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Roberto Conti

Il meraviglioso borgo di Fondachelli Fantina

Di Merelinda Staita   Foto Di Roberto Conti, Santina Giardina, Gioconda Grasso, Maria Pina Lombardo

 

La nostra straordinaria Sicilia diventa davvero affascinante nel periodo invernale. Sì, perché la neve dipinge di bianco le colline e i piccoli borghi di montagna. Le catene montuose, dai Nebrodi alle Madonie, e i sentieri si trasformano in luoghi irresistibili. Questo è il dono dello spettacolo dell’inverno.

Tra i borghi più belli c’è il comune di Fondachelli Fantina che nei mesi invernali mostra tutto il suo candore. Questo piccolo borgo si trova in provincia di Messina, tra Novara e Francavilla di Sicilia, all’estremo limite dei monti Peloritani, dove scompaiono verso il mare. I monti circondano il Comune e danno forma ad un’enorme conca dentro cui si apre il letto del torrente Patrì. Infatti, da un lato c’è la catena dei Peloritani e dall’altro si ergono il gruppo calcareo di Rocca Salvatesta con i suoi 1340 metri e le Rocche di Durante con 1209 metri di altitudine, che appartengono alla catena dei Nebrodi.

Quindi, il borgo si trova proprio in mezzo alle due catene montuose. Il territorio del comune ha subito profondi mutamenti, causati dalle alluvioni, che hanno creato conseguenze spesso terribili e dolorose per la popolazione.

I panorami sono davvero mozzafiato ed emozionanti. Una valle che dona ai suoi abitanti, e a quanti decidono di visitarla, un patrimonio naturalistico immenso e incontaminato.

In autunno è la destinazione che scelgono tutti gli amanti dei funghi, delle castagne e delle nocciole, divenute prelibatezze della zona. In inverno, il visitatore può scegliere di fare delle lunghe passeggiate nei boschi oppure può dedicarsi alle escursioni sulla Rocca Salvatesta. Le cime innevate, e di sera le luci delle case, fanno sognare quanti hanno la fortuna di vedere questi posti magici ed incantevoli. In estate, oltre alle attività di esplorazione, è possibile dedicarsi allo sport e recarsi presso la piscina comunale. Inoltre, ci sono diverse iniziative coordinate dai giovani come le partite di tennis e calcetto. Il comune vanta la presenza di un bellissimo campo sportivo che possiede uno dei manti erbosi più belli della Sicilia. Insomma, le attività da intraprendere a Fondachelli Fantina dipendono dal periodo dell’anno.

Abbiamo incontriamo anche l’assessore alla Cultura Gioconda Grasso che ci ha rivelato alcune curiosità del suo amato comune.

Assessore, ci dica qual è la caratteristica principale di Fondachelli Fantina.
«Direi che ciò che caratterizza Fondachelli Fantina è l’accoglienza. Le persone accolgono tutti e tutti si trovano bene e vogliono tornare a trovarci. I giovani lavorano fuori, ma sono legati al loro paese d’origine e non perdono occasione per farvi ritorno. Questi luoghi sono amati anche da quelli che li hanno lasciati».

Attualmente quanti abitanti ci sono a Fondachelli Fantina?
«Circa 1.170».

Ci sono centri legati alla cultura?
«Sì, certo il Centro Internazionale “Le Miniere”. Oggi il Centro “Le Miniere” ha raggiunto uno sviluppo e una funzionalità ottimale, si è integrato in modo più netto nel territorio e nella struttura socio economica di Fondachelli Fantina e del suo entroterra, dando vita ad un importante centro culturale legato alle necessità ambientali del territorio a cui appartiene e delle sue risorse, all’accoglienza e alla fruizione».

Il Comune organizza delle iniziative natalizie?
«Sì, senza dubbio. Prima della pandemia si organizzavano, nel periodo di San Martino, diverse sagre in ogni quartiere. Nel periodo di Natale il Comune offre la possibilità di organizzare una tombolata nell’aula consiliare e fa in modo che si possa mangiare il panettone tutti insieme, proprio come una grande famiglia».

Cosa è possibile gustare nel periodo natalizio?
«Fondachelli Fantina offre un prodotto molto pregiato: la nocciola. Fra i prodotti tipici vi sono i biscotti alla nocciola, preparati per il periodo di Natale, e la squisita grappa di nocciole».

