Articoli

“Genti di Sicilia”. Dall’1 Giugno a Ragusa Ibla una mostra omaggia l’arte dei maestri figurinai Bongiovanni Vaccaro

Comunicato Stampa   Foto di Giuseppe Bornò 

RAGUSA – Nel cuore di Ragusa Ibla, antico quartiere barocco di Ragusa, sorge il nobiliare Palazzo Arezzo Donnafugata. Da quasi due secoli al suo interno trovano dimora particolari statuine in terracotta dipinta: raccontano quell’isola verace che ritroviamo nei libri di Verga e Capuana, attraverso scene della quotidianità del tempo. Sono state realizzate da Giacomo Vaccaro e dal nipote Giuseppe Bongiovanni Vaccaro, celebri “figurinai” della vicina Caltagirone, che hanno operato nella seconda metà dell’Ottocento.

Tenute finora lontane dallo sguardo estraneo, queste speciali e bellissime statuine saranno le protagoniste della mostra “Genti di Sicilia. Opere dalla Bottega Bongiovanni Vaccaro a Palazzo Arezzo Donnafugata”, allestita dall’1 giugno all’8 luglio al Teatro Donnafugata di Ragusa Ibla (ingressi contingentati e solo su prenotazione nel rispetto delle norme anti-Covid). Promossa dall’Assessorato regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana e organizzata dall’Associazione Donnafugata 2000, l’esposizione è curata dallo storico dell’arte e saggista Costantino D’Orazio.

“La mostra si presenta come un’occasione straordinaria per studiare la storia e la tecnica dei Bongiovanni Vaccaro e dei figurinai di Caltagirone – spiega il curatore D’Orazio – che nella seconda metà dell’Ottocento fotografano con grande acume e spirito d’osservazione scene di vita quotidiana caratterizzate da un’originale vivacità. Osservando i piccoli capolavori esposti, dai mendicanti ai calzolai, dalle mamme alle prese con i propri pargoli ai contadini impegnati con gli animali, fino ai borghesi di recente benessere, è chiaro che siano il frutto dell’osservazione diretta del popolo che frequenta le campagne, i mercati e le cerimonie religiose, ma la sagacia con cui i Bongiovanni Vaccaro sanno cogliere il momento, esaltare la stanchezza come l’euforia, soffiare sul fuoco della rabbia con un guizzo degli occhi o un aprire di braccia, non può limitarsi soltanto a uno sguardo acuto sul vero. C’è un profondo studio fisiognomico alle spalle – continua D’Orazio – che risale ai grandi maestri Da Vinci, Raffaello, Michelangelo: non sono figure improvvisate né messe in posa, sono il frutto dello studio di stampe, testi e iconografie precise, a cui i figurinai hanno aggiunto un’attenzione certosina al dettaglio antropologico”.

“Genti di Sicilia” parla di Sicilia, di quotidianità lontana che si fa rassicurante, quasi catartica in questo presente così diverso. È un omaggio all’arte dei maestri Bongiovanni Vaccaro – magnificamente raccontato nel catalogo della mostra, edito da Silvana Editoriale, che con dovizia di particolari ricostruisce la creazione dal punto di vista storico-artistico, antropologico e tecnico di queste meravigliose opere, svelandone anche aneddoti e curiosità –, ma è di più: è tributo alla Sicilia che è stata e che sarà.

Per il Teatro Donnafugata è un onore grande proporre la mostra Genti di Sicilia – commenta Vicky DiQuattro che insieme alla sorella Costanza cura la direzione artistica del teatro ibleo – soprattutto attraverso una formula di grande respiro e con il supporto di prestigiose collaborazioni. In un momento storico come quello che viviamo, si avverte la necessità di “partecipare” e “ricordare”: pertanto diventa indispensabile, oltre all’attenzione consueta verso la tutela, valorizzare e rendere fruibile il patrimonio culturale nel convincimento che la conoscenza genera appartenenza e coinvolgimento. Genti di Sicilia si propone così come autentica “rappresentazione” in grado di trasmettere una testimonianza storicamente attendibile per conoscere ciò che siamo stati e comprendere ciò che siamo e come importante spunto di riflessione per tentare di comprendere quella “moltitudine” di popoli che, venuti da ogni parte, oggi sono appunto Genti di Sicilia”.

Ma c’è di più: in progetto la creazione di un “circuito sulle tracce dei Bongiovanni-Vaccaro” che vedrà Ragusa come prima tappa per poi coinvolgere altre città della Sicilia Sud-orientale, attraverso collaborazioni virtuose tra istituzioni pubbliche e private.
Oltre al testo del curatore D’Orazio, il catalogo della mostra presenta anche i contributi dell’assessore ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana della Regione Sicilia Alberto Samonà, delle direttrici

artistiche del Teatro Donnafugata, Vicky e Costanza Di Quattro, della storica dell’arte Valentina Bruschi, del giurista Giacomo Pace Gravina, dell’architetto Nunzio Gabriele Sciveres e del ceramista e professore Antonio Navanzino. Il progetto del percorso della mostra è dell’architetti Nunzio Sciveres e Federico Guarini. Le foto in catalogo sono di Giuseppe Bornò.
Sponsor della mostra: Libero Consorzio dei Comuni Iblei, Banca Agricola Popolare di Ragusa, Comune di Ragusa, Adecco.
Solo su prenotazione dalle 10.00 alle 20.00 dal martedì alla domenica. Per info e prenotazioni: www.teatrodonnafugata.it – 334 220 8186 – info@teatrodonnafugata.it.

