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Andrea Lo Cicero, la delicatezza dell’ex pilone tra cucina, zafferano e filosofia

Articolo di Patrizia Rubino

Una carriera straordinaria nel rugby, con ben 103 presenze in nazionale, Andrea Lo Cicero, catanese, 45 anni, detto “Il Barone” per le sue origini nobiliari, nel 2013 lascia l’attività sportiva e decide d’intraprendere un nuovo percorso, riuscendo a fare della sua passione per la cucina e per la terra, non soltanto la sua nuova dimensione professionale ma anche una vera e propria filosofia di vita. E in questo racconto vedremo che la parola “filosofia” avrà il suo perché. Carisma e simpatia gli consentono di diventare un personaggio televisivo con il reality Giardini da Incubo, Celebrity Masterchef e La Prova del Cuoco, condotto da Elisa Isoardi. Il suo rapporto con il piccolo schermo continua a rappresentare un aspetto importante della sua attività professionale, attualmente è presente su Sky con L’isola del Barone e l’Erba del Barone, ma è la sua tenuta agricola, situata nella provincia di Viterbo, in cui vive con la moglie e il loro bimbo di due anni, il luogo dal quale trae energie ed ispirazioni.

Hai viaggiato per tutto il mondo e vissuto in grandi città, come nasce la scelta di vivere nella campagna laziale?
«Da una parte si tratta di una scelta logistica, sono molto vicino a Roma e raggiungo facilmente Milano, i luoghi in cui registro i programmi televisivi, ma è principalmente il mio fortissimo amore per la terra e la riconoscenza verso i suoi straordinari prodotti, che mi ha spinto a scegliere la campagna, qui la vita è sana e rigenerante. Nella mia azienda “I Scecchi” produco principalmente zafferano, mi occupo dell’orto ed allevo per l’appunto asini. Sono animali straordinari dai quali si può imparare tantissimo. Insieme a mia sorella, che è psicoterapeuta, diamo la possibilità a bambini con disabilità lieve di instaurare un rapporto con queste meravigliose creature. Si tratta di una relazione graduale che porta il bambino a prendersi cura dell’asino e quest’ultimo a fidarsi delle sue attenzioni. I benefici sono assolutamente vicendevoli».

L’impegno nel sociale è sempre stato presente nella tua vita.
«Da giovane a Catania sono stato volontario della Croce Rossa. Erano gli anni Novanta e si registravano frequentemente omicidi ed episodi di gravissima violenza, per mano dei clan mafiosi. Spesso erano coinvolti giovani che magari conoscevo di vista, ma che purtroppo avevano fatto scelte di vita devianti. Ho sempre pensato che lo sport, specie per i ragazzi, possa svolgere un’importante azione educativa tesa al rispetto delle regole. Come ambasciatore Unicef, ruolo che ricopro da circa dieci anni, cerco di promuovere il più possibile questo importante messaggio».

A proposito di Catania, com’è il tuo rapporto con la città e che mi dici della “Candelora d’oro”, massima onorificenza catanese, promessa e non assegnata?
«Il rapporto è viscerale, nel senso che ciò che sono, le mie passioni, il mio amore per la cucina e per la terra, sono il frutto della mia “catanesità”. Per quanto riguarda il premio, premetto la mia grande devozione a Sant’Agata e questo riconoscimento avrebbe significato per me oltre che un grande onore, un apprezzamento per quello che come catanese ho rappresentato con la mia carriera. Pur essendo stato ampiamente promesso, alla fine il premio non è arrivato».

Torniamo alla cucina. Sostieni di non essere uno chef professionista, ma a guardare i tuoi programmi tv non sembrerebbe.
«Ho sempre amato cucinare per passione; il cibo, la convivialità per me sono il sale della vita. La curiosità e la voglia d’imparare mi hanno spinto poi a perfezionare le mie abilità culinarie. Con le lezioni di Igles Corelli, chef pentastellato, scopro sempre più che la cucina è creatività, tecnica ma anche evoluzione».

Concludiamo la nostra chiacchierata parlando di filosofia.
«Nel 2019 ho voluto riprendere gli studi – da ragazzo avevo tentato con Medicina – iscrivendomi a Lettere e Filosofia. All’inizio non è stato semplice, però pian piano sono entrato nel meccanismo e la mia mente ed i miei pensieri ne stanno giovando tantissimo».

 

Massimo Tringali, Executive Chef all’Armani di Parigi

Articolo di Alessia Giaquinta

È figlio della Sicilia Massimo Tringali, l’executive chef – quattro volte insignito della prestigiosa Stella Michelin – del ristorante “Armani” di Parigi.

È partito da Augusta nel 2001 per approdare a Parigi, passando anche per la Corsica. Le numerose esperienze davanti ai fornelli lo forgiano e danno identità ai suoi piatti dove tradizione e modernità si incontrano in un’ esplosione di sapori capaci di attivare i ricordi, di raccontare i luoghi, di innescare emozioni. Nel 2015 conosce quello che lui definisce “uno degli incontri più importanti della mia vita, un vero ambasciatore della gastronomia italiana in Francia, capace di farmi innamorare ancor di più del mio mestiere indicandomi la via da seguire”: Massimo Mori. Così intraprende l’avventura “Armani”, in uno dei ristoranti italiani più lussuosi della città francese.
Ad accompagnarlo, sin dall’inizio di questa esperienza sono altri due siciliani: Claudio Oliva, il mio Sous Chef di Solarino e Antonino Di Stefano il mio Chef Pasticcere di Avola.

