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Articolo di Omar Gelsomino  Foto di Samuel Tasca

Mai avremmo immaginato che per colpa di una vocale sarebbero nate delle dispute che ormai vanno avanti da anni. In particolare dell’eterna disputa fra palermitani e catanesi. L’oggetto del contendere? Stiamo parlando della specialità siciliana conosciuta in tutto il mondo e che rappresenta una parte importante del patrimonio gastronomico della nostra Isola, lo street food per eccellenza e non solo. L’arancino o arancina, a seconda se ci troviamo nella cittadina etnea o nel capoluogo siciliano. Le due città ne rivendicano con orgoglio il nome. L’arancina palermitana (una delle golosità protagoniste in occasione delle festività di Santa Lucia) generalmente ha una forma rotonda mentre quella catanese e della Sicilia orientale ha anche la forma appuntita, quasi a voler richiamare l’Etna. L’importante che sia preparata col riso e ripiena di ragù ricco di ingredienti ed una panatura croccante.
A dirimere la questione è intervenuta persino l’Accademia della Crusca, secondo cui “il gustoso timballo di riso siculo deve il suo nome all’analogia con il frutto rotondo e dorato dell’arancio, cioè l’arancia, quindi si potrebbe concludere che il genere corretto è quello femminile arancina. Ma non è così semplice”. In realtà l’origine di questa gustosa pietanza di riso la si fa risalire alla dominazione araba, tra il IX e l’XI secolo, quando appallottolavano un po’ di riso allo zafferano nel palmo della mano e lo condivano con carne di agnello, chiamando le loro “polpette” con un nome che rimandasse ad un frutto: ecco le arancine, ispirate appunto al frutto più popolare coltivato in Sicilia.
Nel 1857 ne parla il Biundi nel Dizionario siciliano-italiano definendolo come “una vivanda dolce di riso fatta alla forma della melarancia”, più tardi l’Artusi parla di un “dolce fatto di pastafrolla e crema” mentre Traina dall’arancinu rimanda a crucchè: “una specie di polpettine gentili fatte o di riso o di patate o altro”. Tutte pubblicazioni che non citano nè la carne nè il pomodoro, in ogni caso distanti il supplì dalla tradizione araba, ma molto probabile che il dolce di riso sia stato trasformato in una specialità salata. “Nel dialetto siciliano il frutto dell’arancio è aranciu, diventando nell’italiano regionale arancio, solo in seguito si userà il femminile per i nomi dei frutti e il maschile per quelli degli alberi. Dal dialettale aranciu per arancia corrispondono il diminutivo arancinu, che significa piccola arancia, arancino nell’italiano regionale”. Ecco il nome maschile usato per indicare il supplì di riso, poi ripreso da altri dizionari e inserito nei Prodotti Agroalimentari Tradizionali Italiani e utilizzato nei racconti di Montalbano. Il nome del frutto è oscillante, arancio o arancia, anche se a volte prevale il femminile nello scritto ed è percepito come più corretto, poiché distinguiamo l’albero dal frutto. Arancino sarebbe dialettale mentre arancina lo sdoganerebbe in tutta Italia. Alla fine, accontentando tutti, però la Crusca sentenzia “il nome delle crocchette siciliane ha sia la forma femminile sia la forma maschile”. Quindi, se vogliamo chiamarlo arancina o arancino, se sia rotondo o a punta, che sia quello tradizionale o nelle sue innumerevoli varianti (al burro, con gli spinaci, alla norma, al pistacchio, ai gamberetti, ecc. ecc.) non ha importanza, godiamoci questa prelibatezza tutta siciliana, un piacere per il palato, vera delizia per i turisti e apprezzata in tutto il mondo.

