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Nino Frassica, l’attore siciliano simbolo della TV italiana

nino frassica

di Omar Gelsomino   Foto di Art Show

Personaggio poliedrico, Nino Frassica da anni si è imposto come comico, attore, conduttore e scrittore. Partendo dalla sua Messina, dopo aver studiato al Piccolo di Milano, ha raggiunto il meritato successo divenendo un simbolo della televisione italiana e della radio con programmi di successo.  Adesso sta per tornare in TV e in libreria con un suo nuovo libro.

Notato dal grande Renzo Arbore, Nino Frassica partecipò a “FF.SS.”, “Quelli della notte” e “Indietro tutta”, ha presentato “Ritira il premio” e partecipato a diverse trasmissioni: da “Fantastico” a “Domenica In”, da “Scommettiamo che”? a “I Cervelloni”, da “Acqua calda” a “Colorado Cafè” e “Markette”. Protagonista nella fiction televisiva “Don Matteo” e di altri prodotti tv di successo come “Che fuori tempo che fa” e “La mafia uccide solo d’estate”, è stato anche testimonial di campagne di sensibilizzazione contro il fumo e altri fenomeni sociali. Fra i tanti impegni artistici siamo riusciti a raggiungerlo per strappargli un’intervista condita di tante sue esilaranti gag a cui ci ha abituati.

Com’ era Nino Frassica bambino?
«Un po’ come tutti i bambini non amavo studiare e preferivo giocare e uscire con gli amici, lo svago e il divertimento. Sin da piccolo marinavo la scuola per andare al cinema agli spettacoli della mattina».

Quando è nata la passione per lo spettacolo?
«Io ho cominciato da divoratore di spettacoli, andavo a vedere tutti gli spettacoli musicali o teatrali che facevano a Messina, tutte le settimane andavo al cinema, e poi tantissima tv, tanta radio, ero un ingordo, che vedeva di tutto, e che si appassionava ad alcune cose. Si formava il mio gusto. E negli anni ’70 impazzivo per Alto Gradimento, Cochi e Renato e la comicità siciliana di Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina. Ero uno spettatore che voleva capire perché mi facevano così tanto ridere quei determinati artisti. Diciamo che li ammiravo e li studiavo. E sognavo di saper fare quello che facevano loro».

nino frassica

Nino Frassica, artista poliedrico, lei è attore, frate, giornalista, scrittore, ecc. Come si definisce?
«Una showgirl!!!».

Quando ha scelto di diventare un comico?
«La mia palestra è stato il mio paese Galati Marina vicino Messina, e nel periodo giovanile con i miei coetanei si “cazzeggiava” parecchio, notavo che tutti ridevano alle mie battute, per cui a un certo punto mi sono detto di provare a farlo diventare un mestiere, gestivo un dancing (a quei tempi le discoteche le chiamavano così) e a scuola approfittavo per organizzare serate a tema che potessero darmi la possibilità di provare le mie battute ed il mio stile comico».

Cosa preferisce fra teatro, radio, cinema e tv?
«Solitamente la risposta dipende da chi mi intervista, se l’intervista verte sul teatro, dico il teatro, se l’intervista verte sul cinema, rispondo il cinema ecc., quindi… dipende».

Come nasce la band dei Los Plaggers?
«Nasce dal mio amore per la musica, la musica in generale mi fa sempre stare bene, da qui la voglia di essere accompagnato da sei formidabili musicisti, tutti siciliani e io sono la Guast Star del gruppo».

Nonostante da anni viva a Roma, quanto è legato alla Sicilia?
«Tantissimo, e ancor di più proprio per il fatto che vivo a Roma, ma quando posso cerco di legare gli impegni di lavoro a una toccata e fuga siciliana. C’è tutta la Sicilia sempre con me, ci sono le mie origini e i miei ricordi e quando posso caratterizzo sempre i miei personaggi rendendoli più simili e vicini alle mie radici: è un fatto naturale, se devo recitare e posso scegliere o dare indicazioni agli sceneggiatori preferisco essere me stesso, quindi un siciliano con la propria cadenza che ogni tanto si lascia scappare qualche frase nel suo dialetto».

Ci racconta l’incontro con Renzo Arbore?
«Questa domanda non me l’hanno mai fatta! Da ragazzo ero “Alto Gradimento radio dipendente”, non a caso mi proposi ad Arbore, ero consapevole del fatto che il mio stile era molto vicino al suo e a quello dei suoi amici/collaboratori, così fingendomi la mia segreteria telefonica che parlava con la sua, gli ho lasciato una serie di messaggi “surreali” in cui però non ho mai lasciato il mio numero per essere richiamato, tranne che nell’ultimo e ad un certo punto mi richiamò».

Avete immaginato di lavorare insieme ad un nuovo programma tipo “Indietro tutta”?
«Fino a un paio di anni fa abbiamo condotto insieme “Guarda…Stupisci” e “Indietro tutta! 30 e lode”, in occasione dell’anniversario di “Indietro tutta”, non ci precludiamo nulla».

Quali sorprese riserva ai lettori nel suo nuovo libro?
«Il mio nuovo libro, “Vipp. Tutta la Veritàne”, prende in giro le star e pure un po’ me stesso, punta sui loro difetti ma è una favola».

Cosa le piacerebbe fare che ancora non ha fatto?
«Mi piacerebbe fare una sitcom, qualche idea c’ è vedremo… Mi mancano i fotoromanzi, ma prima o poi farò anche quelli! Ma se devo rispondere più seriamente, dico che mi sento in credito con il cinema».

Quali sono i suoi progetti futuri?
«In questo momento sto girando “Don Matteo 13” e da inizio ottobre riprenderà «Che Tempo Che Fa» di Fabio Fazio, nel quale continuerò ad essere ospite fisso».

 

sergio vespertino

Sergio Vespertino, il valore di una risata

di Samuel Tasca   Foto di Vincenzo Zaffuto

Lo avrete visto in numerose fiction, dall’ultimo successo di “Màkari” a “La mafia uccide solo d’estate”; molti lo seguono a teatro dove rimangono catturati dalla sua comicità spiccata e genuina: stiamo parlando di Sergio Vespertino, palermitano dallo sguardo intenso che, partendo dal teatro, ha saputo conquistare anche il pubblico di cinema e televisione.