Ringraziamo l’assessore Grasso per la sua gentilezza e le siamo grati per averci fatto conoscere un vero e proprio museo della natura all’aria aperta.

forza d'agro

Forza d’Agrò, perdersi nella bellezza di un borgo sospeso nel tempo

di Samuel Tasca

Abbandonando il litorale ionico, dopo aver attraversato le note località marittime di Giardini Naxos e Letojanni, se iniziate a salire verso l’entroterra giungerete in un piccolo borgo del Messinese che tanti anni fa incantò persino il regista americano Francis Ford Coppola.

No, non stiamo parlando di Savoca, bensì del comune di Forza d’Agrò, piccolo centro abitato della provincia di Messina che offre ai suoi visitatori una meta affascinante da molti punti di vista.

La posizione rialzata rappresenta sicuramente uno dei suoi principali elementi d’attrazione: dalla città, infatti, è possibile godere di una vista privilegiata sulla costa orientale della Sicilia, riuscendo a scorgere persino Siracusa nelle giornate più limpide. Non a caso alcuni dei ristoranti più rinomati si trovano per l’appunto all’ingresso della città, il punto migliore per poter godere di questa vista e assaporare dell’ottimo pesce pescato giù sulla costa.

forza d'agro

Addentrandosi ancora più al suo interno, Forza d’Agrò cattura i suoi visitatori attirandoli con i suoi vicoli stretti, le scalinate e i suoi monumenti in pietra che rappresentano un patrimonio architettonico risalente per la maggior parte all’XI secolo. Non è un caso, infatti, che il regista del film “Il Padrino”, scelse proprio la Chiesa della Santissima Annunziata per girare la celebre scena del matrimonio tra Michael Corleone e Apollonia Vitelli. E sembrerebbe che la caratteristica facciata della chiesa abbia ispirato anche i disegnatori della Disney Pixar: all’interno del film d’animazione “Cars 2”, infatti, le simpatiche macchine animate giungono in una piazza nella quale spicca una chiesa dall’aspetto praticamente identico a quella della città (guarda il video).

Tappa fondamentale della visita a Forza d’Agrò è inoltre il peculiare Arco Durazzesco: posto al culmine di una scenografica scalinata semicircolare in pietra, l’arco, ricavato all’interno di un muro merlato che rimanda la memoria al periodo medievale, dà accesso ai suoi visitatori all’interno della piazzetta antecedente la Chiesa della Santissima Trinità, altro monumento d’interesse storico della città.

 

La visita per la città continua passando da un vicoletto a un altro senza mai preoccuparsi di controllare la mappa perché il modo migliore per apprezzare questo borgo dall’aspetto sospeso nel tempo è proprio quello di lasciarsi catturare al suo interno e di perdersi tra le sue stradine, scoprendo scorci che in nessun altro modo potreste vedere. Così, se siete fortunati, vi capiterà, com’è successo a noi, di imbattervi anche in uno dei circa novecento abitanti del paese. Lasciate che siano loro a raccontarvi l’essenza di quel borgo con la loro spontaneità e la voglia di condividerne la bellezza con chi, come noi, non avrebbe mai immaginato che arroccato su quel monte potesse sorgere uno scrigno di pietra colmo di così tanta meraviglia.

 

 

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Tortorici: il borgo dal fascino antico che guarda al futuro

di Patrizia Rubino   Foto di Donatella Lupica

Un paesaggio da cartolina: sullo sfondo una grande vallata circondata da monti, colline punteggiate da innumerevoli case dal sapore antico, ecco come appare Tortorici, probabilmente uno dei borghi più suggestivi del Parco dei Nebrodi, le cui origini sembrerebbero risalire all’epoca bizantina. Una superficie vastissima all’interno della quale s’incontra una natura ancora incontaminata che offre una variegata vegetazione: faggeti, noccioleti e castagneti ma anche laghi, torrenti e persino una riserva naturale quella del Vallone Calagna, per la presenza della “Petagna Sanuculaefolia”, una pianta le cui origini risalgono a milioni di anni fa.

Ma oltre alle straordinarie bellezze naturali la cittadina, che conta oltre settanta antiche contrade, offre un centro storico dal taglio prettamente medievale di grande fascino e tutto da scoprire; vicoli e stradine, scalini, archi e sottopassaggi ed ancora chiese e monumenti retaggio di un passato ricco e glorioso.

