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Il fiume Amenano a Catania: simbolo perpetuo di tenacia

di Samuel Tasca

Il fiume Amenano è da sempre un simbolo di tenacia che caratterizza la città di Catania e il suo legame con la potenza dirompente dell’Etna. Condivide con la città il destino in parte funesto: l’eruzione del 1669, infatti, seppellì il fiume quasi interamente, cancellando il suo corso dalla superficie urbana. Ma chiunque conosca la storia di Catania, ne apprezza la capacità di risorgere dalle proprie ceneri, proprio come una fenice. Questo fiume, infatti, degno ambasciatore della sua città, non si è mai arreso, trovando il modo di riemergere dalla roccia e continuando a scorrere sotto gli strati di lava solidificata.

Oggi, infatti, il fiume si mostra a Catania e ai suoi visitatori solo in alcuni punti, ma è impossibile seguirne il corso come succedeva prima dell’eruzione. A quel tempo, infatti, l’Amenano scorreva in superficie attraversando quasi l’intera città: partendo dal viale Mario Rapisardi, fluiva fino a piazza Santa Maria di Gesù per poi diramarsi in tre rami che si orientavano verso il Teatro Romano, verso le Terme Achilliane e verso la pescheria con Villa Pacini.

Ed è proprio all’ingresso della pescheria che il fiume ancora oggi scorre in tutta la sua bellezza, riversandosi all’interno dell’omonima fontana scolpita da Tito Angelini nel 1867. Qui l’artista scelse di raffigurare il dio-fiume come un ragazzo che versa in basso l’acqua creando una cascata uniforme che appare come un vero e proprio lenzuolo d’acqua. È così che lo chiamano appunto i catanesi: funtana dall’acqua o linzolu.

Fontana-dell'Amenano

Non distante da qui, alcuni anni fa, il fiume però decise di farsi vedere nuovamente, in un luogo di certo inaspettato. Lo ritroviamo, infatti, ancora oggi, all’interno del pub L’Ostello. Proprio qui, introducendosi nella cantina sotterranea, si accede ad una grotta lavica all’interno della quale scorre appunto l’Amenano per qualche metro, prima di scomparire nuovamente inghiottito dalla roccia.

Fiume-Amenano-nella grotta lavica del pub l'ostello

Non sorprende, infatti, che la fama del fiume sia cresciuta ancor di più dopo l’eruzione, rinvigorita da questo alone di mistero che avvolge il corso dell’Amenano e le sue apparizioni. Cantato nei versi del poeta Ovidio e riportato nei libri di storia e mitologia, l’Amenano mantiene la sua aurea di divinità che da sempre gli appartiene, ricordando a ognuno di noi, come non conta l’entità dell’impatto che improvvisamente potrebbe travolgerci, ma trovare il modo di poter riemergere sempre.

copertina stefania auci

La musica e la storia, gli elementi essenziali della vita di Stefania Auci

di Omar Gelsomino   Foto di Bottega Digital Craft

Scrive da diversi anni, ma i suoi ultimi due romanzi hanno venduto milioni di copie. Trapanese di nascita e palermitana d’adozione, dove vive e lavora come insegnante, Stefania Auci, dopo aver pubblicato tanti romanzi, tra cui “Florence”, continuando sulla strada del romanzo storico ha scelto di narrare dell’ascesa e del declino di una famiglia, quella dei Florio, che ha interessato diversi aspetti della vita siciliana, prima con i “Leoni di Sicilia” e poi, con “L’inverno dei Leoni” per Editrice Nord. Riesco a raggiungerla durante una pausa delle sue tante presentazioni del romanzo.

«La passione per la scrittura è nata da quando avevo dieci anni, da così tanto tempo che non riesco a separare la scrittura da quelle che sono le mie memorie, i miei ricordi, ho sempre scritto. È qualcosa che mi appartiene profondamente. Non mi butto nelle cose facili, la facilità talvolta finisce per essere limitante e banale. Mi piace leggere e raccontare la storia. Nella mia vita ci sono stati due elementi molto forti e presenti: la musica e i libri di storia, per me è diventata una vera e propria passione. Sono nata letteralmente così».

Alcuni hanno accostato i suoi romanzi sui Florio al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, ma lei tiene a precisare che il confronto è immeritato.
«Trovo questa definizione ingiusta ed eccessiva. Io sono Stefania Auci e avvinarmi o paragonarmi a Tomasi di Lampedusa mi sembra una forzatura, perché lui è un genio della letteratura, è uno scrittore grandioso, che con pochissimo riusciva a rendere l’idea di un clima, di una situazione, di un mondo che stava per tramontare in maniera definitiva. Capisco l’affinità, il periodo storico, alla fine io ho raccontato una storia complicatissima di una famiglia. È stata la mia sfida principale. Mi piaceva cimentarmi in cose difficili, ecco perché la scelta di raccontare sin dall’inizio non tanto e non solo il periodo del maggiore successo e poi il crollo di una famiglia, come sarebbe stato sicuramente più semplice, avevo l’intenzione di ricreare il cambiamento sociale, le mutate condizioni economiche che hanno portato alla grandezza di questa famiglia e ciò che poi è successo con le diverse generazioni. Sicuramente i Florio rappresentano un punto di vista fondamentale per capire come si sia evoluta l’economia del tempo in Sicilia e come avrebbe potuto evolversi se non ci fossero state le crisi e il crollo che hanno portato alla disfatta economica della famiglia».

