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La Timpa di Acireale – Un gioiello naturalistico da esplorare e salvaguardare

di Patrizia Rubino

É una scarpata lavica che si staglia sulla costa di Acireale, in provincia di Catania, creando un abbagliante contrasto visivo tra il nero della pietra vulcanica e l’azzurro intenso del mare, “la Timpa di Acireale” paesaggisticamente rappresenta una fra le più importanti e suggestive testimonianze del territorio costiero della provincia etnea, ma sono le sue stratificazioni laviche, che raccontano i diversi periodi eruttivi del vulcano, a renderla unica e custode della storia geovulcanica della nostra isola. Al suo interno si possono ammirare caverne naturali, coste a insenatura e a strapiombo sul mare e piccole spiagge ciottolose con numerose sorgenti.

Particolarmente suggestivi gli alti colonnati basaltici, formati attraverso un processo di cristallizzazione della lava a contatto con l’acqua. Nella sua fitta vegetazione trovano rifugio rapaci, piccoli mammiferi, diversi rettili e numerose specie d’invertebrati.

Nonostante il suo alto valore geologico e faunistico, la sua preziosa vegetazione, la Timpa di Acireale è stata dichiarata Riserva naturale orientata soltanto nell’aprile del 1999. Quest’area protetta si estende su circa 8 km e ricade interamente nel territorio del comune di Acireale, tra le frazioni di Capomulini e Santa Maria Ammalati, la sua gestione è affidata al Dipartimento Regionale Azienda Foreste Demaniali, ma nei fatti la promozione, valorizzazione e tutela di questa straordinaria area protetta si deve all’opera meritoria dei volontari di Legambiente Acireale. «Il nostro impegno – spiega Sarah Leonardi, presidente di Legambiente Acireale – per restituire dignità e prestigio ad un sito tanto straordinario, ma non adeguatamente tutelato e valorizzato, parte da molto lontano nel tempo. Siamo molto orgogliosi di aver realizzato il sito internet www.riservalatimpa.it con i contenuti in cinque lingue e soprattutto di aver ridato nuova vita al Centro Visite della Riserva, con l’ampliamento e l’intensificazione delle attività e dei servizi di promozione turistica».

Ci si può addentrare all’interno della Timpa attraverso i suoi incantevoli sentieri Acquegrandi, Gazzena, Vecchio tracciato ferroviario, guidati dai volontari e dai giovani del Servizio Civile impegnati in Legambiente, che appositamente formati, ne forniscono le informazioni storiche e paesaggistiche. Particolarmente suggestivo è poi il sentiero Chiazzetta, percorrendolo ci s’imbatte nella “Fortezza del Tocco”, un bastione edificato nella prima metà del XVII, durante la dominazione spagnola, dal quale si sparavano colpi di cannone al fine di avvertire la popolazione acese delle incursioni dei pirati.

Oggi la Fortezza è la sede del Centro Visite della Timpa. «Abbiamo reso La Fortezza del Tocco il cuore pulsante della Riserva – sostiene Sarah Leonardi – oltre ad essere il punto informativo per i turisti è anche sede di eventi culturali, incontri, mostre e mercatini che hanno riscosso grande interesse e partecipazione. Stiamo lavorando, inoltre, per potenziare la nostra azione, entro la prossima estate, infatti, grazie ad un progetto finanziato dal Dipartimento delle Politiche Giovanili, realizzeremo il primo Centro di Educazione Ambientale della provincia di Catania, all’interno di un’ex scuola elementare di Acireale, aperto alle scuole e a tutta la comunità. Da qui sarà possibile realizzare tutta una serie d’iniziative didattico-formative, incontri, laboratori, seminari e tutto quanto potrà essere utile per promuovere una maggiore sensibilità verso le tematiche di sostenibilità e il rispetto e la salvaguardia del territorio. La nostra Timpa è un luogo ricchissimo di vita ma estremamente fragile – sostiene Leonardi in conclusione – un’ educazione ambientale permanente potrebbe ridurre, attraverso mirate e condivise azioni di prevenzione, le cosiddette e periodiche emergenze ambientali, come gli incendi estivi o i rischi idrogeologici che ne minano fortemente la biodiversità e di conseguenza il suo straordinario patrimonio naturalistico».