«Un tempo – racconta Lidia Calà, presidente della Pro Loco, fortemente impegnata nel rilancio del paese – Tortorici rappresentava un punto di riferimento per tutto il comprensorio dei Nebrodi, per le sue intense attività commerciali derivate dalla ricca produzione agricola, che vedeva la nocciola protagonista assoluta, così come un fiorente artigianato nel settore della lavorazione del ferro, del rame e del legno. Famosa in tutta la Sicilia per la produzione di campane e di statue in bronzo. Ancora oggi è possibile visitare l’antica fonderia di Campane Trusso, oggi museo. Le crisi economiche succedutesi negli anni – continua Calà – hanno purtroppo determinato lo spopolamento del paese e l’abbandono delle terre e degli antichi mestieri. Il nostro intento è quello di recuperare il nostro passato attraverso la valorizzazione e promozione del patrimonio culturale ed artistico, la tutela delle tradizioni e la salvaguardia delle nostre preziose risorse ambientali. Nell’ottica di uno sviluppo turistico che potrebbe rappresentare opportunità di lavoro per le nuove generazioni».

Il percorso turistico monumentale è ricco di attrattive a cominciare dalle numerose chiese dal notevole interesse architettonico che custodiscono dipinti ed opere di grande pregio. Nel cuore della città, all’interno dell’antico palazzo municipale, si trova la Pinacoteca comunale “Giuseppe Tomasi”, intitolata al raffinato pittore locale del XVII secolo che, oltre a contenere le sue opere e quelle di altri artisti, conserva oggetti preziosi e memorie del passato.

Sempre all’interno di questo edificio ottocentesco è presente il secondo museo fotografico più importante d’Italia, il Museo Etno-Fotografico “Franchina – Letizia”. Qui sono conservate circa 40.000 lastre, 2.000 pellicole, 5.000 foto di cui parecchie ritoccate e dipinte a mano, inerenti al periodo 1890/1980. Un patrimonio immenso di testimonianze di vita di un intero territorio grazie alla passione per la fotografia di monsignor Calogero Franchina, nato e vissuto a Tortorici, che documentano l’universo dei mestieri, le famiglie, le adunate fasciste, gli eventi sacri e profani di Tortorici, i costumi e la società del centro nebroideo. La sua opera fu continuata dalla nipote Marietta Letizia, che però impresse un taglio meno artistico ma più professionale, in quanto era la fotografa del paese. «C’è un legame speciale tra la fotografia e il nostro paese – asserisce Lidia Calà – ed è per questo che abbiamo voluto organizzare un contest fotografico dal titolo “Tortorici, arte, cultura e natura”. Una sorta di viaggio alla scoperta degli scorci più belli o meno conosciuti del paese, i monumenti, la festa patronale, la tradizione dolciaria con la pasta reale di nocciole, di cui recentemente abbiamo chiesto il riconoscimento di Presidio Slow Food. Un’iniziativa che ha riscosso parecchia partecipazione tra i giovani del nostro paese. Una significativa dimostrazione di senso di appartenenza al territorio che ci fa ben sperare per il futuro della nostra comunità».

Capo dOrlando porto Eolie

Capo d’Orlando Marina, servizi e sostenibilità per il Porto Turistico Bandiera Blu

di Patrizia Rubino   Foto di Gianfranco Guccione Airworks

Incastonato tra le isole Eolie e il Parco dei Nebrodi, il Porto turistico di Capo d’Orlando, situato in provincia di Messina, risulta essere tra gli approdi siciliani più all’avanguardia per modernità, efficienza e sostenibilità. Nei mesi scorsi, infatti, è stato l’unico porto turistico in Sicilia ad aver ottenuto la Bandiera Blu, il prestigioso riconoscimento che dal 1987 la Fondazione Internazionale per l’Educazione Ambientale (FEE) assegna ogni anno alle località costiere che soddisfano i criteri di qualità riguardanti tra l’altro, le politiche di salvaguardia e cura del territorio, la qualità delle acque e i servizi offerti. Un importante traguardo raggiunto a quattro anni dalla sua inaugurazione, avvenuta nel luglio del 2017, dopo due anni di lavori affidati alla Società Porto Turistico Capo d’Orlando SpA che in project financing ha realizzato questa importante infrastruttura e che si occupa anche dell’intera gestione dell’approdo. In realtà il nuovo porto turistico, oggi “Capo d’Orlando Marina” è un sogno che si realizza per il Comune e per l’intero comprensorio, essendo trascorsi diversi decenni, da quando l’opera fu iniziata e mai completata. Determinante il coinvolgimento del soggetto privato, che dopo il lungo periodo di abbandono ha avviato un’imponente opera di riqualificazione volta a garantire servizi e prestazioni di alto standard, con una grande attenzione verso le questioni ambientali.