Stefania Auci ha il merito di raccontare l’ascesa e il declino dei Florio, una famiglia il cui contributo è stato determinante per la città di Palermo e la Sicilia dal punto di vista economico, sociale e culturale.
«Purtroppo è rimasto molto poco, dal punto di vista dell’economia non c’è più niente perché le loro aziende sono passate di mano, in una maniera irreversibile. Immaginiamoci che tipo di depauperamento ha subito il patrimonio di famiglia. Secondo me si è creata una situazione di profondo malessere da parte della società nei confronti della famiglia, perché nel momento in cui sono stati costretti ad abbandonare tutti i loro beni, la gente è rimasta in mezzo a una strada perché non aveva più lavoro. È come se le persone e la città avessero avuto timore della loro presenza, ciò che è accaduto è qualcosa di molto forte».

Nonostante le ostilità incontrate quando i Florio sono arrivati in Sicilia hanno saputo imporsi e ritagliarsi grandi spazi, ma la Sicilia e i siciliani sono davvero cambiati? C’è ancora tra i siciliani quel desiderio di riscatto sociale?
«Non sempre la Sicilia è così accogliente come ci piacerebbe credere, non siamo così generosi con chi viene da fuori, lo siamo più di altre nazioni e regioni questo è innegabile, ma diciamo che non facciamo niente per rendere ad altri le cose semplici. Non sempre viene fuori questa capacità di accoglienza, e quando accade la cosa brutta è che i siciliani te lo fanno pesare. Per fortuna non sempre accade. I siciliani non hanno perso la voglia del riscatto, ma hanno perso l’energia. È una cosa differente, si può avere voglia di cambiare le cose, ma si deve avere anche la forza di cambiarle: quello che io vedo drammaticamente è che i siciliani questa forza non ce l’hanno più».

Il successo de “I Leoni di Sicilia” è giunto inaspettato, ha raggiunto record di vendita incalzando perfino l’ultimo romanzo del maestro Andrea Camilleri, e un ottimo riscontro sta riscuotendo anche “L’inverno dei Leoni”. Sono tradotti in tante lingue e sono stati acquistati anche i diritti televisivi.
«Sono dieci anni che scrivo, non me lo aspettavo e sfido chiunque a dire di poter aspettare un successo di questo tipo. Mi sembra strano. L’iniziale incredulità è passata quando mi sono resa conto che il libro piaceva, continuava a vendere e continua tuttora. Non me lo aspettavo però accolgo tutto con gratitudine e grande gioia. Alla fine non ho creato un vaccino, né una cura contro una malattia mortale, ho solo scritto dei libri, una cosa bellissima e meritoria. Vediamo la cosa sempre nella giusta prospettiva, abbiamo ben altri problemi, quindi cerchiamo di ricordarci che è più importante investire nella ricerca e continuare a fare studiare chi si occupa della nostra salute. Gli eventi degli ultimi mesi ce l’hanno ampiamente dimostrato. Sono stati comprati i diritti televisivi dei due romanzi, poi c’è stata una battuta d’arresto perché sono cambiati i vertici della Rai, c’è stato il Covid. Mi rendo conto anche delle difficoltà, è un romanzo storico molto complesso. Spero che tra la fine del 2021 e gli inizi del 2022 qualcosa si muova. Aspetto anch’io paziente».

Prima di congedarsi Stefania Auci ci rivela che in autunno, dopo i tanti impegni, riprenderà di nuovo a scrivere, senza anticiparci nulla.
«Per adesso faccio la promozione del mio ultimo romanzo che mi assorbe tanto tempo, poi ho tutta una serie di collaborazioni da scrivere e per settembre, con il fresco, riprenderò a lavorare su un nuovo progetto. Mi riservo di tenere un po’ di suspense».

 

bandiera

La bandiera siciliana. La sua storia, la nostra storia

Articolo di Alessia Giaquinta

“Nun vulemu sfruttatori
Nun vulemu cchiù tiranni
Lu distinu nostru è granni
Nni la paci e l’onestà.
La bannera siciliana
È lu signu di l’onuri
È lu focu di l’amuri
Ppi la nostra libbertà.”

È così che, nei secoli precedenti, gli isolani inneggiavano alla libertà e all’indipendenza della loro terra, portando alta la bandiera siciliana come simbolo dell’unità contro il nemico.

