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Il Presepe vivente: un modo per i giovani di riscoprire le tradizioni di un tempo

di Samuel Tasca, foto di Salvo Gulino

Quando il Natale è vicino, soprattutto in Sicilia, irrimediabilmente si pensa alle rappresentazioni dei vari presepi viventi che vengono allestite in molte città della nostra Isola. Itinerari folkloristici, caratterizzati dalle peculiarità paesaggistiche dei vari luoghi, che sono spesso teatro di antichi mestieri e tradizioni provenienti dalla nostra cultura, dove il viaggio intrapreso dai visitatori per giungere al cospetto della Natività di Gesù Bambino si arricchisce ad ogni fermata di storia, cultura e tradizioni locali.

Un’attività, quella del presepe vivente, che potrebbe apparire a tratti “antica”, ma che rappresenta, invece, un’incredibile opportunità per riscoprire le proprie radici e tramandare, così, un bagaglio culturale che appartiene a tutti noi. Diventa dunque fondamentale includere, in queste manifestazioni, i giovani e i giovanissimi, affinché possano affacciarsi a quest’esperienza con lo spirito da ricercatori della verità indagando la propria cultura e il proprio territorio.

Esempio virtuoso di questo mix tra presente e passato è senza dubbio il Presepe Vivente di Giarratana (RG). Il presepe, che quest’anno giunge alla sua trentesima edizione, ha collezionato negli anni svariati riconoscimenti che fanno di questa manifestazione la più premiata di sempre dall’Opera Internazionale Presepium Historie Ars Populi. Tra questi: Premio “Miglior Presepe Vivente di Sicilia”, Premio “Miglior Presepe Vivente d’Italia” per due anni consecutivi e unico presepe vivente riconosciuto per ben due volte di interesse internazionale. Durante il suo percorso di affermazione, però, ha attirato a sé numerosi giovani che si sono ritrovati coinvolti e i quali, anno dopo anno, hanno continuato a dare il loro contributo a questa importante manifestazione.

«I giovani rappresentano sicuramente un valore aggiunto nel nostro presepe che cerchiamo di valorizzare sempre più di anno in anno», dichiara Rosario Linguanti, presidente dell’Associazione “Gli amici ro Cuozzu” che ogni anno si occupa della realizzazione del presepe vivente. «Abbiamo sempre sostenuto il fatto che i giovani abbiano una condizione di vita, ormai, troppo distante da quello che era il mondo dei nostri nonni che costituisce praticamente lo scenario del presepe vivente. Siamo quindi fortemente convinti che, per apprezzare quello che hanno oggi debbano riscoprire quello che avevano o non avevano i nostri genitori e i nostri nonni. Bisogna conoscere il passato e immergersi in queste atmosfere illuminate da lumi di candela, nelle quali si stava insieme attorno a un braciere, magari in una stanza unica nella quale, allo stesso modo, si lavorava, si mangiava e si dormiva».

Un impegno, quello portato avanti dai volontari dell’Associazione, che costituisce un forte impatto nei ragazzi che collaborano all’iniziativa. Lo si percepisce dalle parole di Davide Elia, ventisei anni, che ci svela cosa voglia dire per lui far parte di quest’attività: «L’aspetto che più mi ha colpito di questa esperienza è stato quello di tramandare un ricordo da nonno a nipote avendo partecipato al presepe vivente da quando ero bambino insieme a lui. […] Inoltre, per me, è un modo per poter imparare come fare squadra con le persone più adulte, cogliendo l’armonia della collaborazione per imparare a tramandare questo bagaglio culturale che altrimenti andrebbe perduto».

A fargli da eco è Daniele Scollo, di dieci anni più giovane, che dichiara: «È bello ritrovarsi catapultato nel passato e rivivere gli antichi mestieri e la vita giornaliera dei nostri bisnonni. Mi piace molto la fase di preparazione degli ambienti, il ritrovarsi con gli amici, ma anche riscoprire sapori e odori di un tempo».

Questo perché i giovani giarratanesi, oltre a prendere parte come figuranti, iniziano già dalle settimane precedenti a radunarsi per dare una mano all’allestimento degli ambienti.

Non ci resta quindi che godere di questo spettacolo folkloristico che quest’anno avrà luogo nei giorni 26 e 30 dicembre e poi nei giorni 1, 5 e 6 gennaio. «In più quest’anno, – conclude Rosario Linguanti -, grazie alla collaborazione con l’Amministrazione Comunale e le varie associazioni, in aggiunta al presepe ci saranno anche i mercatini di Natale».

A Sutera il suggestivo presepe vivente che celebra la memoria storica e il territorio

di Patrizia Rubino, foto di Nino Pardi

Il periodo delle vacanze natalizie può essere un’occasione perfetta per scoprire le innumerevoli e talvolta sconosciute meraviglie della nostra isola. Spesso piccole realtà, per dimensione e popolazione ma con un importante patrimonio, storico artistico e paesaggistico. Come Sutera, comune della provincia di Caltanissetta, meno di 1300 abitanti, dal 2013 uno dei borghi più belli d’Italia, per le sue bellezze naturali e architettoniche, amate anche dal regista Michael Cimino che girò qui parte del suo film “Il siciliano”.