Un’infrastruttura imponente di oltre 180 mila metri quadri, tra spazi interni e banchine. Funzionale e molto ben organizzata con diversi servizi destinati ai diportisti e ai visitatori a terra: assistenza all’ormeggio, oltre 500 posti barca per imbarcazioni da 7,5 a 45 metri di lunghezza, un’importante base charter di partenza per le isole Eolie, un cantiere navale per l’assistenza tecnica, la stazione carburante e un ampio parcheggio di oltre 800 posti auto. Elevati livelli di sicurezza garantiti con la vigilanza 24 h su 24, impianto antincendio e le webcam.


Lungo la banchina si snoda la galleria commerciale con bar, ristoranti, un supermercato, lo Yacht Club, diversi negozi e a breve anche un hotel con 12 suite e la spa. All’interno dell’area portuale, inoltre, si possono ammirare grazie alla realizzazione di un percorso pedonale, le antiche Cave del Mercadante risalenti all’epoca romana. Un suggestivo sito archeologico, dalle cui rocce emergenti dal mare si ipotizza che anticamente si ricavassero le macine dei mulini. «Puntiamo ad una continuità di offerta tra le diverse ricettività – spiega Elisa Monastra, responsabile comunicazione della Società di gestione del porto – chi si trova ad entrare nel Marina, sia via mare sia via terra, troverà servizi efficienti e di qualità, ma anche proposte d’intrattenimento, incontri culturali ed eventi di vario genere, che renderanno piacevole la permanenza nel porto alla stregua di una vera e propria zona turistica».


Un’apertura verso l’esterno che si sostanzia anche con il coinvolgimento della comunità nelle diverse iniziative di educazione alla sostenibilità ambientale che resta centrale nella politica di gestione della struttura portuale. «Il rispetto del mare e la salvaguardia del territorio rappresentano i nostri punti di forza – asserisce Monastra – il porto è dotato di sistemi ultramoderni per l’aspirazione delle acque nere e impianti per il trattamento della acque di lavaggio delle carene delle imbarcazioni. Partecipiamo, inoltre, dal 2019 al progetto Seabin con l’installazione di un dispositivo automatico, una sorta di grosso cestino inserito in acqua che raccoglie giornalmente sino a 1,5 kg di detriti e di microplastiche. Ma siamo anche impegnati in azioni di sensibilizzazione sulle tematiche ambientali rivolte ai cittadini e alle scuole del territorio, attraverso eventi ed iniziative, come la pulizia della spiaggia, il corretto smaltimento dei rifiuti e i laboratori per il riciclo. La sostenibilità ambientale rappresenta anche un valore aggiunto alla nostra proposta turistica».

dammuso pantelleria

I Dammusi di Pantelleria

di Eleonora Bufalino

A più di 800 metri sul livello del mare e con un’ estensione costiera di oltre 80 km, l’isola di Pantelleria si erge in mezzo al mare, tra la Sicilia e l’Africa, visibile in lontananza ad occhio nudo. Ben collegata con il porto di Trapani e dotata di un aeroporto che le permette la continuità territoriale con il resto dell’Italia, l’isola è da sempre stata famosa per la singolarità dei suoi paesaggi.

La flora autoctona di Pantelleria è costituita dalla macchia mediterranea, che sboccia rigogliosa come nel resto delle regioni sud orientali. Inoltre, spontaneamente cresce una varietà di cappero, che è divenuto una delle principali coltivazioni del territorio, insieme a viti e ulivi. Le sue acque cristalline e le coste tunisine sullo sfondo, sono la cornice perfetta di un gioiello incastonato nella natura, dove scirocco e maestrale soffiano prepotenti a sottolineare il caldo clima mediterraneo.

Il territorio dell’isola è di origine vulcanica e continua ad essere oggetto di grande attrattiva per il modo in cui gli elementi della natura, come le colate laviche, i piccoli faraglioni e le cale, si alternano alle costruzioni umane, anch’ esse molto particolari. Tra queste troviamo i muri a secco, tipici muri realizzati con dei blocchi di pietra assemblati tra loro senza l’uso di leganti, che oltre alla loro funzione contenitiva degli argini e di protezione delle coltivazioni, esprimono una forte carica ornamentale e decorativa sul paesaggio.