 

Vladimir Randazzo, da Ragusa ad “Un posto al sole”

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Giuseppe D’Anna/Fremantle

Classe ’94, carismatico, talentuoso e dallo sguardo accattivante. Il giovane attore Vladimir Randazzo, dopo essersi formato presso il Liceo Classico Umberto I di Ragusa e l’Istituto Nazionale Dramma Antico “Giusto Monaco” di Siracusa ha intrapreso la carriera attoriale facendosi apprezzare per le sue qualità umane, la sua recitazione e la sua caparbietà. Ha lavorato sul set cinematografico di “A mano disarmata” (2019), diretto da Claudio Bonivento; ha preso parte ad importanti allestimenti di tragedie greche e a numerosi lavori e tournée teatrali. Da qualche anno è un volto noto anche sul piccolo schermo: da “Squadra Antimafia” a “Il giovane Montalbano”, a “Un posto al sole”.

Da Ragusa, a Siracusa, a Roma. Da studente ad attore. Come è cambiata la tua vita negli ultimi anni?
«La mia vita è cambiata molto negli ultimi anni. Sembra incredibile a pensarci, ma è successo tutto velocemente. Ricordo i giorni d’accademia come fossero giorni presenti, il rapporto coi colleghi, ancora prima gli anni del Liceo a Ragusa. Ripensandoci adesso mi pare di aver spinto sull’acceleratore e di aver proprio chiuso gli occhi. Ma ricordo anche quanto impegno ci ho messo, quanta dedizione e passione ci vuole per credere in se stessi e fare questo mestiere».

Quando ti sei accorto che recitare fosse la tua strada?
«Ho pian piano scoperto un’attitudine. Sin da bambino ho sempre provato e giocato vestendo i panni di personaggi di fantasia, a volte creati sul momento. Utilizzavo oggetti, disegni, cantavo e urlavo. Poveri i miei genitori, mi viene da pensare. Focalizzandomi su di loro direi che in parte sono stati fautori di un sogno, mi hanno sempre dato fiducia e coraggio».

Hai un motto nella vita?
«Non ho un motto preciso, ma penso di poter dire che quando abbiamo un grande desiderio, bisogna combattere per realizzarlo. E fin qui è un concetto trito e ritrito…
Ma ciò che bisogna sforzarsi di fare è di non voler usare scorciatoie, di impegnarsi e di studiare. Avere coscienza di ciò che si può imparare negli anni, perfezionandosi, ci darà poi le fondamenta per essere degli ottimi professionisti domani, in tutti i campi. Forse ho trovato un motto, tra l’altro inerente al mio lavoro: “Non ci si improvvisa, ma si studia per improvvisare”».

Cosa ti affascina di Nunzio Cammarota, il personaggio che interpreti nella fiction “Un posto al sole”?
«Nunzio è un personaggio affascinante, senza dubbio. L’ho studiato, osservato nella mia testa. È un personaggio costantemente in bilico tra ciò che andrebbe fatto e ciò che sceglie di fare. Ammiro molto la sua capacità camaleontica grazie alla quale riesce ad adattarsi anche a condizioni non proprio comode e consone. Credo sia un personaggio molto entusiasmante da interpretare per un attore».

Fuori dal set, come è Vladimir?
«Fuori dal set sono a dir poco lontano anni luce dalle caratteristiche di Nunzio. Ascolto moltissima musica, studio pianoforte. Nei momenti liberi mi occupo molto dello studio, credo fermamente sia l’unica arma a mio favore. Mi piace molto trascorrere il tempo con gli amici. Dulcis in fundo, perché di cibo si parla, mi piace molto cucinare».

Cosa ti manca della Sicilia e quanto sei legato alla tua terra?
«Cara la mia Sicilia, ti vedo e tocco poco e niente da anni ormai. Sono molto legato alla mia terra e alle mie origini, sono molto legato al mio mare. Ma un compromesso che bisogna accettare, purtroppo, è che non si può trovare tutto ovunque. Per un attore è quasi scontato il viaggio, l’allontanamento da ciò che più ci conforta o da casa nostra. Ma si deve trovare casa propria anche nel lavoro. Questo periodo ci ha penalizzati specialmente per questo motivo, ci ha tolto ciò che ci identifica e che, a suo modo, ci fa sentire a casa».

La festa di San Giorgio a Ragusa: un tripudio di colori e devozione

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Lorenzo Tumino

Il culto di San Giorgio, a Ragusa, si perde nella notte dei tempi. Venerato già nel periodo greco-bizantino, San Giorgio divenne figura emblematica con i Normanni che riconobbero, nella battaglia del 1063 a Cerami, la loro vittoria contro l’esercito islamico grazie al supporto di un cavaliere armato di spada, con un vessillo bianco sul quale era disegnata una grande croce rossa: San Giorgio.