Il paese, che si sviluppa tutt’attorno al monte San Paolino, detto “la rupe gessosa”, è un tipico borgo medievale ma sono presenti elementi architettonici dell’antica civiltà araba nel quartiere Rabato, dall’arabo rabat, borgo, disseminato di casette in pietra e dammusi, su una fitta e tipica ragnatela di viuzze, presenti anche i resti di una moschea visibili accanto alla chiesa madre Maria SS. Assunta. Rabatello e Giardinello sono gli altri due quartieri di Sutera con edifici di più recente costruzione. Merita una visita il Santuario di S. Paolino, situato sulla cima dell’omonimo monte alto circa 800 metri, raggiungibile da una scalinata. Da qui si gode una vista mozzafiato che va dall’Etna fino al golfo di Agrigento. Di notevole interesse il colle San Marco, un importante sito archeologico, in cui è presente una piccola cappella di epoca bizantina. Da non perdere il Museo Etnoantropologico, uno dei più ricchi centri museali dell’entroterra siciliano; qui sono ricreati gli ambienti delle case di fine Ottocento, con tanto di arredi e suppellettili, e poi arnesi di lavoro, originali, di artigiani, contadini e antichi professionisti. E ancora abiti, divise e cimeli della prima metà del Novecento.

Ma c’è un’altra ragione per visitare Sutera dal 26 dicembre al 7 gennaio, un evento suggestivo che richiama ogni anno decine di migliaia di persone, giunto alla sua XXIII edizione: il presepe vivente. Una manifestazione che per la sua importanza e peculiarità è nel Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia, organizzata con grande cura e passione dall’associazione Kamicos, con il patrocinio del Comune e la collaborazione della parrocchia della chiesa madre. «Si tratta di un evento che è cresciuto nel tempo – racconta Paolino Scibetta, presidente dell’associazione Kamicos – dal semplice allestimento della grotta con la Natività, di circa trent’anni fa, oggi riproponiamo uno spaccato della vita contadina di fine ‘800, su un percorso in cui si snodano circa 40 postazioni, con oltre cento figuranti, in ciascuna delle quali è fedelmente ricostruita un’attività del tempo con attrezzi originali».

Cornice straordinaria della manifestazione è il quartiere arabo Rabato; quì il tempo sembra essersi fermato, le strette viuzze e le casette in pietra, fanno da scenario perfetto ai quadri viventi di antichi mestieri, per citarne alcuni; il calzolaio, il falegname, il pastaio, la “putia”, antica bottega di generi alimentari, al “conzapiatti”, colui che riparava i piatti rotti, o ancora la tessitrice, con un telaio originale di fine ‘800. L’atmosfera è animata dagli strilli degli antichi venditori e dai caldi suoni dei canti natalizi ad opera di due gruppi di musicali che si alternano nelle vie.

 

Apprezzatissime, inoltre, dai visitatori le degustazioni di prodotti tipici e antiche pietanze; le uova sode, il pane “cunzato” con olio locale, la ricotta calda, la tuma, i vini del territorio e persino una bella minestra calda di “ciciri”, e “i minnulicchi”, frittelle calde ricoperte di zucchero. «Prodotti e fornitori sono esclusivamente locali – tiene a precisare Scibetta – perché l’evento rappresenta un’occasione in senso ampio di valorizzazione del nostro territorio». Il giro si conclude con la visita alla grotta della Natività, situata nella parte più alta del Rabato, anche qui si rispetta una bella tradizione: San Giuseppe è da oltre trent’anni il signor Onofrio Di Franco, suterese doc e Gesù bambino è sempre l’ultimo nato di Sutera.

Editoriale Bianca Magazine n°38

di Emanuele Cocchiaro

Che cosa è esattamente una tradizione?

Il dizionario Treccani la definisce così: “Trasmissione nel tempo, da una generazione a quelle successive, di memorie, notizie, testimonianze”. In Sicilia, però, la tradizione assume spesso un significato ancora più profondo, arricchendosi di folklore e di emozioni che uniscono centinaia di persone facendole sentire parte di qualcosa. È quello che avviene specialmente durante il periodo delle festività, dove dall’Immacolata all’Epifania, ci si impegna in un calendario fitto di eventi, ma soprattutto in un percorso fatto di momenti che ci riportano indietro nel tempo, che ci fanno riscoprire gli affetti e le persone a noi care; che spesso ci riportano indietro alle nostre origini ricordandoci chi siamo, ma soprattutto da dove veniamo.