Articolo di Samuel Tasca   Foto di Biagio Tinghino

È una tradizione ormai consolidata, quella che ogni anno porta migliaia di visitatori nella città “dove la vite è vita”, a Mazzarrone, in provincia di Catania, per i festeggiamenti del Festival dell’Uva da Tavola IGP. Anche quest’anno una tre giorni dedicata alla musica, allo spettacolo, alla cultura e soprattutto all’unica vera regina della città: l’uva da tavola, eccellenza siciliana apprezzata in tutti i mercati del mondo. Ad aprire i festeggiamenti, venerdì 6 Settembre, è stato il Festival Cinematografico “Ciak Si Cresce”, appuntamento che ogni anno vede come protagonisti giovani studenti produttori di cortometraggi a sfondo sociale. Un messaggio importante contro il bullismo e il cyberbullismo quello contenuto all’interno dei film proiettati durante la serata. A giudicarli, una giuria di eccezione proveniente dal panorama cinematografico e televisivo nazionale e internazionale: la coreografa e regista Anna Cuocolo, il regista Rai Lucio Cocchia e l’attrice Cinzia Clemente. La sera di sabato 7 Settembre è stata dedicata alle eccellenze siciliane con l’assegnazione dell’ormai consolidato premio “Grappolo d’Oro”. Tra questi: il giornalista che da anni conduce una battaglia contro la mafia, Paolo Borrometi; il ciclista Damiano Caruso del team Bahrain-Merida e il Sottocapo della Guardia Costiera Giuseppe La Rosa. Quest’anno, inoltre, valorizzata l’eccellenza femminile nativa di Mazzarrone con l’assegnazione del premio all’astronoma Angela Adamo, per le sue scoperte di rilevanza internazionale, e alla giovanissima Asia Scribano, per i suoi riconoscimenti sportivi nel karate. Particolare attenzione è stata riservata anche ai valori sociali perseguiti, tra cui anche l’eco-sostenibilità con il riconoscimento assegnato a SIA Group S.r.l. Sul palco, a dirigere l’orchestra il grande Maestro Vince Tempera, icona storica della musica italiana. A chiudere la serata in bellezza il concerto di Lello Analfino e i Tinturia che, con il loro sound dal ritmo popolare, hanno fatto ballare tutti fino a notte fonda. I festeggiamenti sono terminati domenica 8 Settembre con il grande concerto di Luca Carboni che ha richiamato decine di migliaia di visitatori da tutta la regione, e non solo. Ad accompagnare le tre serate, anche quest’anno, un programma molto ricco e variegato: dai “Tamburi Imperiali di Comiso” al gruppo storico di sbandieratori “Leoni Reali Città di Camporotondo Etneo”; dalla gara dei go kart alla folle corsa “Waky Race” dei veicoli senza motore. A visitare, poi, la fiera espositiva, nel pomeriggio di domenica, anche il Presidente della Regione On. Nello Musumeci. Un successo a detta di tutti, confermato dalla soddisfazione degli amministratori e della Pro Loco di Mazzarrone, organizzatrice dell’evento. Un appuntamento, quindi, da non perdere, che ogni anno raggiunge livelli sempre più alti!

 

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Samuel Tasca

Le radici della nostra cultura popolare sono racchiuse anche in oggetti ormai dimenticati. Oggetti, tradizioni e saperi destinati a perdersi. Vincenzo Forgia, ceramologo e insegnante di disegno tecnico e storia dell’arte, in oltre cinquant’anni ha pazientemente costituito un’imponente collezione. «Il Museo Didattico Permanente – dichiara Forgia – è l’inizio di un interessante progetto storico, artistico, tecnico e antropologico, per il recupero di quello che Caltagirone ha perso in termini di usi e costumi che per secoli hanno avuto come riferimenti ceramici, oggetti e strumenti, nella vita quotidiana di tutte le famiglie. Il mio progetto consiste nel realizzare un Polo Museale di sette musei, oltre alle strutture collaterali (bar, ristorante, albergo o struttura para-ricettiva, ecc), che comprendono: le quattro botteghe per la produzione delle ceramiche (stazzunaru, quartararu, modellatore e cannataru); la riproduzione di una casa del XIX secolo con l’arredamento e gli oggetti d’uso; le collezioni della produzione delle ceramiche d’uso e d’arredamento, tra il XVIII e il XX secolo; la più consistente collezione di formelle (oltre 1500 pezzi) calatine con tutte le iconologie e iconografie usate nei prodotti ceramici». In questo piccolo museo allestito nel centro storico di Caltagirone, in via Roma 40, è come tornare indietro nel tempo e perdersi tra i ricordi e la vita dei nostri nonni. «Al suo interno i visitatori possono ammirare una parte della mia collezione privata – continua Forgia -. Sono esposti diversi fischietti della produzione di Caltagirone che vanno dalla seconda metà del XIX al XX secolo, con opere mie, di Salvatore Leone, Salvatore Graziano e autori vari; nella seconda sala sono esposte invece delle bellissime formelle, largamente utilizzate per realizzare i geli di frutta e di fiori, creme e mostarda, raffiguranti diverse tipologie di soggetti che vanno dalla fine del XVIII secolo sino alla prima metà del XX secolo, e di altri centri ceramici, una produzione contemporanea. Infine nell’altra sala è possibile ammirare lo scenografico “presepe degli umili”, con l’esposizione di soggetti dell’epoca di autori vari e di altri centri di produzione, in un periodo compreso fra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo».
Un’ offerta culturale rivolta soprattutto ai giovani, la maggior parte dei quali sconosce la nostra storia e le nostre tradizioni. «Il Polo Museale intende coinvolgere i giovani verso la riscoperta di valori etno-antropologici ormai scomparsi, a interessare i visitatori coinvolgendoli con dimostrazioni pratiche e adeguate spiegazioni, rendendoli attivamente partecipi. Dare ai visitatori la possibilità di degustare prodotti tipici stagionali, legati alle tradizioni locali, serviti nelle riproduzioni fedeli delle stoviglie di Caltagirone comprese le “opere d’arte commestibili”, i geli, che vengono fuori dalle formelle. Consentire ai visitatori di poter acquistare le copie fedelmente riprodotte di tutti gli oggetti autentici esposti nei laboratori e nei musei, di cui hanno potuto seguire tutte le fasi più significative di lavorazione. L’apertura espositiva di una minima parte della raccolta vuole sensibilizzare tutti gli Enti preposti (Comune, Regione, Ministeri, ecc) a interessarsi alla realizzazione del progetto, prima che tutti i beni materiali e tutte le conoscenze, vadano definitivamente perduti. Questo mio progetto non ha alcun tornaconto personale ma va oltre all’interesse comune, all’amore per la mia città e di cui potrà fruire di questo patrimonio frutto di oltre cinquant’anni intensi di sacrifici per realizzare queste collezioni, prima che vadano interamente disperse». Noi di Bianca Magazine, da sempre attenti alla valorizzazione delle nostre tradizioni, ci uniamo all’appello del Maestro Forgia affinché le Istituzioni prendano in esame questo progetto in modo che questo patrimonio e queste conoscenze non si perdano definitivamente.

