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Rolando Toro e Anna Maria Ciccia min

Biodanza. Poetica dell’incontro umano.

Articolo di Salvatore Genovese

Per scrivere di Biodanza non si può prescindere dal parlare di Rolando Toro Araneda, psicologo e antropologo cileno che, nel 1953, ne è stato il fondatore. Nel suo impianto teorico, scaturito dalla riflessione che la seconda Guerra Mondiale avesse fatto emergere tutta la perversità del genere umano, in un periodo caratterizzato dalla distruttività delle bombe atomiche e dall’olocausto, poneva la necessità della ricerca e dell’individuazione di espressioni diverse, lontane dall’odio e dalla violenza umana, che aprissero nuove possibilità esistenziali, quali l’amore e l’accettazione dell’altro, in un positivo rapporto mente-corpo e in un rafforzato vincolo con la natura: in sintesi, un innovativo linguaggio universale che facilitasse la comunicazione tra gli esseri umani.
Ed è nella musica che Rolando Toro ha individuato tale linguaggio condiviso, in grado di ‘dare ritmo ed armonia alla vita’.

«La Biodanza – spiega Anna Maria Ciccia, che a Catania dirige la “Scuola Originale di Biodanza della Sicilia”, fondata nel 1995 da Rolando Toro – non propone uno specifico modello di comportamento: ogni persona che entra in contatto con se stessa in un processo d’integrazione offre il proprio modello genetico di risposte vitali. Gli esercizi di Biodanza sono accuratamente strutturati e mirano, attraverso la fluidità della danza, a stimolare aspetti specifici della persona: vitalità, creatività, affettività. Il tutto per recuperare il ritmo e l’armonia nella propria esistenza ed esprimere se stessi in forma piena. La maggior parte degli esercizi si esegue con la musica; in alcuni di essi, invece, ci si esprime mediante il canto o il silenzio. Le sequenze degli esercizi seguono regole che hanno obiettivi precisi come, per esempio, l’aumento della resistenza allo stress e la stimolazione delle funzioni neuro vegetative».

 

Oltre agli incontri periodici, in genere a cadenza settimanale, la scuola catanese organizza anche specifici corsi per la formazione professionale di operatori di Biodanza.
«Per conseguire tale diploma – chiarisce la direttrice – gli allievi seguono una rigorosa formazione che comprende la frequenza di ben ventisette stage che toccano tutti gli argomenti teorici della Biodanza, così come è stata concepita da Rolando Toro».
Oltre che a Catania, la Biodanza viene praticata anche in altre realtà siciliane tra cui Ragusa e Caltagirone. Conduttrice, da circa vent’anni, della prima è Gianna Cappello.

Anche a Ragusa la cadenza degli incontri (vivencias) è settimanale. Hanno una durata di due ore e consistono in una prima parte teorica e in una seconda parte pratica, con esercizi specifici caratterizzati soprattutto da brani musicali scelti con cura e dai conseguenti, fluidi movimenti corporei che ne derivano.

«Per comprendere la Biodanza – sottolinea Gianna Cappello – bisogna praticarla molto perché è un percorso esperenziale dove la nostra corporeità può esprimersi al meglio e perché il corpo è il nostro inconscio e durante gli esercizi avviene proprio l’unione mente-corpo. Si arriverà così non solo a capire e comprendere, ma anche a ‘sentire e danzare la vita’, in perfetta integrazione corporea e mentale con noi stessi e con gli altri».

Davide Russo è il didatta che opera a Caltagirone dal 2015. Anche nella città calatina gli incontri sono settimanali.
Secondo Davide Russo «la Biodanza è una ricchezza che merita di essere conosciuta e approfondita da tutti per i benefici che può dare, soprattutto in una realtà come quella odierna, caratterizzata dalla paura del Covid 19 e da quello che sta creando; credo che potrebbe essere un’ottima, positiva risorsa sia per i singoli, sia per gli aspetti relazionali che comporta. Anche numerose scuole pubbliche, dalle materne alle medie superiori, hanno mostrato interesse per la Biodanza. Io stesso, insieme ad una collega, per qualche anno ho tenuto un corso a Siracusa che ha coinvolto alunni, insegnanti e genitori».