Per questi motivi abbiamo scelto di dedicare il numero di Natale proprio alle tradizioni. Anche all’interno delle nostre pagine vivremo un calendario con gli eventi più importanti e banchetteremo insieme con i piatti delle varie zone della Sicilia che deliziano i nostri palati durante queste feste. Rivivremo insieme la leggenda della strina, sogneremo con il mulino di Babbo Natale a Novara di Sicilia accompagnati dalla musica degli zampognari di Galati Mamertino. Nel frattempo, però, volgeremo uno sguardo al futuro a come una tradizione come il Presepe Vivente a Giarratana abbia creato un ponte tra generazioni passate e future, oppure a come è possibile far vivere le nostre tradizioni anche nell’era dei social con lo storytelling dei ragazzi di Gira con noi in Sicilia.

Il nostro regalo è quello di potervi accompagnare, ancora una volta, in questo viaggio attraverso le nostre pagine, augurando a ognuno di voi di tenere sempre viva la fiamma delle nostre tradizioni, scoprendole, coltivandole e, soprattutto, tramandandole perché loro, in fondo, fanno un po’ parte di tutti noi.

Presepe dei Giovani Ragusa Ibla min

Il presepe dei giovani della parrocchia San Giorgio di Ragusa

di Alessia Giaquinta

 

Nasce Gesù, nasce la Speranza”. È questo il messaggio che la comunità giovanile dell’Azione Cattolica di San Giorgio Martire di Ragusa Ibla ha voluto lanciare attraverso il “Presepe Giovanile”.

Inaugurato martedì 7 dicembre, presso l’ex chiesa di Sant’Antonino, alla presenza del vescovo di Ragusa monsignor Giuseppe La Placa e del primo cittadino Peppe Cassì, il “Presepe Giovanile” ha l’obiettivo di proporre ai visitatori non solo il presepe in quanto opera d’arte bensì il mistero della nascita di Gesù nell’ottica del messaggio di speranza che porta agli uomini di tutti i tempi.

Presepe dei giovani, Ragusa Ibla

 

Fare rinascere la speranza attraverso il messaggio cristiano della continua rinascita” commenta il giovane Stefano Avola che, insieme al gruppo giovanile dell’Azione Cattolica, ha preso parte alla costruzione del grande presepe, posto nell’altare centrale della chiesa, curato nei minimi dettagli. “Da settembre abbiamo iniziato a riunirci, dopo due anni di inattività. Siamo tutti studenti universitari, una piccola realtà che però è fiorente. Ognuno, con quel che sa fare, ha dato molto – chiosa Avola – Un particolare ringraziamento al nostro parroco Pietro Floridia e al presidente dell’Azione Cattolica Parrocchiale, Giovanni Guastella”.

La costruzione del presepe è stato motivo di aggregazione, di legami, di “agape fraterna”.

All’interno dell’ex chiesa di Sant’Antonino si trovano, altresì, opere presepiali a cura di Carmelo Scalone e di Giovanni Guastella che ripropongono la Natività in miniatura o ambientata in paesaggi locali.

 

 

Un’esperienza di arte, di fede e di vivacità giovanile. Non stupitevi allora se, all’ingresso, trovate un gruppo di ragazzi e ragazze ad accogliervi, pronti a fornirvi informazioni, a spiegarvi il loro impegno e la loro dedizione per la realizzazione di questo progetto “di speranza”.

La mostra sarà visitabile fino al 7 gennaio 2022. 

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Il presepe settecentesco di Acireale: un capolavoro da scoprire e ammirare

Di Patrizia Rubino

Tra i riti e le consuetudini del Natale c’è anche la visita ai presepi artistici che, da tradizione antichissima, sono presenti un po’ ovunque in Sicilia. Ad Acireale, in provincia di Catania, nella Chiesetta di Santa Maria della Neve, situata lungo la strada che collega la cittadina barocca alle frazioni sul mare, è custodito un presepe davvero speciale, un gioiello di grande valore artistico e culturale.

Una scena suggestiva si presenta non appena si varca l’ingresso della chiesa: una grotta naturale a scorrimento lavico fa da cornice ad un presepe molto antico e assolutamente fuori dal comune: il “Presepio Settecentesco”. Le 34 statue che lo popolano sono tutte a grandezza naturale, con i volti finemente realizzati in cera e i corpi in legno. L’ambientazione è molto curata, attorno alla Sacra Famiglia ci sono i pastori e i contadini con i loro umili doni. I loro abiti e gli oggetti sulla scena si rifanno alla tradizione popolare siciliana di metà del Settecento e dell’Ottocento. Sontuosi, invece, nei loro preziosi costumi i tre Re Magi, che colpiscono per la profondità dello sguardo in contemplazione.