Articolo di Sofia Cocchiaro   Foto di Samuel Tasca

Rosario Bruno è il direttore commerciale di Bruno Pelletteria, attività che oggi rappresenta un punto di riferimento nel settore della pelletteria per il territorio del Calatino.

Quando nasce l’attività?
«Nasce agli inizi degli anni ’90, come negozio al dettaglio di abbigliamento e accessori uomo, coniugando il brand alla qualità e dunque il cliente trovava dalla camicia su misura alla cravatta della migliore tradizione comasca, dalla maglieria pregiata ad esclusivi abiti sartoriali. Quando ho preso consapevolezza delle potenzialità del territorio decisi di specializzarmi nel settore della pelletteria e degli accessori, pregiandomi di aver diffuso i migliori brand e marchi che ancora oggi rappresentiamo e ci rappresentano».

La scelta di lavorare con l’abbigliamento e poi con gli accessori è stata casuale o è il frutto di una passione personale?
«Questa è una domanda molto interessante in quanto mi riporta indietro negli anni. La scelta non è per nulla casuale ma è il frutto di una lunga esperienza maturata nel settore dapprima come passatempo, quando dall’età di tredici anni, dopo la scuola, mi dilettavo ad aiutare gli zii nella loro attività di vendita all’ingrosso e poi come lavoro vero e proprio presso uno dei centri all’ingrosso più importanti del Sud Italia negli anni ’80 e ’90. È proprio questa l’esperienza lavorativa più significativa e per mezzo della quale inizio a comprendere quale sarebbe potuta essere l’evoluzione nel campo delle vendite all’ingrosso».

In un’epoca in cui dilaga il così detto fenomeno dello “shop on line” qual è il messaggio che vuole dare ai suoi clienti o ai suoi futuri clienti?
«Ritengo che, pur rispettando l’evoluzione dei tempi e dei mezzi d’acquisto, vi sia un qualcosa nell’acquistare in store che inevitabilmente manca al web ovvero il fattore umano e il know how. Il cliente che viene a trovarci acquista in maniera consapevole rispetto ad ipotesi asettiche come quelle prese a paragone e appunto il web. Difatti mettiamo a disposizione la nostra professionalità in termini di esperienza e conoscenza oltre che, a monte, una rigida selezione dei marchi che ci pregiamo di trattare».