Nel ventre della terra: viaggio tra i parchi minerari siciliani

Nel ventre della terra: viaggio tra i parchi minerari siciliani

di Irene Valerio   Foto di Ente Parco Minerario Floristella Grottacalda

Le miniere di zolfo della Sicilia, situate prevalentemente nel territorio di Enna, Caltanissetta e Agrigento, erano in funzione già al tempo dei Romani, i quali impiegavano la materia prima estratta per scopi medicinali e bellici. Le loro risorse, tuttavia, non attirarono molte attenzioni fino al diciannovesimo secolo, quando con la Seconda Rivoluzione Industriale crebbe la richiesta di polvere da sparo e gli imprenditori europei studiarono minuziosi piani per controllare le ricchezze offerte dal sottosuolo siciliano, mettendo a punto un sistema gerarchico che spesso gli studiosi hanno paragonato alla tratta degli schiavi.

Oggi questi centri non sono più operativi, in ottemperanza a un decreto emanato nella seconda metà del secolo scorso, ma negli ultimi anni alcuni sono diventati poli d’interesse turistico, come il Parco di Floristella-Grottacalda, situato in provincia di Enna, che ispirò Luigi Pirandello per il soggetto della famosa novella “Ciaula scopre la luna”.

Qui nelle notti più quiete, quando i rumori si attutiscono fino a divenire impercettibili, sembra quasi di udire ancora il mesto scalpiccio dei lavoratori che un tempo si trascinavano lungo questi umidi cunicoli, di Rosso Malpelo e del suo amico Ranocchio, di Ciaula e di zì Scarda, con il suo occhio bendato. Di giorno, invece, uno sterminato silenzio avvolge questi luoghi brulicanti di memorie abbandonate, e l’unico segnale di vita, quando non ci sono scolaresche in visita, è il gracchiare dei corvi che si fonde al soffio del vento.

Ci si trova, insomma, di fronte a un paesaggio che può apparire desolato, ma che un tempo risuonava di mormorii e di laconiche cantilene intonate dagli “uomini in piccone”, i quali trascorrevano nell’oscurità fino a dodici ore al giorno. Tra di loro, nelle gallerie dove non giungeva la luce del sole, c’era chi camminava a fatica dopo una vita in miniera; c’era chi nel pieno delle forze avrebbe voluto fare il falegname o il contadino, ma che per un tiro della sorte beffarda si era ritrovato lì a invecchiare prima del tempo; c’erano infine i bambini, i cosiddetti “carusi”, che non superavano i quattordici anni e assistevano impotenti al progressivo declino della loro anima che, invece di sbocciare, si faceva scura come il ventre della terra.

A richiamare questi uomini spingendoli verso le miniere ci pensavano apposite figure itineranti che, girando per i paesi arsi dalla fame, speculavano sulla miseria altrui proponendo alle madri di famiglia il “soccorso morto”, un prestito in denaro che sarebbe stato risarcito con le prestazioni dei figli, dei mariti o dei fratelli, i quali erano pagati con una somma talmente esigua da rimanere vincolati per una vita ai loro datori di lavoro, che divenivano a tutti gli effetti i loro padroni. Si trattava di proposte indecenti, ma per coloro che sostavano inermi davanti ai campi duri per la siccità la prospettiva di un impiego era rincuorante e induceva a sacrificare pure la libertà: anche se nessuno avrebbe voluto scendere nei tortuosi labirinti ululanti che inghiottivano chi volevano, per un pezzo di pane si era disposti ad accettare qualsiasi compromesso e si prestava fede persino alle promesse più infami.