Per il quarto anno consecutivo “Stella Michelin”…
«Confermare per il quarto anno consecutivo la nostra stella Michelin, in un anno delicato come quello che stiamo vivendo, assume un significato ancora più importante per noi. Il nostro in fondo è un lavoro di artigianato, un mestiere antico dove ci si sporca le mani. Ogni traguardo ha sempre un sapore speciale. Sono la stessa persona che ero nel febbraio del 2018, quando appresi la notizia che la Michelin avrebbe premiato il nostro lavoro con la prestigiosa Etoile. Siamo stati l’unica brigata italiana di Francia a ricevere la stella nel 2018, ne siamo orgogliosi. Credo che questo sia l’insegnamento che posso dare ai miei ragazzi: rimanere se stessi senza scalfire la passione che ci permette di affrontare un lavoro duro come quello della ristorazione».

Quali sono gli ingredienti base della tua cucina?
«Prediligiamo una cucina sana. Il nostro spirito gastronomico rispetta le materie prime che utilizziamo e soprattutto le eccellenze italiane che il nostro meraviglioso Paese ci offre. Riceviamo prodotti da tutta l’Italia. L’ olio extra vergine d’oliva è sicuramente uno degli ingredienti più importanti della nostra cucina. L’anima di ogni ricetta che proponiamo».

Parliamo della Francia. Come ti trovi?
«Lavoro in Francia da più di dieci anni. Ho avuto esperienze in Corsica, isola che amo particolarmente. Fare cucina a Parigi è molto stimolante. Questa città è un po’ l’ ombelico gastronomico mondiale. Far conoscere la nostra storia attraverso la cucina è una grande responsabilità. Rimaniamo fedeli alle nostre radici».

Da Augusta a Parigi. Quanto ti manca la tua terra?
«La Sicilia ha un magnetismo particolare nei miei confronti. A volte ho come l’impressione che non mi manchi davvero, ma ogni qualvolta scendo dalle scalette dell’aereo e poggio i piedi per terra ho come l’impressione che una parte di me si risvegli da uno strano letargo».

Come fai “vivere” la Sicilia attraverso i tuoi piatti?
«Proponiamo piatti di tutte le regioni d’Italia, ma com’ è normale che sia alcuni ingredienti appartengono al mio DNA più di altri. L’ origano, i capperi di Salina, il gambero rosso di Mazara, l’olio extra vergine di oliva Settembrino, il fior di sale di Trapani e così tutte le altre eccellenze che la nostra splendida isola ci regala».

Che rapporto hanno i francesi con la cucina italiana?
«I francesi amano la cucina italiana. Cerco di raccontare ai nostri clienti gli ingredienti che utilizziamo facendo nomi e cognomi delle persone che con fatica e dedizione portano avanti il Made in Italy. Un filo conduttore che passa dalle mani degli agricoltori, dei produttori di olio, di vino e di tutte le specialità italiane fino ad arrivare sui nostri fornelli. Il nostro lavoro è quello di accompagnare con rispetto queste materie prime fino ai nostri clienti».

 

La pianista e compositrice siciliana Giuseppina Torre insignita del titolo di Cavaliere della Repubblica

di Omar Gelsomino

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con proprio decreto in data 27 dicembre 2020, su segnalazione della Prefettura di Ragusa, ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “al merito della Repubblica Italiana” alla pianista e compositrice siciliana GIUSEPPINA TORRE, già nostra ospite in passato sulle pagine di Bianca Magazine. Nel corso di una cerimonia svoltasi al Palazzo del Governo di Ragusa è stata assegnata dal Prefetto Filippina Cocuzza l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “Al Merito Della Repubblica Italiana” anche ad altri cittadini distintisi per il loro impegno professionale e sociale profuso nei confronti della comunità iblea e che si sono resi benemeriti nei confronti della Repubblica.

Tra i premiati vi è Giuseppina Torre che si è contraddistinta negli anni con la sua musica e le sue composizioni che hanno conquistato anche il pubblico americano. Una carriera che ha le sue origini da Vittoria, provincia di Ragusa, dove Giuseppina Torre è nata, cresciuta e ha intrapreso gli studi musicali. «Questo è per me l’onore più grande della mia vita, il riconoscimento più prestigioso che si possa ricevere dalla propria Patria – afferma Giuseppina Torre – Dedico questa onorificenza ai miei genitori che, con enormi sacrifici, mi hanno sempre sostenuto a perseguire quello in cui credo e a dedicarmi alla mia più grande passione, il pianoforte. Ringrazio il Prefetto di Ragusa la Dott.ssa Filippina Cocuzza, per la stima dimostratami».

Giuseppina Torre ha vinto numerosi premi negli Stati Uniti: Los Angeles Music Awards (“International Artist of the Year” e “International Solo Performer of the Year”), Akademia Awards di Los Angeles (“Ambiental/Instrumental”) e 5th I.M.E.A. Awards 2018. La pianista e compositrice siciliana ha tenuto concerti in Italia e all’estero, suonando per Papa Francesco in occasione del Concerto dell’Epifania andato in onda su Rai 1 (2014) e in Vaticano presso la Casina di Pio IV – Pontificia Accademia delle Scienze alla presenza del Cardinale Lorenzo Baldisseri (2017). Opening act del concerto de Il Volo all’Arena di Verona (24 settembre 2019) e protagonista delle ultime edizioni di Piano City Milano (2019), Piano City Palermo (2019), e Piano City Napoli (2020). Ha all’attivo due album: “Il Silenzio Delle Stelle” (Sony Music Italia, 2015) e “Life Book” (Universal Music Italia, 2019) ed è autrice delle musiche del docu-film “Papa Francesco – La mia Idea di Arte” (Walkman Records, 2018).