 

Articolo e Foto di Samuel Tasca

Ho sempre trovato buffo come il titolo di quest’articolo sia una frase ripetuta di generazione in generazione che mantiene sempre la stessa formula cambiando il finale. Questo muta in relazione al cambiare dei tempi e delle abitudini sociali e descrive l’evolversi delle aspirazioni di ragazzi che sognano ciò che diventeranno da grandi: abbiamo avuto la maestra e il dottore, poi è stato il turno del calciatore e della velina fino alla fatidica “Mamma, da grande voglio fare l’influencer!”.
Ebbene sì, è questo il mestiere più agognato dai giovani e non solo, del quale non esiste però un vero manuale d’istruzione. Abbiamo, quindi, deciso di seguire Francesco Mauro, conosciuto sui social come TheMadEffe, per vedere cosa fa davvero un influencer o, per meglio dire, un lifestylist perché, nel suo caso, ciò che viene postato sono soprattutto esperienze: che si tratti di una passeggiata, una cena o un giro in macchina, ciò che conta è condividere con i follower qualcosa di autentico che possa essere apprezzato, condiviso e commentato! Sveglia presto (ma non troppo), la location è già stata selezionata. Si procede con la scelta dell’outfit, appositamente studiato, specialmente se si collabora già con qualche brand. Giunti sul luogo si studiano un po’ le ambientazioni, si mette su un po’ di musica per sciogliersi e via con gli scatti. Il clima è scherzoso ed effettivamente ci si diverte molto. «Il bello di comunicare è proprio quello di rendere partecipe la gente di quella che è la tua giornata – ci dice Francesco – e questo non deve mai diventare fonte di stress, altrimenti si perde la naturalezza. Se si riesce a superare la paura del giudizio che possa avere la gente di te e si riesce a immaginare che dietro quello schermo ci sono effettivamente i tuoi amici, a quel punto riesci a essere effettivamente te stesso». Finito lo shooting, ci fermiamo a pranzo da Cuma, nel cuore di Palermo, e qui Francesco ci racconta un po’ la sua esperienza, iniziata ormai diversi anni fa, ma intensificata soprattutto negli ultimi due anni. «Più che “influenzare” mi piace soprattutto comunicare con le persone, direi che la mia esperienza nasce innanzitutto da un’ esigenza di comunicare con gli altri».
Che cosa attira di più di questo mondo secondo te?
«Sicuramente l’idea di ricevere articoli di ogni genere in maniera gratuita. A volte, però, si rischia di svendere se stessi e la propria immagine».

Quanto c’è di Francesco in TheMadEffe?
«Diciamo che c’ è il novanta per cento di Francesco, perché grazie al mondo social riesco a esprimere parti di me che magari rispetto alla mia professione giornaliera difficilmente vengono fuori. In TheMadEffe c’ è la parte di Francesco più creativa e più folle, la parte più socievole e anche strafottente. Forse c’è la parte più bella di Francesco, anche se c’è sempre una piccola parte di me che ancora non è venuta fuori.
Ci sono molte persone convinte erroneamente che un aspetto come quello dell’essere influencer non possa conciliarsi con una professione formale come quella dell’avvocato. […] Io ritengo che se riesci a comunicare bene, anche attraverso i social, questo può darti ancora maggior affidabilità. In fondo sia l’avvocato sia l’influencer devono essere molto bravi a comunicare».

Cosa vuoi dire ai tanti giovani aspiranti influencer?
«Non cercare mai scorciatoie perché la crescita non è mai rapidissima, ma è sicuramente frutto di un’ esperienza che va maturando. Inoltre, mai sopravvalutare se stessi, mai sentirsi al di sopra degli altri credendosi delle celebrità. Sentitevi sempre come parte di una community dove si può, in parte, infondere negli altri quelle che sono le proprie esperienze».

Svelaci un segreto
«Ogni foto non è mai a caso. Cercate di seguire un tema conduttore per la vostra galleria che può variare dalla scelta dei colori allo stile delle foto. Questo darà al vostro profilo un look curato e facilmente apprezzabile dalle aziende».

Articolo di Irene Novello    Foto di Samuel Tasca

«Habitat non è un ufficio, né un negozio, né una fabbrica. Ma è uno spazio dove prodotti, idee, progetti e tendenze prendono forma e si realizzano seguendo le esigenze del cliente».

Saro Sgarlata non è solo l’imprenditore della sua attività ma, ancor di più lui, ne è lo spirito creativo.

Difatti è lui stesso che, su richiesta dei clienti più esigenti, mette in opera la propria arte, disegnando articoli ricercati e unici, in linea con le tendenze e seguendo sempre lo stile minimal che lo caratterizza.