Sergio, ci racconti perché hai scelto di fare l’attore?
«Perché avevo bisogno di vedere attorno a me gente che ride. Sentivo la voglia e la necessità di interfacciarmi con un pubblico nel migliore dei modi: dando infinite possibilità all’anima. Comunicare è qualcosa di incredibile che ho sempre nutrito sin da bambino. Già da piccolo inventavo delle storie che poi mi divertivo a interpretare assieme agli amici. Ricordo le mie avventure di Zorro nelle quali con la mia spada giocattolo fingevo che il mio cane fosse il mio cavallo».

E poi com’è andata?
«Poi ho avuto la fortuna di conoscere delle persone che mi hanno aiutato a levigare la mia recitazione, che mi hanno dettato i perimetri di scena e quant’altro c’è da sapere. Primo tra tutti il grande regista Pippo Spicuzza a Palermo e poi, allo Stabile di Catania, alcuni tra i nomi più importanti come Turi Ferro, Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina. In seguito, ho iniziato a scrivere dei monologhi, cosa che per me fu una novità. Così, dal 2003, ho iniziato questa nuova avventura da solo in scena, anche se non sono mai del tutto da solo perché con me c’è sempre il Maestro Pier Paolo Petta che coadiuva tutte le musiche e con i suoi suoni colora il mio percorso narrativo».

Quando scrivi da cosa trai ispirazione?
«Più che altro dalla vita. Non ho mai voluto attingere troppo ai classici. Mi sono detto: “Perché non possiamo parlare di questo tempo e del nostro bagaglio che ci portiamo dentro?”. Parto spesso dai miei ricordi d’infanzia, dalle persone che hanno condiviso parte del mio cammino, dall’idea di poter ridere di noi stessi facendo anche dell’autocritica».

Perché è così importante una risata secondo te?
«Sono uno di quelli che crede che il meglio di noi stessi si ottenga solamente grazie ad un sorriso. Siamo in un’epoca nella quale ci rendiamo conto di non essere il centro del mondo e che la vita è spesso caratterizzata da sforzi, sacrifici e disillusioni. È qui che nasce in me la voglia di trovare nella risata una forma di alternativa a quanto di negativo può succedere».

Qual è un ruolo che ti ha caratterizzato particolarmente?
«Dopo l’esperienza nella fiction “La Mafia Uccide solo d’Estate”, nella quale interpretavo Tommaso Buscetta, ho avuto la possibilità di continuare la collaborazione con Pierfrancesco Diliberto (Pif) con il film al cinema “In guerra per amore”, nel quale interpretavo il ruolo di un cieco. È stata una bella sfida dal punto di vista recitativo perché sicuramente non capita tutti i giorni di interpretare un personaggio che possiede un handicap di questo tipo».

C’è qualche nuovo progetto in arrivo?
«Ho partecipato al nuovo film di Aldo Baglio, con la regia di Alessio Lauria, che mi ha dato la possibilità di usare alcune mie forme di coinvolgimento verso il pubblico senza essere troppo imbrigliato nel personaggio, lasciandomi un certo grado di libertà. “Una boccata d’aria” uscirà alla fine di quest’anno e racconterà questa storia che parte da Milano, per poi arrivare qui in Sicilia tra i territori di Segesta e Calatafimi. Nel frattempo continuerò a lavorare con la Rai, mantenendo il mio personaggio di Girolamo Ammirata all’interno de “Il Paradiso delle Signore”. E poi tanto teatro da portare in Sicilia e nel resto della penisola».

Nei tuoi progetti ti porti spesso dietro la tua Sicilia…
«Sì, penso si possa fare molto per valorizzare alcuni luoghi di questa terra. Una bella iniziativa che ho condiviso col Maestro Petta è stata quella di portare lo spettacolo “Novecento” in giro per i teatri di pietra della Sicilia. Un’esperienza che ha permesso a me per primo di scoprire alcuni luoghi incredibili».

 

 

 

Le corde emotive di Katia Greco

di Omar Gelsomino   Foto di Elsa Campini

Una bellezza acqua e sapone, semplice e talentuosa. Lei è l’attrice messinese Katia Greco, apprezzata e seguitissima dal pubblico italiano per i ruoli interpretati in diversi prodotti di successo: da “Il giovane Montalbano” a “Il Cacciatore” e a “Rita Levi Montalcini” solo per citarne alcuni. Di recente è stata candidata al David di Donatello come “Migliore attrice non protagonista” per la sua interpretazione in “Picciridda – Con i piedi sulla sabbia”, un film di Paolo Licata adattato all’omonimo romanzo di Catena Fiorello. 

Incontriamo Katia Greco, durante una pausa dal set, e comincia a raccontarci dei suoi esordi, del suo faticoso percorso artistico e dei suoi sogni. «Sono una sognatrice che a volte fa fatica a connettersi con la realtà. Ho dei momenti di forte lucidità che mi portano a stare con i piedi per terra ed altri in cui i sogni prendono il sopravvento e mi rendono un po’ bambina. Quando al liceo ho partecipato ad un laboratorio extra-scolastico di cinema e prendendo parte al cortometraggio di fine corso come protagonista, ho capito che recitare era ciò che avrei voluto continuare a fare nella mia vita. Ho iniziato i miei primi lavori da professionista nel 2007 prendendo parte a varie serie tv e nel frattempo ho continuato a studiare con vari insegnanti tra cui Danny Lemmo e Michael Margotta. Poi arriva la prima esperienza al cinema nel 2012 con “The Elevator” per la regia di Massimo Coglitore e in questi anni prendo parte anche a varie pubblicità. Nel 2016 arriva il primo ruolo da protagonista per il cinema nel film “Cruel Peter” e a seguire “Picciridda” e il film tunisino “L’Île du Pardon” con Claudia Cardinale».