I colori rosso e giallo raccontano l’alleanza tra i palermitani (rappresentati dal rosso) e i corleonesi (dal giallo) durante la guerra del Vespro. Tutto ebbe inizio il 30 marzo 1282, lunedì dell’Angelo, nel sagrato della Chiesa del Santo Spirito di Palermo. Gli Angioini avevano acquisito il controllo del Regno di Sicilia nel 1266 dopo la sconfitta di Manfredi, figlio di Federico II di Svevia. Secondo una ricostruzione storica, a dare il via a quelli che saranno ricordati come i “Vespri Siciliani”, fu l’abuso di potere nei confronti di una nobildonna da parte di un soldato francese che, con il pretesto di doverla perquisire, le mise le mani addosso. Il marito, allora, reagì prontamente uccidendo il soldato francese e dando il via alla caccia contro gli invasori, al grido “Mora, mora”. Da Palermo, a Corleone, a Messina, a Catania, Caltanissetta, Siracusa, e così per tutte le città dell’Isola, iniziò il massacro di soldati francesi che portò, man mano, alla riconquista della libertà siciliana. Palermo e Corleone, città-capofila nella ribellione, allora, si costituirono in liberi Comuni con un patto federativo di reciproco aiuto e il mutuo impegno.

Il rosso e il giallo disposti a mò di triangolo isoscele su uno scudo alla francese furono il simbolo della Sicilia fino al 1816. Il 28 marzo 1848 il Parlamento decreta: «Che da qui innanzi lo stemma della Sicilia sia il segno della Trinacria senza leggenda di sorta».
La Trinacria (dal greco treis e akra, ossia tre promontori) è collegata alla forma dell’Isola ed è raffigurata con tre gambe quale simbolo dei tre promontori siciliani: Capo Peloro, Capo Passero e Capo Lilibeo. Si rimanda, inoltre, questo simbolo ai tre aspetti del mondo materiale (terra, acqua e cielo), oppure alle tre manifestazioni di Dio. Si tratta però di un antichissimo simbolo religioso di origine indoeuropea, diffusosi in occidente grazie ai Greci e considerato, successivamente, un talismano contro il malocchio, utile a favorire la fortuna.

Durante l’epoca romana, alla Trinacria, furono aggiunte delle spighe ad indicare che la Sicilia era il granaio dell’Impero. In realtà le spighe andarono a sostituire i serpenti che coprivano la testa di Medusa, la gorgone protettrice degli inferi che era posta al centro della Trinacria.

Fu nel 2000, il 4 gennaio, che si stabilì che: «La bandiera della Regione è formata da un drappo di forma rettangolare che al centro riproduce lo stemma della Regione siciliana, raffigurante la Triscele color carnato con il gorgoneion e le spighe, come individuato all’articolo 2 della legge regionale 28 luglio 1990, n. 12. Lo stemma ha dimensioni pari a tre quinti dell’altezza della bandiera. Il drappo ha gli stessi colori dello stemma: rosso aranciato e giallo, disposti nel medesimo modo».

Ammirandola sventolare, allora, ogni siciliano dovrebbe conoscere la storia di una delle quattro bandiere più antiche al mondo, la prima in assoluto ad essere imposta “dal basso” e soltanto successivamente approvata dai governatori siciliani. Non si tratterebbe soltanto di conoscere una storia, bensì – cosa più importante – riconoscere noi stessi in quella che è la “nostra” storia.

BAGLIO MESSINA CUSTONACI

Nuova vita per il Baglio Messina a Custonaci (TP)

di Samuel Tasca

Correva l’anno 1241, quando il Re Federico II di Svevia concesse all’Università di Monte San Giuliano (oggi Erice), il Baglio Messina, uno dei borghi rurali predisposto ad accogliere la popolazione di agricoltori di quel tempo che si apprestava a lavorare le coltivazioni comprese all’interno dei feudi del territorio allora conosciuto con il nome di “Riviera dei Marmi”.

Oggi, a distanza di 780 anni, il Baglio Messina, frazione del Comune di Custonaci (TP) sta per conoscere un nuovo risorgimento, grazie all’intervento di riqualificazione preposto dalla Regione Siciliana e all’impegno dei diversi imprenditori e cittadini locali che già da tempo hanno dimostrato il loro interesse nel rilancio economico e turistico dell’area.

«L’intervento che abbiamo finanziato – sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà – rappresenta un’azione importante in una porzione di territorio, un tempo borgo rurale, che negli ultimi decenni ha saputo reinventarsi con interventi in ambito turistico-culturale. Sottolineando la vocazione di questa zona e valorizzando le tradizioni etno-antropologiche e la singolarità dei luoghi, infatti, Custonaci ha saputo rendere più invitante un territorio che oggi ha anche incrementato la propria capacità ricettiva. L’intervento che andremo a realizzare –evidenzia l’assessore Samonà – è una manifestazione concreta dell’attenzione del Governo Musumeci al territorio e agli imprenditori che hanno investito le loro risorse per rendere sempre più accogliente un’area che oggi, riesce anche a gestire utilmente la vicinanza con località limitrofe e turisticamente attrattive, quali San Vito Lo Capo, riuscendo a cooptare una richiesta di accoglienza che proviene da tutto il mondo».