«Già da piccolo disegnavo case, mobili, oggetti, macchine. Durante una gita scolastica ho anche consegnato un mio progetto di automobile ad una famosa casa automobilistica. Il disegno è sempre stata la mia passione e la musica stimolo alla mia creatività».

Originario di Chiaramonte Gulfi, Saro ci racconta come sin da bambino ha avuto un’abilità particolare nel disegnare.

Ma la caratteristica principale della personalità di Saro è, a parere di chi scrive, il suo essere particolarmente estroverso e aperto alla comunicazione, al dialogo e alla socialità, tutte accezioni di sé che lo spingono, sin da giovane, ad avere interesse anche nei confronti del settore commerciale.

È cosi che, nel 2007, a Ragusa in Via Giovanni Falcone n. 99 nasce Habitat Ufficio, Arredamenti & Contract ove Saro, attraverso il servizio di Customer Service, segue i clienti nelle fasi di consulenza e progettazione di spazi per uffici, hotel, case e negozi nonché nella fase della fornitura degli elementi d’arredo ove oltre che, come già detto, alla sua stessa creatività si affida a numerosi brand nazionali e internazionali quali Newall, Estel, Newform, Plust e Slide per citarne alcuni.

Interessante dal punto di vista commerciale anche l’attività di noleggio arredamenti finalizzata all’allestimento di eventi pubblici e privati nonché la partecipazione alle più importanti fiere di settore, tra tutti il Salone del Mobile di Milano, che costituiscono un’esperienza di crescita, conoscenza e scambio di vedute fra esperti del settore.

A Saro vorrei porre solo poche domande perché la sua personalità è già chiara ed evidente agli occhi di chi lo conosce e di chi ne ha potuto apprezzare le abilità.

Qual è la differenza tra arredare una casa e arredare un ufficio?

«Sono due ambienti vissuti in maniera diversa. La casa viene arredata in base alle esigenze dettate dalla vita quotidiana mentre è evidente che per quanto concerne l’ufficio le esigenze sono diverse a seconda del tipo di attività che vi si svolge e per tale ragione ci si può permettere di creare spazi ancor più creativi e unici».

Saro cosa ti auguri per questo nuovo anno?

«Mi auguro un anno pieno di grandi progetti da realizzare.  Ne approfitto a questo punto per dirvi che il 2019 mi vedrà protagonista ogni settimana su Video Regione con una rubrica dedicata al Design».

All’anno appena trascorso hai invece qualcosa da dire?

«Si, saluto il 2018 soddisfatto delle esperienze che mi ha fatto vivere così come, a titolo esemplificativo, il progetto di consulenza che ho realizzato per la progettazione degli uffici “Crai – Gruppo Radenza”. Questo risultato, insieme ad altri non meno importanti che ho realizzato, mi conferma che il lavoro fatto con passione e tenacia dà sempre i suoi frutti e la gente adesso è più disposta a rinnovare il proprio “habitat” e a rinnovarsi».

E allora noi di Bianca Magazine non possiamo far altro che augurarti di continuare a realizzare i tuoi progetti.

Articolo di Sofia Cocchiaro   Foto di Samuel Tasca

ll confetto è una specialità prodotta fin dai tempi antichi ed usata come simbolo di fortuna e prosperità.

In epoca romana era considerato come una sorta di “bon bon” pregiato da mangiare durante le occasioni importanti mentre già nel periodo rinascimentale, durante i ricevimenti, gli ospiti venivano accolti con coppe ricolme di confetti.

Strettamente legata all’utilizzo del confetto è la “bomboniera” che, già nel XVIII secolo, rappresenta una preziosa scatoletta nata con lo scopo di contenere i confetti. Ma per saperne di più non possiamo che rivolgerci a Francesca Di Stefano che, nel 2007, ha inaugurato a Ragusa in via Sant’Anna Chicca Confetti realizzando così il sogno di dedicarsi alla sua passione per i confetti e per il confezionamento di bomboniere.

 

Francesca raccontaci quando nasce la tua passione per il mondo dei confetti e delle bomboniere?

«La mia passione nasce quando mi viene proposta, da un amico, l’occasione di collaborare alla sua attività di organizzazione eventi e matrimoni. In quel contesto mi rendo conto che l’attività mi appassiona davvero tanto ma al contempo realizzo che l’attività sulla quale mi spendo di più a livello creativo e passionale è quella relativa al confezionamento delle bomboniere e alla scelta dei confetti più adatti all’occasione. Pertanto decido di recarmi a Napoli dove ogni anno si svolge la più importante fiera relativa al settore e così, a partire da quest’esperienza, prende vita Chicca Confetti«».