Giuseppina Torre inoltre è da sempre impegnata nella lotta contro la violenza sulle donne e da anni sostiene importanti iniziative nazionali di sensibilizzazione e partecipa a concerti di beneficenza. Il suo ultimo album “LIFE BOOK”, pubblicato da Decca Records e distribuito da Universal Music Italia, è disponibile in tutti i negozi, in digital download e sulle piattaforme streaming (https://udsc.lnk.to/CNP8Ab8S). Prodotto da Giuseppina Torre e Davide Ferrario, mixato e masterizzato da Pino “Pinaxa” Pischetola e registrato presso Griffa & Figli e Frigo Studio, l’album “Life Book” racchiude 10 composizioni inedite, con musiche composte ed eseguite da Giuseppina Torre, che raccontano le suggestioni, i pensieri e il vissuto dell’artista negli ultimi anni, come un vero e proprio “racconto di vita” in musica: “Rosa tra le rose”, “La promessa”, “Gocce di veleno”, “Dove sei”, “The golden cage”, “Siempre y para siempre”, “Mentre tu dormi”, “My miracle of love”, “Un mare di mani”, “Never look back”. Di quest’ultimo brano ecco il video, girato da Umberto Romagnoli con la direzione artistica di Stefano Salvati nella meravigliosa cornice delle valli di Comacchio (Ferrara).

Valentina Mattia: «Scrivere mi aiuta a superare le difficoltà della vita»

di Omar Gelsomino

Complici senza destino” segna il ritorno in libreria di Valentina Mattia. L’autrice siciliana, nata a Caltagirone, da anni vive a Cuneo con la sua famiglia, scrive romanzi e poesie. Esordisce nel 2014 col suo primo romanzo Intimo ritratto (edizioni Araba Fenice Libri) partecipando al Salone Internazionale del Libro di Torino ha vinto il premio “Il Ponte” dell’associazione culturale “La Sicilia e i suoi amici in Lombardia”. Nel 2017 si è classificata terza nella sezione Prosa dell’Antologia di narrativa e poesia edita da Primalpe Cuneo e l’anno successivo con la stessa casa editrice ha pubblicato il suo secondo romanzo, Alice Schanzer l’alambicco dei ricordi, ispirato alla poetessa e critica letteraria Alice Schanzer in Galimberti. Ha frequentato una scuola di teatro e di dizione, il corso completo di Nati per Leggere a cura di Sillabaria – Semi di Libro e un laboratorio di scrittura. Fa parte del comitato di lettura degli adulti per il Premio Primo Romanzo città di Cuneo. Valentina Mattia con la sua penna molto delicata in “Complici senza destino” (Golem Edizioni, 2020) ci accompagna alla scoperta di una storia d’amore complicata, fatta di sentimenti, di bisogni profondi, di imprevisti, di sospetti e di dolori. Un romanzo pieno di suspense, che il lettore divora alla ricerca di risposte anche se non sempre le risposte arrivano e sono chiare nell’indurci una qualsiasi scelta. Ha scelto Bianca Magazine per raccontare il suo rapporto con la scrittura, cosa rappresenta per lei e come nascono i suoi romanzi. Andiamo a conoscerla meglio.

Quando e perché hai iniziato a scrivere?
«Ho iniziato a scrivere nel 2008, dopo la nascita del mio terzo figlio. Non ricordo come ho fatto a trovarne il tempo, con altri due bambini da accudire. Stavo scrivendo una storia che poi ho ultimato per poter partecipare a un concorso letterario (il primo, per me) per racconti inediti. In tutta sincerità non so che cosa mi abbia spinta a scrivere. Sarà stata la lontananza dalla mia famiglia d’origine, dalla mia terra, dalle mie abitudini, da ciò che ero prima di trasferirmi al Nord. Forse avevo bisogno di uno spazio tutto mio, di assentarmi ogni tanto dalla quotidianità per vivere esperienze diverse, anche se solo apparenti. So che mi ha fatto bene e questo mi basta. Scrivere è stata ed è senza dubbio la mia valvola di sfogo».

Come nascono le tue storie?
«Nascono innanzitutto da un’idea. Senza idee la scrittura è debole, e può causare anche momenti di blocco. Nascono osservando i gesti, le situazioni, le persone, gli stati d’animo, i sentimenti. Mi definisco un’ottima osservatrice, amo i dettagli. Nei miei romanzi mi diverto a descrivere i gesti che fanno parte della quotidianità e che rendono la narrazione molto simile alla realtà. Una volta messa a fuoco la storia, mi soffermo sui personaggi, ne definisco il carattere e le sembianze. Fatto questo, do libero sfogo alle parole e marchio le pagine con il mio stile. Scrivere un romanzo è complicato, tanti sono gli elementi da tenere in considerazione: tempo, concentrazione, studio, ispirazione. Allo stesso tempo, però, è affascinante, adrenalinico, appagante».

Quanto c’è di autobiografico?
«Dipende. A volte c’è tanto di me, altre volte poco. Diciamo che vivo in ogni storia che scrivo, e questo mi piace moltissimo. Ogni volta, il mio, è un viaggio diverso nel tempo. La stessa cosa mi succede con la lettura. In genere, comunque, cerco di distaccarmi dalla storia, di seguirne solo la regia, anche se non sempre ci riesco. Qualcosa di me ‒ qualità o difetto ‒ diventa parte integrante di qualche personaggio. È come rivedersi allo specchio, non sempre ci si piace. A palesarsi è senza dubbio il mio attaccamento verso l’amata Sicilia. In ogni libro che ho scritto, infatti, è venuto sempre fuori qualche elemento che la descrive. Ho l’impressione che quando ci si allontana da un luogo, poi questo lo si apprezza di più. Non è così? A me è capitato».

Quale valore ha per te la scrittura?
«Ha un valore altissimo. È diventata parte integrante delle mie giornate. Scrivere mi aiuta a superare le difficoltà della vita, incrementa le mie conoscenze, mi migliora come persona, accorcia le distanze. Non so se per gli altri scrittori è lo stesso, per me rappresenta un diversivo dalla realtà, un’opportunità da cogliere sempre al volo, una scommessa con me stessa, l’immunità alla solitudine e alla noia».