Tutto il borgo verrà investito dell’intervento di riqualificazione: le vie principali con una nuova pavimentazione, la realizzazione degli impianti di illuminazione e di smaltimento delle acque, la revisione del verde, la realizzazione dei camminamenti pedonali. L’azione, che dovrebbe essere terminata tra circa un anno, prevede l’impiego del marmo locale, fiore all’occhiello e caposaldo dell’economia custonacese.

Foto Castello anteprima

Il castello di Vizzini. Da roccaforte normanna a carcere borbonico

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di Salvatore Maggiore

Ogni città, paese o piccolo borgo della Sicilia nasconde i suoi luoghi segreti: stradine, cortili, angoli lontani dalle vie più trafficate. Vizzini, incastonato tra le colline degli Iblei, offre anch’esso l’opportunità di meravigliarsi della bellezza della nostra terra: nella parte più elevata del paese, come a sorvegliare ancora i suoi confini dall’alto, sorge un antico Castello medievale e il quartiere, da sempre uno dei più popolati di Vizzini, ha preso il nome di questa maestosa edificazione: ‘o Castieddu!

Sulle sue origini vi sono alcune preziose notizie: fino al 1500 ha assunto il ruolo di un vero e proprio castello normanno, con delle grosse mura di fortificazione lungo tutto il perimetro, un pozzo, un cortile interno, delle porte che chiudevano il paese e delle torri da cui controllare il territorio. Durante il periodo siculo, ellenico e romano, si pensa ci fossero uffici importanti legati all’esercizio dell’autorità pubblica presso la zona del Castello, nonché luoghi di culto. La sua esistenza in epoca normanna, a metà del XII secolo, è provata da una formella decorativa di quell’epoca, sulla base della statua di San Gregorio Magno, presso il largo Matrice di Vizzini, che raffigura uno scenario cittadino in cui è presente anche il Castello, compreso delle due torri di cui ad oggi non si ha più traccia, a causa dei crolli dovuti al terremoto del 1693.

Successivamente, il Castello di Vizzini ha cambiato la sua funzione e per tutto il periodo borbonico è stato un carcere mandamentale di rilievo, poiché comprendeva una circoscrizione territoriale e amministrativa abbastanza ampia e come tale copriva anche il relativo mandamento giudiziario. Ciò vuol dire che in esso venivano reclusi non solo prigionieri di Vizzini, ma anche dei paesi più o meno limitrofi, anche perché l’edificio era molto capiente. Intorno alla prima metà del 1600, il carcere venne privatizzato, ovvero i servizi connessi alla carcerazione e le spese necessarie per il mantenimento dei condannati dovevano essere sostenute dalle rispettive famiglie. Le fonti storiche testimoniano, infatti, che in quel periodo la famiglia Gruttadauro di Reburdone (nome che deriva da Grotta d’Oro, ndr), che abitava nelle immediate vicinanze del quartiere, ne acquistò i diritti legati alla gestione e all’amministrazione e così il Castello divenne una struttura privata. Quando nel 1800 furono aboliti la feudalità e i titoli nobiliari, di cui Vizzini era ricolma, la proprietà del Castello passò alla famiglia Casa, di Ragusa, i cui membri erano chiamati “Baroni Castel Vizzini”, ovvero Baroni del Castello di Vizzini, titolo che non faceva riferimento ad un feudo ma solo alla loro posizione di ultimi proprietari dell’antica costruzione normanna. Il sistema carcerario rimase in vigore per tutta l’epoca fascista e solo durante gli anni ’50 circa del secolo scorso perse gran parte della sua importanza, venendo usato come prigione per coloro che commettevano reati minori o di poco conto. Testimonianze di anziani vizzinesi e di storie tramandate raccontano che nei primi anni del 1700 i carcerati pianificarono una rivolta interna per protestare contro le pessime condizioni dell’organizzazione interna. Si narra, infatti, che in celle poco spaziose erano accalcati un gran numero di detenuti, assegnate inoltre in base alla loro stratificazione sociale. Il carcere era dotato anche di anguste celle di punizione e gli originari cunicoli usati dalle guardie fungevano da corridoi in cui i prigionieri potevano passeggiare duranti i momenti d’aria.

Dai più recenti scavi sono stati rinvenuti sui muri delle celle graffiti e scritte dei carcerati; una di questa riconduce allo sconforto e alla pena per un delitto probabilmente passionale: “Ppi tantu amari né siri amatu, aiu statu macari ‘ncarceratu”.
Con queste parole che risuonano come una malinconica e rassegnata condanna, è facile sentirsi trasportati in quei tempi, intrisi di vicende umane e di antichi misteri, alla scoperta di antichi luoghi di cui la nostra Sicilia è ricca.