Abbiamo avuto la possibilità di apprezzare le qualità artistiche di Katia Greco al cinema, teatro e televisione interpretando magistralmente diversi ruoli, poi però ce n’è sempre uno a cui si rimane sempre più legati perché è stato quello che ha regalato più emozioni e un altro che si vorrebbe fare. «Il palcoscenico dà delle emozioni uniche, ma amo particolarmente stare sul set cinematografico. Sono molto legata al ruolo di Rosamaria in “Picciridda” perché ho toccato delle corde emotive molto forti ed anche perché reputo il film un piccolo gioiello di cui sono fiera di averne fatto parte. Mi piacerebbe interpretare il ruolo di una cattiva».

Talento ed esperienza a cui si aggiunge la sicilianità, quel pizzico di ingrediente in più che tanto dà a livello caratteriale, ma che allo stesso tempo inevitabilmente toglie perché se ne avverte la mancanza e la distanza. «La Sicilia mi manca ogni giorno ed essere siciliana per me significa avere quella grinta e quell’energia in più che mi permettono di essere determinata a perseguire i miei obiettivi e a non aver paura di affrontare le difficoltà e i sacrifici che spesso si presentano anche nel mio lavoro».

Così prima di ritornare sul set Katia Greco ci confida il suo sogno nel cassetto e ci accenna che la rivedremo molto presto in tv. «Mi piacerebbe girare tutto il mondo. Per quanto riguarda i miei progetti futuri in verità non posso ancora parlarne, ma in pentola bolle qualcosa di molto interessante di cui vi parlerò in seguito».

Dobbiamo avere ancora un po’ di pazienza e presto avremo modo di apprezzare ancora una volta la sua bellezza e le sue indiscutibili qualità artistiche.

 

 

Decennale del Marefestival, dall’1 al 4 luglio, Claudio Gioè e Barbara De Rossi tra le stelle del Premio Troisi a Salina

Articolo di Omar Gelsomino

L’attore palermitano Claudio Gioè, reduce dal successo di “Màkari” su Rai1, boom di audience, e l’attrice romana Barbara De Rossi saranno tra gli ospiti del Decennale del Marefestival Salina per ritirare il Premio in ricordo di Massimo Troisi nella suggestiva cornice di Malfa nell’isola eoliana, dall’1 al 4 luglio. Tre serate e quattro pomeriggi tra proiezioni cinematografiche, dibattiti e focus su temi d’attualità, presentazioni di libri, premiazioni e momenti di spettacolo, musica e comicità animeranno il Comune di Malfa tra il Centro Congressi e la piazza Immacolata.

Gioè, classe ’75, si è distinto fin dagli esordi lavorando al fianco dei registi come Luca Guadagnino, Marco Tullio Giordana, Riccardo Milani. Note le sue interpretazioni in film sul tema mafia da “Paolo Borsellino” in cui vestiva i panni del giudice Ingroia al Totò Riina de “Il capo dei capi”; e ancora “La mafia uccide solo d’estate”, sia film che fiction. Tantissima televisione alternata al grande schermo lo hanno reso uno degli attori più apprezzati nel panorama italiano: sarà protagonista della seconda serata del Festival.

La De Rossi ha una lunga carriera televisiva, cinematografica e teatrale: 26 film, 40 fiction, 18 programmi televisivi, è uno dei volti più amati dal grande pubblico fin dagli anni ’80, quando ottenne molta popolarità grazie allo sceneggiato di Franco Rossi “Storia d’amore e d’amicizia”. Da lì un successo dietro l’altro, che l’ha portata a vincere numerosi premi e riconoscimenti: ritirerà il Premio Troisi 2021 nella serata d’apertura del Festival e parlerà dei suoi prossimi impegni.

Come ogni anno, la manifestazione dà spazio ai giovani talenti: Premio Troisi sezione Emergenti al regista e documentarista Alessandro Genitori per il suo ultimo suo lavoro “Il nostro meglio”, che vede per la prima volta davanti la cinepresa la modella Sara Caridi. Sarà presentato in anteprima ed è dedicato al periodo della pandemia e in particolare si tratta di un omaggio all’immenso, straordinario, indispensabile lavoro di tanti medici e operatori sanitari che si sono spesi in prima persona per combattere il virus e fronteggiare l’emergenza.

A firmare il Manifesto ufficiale del Decennale, Tina Berenato, che ha voluto omaggiare la manifestazione richiamando la celebre scena de “Il Postino” dove Massimo Troisi e Philippe Noiret parlano di amore e poesia nell’atmosfera bucolica del film – capolavoro e si trovano nel cuore del mare e del paesaggio di Pollara, il luogo divenuto celebre nel mondo grazie alla pellicola e al suo romantico tramonto mozzafiato.

Marefestival ha come media partner il TGR RAI, è organizzato da Massimiliano Cavaleri, Patrizia Casale e Francesco Cappello, e condotto da Nadia La Malfa e Marika Micalizzi. L’evento, patrocinato da Assessorato regionale alla Salute, Assessorato regionale al Turismo, ARS, Comune di Malfa, Asp Messina, Asp Ragusa, Arnas Garibaldi, Ordine dei Giornalisti di Sicilia, Federfarma Sicilia, Ordine dei Medici di Palermo, Confesercenti Messina. Per rimanere aggiornati su programma e news: @marefestival su Facebook, Instagram e YouTube e www.marefestivalsalina.it.

Macari, un borgo marinaro da set cinematografico

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Antonino Ciulla

Sicuramente prima del suo debutto televisivo nella fiction su Rai 1 in pochi lo conoscevano. Macari o Màkari, come nello sceneggiato, esiste davvero e si trova nella Sicilia occidentale. Un piccolo borgo marinaro, frazione di San Vito Lo Capo, situato nella provincia di Trapani, dove è stata ambientata la serie tv Màkari.

Ispirata ai romanzi gialli del giornalista Gaetano Savatteri, la fiction ha fatto conoscere questo angolo meraviglioso di Sicilia, Macari, Castelluzzo e l’area limitrofa rappresentano un territorio incontaminato e selvaggio, dove si trovano le spiagge più belle del Mediterraneo, tanto da essere definite i “Caraibi siciliani”. Il cast, tutto siciliano, ha come protagonisti principali: Claudio Gioè che interpreta Saverio Lamanna, Ester Pantano (intervistata nelle pagine del numero 27 di Bianca Magazine) è Suleima e Domenico Centamore nel ruolo di Peppe Piccionello. Lamanna ritornato nella sua terra d’origine dopo essere stato licenziato, insieme agli altri due compagni di avventure, veste i panni dell’investigatore privato muovendosi agilmente in una meravigliosa Sicilia che fa da cornice.