Il periodo di più intensa attività delle miniere di Floristella e Grottacalda fu l’Ottocento, secolo nel quale si registrò una massiccia presenza di bambini e si verificò uno dei più umilianti processi di sfruttamento lavorativo della storia dell’Isola, un fenomeno sul quale ancora è doveroso far luce. Successivamente, a partire dagli anni Trenta, le due cave ennesi entrarono in crisi, fino a quando cessarono ogni attività e furono abbandonate, attraversando una fase di totale incuria.
La nascita del Parco Minerario di Floristella – Grottacalda, oggi il più grande della Sicilia, risale al 1991, quando fu deciso di trasformare questi luoghi di sfruttamento in musei della memoria, affinché il ricordo di ciò che è stato non decada e non venga sepolto dal silenzio.

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Sperlinga. Il Borgo più bello d’Italia scavato nella roccia

di Irene Novello  Foto di Alfio Bottino

Sperlinga, nome di origine greca che significa grotta, spelonca appunto. È un piccolo borgo nel cuore della Sicilia centrale, tra i Nebrodi e le Madonie, in provincia di Enna, inserito nella rete dei Borghi più belli d’Italia. Un sito caratterizzato da diverse grotte scavate nell’arenaria, spelonche di origine artificiale. Nel 1282, periodo dei Vespri Siciliani, Sperlinga fu l’unica fortezza della Sicilia a non ribellarsi alla dominazione angioina.  

A testimonianza di ciò è stato inciso, sull’arco del vestibolo del castello, un motto molto famoso nell’isola: “Quod Siculis Placuit Sola Sperlinga Negavit”, che tradotto significa “la sola Sperlinga negò ciò che piacque ai Siciliani”. Il suo fascino è arricchito dalla magia delle case scavate nella roccia, dai ruderi del castello, dalle viuzze che si arrampicano nel borgo attraverso scale intagliate nella roccia, da panorami mozzafiato dove splende il caloroso sole siciliano. Il sito è frequentato sin dall’epoca dei Siculi, come si può vedere dalle numerose grotte artificiali che caratterizzano il centro abitato e il territorio limitrofo. Si tratta di grotte scavate originariamente per funzioni funerarie e poi utilizzate nei secoli successivi dai diversi popoli che hanno abitato l’isola, adattandole a usi diversi. Con il tempo ne sono state scavate tante altre e così oggi il borgo è punteggiato di spelonche di epoche diverse, abitate dai contadini fino agli anni Sessanta. Oggi alcune di queste fanno parte del patrimonio comunale e sono state adibite a museo; altre sono ancora di proprietà privata e utilizzate come magazzini.

Il cuore del borgo è il castello che svetta su un alto sperone roccioso e domina l’intero insediamento. La struttura fu realizzata sotto il periodo normanno, poi trasformato in fortezza, infatti, nel 1282 ospitò una guarnigione angioina e resistette all’assedio di Pietro d’Aragona per oltre un anno. Oltre la porta d’ingresso, appena entrati, si notano i segni di un ponte levatoio all’epoca presente. All’interno è possibile visitare diversi ambienti: magazzini, stalle, prigioni, cisterne per la raccolta delle acque piovane e i vani destinati ai feudatari. È uno dei castelli più alti della Sicilia ed è un rarissimo esempio di castello scavato nella roccia. È, infatti, noto come una fortezza inespugnabile grazie alla sua struttura morfologica e alle sue possenti mura di cinta.

Il fianco del castello che si riversa sul paese, si presenta tutto traforato di grotte artificiali, collegate tra loro da stradine ricavate anch’esse dalla roccia, dove ancora sono presenti i segni dei secoli trascorsi lì dentro e costituiscono un bellissimo e suggestivo borgo rupestre. Alcune di esse sono state adibite a museo, dove si ripercorre la vita degli abitanti di Sperlinga fino agli anni Sessanta, dediti al lavoro contadino e alla tessitura, attività molto presente nel territorio poiché all’epoca si coltivava il lino. Ma l’arte tipica in cui il borgo si è distinto è la “frassata”, un tappeto realizzato dall’intreccio di stoffe riciclate da abiti dismessi.

La storia del borgo è legata a quella delle famiglie che hanno posseduto il castello e i feudi annessi: i Rosso, i Ventimiglia, i Natoli e gli Oneto. Il paese è nato come borgo feudale ai piedi del castello e si è espanso dal 1597 in poi quando il re Filippo II concesse a Giovanni Natoli il titolo di principe di Sperlinga con l’annesso privilegio di poter espandere il borgo con altre costruzioni.