MG

Museo del Costume di Scicli, oltre un secolo di storia iblea e non solo

 

Articolo di Salvatore Genovese    Foto di Museo del Costume

Si sa che, decidendo di visitare un museo, bisogna predisporsi a quello che viene comunemente definito ‘un salto nel passato’, più o meno recente.
Ma quello che accade, se si sceglie di visitare il Museo del Costume di Scicli, in fondo alla camillerianamente famosa via Francesco Mormino Penna (una delle principali location tra quelle utilizzate per la fiction del Commissario Montalbano e che per questo ha acquisito notorietà internazionale) è qualcosa di particolare: il visitatore, prima di varcare la soglia che introduce nei locali che, uno di seguito all’altro, ospitano la mostra, si sente ‘catapultato’ dentro un’antica (potrebbe essere diversamente?) macchina del tempo.
Il museo, infatti, è stato allestito dai coniugi Giovanni Portelli, medico appassionato di ricerche etnografiche, e Giovanna Giallongo, archivista (sarà un caso?) al piano terra di un grande edificio che, in passato, ha ospitato il Monastero delle Agostiniane. Prima di accedervi, si attraversano alcuni ambienti prodromici che sanno ancora di antico. Se poi ad accogliervi, accanto all’ingresso del Museo, è il decano Francesco Carpintieri che vi guarda austero da un gigantesco quadro ad olio, opera del pittore Gregorio Scalia che, insieme al figlio Raffaele, ha decorato la volta del salone di uno dei più noti edifici storici di Scicli, Palazzo Busacca, l’imprimatur di antico è cosa fatta!

L’ esposizione si compone di abiti, cappelli, scialli, ombrelli, bottoni, scarpe, biancheria intima e altri elementi del ‘coprirsi’ che temporalmente spaziano tra il 1860 e il 1960 ed è arricchita da utensili e grandi attrezzi da cucina, sapientemente allocati intorno a un grande forno a legna e a una tannura o apparecchiati sopra il classico tavolo di legno a sei posti.

Nel Museo del Costume di Scicli, uno dei più qualificati della Sicilia, fanno bella mostra antichi strumenti musicali e una culla in ferro battuto. Una ricca, anche per la preziosità degli abiti esposti, sezione museale è dedicata al mondo arabo.

Chiediamo al dottor Portelli come è nata l’idea di dar vita a questo museo.
«Da una specifica ricerca etnografica sul territorio realizzata nei primi anni ‘90. Si trattava di una raccolta di antiche ricette e, più in generale, del ‘sapere’ della cucina. Poi la ricerca si è ramificata e uno dei settori dove si è maggiormente sviluppata è stato quello dei costumi d’epoca, materiale ‘fragile’, in quanto destinato, nel tempo, all’obsolescenza; non a caso, è stato più facile recuperare costumi nobiliari e borghesi, piuttosto che popolari, poiché quest’ultimi non venivano conservati, ma utilizzati finché possibile. Altro settore che ci ha suscitato un certo interesse è stato quello fotografico, che oggi costituisce un vero e proprio archivio del quale sono testimonianza le foto che vengono, di volta in volta, esposte».

Quindi un interesse antropologico per il territorio sciclitano che si è generalizzato nel tempo?
«Concordo sulla sua progressiva generalizzazione, ma non sul fatto che riguardi solo Scicli. Costumi e quant’altro sono stati cercati e reperiti in un’area molto più vasta, comprendente numerosi altri Comuni dell’area iblea e non solo. La sezione araba, ad esempio, ha dei ‘pezzi’ provenienti dai Paesi del Nord Africa».

Ho notato un certo interesse per gli accessori. Sbaglio?
«Non sbaglia. Riteniamo, infatti, che gli accessori rivestano un’ importanza storica che va ben oltre l’interesse per semplici ‘oggetti antichi’. Sono piccoli, ma significativi segnali di vita, che indicano le differenze sociali di quei tempi. Basta mettere a confronto un abito da sposa borghese con uno popolare per rendersi conto anche della diversità degli accessori. A proposito di abiti nuziali, da notare che non sono di colore bianco, almeno fino al Concordato tra Stato e Chiesa del 1929, firmato da Mussolini e dal Cardinale Gasparri. Questo perché un abito da sposa colorato si sarebbe potuto usare anche in futuro; un abito bianco, no. Ma nei Patti Lateranensi fu deciso che doveva essere bianco!».

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La Cuba di Castiglione di Sicilia, uno dei monumenti più insoliti e affascinanti del Medioevo siciliano

Articolo di Irene Novello     Foto di Andrea Raiti

 

Ci troviamo nella Valle dell’Alcantara, sul versante nord dell’Etna, a Castiglione di Sicilia, collocato su una collina ricca dei tipici colori siciliani. Qui la vista spazia tra paesaggi mozzafiato e antiche colate laviche. La cittadina, inserita nel circuito dei Borghi più Belli d’Italia, è stata dominata dagli Arabi ed è divenuta città regia sotto i Normanni e gli Svevi. È un borgo dal tipico impianto medievale, con le stradine strette che si arrampicano sulla collina, tra importanti bellezze architettoniche e bellissime chiese con preziosi campanili.

In cima alla rupe domina dall’alto il Castello dei Lauria, abitato fino agli anni Novanta, una delle bellezze architettoniche e storiche di Castiglione di Sicilia, che però riserva anche altre sorprese: il comune, grazie alla produzione di un particolare vino dal colore scuro e dal sapore forte, rappresenta una delle più prestigiose tappe dell’itinerario “Strada del Vino dell’Etna”.

