

 

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Decennale del Marefestival, dall’1 al 4 luglio, Claudio Gioè e Barbara De Rossi tra le stelle del Premio Troisi a Salina

Articolo di Omar Gelsomino

L’attore palermitano Claudio Gioè, reduce dal successo di “Màkari” su Rai1, boom di audience, e l’attrice romana Barbara De Rossi saranno tra gli ospiti del Decennale del Marefestival Salina per ritirare il Premio in ricordo di Massimo Troisi nella suggestiva cornice di Malfa nell’isola eoliana, dall’1 al 4 luglio. Tre serate e quattro pomeriggi tra proiezioni cinematografiche, dibattiti e focus su temi d’attualità, presentazioni di libri, premiazioni e momenti di spettacolo, musica e comicità animeranno il Comune di Malfa tra il Centro Congressi e la piazza Immacolata.

Gioè, classe ’75, si è distinto fin dagli esordi lavorando al fianco dei registi come Luca Guadagnino, Marco Tullio Giordana, Riccardo Milani. Note le sue interpretazioni in film sul tema mafia da “Paolo Borsellino” in cui vestiva i panni del giudice Ingroia al Totò Riina de “Il capo dei capi”; e ancora “La mafia uccide solo d’estate”, sia film che fiction. Tantissima televisione alternata al grande schermo lo hanno reso uno degli attori più apprezzati nel panorama italiano: sarà protagonista della seconda serata del Festival.

La De Rossi ha una lunga carriera televisiva, cinematografica e teatrale: 26 film, 40 fiction, 18 programmi televisivi, è uno dei volti più amati dal grande pubblico fin dagli anni ’80, quando ottenne molta popolarità grazie allo sceneggiato di Franco Rossi “Storia d’amore e d’amicizia”. Da lì un successo dietro l’altro, che l’ha portata a vincere numerosi premi e riconoscimenti: ritirerà il Premio Troisi 2021 nella serata d’apertura del Festival e parlerà dei suoi prossimi impegni.

Come ogni anno, la manifestazione dà spazio ai giovani talenti: Premio Troisi sezione Emergenti al regista e documentarista Alessandro Genitori per il suo ultimo suo lavoro “Il nostro meglio”, che vede per la prima volta davanti la cinepresa la modella Sara Caridi. Sarà presentato in anteprima ed è dedicato al periodo della pandemia e in particolare si tratta di un omaggio all’immenso, straordinario, indispensabile lavoro di tanti medici e operatori sanitari che si sono spesi in prima persona per combattere il virus e fronteggiare l’emergenza.

A firmare il Manifesto ufficiale del Decennale, Tina Berenato, che ha voluto omaggiare la manifestazione richiamando la celebre scena de “Il Postino” dove Massimo Troisi e Philippe Noiret parlano di amore e poesia nell’atmosfera bucolica del film – capolavoro e si trovano nel cuore del mare e del paesaggio di Pollara, il luogo divenuto celebre nel mondo grazie alla pellicola e al suo romantico tramonto mozzafiato.

Marefestival ha come media partner il TGR RAI, è organizzato da Massimiliano Cavaleri, Patrizia Casale e Francesco Cappello, e condotto da Nadia La Malfa e Marika Micalizzi. L’evento, patrocinato da Assessorato regionale alla Salute, Assessorato regionale al Turismo, ARS, Comune di Malfa, Asp Messina, Asp Ragusa, Arnas Garibaldi, Ordine dei Giornalisti di Sicilia, Federfarma Sicilia, Ordine dei Medici di Palermo, Confesercenti Messina. Per rimanere aggiornati su programma e news: @marefestival su Facebook, Instagram e YouTube e www.marefestivalsalina.it.

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Macari, un borgo marinaro da set cinematografico

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Antonino Ciulla

Sicuramente prima del suo debutto televisivo nella fiction su Rai 1 in pochi lo conoscevano. Macari o Màkari, come nello sceneggiato, esiste davvero e si trova nella Sicilia occidentale. Un piccolo borgo marinaro, frazione di San Vito Lo Capo, situato nella provincia di Trapani, dove è stata ambientata la serie tv Màkari.