Quale messaggio vuoi lanciare?
«Quando si pianifica un’Opera letteraria bisogna avere ben chiaro il suo costrutto. A volte sono necessari numerosi tentativi, alcuni anche a vuoto, per delineare il progetto finale. La perseveranza alla lunga gratifica. Ritornando al mio caso… Questi anni, dal 2008 a oggi, sono stati d’oro, per me. Riconosco di essere migliorata molto, rispetto a quando ho iniziato, e ne sono contenta. Le diverse esperienze vissute ‒ partecipazione ai concorsi letterari, presentazione dei libri in librerie, biblioteche, associazioni culturali, interviste radiofoniche ‒ hanno messo da parte un po’ della mia timidezza, incoraggiandomi a proseguire il percorso intrapreso».

Qual è l’ultimo libro che hai pubblicato? Di cosa tratta?
«Si intitola “Complici senza destino” ed è stato pubblicato dalla casa editrice Golem di Torino. Dallo scorso cinque novembre in libreria, tratta diversi temi: amore, lontananza, malattia, separazione, differenze culturali e religiose. I personaggi principali sono Amhir e Nunziatina. Alla base di tutto c’è un amore fortissimo che sboccia quasi subito, urgente e famelico, tra i due ragazzi, un amore che sfida chiunque lo contrasti, che si oppone alle distanze e alle differenze di cultura e di religione che, invece sembrano avere un peso importante per le rispettive famiglie. Nella parte successiva sorgono i primi malumori, alcune freddezze di coppia, incomprensioni, distacchi. Arriva anche una malattia. I due ragazzi vengono risucchiati in un vortice che schiaccia tutto il bello di prima e che stravolge le loro esistenze. Uno dei due è in svantaggio e soffre più dell’altro. L’amore tra Amhir e Nunziatina si fa sempre più complicato, loro non sono più gli stessi di prima e si fanno la guerra, come due perfetti estranei. Ciononostante, ci sarà qualcuno della famiglia che non guarderà con distacco l’evolversi degli eventi, che vorrà riallacciare i rapporti con il genitore che se ne è andato via di casa troppo presto, che tenterà di accorciare le distanze tra di loro, che rimetterà ordine in famiglia».

Nei tuoi romanzi parli di amore, forte, tormentato, dilaniato, imprevedibile. Cos’è per te l’amore?
«L’amore racchiude tutta una serie di situazioni che possono portare la coppia a vivere momenti idilliaci oppure a diventare estranei l’uno per l’altra. L’amore è bello perché è imprevedibile, non si sa mai dove può portare. Se è forte vince su tutto, ma se è tormentato, dilaniato è meglio lasciarlo perdere. Nei miei romanzi l’amore spesso porta a compiere atti efferati, prende spunto dalla realtà. In ogni caso, offre una speranza. Nei cuori sanguinanti di qualcuno può nascere anche qualcosa di positivo».

Quali consigli daresti a un ragazzo per diventare scrittore?
«Gli direi prima di tutto di leggere molto. Con questa pandemia sono aumentate le persone che vogliono diventare scrittori. Un diritto sacrosanto, certo. Tuttavia, non bisogna improvvisarsi scrittori. Scrivere non è facilissimo. Come ho detto in precedenza, deve essere un’azione quotidiana, un esercizio da compiere con sacrificio e pazienza. È un po’ come andare in palestra. Ci si allena quasi tutti i giorni, ma i risultati si vedono soltanto alla fine. Lo stesso è per la scrittura. Oltre al talento occorrono esercizio e studio. Fatto questo, possono delinearsi le premesse per poter diventare uno scrittore».

A cosa stai lavorando?
«Ho ultimato un romanzo che proporrò all’editore. Nel frattempo, mi sto dando da fare valutando romanzi altrui e facendo l’editing su alcuni testi ancora inediti. Anche questa è una bella scommessa per me, è una passione sbocciata da poco, che mi sta permettendo di confrontarmi con gli altri autori e di affinare le tecniche della scrittura. È un lavoro impegnativo, non lo metto in dubbio, che richiede molta attenzione e precisione e che sacrifica buona parte del tempo libero. Chi lo sa, magari questa potrebbe diventare una professione a tutti gli effetti!».

Vladimir Randazzo, da Ragusa ad “Un posto al sole”

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Giuseppe D’Anna/Fremantle

Classe ’94, carismatico, talentuoso e dallo sguardo accattivante. Il giovane attore Vladimir Randazzo, dopo essersi formato presso il Liceo Classico Umberto I di Ragusa e l’Istituto Nazionale Dramma Antico “Giusto Monaco” di Siracusa ha intrapreso la carriera attoriale facendosi apprezzare per le sue qualità umane, la sua recitazione e la sua caparbietà. Ha lavorato sul set cinematografico di “A mano disarmata” (2019), diretto da Claudio Bonivento; ha preso parte ad importanti allestimenti di tragedie greche e a numerosi lavori e tournée teatrali. Da qualche anno è un volto noto anche sul piccolo schermo: da “Squadra Antimafia” a “Il giovane Montalbano”, a “Un posto al sole”.

Da Ragusa, a Siracusa, a Roma. Da studente ad attore. Come è cambiata la tua vita negli ultimi anni?
«La mia vita è cambiata molto negli ultimi anni. Sembra incredibile a pensarci, ma è successo tutto velocemente. Ricordo i giorni d’accademia come fossero giorni presenti, il rapporto coi colleghi, ancora prima gli anni del Liceo a Ragusa. Ripensandoci adesso mi pare di aver spinto sull’acceleratore e di aver proprio chiuso gli occhi. Ma ricordo anche quanto impegno ci ho messo, quanta dedizione e passione ci vuole per credere in se stessi e fare questo mestiere».