Chiaramente si tratta di miracolo, di suggestione o leggenda. San Giorgio, infatti, visse in Cappadocia nel III secolo dopo Cristo. Educato cristianamente, il giovane intraprese la carriera militare ricoprendo la carica di tribuno delle milizie. Subì vari tormenti a causa della sua fede cristiana: fu fustigato, lacerato e chiuso in carcere dove, si narra, Gesù gli annunciò sette anni di atroci sofferenze, tre volte la morte e la risurrezione.
Fu martirizzato con la decapitazione, probabilmente intorno al 303 d.C. Le gesta del martire furono immediatamente celebrate e il culto si diffuse velocemente sia in Oriente sia in Occidente.

A Ragusa la festa di San Giorgio cade, in genere, l’ultimo fine settimana di maggio. Il calendario liturgico, però, stabilisce la ricorrenza del martirio il 23 aprile.
E sono tanti, tantissimi, i devoti che in occasione della festa affollano la chiesa, la piazza e le vie della città per rendere onore al Santo. Una tradizione che puntualmente si ripete, che si alimenta di devozione e fede e che manifesta, attraverso il folklore e la pietà popolare, la gioia del popolo cristiano.

Ecco allora che dietro ogni rito, simbolo e manifestazione si nasconde un significato ulteriore. La statua di San Giorgio, per esempio, presenta un giovane vittorioso su un cavallo bianco e, in basso, un drago trafitto dalla lancia. In questa immagine si intreccia sicuramente la storia di San Giorgio con la leggenda che vuole che egli riuscì a sconfiggere un drago pericoloso. Ma, oltre questo, il richiamo cristiano è quello del trionfo di Cristo sul peccato (drago), l’eterna lotta tra il bene e il male, e il cavallo bianco altro non è che il simbolo della fortezza e del ritorno di Cristo, come preannunciato nell’Apocalisse di San Giovanni.La tradizionale “ballata” – che consiste nel movimento del fercolo, per mezzo dei portatori, come in un ballo – richiama invece la gioia pasquale. E poi ancora i petali di rose che vengono lanciati dai balconi sono simbolo di martirio e vita eterna; i fuochi pirotecnici manifestano il gaudio per la gloria celeste del Santo, il lancio di carte colorate durante l’uscita è la moderna espressione di gioia dei fedeli nell’accogliere il loro Patrono per le vie della città.

Tutto questo, e molto altro, è sintetizzato in tre giorni di festeggiamenti che vanno dal venerdì alla domenica, giorno vero e proprio della festa.
Tradizionalmente, il venerdì il simulacro di San Giorgio e l’Arca Santa – dove sono custodite le reliquie di alcuni santi e dello stesso San Giorgio – vengono portate dal magnifico Duomo barocco, dove sostano tutto l’anno, sino alla Chiesa del Purgatorio, in piazza della Repubblica. L’Arca resta lì fino al giorno successivo mentre il Santo viene portato in processione fino alla Chiesa di San Tommaso (vicino ai Giardini Iblei). Il sabato, insieme, fanno rientro al Duomo. La domenica è caratterizzata da giri della banda musicale per la città, dalle messe solenni sin dalle prime ore del mattino e dalla maestosa processione serale del simulacro di San Giorgio, seguito dall’Arca Santa, dalle autorità religiose e civili, da varie confraternite e da numerosissimi fedeli e turisti provenienti da ogni dove. Durante questa processione, i portatori gridano “Tutti Truonu” per indicare che San Giorgio è il patrono della città.

La festa di San Giorgio a Ragusa Ibla può considerarsi certamente una delle tradizioni religiose e folkloristiche più spettacolari di Sicilia: un tripudio di colori, devozione e sentimento d’appartenenza che anche quest’anno, a causa dell’emergenza Covid, mancherà.

 

L’astrofotografa Marcella Giulia Pace incanta il mondo

di Alessia Giaquinta   Foto di Marcella Giulia Pace

Il Piccolo Principe racconta di aver visto, in un solo giorno, quarantatré tramonti. Se Marcella Giulia Pace – astrofotografa e maestra ragusana – avesse la medesima possibilità, sarebbe in grado di cogliere, in ognuno, qualcosa di diverso e interessante perché ogni tramonto è unico e imperdibile se osservato con attenzione. La NASA, apprezzando le sue foto, le ha scelte per ben tre volte come APOD (Astronomy Pictures of the Day): una vera soddisfazione nel campo dell’astrofotografia italiana. A cadenza quasi quotidiana, la Pace carica sul proprio sito www.greenflash.photo nuovi scatti, nuove visioni di terra, di cielo, di Spazio.