Ispirata ai romanzi gialli del giornalista Gaetano Savatteri, la fiction ha fatto conoscere questo angolo meraviglioso di Sicilia, Macari, Castelluzzo e l’area limitrofa rappresentano un territorio incontaminato e selvaggio, dove si trovano le spiagge più belle del Mediterraneo, tanto da essere definite i “Caraibi siciliani”. Il cast, tutto siciliano, ha come protagonisti principali: Claudio Gioè che interpreta Saverio Lamanna, Ester Pantano (intervistata nelle pagine del numero 27 di Bianca Magazine) è Suleima e Domenico Centamore nel ruolo di Peppe Piccionello. Lamanna ritornato nella sua terra d’origine dopo essere stato licenziato, insieme agli altri due compagni di avventure, veste i panni dell’investigatore privato muovendosi agilmente in una meravigliosa Sicilia che fa da cornice.

Sovrastato dalla maestosità del Monte Cofano, il delizioso borgo di Macari e il suo incantevole golfo sono immersi in una natura incontaminata. Un luogo in cui potersi immergere in uno straordinario ambiente naturale, tra silenziose calette di ciottoli, imponenti falesie e grotte piene di fascino e mistero, ideale per escursioni e passeggiate in bicicletta o a cavallo, è la meta migliore per il relax. Piccole e meravigliose insenature come Isulidda, Bue Marino e Cala Rosa da scoprire. Due imponenti torri d’avvistamento narrano storie di avventure piratesche e d’amore. Alle sue spalle si stagliano maestosi i monti della Riserva dello Zingaro e una parete di falesie, creando una quinta incredibile. Una destinazione che rimarrà nel cuore grazie ai suoi tramonti indimenticabili, angoli di mare unici, pieni di bellezza e fascino.

Vivaci boungaville e profumati fiori di gelsomino cingono le case del piccolo paradiso naturale nel Mediterraneo che è San Vito Lo Capo, uno scrigno ricco di emozioni uniche. Per non parlare dello splendido mare dalle diverse sfumature di blu, tanto che al suo litorale sono state assegnate le 5 Vele nel 2019 da Legambiente e dal Touring Club per la limpidezza delle acque e i servizi in spiaggia, mentre ai fondali bassi sabbiosi, adatti per i più piccoli, i pediatri italiani hanno assegnato la Bandiera Verde. Qualche chilometro più avanti da San Vito Lo Capo è possibile ammirare uno scorcio di costa mozzafiato, alternandosi tra rocciosa e sabbiosa, prima di tuffarsi in mare: la baia di Santa Margherita. Poco distante si trova Castelluzzo, piccolo borgo incastonato nella Valle degli Ulivi, con i suoi sentieri che si arrampicano tra fichi d’india e fiori mediterranei, a pochi passi dal mare, conserva un ambiente ancora intatto in cui il tempo è scandito da semplici ritmi naturali, consigliato per il turismo naturalistico e rinomato per una delle sue tante eccellenze, come l’olio, la cui fragranza particolare è data principalmente dalla buona qualità dei terreni. Ogni anno si tiene un evento dedicato alla cucina popolare e ai suoi sapori, Baglio Olio e Mare. Sullo sfondo si staglia la silhouette del Monte Cofano. Un territorio compreso fra due riserve naturali, quella di Monte Cofano, da una parte, e quella dello Zingaro, dall’altra, lo proteggono e lo rendono unico.

Un angolo di Sicilia, che fa da contraltare ai luoghi cui siamo abituati vedere nella fiction del Commissario Montalbano, tutto da scoprire: oltre a Macari, Castelluzzo, San Vito Lo Capo, anche Trapani con le sue splendide saline, il borgo medievale di Erice, l’antica Segesta e la Riserva dello Zingaro. Meravigliosi colori cangianti del mare, spettacolari tramonti, panorami mozzafiato, luoghi straordinari e gustosi sapori renderanno indimenticabile la visita in uno dei territori più belli della Sicilia occidentale.

