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Il Barocco siciliano: Patrimonio Unesco per la sua unicità

Articolo e foto di Rosamaria Castrovinci

Il Barocco è stato un movimento estetico, ideologico e culturale sorto dall’affermazione delle idee legate alla Controriforma cattolica. Nell’arte questo movimento è stato caratterizzato da una forte esuberanza teatrale rappresentata attraverso i più disparati elementi espressivi e stilistici quali i giochi di luce, l’amplificazione, la torsione, l’ampio utilizzo di decorazioni floreali, ecc.

Il movimento culturale, così come lo stile artistico, si è sviluppato in Italia e in Europa, arricchendosi man mano di nuovi elementi. Dunque perché si parla poi di Barocco “siciliano”? Cosa lo caratterizza e lo rende diverso da quello del resto d’Europa?

Lo studio delle caratteristiche del Barocco Siciliano si deve a Anthony Blunt che nel suo testo “Barocco siciliano”, del 1968, ne identificò tre fasi di sviluppo:

  • la prima avvenne intorno al 1600, periodo in cui lo stile Barocco fu introdotto in Sicilia con la costruzione (iniziata nel 1609 e conclusa nel 1620) del complesso dei Quattro Canti a Palermo ad opera degli architetti Giulio Lasso e Mariano Smiriglio. La piazza all’interno dei Quattro Canti, all’incrocio delle due strade principali di Palermo (via Maqueda e corso Vittorio Emanuele), è nota anche con il nome di Piazza (o Teatro) del Sole perché l’ esposizione architettonica dei palazzi fa sì che almeno una facciata sia sempre illuminata dal sole, e questo avviene durante tutto l’anno. Anche questa caratteristica si può ricondurre allo stile Barocco, nel quale rivestiva grande importanza il gioco di luci. Anche a Messina furono realizzate delle importanti costruzioni in stile Barocco che però sono andate distrutte dal terremoto del 1908;

 

  • la seconda fase, secondo Blunt, si avrebbe a partire dal 1693, anno in cui il terremoto del Val di Noto distrusse più di 45 centri abitati nella Sicilia Orientale. Tra questi Noto fu completamente rasa al suolo, mentre Siracusa e Catania furono danneggiate in modo molto grave. La ricostruzione delle città, avvenuta in questo periodo, diede ampio spazio all’architettura barocca, che in questa seconda fase si caratterizza per una grande esuberanza decorativa. A questo periodo risalgono la realizzazione della chiesa di San Giorgio a Ragusa, ricostruita sulle rovine della chiesa di San Nicola, ad opera di Rosario Gagliardi e la basilica di Santa Maria Maggiore a Ispica, sempre ad opera del Gagliardi ma caratterizzata da uno splendido loggiato che venne costruito successivamente e fu progettato da Vincenzo Sinatra;

 

  • arriviamo infine alla terza fase, il cui inizio viene collocato intorno al 1730, periodo in cui finì la corsa alla ricostruzione e con più calma lo stile Barocco iniziò ad intonarsi alla personalità siciliana, compiendo così un’evoluzione unica. Esempi architettonici collocabili in questo periodo sono la Cattedrale di Catania, riedificata a partire dal 1711 su progetto di Girolamo Palazzotto, e la chiesa di San Domenico a Noto.

Il Val di Noto (nome che deriva da “vallo”, area estesa) e le sue città tardo barocche nel 2002 sono state inserite dall’UNESCO nella lista del Patrimonio dell’Umanità. Le otto città che fanno parte del sito sono: Caltagirone, Militello Val di Catania, Catania, Modica, Noto, Palazzolo Acreide, Ragusa e Scicli, tutte situate nel Sud Est della Sicilia.

Il sito è diventato Patrimonio Unesco poiché rappresenta una delle massime espressioni al mondo del Tardo Barocco europeo. I sontuosi palazzi, ricostruiti a partire dal 1693, sono caratterizzati da preziosi interni e da straordinarie facciate intarsiate, le trame urbane di tutte le città del Val di Noto sono tessute secondo un unico stile, rendendo questa zona unica ma allo stesso tempo diversificata da una città all’altra per l’utilizzo dei diversi materiali (quelli caratteristici di ciascuna zona) usati per la costruzione: ad esempio a Catania il Barocco è grigio-scuro per l’uso della pietra lavica, mentre a Noto assume il luminoso color miele della pietra locale.