 

Cos’è Chicca Confetti?

«Chicca sono io e all’interno della mia attività si trova tutto quello che mi rappresenta, dal punto di vista dei miei gusti e della mia personalità. All’interno del negozio non c’è una singola cosa che non sia stata accuratamente scelta da me seguendo quelle che sono le mie idee di bellezza, eleganza e bontà. Inoltre tutti i nostri confetti sono prodotti senza glutine e ciò attesta dunque la nostra attenzione su quello che è anche l’aspetto salute».

 

Tradizionalmente il confetto veniva utilizzato quale auspicio relativo alla celebrazione di qualsiasi evento. Ritieni che sia sempre e solo questo il valore dato al confetto in sé e per sé?

«No anzi la mia esperienza mi porta a dire che è cambiato notevolmente l’interesse che il confetto suscita. Infatti, se pure è vero, che il confetto non può assolutamente mancare fra gli elementi augurali di qualsiasi evento da celebrare è vero anche che esso, nella sua moltitudine di varianti, è ormai divenuto un vero e proprio pasticcino da degustare aldilà dell’evento specifico. Molti dei miei clienti, infatti, acquistano i confetti di Chicca per sgranocchiarli la sera davanti alla tv o durante le loro passeggiate di shopping in Via Roma».

 

Quale confetto consiglieresti ai lettori di Bianca Magazine che si accingono ad organizzare un evento?

«Vi è da dire che i miei consigli sono sempre personalizzati sulla base non solo dell’evento che si va ad organizzare ma anche della personalità del cliente. Generalmente, in linea con i gusti e le tendenze del momento, il confetto per me più adatto al battesimo di un bimbo è quello al cocco mentre per una femminuccia consiglio il confetto alla crema chantilly con fragoline, per i festeggiamenti di laurea consiglierei il classico confetto di cioccolato al latte mentre per un matrimonio il mio consiglio, chiaramente, è quello di allestire una confettata sia durante le visite a casa degli ospiti sia durante i festeggiamenti del matrimonio in modo che ciascuno possa deliziarsi seguendo i propri gusti».

 

Come consigli di vivere, invece, il periodo che precede l’evento stesso e che dunque è relativo alla sua organizzazione?

«Molto spesso le coppie di sposi che incontro, in fase di organizzazione, sono talmente stressati da non desiderare altro che arrivi quel giorno o ancor peggio che passi quel giorno. Il mio consiglio sincero è dunque quello di vivere ogni singola fase del momento organizzativo come un vero e proprio piacere così che anche quel momento possa essere ricordato positivamente».

 