All’interno della chiesetta si trova anche un pregevole dipinto della Natività realizzato dall’artista Vito D’Anna, il più importante esponente del Rococò siciliano. Il sito dal dicembre del 2017 è gestito dall’associazione “Presepe Settecentesco di Acireale”, con Paola Riccioli e Giuliana Pistarà, rispettivamente presidente e vice presidente, fortemente impegnate nella valorizzazione e promozione del presepe durante tutto l’anno. «L’idea di intraprendere questa meravigliosa avventura – spiega Paola Riccioli – è nata in seguito alla visita ai presepi artistici di via San Gregorio Armeno a Napoli, veri e propri capolavori in mostra tutto l’anno. Da lì il pensiero è andato al nostro presepe della grotta che per rilevanza artistica, storica e culturale merita di essere ammirato a prescindere dalle festività natalizie. Ci siamo rimboccate le maniche – continua – e abbiamo innanzitutto reso fruibile l’intero sito e avviato un’intensa campagna di promozione che ha portato ad un aumento considerevole di visitatori. Ma la nostra più grande soddisfazione è quella di avere reso viva e palpitante la nostra straordinaria grotta, ad oggi, la realizzazione al suo interno di oltre 40 tra spettacoli ed eventi a carattere culturale e sociale, che hanno riscosso grande partecipazione, in cui sono stati coinvolti artisti e intellettuali entusiasti di una cornice così incantevole. Il ricavato di queste iniziative è sempre utilizzato per far fronte ai costi, molto onerosi, di manutenzione e restauro del sito e del presepe».

 Un cenno merita anche la storia della genesi del presepe nella grotta. «Il presepe fu allestito per la prima volta nel 1752 – racconta Giuliana Pistarà – ma le sue origini risalgono a circa dieci anni prima, quando Don Mariano e altri confratelli rientrando da un pellegrinaggio per ripararsi da un temporale si rifugiarono in un anfratto lavico, nel bosco di Aci, che si diceva fosse infestato dai demoni, ma in realtà era il rifugio di briganti. Il sacerdote non appena entrò nella grotta provò con stupore una grande sensazione di quiete e beatitudine e pertanto decise in seguito di fare allestire in quello che divenne poi un luogo di culto, un presepe molto originale. L’opera nel tempo fu realizzata da artisti locali specializzati nella lavorazione della cera e del legno».

Arrivato ai giorni nostri dopo alcuni restauri, nel 1979 la Sovraintendenza ai Beni Culturali di Catania, stabilì che il presepe della grotta nella Chiesa di Santa Maria della Neve, restasse allestito in maniera permanente, per evitare eventuali danneggiamenti negli spostamenti. «Il sito – afferma in conclusione Paola Riccioli – è una preziosa testimonianza delle radici della nostra comunità, da vivere, tutelare e custodire anche per le generazioni che verranno».

Informazioni e iniziative sono disponibili sulla pagina Facebook “Presepe Settecentesco di Acireale”.

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La magia del presepe di Vito Sammatrice

 

Di Alessia Giaquinta   Foto Di Nuccio Costa E Vito Sammatrice

 

Vito Sammatrice è un giovane chiaramontano che si dedica – ormai da anni – a riproporre la magia del Natale attraverso la costruzione di splendidi presepi, che realizza con dedizione, passione e tanta fede.

Vito è impiegato nelle forze dell’ordine, ma trova sempre del tempo per dedicarsi ai personaggi, alle scenografie, ai materiali che gli servono per realizzare i suoi presepi, ogni anno diversi, particolari e bellissimi.

Ho conosciuto Vito qualche anno fa, durante una mostra delle sue opere. Ero talmente incantata ad osservare uno dei suoi presepi, ad apprezzarne l’accuratezza, l’attenzione per i dettagli, la coerenza storico-geografica, che sono riuscita senza alcuna fatica ad immergermi in quel contesto, diventando io stessa personaggio di quella rappresentazione.

In prossimità del Natale Vito, aiutato dalla moglie Annamaria, si dedica a questa passione che coltiva da tempo e che non è fine a sé stessa: attraverso la sua arte, Vito ripropone il mistero di quella notte che ha cambiato la storia dell’uomo e che va contemplata, osservata, esaltata.

Come nascono i tuoi presepi?
«I miei presepi nascono dalla fede e dalla fantasia di un mondo e di un tempo che non esiste o forse non c’è mai stato. Procedo, in genere, facendo un progetto o uno schizzo di ciò che voglio realizzare e mi aiuto facendo delle ricerche sul posto o sul tempo in cui ambiento la mia Natività. Delle volte il progetto iniziale subisce delle variazioni in base alla mia fantasia».

Quali tecniche utilizzi?
«Ci sono molte tecniche con cui si può realizzare un presepe: dalle più semplici a quelle più professionali. E dopo tanto tempo che realizzavo le mie scenografie con tecniche fai da te o viste su dei tutorial, per poter crescere ho seguito dei corsi. Il presepe viene realizzato con gesso, polistirolo e legno tutto modellato a mano e dipinto con colori acrilici. È arricchito da particolari che richiamano le caratteristiche del territorio ove è ambientata la scenografia, con varie tipologie di erbette che lo rendono più realistico, con statuine di stile popolare o orientale».