Photo ADOLFO FRANZO  min

Roberta Procida «Sono una donna coraggiosa, passionale e vitale»

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Adolfo Franzò

Esuberante, molto femminile, dalla bellezza mediterranea. Lei è Roberta Procida, attrice palermitana da anni trasferitasi a Roma con una prestigiosa carriera artistica: dal teatro (Aggiungi un posto a tavola di Pietro Massaro, Da Nazaret una stella… la vita di Mario Pupella) alle fiction tv (Squadra Antimafia, Il restauratore, Il Giovane Montalbano 2, Squadra mobile, Libero Grassi, Garibaldi, Rocco Schiavone, ecc.), dal cinema (Moschettieri del re di Giovanni Veronesi, The Job divisione NOAT di George e Nicolas Molinari, Fuori dal coro di Sergio Misuraca) ai cortometraggi e agli spot pubblicitari. Oltre ad essere una brava attrice è anche felicemente mamma di Elia, un bambino sensibile e speciale che le dà tanta carica e con cui trascorre gran parte del suo tempo. Ci racconta di sé durante una piacevole e allegra chiacchierata.

«Sono una donna coraggiosa, passionale e vitale. Sono capace di risalire, di reinventarmi, di non perdere mai la forza. Ritengo siano qualità importanti nel nostro mondo, in cui non vi è nessuna certezza e si vive alla giornata. È un mestiere ricco di stimoli, ogni volta è bello scoprire un nuovo personaggio, affrontare una nuova avventura, lavorare con un nuovo regista. Questa è l’avventura di noi attori».

La passione per la recitazione l’ha scoperta in tenera età più che altro inconsapevolmente, ma per evadere dalla realtà.

«Da bambina per qualche anno sono cresciuta in un collegio di suore per varie vicissitudini. Per fortuna in collegio si faceva tanta arte: si disegnava, si cantava, si recitava. Non volendo accettare quella decisione seguivo tante discipline, mi appigliavo a tutte quelle attività che mi facevano entrare in un mondo tutto mio. Imparare a memoria quelle cose e salire su un palco era il mio obiettivo. Rappresentava un modo diverso di comunicare. Una volta giunta a Roma è stato significativo e per me rappresenta una mia «seconda nascita» l’ingresso nel gruppo di «terapia dei sogni», guidato dallo psicoterapeuta Giovanni Sneider, dove ho trovato dei coraggiosissimi compagni di viaggio. La recitazione è un’espressione, un prolungamento di me stessa, non posso farne a meno».

In tanti anni di carriera ha interpretato diversi ruoli, facendo tanta esperienza, ma soprattutto vivendo forti emozioni.
«Arrivando dal Teatro Biondo porto nel mio cuore grandi emozioni, il cinema però mi ha fatto sognare sin da bambina, quando l’ho scoperto sono andata fuori di testa. Il cinema racconta storie con un tocco di magia. Mentre la tv ti dà un messaggio istantaneo, il cinema diventa una finzione bellissima, sembra qualcosa di inarrivabile. Sono legata a due personaggi, uno nello spettacolo teatrale Aggiungi un posto a tavola che portammo in giro per l’Italia in cui interpretavo Consolazione, l’altro è Serena, una donna sicula molto sfacciata, senza filtri, senza mezze misure, passionale, che gioca con il corpo per conquistare tutto e tutti, nel Giovane Montalbano 2 per la regia di Gianluca Tavarelli. Un film che amo tantissimo e che ritorna sempre nella mia vita è Ultimo tango a Parigi, di Bernardo Bertolucci, in cui la protagonista è Maria Schneider, forse perché sono stata anch’io un po’ così nell’approccio all’amore, questo incontrarsi per amarsi e non sapere dove si è. Mi piacerebbe interpretare un ruolo come quello della protagonista femminile del film tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti Ti prendo e ti porto via. Insomma mi piacciono le storie crude, sofferte, penso che tutti passiamo dalla sofferenza per arrivare da qualche parte. È importante fare tutto, per me va benissimo qualsiasi ruolo purché mi dia delle sensazioni belle. Adesso mi piacerebbe raccontare al cinema un personaggio interessante, lavorandoci con calma e gustarmelo, studiarlo per qualche mese. Anche le fiction, per questione di tempi, raccontano dei personaggi senza andare in profondità».