Come nasce la tua passione per l’astrofotografia? Ricordi il tuo primo scatto?
«L’astrofotografia è un mio modo di osservare il mondo, non diverso dal mio modo di osservarlo anche senza strumenti fotografici. Ho da sempre avuto uno sguardo attento alle cose della Natura, alle forme con cui si presenta, viventi o inanimate. Amo osservare e pormi domande, considero la macchina fotografica come uno strumento di espansione del mio sguardo utile a cogliere aspetti della Natura insoliti. Non ricordo con esattezza il mio primo scatto, perché ebbi la mia prima macchinetta fotografica quando avevo otto anni. I miei genitori me la regalarono perché fotografassi le Dolomiti quando, in estate, mi mandavano in vacanza nelle colonie dell’ENI a Borca di Cadore. Lo scatto, invece, che identifico come l’inizio del mio riconoscermi come “astrofotografa” risale al 2009, quando notai per la prima volta l’alone solare sul cielo del bosco della Ficuzza, in provincia di Palermo. Rimasi molto affascinata, colpita, incuriosita da quel fenomeno e volli approfondire».

Cosa consigli a chi vuole intraprendere quest’attività?
«Di muoversi in maniera anticiclica rispetto alle abitudini della gran parte del proprio prossimo, ma anche rispetto anche alle proprie abitudini. Solo andando dove non si è mai stati prima e in orari e con strumenti inusuali si può mantenere vivo il proprio interesse e la propria curiosità».

Raccontaci l’emozione di vedere i tuoi scatti pubblicati dalla NASA.
«Se scatto e pubblico le mie immagini sui social è perché è mia intenzione divulgarle a un vasto pubblico. L’approvazione della NASA verso i miei lavori è per me una sorta di patente che mi autorizza a proseguire in questo impegno. A parte la “breve notorietà” è sorprendente ricevere richieste da docenti di varie università del mondo che chiedono di utilizzare le mie foto sui loro testi universitari. Il lato meno piacevole, per altri aspetti, è che spesso il soggetto ritratto in foto passa in secondo piano, la notizia finisce con l’essere, a seconda: la fotografa, la ragusana, la maestra che fa foto, la NASA che s’interessa alle foto e le pubblica, sottacendo del raggio verde ad esempio, che è il vero protagonista della foto».

Sei riuscita a fotografare il raggio verde. Cosa ti ha spinto a farlo e quanto è stato difficoltoso?
«Osservo tanti tramonti, mi sorprende sempre vedere come la rifrazione deformi il disco solare quando è prossimo al tramonto. Conoscevo il fenomeno del raggio verde, l’ultimo lembo del Sole che si tinge di verde, come l’ultimo saluto prima di lasciare posto alla notte, uno dei fenomeni ottici atmosferici più leggendari e ricercati. Ne ho ripresi molti osservando albe e tramonti sulla costa ragusana, ma non mi era capitato mai di riprenderli sulla Luna e addirittura sui pianeti Venere e Mercurio. Dopo tanti tentativi, nel tempo, sono riuscita solo qualche mese fa a catturarli nella foto che la NASA ha scelto come APOD (Astronomy Pictures of the Day), una foto di saluto al Sole che non sta andando via, ma sta solo sorgendo da un’altra parte, un piccolo prestito al resto del mondo che ci viene restituito ogni giorno, ma sempre diverso, se solo riusciamo a porre sufficiente attenzione».

[vc_masonry_media_grid element_width=”3″ gap=”2″ grid_id=”vc_gid:1596192906973-6574a471-c54c-10″ include=”7978,7966″]

Piacere, Ragusano Dop!

 

di Alessia Giaquinta   Foto di Consorzio di tutela Ragusano DOP

Se volessimo dare un sapore al territorio, sicuramente, sarebbe quello del Ragusano Dop ad avere la meglio. Sintesi dei profumi della terra e del lavoro artigianale dell’uomo, ecco uno dei formaggi più antichi di Sicilia e tra i più buoni al mondo.
La certificazione Dop, ottenuta nel 1996, rappresenta per il Ragusano un importante riconoscimento di qualità. Già nel 1955, però, era stato dichiarato prodotto tipico e, da sempre, è una delle prelibatezze più conosciute.
A confermarlo è un dato storico. Carmelo Trasselli scrive che, nel 1515, per il commercio di questo formaggio ci fosse “l’esenzione dai dazi” e, in un altro documento, riferisce del commercio via mare del Ragusano.
È un formaggio unico: prodotto da latte vaccino intero e crudo, coagulato a circa 34 gradi durante la stagione foraggera e, dunque, caratterizzato da essenze spontanee ed erbai dell’altopiano ibleo. Anche la lavorazione, con utensili e metodi tradizionali, costituisce un elemento essenziale per la produzione.
Il Ragusano Dop ha forma di parallelepipedo, è a pasta filata e compatta dal colore giallo dorato e dalla crosta sottile. Il peso può variare dai 12 ai 16 kg. Anche il sapore varia in base alla stagionatura: dolce e poco piccante nei primi mesi, piacevolmente piccante a stagionatura avanzata, oppure affumicato.
Durante la stagionatura le forme vengono legate in coppia e appese a cavallo di travi di legno. Forse per questo, per molto tempo, fu chiamato impropriamente “Caciocavallo”.
La riconoscibilità avviene attraverso la scritta punteggiata “Ragusano”, due marchi a fuoco e una matrice con numero identificativo.
Dal 1991 il Consorzio di Tutela del Ragusano Dop lavora per la tutela, la valorizzazione e la commercializzazione del tipico formaggio. A farne parte oltre 60 aziende operanti nel settore lattiero-caseario.
Enzo Cavallo, direttore del Consorzio, ritiene che «Il Ragusano Dop è un punto di riferimento sempre più importante per il rilancio dell’attività zootecnica iblea e per tutta la filiera lattiero casearia siciliana. La confusione esistente nei punti di vendita dei formaggi con particolare riferimento alla grande distribuzione, la mancanza di certezze sulla provenienza del latte e dei semilavorati usati per la produzione dei formaggi, sono le ragioni che inducono alla produzione del formaggio con marchio comunitario: certificato, tracciabile e garantito sotto ogni punto di vista».