Sovrastato dalla maestosità del Monte Cofano, il delizioso borgo di Macari e il suo incantevole golfo sono immersi in una natura incontaminata. Un luogo in cui potersi immergere in uno straordinario ambiente naturale, tra silenziose calette di ciottoli, imponenti falesie e grotte piene di fascino e mistero, ideale per escursioni e passeggiate in bicicletta o a cavallo, è la meta migliore per il relax. Piccole e meravigliose insenature come Isulidda, Bue Marino e Cala Rosa da scoprire. Due imponenti torri d’avvistamento narrano storie di avventure piratesche e d’amore. Alle sue spalle si stagliano maestosi i monti della Riserva dello Zingaro e una parete di falesie, creando una quinta incredibile. Una destinazione che rimarrà nel cuore grazie ai suoi tramonti indimenticabili, angoli di mare unici, pieni di bellezza e fascino.

Vivaci boungaville e profumati fiori di gelsomino cingono le case del piccolo paradiso naturale nel Mediterraneo che è San Vito Lo Capo, uno scrigno ricco di emozioni uniche. Per non parlare dello splendido mare dalle diverse sfumature di blu, tanto che al suo litorale sono state assegnate le 5 Vele nel 2019 da Legambiente e dal Touring Club per la limpidezza delle acque e i servizi in spiaggia, mentre ai fondali bassi sabbiosi, adatti per i più piccoli, i pediatri italiani hanno assegnato la Bandiera Verde. Qualche chilometro più avanti da San Vito Lo Capo è possibile ammirare uno scorcio di costa mozzafiato, alternandosi tra rocciosa e sabbiosa, prima di tuffarsi in mare: la baia di Santa Margherita. Poco distante si trova Castelluzzo, piccolo borgo incastonato nella Valle degli Ulivi, con i suoi sentieri che si arrampicano tra fichi d’india e fiori mediterranei, a pochi passi dal mare, conserva un ambiente ancora intatto in cui il tempo è scandito da semplici ritmi naturali, consigliato per il turismo naturalistico e rinomato per una delle sue tante eccellenze, come l’olio, la cui fragranza particolare è data principalmente dalla buona qualità dei terreni. Ogni anno si tiene un evento dedicato alla cucina popolare e ai suoi sapori, Baglio Olio e Mare. Sullo sfondo si staglia la silhouette del Monte Cofano. Un territorio compreso fra due riserve naturali, quella di Monte Cofano, da una parte, e quella dello Zingaro, dall’altra, lo proteggono e lo rendono unico.

Un angolo di Sicilia, che fa da contraltare ai luoghi cui siamo abituati vedere nella fiction del Commissario Montalbano, tutto da scoprire: oltre a Macari, Castelluzzo, San Vito Lo Capo, anche Trapani con le sue splendide saline, il borgo medievale di Erice, l’antica Segesta e la Riserva dello Zingaro. Meravigliosi colori cangianti del mare, spettacolari tramonti, panorami mozzafiato, luoghi straordinari e gustosi sapori renderanno indimenticabile la visita in uno dei territori più belli della Sicilia occidentale.

Roberta Procida «Sono una donna coraggiosa, passionale e vitale»

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Adolfo Franzò

Esuberante, molto femminile, dalla bellezza mediterranea. Lei è Roberta Procida, attrice palermitana da anni trasferitasi a Roma con una prestigiosa carriera artistica: dal teatro (Aggiungi un posto a tavola di Pietro Massaro, Da Nazaret una stella… la vita di Mario Pupella) alle fiction tv (Squadra Antimafia, Il restauratore, Il Giovane Montalbano 2, Squadra mobile, Libero Grassi, Garibaldi, Rocco Schiavone, ecc.), dal cinema (Moschettieri del re di Giovanni Veronesi, The Job divisione NOAT di George e Nicolas Molinari, Fuori dal coro di Sergio Misuraca) ai cortometraggi e agli spot pubblicitari. Oltre ad essere una brava attrice è anche felicemente mamma di Elia, un bambino sensibile e speciale che le dà tanta carica e con cui trascorre gran parte del suo tempo. Ci racconta di sé durante una piacevole e allegra chiacchierata.

«Sono una donna coraggiosa, passionale e vitale. Sono capace di risalire, di reinventarmi, di non perdere mai la forza. Ritengo siano qualità importanti nel nostro mondo, in cui non vi è nessuna certezza e si vive alla giornata. È un mestiere ricco di stimoli, ogni volta è bello scoprire un nuovo personaggio, affrontare una nuova avventura, lavorare con un nuovo regista. Questa è l’avventura di noi attori».

La passione per la recitazione l’ha scoperta in tenera età più che altro inconsapevolmente, ma per evadere dalla realtà.

«Da bambina per qualche anno sono cresciuta in un collegio di suore per varie vicissitudini. Per fortuna in collegio si faceva tanta arte: si disegnava, si cantava, si recitava. Non volendo accettare quella decisione seguivo tante discipline, mi appigliavo a tutte quelle attività che mi facevano entrare in un mondo tutto mio. Imparare a memoria quelle cose e salire su un palco era il mio obiettivo. Rappresentava un modo diverso di comunicare. Una volta giunta a Roma è stato significativo e per me rappresenta una mia «seconda nascita» l’ingresso nel gruppo di «terapia dei sogni», guidato dallo psicoterapeuta Giovanni Sneider, dove ho trovato dei coraggiosissimi compagni di viaggio. La recitazione è un’espressione, un prolungamento di me stessa, non posso farne a meno».