Come tanti che sono andati via dalla Sicilia anche Roberta Procida porta con sé il proprio bagaglio di ricordi nel cuore e di sicilianità.
«La Sicilia e i suoi profumi mi mancano tantissimo. Ciò che più mi manca è il mare, così come per chiunque anche per me che sono cresciuta vicino al mare è vitale, mi dà quella sensazione di spazio che pervade l’anima e la testa, è una visione interna che mi fa stare bene. È anche vero che dopo un po’ di tempo comincia a starmi stretta, proprio come Roma, mi viene di andare via. C’è tanto di siciliano in me: dall’accento ai lineamenti e ai capelli, dal modo di comunicare con gli altri ad avere una mentalità aperta. Per fortuna qui a Roma ho alcune amiche fantastiche come Victoria Raies (argentina ma che ha vissuto per dieci anni in Sicilia ed ha imparato il siciliano), Ester Vinci e Katia Greco con cui spesso ci ritroviamo e così si mischiano i vari accenti siciliani. Un modo per sentirsi quasi a casa».

Dopo il successo recente ottenuto in film e fiction, il fermo imposto dal Covid, adesso è pronta a cimentarsi in nuove avventure.
«Dopo I Moschettieri del re, ho partecipato ad un progetto per l’estero. In un docufilm tedesco interpreto Anita Garibaldi, un’altra esperienza stupenda. Essere stata nel cast di Rocco Schiavone e lavorare accanto a Marco Giallini e al regista Simone Spada è stata una bellissima esperienza. Il monologo «Io sono Covid-19» di Ciro Rossi, andato in giro per i festival on line, ha ottenuto migliaia di visualizzazioni e vinto tanti premi. Ad agosto sarò impegnata nelle riprese del film Purtedda, di Francesco Zarzana, sarò Concetta, nel ruolo drammatico di una figlia che ha perso la madre a Portella della Ginestra. In Nero a metà con la regia di Claudio Amendola, che andrà in onda a metà ottobre, interpreto Miriam, nella cui sartoria confeziona abiti da sposa, sfiorata dall’indagine per l’omicidio del fratello. Sto lavorando ad uno spettacolo teatrale con cui vorrei girare la Sicilia e l’Italia, ma ancora è in itinere così come tanti altri progetti rimasti bloccati a causa della pandemia».

Rita Abela Margareth Made Antonia Truppo e Miriam Dalmazio di Riccardo Ghilardi

Rita Abela: «Il teatro è stato il mio maestro»

di Omar Gelsomino   Foto di Riccardo Ghirlandi

Dal teatro al cinema e alla TV il successo per l’attrice siciliana Rita Abela è stato un continuo crescendo. Ha lavorato con importanti registi come Moni Ovadia, Krzysztof Zanussi, Irene Papas, Roberto Andò per arrivare al cinema con Pupi Avati nel film ‘Le nozze di Laura’ e nella serie TV ‘Il Cacciatore’. Nelle scorse settimane è stata una delle protagoniste del film prodotto da Ascent Film e Rai Cinema ‘Il mio corpo vi seppellirà’ per la regia di Giovanni La Pàrola e distribuito sulle piattaforme digitali.
Nel film in costume Rita è Ciccilla, una donna che diventa brigantessa alla ricerca della vendetta e vendicandosi acquista la propria libertà. Lo scenario è un western garibaldino ambientato nel regno delle due Sicilie nel 1860, che celebra il cinema di genere e rende protagoniste le donne. Andiamo a conoscere meglio Rita Abela che si racconta ai lettori di Bianca Magazine.

 

Quando è nata la passione per la recitazione?
«Ero una ragazzina, andavo in seconda media, un professore a scuola mi propose di partecipare ad un laboratorio teatrale e la mia vita è cambiata. L’emozione che ho provato in quel primo debutto me la porto dentro ancora oggi, è la mia compagna silenziosa un istante prima di entrare in scena, mi ricorda ogni volta che la trama del mio percorso personale e professionale affonda le radici in quel cuore di bambina e faccio tutto il possibile per prendermene cura ogni giorno».