Il Consorzio di Tutela come si muove per valorizzare il Ragusano Dop?
«Abbiamo lavorato per ottenere la modifica dell’originario disciplinare di produzione e ci siamo riusciti. L’obiettivo di immettere al consumo il Ragusano Dop porzionato e grattugiato, etichettato, è stato raggiunto. L’impegno del Consorzio è promuovere, nel modo quanto più efficace possibile, il prodotto che, grazie alla sua etichettatura è facilmente riconoscibile dai consumatori che vanno adeguatamente informati. Ed è in questa direzione che stiamo orientando l’attività promozionale».

Quali i futuri obiettivi?
«L’attività del Consorzio non conosce soste. Stiamo cercando di sensibilizzare i consumatori a familiarizzare con l’etichetta: strumento di assoluta garanzia circa l’origine e la qualità del Ragusano Dop».
In che modo il Ragusano Dop può rappresentare un’opportunità di sviluppo per il territorio?
«Il Ragusano Dop ha tutti i requisiti per poter conquistare i mercati che contano. Non sarà facile ma occorre riuscirci. A piccoli passi stiamo entrando nella grande distribuzione. Sappiamo che occorre fare ancora di più e per questo si sta cercando di dare il massimo. L’affermazione commerciale del Ragusano Dop potrà determinare risultati ottimali per la filiera, per l’attività zootecnica del comprensorio e per lo sviluppo economico del territorio. Ecco perché siamo impegnati a incoraggiare l’aumento della produzione, consapevoli che l’auspicato aumento della domanda impone preliminarmente la disponibilità di prodotto. Il processo non è facile ma col contributo di tutti può essere realizzato».

 

Giannì Motors, prima concessionaria Nissan d’ Europa!

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

Articolo di Samuel Tasca   Foto di Giannì Motors

É sempre più radicata la convinzione che, per eccellere, bisogna uscire fuori dalla Sicilia, che in altre regioni tutto funziona meglio e che per ottenere un servizio d’eccellenza bisogna trovare risposte al di fuori del nostro paese.
Non la pensano così alla Giannì Motors, concessionaria ufficiale Nissan con sedi a Comiso e a Ragusa, dove attenzione e professionalità sono gli strumenti principali che vengono applicati ogni giorno nel loro lavoro. E quando c’è l’impegno, si sa, questo presto o tardi viene ripagato. Lo scorso luglio, infatti, la Giannì Motors è risultata essere la Miglior Concessionaria Nissan d’Europa nella gestione dei processi di garanzia.

Come ci spiega Antonio Lucisano, responsabile post vendita per la Giannì Motors, «l’azienda Nissan, periodicamente, esegue dei controlli di qualità presso tutte le concessionarie effettuando una valutazione sulla gestione delle garanzie. In altre parole, la riparazione del veicolo e la sottomissione della richiesta di rimborso alla casa madre. All’interno di questo processo ci sono delle procedure da seguire che sono di fatto verificate per capire se vengono rispettati i processi e gli standard dettati dalla casa madre. Nella verifica effettuata, la Giannì Motors è risultata essere la migliore concessionaria in tutta Europa nella gestione dei processi ottenendo un punteggio di mille su mille».
A rendere ancor più memorabile questo traguardo è il fatto che quello ottenuto dalla Giannì Motors è il massimo punteggio realizzato nella storia di queste verifiche in tutta Europa.
Un vero e proprio traguardo consacrato dalla consegna del premio da parte dell’Amministratore Delegato Bruno Mattucci, presso la sede ufficiale di Nissan Italia, alla presenza di tutti i Manager dell’azienda.
«Un punto di partenza e sicuramente non un punto di arrivo, ma senz’altro una bella soddisfazione – continua Antonio Lucisano -. Un bel risultato dove il lavoro di squadra è stato determinante e fondamentale. Il processo di gestione della garanzia implica il coordinamento di più risorse, non è qualcosa che si può gestire a livello individuale in maniera ottimale. È un processo che passa dall’accettazione alla professionalità di tutto lo staff di officina e magazzino che mette in campo tutte le loro competenze. Successivamente, viene gestito il rimborso: qui entra in gioco il settore del post vendita amministrativo. Se ognuno di noi non fa bene la propria parte, non si riesce ad ottenere un buon risultato».