Il territorio di Castiglione di Sicilia è anche punto di arrivo e di partenza di diversi itinerari dell’Alcantara ed è proprio qui che si può ammirare una delle cube più importanti della Sicilia orientale: la Cuba di Santa Domenica. Si trova, a un centinaio di metri dal fiume Alcantara, tra sentieri fatti di muretti in pietra lavica, distese di vigneti, uliveti, noccioleti e ruderi di antichi mulini per la macinazione del grano. Fu scoperta da Paolo Orsi nel 1909 e per la sua bellezza architettonica è stata dichiarata monumento nazionale. Costruita in basalto lavico e roccia calcarea, è stata per molti anni riparo per greggi, poi fortunatamente è stata restituita alla fruizione pubblica grazie ad un importante restauro strutturale. Le cube avevano una funzione religiosa, spesso erano annesse a dei monasteri; oggi rappresentano delle tracce materiali della dominazione bizantina in Sicilia, un periodo che durò circa tre secoli, in cui l’isola visse un importante splendore artistico e culturale, in particolar modo nella zona orientale, con capitale Siracusa.

Il termine cuba ha un’ origine incerta ed è stato oggetto di diversi studi: alcuni studiosi sostengono che deriverebbe dal latino cupa (botte); per altri dall’arabo kubbah (fossa, deposito) o qubbah (cupola); per altri ancora deriverebbe dalla forma cubica dell’ edificio. Anche oggi nel dialetto siciliano le chiesette di campagna spesso vengono chiamate cubole. Il territorio dell’Alcantara è ricco di cube, probabilmente per via della particolare posizione geografica: doveva essere un territorio di rifugio per coloro che sfuggivano alle razzie dei popoli giunti dall’Europa centrale o dal Mediterraneo orientale.

Alla Cuba di Santa Domenica si arriva dopo aver superato una serie di labirintici muretti a secco rigorosamente in pietra lavica, di cui lo stesso monumento è circondato. Fu forse abbandonata durante il basso Medioevo quando scoppiò la malaria, oppure a seguito di qualche terremoto. La chiesa all’interno era decorata da bellissimi affreschi, oggi purtroppo andati perduti. Dal punto di vista architettonico presenta una struttura particolare, frutto della mistione di più stili: dagli influssi bizantini si passa a quelli islamici, ma anche normanni, che rendono questa cuba uno dei monumenti più originali del Medioevo siciliano. La costruzione attira da decenni l’ interesse di molti studiosi che cercano di capire i motivi della sua presenza in una posizione isolata al centro della Valle dell’Alcantara e di risalire all’ epoca in cui fu costruita. Un edificio molto interessante e misterioso reso ancora più suggestivo dal contesto naturalistico in cui si trova.

 

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Vincenzo Forgia, il custode delle tradizioni

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Samuel Tasca

Le radici della nostra cultura popolare sono racchiuse anche in oggetti ormai dimenticati. Oggetti, tradizioni e saperi destinati a perdersi. Vincenzo Forgia, ceramologo e insegnante di disegno tecnico e storia dell’arte, in oltre cinquant’anni ha pazientemente costituito un’imponente collezione. «Il Museo Didattico Permanente – dichiara Forgia – è l’inizio di un interessante progetto storico, artistico, tecnico e antropologico, per il recupero di quello che Caltagirone ha perso in termini di usi e costumi che per secoli hanno avuto come riferimenti ceramici, oggetti e strumenti, nella vita quotidiana di tutte le famiglie. Il mio progetto consiste nel realizzare un Polo Museale di sette musei, oltre alle strutture collaterali (bar, ristorante, albergo o struttura para-ricettiva, ecc), che comprendono: le quattro botteghe per la produzione delle ceramiche (stazzunaru, quartararu, modellatore e cannataru); la riproduzione di una casa del XIX secolo con l’arredamento e gli oggetti d’uso; le collezioni della produzione delle ceramiche d’uso e d’arredamento, tra il XVIII e il XX secolo; la più consistente collezione di formelle (oltre 1500 pezzi) calatine con tutte le iconologie e iconografie usate nei prodotti ceramici». In questo piccolo museo allestito nel centro storico di Caltagirone, in via Roma 40, è come tornare indietro nel tempo e perdersi tra i ricordi e la vita dei nostri nonni. «Al suo interno i visitatori possono ammirare una parte della mia collezione privata – continua Forgia -.

Sono esposti diversi fischietti della produzione di Caltagirone che vanno dalla seconda metà del XIX al XX secolo, con opere mie, di Salvatore Leone, Salvatore Graziano e autori vari; nella seconda sala sono esposte invece delle bellissime formelle, largamente utilizzate per realizzare i geli di frutta e di fiori, creme e mostarda, raffiguranti diverse tipologie di soggetti che vanno dalla fine del XVIII secolo sino alla prima metà del XX secolo, e di altri centri ceramici, una produzione contemporanea. Infine nell’altra sala è possibile ammirare lo scenografico “presepe degli umili”, con l’esposizione di soggetti dell’epoca di autori vari e di altri centri di produzione, in un periodo compreso fra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo».