Pantelleria conserva l’ eredità di numerosi resti monumentali della sua storia antica. Tra i più importanti si può menzionare il Parco Archeologico dei Sesi (il cui termine indica un “mucchio di pietre”) nell’area di Mursìa e Cimillia; queste strutture, a forma ellittica, circolare o a tronco di cono, conservano integre la loro bellezza.

Ma indubbiamente l’aspetto architettonico che distingue Pantelleria e la rende unica sono i caratteristici dammusi. Tipiche costruzioni dell’ isola a pianta quadrangolare, questi sono retaggio della dominazione araba in Sicilia (il termine “dammuso” vuol dire “volta”) e del duro lavoro dei contadini panteschi. I dammusi furono creati come elemento rurale e ogni sua parte svolge una funzione specifica. Il tetto, ad esempio, ha la forma di una cupola, per la presenza interna di volte e archi e serviva ad incanalare l’acqua piovana nelle cisterne. Gli Arabi avevano, infatti, introdotto sull’isola innovativi sistemi di irrigazione, oltre ad arbusti come il gelso e la canna da zucchero, nonché lo Zibibbo, vitigno a bacca bianca da cui si ottiene un vino dolce. I muri dei dammusi, spessi per oltre un metro, assicurano l’isolamento sia contro il freddo che contro le alte temperature estive. Porte e finestre hanno piccole dimensioni, come occhi aperti a osservare il mare. Solitamente accanto a un dammuso sorge un jardinu, ovvero una costruzione circolare in pietra lavica, dentro cui sono innestati alberi da frutto, così protetti dai forti venti che si abbattono sull’isola.

La tradizione dei dammusi continua tutt’oggi e, unita alla creatività degli abitanti, si è trasformata in un vero e proprio simbolo dell’isola che investe nella valorizzazione di quelli esistenti ma anche nella realizzazione di nuovi. Il risultato è un insieme di manufatti dal fascino inconfondibile, location perfette per ristorantini e locali in cui gustare una cena o un aperitivo ammirando l’orizzonte. Inoltre, i dammusi sono diventati il fiore all’occhiello degli imprenditori dell’isola, che vi hanno visto del potenziale per la creazione di B&B e alberghi dotati di tutti i comfort. Piscine con una vista mozzafiato sul mare e freschi cortili, in cui trovare ristoro e relax.

Pantelleria è un’isola miscuglio di colori: il nero dell’ossidiana, il giallo dello zolfo, l’indaco del mare che la accarezza, il verde dei vigneti e dei capperi. Le curve sinuose dei dammusi si ergono superbe nel territorio pantesco, dando vita a paesaggi superlativi, da cui è possibile sognare mondi lontani facendosi trasportare dalla brezza marina.

copertina monte krono

A Sciacca si rinnova l’Antiquarium di Monte Kronio

di Omar Gelsomino

Si rinnova e potenzia l’offerta culturale dell’Antiquarium di Monte Kronio attraverso l’uso di tecnologie che offriranno ai visitatori l’emozione di una visita interattiva. Monte Kronio, con le grotte e le “Stufe di San Calogero”, offre ai visitatori un’esperienza che coniuga aspetti legati alla geologia, speleologia, preistoria, storia, ritualità, epica, medicina. Finanziati per 120.000 euro con risorse del Parco Archeologico della Valle dei Templi, i lavori di adeguamento e rifunzionalizzazione saranno realizzati dalla Bio Wood Heater e prevedono una durata di 6 mesi.
«Scopo del progetto – sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà – è rendere più attrattiva una realtà sotto molti aspetti straordinaria e offrire ai visitatori un’esperienza didatticamente pregnante e, al contempo, emozionante. Le caverne di Monte Kronio hanno ospitato l’uomo sin dai tempi più antichi e ne hanno custodito interessanti tracce. L’allestimento del nuovo Antiquarium si avvarrà dell’uso di tecnologia avanzata e della realtà aumentata, che consente di incorporare movimento, dinamismo e interattività, per aumentare il coinvolgimento dei visitatori e catturare segmenti di pubblico nuovi. Il nuovo allestimento rientra nella politica di ammodernamento delle realtà museali su cui il Governo regionale, anche attraverso i Parchi archeologici, sta impegnando risorse importanti».