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Museo del Costume di Scicli, oltre un secolo di storia iblea e non solo

 

Articolo di Salvatore Genovese    Foto di Museo del Costume

Si sa che, decidendo di visitare un museo, bisogna predisporsi a quello che viene comunemente definito ‘un salto nel passato’, più o meno recente.
Ma quello che accade, se si sceglie di visitare il Museo del Costume di Scicli, in fondo alla camillerianamente famosa via Francesco Mormino Penna (una delle principali location tra quelle utilizzate per la fiction del Commissario Montalbano e che per questo ha acquisito notorietà internazionale) è qualcosa di particolare: il visitatore, prima di varcare la soglia che introduce nei locali che, uno di seguito all’altro, ospitano la mostra, si sente ‘catapultato’ dentro un’antica (potrebbe essere diversamente?) macchina del tempo.
Il museo, infatti, è stato allestito dai coniugi Giovanni Portelli, medico appassionato di ricerche etnografiche, e Giovanna Giallongo, archivista (sarà un caso?) al piano terra di un grande edificio che, in passato, ha ospitato il Monastero delle Agostiniane. Prima di accedervi, si attraversano alcuni ambienti prodromici che sanno ancora di antico. Se poi ad accogliervi, accanto all’ingresso del Museo, è il decano Francesco Carpintieri che vi guarda austero da un gigantesco quadro ad olio, opera del pittore Gregorio Scalia che, insieme al figlio Raffaele, ha decorato la volta del salone di uno dei più noti edifici storici di Scicli, Palazzo Busacca, l’imprimatur di antico è cosa fatta!

L’ esposizione si compone di abiti, cappelli, scialli, ombrelli, bottoni, scarpe, biancheria intima e altri elementi del ‘coprirsi’ che temporalmente spaziano tra il 1860 e il 1960 ed è arricchita da utensili e grandi attrezzi da cucina, sapientemente allocati intorno a un grande forno a legna e a una tannura o apparecchiati sopra il classico tavolo di legno a sei posti.

Nel Museo del Costume di Scicli, uno dei più qualificati della Sicilia, fanno bella mostra antichi strumenti musicali e una culla in ferro battuto. Una ricca, anche per la preziosità degli abiti esposti, sezione museale è dedicata al mondo arabo.

Chiediamo al dottor Portelli come è nata l’idea di dar vita a questo museo.
«Da una specifica ricerca etnografica sul territorio realizzata nei primi anni ‘90. Si trattava di una raccolta di antiche ricette e, più in generale, del ‘sapere’ della cucina. Poi la ricerca si è ramificata e uno dei settori dove si è maggiormente sviluppata è stato quello dei costumi d’epoca, materiale ‘fragile’, in quanto destinato, nel tempo, all’obsolescenza; non a caso, è stato più facile recuperare costumi nobiliari e borghesi, piuttosto che popolari, poiché quest’ultimi non venivano conservati, ma utilizzati finché possibile. Altro settore che ci ha suscitato un certo interesse è stato quello fotografico, che oggi costituisce un vero e proprio archivio del quale sono testimonianza le foto che vengono, di volta in volta, esposte».

Quindi un interesse antropologico per il territorio sciclitano che si è generalizzato nel tempo?
«Concordo sulla sua progressiva generalizzazione, ma non sul fatto che riguardi solo Scicli. Costumi e quant’altro sono stati cercati e reperiti in un’area molto più vasta, comprendente numerosi altri Comuni dell’area iblea e non solo. La sezione araba, ad esempio, ha dei ‘pezzi’ provenienti dai Paesi del Nord Africa».

Ho notato un certo interesse per gli accessori. Sbaglio?
«Non sbaglia. Riteniamo, infatti, che gli accessori rivestano un’ importanza storica che va ben oltre l’interesse per semplici ‘oggetti antichi’. Sono piccoli, ma significativi segnali di vita, che indicano le differenze sociali di quei tempi. Basta mettere a confronto un abito da sposa borghese con uno popolare per rendersi conto anche della diversità degli accessori. A proposito di abiti nuziali, da notare che non sono di colore bianco, almeno fino al Concordato tra Stato e Chiesa del 1929, firmato da Mussolini e dal Cardinale Gasparri. Questo perché un abito da sposa colorato si sarebbe potuto usare anche in futuro; un abito bianco, no. Ma nei Patti Lateranensi fu deciso che doveva essere bianco!».