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Ti amo di botte! Il complesso fenomeno della violenza di genere

A cura della Dott.ssa Sandra Meli

È da poco passato l’8 Marzo, data che celebra le donne, e anche in occasione di questo giorno, purtroppo, abbiamo assistito a gravi fatti di cronaca che hanno visto come protagoniste le donne. Che cos’è che si cela dietro il femminicidio o dietro la violenza in generale verso le donne? È un fenomeno del nostro tempo, che racchiude in sé elementi di complessità, disordine e confusione. La violenza sulle donne è intesa come una forma di squilibrio relazionale, dove il desiderio di controllo e possesso da parte del genere maschile sul femminile si articola nell’esercizio di potere finalizzato a dominare l’altra persona. Tale relazione origina e si struttura spesso all’interno di una relazione fondata sulla disuguaglianza e sull’asimmetria di potere tra maschi e femmine, partendo da radicate convinzioni, basate su modelli socio-educativi e relazionali trasmessi da una generazione all’altra, che vedono la donna subordinata all’uomo e pertanto, come un soggetto dipendente nel rapporto affettivo di coppia. La donna viene associata e descritta come persona adibita alle funzioni di cura all’interno della famiglia e, talvolta, questa visione va a discapito della reciprocità e della possibilità di inoltrare richieste basate sui propri desideri e bisogni. All’interno delle mura domestiche spesso si verificano da parte degli uomini comportamenti violenti, e ciò talvolta avviene nel completo silenzio della donna. Sono comportamenti che si ripetono ciclicamente in un crescendo sempre più grave definito appunto “Ciclo della violenza”, in cui inizialmente la donna, avvertendo la tensione, per prevenire l’escalation di violenza, concentra le sue attenzioni sul partner, il quale però perde il controllo e attacca, prima verbalmente e poi fisicamente, fino a quando, passata la fase di violenza, si arriva alla fase del pentimento, detta “luna di miele” durante la quale l’uomo può attribuire la responsabilità dell’atto violento a fattori esterni e nella donna può prevalere il senso di colpa. Con il tempo la fase di luna di miele tende a ridursi, mente le altre diventano sempre più frequenti e gravi. I dati ISTAT ci dicono che il 93% delle donne vittime di violenza da parte del partner o ex partner non denuncia la violenza e che una donna su tre ha subito una qualche forma di violenza nell’arco della sua vita: parliamo, infatti, dei diversi tipi di violenza esistenti dalle forme più conosciute come la violenza fisica e quella sessuale, alle tipologie meno visibili, ma altrettanto gravi come la violenza economica e la violenza psicologica. Questi fatti sono sempre più segnali indicativi di un malessere profondo nelle relazioni sociali tra uomo e donna che si manifesta all’interno della famiglia, contesto nel quale dovrebbe esserci protezione e rispetto, dove le persone cercano amore, accoglienza e sicurezza, ma che per le donne vittime di violenza si trasforma nel luogo meno sicuro, in una gabbia, in un luogo di sofferenza. Quando la violenza riguarda donne che sono anche madri, ciò che viene intaccata è anche la loro funzione genitoriale, poiché si sperimenta un maggiore senso d’impotenza, con conseguente aumento delle problematiche comportamentali nei bambini. Nei casi di violenza di genere le vittime sono anche i figli, che nella maggior parte dei casi assistono alla violenza. Il miglior modo per contrastare il fenomeno è prevenire e sensibilizzare, e lì dove la violenza è in atto denunciare e farsi aiutare dai professionisti del settore. Ricordate che “l’amore rende felici e riempie il cuore, non rompe le costole e non lascia lividi addosso”.