Un’altra particolarità del borgo è il dialetto gallo-italico, così chiamato perché presenta influenze dei dialetti del nord Italia, diffuso in Sicilia a partire dalla conquista normanna dell’Isola.
Sperlinga, con il suo borgo rupestre, il castello, l’antico dialetto, l’incantevole panorama e la tranquillità tipica del posto ci permette di immergerci in una Sicilia segreta dove sono ancora presenti i profumi e i rumori di un antico passato.

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Il villaggio bizantino di Calascibetta, dove la storia degli antichi popoli della Sicilia è stata incisa sulla roccia

Articolo di Irene Novello    Foto di Associazione Hisn Al-Giran

A circa sei chilometri a ovest dal centro abitato di Calascibetta, in provincia di Enna, il villaggio rupestre si sviluppa lungo il Vallone Canalotto inserito nella più vasta Valle del fiume Morello, uno splendido angolo della Sicilia dove il fiume è stato catalizzatore di vita. Noto soprattutto tra i pastori della zona come “mannari da’ Casa ‘o Masciu”, il villaggio è scoperto solo alla fine degli anni ‘90, suscitando grande interesse tra gli storici e gli archeologi dell’epoca, diventando testimonianza di una delle dominazioni più importanti della Sicilia, quella bizantina che assoggettò l’Isola dal 535 all’827 d.C.


Si tratta di un abitato rupestre ricavato nel costone roccioso di arenaria che dall’età del Rame fino all’epoca romana è stato utilizzato come necropoli. È durante il periodo bizantino e alto-medievale che si ha la trasformazione radicale nell’utilizzo degli ambienti scavati nelle rocce che da tombe vengono riadattate e trasformate in ambienti per uso religioso e civile.

Tra gli insediamenti rupestri in Italia meridionale e in Sicilia, il villaggio bizantino di Calascibetta è un sito unico per la presenza di molti ambienti religiosi rispetto a quelli per uso civile. Al suo interno, infatti, possiamo visitare quattro oratori di cui due di questi sono arricchiti dalla presenza di vani dove sono state realizzate piccole nicchie utili alla posa delle urne funerarie. In origine questi ultimi erano degli ipogei funerari, i cosiddetti columbaria di età romana. Accanto agli ambienti di natura religiosa sono presenti anche strutture legate all’attività produttiva, come i palmenti con le vasche per la pigiatura dell’uva, ricavate anch’essi da sepolture del periodo tardo-romano e i mulini.


La visita del villaggio è resa ulteriormente curiosa e affascinante dalla presenza di alcuni simboli incisi nelle pareti rupestri, si tratta soprattutto di croci trilobate, cristogrammi e stelle a cinque punte, elementi che rimandano alla vita religiosa e che testimoniano come queste strutture da aree cimiteriali pagane siano state riabilitate consacrandole a Dio con opportune cerimonie liturgiche.
È probabile che il sito sia stato interessato anche dalla dominazione araba, è, infatti, presente un sistema di captazione e canalizzazione delle acque, organizzato in tre gallerie sotterranee, individuato come un qanat di fattura islamica.
Nel 1925 il principale nucleo rupestre fu delimitato e chiuso da un muro, trasformandolo in una grande masseria, dove gli antichi ambienti furono riconvertiti in stalle e ricoveri per animali e pastori e in luoghi di caseificazione.


I vari nuclei di aggrottati sono messi in comunicazione tra loro grazie ad alcuni sentieri scavati nella roccia lungo i quali si può ammirare la macchia mediterranea di cui è ricco il Vallone Canalotto, custode di un ricco patrimonio naturalistico e culturale.
Oggi il sito è valorizzato grazie all’attività dei volontari dell’Associazione Hisn Al-Giran che attraverso escursioni ed eventi culturali promuovono il territorio xibetano.
Visitare il villaggio bizantino di Calascibetta è un’esperienza sensoriale unica, un climax di emozioni narrato attraverso i colori della Valle del Morello e la storia dell’Isola cristallizzata nella roccia.