Cavalcata Scicli  foto Caschetto Emanuele

La cavalcata di San Giuseppe a Scicli

di Alessia Giaquinta   Foto di Emanuele Caschetto

“In Scicli è un altro paio di maniche. Lì, come in molti altri paesi, c’è un uomo che ha l’impiego di San Giuseppe. Or nella sera della vigilia il popolo tutto quanto, invaso da sacro entusiasmo, afferra il Patriarca, lo sospinge a furia di braccia, lo pone a cavalcioni di asino, gli mette tra le braccia un bimbo di stucco e lo costringe a correre per tutte le vie e viuzze del paese, preceduto da un’immensa caterva di villani e operai, chi a cavallo, chi a piedi, ma tutti con le fiaccole in mano, tutti urlanti e fischianti, tutti in corsa vertiginosa”.

É così che, nel 1876, ne i “Canti popolari del circondario di Modica”, Serafino Amabile Guastella descrive la suggestiva Cavalcata di San Giuseppe a Scicli.
Una festa che affonda le sue radici in un remoto passato in cui nobili cavalieri rendevano omaggio al Patriarca in occasione della sua festa, il 19 marzo.
Fu però dopo il Concilio di Trento che il culto di San Giuseppe si diffuse maggiormente e nel 1870, quando Papa Pio IX lo proclamò Patrono della Chiesa, crebbe la devozione popolare per il Pater Putatibus di Gesù, obbediente alla volontà di Dio, umile e lavoratore, mite per eccellenza.
Nella città barocca, così, la Cavalcata di San Giuseppe divenne espressione visibile del legame tra gli sciclitani e il Santo, facendo memoria, in particolare, della fuga in Egitto della Sacra Famiglia.

I Vangeli narrano, infatti, che Giuseppe vide in sogno un angelo, il quale gli comandò di fuggire, insieme a Maria e al Bambinello, in Egitto poiché Erode stava cercando Gesù per ucciderlo.
A partire da questo episodio, a Scicli, l’omaggio dei cavalieri al Santo divenne anche l’occasione per riproporre il viaggio della Sacra Famiglia, rappresentata da tre figuranti che attraversano le strade e le vie della città scortati da cavalli, amazzoni e cavalieri vestiti con abiti della tradizione siciliana.

Inalterato è l’entusiasmo di coloro che di generazione in generazione si adoperano per l’evento, inserito nel 2010 nel Registro delle Eredità Immateriali della Regione Siciliana.

I cavalli che seguono la processione sono bardati con strutture non invasive (assicurano i bardatori) riccamente decorate e tali da poter essere considerate vere opere d’arte. Per riempire i disegni che caratterizzano le bardature si utilizza la violaciocca, fiore primaverile ricco di simbologie (in dialetto balucu, dal latino baculum ossia bastone) legate alla figura del Patriarca, che – come vuole la tradizione – è accompagnato da un bastone fiorito a ricordo della sua elezione a sposo di Maria.
I temi rappresentati richiamano alcuni episodi della vita di San Giuseppe e della Sacra Famiglia.

Per diversi mesi, con lavoro minuzioso e certosino, associazioni e famiglie si adoperano nei dammusa per creare la bardatura più particolare e significativa. Tanti sono i premi che vengono conferiti ai gruppi partecipanti all’evento: nell’edizione 2020, che si terrà il 21 e 22 marzo, oltre al Palio “Cavalcata di San Giuseppe – Comune di Scicli”, verrà assegnato il Trofeo “Nicolas Giunta”, il Premio “Patriarca”, il Premio “Guglielmo Alfieri”, il Premio al gruppo partecipante più giovane, il Premio alla testiera più bella, il “Premio Eleganza” e il “Premio Tradizione”.

Gli Amici di Giorgione in stretta collaborazione con don Ignazio La China e la parrocchia San Giuseppe sono già a lavoro perché anche quest’anno la Cavalcata di San Giuseppe sia nel rispetto della tradizione e impeccabile nell’organizzazione.

I figuranti della Sacra Famiglia, nel corteo per le vie della città, incontreranno i pagghiara, falò accesi per l’occasione nei crocicchi delle strade, simboli e strumenti di luce e calore che, a processione conclusa, diventeranno luogo di ritrovo e convivialità per le famiglie.