 

Mettiamo su famiglia:il difficile compito di diventare genitori

Articolo a cura della Dott.ssa Sandra Meli

Mettiamo su famiglia: il difficile compito di diventare genitori

Affrontare responsabilmente il desiderio di avere un figlio e poi dedicarsi alla sua formazione significa per i genitori creare un profondo rapporto emotivo con il partner e con il proprio figlio. La genitorialità è un passaggio psicologicamente delicato, poiché durante l’attesa si formano “rappresentazioni genitoriali”, fantasie e aspettative, che condizioneranno il tipo di accudimento dei bisogni fisici, affettivi, cognitivi e sociali prestati al bambino. La capacità delle coppie di gestire la transizione verso la condizione di genitori dipende dall’età e dalla maturità dei genitori, dalla relazione con i propri genitori, dal sostegno sociale di parenti, amici e servizi, e dal livello di soddisfazione coniugale prima dell’arrivo del figlio. Ciascuna famiglia si caratterizza per un particolare stile educativo, inteso come quell’insieme di atteggiamenti che il padre e la madre manifestano nei confronti dei figli, creando quel clima emotivo attraverso dei comportamenti specifici, volti ad ottenere determinati risultati educativi. Lo stile educativo si caratterizza per il controllo, le richieste che i genitori fanno ai figli per integrarli nella famiglia e nella società, sollecitando comportamenti maturi, e per il supporto, le azioni finalizzate a favorire l’affermazione di sé attraverso espressioni di sostegno e calore (vicinanza affettiva) e disponibilità a soddisfare bisogni e richieste del figlio. Ciascuna coppia genitoriale darà più importanza a una di queste dimensioni, generando così diversi stili educativi: lo stile autoritario, con alto controllo e basso supporto; lo stile autorevole, con alto controllo e alto supporto; lo stile indulgente-permissivo, con alto supporto e basso controllo; lo stile negligente-trascurante, con basso controllo e basso supporto. Generalmente in ogni famiglia si ritrova uno stile intermedio formato dalla mescolanza di tratti dei vari stili con uno stile predominante. Il compito di svolgere la propria genitorialità rappresenta un’ esperienza che cambia la vita personale e di coppia degli adulti e chiama in causa diverse componenti: un ambiente adeguato allo sviluppo psicologico del bambino per rispondere alle sue richieste e ai suoi bisogni; una relazione equilibrata e positiva con il figlio; un’ ottima qualità della relazione di coppia dei genitori; le caratteristiche del bambino (sesso, temperamento, ecc.); il modo in cui i genitori sono stati a loro volta educati dai propri genitori; la presenza di altri figli, la capacità di modificare i propri comportamenti e atteggiamenti in relazione al nuovo ruolo di genitore, e il sostegno sociale, economico, parentale e/o amicale (nonni, zii, amici, vicini, ecc.). I figli, quindi, rappresentano una grande realizzazione per la persona, ma anche un grande impegno e una responsabilità: per la donna potrebbe nascere la difficoltà di conciliare l’attività lavorativa con il ruolo di madre, ma anche per il padre potrebbero nascere sensi di colpa in relazione ad una scarsa partecipazione alla vita del figlio per i troppi impegni lavorativi. Il segreto per godersi la maternità e la paternità è non perdere di vista sè stessi, il proprio partner e la propria relazione, poiché un genitore soddisfatto avrà certamente un bambino felice.

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Tempo di feste, come proteggersi dalle invasioni familiari