In che modo hai cominciato ad allestire pubblicamente i tuoi presepi?
«Ricordo ancora quando con amici cominciammo grazie all’incoraggiamento di padre Scollo a realizzare il presepe presso il Santuario di Gulfi, che negli anni ha ricevuto parecchi riconoscimenti. Grazie a quest’input sono riuscito ad organizzare e realizzare altri presepi in diversi comuni della Sicilia Orientale, ma la manifestazione alla quale tengo di più è quella che organizziamo a Chiaramonte ormai da parecchi anni.  Grazie al presepe oggi posso dire che ho conosciuto tante belle persone di cui ho stima e ne sono amico».

La Natività che hai rappresentato quest’anno che caratteristiche presenta?
«Quest’anno sto realizzando un presepe ambientato in un contesto popolare/orientale che racconta la Sicilia nel paesaggio e nei mestieri, dove due “stranieri” si rifugiano in una grotta di pastori, per dare compimento all’evento del Natale. La Natività che preferisco, invece, è quella di una Madonna stanca con San Giuseppe che tiene in braccio Gesù, realizzata a mano con vestiti in stoffa da mia moglie Annamaria che, con molta pazienza e piacere, partecipa sempre aiutandomi».

Dove possiamo vedere i tuoi presepi?
«Ogni Natale organizziamo una mostra a Chiaramonte Gulfi presso il Museo di Arte Sacra e in altre mostre della provincia. Proprio in questo periodo stiamo realizzando un presepe monumentale di 6 m x 3 m, a Lentini, che sarà arricchito dalle statue in terracotta di Caltagirone di Vincenzo Velardita».

 

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L’atmosfera magica del Presepe vivente di Militello Rosmarino

Di Rosamaria Castrovinci   Foto Di Giuseppe Cardillo

 

Sono tanti i borghi siciliani nei quali, durante il periodo natalizio, è possibile vivere la magia del Presepe Vivente. Negli scorsi anni questa tradizione era stata ripresa anche a Militello Rosmarino, un piccolo paesino della provincia di Messina. Dopo un lungo periodo di stop, durato circa dodici anni, nel 2013 alcuni giovani hanno riproposto la manifestazione, riuscendo a creare un evento dalla grande risonanza mediatica che ha attirato visitatori da tutte le parti della Sicilia.

Alla base dell’iniziativa c’è l’amore per il proprio paese, che ha permesso di cogliere le opportunità che una manifestazione come questa può offrire: riscoprire e dare il giusto valore alla semplice gioia di vivere i momenti di quotidianità nei piccoli borghi e la convivialità delle feste, cercando di tramandare le usanze popolari e l’antica saggezza.

Quella che si crea a Militello Rosmarino nei giorni del Presepe Vivente è un’atmosfera magica, è come se quel villaggio che tante volte abbiamo ricostruito in miniatura dentro casa all’improvviso prendesse vita e si ricreasse lì, attorno a noi, a grandezza naturale. La conformazione geografica di Militello Rosmarino rappresenta la cornice perfetta per raffigurare il paesaggio presepiale e il magico momento della Natività:

le stradine e il borgo storico post-medievale si prestano ad ospitare i mestieri tipici di fine ‘800/inizio ‘900, come quelli dell’intrecciatore di giunchi, il pastore, il calderaio, il farmacista, l’agrimensore, la tessitrice e così via. Inoltre, si è scelto di aggiungere ai mestieri scene della quotidianità più semplice, come la vita in famiglia, la vigghiata (veglia) attorno al braciere, le risate nella taverna, il gioco dei bambini, la scolaresca dal maestro e molti altri ancora, fino a giungere alla grotta della Natività, allestita all’ombra delle antiche mura del Castello. Il tutto in un contesto che riconduce anch’esso al secolo scorso, con scorci di vita del tempo, grazie ai costumi d’epoca indossati dagli stessi abitanti del paese all’interno della rappresentazione. Sono stati predisposti dei punti di degustazione per allietare i visitatori con pietanze tipiche, come i maccheroni con il sugo di maialino nero dei Nebrodi.

Tra i mestieri c’è quello dell’agrimensore, una sorta di antenato dell’attuale geometra, la cui rappresentazione è stata realizzata grazie alla dott.ssa Giuseppina Brigneri, che custodiva gelosamente le carte del padre, geometra del catasto, e l’intero studio. Dalla stessa dott.ssa Brigneri, che fu tra le prime donne medico del paese, è stata donata anche l’antica farmacia, con i mobili originali, le ampolle del dosaggio dei prodotti dell’epoca e gli antichi strumenti.

Nel 2018 il Presepe Vivente dei Nebrodi è stato inserito nel circuito dell’anno europeo del patrimonio culturale.