In tanti anni di carriera ha interpretato diversi ruoli, facendo tanta esperienza, ma soprattutto vivendo forti emozioni.
«Arrivando dal Teatro Biondo porto nel mio cuore grandi emozioni, il cinema però mi ha fatto sognare sin da bambina, quando l’ho scoperto sono andata fuori di testa. Il cinema racconta storie con un tocco di magia. Mentre la tv ti dà un messaggio istantaneo, il cinema diventa una finzione bellissima, sembra qualcosa di inarrivabile. Sono legata a due personaggi, uno nello spettacolo teatrale Aggiungi un posto a tavola che portammo in giro per l’Italia in cui interpretavo Consolazione, l’altro è Serena, una donna sicula molto sfacciata, senza filtri, senza mezze misure, passionale, che gioca con il corpo per conquistare tutto e tutti, nel Giovane Montalbano 2 per la regia di Gianluca Tavarelli. Un film che amo tantissimo e che ritorna sempre nella mia vita è Ultimo tango a Parigi, di Bernardo Bertolucci, in cui la protagonista è Maria Schneider, forse perché sono stata anch’io un po’ così nell’approccio all’amore, questo incontrarsi per amarsi e non sapere dove si è. Mi piacerebbe interpretare un ruolo come quello della protagonista femminile del film tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti Ti prendo e ti porto via. Insomma mi piacciono le storie crude, sofferte, penso che tutti passiamo dalla sofferenza per arrivare da qualche parte. È importante fare tutto, per me va benissimo qualsiasi ruolo purché mi dia delle sensazioni belle. Adesso mi piacerebbe raccontare al cinema un personaggio interessante, lavorandoci con calma e gustarmelo, studiarlo per qualche mese. Anche le fiction, per questione di tempi, raccontano dei personaggi senza andare in profondità».

Come tanti che sono andati via dalla Sicilia anche Roberta Procida porta con sé il proprio bagaglio di ricordi nel cuore e di sicilianità.
«La Sicilia e i suoi profumi mi mancano tantissimo. Ciò che più mi manca è il mare, così come per chiunque anche per me che sono cresciuta vicino al mare è vitale, mi dà quella sensazione di spazio che pervade l’anima e la testa, è una visione interna che mi fa stare bene. È anche vero che dopo un po’ di tempo comincia a starmi stretta, proprio come Roma, mi viene di andare via. C’è tanto di siciliano in me: dall’accento ai lineamenti e ai capelli, dal modo di comunicare con gli altri ad avere una mentalità aperta. Per fortuna qui a Roma ho alcune amiche fantastiche come Victoria Raies (argentina ma che ha vissuto per dieci anni in Sicilia ed ha imparato il siciliano), Ester Vinci e Katia Greco con cui spesso ci ritroviamo e così si mischiano i vari accenti siciliani. Un modo per sentirsi quasi a casa».

Dopo il successo recente ottenuto in film e fiction, il fermo imposto dal Covid, adesso è pronta a cimentarsi in nuove avventure.
«Dopo I Moschettieri del re, ho partecipato ad un progetto per l’estero. In un docufilm tedesco interpreto Anita Garibaldi, un’altra esperienza stupenda. Essere stata nel cast di Rocco Schiavone e lavorare accanto a Marco Giallini e al regista Simone Spada è stata una bellissima esperienza. Il monologo «Io sono Covid-19» di Ciro Rossi, andato in giro per i festival on line, ha ottenuto migliaia di visualizzazioni e vinto tanti premi. Ad agosto sarò impegnata nelle riprese del film Purtedda, di Francesco Zarzana, sarò Concetta, nel ruolo drammatico di una figlia che ha perso la madre a Portella della Ginestra. In Nero a metà con la regia di Claudio Amendola, che andrà in onda a metà ottobre, interpreto Miriam, nella cui sartoria confeziona abiti da sposa, sfiorata dall’indagine per l’omicidio del fratello. Sto lavorando ad uno spettacolo teatrale con cui vorrei girare la Sicilia e l’Italia, ma ancora è in itinere così come tanti altri progetti rimasti bloccati a causa della pandemia».

Rita Abela: «Il teatro è stato il mio maestro»

di Omar Gelsomino   Foto di Riccardo Ghirlandi

Dal teatro al cinema e alla TV il successo per l’attrice siciliana Rita Abela è stato un continuo crescendo. Ha lavorato con importanti registi come Moni Ovadia, Krzysztof Zanussi, Irene Papas, Roberto Andò per arrivare al cinema con Pupi Avati nel film ‘Le nozze di Laura’ e nella serie TV ‘Il Cacciatore’. Nelle scorse settimane è stata una delle protagoniste del film prodotto da Ascent Film e Rai Cinema ‘Il mio corpo vi seppellirà’ per la regia di Giovanni La Pàrola e distribuito sulle piattaforme digitali.
Nel film in costume Rita è Ciccilla, una donna che diventa brigantessa alla ricerca della vendetta e vendicandosi acquista la propria libertà. Lo scenario è un western garibaldino ambientato nel regno delle due Sicilie nel 1860, che celebra il cinema di genere e rende protagoniste le donne. Andiamo a conoscere meglio Rita Abela che si racconta ai lettori di Bianca Magazine.

 

Quando è nata la passione per la recitazione?
«Ero una ragazzina, andavo in seconda media, un professore a scuola mi propose di partecipare ad un laboratorio teatrale e la mia vita è cambiata. L’emozione che ho provato in quel primo debutto me la porto dentro ancora oggi, è la mia compagna silenziosa un istante prima di entrare in scena, mi ricorda ogni volta che la trama del mio percorso personale e professionale affonda le radici in quel cuore di bambina e faccio tutto il possibile per prendermene cura ogni giorno».

Cosa rappresenta per te il teatro?
«L’inizio. Il teatro è stato il mio maestro perché mi ha insegnato il valore del ‘qui e ora’ e poi grazie al teatro ho avuto l’occasione di stare accanto a dei giganti. Li ho osservati, studiati, respirati. Il teatro mi regala sempre la gioia di provare l’incanto, sia da attrice che da spettatrice. Credo che oggi più che mai sia necessario vivere questo atto collettivo di emozioni condivise che ti avvicina a degli sconosciuti, persone che magari non incontrerai mai nella vita ma che per due ore sono state complici e testimoni insieme a te di un fatto artistico, di una magia che si è creata quella sera, in quella sala, in quel momento. Il teatro parla una lingua universale, ingentilisce l’animo, è un ottimo esercizio all’empatia».