Articolo a cura della Dott.ssa Sandra Meli

Il 2018 è quasi concluso e noi stiamo per entrare ufficialmente nel vivo di uno dei periodi più attesi dell’anno, ossia quello delle “Feste Natalizie”, che ricordano le luci scintillanti, la musica, le liturgie, il buon cibo, gli amici e le grandi riunioni familiari. A volte però proprio ciò che dovrebbe rilassarci e farci stare bene, come i momenti di condivisione con le nostre famiglie d’origine, diventa fonte di stress per la coppia e per l’intera famiglia, al punto da sentirsene travolti. Spesso ci dobbiamo confrontare con famiglie allargate, fatte da figli di precedenti matrimoni, ex coniugi, parenti che vivono lontano, situazioni familiari in cui è difficile conciliare culture, credenze e stili di vita. Può succedere che quel periodo, che nell’immaginario comune viene dipinto come una ricorrenza amata e desiderata, diventi invece per alcuni una festività da “cancellare”. La miglior soluzione è certamente evitare le situazioni di disagio che ci creano malessere, ma quando ciò non è possibile, il nostro corpo manda svariati segnali del nostro disagio emotivo: disturbi gastrici, nausea, mal di stomaco, mal di testa. Non è il cibo elaborato e abbondante che non riusciamo a “digerire”, ma le situazioni, le persone e le relazioni con esse. Festeggiare e condividere il lungo periodo delle feste può essere molto impegnativo in questi casi, ma può di certo risultare più semplice e piacevole per tutti, se si seguono alcuni piccoli accorgimenti. Bisogna sempre affermare e delineare il confine tra la coppia o la famiglia da genitori o suoceri che per la troppa affettività, rischiano di entrare nella nostra intimità, invadendola o addirittura travolgendola. Ai vostri cari probabilmente occorrerà un po’ per accettare quei confini sani che voi avete stabilito, ma, con il tempo, ne vedranno tutti i benefici e se questo non avverrà, sarete voi comunque a goderne. Definite le vostre aspettative rispetto a come volete trascorrere le feste e con chi, poiché una sana comunicazione aiuta a evitare malintesi e rancori reciproci. Infine, bisogna imparare anche a dire “No”, poiché non possiamo accontentare tutti e poi sentirci sopraffatti; la qualità del tempo trascorso è più importante della quantità. Il Natale ha la sua magia ed è bello poterlo vivere rispettando se stessi e le proprie tradizioni, ossia come un’offerta autentica per sé e per i propri affetti. Evitare a tutti costi di far felici gli altri aiuta a rimuovere molte delle barriere emotive alla risoluzione dei conflitti. E adesso, carichi di aspettative e buoni propositi, prepariamoci a goderci in pieno le “Nostre Feste”.

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Perché mio figlio non capisce? Il difficile mondo dei DSA

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Articolo a cura della Dott.ssa Sandra Meli

Inizia la scuola e per molti genitori inizia un vero e proprio “calvario”, poiché il proprio figlio sembra non capire la lettura, si distrae facilmente, sembra non riuscire a eseguire i calcoli, e così i compiti sembrano interminabili e seguiti da un innalzamento della tensione a casa che di certo non migliora la situazione. È probabile che siamo davanti ad un bambino con DSA. Non bisogna preoccuparsi, ma certamente intervenire il più precocemente per aiutarlo nel migliore dei modi. I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (D.S.A.) comprendono la dislessia, la discalculia, la disortografia e la disgrafia, difficoltà presenti nella lettura, nel calcolo e nella scrittura e interessano una percentuale abbastanza alta di bambini in età scolare (2,5-3 per cento). Hanno un’ origine neurobiologica e riguardano bambini normodotati cognitivamente, ecco perché sono chiamati “specifici”, in quanto interessano specificatamente l’area degli apprendimenti e non altre. La diagnosi di DSA è fatta intorno ai sette anni, quando il bambino ha acquisito abbastanza dimestichezza con lettura, scrittura e calcolo e riesce a comprendere il significato simbolico di numeri e lettere. Bisogna certamente rispettare le tappe di sviluppo di ciascun bambino, ma è fondamentale fare una diagnosi precoce per ottenere maggiori miglioramenti. Già alla scuola dell’infanzia è possibile individuare, attraverso test standardizzati somministrati da un esperto, “indicatori” di eventuali difficoltà di apprendimento successive. Alcuni dei sintomi che si possono presentare alla scuola primaria sono: lettura poco fluente e con errori, scarsa comprensione del testo e difficoltà a ricordare, grafia poco leggibile, inversione o sostituzione di lettere, difficoltà a imparare le tabelline. Il bambino, nonostante la sua intelligenza e l’impegno esagerato, non riesce a ottenere i risultati sperati e a risentirne è anche la sua autostima. La Legge n.170 dell’8 ottobre 2011, non prevede l’insegnante di sostegno per i DSA; la scuola, però è tenuta redigere un Piano Didattico Personalizzato che prevede l’attuazione di strumenti compensativi e/o dispensativi necessari per il bambino. Bisogna sottolineare che un bambino con DSA non è un bambino che non può apprendere ma che apprende in modo diverso. Con questi accorgimenti e il PDP potranno stare a passo con la classe. Una diagnosi tardiva, un mancato utilizzo degli strumenti o del sostegno didattico pomeridiano, là dove è necessario, rappresentano un grave rischio per la crescita, la personalità e la stima del minore. Oggi esistono molti “doposcuola specialistici”, dove i bambini vengono aiutati da “professionisti” a tirare fuori “il meglio di sé” e vivere così la scuola più serenamente.