Articolo di Irene Novello    Foto di Samuel Tasca

La cucina siciliana è ricca di aromi e colori, altrettanto forte e generosa come la nostra terra, carica d’inventiva che permette di conquistare qualsiasi tipo di palato. È una cucina piena di storia, migliorata nel corso dei secoli, valorizzando le esperienze dei popoli che hanno dominato l’isola. I Greci, gli Arabi, i Normanni, gli Spagnoli con le loro scoperte hanno arricchito anche la nostra tavola. Noi siciliani abbiamo custodito e tramandato nel corso dei secoli queste scoperte, arricchendo la nostra cucina di tradizioni uniche al mondo. C’è un periodo in Sicilia, carico di ritualità e magia, dove queste tradizioni sono celebrate e prendono forma dai più antichi ricettari di famiglia tramandati da madre in figlia: il Natale! Un tempo, nel periodo che precede le festività natalizie, le massaie si riunivano nelle case delle commari, munite di forno a legna e di ampi spazi per accoglierle tutte, e lì insieme preparavano i dolci che avrebbero deliziato i ricchi banchetti delle festività. Tra questi, uno in particolare ricorda il Natale e racchiude in sé la storia della cucina siciliana: il Nucàtolo, inserito nell’elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali.
Il dolce è diffuso in Sicilia in numerose varianti, sia per la composizione sia per la forma; l’elemento in comune di tutte le versioni è l’utilizzo della frutta secca, tra cui mandorle, noci o fichi secchi e un mix di varie spezie. Sull’origine del nome esistono due versioni: quella latina dal termine nucatus, ovvero nociato (dolce a base di noci), e la versione araba da naqal, insieme di frutta secca.
A Palermo, la tradizione vuole che siano state le monache del Monastero di Santa Elisabetta a produrre dei Nucàtoli eccezionali, piccoli cuscini di pasta frolla glassata, ripieni di frutta secca, di solito modellati a forma di “S” o di sigaro, versione diffusa anche a Ragusa e Modica. Nel messinese si aggiunge l’acqua di rose che conferisce al biscotto maggiore aromaticità. A Butera il Nucàtolo è privo della pasta frolla esterna, si presenta come un biscotto con impasto a base di mandorle, cannella e scorza di arancia, glassato con il cosiddétto rasto (nel dialetto siciliano gileppu), una crema dura a base di zucchero, bianco d’uovo e limone, modellato in varie forme, tra cui il cuore e la stella. Una versione della ricetta è simile a quella diffusa a Grammichele, dove nell’impasto si aggiunge il cacao e la glassa può anche essere al cioccolato. La ricetta buterese è anche simile a quella dei Nucàtoli di Vizzini, dove il cacao è aggiunto alla glassa, e come ci racconta Pietro La Rocca, nel saggio “Nucatuli, marmurati e altri dolci festivi vizzinesi”:“la forma ricorda quella di un piccolo cavallo con tre propaggini, una per la testa e le altre per le gambe. Il cavallo si riferisce all’economia del territorio di Vizzini, che è legata alle attività contadine”.
Sicuramente si tratta di ricette che sono state create in origine nei monasteri, dove si sviluppò l’arte della pasticceria siciliana, poi tramandate nel corso dei secoli, utilizzando ingredienti che più si adattavano al proprio palato ma anche alla disponibilità delle materie prime presenti in ciascun territorio. È così che nascono le diverse varianti di questo dolce, di cui ogni città ne vanta la paternità.

Articolo di Redazione    Foto di Samuel Tasca

Iniziata quindici anni fa, l’attività imprenditoriale di Giuseppe Di Quattro e Stefania Scribano, titolari dell’azienda I Cherubini, leader nel settore dell’abbigliamento per bambini nel territorio ibleo e da circa un anno e mezzo presente anche a Siracusa.
Questa splendida coppia affiatata ci racconta com’è nata la realtà de I Cherubini e quali sono le peculiarità che contraddistinguono il loro brand: «La nostra storia inizia all’interno di un piccolo locale commerciale in Via Plebiscito a Ragusa. Negli anni siamo riusciti ad ampliare il primo punto vendita trasferendolo in un locale più ampio in Via Archimede. In seguito abbiamo aperto un altro negozio presso il Centro Commerciale Ibleo per dare la possibilità all’utenza dell’hinterland ragusano di poter vestire i nostri capi. Con grande coraggio, nel Marzo 2017, abbiamo investito su Siracusa aprendo un negozio di circa 250 mq in pieno centro e pian piano stiamo raggiungendo gli altri ambiziosi obiettivi che c’eravamo prefissati».

Cosa vi ha spinto a investire nel mondo della moda per bambini?
«Inizialmente mossi dall’amore che abbiamo sempre avuto per i più piccoli, volevamo aprire un asilo, ma poi, grazie ad un’idea di Giuseppe, abbiamo deciso di aprire un negozio di abbigliamento e, osservando quello che siamo oggi, direi che abbiamo fatto la scelta giusta!».

Qual è la cosa che vi piace di più del vostro lavoro?
«Il rapporto con i nostri clienti (per lo più bambini). Soprattutto guardarli negli occhi e vederli soddisfatti dopo aver acquistato il capo d’abbigliamento che da sempre avevano sognato di indossare».

Quanto sono esigenti i bambini?
«In questi anni abbiamo assistito a una vera e propria evoluzione: i bambini sono più esigenti delle mamme, soprattutto le femminucce, infatti, entrano in negozio già con le idee chiare e sanno bene quello che vogliono. Possiamo tranquillamente affermare che i nostri clienti non sono più le mamme, ma i più piccoli».

Quali ragazzi veste I Cherubini?
«Un po’ tutti, i nostri capi di abbigliamento vestono una grande fascia d’età, che va dai sei mesi sino alla maggiore età. Inoltre, presso i nostri punti venditi anche le mamme possono trovare meravigliose collezioni adatte a loro. Questo perché i capi per le ragazze si avvicinano molto alla moda donna».