Tra gli organizzatori ci sono tanti giovani del luogo: Salvatore Raffaele e Nino Restifo, direttori artistici; Andrea Saccone, Francesco Caridi, Ruggero Parrino e Andrea Amata, responsabili tecnici; Giuseppe Cardillo, addetto stampa e fotografo ufficiale, oltre a Salvatore Blogna, cordinatore della manifestazione e presidente dell’associazione Anspi San Biagio, al quale abbiamo chiesto di parlarci di come è cresciuto negli anni questo evento:

«La manifestazione, partita nel 2013, ha avuto nel tempo una crescita esponenziale diventando un evento importante non solo per il comune di Militello Rosmarino ma per tutto l’hinterland nebroideo. Negli anni la manifestazione è stata visitata dalle più alte cariche politiche e religiose presenti sul territorio, oltre che da visitatori provenienti da altre regioni, tutti positivamente colpiti. L’ultima edizione si è svolta nel 2019/20. Dopo il blocco dell’anno scorso si sperava di poter riprendere già da quest’anno, ma le restrizioni per il contenimento del Covid-19, ci hanno impedito di organizzare. L’associazione comunque è al lavoro e sta cercando di studiare novità che apportino innovazione all’evento seppur nel rispetto della tradizione».

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Monterosso Almo: un presepe nascosto tra i monti

 

Di Eleonora Bufalino E Alessia Giaquinta  Foto Di Gaetano Scollo

 

Ci sono luoghi che, una volta visitati, si ricordano per sempre. Luoghi in cui ti senti a casa, in cui percepisci un’atmosfera serena; luoghi che riempiono gli occhi di bellezza, lo stomaco di buon cibo e il cuore di pace. Esiste un borgo, in Sicilia, in cui è possibile sperimentare tutto questo: si trova in provincia di Ragusa, a 691 metri s.l.m. ed ha una popolazione di circa 3 mila abitanti.

 

È Monterosso Almo, tra i “Borghi più belli d’Italia”.  Ad indicare la particolarità del luogo ci pensa il suo nome: in epoca normanna il borgo si chiamava Lupia (o anche Casal Lupino) probabilmente per la presenza di lupi nei boschi; successivamente, in età aragonese e secondo le fonti storiche, muta in Mons Jahalmus. Infine, dal conte Enrico Rosso di Messina, diventa Mons Rubens e dunque “Monterosso”. Dopo il terremoto del 1693, che lo distrugge quasi del tutto, il paese viene ricostruito in cima al monte del quale segue rispettoso le sue curve, acquisendo una forma sinuosa che osservata dall’alto è molto scenografica. In una serata invernale, con le luci che illuminano le stradine, sembra un presepe nascosto tra i monti.

 

Nel tempo, Monterosso Almo ha intrapreso la strada virtuosa della tutela e valorizzazione del suo territorio e delle sue ricchezze artistiche e culturali; pronto ad accogliere i turisti che ricercano sempre più il connubio tra la tranquillità dei borghi e l’unicità dei paesaggi.

Il centro storico, elegante e ben curato, si concentra attorno a tre piazze: piazza S. Antonio, piazza Rimembranza e piazza S. Giovanni, in quest’ultima – detta in dialetto u chianu, – ove sorge l’ omonima chiesa dedicata al patrono della città, S. Giovanni appunto, festeggiato la prima domenica di settembre. Nella stessa piazza si trova anche Palazzo Cocuzza, un edificio liberty in cui storia, leggende e arte si mescolano raccontando le vicende di una delle famiglie più potenti del territorio nel XIX secolo. Il palazzo, visitabile, attualmente ospita la sezione archeologica e ornitologica del Museo Comunale. Dalla piazza principale è tutto un dedalo di strade, viuzze e curtigghi in cui è bello perdersi e che sono a volte diventati set cinematografici di alcuni film, nonché location privilegiata del presepe vivente. Ogni anno, in concomitanza delle festività natalizie, questo è un appuntamento divenuto ormai imperdibile nel quartiere Matrice e che non smette di stupire né i suoi abitanti, né i moltissimi visitatori che si lasciano rapire dall’atmosfera magica del borgo illuminato, in cui si mescolano fede e tradizioni di tempi passati. Il paese si anima anche durante la sagra dei cavatieddi, dello scaccione, della ciliegia: momenti ricchi di convivialità in cui i gusti della cucina monterossana si sposano alla perfezione col folklore tipico delle sagre di paese. I cavati sono principalmente cucinati col sugo di maiale; per la festa del Patrono primeggia invece u iaddu chinu, gallo ruspante ripieno di riso e carne; da non dimenticare le tradizionali ‘mpanate (focacce ripiene di verdura, ricotta o salsa) e dei piatti a base di funghi.

Un cenno di rilievo meritano gli ampi spazi boschivi che si prestano a passeggiate ed escursioni naturalistiche. Primo fra tutti, il parco del bosco di Canalazzo, che si estende nel territorio di Monterosso come un polmone verde. Lungo il tragitto si trovano alcuni mulini ad acqua, anticamente usati per la molitura del grano, a formare un vero e proprio percorso, chiamato Valle dei Mulini. Il fiumiciattolo Amerillo scorre lento e silenzioso scavando piccoli sentieri nel terreno e si può percepire il profumo di diverse piante officinali che invade l’aria: malva, alloro, salvia, rosmarino.