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“Liberamente”e il benessere mentale di comunità a quarant’anni dalla Legge Basaglia

Articolo di Angelo Barone   Foto di Massimo Cappellano

Il 13 maggio 1978 veniva approvata la “Legge Basaglia”, che aboliva i manicomi restituendo dignità ai malati psichiatrici. La legge prende il nome dallo psichiatra Franco Basaglia che dedicò tutta la sua vita alla cura delle persone sofferenti. A quarant’anni dalla sua approvazione tante sono le iniziative per riflettere sulla Legge 180 che Norberto Bobbio definì «l’unica grande riforma del dopoguerra italiano».
A Taormina, tra le “Rivoluzioni” di TaoBuk, la storia di questa riforma è stata raccontata da Peppe Dell’Acqua tramite l’autobiografia di Antonio Slavic, “All’ombra dei ciliegi giapponesi”, libro che racconta passo dopo passo quello che Basaglia, Slavic e pochi altri realizzarono a Gorizia, in quel manicomio di frontiera, e che da lì si sarebbe esteso altrove.

A Catania, Carmen Consoli ha accolto positivamente l’appello di Laura Boria, per dare una casa alla Onlus “Namastè” che, a Caltagirone, si occupa dei bisogni di una trentina di ragazzi diversamente abili. L’artista, lo scorso 1° giugno ha organizzato un concerto con tutti i suoi amici a Piazza Duomo, nella sua Catania. Una serata indimenticabile. Carmen Consoli, Samuele Bersani, Elisa, Max Gazzè, Marina Rei, Daniele Silvestri, Mario Venuti e Bandabardò hanno dato vita a un concerto che ha scaldato gli animi e allargato la mente dei presenti. Con il ricavato della serata gli ospiti di “Namastè” avranno la possibilità di avere una sede stabile dove svolgere una vita, per quanto possibile, serena.

A Caltagirone con “Liberamente” si è svolta la “Settimana della Salute mentale di comunità”, che ha avuto come protagonisti i pazienti e i loro familiari a testimoniare il livello di benessere relazionale, di sviluppo culturale, di coesione, di appartenenza e di libertà che si vive nella comunità. Una settimana d’iniziative e di confronto sulle pratiche innovative di livello internazionale che qui sono state avviate: l’open dialogue, la comunità terapeutica democratica, i gruppi di psicoanalisi multifamiliari, il centro SILS (Servizio di Inclusione Socio-Lavorativo coordinato da Maurizio Cirignotta che è stato il motore delle iniziative di Liberamente), le fattorie sociali, l’housing sociale, le innovazioni nel Distretto socio-sanitario (progetto “Dopo di noi”, “La vita indipendente”). Andiamo a Caltagirone per assistere alla manifestazione conclusiva della settimana, la “Scala la bellezza libera la mente” e troviamo un clima elettrizzante tra tutti i partecipanti e una gran voglia di comunicare le proprie sensazioni vissute in questi giorni di febbrile attività e chiediamo loro una parola “chiave” per descrivere questa settimana:

PARTECIPAZIONE per Angela Sortino, presidente Associazione Arcobaleno, «per i ragazzi e per i familiari è stato importante far vedere a tutti la nostra interazione».

COSTRUTTIVA per Riccardo Ranno, facilitatore sociale, secondo cui «è stato importante lo spettacolo teatrale “Laggiù dove morivano i dannati” di Alda Merini».

Per Rina Graziano, presidente dell’Associazione Comunità per la Salute Mentale, «l’igiene mentale è più importante di quella fisica». Lei indica la parola ASCOLTO.

«Questa visibilità – dichiara l’operatrice Giusi Renda – serve alla lotta contro lo stigma verso la salute mentale, i ragazzi sono stati meravigliosi ci hanno fatto emozionare per cui dico BELLEZZA».