Che cosa deve aspettarsi un genitore che viene a trovarvi per vestire i propri figli?
«Sicuramente troverà un’ampia scelta di capi d’abbigliamento che vanno dal vestitino per cerimonia all’outfit di tutti i giorni, ma quello che ci contraddistingue sono i nostri prezzi accessibili a tutti. Insomma, ci piace affermare che da noi è possibile trovare il famoso “bello che costa poco”».

Articolo di Angelo Barone    Foto di Mirko Sperlonga e Samuel Tasca

In occasione della registrazione della puntata di Gustibus, trasmissione di La 7, dedicata alla valorizzazione dell’uva da tavola IGP di Mazzarrone e del suo territorio ricco di tanti altri prodotti agroalimentari di qualità, incontriamo Anthony Peth, noto presentatore televisivo e radiofonico. È stato piacevole dialogare con lui e apprezzare lo stile e la passione che mette nel ruolo di Ambasciatore del Gusto in giro per il Bel Paese per farci scoprire luoghi e sapori che rappresentano la bellezza dei nostri territori e la vera qualità delle eccellenze enogastronomiche simbolo del Made in Italy tanto amato in tutto il mondo. Impegno e professionalità premiati per il 2018 con il prestigioso Premio “David di Michelangelo per la Tv” alla trasmissione Gustibus con le seguenti motivazioni: “Nell’anno del gusto la trasmissione Gustibus si è distinta per l’impegno nell’esaltazione delle eccellenze italiane, valorizzando i prodotti della nostra Penisola e le tradizioni culinarie”.
Per Anthony questo è il terzo David per la Tv che riceve nella sua carriera iniziata prestissimo a Roma dove, all’età di diciotto anni, si trasferisce dalla Sardegna per studiare, laurearsi e specializzarsi in Lettere con indirizzo nello Spettacolo e successivamente in Beni Culturali. Maurizio Costanzo, intuendo le sue capacità, lo sceglie per il programma “Voglia” (Mediaset) e da allora si cimenta con successo in diversi ruoli dal teatro al musical, dalla televisione alla radio, dalla conduzione alla regia. Anthony, oltre a lavorare per la tv, è regista di due importanti manifestazioni cinematografiche benefiche: “Sorridendo Film Festival” in collaborazione con Rai Cinema e il “Galà dell’Arte per la Ricerca” in collaborazione col Ministero della Salute. Ha collaborato con il Tg3 e Tg2 per la promozione del Made in Italy con servizi d’intrattenimento e cultura all’interno delle testate giornalistiche Rai.
Siamo ospiti dell’OPAS (Organizzazione dei Produttori Agricoli Siciliani), mentre gustiamo i frutti dell’associazione, i buoni prodotti di Barocco Food e i dolci preparati dalle brave signore di Mazzarrone, Anthony ci tiene a ricordare che tre anni fa l’ha tenuta a battesimo ed è felice che quest’organizzazione, presieduta da Nunzio Busacca, sia cresciuta nello spirito associativo e nella quantità di prodotto commercializzato, nella qualità e nella varietà della produzione e che vuole continuare a crescere e migliorare con la collaborazione delle Università siciliane nella ricerca scientifica per mettere a dimora i frutti del futuro. Queste sono le storie che a lui piace raccontare, storie di imprenditori agricoli che con le loro produzioni di qualità fanno apprezzare l’Italia nel mondo e ci anticipa le novità per il 2019 di Gustibus, ogni domenica in onda alle ore 11,00 su La 7: «Posso dirvi in esclusiva che ci sarà il primo premio in Tv legato al gusto. Dodici fra le storie più belle di questi otto anni di Gustibus, divise per ogni comparto, saranno premiate e si rivivranno insieme al pubblico a casa le immagini degli anni passati e di quello che sono diventate oggi le realtà agroalimentari, concludendo col premio ufficiale televisivo di Ambasciatore del Gusto».
Chiudiamo questo incontro con una sua dichiarazione d’amore verso la Sicilia: «Conoscere le eccellenze di Mazzarrone e delle zone limotrofe è stata una vera scoperta, un sogno ad occhi aperti attraverso una natura ricca di tradizioni e cultura come quella che sa offrire questa regione attraverso scenari naturali incontaminati e la ricca qualità che offrono i suoi prodotti. Ritornare e dedicare uno speciale all’uva da tavola per la puntata sulla Sicilia è stato un grande piacere, l’ospitalità indiscussa e unica che in questa regione ritrovo mi fa sentire a casa».