La Giannì Motors, guidata dalla famiglia Giannì, ha fatto della sua realtà un punto d’eccellenza per il settore dell’automotive. Avanguardista e innovatrice, rappresenta oggi sicuramente un punto di riferimento anche nel settore delle auto elettriche, essendo l’unica concessionaria del Meridione autorizzata da Nissan alla riparazione delle batterie agli ioni di litio.
A questa impresa vanno, quindi, i nostri migliori auguri per i risultati ottenuti e per la sua squadra vincente: siamo tutti pronti a festeggiare il prossimo traguardo!

[/vc_column_text][vc_masonry_media_grid element_width=”3″ gap=”2″ grid_id=”vc_gid:1585666515746-e9675835-6056-1″ include=”7467,7468,7470″][/vc_column][/vc_row]

Donnafugata: ma che bel castello!

di Alessia Giaquinta   Foto di Angelo Micieli

C’era una volta, tanto tempo fa, Bianca Navarra che dopo la morte del marito, capo del Regno di Sicilia, venne spietatamente corteggiata dal conte Bernardo Cabrera, aspirante al trono, che pur di averla, la imprigionò in un Castello, dal quale – si narra – lei riuscì a fuggire.
Il Castello in causa, sebbene alcuni dati siano anacronistici, si trova in territorio ragusano: Donnafugata è il suo nome.

Il nome, in effetti, fa pensare proprio alla fuga della regina ma, in realtà, pare derivare dall’arabo Ayn As-Iafaiat ossia “sorgente della salute”, presente nella parte in basso, a est del Castello. Ayn, sorgente, viene poi traslitterato in “ronna”, donna. Il toponimo Donnafugata così riassume storia e leggenda e si offre, oggi, come affascinante sintesi delle vicende di un castello, che non è castello.
Quello di Donnafugata, infatti, non è un castrum con funzione di difesa: si tratta piuttosto di una villa, probabilmente edificata su costruzioni precedenti.
Quel che possiamo dire di certo è che il primo barone di Donnafugata, nel 1628, fu Giovanni Arezzo-Propenso e che, da quel momento fu la famiglia Arezzo ad abitare la sontuosa villa.
Si fa però riferimento a Corrado Arezzo De Spuches (1824-1895) se si vuole comprendere l’estensione e l’architettura della villa. Proprio lui, infatti, volle che l’edificio fosse testimonianza della grandezza della famiglia e luogo maestoso dove ospitare personaggi illustri. Egli fece edificare una fortificazione attorno alla villa che assunse così l’aspetto di un castello.

Uomo di cultura, Corrado ebbe interesse per i viaggi, la botanica e l’esoterismo. Aveva anche uno spirito scherzoso tanto che fece costruire, nel parco, una panchina – dove si appartavano gli innamorati – collegata a un marchingegno che, se attivato, spruzzava improvvisamente acqua. Uno degli scherzi più famosi, però, era quello del monaco. Le donne ospiti al castello, passeggiando nei viali, trovavano una struttura simile a una chiesa in cui, all’ingresso, si trovava un finto monaco che procurava loro spavento. In uno dei suoi viaggi a Londra, affascinato dal labirinto di Hampton Court, volle riprodurlo nel suo giardino aggiungendovi la statua di un soldato al posto di guardia. Oltre 1500 specie di piante arricchiscono la parte esterna della villa che ospita pure un tempietto e una Coffee-House dove, si narra, gli ospiti venissero accompagnati da una banda musicale.

Dopo alcune vicende che coinvolsero varie generazioni della famiglia, il Castello fu venduto al Comune di Ragusa, nel 1982.
Incantevoli gli interni: dal mobilio alle Sale, agli affreschi, alla preziosa libreria.
Per parlare di “lieto fine” non si può non considerare l’impegno dell’architetto e museologo Giuseppe Nuccio Iacono, nominato dall’Amministrazione di Ragusa, gestore e manager culturale del Castello. Attraverso l’esposizione di mostre tematiche (di abiti e oggetti curiosi) e interessanti novità ha l’obiettivo di dare lustro al Castello, e non solo.

Quali sono le novità che introdurrà?
«Ho proposto la variazione di orari e tariffe d’ingresso, adottando il sistema di biglietto combinato e separabile (es. solo giardino, solo castello…) ma soprattutto un’agevolazione per le famiglie: i paganti sono i genitori, i bambini sotto i 14 anni entrano gratuitamente. Altra cosa importante è la musealizzazione del parco: verranno poste, infatti, delle informazioni e QR Code che rimanderanno al sito, per approfondire. Ritengo importante creare un BookShop e un’area di ristoro, una zona di assistenza e che ci siano delle sedie rotelle di cortesia. Spero, infine, di portare presto al termine la trascrizione di un manoscritto di Francesco Arezzo. Un documento importante, da pubblicare».

Qual è l’obiettivo?
«Non è solo quello di incrementare il numero dei visitatori. Ancora più è importante suscitare meraviglia e benessere a chi visita, insomma puntare alla risonanza emotiva che può dare un luogo. Questo è un utile che non si vede ma che costituisce l’essenziale da raggiungere».