Una festa unica nel suo genere, definita da Elio Vittorini “un’infiorata a cavallo”.
Nessuna parola però sarà mai all’altezza per descrivere il sentimento di ardore e devozione degli sciclitani quando, con sguardo fiero, invocano il Santo “Patrià, Patrià, Patriàrca!”.

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Cosaruciaru, trasformare la coltura in cultura

Articolo di Titti Metrico   Foto di Paolo Montanaro

Cosaruciaru (cosa dolce). Un fagiolo raro, dolce e pregiato, prodotto nelle campagne di Scicli. Il Cosaruciaru all’inizio del Novecento aveva un notevole peso nell’economia locale, veniva coltivato dai “ciumatari e cannavatari”, derivante da ciumi (il fiume), così come venivano chiamati i contadini proprietari di appezzamenti di terreni alluvionali, freschi e permeabili lungo il torrente Fiumara, tra Modica e Scicli. Giovanni Parisi mi ha accompagnato nella sua azienda agricola, tra Scicli e Cava d’Aliga, circondata da carrubi e ulivi, tra muretti a secco e strade senza indicazioni, proprio come dentro una scena della fiction di Montalbano. La sensazione che si prova a essere immersi nell’essenza della Sicilia Orientale è indescrivibile. Qualcosa di meraviglioso.
«Faccio l’agricoltore per passione, tramandata da generazioni, – ci racconta Giovanni Parisi -.

La mia famiglia mi ha dato la possibilità di scegliere un lavoro che mi permettesse di valorizzare questo territorio. Da piccolo, in campagna con i miei genitori e i miei nonni, ho iniziato ad amare la terra e guardare la coltivazione di quel fagiolo locale, al tempo, legato solo all’uso familiare. Finiti gli studi superiori in Agraria, ho seguito le orme della mia famiglia, proseguendo la coltivazione degli ortaggi in serra, soprattutto del fagiolo, ed anche di pomodori della varietà datterini e pixel. L’idea della trasformazione mi assillava, ma, in una terra abbandonata o meglio troppo sfruttata mi scoraggiava. Così nel 2012 sviluppai il mio progetto – continua Giovanni Parisi – fui spinto dai turisti di passaggio, che volendo acquistare i miei prodotti dicevano che volevano portarsi a casa un pezzo della mia terra, questo m’inorgogliva al punto che l’interesse mi ha spinto a preservare la produzione del Cosaruciaru nel tempo. Sono stato uno dei primi a trasformare solo ed esclusivamente il prodotto della mia azienda, e questo fagiolo, così dolce e leggero, ha permesso il suo utilizzo sia d’estate che d’inverno, quindi, non solo zuppe, paste e cotiche, ma, anche fresche insalate con tonno, basilico, pomodoro e cipolla. Da pochissimo tempo, dai fagioli viene ricavato un paté spalmabile, simbolo della versatilità del legume».

Come si coltiva?
«Per la coltivazione del fagiolo viene seguito un ferreo disciplinare di produzione che obbliga a fare tutti i passaggi a mano: semina, sarchiatura, trebbiatura, raccolta. Il fagiolo viene fatto essiccare all’aria aperta e congelare per un periodo a -25 gradi per eliminare l’eventuale presenza del torchio (un insetto dannoso, ndr)».

Il Cosaruciaro è la fiction Montalbano?
«L’attore Marcello Perracchio (il dottor Pasquano, ndr), modicano di nascita, durante le riprese di alcune scene a Scicli, si ricordò che nella sua infanzia si coltivavano dei fagioli screziati e dolcissimi, la sua mamma aveva una bottega vicino Scicli e i contadini barattavano i fagioli con pasta e farina. Così si è messo alla ricerca di qualche agricoltore che ancora oggi producesse questo fagiolo oramai scomparso. Perracchio si rivolse all’Ente di Sviluppo Agricolo e l’agronomo che accolse questa sua richiesta un giorno trovatosi nella mia azienda mi riferì cosa l’attore gli aveva richiesto: la sorpresa fu grande quando gli dissi che noi lo coltiviamo per uso familiare da sempre, da lì il Cosaruciaru è arrivato anche sulla tavola della fiction di Montalbano».

Come nasce il presidio Slow Food?
«Dopo Montalbano mi sono messo a fare una ricerca di aziende che producessero il Cosaruciaru, ho trovato così diversi produttori che ancora non avevano perso la loro identità continuando a tramandare così come ho fatto io, li ho riuniti dapprima in un’associazione e in seguito in un presidio Slow Food».