Ci racconti l’esperienza di essere diretta da Pupi Avati?
«Indimenticabile. Mi ha insegnato a lavorare in sottrazione, ho imparato tantissimo da lui anche vedendolo dirigere i colleghi quando non ero in scena. Ricordo che una notte in mezzo alla campagna, in una scena in cui si celebrava un matrimonio, c’era un’atmosfera così sospesa e surreale che non mi sono accorta dello scorrere del tempo, perché quello che stavo vivendo era un tempo di qualità, sembravano dieci minuti e invece erano passate quattro ore».

Dopo anni di teatro come è stato debuttare al cinema?
«Bellissimo perché recitare davanti a una macchina da presa richiede un approccio diverso ma altrettanto totalizzante. È come visitare un’ala nuova di un museo, affronto i due mezzi con il medesimo entusiasmo e anzi, essendo per natura una persona molto curiosa, mi piacerebbe sperimentarne di nuovi, esplorare le svariate possibilità che questo bellissimo mestiere offre».

Ci parli del tuo ruolo in ‘Il mio corpo vi seppellirà’?
«Ciccilla è un personaggio segnato dentro, la sua giovane età è stata violata, privata dell’innocenza ma anche della libertà, nessuno l’ha protetta, ha dovuto imparare a difendersi da sé ed essendo priva di quegli strumenti che permettono di elaborare certi traumi, ha usato l’unico linguaggio che conosceva, la violenza appunto, per vendicarsi. E reiterando certi gesti mette in atto il tentativo di riappropriarsi un po’ alla volta di sé stessa e della propria identità. Terra e sangue le impastano l’anima e forse per lei la parola ‘domani’ non esiste: esiste l’oggi, fatto di caccia e protezione per sé e per il gruppo di Drude che vive come una famiglia».

Come è stato rappresentare una donna in cerca di vendetta? Sino a che punto ci si può spingere per vendicarsi?
«È stato un lavoro difficile ed interessante. L’ho affrontato senza giudizio perché ritengo che sia questo il modo più giusto di approcciarsi all’interpretazione di storie così terribili. La vendetta non mi appartiene, è un meccanismo interiore molto distante da me perché la trovo figlia dell’attaccamento e quando impari a vivere le cose, le esperienze, i legami senza attaccamenti, riesci a nutrirti di quello che di bello e brutto possono darti e riesci a lasciare andare senza strascichi, senza sprechi di energia. Per me è molto più liberatorio lasciare andare che vendicarmi».

Quale ruolo interpreti nella nuova serie de ‘Il cacciatore’?
«’Il cacciatore’ è una serie meravigliosa, me ne sono innamorata da spettatrice sin dalla prima stagione, amo com’è scritta, girata, diretta, interpretata. Quando ho ricevuto la call in seconda stagione per Giusy Vitale, il personaggio che interpreto, ero al settimo cielo. Giusy è un personaggio controverso, è tra le prime donne nella storia della mafia siciliana ad essere messa a capo di un mandamento, quello di Partinico, anche se per un breve periodo».

Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Ci sono tante cose in cantiere, ma ti dico il mio progetto più importante: essere felice».

Dopo l’estate la vedremo ne ‘Il Cacciatore 3’ in onda su Raidue diretto da Davide Marengo e poi sarà protagonista assoluta del cortometraggio dal titolo Big, produzione Nikada Film, ruolo per la regia Daniele Pini.

Vladimir Randazzo, da Ragusa ad “Un posto al sole”

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Giuseppe D’Anna/Fremantle

Classe ’94, carismatico, talentuoso e dallo sguardo accattivante. Il giovane attore Vladimir Randazzo, dopo essersi formato presso il Liceo Classico Umberto I di Ragusa e l’Istituto Nazionale Dramma Antico “Giusto Monaco” di Siracusa ha intrapreso la carriera attoriale facendosi apprezzare per le sue qualità umane, la sua recitazione e la sua caparbietà. Ha lavorato sul set cinematografico di “A mano disarmata” (2019), diretto da Claudio Bonivento; ha preso parte ad importanti allestimenti di tragedie greche e a numerosi lavori e tournée teatrali. Da qualche anno è un volto noto anche sul piccolo schermo: da “Squadra Antimafia” a “Il giovane Montalbano”, a “Un posto al sole”.

Da Ragusa, a Siracusa, a Roma. Da studente ad attore. Come è cambiata la tua vita negli ultimi anni?
«La mia vita è cambiata molto negli ultimi anni. Sembra incredibile a pensarci, ma è successo tutto velocemente. Ricordo i giorni d’accademia come fossero giorni presenti, il rapporto coi colleghi, ancora prima gli anni del Liceo a Ragusa. Ripensandoci adesso mi pare di aver spinto sull’acceleratore e di aver proprio chiuso gli occhi. Ma ricordo anche quanto impegno ci ho messo, quanta dedizione e passione ci vuole per credere in se stessi e fare questo mestiere».

Quando ti sei accorto che recitare fosse la tua strada?
«Ho pian piano scoperto un’attitudine. Sin da bambino ho sempre provato e giocato vestendo i panni di personaggi di fantasia, a volte creati sul momento. Utilizzavo oggetti, disegni, cantavo e urlavo. Poveri i miei genitori, mi viene da pensare. Focalizzandomi su di loro direi che in parte sono stati fautori di un sogno, mi hanno sempre dato fiducia e coraggio».

Hai un motto nella vita?
«Non ho un motto preciso, ma penso di poter dire che quando abbiamo un grande desiderio, bisogna combattere per realizzarlo. E fin qui è un concetto trito e ritrito…
Ma ciò che bisogna sforzarsi di fare è di non voler usare scorciatoie, di impegnarsi e di studiare. Avere coscienza di ciò che si può imparare negli anni, perfezionandosi, ci darà poi le fondamenta per essere degli ottimi professionisti domani, in tutti i campi. Forse ho trovato un motto, tra l’altro inerente al mio lavoro: “Non ci si improvvisa, ma si studia per improvvisare”».