 

Scicli, la città presepe della Sicilia Barocca

Articolo di Irene Novello    Foto di Henry Burrows

“La città di Scicli sorge all’incrocio di tre valloni, con case da ogni parte su per i dirupi, una grande piazza in basso a cavallo di una fiumara, e antichi fabbricati ecclesiastici che coronano in più punti, come acropoli barocche, il semicerchio delle altitudini…”, così Elio Vittorini ricorda la città, centro del barocco ibleo del Val di Noto, a circa ventotto chilometri da Ragusa. Scicli che ha le sembianze di un perenne presepe vivente, dove l’architettura monumentale sembra essere in perfetta armonia con la natura, è stata riconosciuta nel 2002, Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco, insieme ad altri sette centri del Val di Noto.

Con il terremoto del 1693 si trasforma da città tardo medievale a città tardo barocca, con un meraviglioso centro storico caratterizzato da una delle strade più belle della Sicilia orientale, la via Francesco Mormina Penna, il salotto degli sciclitani, ricco di palazzi nobiliari neoclassici e chiese scolpite nel calcare dorato in stile tardo barocco. La città ha origini antiche, uno dei suoi primi nuclei è il villaggio rupestre Chiafura che sorge nel lato sud-occidentale del costone di San Matteo, costituito da una serie di grotte abitate fino agli anni Sessanta del Novecento.
Uno dei monumenti più importanti della città è la Chiesa di San Bartolomeo, che in parte ha resistito alla terribile furia del terremoto del 1693. Risale al XV secolo, caratterizzata da un imponente prospetto barocco neoclassico, circondata dalle rocce di un canyon e definita dall’architetto Paolo Portoghesi “una perla dentro le valve di una conchiglia”.

Tra gli edifici nobiliari più importanti c’è il Palazzo Beneventano, una delle strutture barocche più interessanti della Sicilia, con i suoi prospetti riccamente decorati da mascheroni molto espressivi e ricchi di dettagli e i suoi balconi con ringhiere rigonfie in ferro battuto sostenuti da creature fantastiche che sembrano animate. Il tour in città è inoltre arricchito dalla Chiesa di San Giovanni Evangelista ricostruita dopo il terremoto, la vista della volta in stile barocco, con gli stucchi e gli affreschi ci lascia senza fiato. Molto più sensazionale è la presenza all’interno della chiesa di un dipinto insolito, il Cristo di Burgos, datato al XVII secolo, di origine spagnola, chiamato il Cristo in gonnella. Si tratta di un’iconografia particolare, che raffigura il Messia in croce con una veste bianca lunga dal bacino fino alle caviglie.

Scicli è una cittadina a misura d’uomo, un museo a cielo aperto, ricca di antiche tradizioni folcloristiche che rispecchiano un passato molto lontano e una lunga storia di dominazioni. Le feste religiose più importanti si svolgono in primavera: la Cavalcata di San Giuseppe, le celebrazioni della Settimana Santa e dell’Uomo Vivo, talmente suggestiva che lo stesso cantautore Vinicio Capossela ha dedicato una bellissima canzone e la festa della Madonna delle Milizie, patrona della città assieme a San Guglielmo.

Ma Scicli è anche un vero e proprio set cinematografico, in questa splendida cittadina si può vivere l’emozione di visitare i luoghi della fiction de Il Commissario Montalbano, in particolare all’interno del Municipio nella stanza del sindaco si trova l’ufficio del Questore. Il successo della fiction ha coinvolto l’intera provincia di Ragusa, dove negli ultimi anni si è sviluppato un vero e proprio itinerario turistico che porta alla scoperta del set televisivo.
Tutto questo e molto altro è Scicli, una città di ineguagliabile bellezza, tra vicoli e scorci inattesi che non chiedono altro di essere scoperti.

Ti Dona

Articolo di Sofia Cocchiaro  Foto di Samuel Tasca

Oltre quarant’anni dedicati alla moda, una grande esperienza maturata e la consapevolezza che per crescere bisogna andare oltre, innovare e ampliarsi. È così che la famiglia Tidona, da sempre un punto di riferimento a Ragusa nel campo dell’abbigliamento, apre le porte anche a un nuovo punto vendita per uomo e donna, mettendo a disposizione le competenze maturate nella scelta dei capi migliori. Con loro abbiamo scambiato due interessantissime chiacchiere che abbiamo il piacere di condividere con Voi.

Cosa vi ha spinto a proporre anche l’abbigliamento uomo?
«Ci abbiamo pensato un po’ effettivamente – dicono ridendo i membri della famiglia Tidona -. In realtà riteniamo necessario fare sempre dei passi avanti, dei cambiamenti per crescere e avere soddisfazioni ma ciò non significa che bisogna fare passi azzardati o improvvisati. Oggi, a fronte dell’ esperienza maturata, crediamo che sia arrivato il momento di realizzare un punto vendita che comprenda l’abbigliamento sia per uomo che per donna, garantendo la stessa competenza e qualità che da anni riserviamo alle donne».