Quando ti sei accorto che recitare fosse la tua strada?
«Ho pian piano scoperto un’attitudine. Sin da bambino ho sempre provato e giocato vestendo i panni di personaggi di fantasia, a volte creati sul momento. Utilizzavo oggetti, disegni, cantavo e urlavo. Poveri i miei genitori, mi viene da pensare. Focalizzandomi su di loro direi che in parte sono stati fautori di un sogno, mi hanno sempre dato fiducia e coraggio».

Hai un motto nella vita?
«Non ho un motto preciso, ma penso di poter dire che quando abbiamo un grande desiderio, bisogna combattere per realizzarlo. E fin qui è un concetto trito e ritrito…
Ma ciò che bisogna sforzarsi di fare è di non voler usare scorciatoie, di impegnarsi e di studiare. Avere coscienza di ciò che si può imparare negli anni, perfezionandosi, ci darà poi le fondamenta per essere degli ottimi professionisti domani, in tutti i campi. Forse ho trovato un motto, tra l’altro inerente al mio lavoro: “Non ci si improvvisa, ma si studia per improvvisare”».

Cosa ti affascina di Nunzio Cammarota, il personaggio che interpreti nella fiction “Un posto al sole”?
«Nunzio è un personaggio affascinante, senza dubbio. L’ho studiato, osservato nella mia testa. È un personaggio costantemente in bilico tra ciò che andrebbe fatto e ciò che sceglie di fare. Ammiro molto la sua capacità camaleontica grazie alla quale riesce ad adattarsi anche a condizioni non proprio comode e consone. Credo sia un personaggio molto entusiasmante da interpretare per un attore».

Fuori dal set, come è Vladimir?
«Fuori dal set sono a dir poco lontano anni luce dalle caratteristiche di Nunzio. Ascolto moltissima musica, studio pianoforte. Nei momenti liberi mi occupo molto dello studio, credo fermamente sia l’unica arma a mio favore. Mi piace molto trascorrere il tempo con gli amici. Dulcis in fundo, perché di cibo si parla, mi piace molto cucinare».

Cosa ti manca della Sicilia e quanto sei legato alla tua terra?
«Cara la mia Sicilia, ti vedo e tocco poco e niente da anni ormai. Sono molto legato alla mia terra e alle mie origini, sono molto legato al mio mare. Ma un compromesso che bisogna accettare, purtroppo, è che non si può trovare tutto ovunque. Per un attore è quasi scontato il viaggio, l’allontanamento da ciò che più ci conforta o da casa nostra. Ma si deve trovare casa propria anche nel lavoro. Questo periodo ci ha penalizzati specialmente per questo motivo, ci ha tolto ciò che ci identifica e che, a suo modo, ci fa sentire a casa».

Ligama, lo street artist con il talento innato per la pittura

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Ligama

Muri e facciate di edifici al posto delle tradizionali tele per dipingere, insieme alla pittura al quarzo, alla creatività e al talento sono i fattori della Street Art. Uno dei più grandi artisti siciliani è Ligama. La sua arte, frutto degli studi all’Accademia di Belle Arti di Catania, è apprezzata in tutto il mondo: le sue opere, conservate in collezioni pubbliche e private, hanno ricevuto importanti riconoscimenti di critica, così come i murales realizzati in Italia e all’estero. Amministrazioni pubbliche e fondazioni, nei progetti di riqualificazione urbana, gli hanno affidato la realizzazione di murales dai temi più svariati, ma con un unico comune denominatore: la bellezza. L’intento è quello di promuovere territori, di creare itinerari identitari per valorizzare percorsi cittadini inesplorati attraverso lo storytelling e far riflettere con le sue straordinarie opere non solo iconiche.

Ligama racconta la passione per l’arte e la sua evoluzione. «Penso sia cresciuta insieme a me, prima in maniera quasi inconsapevole e infantile, poi prendendo sempre più consapevolezza dell’attrazione imprescindibile che mi legava alla pittura in maniera particolare. Ricordo quando frequentavo le elementari e le medie venivo usato (ride, ndr) per ogni concorso o manifestazione artistica scolastica o ministeriale… e a me andava benissimo perché potevo lasciare le lezioni e dedicarmi solo ai disegni. Posso dire che quelle sono state le mie prime commissioni, seppur non retribuite! Ripeto che la settorializzazione dell’arte è utile a scopi didattici o analitici, ma non ha alcun senso per chi ci sta dentro. Ma se proprio devo, definirmi pittore è motivo di grande orgoglio per me, anche se ancora ce n’ è di strada da fare. Fare il pittore è una cosa seria, la disciplina e il continuo esercizio fanno sì che la pittura diventi arte, ma questo non spetta a me deciderlo. Ho a malapena il tempo per cercare di essere un buon pittore».

Il suo percorso formativo l’ha portato a passare dalla pittura alla Street Art. «Non sono passato, direi piuttosto di esser stato travolto dall’arte urbana. Vedendo questa generazione di fenomeni in grado di realizzare opere così imponenti e coinvolgenti, ho subito pensato: “Ok, voglio farlo anch’io!”. L’arte urbana permette un rapporto diretto con il pubblico (e in questo caso il pubblico coincide con la totalità dei passanti) senza filtri, senza infrastrutture, senza preamboli e senza alcun avviso. Un incontro continuo, inaspettato e stra-ordinario, che prescinde dall’ordinaria fruizione di un’ opera d’arte, che da sempre avviene all’interno di un museo. Ammiro e quasi invidio chi ha le idee ben chiare del proprio percorso artistico, io sono consapevole che quello che dipingo oggi è totalmente diverso da quello che dipingevo un anno fa. Questo significa due cose; o che sono in una fase di crescita e quindi a una continua ricerca di una mia identità… o che continuo a sbagliare. In ogni caso ho fatto mio il proverbio che dice che “solo gli stupidi non hanno dubbi” ».