Per Sebastiano Lemoli, insieme alla cara Jole Scalone, «Il SILS doveva essere una piccola cosa che doveva crollare, oggi è germogliata una vita nuova per ricevere e dare FELICITÀ».

Maria Zummo, Cooperativa Sociale, sostiene che «partecipare alle attività del SILS, aiuta tutti a superare i pregiudizi» e indica la parola SOSTEGNO.

Infine per Tommaso Battiato «cucinare è stata una bella esperienza per trasmettere EMOZIONI».

Il dott. Raffale Barone, direttore del Modulo DSM di Caltagirone-Palagonia, indicando come parola chiave il BENESSERE MENTALE DI COMUNITÀ sottolinea che «qui le buone prassi si sono consolidate nel tempo tali da immaginare l’esperienza di Caltagirone come a un Distretto Bio-psico-sociale dove praticare e verificare nuove esperienze come ci ha insegnato Basaglia».

Paola Affettuoso e la “bellezza”della Fattoria Pedagogica

Articolo e Foto di Samuel Tasca

Nel territorio del Calatino, nei pressi di contrada Piano San Paolo, si trova la Comunità Terapeutica “La Grazia”. Entrando attraverso il lungo viale alberato, si ha subito la sensazione di contatto con la natura, tipica di questo luogo immerso nella zona che precede la Riserva Naturalistica di Santo Pietro. Proprio qui, nel 2008, prende forma il progetto della “Fattoria Pedagogica” portato avanti dalla dott.ssa Paola Affettuoso, pedagogista specializzata in Neuropedagogia Clinica e Art Counselor, che, guidandoci per la fattoria, ci racconta di lei e del suo progetto, che quest’anno ha ricevuto un riconoscimento a livello nazionale, il Premio per l’esperienza As.Pe.I. 2018 (Associazione Pedagogica Italiana)
«La mia formazione nasce dal volontariato. Dopo gli studi ho iniziato a fare formazione nell’Art Counseling e mi sono specializzata nella Psicopatologia fenomenologico-relazionale. Da allora tante le esperienze e le iniziative come l’istituzione del Centro Studi “Sergio De Risio” e per ultima la fondazione dell’Associazione di Pedagogisti Koinè, assieme ad altri colleghi molto motivati e preparati».


Per la dott.ssa Affettuoso, infatti, la passione per le relazioni interpersonali e la curiosità verso l’altro sono sempre state motori pulsanti del suo percorso professionale nel settore della sanità mentale. «Sono certa che “la bellezza ci salverà” e ci renderà liberi, credo vivamente, infatti, nella possibilità di vedere sempre il bello che c’è negli altri e nel sostegno che si può dare per farlo emergere. Anche la natura, secondo me, è fondamentale nel concetto di bellezza, infatti, qui alla Comunità “La Grazia” viviamo immersi nel verde e questo fa stare bene non solo gli ospiti della comunità, che si occupa della riabilitazione di pazienti con disagi psicologici, ma anche tutti noi operatori».
È proprio da questo principio che parte il progetto della Fattoria Pedagogica. «Abbiamo intuito che un percorso di Zooantropologia e Pet Therapy poteva essere utile per i nostri pazienti, quindi abbiamo iniziato a formarci assieme al prof. Roberto Marchesini in Zooantropologia Assistita con gli animali. Abbiamo acquistato degli asini, incentrando inizialmente parte del nostro lavoro sulla onoterapia, e abbiamo allestito la fattoria. Superata questa prima fase […] abbiamo deciso di formare i nostri pazienti per far sì che diventassero anch’essi educatori della Pet Therapy, trasformandoli a tutti gli effetti in maestri di un percorso da rivolgere a terzi».