Come si riconosce il fagiolo Cosaruciuaru?
«Il Cosaruciaru è riconoscibile dal colore bianco panna con piccole scriature marroni attorno all’ilo».

Una rivoluzione in un legume, grazie a coltivatori che hanno trasformato la coltura in cultura.

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Scicli, la città presepe della Sicilia Barocca

Articolo di Irene Novello    Foto di Henry Burrows

“La città di Scicli sorge all’incrocio di tre valloni, con case da ogni parte su per i dirupi, una grande piazza in basso a cavallo di una fiumara, e antichi fabbricati ecclesiastici che coronano in più punti, come acropoli barocche, il semicerchio delle altitudini…”, così Elio Vittorini ricorda la città, centro del barocco ibleo del Val di Noto, a circa ventotto chilometri da Ragusa. Scicli che ha le sembianze di un perenne presepe vivente, dove l’architettura monumentale sembra essere in perfetta armonia con la natura, è stata riconosciuta nel 2002, Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco, insieme ad altri sette centri del Val di Noto.

Con il terremoto del 1693 si trasforma da città tardo medievale a città tardo barocca, con un meraviglioso centro storico caratterizzato da una delle strade più belle della Sicilia orientale, la via Francesco Mormina Penna, il salotto degli sciclitani, ricco di palazzi nobiliari neoclassici e chiese scolpite nel calcare dorato in stile tardo barocco. La città ha origini antiche, uno dei suoi primi nuclei è il villaggio rupestre Chiafura che sorge nel lato sud-occidentale del costone di San Matteo, costituito da una serie di grotte abitate fino agli anni Sessanta del Novecento.
Uno dei monumenti più importanti della città è la Chiesa di San Bartolomeo, che in parte ha resistito alla terribile furia del terremoto del 1693. Risale al XV secolo, caratterizzata da un imponente prospetto barocco neoclassico, circondata dalle rocce di un canyon e definita dall’architetto Paolo Portoghesi “una perla dentro le valve di una conchiglia”.

Tra gli edifici nobiliari più importanti c’è il Palazzo Beneventano, una delle strutture barocche più interessanti della Sicilia, con i suoi prospetti riccamente decorati da mascheroni molto espressivi e ricchi di dettagli e i suoi balconi con ringhiere rigonfie in ferro battuto sostenuti da creature fantastiche che sembrano animate. Il tour in città è inoltre arricchito dalla Chiesa di San Giovanni Evangelista ricostruita dopo il terremoto, la vista della volta in stile barocco, con gli stucchi e gli affreschi ci lascia senza fiato. Molto più sensazionale è la presenza all’interno della chiesa di un dipinto insolito, il Cristo di Burgos, datato al XVII secolo, di origine spagnola, chiamato il Cristo in gonnella. Si tratta di un’iconografia particolare, che raffigura il Messia in croce con una veste bianca lunga dal bacino fino alle caviglie.

Scicli è una cittadina a misura d’uomo, un museo a cielo aperto, ricca di antiche tradizioni folcloristiche che rispecchiano un passato molto lontano e una lunga storia di dominazioni. Le feste religiose più importanti si svolgono in primavera: la Cavalcata di San Giuseppe, le celebrazioni della Settimana Santa e dell’Uomo Vivo, talmente suggestiva che lo stesso cantautore Vinicio Capossela ha dedicato una bellissima canzone e la festa della Madonna delle Milizie, patrona della città assieme a San Guglielmo.

Ma Scicli è anche un vero e proprio set cinematografico, in questa splendida cittadina si può vivere l’emozione di visitare i luoghi della fiction de Il Commissario Montalbano, in particolare all’interno del Municipio nella stanza del sindaco si trova l’ufficio del Questore. Il successo della fiction ha coinvolto l’intera provincia di Ragusa, dove negli ultimi anni si è sviluppato un vero e proprio itinerario turistico che porta alla scoperta del set televisivo.
Tutto questo e molto altro è Scicli, una città di ineguagliabile bellezza, tra vicoli e scorci inattesi che non chiedono altro di essere scoperti.