Bellissime opere prendono vita grazie all’ispirazione di Ligama. «Così come scegli cosa rappresentare in un quadro, in un film, in una canzone; sono il bisogno e l’urgenza a farti iniziare un lavoro. Per le opere pubbliche c’ è un approccio diverso legato a ovvie questioni burocratiche e legato anche all’importanza che do allo spazio circostante all’opera, alla storia del luogo e alle storie della gente. Il muro deve (quasi sempre) appartenere a chi ne sarà il vero custode, gli abitanti. Per questo cerco di lasciarmi ispirare dai luoghi. La mia ricerca ha forse bisogno di non andare più da nessuna parte; credo che devo un attimo fermarmi e analizzare meglio quanto finora fatto, per capire gli errori e soprattutto per decidere cosa voglio davvero fare da grande». Prima di congedarsi da noi Ligama ci svela i suoi progetti futuri. «Ancora muri per un po’, poi mi rinchiuderò in studio per sperimentare più accuratamente le tecniche e cercare di imparare davvero a dipingere».

Aurora Padalino: «L’importanza di amarsi per amare».

di Omar Gelsomino

Amarsi, è il titolo del video scritto e curato da Aurora Padalino. “Amarsi è dedicarsi del tempo ogni giorno, senza sentirsi in colpa, guardarsi allo specchio, darsi il buongiorno con un bacio, un sorriso e mettere il rossetto…”. Sono queste le parole usate per il messaggio che la giovane attrice palermitana intende trasmettere in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Un messaggio rivolto alla donna che parte proprio dall’amore e il rispetto per se stessa. «Non sono i soldi o i titoli a renderci degne di amore, valore e rispetto – dichiara Aurora Padalino -. L’amore è qualcosa che non puoi descrivere perché è un sentimento incontrollabile e incondizionato che non pretende di essere ricambiato perché viene dal cuore, dalla pancia, è nel momento in cui ami non puoi fingere che non sia così, ma bisogna stare attenti a non dimenticarsi del rispetto e l’amore verso se stessi. Con questo video voglio trasmettere l’importanza di amarsi per amare, di non sottomettersi e farsi rispettare senza cadere nella trappola della dipendenza perché l’amore e il valore per se stessi viene prima di tutto. È dal momento in cui capisci e decidi di metterti al centro della tua vita tutto cambia, anche per le persone attorno a te, ami in maniera più consapevole e senza pretesa o paura di restare da sola perché tanto ti basti».

Aurora Padalino inizia a respirare e studiare teatro giovanissima a soli 14 anni nella scuola di Mario Pupella, che l’accoglie da subito nella Compagnia delle Fiabe per bambini, che la vedono molto impegnata e attiva. Sono diverse le collaborazioni con produzioni teatrali e con artisti della sua città come il Teatro Al Massimo e con il duo Moschella e Mulè. Questi ultimi l’hanno scelta per il loro cortometraggio “Una signorina con sesamo”, in cui interpreta il ruolo di una ragazza di Bagdad rimasta muta a causa di un trauma, al momento il cortometraggio si trova in concorso ai David di Donatello.

A fine 2019 inizia il suo percorso solo come autrice, affiancata dalla musica e dalla voce di Valeria Milazzo con un testo dal titolo “Concediti del tempo” che ha condiviso durante il periodo della quarantena lo scorso anno con 18 colleghe attrici di tutta Italia e con la speciale partecipazione di Fioretta Mari, riscontrando tanto successo sul web, dove inizia a farsi notare per il suo talento e la sua sensibilità. Diversi sono stati i video e i testi, affrontando varie tematiche ed attuali, che la giovane attrice ha realizzato e condiviso sul web con i colleghi come: “Noi”,”Il risveglio di Rosalia”, “Non lasciarti”, “L’artista sola” e per ultimo “Amarsi”. Messaggi importanti quelli racchiusi nei video in un momento di totale abbandono e fermo forzato anche se la sua attività continua col teatro a domicilio per bambini e adulti perché come dice l’attrice stessa, «il vero successo nella vita è non arrendersi e lottare per i propri sogni».

 

Il viaggio musicale intorno alla tradizione di Etta Scollo

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Schmidt, Luca Lucchesi, Gianluigi Primaverile

Catanese d’origine ma trasferitasi a Berlino, Etta Scollo è una cantante, compositrice e cantastorie dalla brillante carriera. Partendo dalla Sicilia ha portato con sé la tradizione della sua terra fondendola con diversi generi musicali. Etta Scollo è passata dagli studi in architettura all’ amore per la musica. «Da bambina disegnavo molto e cantavo. Mio padre, che cantava e suonava chitarra e mandolino, ha capito la mia sensibilità musicale e ha avuto un’influenza positiva su di me spronandomi a coltivare la musica, ma suggerendomi anche uno studio che mi desse sicurezza nel futuro. Malgrado gli studi al liceo artistico e poi quelli universitari di architettura, la musica ha preso in me il sopravvento». Nonostante viva in Germania il legame con la sua terra è ancora forte. «Mi affascinava la vita altrove: scoprire nuove culture, confrontarmi con un mondo complesso, erano gli anni dell’impegno civile, della contestazione giovanile, dell’emancipazione della donna, determinanti in questa scelta. Sono sempre stata legata alla tradizione.