Cosa ti affascina di Nunzio Cammarota, il personaggio che interpreti nella fiction “Un posto al sole”?
«Nunzio è un personaggio affascinante, senza dubbio. L’ho studiato, osservato nella mia testa. È un personaggio costantemente in bilico tra ciò che andrebbe fatto e ciò che sceglie di fare. Ammiro molto la sua capacità camaleontica grazie alla quale riesce ad adattarsi anche a condizioni non proprio comode e consone. Credo sia un personaggio molto entusiasmante da interpretare per un attore».

Fuori dal set, come è Vladimir?
«Fuori dal set sono a dir poco lontano anni luce dalle caratteristiche di Nunzio. Ascolto moltissima musica, studio pianoforte. Nei momenti liberi mi occupo molto dello studio, credo fermamente sia l’unica arma a mio favore. Mi piace molto trascorrere il tempo con gli amici. Dulcis in fundo, perché di cibo si parla, mi piace molto cucinare».

Cosa ti manca della Sicilia e quanto sei legato alla tua terra?
«Cara la mia Sicilia, ti vedo e tocco poco e niente da anni ormai. Sono molto legato alla mia terra e alle mie origini, sono molto legato al mio mare. Ma un compromesso che bisogna accettare, purtroppo, è che non si può trovare tutto ovunque. Per un attore è quasi scontato il viaggio, l’allontanamento da ciò che più ci conforta o da casa nostra. Ma si deve trovare casa propria anche nel lavoro. Questo periodo ci ha penalizzati specialmente per questo motivo, ci ha tolto ciò che ci identifica e che, a suo modo, ci fa sentire a casa».

Giovanna Criscuolo, quando l’ironia è una cosa seria

Articolo di Patrizia Rubino   Foto di Luca Guarneri

Solare, autentica e manco a dirlo con uno spiccato senso dell’umorismo, Giovanna Criscuolo, 46 anni, papà napoletano e mamma catanese, attrice e autrice teatrale, conduttrice radiofonica e recentemente anche scrittrice.
Un’artista dall’impareggiabile verve comica, ma capace di misurarsi anche in ruoli molto diversi tra loro, sempre alla ricerca di nuovi stimoli ed esperienze. Una carriera la sua, sbocciata al fianco del noto attore catanese Enrico Guarneri. Per anni insieme hanno divertito il pubblico siciliano in tv e al teatro ma dopo ben 12 anni decide d’interrompere questo sodalizio di grande successo, perché ha voglia di mettersi alla prova con altre sfaccettature della professione di attrice. Da lì le si presenteranno nuove opportunità: dal musical alla commedia, alle opere drammatiche più impegnate come il monologo sulla vita di Rosa Balistreri o un ruolo molto intenso nello spettacolo “Studio per carne da macello”, con oggetto la violenza sulle donne. Diverse esperienze anche al cinema, particolarmente esilarante la sua partecipazione nel film “La fuitina sbagliata”, insieme al duo comico palermitano “I soldi spicci”.

Teatro, tv, cinema, in quale dimensione senti di esprimerti al meglio?
«Amo il mio mestiere in tutte le sue possibili estensioni e ogniqualvolta affronto le diverse esperienze con lo studio e la preparazione specifica. Ma in ogni caso resto particolarmente legata al teatro, per me al di là della professione è quasi terapeutico. Nessuno crede, infatti, che io sia una persona particolarmente timida, ma il mio rapporto con il palcoscenico nasce proprio dal fatto che da ragazzina ero piuttosto chiusa, così per sbloccarmi ho cominciato a frequentare un laboratorio teatrale che si teneva a scuola e da allora non mi sono più fermata».

Sei anche autrice di monologhi teatrali e la tua irresistibile comicità trae spunto dalla quotidianità.
«Sì, nel mio spettacolo “Tutti sbagliano il mio cognome” racconto situazioni di vita tra marito e moglie, ovviamente da una prospettiva tutta femminile. Diciamo che per creare l’effetto comico esaspero leggermente la realtà, ma neanche poi tanto, visto che tutte le volte, al termine della serata le signore mi fermano per confessarmi che con i loro mariti va proprio allo stesso modo. In effetti non invento proprio nulla, anch’io traggo ispirazione dalla mia vita di coppia e mio marito che ne è perfettamente consapevole, talvolta ha quasi timore a intavolare discussioni perché pensa che andranno a finire in uno dei miei monologhi».

Recentemente sei diventata anche scrittrice, come nasce quest’esperienza?
«Si tratta di un’opera a quattro mani che ho scritto insieme a Filippo Di Mauro, un mio caro amico medico che ha voluto coinvolgermi in questo progetto. Un thriller psicologico dal titolo “Rifrangenze” sul quale abbiamo lavorato per oltre un anno, perché ho voluto informarmi, studiare ed approfondire. Attraverso la storia dei due protagonisti, raccontiamo una sorta di viaggio nell’animo umano, che ho amato moltissimo».

Tornando al tuo lavoro di attrice, il tuo settore è probabilmente tra quelli più colpiti da questa pandemia. Come stai affrontando questo periodo di fermo?
«Inizialmente pensavo si trattasse di una circostanza momentanea. Poi quando ho compreso la gravità della situazione e l’impossibilità di lavorare ho avuto una sorta di crollo emotivo che però ho affrontato sin da subito. Ho cominciato anche a tenere un diario proprio per non incupirmi. L’ estate scorsa il lavoro era ripreso seppur con tanti limiti, ma con l’arrivo dell’autunno abbiamo nuovamente dovuto affrontare un altro fermo e ancora oggi le nostre vite e le nostre carriere sono come sospese. Però non mi sono persa d’animo e ho iniziato ad utilizzare i social. In primis per comunicare al pubblico che io esisto e resisto e poi per regalare qualche sorriso e un po’ di leggerezza con dei miei brevissimi video dove con la mia solita ironia sdrammatizzo momenti di vita comuni a tutti».