Spesso, durante l’inverno, la neve imbianca i paesaggi donando al piccolo borgo un fascino fiabesco. Se la vera bellezza è negli occhi di chi guarda, allora vale la pena visitare Monterosso e ammirare con stupore la sua bellezza, frutto della dedizione di chi, tra associazioni, amministrazioni e cittadini, si impegna a renderla degna del valore che merita.

maestri figurinai

“Genti di Sicilia”. Dall’1 Giugno a Ragusa Ibla una mostra omaggia l’arte dei maestri figurinai Bongiovanni Vaccaro

Comunicato Stampa   Foto di Giuseppe Bornò 

RAGUSA – Nel cuore di Ragusa Ibla, antico quartiere barocco di Ragusa, sorge il nobiliare Palazzo Arezzo Donnafugata. Da quasi due secoli al suo interno trovano dimora particolari statuine in terracotta dipinta: raccontano quell’isola verace che ritroviamo nei libri di Verga e Capuana, attraverso scene della quotidianità del tempo. Sono state realizzate da Giacomo Vaccaro e dal nipote Giuseppe Bongiovanni Vaccaro, celebri “figurinai” della vicina Caltagirone, che hanno operato nella seconda metà dell’Ottocento.

Tenute finora lontane dallo sguardo estraneo, queste speciali e bellissime statuine saranno le protagoniste della mostra “Genti di Sicilia. Opere dalla Bottega Bongiovanni Vaccaro a Palazzo Arezzo Donnafugata”, allestita dall’1 giugno all’8 luglio al Teatro Donnafugata di Ragusa Ibla (ingressi contingentati e solo su prenotazione nel rispetto delle norme anti-Covid). Promossa dall’Assessorato regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana e organizzata dall’Associazione Donnafugata 2000, l’esposizione è curata dallo storico dell’arte e saggista Costantino D’Orazio.

“La mostra si presenta come un’occasione straordinaria per studiare la storia e la tecnica dei Bongiovanni Vaccaro e dei figurinai di Caltagirone – spiega il curatore D’Orazio – che nella seconda metà dell’Ottocento fotografano con grande acume e spirito d’osservazione scene di vita quotidiana caratterizzate da un’originale vivacità. Osservando i piccoli capolavori esposti, dai mendicanti ai calzolai, dalle mamme alle prese con i propri pargoli ai contadini impegnati con gli animali, fino ai borghesi di recente benessere, è chiaro che siano il frutto dell’osservazione diretta del popolo che frequenta le campagne, i mercati e le cerimonie religiose, ma la sagacia con cui i Bongiovanni Vaccaro sanno cogliere il momento, esaltare la stanchezza come l’euforia, soffiare sul fuoco della rabbia con un guizzo degli occhi o un aprire di braccia, non può limitarsi soltanto a uno sguardo acuto sul vero. C’è un profondo studio fisiognomico alle spalle – continua D’Orazio – che risale ai grandi maestri Da Vinci, Raffaello, Michelangelo: non sono figure improvvisate né messe in posa, sono il frutto dello studio di stampe, testi e iconografie precise, a cui i figurinai hanno aggiunto un’attenzione certosina al dettaglio antropologico”.

“Genti di Sicilia” parla di Sicilia, di quotidianità lontana che si fa rassicurante, quasi catartica in questo presente così diverso. È un omaggio all’arte dei maestri Bongiovanni Vaccaro – magnificamente raccontato nel catalogo della mostra, edito da Silvana Editoriale, che con dovizia di particolari ricostruisce la creazione dal punto di vista storico-artistico, antropologico e tecnico di queste meravigliose opere, svelandone anche aneddoti e curiosità –, ma è di più: è tributo alla Sicilia che è stata e che sarà.

Per il Teatro Donnafugata è un onore grande proporre la mostra Genti di Sicilia – commenta Vicky DiQuattro che insieme alla sorella Costanza cura la direzione artistica del teatro ibleo – soprattutto attraverso una formula di grande respiro e con il supporto di prestigiose collaborazioni. In un momento storico come quello che viviamo, si avverte la necessità di “partecipare” e “ricordare”: pertanto diventa indispensabile, oltre all’attenzione consueta verso la tutela, valorizzare e rendere fruibile il patrimonio culturale nel convincimento che la conoscenza genera appartenenza e coinvolgimento. Genti di Sicilia si propone così come autentica “rappresentazione” in grado di trasmettere una testimonianza storicamente attendibile per conoscere ciò che siamo stati e comprendere ciò che siamo e come importante spunto di riflessione per tentare di comprendere quella “moltitudine” di popoli che, venuti da ogni parte, oggi sono appunto Genti di Sicilia”.