Un’ offerta culturale rivolta soprattutto ai giovani, la maggior parte dei quali sconosce la nostra storia e le nostre tradizioni. «Il Polo Museale intende coinvolgere i giovani verso la riscoperta di valori etno-antropologici ormai scomparsi, a interessare i visitatori coinvolgendoli con dimostrazioni pratiche e adeguate spiegazioni, rendendoli attivamente partecipi.

Dare ai visitatori la possibilità di degustare prodotti tipici stagionali, legati alle tradizioni locali, serviti nelle riproduzioni fedeli delle stoviglie di Caltagirone comprese le “opere d’arte commestibili”, i geli, che vengono fuori dalle formelle. Consentire ai visitatori di poter acquistare le copie fedelmente riprodotte di tutti gli oggetti autentici esposti nei laboratori e nei musei, di cui hanno potuto seguire tutte le fasi più significative di lavorazione.

L’apertura espositiva di una minima parte della raccolta vuole sensibilizzare tutti gli Enti preposti (Comune, Regione, Ministeri, ecc) a interessarsi alla realizzazione del progetto, prima che tutti i beni materiali e tutte le conoscenze, vadano definitivamente perduti. Questo mio progetto non ha alcun tornaconto personale ma va oltre all’interesse comune, all’amore per la mia città e di cui potrà fruire di questo patrimonio frutto di oltre cinquant’anni intensi di sacrifici per realizzare queste collezioni, prima che vadano interamente disperse». Noi di Bianca Magazine, da sempre attenti alla valorizzazione delle nostre tradizioni, ci uniamo all’appello del Maestro Forgia affinché le Istituzioni prendano in esame questo progetto in modo che questo patrimonio e queste conoscenze non si perdano definitivamente.

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Il museo Civico di Storia naturale di Comiso, un viaggio tra la natura e la preistoria

 

Articolo di Irene Novello   Foto di Samuel Tasca

Comiso, cittadina sulle pendici dei Monti Iblei, cellula vitale del territorio, è famosa per la lavorazione della pietra calcarea, tipica del territorio, che nel tempo ha assunto l’aspetto di una vera e propria industria. Ma è anche città ricca di storia e di cultura, fu un villaggio greco; nel territorio sono state individuate tracce di epoca romana e bizantina. Nel 1571 diventò Contea dei principi Naselli che costruirono il castello ancora presente in città, e si arricchì di chiese e monasteri, vivendo un bel periodo di sviluppo economico e urbanistico.

     La gran parte degli edifici fu distrutta dal terremoto che l’11 gennaio del 1693 sconvolse la Sicilia orientale e in particolare il Val di Noto, e la città, come le altre del circondario, venne ricostruita assumendo l’attuale stile barocco. Comiso, come tanti altri centri siciliani, ha sedimentato nel tempo le culture dei popoli che l’hanno dominata, fino a forgiare una cultura tutta propria. Città che ha dato i natali al famoso archeologo Biagio Pace e al noto scrittore Gesualdo Bufalino. In città, tra i vari monumenti di interesse storico e culturale si distingue il Museo Civico di Storia Naturale, inaugurato nel 1991, con una superficie espositiva di oltre 1000 mq; è un’Istituzione Scientifica riconosciuta dal segretariato CITES Ministero dell’Ambiente. Il museo è articolato nella sezione Paleontologica e Zoologica e nel laboratorio scientifico specializzato nella preparazione e conservazione paleontologica, tassidermica e osteologica.

Il Museo, per chiunque lo visiti, è una vera sorpresa: con più di quindicimila reperti di fossili di diverse ere geologiche e oltre novemila preparati zoologici e la più importante collezione cetologica dell’Italia meridionale, è il settimo museo italiano in ordine di importanza.

La direzione scientifica è affidata al dott. Gianni Insacco che ha arricchito il Museo con la sua collezione paleontologica privata costituita da oltre settemila reperti. Molto dinamica è anche l’attività di ricerca del museo, oltre alle missioni, viene pubblicata la rivista scientifica annuale “Natura Rerum”. L’esposizione dei reperti è stata curata ed organizzata seguendo un ordine cronologico, utile al visitatore per poter capire la nascita e lo sviluppo delle varie ere geologiche.  Dai primi organismi, ai pesci corazzati del Paleozoico, alle ammoniti, ai grandi rettili del Mesozoico fino ai mammiferi del Quaternario compreso l’uomo. Il Museo raccoglie reperti provenienti da tutto il mondo, tra questi a creare un forte impatto visivo è lo scheletro integro dello Psitacosauro, dinosauro erbivoro del Cretaceo inferiore proveniente dalla Mongolia.

Tra i pezzi di maggior importanza scientifica i resti del famoso “elefante nano”, che è stato rinvenuto dallo stesso dott. Insacco circa quindici anni fa, in una zona nei pressi di Comiso e che testimonia la presenza di elefanti in Sicilia in epoca preistorica. Nelle sale della sezione zoologica si possono ammirare diversi insetti siciliani e tropicali, un’importante raccolta di crostacei, tra questi il Granchio gigante del Giappone. Nella sezione ittiologica sono presenti diversi pesci del Mediterraneo e tropicali. Tra i rettili sono da ammirare due tartarughe giganti marine rinvenute in Sicilia.