Da ormai otto anni, infatti, la Fattoria Pedagogica accoglie circa 2000-3000 bambini l’anno da scuole di ogni ordine e grado, permettendo di riscoprire il territorio attraverso dei percorsi guidati da ospiti della comunità. «Questo ci ha permesso – continua la dott.ssa Affettuoso – non solo di occupare il loro tempo in maniera costruttiva, ma anche di renderli una risorsa presso la comunità locale, cercando di abbattere lo stigma che gira attorno alla malattia mentale, poiché il bambino, che non ha pregiudizi, si approccia a una realtà complessa attraverso la mediazione della natura e degli animali, e restituisce ai nostri pazienti un forte guadagno sull’autostima e la socievolezza incidendo positivamente sui loro percorsi».
Al termine della nostra conversazione, non ci sorprendiamo affatto che un progetto così originale, innovativo e carico di valori sociali e pedagogici abbia ricevuto un premio così importante. «Ciò che mi rende più orgogliosa – ci dice la dottoressa quasi commossa – è aver potuto condividere questo premio con colleghi e pazienti che sono stati parte integrante di questo percorso. L’altro aspetto è sicuramente vedere le facce dei bambini quando vengono qui e restano stupiti e ammaliati dalla magia che c’è in questo luogo».
Terminiamo la nostra intervista e ci lasciamo alle spalle questo luogo con il suo verde, i suoi animali e il suo essere puro, che quotidianamente viene irradiato da quella bellezza che tanto ha ispirato la dott.ssa Paola Affettuoso.

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Il micro-cheating, amarsi e tradirsi nell’era dei social network

Articolo a cura della Dott.ssa Sandra Meli

Una sana relazione di coppia si basa sulla paritarietà per sostenere l’individuazione di ciascuno senza rigidità di ruoli. Oggi il “sistema coppia”, risulta più fragile poiché non si riesce ad alternarsi senza sentirsi prevaricati dal partner. La libertà individuale e l’auto-realizzazione sono obiettivi da raggiungere a tutti i costi. Inoltre ciascun partner ha nei confronti della relazione aspettative più elevate che in passato. Anche inconsapevolmente, speriamo che il partner e il legame con lui appaghino i nostri bisogni più profondi, oltre a darci empatia, comprensione, condivisione, sostegno, cura, protezione. Ecco perché spesso si va incontro a delle delusioni che minacciano la coppia, esponendola al rischio di tradimento. Le motivazioni di un tradimento sono diverse. Si tradisce per il bisogno di distrarsi dalla monotonia della quotidianità, per vendetta, perché si è sperimentato in passato come vittima il tradimento, per esprimere la propria libertà sessuale. Altre volte non si è soddisfatti della propria relazione di coppia e della sessualità non appagante con il proprio partner, e attraverso l’adulterio ci si augura di vivere quelle emozioni fondamentali per tutti come il sentirsi corteggiati, desiderati, unici per la persona amata. Infine, c’è chi non ama più il proprio partner, per cui sperimenta dei vuoti all’interno della propria relazione che sente il bisogno di colmare con nuovi flirt. Dobbiamo stare molto attenti, poiché il tradimento è sempre dietro l’angolo. Dai dati dell’AMI (Ass. Avv. Matrimonialisti Italiani) nel 2018 emerge che solo tre coppie su dieci sarebbero fedeli. Anche le coppie più solide sarebbero così a rischio. L’adulterio oggi non si consuma solo nel luogo di lavoro, in palestra o in vacanza, ma la vera minaccia ormai è Internet, poiché risulta accessibile, affidabile e anonimo. Social network, chat, siti d’incontri, sono i nuovi contesti dove conoscere nuove persone con cui condividere passioni, desideri o parlare di sesso, mettendoci di fronte al rischio di una nuova forma di tradimento: il micro-cheating, ossia la micro-infedeltà, comportamenti apparentemente innocui, assimilabili all’adulterio, come controllare frequentemente il profilo di una persona o i suoi post sui social; scambiare messaggi con altre persone all’insaputa del proprio partner; non dichiarare il proprio stato sentimentale durante una conversazione in chat; scambiarsi foto piccanti. L’adulterio mette a dura prova la coppia e può segnare la fine di una relazione. Alcune volte però rappresenta una grande opportunità, per rilanciarsi, per rimettersi in discussione e nutrire il rapporto di nuova linfa vitale. In questi casi genera una crisi dolorosa ma necessaria per il processo di crescita e maturazione della coppia. Buona estate a tutti e state sempre vigili.