Sono cresciuta da un lato in un contesto contadino, quello dei miei antenati e parenti paterni di Licodia Eubea, piccolo borgo rurale in provincia di Catania, e dall’altro lato in quello urbano della città di mia madre, Catania appunto. Ci si accorge a posteriori di quanto simili esperienze giovanili ci abbiano formato, abbiano inciso in noi. Sia la spinta emotiva dell’esperienza personale che la scelta di un approfondimento intellettuale possono diventare fonti di crescita e creatività. Credo di aver sentito l’esigenza personale di mettere in luce una figura importante del mondo popolare siciliano degli anni Sessanta e Settanta. Parlo di Rosa Balistreri, un “ponte” tra cultura popolare e colta, portavoce di un repertorio tradizionale antico, che ripropose i canti raccolti dall’etnologo Alberto Favara tra Otto e Novecento, a lei pervenuti tramite illustri intellettuali siciliani che le furono amici e intuirono il suo valore, spronandola ad abbandonare il canto “folcloristico” per dedicarsi alla tradizione più autentica.

Queste ‘guide’ sono rappresentate dal poeta e studioso Giuseppe Ganduscio, e dal musicologo Paolo Emilio Carapezza. Gli altri miei lavori discografici sono rivolti alla letteratura e alla poesia (scrittori e poeti come Vincenzo Consolo, Salvatore Quasimodo, Sebastiano Burgaretta, Ignazio Buttitta) e a temi storico-sociali come la strage dei migranti che attraversano il Mediterraneo, su cui ho composto una “Suite per Lampedusa”, o un “Oratorio” sulla catastrofe di Marcinelle. Mi affascina l’idea che la musica sia narrazione cantata come ci ha insegnato l’arte e la pratica dei cantastorie, non meno che il “recitar cantando” monteverdiano o le opere di Mozart via via fino alle ballate di Giovanna Marini, o ai rapper impegnati di oggi. C’è tutto un mondo espressivo intorno a questo genere del “cantare il racconto” che mi affascina». Il suo ultimo CD e libro, “Voci di Sicilia”, parla di Sicilia e di siciliani. «Quando la casa editrice tedesca (Edizioni Corso) mi ha chiesto di scrivere un libro sulla Sicilia ho pensato che la Sicilia non è riducibile a un format, solo la voce di chi è testimone della sua Sicilia può rendere un’idea forte di ciò che essa è. Solo in questa discontinuità tra racconti che mettono in luce drammatici paesaggi sociopolitici e idilliaci contesti di biodiversità, solo in questi apparentemente contraddittori passaggi da una realtà a un’altra ho pensato fosse possibile dare coralità alla sintassi complessa di questa terra, con la sua storia, la sua cultura, a tratti la sua spaventevole bellezza. La mia voce è nei brani che accompagnano questi racconti, la mia storia sono brevi aneddoti introduttivi ai capitoli, il tutto in un lavoro nato e cresciuto strada facendo, insieme al fotografo Anton Storch e alla curatrice Klaudia Ruschkowski. Diciamo che questo libro è stato scritto da chi la propria storia ci ha raccontato. Stiamo pensando a una sua pubblicazione in italiano e in inglese».

 

Lidia Schillaci: “La musica mi regala il sorriso”

di Omar Gelsomino    Foto di Massimiliano Fusco

La voce, il cuore e l’anima sono i tre elementi distintivi alla base del suo successo. Cantante, compositrice, attrice e vocalist. È Lidia Schillaci, palermitana d’origine che ha vissuto e lavorato in giro per l’Italia e per il mondo, la vincitrice del Torneo dei Campioni di “Tale e Quale Show”.
È allegra e solare. «Amo profondamente quello che faccio, ci credo davvero. Cerco di prendere molto seriamente il mio mestiere, di affrontarlo con la dovuta consapevolezza di avere l’esigenza di dire delle cose, e non nel dirle tanto per ottenere qualcosa come succede con i social che ti danno quella popolarità effimera. Io invece sento dentro di me l’esigenza di dire. La musica è stata una sorta di rifugio, mi fa stare bene, mi regala il sorriso. A causa della mia infanzia abbastanza particolare, non facile, la musica mi ha dato sempre quella forza per andare avanti, per sorridere. Avevo l’esigenza di trovare un posto dove non mi succedesse nulla di male. Il fatto di essere una persona solare non vuol dire che non soffra come altre persone, ma dentro di me emerge sempre la forza di sorridere, invertire la rotta di tutte le cose negative. Ho imparato sulla mia pelle ad affrontare con il sorriso le cose, è una dote naturale, non tutti hanno la capacità di convertire la negatività in positivo, di vedere la luce in fondo al tunnel. Proprio in questo momento è il messaggio che mi piace dare, affrontare le cose con il sorriso».

Completati gli studi in canto lirico e jazz e in pianoforte, frequenta il Conservatorio e comincia a cantare con alcune band in giro per la Sicilia sino a quando arriva la svolta. Giovanissima partecipa al talent show “Operazione Trionfo”, condotto da Miguel Bosè, portando a casa un contratto con la Warner Music Italy, da lì inizia il suo percorso di vocalist, calcando i palchi internazionali con i più grandi cantanti. «Ho lavorato con tanti artisti imparando da ciascuno di loro tante peculiarità. Per tanti anni ho affiancato Eros Ramazzotti nei suoi tour mondiali, un’esperienza davvero incredibile che mi ha dato tanto perché la più duratura, ho fatto un piccolo percorso di strada anche con Max Pezzali e poi con Elisa».

Lidia Schillaci ha scritto e interpretato la canzone “I miss you” per la fiction “Sbirri”, ha partecipato alla fiction “Non smettere di sognare” e ha collaborato con Fiorello in “Edicola Fiore” e nel 2019 a “Tale e Quale Show” dove è arrivata seconda, per trionfare nell’ ultimo Torneo dei Campioni di Tale e Quale Show. «Ho provato una gioia incredibile, non mi aspettavo questa vittoria. Ci sono andata vicina in molte occasioni, sia ad Operazione Trionfo che a Tale e Quale Show dell’anno scorso. È stata una sensazione indescrivibile, un riconoscimento che mi ha dato una grande carica per continuare a credere nel mio percorso artistico e a lavorare ad un mio progetto già in cantiere da tempo. Sicuramente dietro le quinte impari tanto, ma è arrivato il momento in cui ho sentito l’esigenza di uscire da sola, di camminare con le mie gambe, di dire qualcosa».