Cosa rappresenta per te il teatro?
«L’inizio. Il teatro è stato il mio maestro perché mi ha insegnato il valore del ‘qui e ora’ e poi grazie al teatro ho avuto l’occasione di stare accanto a dei giganti. Li ho osservati, studiati, respirati. Il teatro mi regala sempre la gioia di provare l’incanto, sia da attrice che da spettatrice. Credo che oggi più che mai sia necessario vivere questo atto collettivo di emozioni condivise che ti avvicina a degli sconosciuti, persone che magari non incontrerai mai nella vita ma che per due ore sono state complici e testimoni insieme a te di un fatto artistico, di una magia che si è creata quella sera, in quella sala, in quel momento. Il teatro parla una lingua universale, ingentilisce l’animo, è un ottimo esercizio all’empatia».

Ci racconti l’esperienza di essere diretta da Pupi Avati?
«Indimenticabile. Mi ha insegnato a lavorare in sottrazione, ho imparato tantissimo da lui anche vedendolo dirigere i colleghi quando non ero in scena. Ricordo che una notte in mezzo alla campagna, in una scena in cui si celebrava un matrimonio, c’era un’atmosfera così sospesa e surreale che non mi sono accorta dello scorrere del tempo, perché quello che stavo vivendo era un tempo di qualità, sembravano dieci minuti e invece erano passate quattro ore».

Dopo anni di teatro come è stato debuttare al cinema?
«Bellissimo perché recitare davanti a una macchina da presa richiede un approccio diverso ma altrettanto totalizzante. È come visitare un’ala nuova di un museo, affronto i due mezzi con il medesimo entusiasmo e anzi, essendo per natura una persona molto curiosa, mi piacerebbe sperimentarne di nuovi, esplorare le svariate possibilità che questo bellissimo mestiere offre».

Ci parli del tuo ruolo in ‘Il mio corpo vi seppellirà’?
«Ciccilla è un personaggio segnato dentro, la sua giovane età è stata violata, privata dell’innocenza ma anche della libertà, nessuno l’ha protetta, ha dovuto imparare a difendersi da sé ed essendo priva di quegli strumenti che permettono di elaborare certi traumi, ha usato l’unico linguaggio che conosceva, la violenza appunto, per vendicarsi. E reiterando certi gesti mette in atto il tentativo di riappropriarsi un po’ alla volta di sé stessa e della propria identità. Terra e sangue le impastano l’anima e forse per lei la parola ‘domani’ non esiste: esiste l’oggi, fatto di caccia e protezione per sé e per il gruppo di Drude che vive come una famiglia».

Come è stato rappresentare una donna in cerca di vendetta? Sino a che punto ci si può spingere per vendicarsi?
«È stato un lavoro difficile ed interessante. L’ho affrontato senza giudizio perché ritengo che sia questo il modo più giusto di approcciarsi all’interpretazione di storie così terribili. La vendetta non mi appartiene, è un meccanismo interiore molto distante da me perché la trovo figlia dell’attaccamento e quando impari a vivere le cose, le esperienze, i legami senza attaccamenti, riesci a nutrirti di quello che di bello e brutto possono darti e riesci a lasciare andare senza strascichi, senza sprechi di energia. Per me è molto più liberatorio lasciare andare che vendicarmi».

Quale ruolo interpreti nella nuova serie de ‘Il cacciatore’?
«’Il cacciatore’ è una serie meravigliosa, me ne sono innamorata da spettatrice sin dalla prima stagione, amo com’è scritta, girata, diretta, interpretata. Quando ho ricevuto la call in seconda stagione per Giusy Vitale, il personaggio che interpreto, ero al settimo cielo. Giusy è un personaggio controverso, è tra le prime donne nella storia della mafia siciliana ad essere messa a capo di un mandamento, quello di Partinico, anche se per un breve periodo».

Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Ci sono tante cose in cantiere, ma ti dico il mio progetto più importante: essere felice».

Dopo l’estate la vedremo ne ‘Il Cacciatore 3’ in onda su Raidue diretto da Davide Marengo e poi sarà protagonista assoluta del cortometraggio dal titolo Big, produzione Nikada Film, ruolo per la regia Daniele Pini.