Quali attenzioni riservate ai vostri clienti?
«Il nostro “leit motiv” è da sempre lo stile che va inteso come l’unione fra ciò che è fashion ma allo stesso tempo di qualità dal punto di vista dei tessuti e della lavorazione. Infatti, selezioniamo accuratamente i brand da trattare puntando soprattutto sulla scelta dei tessuti più naturali».

I nostri lettori quali brand troveranno?
«Ti Dona veste sia il casual che l’elegante, pertanto l’uomo potrà indossare i capi delle collezioni Tommy Hilfiger, Brooksfield, Paolo Pecora e per le occasioni speciali immancabilmente gli esclusivi abiti firmati Hugo Boss. Le donne, invece, saranno ammaliate dai capi Seventy, Toy Girl, Maria Bellentani e tanto altro che v’invitiamo a scoprire presso il nostro store».

Un messaggio da lasciare ai vostri clienti attuali e a quelli futuri?
«Ringraziamo tutti i nostri clienti, perché è grazie a loro che la nostra attività è presente da oltre quarant’anni con grande soddisfazione. Quanto ai nostri potenziali clienti li invitiamo a venirci a trovare, anche solo per conoscerci».

RAGUSA, Piazza della libertà, angolo con via Roma

 

Habitat Arredamenti & Contract, progettare e arredare lo spazio oltre l’ufficio

Articolo di Irene Novello    Foto di Samuel Tasca

«Habitat non è un ufficio, né un negozio, né una fabbrica. Ma è uno spazio dove prodotti, idee, progetti e tendenze prendono forma e si realizzano seguendo le esigenze del cliente».

Saro Sgarlata non è solo l’imprenditore della sua attività ma, ancor di più lui, ne è lo spirito creativo.

Difatti è lui stesso che, su richiesta dei clienti più esigenti, mette in opera la propria arte, disegnando articoli ricercati e unici, in linea con le tendenze e seguendo sempre lo stile minimal che lo caratterizza.

«Già da piccolo disegnavo case, mobili, oggetti, macchine. Durante una gita scolastica ho anche consegnato un mio progetto di automobile ad una famosa casa automobilistica. Il disegno è sempre stata la mia passione e la musica stimolo alla mia creatività».

Originario di Chiaramonte Gulfi, Saro ci racconta come sin da bambino ha avuto un’abilità particolare nel disegnare.

Ma la caratteristica principale della personalità di Saro è, a parere di chi scrive, il suo essere particolarmente estroverso e aperto alla comunicazione, al dialogo e alla socialità, tutte accezioni di sé che lo spingono, sin da giovane, ad avere interesse anche nei confronti del settore commerciale.

È cosi che, nel 2007, a Ragusa in Via Giovanni Falcone n. 99 nasce Habitat Ufficio, Arredamenti & Contract ove Saro, attraverso il servizio di Customer Service, segue i clienti nelle fasi di consulenza e progettazione di spazi per uffici, hotel, case e negozi nonché nella fase della fornitura degli elementi d’arredo ove oltre che, come già detto, alla sua stessa creatività si affida a numerosi brand nazionali e internazionali quali Newall, Estel, Newform, Plust e Slide per citarne alcuni.

Interessante dal punto di vista commerciale anche l’attività di noleggio arredamenti finalizzata all’allestimento di eventi pubblici e privati nonché la partecipazione alle più importanti fiere di settore, tra tutti il Salone del Mobile di Milano, che costituiscono un’esperienza di crescita, conoscenza e scambio di vedute fra esperti del settore.

A Saro vorrei porre solo poche domande perché la sua personalità è già chiara ed evidente agli occhi di chi lo conosce e di chi ne ha potuto apprezzare le abilità.

Qual è la differenza tra arredare una casa e arredare un ufficio?

«Sono due ambienti vissuti in maniera diversa. La casa viene arredata in base alle esigenze dettate dalla vita quotidiana mentre è evidente che per quanto concerne l’ufficio le esigenze sono diverse a seconda del tipo di attività che vi si svolge e per tale ragione ci si può permettere di creare spazi ancor più creativi e unici».

Saro cosa ti auguri per questo nuovo anno?

«Mi auguro un anno pieno di grandi progetti da realizzare.  Ne approfitto a questo punto per dirvi che il 2019 mi vedrà protagonista ogni settimana su Video Regione con una rubrica dedicata al Design».

All’anno appena trascorso hai invece qualcosa da dire?

«Si, saluto il 2018 soddisfatto delle esperienze che mi ha fatto vivere così come, a titolo esemplificativo, il progetto di consulenza che ho realizzato per la progettazione degli uffici “Crai – Gruppo Radenza”. Questo risultato, insieme ad altri non meno importanti che ho realizzato, mi conferma che il lavoro fatto con passione e tenacia dà sempre i suoi frutti e la gente adesso è più disposta a rinnovare il proprio “habitat” e a rinnovarsi».

E allora noi di Bianca Magazine non possiamo far altro che augurarti di continuare a realizzare i tuoi progetti.