Madonna delle Milizie

La Madonna delle Milizie, storia, fede, mito e gastronomia

Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Giuseppe Leone 

Una volta i tuoni e il diluvio erano della Madonna a cavallo, nel paese attraversato dal fiume tutto di sassi
Elio Vittorini

A Scicli, l’ultimo sabato del mese di maggio, si svolge una delle feste più caratteristiche della nostra terra, quella della Madonna delle Milizie. Le sue radici affondano in un lontano passato, durante il periodo delle incursioni arabe in Sicilia, quando i cristiani sciclitani ebbero la meglio in una battaglia contro i musulmani, proprio grazie all’intervento della Madonna.

Immergiamoci nella storia e giungiamo, a ritroso, fino al 1091.
La Sicilia, in quel periodo, era turbata dall’invasione degli Arabi che, nel loro progetto espansionistico, miravano non solo alla conquista di nuove terre ma soprattutto alla conversione dei popoli alla religione musulmana. La Sicilia fu controllata dagli arabi fino al 1060 quando giunsero i Normanni a ripristinare l’ordine ponendosi come difensori della fede cristiana.
Scicli, allora, come tutte le altre terre, passò dal dominio arabo a quello normanno ma i musulmani, che non si erano dati per vinti, minacciavano continuamente il territorio. Fu proprio in questo contesto che, gli sciclitani, in una notte di marzo del 1091, videro avanzare delle navi nel mare di Donnalucata: erano gli Arabi, capeggiati dall’emiro Belcane, che giungevano con l’intento di riscuotere le tasse per la mancata conversione della popolazione.
Allarmato da tale notizia, il Gran Conte Ruggero d’Altavilla, affrontò i nemici dapprima verbalmente – famosa, a questo proposito, è la frase “la Sicilia non è tributaria” – e poi in battaglia. I musulmani coalizzavano le loro forze al grido di “Allah”, i cristiani invece innalzavano preghiere a Dio e chiedevano l’intercessione della Madonna. Proprio in quella confusione, sopraggiunse una nuvola dalla quale emerse una maestosa signora su un bianco cavallo. Non era un’immagine qualunque: si trattava proprio della Madonna che, ascoltando le suppliche, si era manifestata nei panni di una guerriera. Gli arabi furono atterriti da tale visione e iniziarono a scappare abbandonando il campo di battaglia dove i cristiani esultavano per la vittoria. Questa tradizione si tramanda da secoli. La prima statua raffigurante la Madonna delle Milizie risale al ‘400 e attualmente ne esiste una copia conservata sull’Eremo delle Milizie.
Nel posto dove fu combattuta la battaglia venne costruito, per volontà del Gran Conte Ruggero, un meraviglioso eremo affinché si magnificasse la gloria della Vergine guerriera. Qui, oltre alla copia dell’antica statua – che però non raffigura la Madonna sul cavallo – si custodisce l’orma dello zoccolo del cavallo di Maria.
Questo luogo, anticamente, era chiamato “Piano re mulici”, da qui il nome Madonna delle Milizie.
Oggi si venera il caratteristico simulacro, databile al XVIII secolo, conservato nella Chiesa Madre di Scicli. Qui la Madonna appare come una paladina su un cavallo bianco e con una spada nella mano destra. Ai suoi piedi gli Arabi, sconfitti. “Ecce adsum, civitas mea delecta, protegam te dextera mea” è il tradizionale motto attribuito alla Madonna.
Oggi partecipare alla festa significa assistere alla “Sacra Rappresentazione” ossia ad una rievocazione storica del fatto d’armi magistralmente preparata da bravissimi attori e registi con la partecipazione degli sciclitani. E così c’è chi interpreta Ruggero, chi Belcane, chi impugna le armi e chi personifica gli Arabi, giungendo sulla piazza dove si svolge la rappresentazione, attraverso una nave in cartapesta con scritto “Stambul”. La vicenda si conclude con l’arrivo del simulacro della Madonna a cavallo a cui segue il caratteristico Canto dell’Angelo e la solenne processione. Il testo del 1933 utilizzato per la rappresentazione è di Giuseppe Pacetto Vanasia. Dal 2011 la Festa e il testo della “Sacra Rappresentazione” sono entrati nell’elenco delle Eredità Immateriali UNESCO. Per l’occasione, il dolce caratteristico è la “testa di moro”, una sorta di bignè a forma di turbante farcito con ricotta o creme varie. Una festa da vivere. Appuntamento a Scicli, l’ultimo sabato del mese di maggio.