Stella Egitto, le mille vite per nutrire la passione per la recitazione

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Maddalena Petrosino

Simpatica, talentuosa e preparata. Sono solo alcune delle caratteristiche di Stella Egitto, giovane attrice siciliana, che hanno fatto di lei un’artista molto apprezzata. Interpretando ruoli diversi tra loro e con una solida formazione teatrale vanta tante collaborazioni con i più grandi registi italiani: Muccino, Pif, Vernia, Uzzi, Capucci, Castaldi, Virgilio, Sironi e tanti altri.

Abbiamo incontrato Stella Egitto per fare una lunga chiacchierata e scoprire tante cose su di lei e dei suoi progetti. «La passione per la recitazione è nata frequentando il Liceo Scientifico di Messina, quando i professori ci fecero studiare dei testi di drammaturgia. Da li è iniziato il mio desiderio di seguire tutti i laboratori teatrali possibili, da quello liceale al Teatro Libero a tanti altri. Come regalo di diploma mamma mi regalò un mese in America e in valigia misi anche “Storia del teatro drammatico” di Silvio d’Amico, uno dei libri per la preparazione alle selezioni dell’Accademia. Lo portai con me e lo studiavo in contemporanea all’inglese per entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e al Teatro Piccolo di Milano. Avevo chiaro cosa volevo fare, il mio desiderio era studiare quella materia e metterla in pratica, così affrontai le selezioni e scelsi l’Accademia. Mi trasferii a Roma e da quel momento la mia vita è cambiata. Studiare e lavorare per tante ore al giorno, imparare dai compagni con più esperienza è stata un’occasione di incontri formativa molto importante. Pian piano presi coscienza di quanto fosse importante la disciplina dell’accademia per me e la mia professione. Recitare significa ri – citare, rendere vivo un testo scritto, un linguaggio, un carattere che fa parte di una storia e trovare dei punti di congiunzione, come Stella Egitto può dare corpo e voce a quella struttura. Questo in sintesi è il mio mestiere. Raccontiamo storie e solo quando arrivano al pubblico sappiamo di aver fatto bene, ciascuno nella propria consapevolezza del proprio strumento, delle proprie capacità».

Non è affatto facile come sembra: occorre tanta preparazione, costanza e capacità di adattamento, ci spiega Stella Egitto. «È un mestiere difficile, va affrontato con grande senso della responsabilità. Impari che i treni non passano più di una volta nella vita, non ti puoi permettere di farti trovare impreparato. Ogni giorno noi attori rubiamo qualcosa da quello che vediamo, l’afferriamo e lo portiamo nelle nostre storie. Bisogna essere connesse con le cose che arrivano di continuo, ma devi essere sincera con te stessa. In questo mestiere, il mio è un tipo di approccio artigiano, spero nel senso più nobile del termine: mi rimbocco le maniche, lavoro e studio».

Diversi i ruoli interpretati nella sua giovane carriera, sempre in maniera eccellente, trovando gli apprezzamenti del pubblico e della critica. «I ruoli che amo interpretare maggiormente sono quelli più lontani da me, scomodi, a volte in antitesi con il mio aspetto armonico e rassicurante. Mi piace quando c’è da scavare in situazioni, ambienti e dinamiche che non conosco personalmente, ma possano far parte del mio bagaglio di esperienze. Più un ruolo è a me lontano, più mi metto alla prova e più è stimolante. Nel mio cuore porto il ruolo di Rosaria nel film “Malarazza” di Giovanni Virgilio, un film girato interamente a Catania, nei quartieri di Librino e San Berillo. Interpreto il ruolo di una giovane madre che vive in periferia, per questo ho avuto la necessità di approfondire un contesto a me sconosciuto, con una preparazione fuori dall’ ordinario. Un film molto forte, in cui ho lavorato con colleghi strepitosi come Lucia Sardo, che nel film interpreta mia madre, Paolo Briguglio invece è mio fratello. Un incontro stupendo e con cui lavorerò a breve in un nuovo film di Giovanni Virgilio, I racconti della domenica, con un cast stellare. Mi piacerebbe tanto esplorare la dimensione delle malattie mentali, perché non l’ho mai fatto, trovo che il cervello e la psicologia possano regalare delle sfaccettature drammatiche ed infinite. Da poco ho finito di girare “Mio fratello, mia sorella”, di Roberto Capucci, che uscirà su Netflix. È interessante quando il tuo mestiere diventa un’ occasione di studio, perché comprendi l’importanza e la responsabilità nell’interpretare un ruolo».

Destreggiandosi abilmente fra teatro, cinema e televisione ha saputo imporsi nel mondo dello spettacolo ponendo le basi per una carriera già fiorente ed essere amata dal pubblico. «Il teatro è la mia matrice, la mia casa, il mio primo amore, il motivo per cui è iniziato tutto. Sono stata fortunata perché ho lavorato con registi che mi porto nel cuore. Il cinema è un altro linguaggio, il mestiere è lo stesso cambia solo la distanza dell’interlocutore, la dinamica della costruzione. Io faccio tanto cinema indipendente, preferisco le opere prime, i ruoli succulenti in cui si crea un micromondo dove occorre preparazione e studio. Di recente ho finito di girare una fiction molto bella, è una macchina più grossa, c’è più fretta e meno libertà, ma se hai trovato la tua strada e lavori con un bravo regista è ancora più bello».

Ruoli intrisi in un modo o nell’altro di sicilianità, quel quid in più. «Sono legatissima alla mia terra, sono innamorata pazza, forse è necessario andare via per amarla tanto. La Sicilia è l’isola madre di tradizioni, terra, mare, collina e diventa il luogo dove nascono e si sviluppano delle storie incredibili. Lavorare in Sicilia ogni volta mi riempie di gioia, mi sento assolutamente figlia di quella terra, tutte le volte che posso torno volentieri».

Prima di ritornare a studiare i nuovi copioni ci svela i suoi progetti futuri. «Voglio viaggiare il più possibile, girare tutti i continenti per conoscere altre culture. A breve sarò impegnata ne “I racconti della domenica”, un film che sarà girato in Sicilia e racconterà 40 anni di storia, e in un altro di cui per ora non posso dire niente. Voglio godermi le uscite dei progetti in cui ho lavorato finora».