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Pillole di vita quotidiana con la Dott.ssa Sandra meli

Articolo e foto di Samuel Tasca

Giovane, intraprendente, preparata e con molta esperienza sulle spalle; stiamo parlando della psicoterapeuta familiare Sandra Meli che a partire dal prossimo numero troverete su questa rivista con una rubrica interamente dedicata a tutti noi e a quei piccoli problemi che quotidianamente affrontiamo. «In realtà, il termine esatto sarebbe ‘psicoterapeuta sistemico relazionale’, – ci dice scherzando – ma per tutti è molto più chiaro psicoterapeuta familiare. In pratica mi occupo di relazioni e sistemi relazionali tra le persone, che si tratti di una coppia, di una famiglia o di un singolo individuo».
Già dalle prime battute capiamo subito che la Dott.ssa Meli sa il fatto suo. Dopo essersi formata all’Università La Sapienza di Roma, ha continuato la Scuola di Specializzazione presso il Centro Studi di Terapia familiare e relazionale di Roma, dopo il quale ha iniziato subito a lavorare e a rimboccarsi le maniche. Sì, perché le prime esperienze lavorative, già a 23 anni, non sono certo state una passeggiata: «Ho lavorato tanto nelle strutture per minori, prima in una casa famiglia, la Comunità Felix, che ospitava adolescenti provenienti dal circuito civile e penale. È stato un lavoro che mi ha fatto crescere tantissimo. Ho conosciuto storie che mi hanno segnato non solo professionalmente, ma anche in maniera personale; si tratta di ragazzi che spesso non hanno avuto scelta. Questo mi ha dato la grinta per continuare, lavorando anche nelle scuole e occupandomi soprattutto di tematiche di prevenzione per le dipendenze e per la sessualità. Lavorare con i minori è un lavoro che svolgo ormai con passione ormai da quasi 13 anni, essendo preparata anche sui disturbi dell’apprendimento e i bisogni educativi speciali. I bambini sono coloro che ti permettono di vedere di più i risultati del cambiamento: se non credi nel cambiamento non puoi fare questo lavoro».
Ma di cosa si occupa in realtà uno psicoterapeuta sistemico relazionale? «Saper leggere le relazioni tra gli individui intervenendo quando queste diventano disfunzionali – ci spiega con naturalezza -. Ciò che rende più difficile la relazione è la dissonanza che si crea tra la comunicazione verbale e non verbale». Problemi e difficoltà che il terapeuta può contribuire a risolvere tenendo conto, non solo del disagio del singolo individuo, ma intervenendo sull’intero sistema, familiare o lavorativo che sia. «Il problema di un membro porta comunque delle conseguenze come effetto domino anche sugli altri, poiché il sintomo è espressione di una difficoltà dell’intero sistema che però viene espressa dal singolo individuo come portavoce».
A questo punto ci addentriamo un po’ di più nella vita quotidiana della Dott.ssa Meli, quando per tutti diventa semplicemente Sandra. Una separazione, quella tra vita privata e lavoro, sulla quale – ci confida – «Ogni giorno, mi alleno per migliorare. Per il lavoro che faccio con il tempo ho dovuto necessariamente porre dei confini tra la vita privata e quella professionale. A casa, infatti, non puoi essere la psicoterapeuta, non puoi valutare tutto in maniera tecnica cercando risposte ad ogni domanda, poiché non sempre si riesce ad avere il distacco emotivo necessario».
Al termine della nostra intervista, abbiamo più chiara l’importanza del ruolo di un professionista come la Dott.ssa Meli in un contesto familiare e le chiediamo quindi cosa dovremmo aspettarci dalla sua prossima rubrica. «Sicuramente un contributo reale alle problematiche quotidiane, situazioni nelle quali io per prima potrei trovarmi. Delle piccole pillole che possano servirci a relazionarci in contesti comuni con cui spesso non sappiamo confrontarci. Ma non mancherà certo un pizzico di spensieratezza e di ironia, poiché la cosa più importante è capire che la psicologia non serve soltanto a risolvere i disturbi mentali, ma principalmente può essere una risorsa nell’affrontare la vita di tutti i giorni».