Il Museo si distingue anche per l’attività di censimento e recupero dei cetacei spiaggiati, grazie alla partecipazione ai programmi del Servizio Certificazione Cites del Corpo Forestale dello Stato. Questa attività di ricerca ha permesso di non perdere molte specie di carcasse di cetacei, in alcuni casi anche rari, e di musealizzarli.

Un’Istituzione Scientifica riconosciuta a livello nazionale, oggi arricchita dalla biblioteca personale con più di duemila e cinquecento titoli di Sebastiano Italo Digeronimo, professore di Paleontologia presso l’Università di Catania, la cui attività di ricerca è documentata da oltre centocinquanta pubblicazioni.

Segesta

Segesta, un museo a cielo aperto

Segesta

 

Articolo di Irene Novello   Foto di Andrea Raiti

La Sicilia è una terra ricca di bellezze artistiche e di paesaggi naturali unici al mondo. L’Isola racchiude ben sette siti riconosciuti Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, a testimonianza del valore storico, culturale e naturale che ha da sempre caratterizzato la più grande isola del Mediterraneo. Come raccontava nel 1885 Guy de Maupassant nel suo Viaggio in Sicilia: “Ma quel che ne fa, innanzi tutto, una terra necessaria a vedersi ed unica al mondo è il fatto che, da una estremità all’altra, essa si può definire uno strano e divino museo di architettura”. Ed è proprio per la sua bellezza architettonica e paesaggistica che è diventato noto in tutto il mondo, il Parco Archeologico di cui parliamo: Segesta. Fu una delle principali città degli Elimi, un popolo di origine peninsulare, che la tradizione antica vuole di discendenza troiana. La città, fortemente ellenizzata, divenne uno dei centri più importanti della Sicilia e del Mediterraneo; la sua storia è caratterizzata dalle secolari controversie con Selinunte. Conquistata e distrutta nel 307 a.C. da Agatocle, tiranno di Siracusa, che le impose il nome di Diceòpoli, città della giustizia. Riprese il suo nome e durante la prima guerra punica passò ai Romani con i quali visse un nuovo periodo di prosperità. Le indagini archeologiche hanno messo in luce anche un villaggio di età musulmana e un insediamento normanno-svevo, dominato dall’alto dal castello costruito sulla sommità del Monte Barbaro.
Il Parco si trova a 40 Km da Trapani, nel territorio di Calatafimi Segesta, noto per il tempio dorico datato alla metà del V secolo a.C., costruito sulla cima di un colle che sembra dominare le terre circostanti tra colline di colore bruno e varie tonalità di verde che creano una quinta scenografica naturale e per il teatro costruito sul Monte Barbaro intorno alla seconda metà del II secolo a apoteksv.se.C.
Il Tempio dorico costruito su una collina, è noto in tutto il mondo per l’ottimo stato di conservazione. È un tempio incompiuto, la costruzione fu probabilmente interrotta nel 409 a.C. quando Segesta passò sotto il dominio cartaginese. Infatti, l’edificio presenta le colonne prive di scanalature ed è inoltre privo della cella, il vano che si trova all’interno di ogni tempio greco e che custodisce il simulacro della divinità tutelare; sicuramente la cella faceva parte del progetto, infatti, gli scavi archeologici hanno messo in evidenza alcuni tratti delle fondazioni che testimoniano la sua imminente costruzione. Non si hanno notizie del culto cui il tempio era dedicato. Il Teatro guarda verso il Golfo di Castellammare, incorniciato da un panorama che toglie il fiato, dove mare e terra s’incastrano, creando delle emozioni uniche. Vi si accedeva attraverso un’ampia strada lastricata, costruito in calcare locale, con la classica cavea circolare, sostenuta e costruita da un possente muro di contenimento. Tutt’oggi sono presenti nella cavea i sedili per gli spettatori della costruzione originale; ne poteva ospitare circa quattromila. Oggi, durante la stagione estiva, è possibile rivivere la magia antica del teatro grazie alle rappresentazioni classiche e moderne, spettacoli di danza e concerti di musica lirica interpretati da importanti artisti.
Segesta è uno dei Parchi Archeologici più importanti e più belli della Sicilia, la cui preziosità è stata quest’anno ulteriormente confermata dalla Regione Siciliana, riconoscendolo come ente autonomo e quindi indipendente per quanto riguarda la ricerca scientifica, la gestione, l’amministrazione e il settore finanziario. Il Parco Archeologico di Segesta si aggiunge a quelli già esistenti della Valle dei Templi, Naxos-Taormina e Selinunte Cave di Cusa, a seguito della Legge Regionale 2000 con cui sono stati istituiti nell’Isola i Parchi Archeologici. Tra le intenzioni del governo c’è quella di istituirne altri diciassette con l’intenzione di valorizzare al meglio le bellezze artistiche della nostra bella Sicilia.