Una carriera lunga e piena di importanti esperienze, Lidia Schillaci vanta milioni di visualizzazioni con i suoi live streaming su Periscope dalle piazze italiane. Prima di congedarsi ci svela alcuni suoi desideri, anche in tempo di pandemia lei insegue i suoi sogni e non ha mai smesso di lavorare ai suoi progetti. «Mi auguro che quello che sta succedendo sia un insegnamento per noi, spero sia avvenuta una piccola conversione profonda. Secondo me stiamo rivalutando tante cose, questo isolamento forzato ci aiuterà a capire meglio tante cose di noi, ma soprattutto spero porti a ridimensionare il nostro modo di vivere. Da bambina ho sempre sognato di andare a Sanremo, è un desiderio che coltivo nel cuore: sarebbe un altro tassello da poter aggiungere alla mia carriera. Adesso ho raccolto tutto il materiale che ho scritto in questi anni e insieme al mio team sto lavorando al mio album, un progetto che parla di me e sarà preceduto da alcuni singoli. Un sogno che è nel mio cuore».

Le Glorius 4 in “Tour intorno al mondo”

Articolo di Angelo Barone

Le radio continuano a trasmettere la musica accompagnando le nostre giornate di lockdown, ma il settore della musica dal vivo ha subito un crac in tutto il mondo e la ricerca di nuove prospettive per la creazione e la diffusione della musica durante la pandemia ha animato tante iniziative sui social.
Una delle più riuscite, per l’originalità e lo spirito positivo che anima il progetto, è il tour virtuale intorno al mondo delle Glorius4, iniziato durante il lockdown, cantando in sette lingue con la partecipazione di star come Paolo Belli, Massimo Moriconi (bassista di Mina), Tony Canto, Faisal Taher e altri artisti di calibro internazionale. Sono tappe di un minuto e riescono a creare un’osmosi emozionale con la loro vocalità, i suoni e le armonie del Paese virtualmente visitato.

Per le Glorius4 (Agnese Carrubba voce/pianoforte/percussioni, Federica D’Andrea voce, Cecilia Foti voce e Mariachiara Millimaggi voce/pianoforte/percussioni), il 2020 doveva essere l’anno del tour in Usa – dopo il successo ottenuto nel 2017 in Francia con la vittoria del Primo Premio e Premio d’Onore al Concours International Leopold Bellan di Parigi, e aver rappresentato l’Italia nel 2018 in Giappone in occasione del 19 Osaka International Music Competition.La pandemia da Covid-19, però, ha bloccato il tour dell’inconsueto ensemble al femminile con arrangiamenti e sonorità vocali originali dal sapore jazz, arricchiti dalla loro eclettica sicilianità, ma di certo non ha fermato la loro creatività e la voglia di vivere con la musica.

«Da Marzo a oggi non ci siamo fermate un attimo, siamo state molto prolifiche, abbiamo deciso di sfruttare questo periodo di minor attività dal vivo per lavorare, studiare, sperimentare, produrre e abbiamo trovato una diversa modalità di lavoro che ci ha permesso di cantare anche a distanza e di trovare un nostro modo di esprimerci per noi stesse e anche per dare un messaggio di gioia e creatività, il risultato è stato non solo inaspettato, ma oseremo dire esaltante. Dato l’annullamento del nostro tour in USA in programma lo scorso aprile, abbiamo iniziato a volare nel solo modo a noi concesso: con la musica!».

Comincia con tanta energia positiva questa intervista corale fatta su piattaforma digitale. Era dalla loro partecipazione al Premio Paladini della Cultura 2019 che non ci si vedeva. Le trovo molto cariche e con tanta voglia di fare: uniscono talento e simpatia, impegno sociale e allegria che riescono a trasmettere anche in questo tour virtuale che comincia dal Sud Africa e continua in Jamaica, Giappone, Russia, Grecia, Messico, Palestina, Usa, Francia, Nuova Zelanda e una tappa anche in Italia.

«Diversi artisti ci hanno seguito in questo viaggio da un minuto, che ancora continua, un meraviglioso scambio. E poi LA7 e la RAI… un anno musicale meraviglioso! Lo possiamo dire?».
Certo che lo possono dire, se uno come Diego Bianchi, che di social è un esperto, con la sua trasmissione cult “Propaganda Live” su LA7 le fa esibire, virtualmente dal parcheggio del Four Seasons Total Landscaping negli USA per rendere omaggio alle origini siciliane della First Lady americana Jill Biden e con Paolo Belli partecipano su Rai 2 alla raccolta fondi per la ricerca Telethon con “Sorridi e va avanti”, che è lo spirito che tutti dovremmo avere per vivere meglio il nostro tempo.

Lo possono dire, perché il loro successo è frutto di tanto lavoro e studio a cominciare dalla tesi di laurea in arrangiamento jazz di Agnese Carrubba, “Glorius Vocal Quartet”, l’unicità di quattro voci femminili in una sintesi originale con 110/110 e lode al Conservatorio Corelli di Messina e seguita da anni di studi insieme a Cecilia Foti, Federica D’Andrea e Mariachiara Millimaggi con prestigiosi maestri e proficue collaborazioni artistiche.

In attesa di poterle sentire dal vivo, potete seguire il “Tour intorno al mondo” su www.facebook.com/gloriusvocal4et e ascoltare il loro Disco Play su Spotify.