Ma c’è di più: in progetto la creazione di un “circuito sulle tracce dei Bongiovanni-Vaccaro” che vedrà Ragusa come prima tappa per poi coinvolgere altre città della Sicilia Sud-orientale, attraverso collaborazioni virtuose tra istituzioni pubbliche e private.
Oltre al testo del curatore D’Orazio, il catalogo della mostra presenta anche i contributi dell’assessore ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana della Regione Sicilia Alberto Samonà, delle direttrici

artistiche del Teatro Donnafugata, Vicky e Costanza Di Quattro, della storica dell’arte Valentina Bruschi, del giurista Giacomo Pace Gravina, dell’architetto Nunzio Gabriele Sciveres e del ceramista e professore Antonio Navanzino. Il progetto del percorso della mostra è dell’architetti Nunzio Sciveres e Federico Guarini. Le foto in catalogo sono di Giuseppe Bornò.
Sponsor della mostra: Libero Consorzio dei Comuni Iblei, Banca Agricola Popolare di Ragusa, Comune di Ragusa, Adecco.
Solo su prenotazione dalle 10.00 alle 20.00 dal martedì alla domenica. Per info e prenotazioni: www.teatrodonnafugata.it – 334 220 8186 – info@teatrodonnafugata.it.

 

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Il Presepe popolare siciliano: una tradizione secolare

Articolo di Omar Gelsomino e Foto di Samuel Tasca

In Sicilia la tradizione dei presepi risale al XV secolo. Soprattutto le classi popolari videro nel presepe, e di conseguenza nella Natività, un mezzo che rispecchiasse il dramma della loro esistenza e la speranza di un futuro migliore. Ognuno oltre a essere uno spettatore dell’evento diveniva al tempo stesso narratore e sceneggiatore, rappresentando in maniera aderente quella che era la sua realtà vissuta. Mentre tra le classi agiate si diffondeva sempre più il presepe “colto” (i cui pastori avevano un corpo costituito da un manichino in stoppa, la testa, le mani e i piedi in terracotta e rivestito con abiti di stoffa come nel caso del presepe napoletano o una fattura più pregiata in altre regioni italiane) il presepe “popolare”, realizzato da abili maestri e umili artigiani, era il più diffuso. In Sicilia, altro polo di produzione presepistica, vi erano quattro centri di lavorazione: a Palermo e a Siracusa “i bambinai” erano soliti plasmare le statuine di Gesù Bambino e i presepi con la cera; a Trapani si utilizzava il corallo accompagnato in seguito dall’avorio, la madreperla, l’alabastro, ecc; a Caltagirone, rinomata per le sue ceramiche, i presepi si realizzavano, come ancora oggi, in terracotta e raffiguravano scene di vita contadina.

Ogni anno in prossimità dell’Immacolata si perpetuava un vecchio rituale. In occasione del Santo Natale in tutte le case c’era tanto fermento, grandi e piccini correvano e si dividevano i compiti per allestire il Presepe, o come si usava chiamarlo ‘u casebbiu. Così i primi giorni di dicembre scattava la corsa a cercare i materiali necessari, a volte difficili da reperire: dalla buffetta, cioè un tavolo antico, magari in disuso, ai rami di cipresso (a simboleggiare la vita eterna); di alloro (la gloria), dell’edera (l’amicizia), della quercia (l’eternità) e della palma (la rinascita), utili a formare una sorta di arco che coprisse la parte posteriore del presepe, e sui quali venivano appesi i mandarini; ai bambini, invece, veniva affidato il compito di recuperare la terra, i sassolini e il muschio. Già, la raccolta di quest’ultimo diventava una vera e propria sfida: cercandolo lungo caseggiati di campagna e giardini, vinceva chi riusciva a portare il pezzo di muschio più grande senza farlo rompere.

Questi tre elementi servivano per la parte scenografica, con i quali si creavano campi, viali, collinette, si riempivano dei vuoti ed infine si usava il sughero per la grotta. Si realizzava una specie di volta per rappresentare il cielo con le sue stelle e poi si usava mettere del grano in prossimità della grotta e spargerlo sulla terra, fin quando non sarebbe germogliato, simboleggiando così il ciclo della vita.

Il passo successivo era quello di posizionare i pastorelli, le classiche figurine in terracotta, con i loro vivaci colori, che rappresentavano i vari personaggi. Le figurine generalmente più vicine a San Giuseppe, la Madonna e Gesù Bambino, insieme al bue e all’asinello collocate nella grotta, sono: lo zampognaro, ‘u spavintatu da rutta, cioè lo spaventato che esprime tutto il suo stupore di fronte al miracolo della Natività, i Re Magi, e poi ‘u cacciaturi (il cacciatore), ‘u durmutu sutta ‘u chiuppu (il pastore addormentato sotto un albero), ‘u ginnareddu (il vecchietto che si riscalda le mani), il pastore che reca in dono i frutti, la lavandaia, il venditore di ricotta, il falegname, lo stovigliaio, ecc. oltre agli altri personaggi che si richiamano a scene di vita popolare, contadina e pastorale.

Il presepe “popolare”, a differenza di quello “colto”, era contraddistinto da figurine dipinte solo sulla parte anteriore mentre sul retro erano completamente piatte, proprio perché erano destinate ai ceti meno abbienti. Ancora oggi, soprattutto in questo tempo di pandemia da Coronavirus, il presepe oltre a possedere un importante significato religioso rappresenta un’ancora alle radici e alle nostre tradizioni, un modo ulteriore per rimanere saldi alla nostra identità.