Nella prima fase i lavori prevedono la realizzazione delle opere riguardanti la sistemazione delle aree esterne e dei prospetti nonché l’allestimento interno e la definizione del progetto di allestimento scenografico, tecnologico e didattico. Sul terrazzo panoramico sarà realizzata una copertura che renderà più attrattiva la terrazza stessa, rendendola adatta ad ospitare eventi culturali.

«Il nuovo allestimento di Monte Kronio – dice Roberto Sciarratta, direttore del Parco archeologico della Valle dei Templi – rientra nel complessivo disegno di ammodernamento delle strutture museali per rendere maggiormente attrattive le strutture e adeguarle un pubblico sempre più esigente e curioso. Nella parte centrale dell’Antiquarium, infatti, saranno realizzate 4 postazioni immersive per far provare l’esperienza di visita delle grotte. Si tratta di seggiolini girevoli con visori VR da appoggiare al viso (sottoposti a sanificazione dopo ogni uso) che consentiranno di “entrare” all’interno di un video generato in computer grafica 3D attraverso cui, con una immersione a 360 gradi, il visitatore verrà accompagnato in un viaggio straordinario da una voce narrante».

L’esposizione museale occupa oggi i locali ubicati all’ultimo piano del complesso termale delle Stufe di San Calogero o grotte del Kronio, sulla sommità dell’omonimo Monte che sovrasta, da Nord, la città di Sciacca, nota per l’importanza del bacino idrotermale sfruttato sin dall’antichità a fini terapeutici.

Inaugurato negli anni ‘80 del secolo scorso l’Antiquarium raccoglie materiali archeologici di epoca preistorica e storica provenienti da scavi e da ricerche condotte, dagli anni ‘60 alla fine degli anni ’80, all’interno del complesso ipogeo di origine carsica che si sviluppa nelle viscere del Monte e la cui singolare unicità è legata alla presenza di fenomeni vaporosi che, risalendo lungo la rete di gallerie che lo attraversa, fuoriescono dalle cavità superiori, le c.d. Stufe di San Calogero, ancora oggi sfruttate.

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La Villa Romana del Casale di Piazza Armerina: viaggio nella bellezza che “disseta ogni arsura”

Articolo di Irene Valerio

La Valle dei Templi di Agrigento, il Teatro Greco di Tindari, le Terme di Acireale, la Necropoli punica di Palermo, la Neapolis di Siracusa… Stilare un elenco dei beni archeologici siciliani è un’ opera ardua, giacché la nostra bella isola straripa di tesori nascosti e di località in cui il tempo pare essersi fermato: dal versante ionico alla costa tirrenica fino ai selvaggi territori dell’ entroterra, ancora poco valorizzati, la Sicilia riserva sorprese a ogni angolo. Tra queste un posto d’onore è certamente occupato dalla Villa Romana del Casale, a pochi chilometri da Piazza Armerina, un luogo dal fascino superbo e dalla storia avvincente.
Fino al Settecento, infatti, la residenza nobiliare, che secondo gli studiosi risalirebbe al IV secolo, giaceva abbandonata nel silenzio della dimenticanza, nelle profondità della valle del fiume Gela, dove un gruppo di contadini si accorse della presenza di strutture murarie che spuntavano dal suolo e la sepolcrale quiete divenne di nuovo vita, si rianimò rivelandosi con l’abbagliante purezza delle cose dimenticate.

All’ epoca non esistevano ancora i moderni mezzi di comunicazione, ma la notizia si diffuse velocemente e attirò presto l’attenzione dell’ opinione pubblica. In modo particolare, fu l’attrattiva di possibili tesori da scovare che creò fermento, tanto che nel periodo successivo alla segnalazione dei contadini, quando ancora nessuna squadra di esperti aveva ricevuto l’incarico di coordinare gli scavi, i tombaroli trafugarono l’area. Nelle epoche seguenti le scorribande dei malintenzionati si susseguirono, impunite e incontrollate, con frequenza e furono arginate solo negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando lo studioso Gino Vinicio Gentili fu scelto per sorvegliare le attività di scavo e recupero degli ambienti incustoditi e ancora inesplorati della Villa del Casale. L’ operato dello specialista, tuttavia, non preservò l’area archeologica da ulteriori minacce: nel 1991, per esempio, a causa di una valanga il sito rischiò di scomparire e nel 1995 un gruppo di vandali mai identificati sfregiò alcuni dei più famosi mosaici.

Nonostante le avversità e gli oltraggiosi atti di deturpazione, la Villa del Casale oggi è ancora viva, pronta ad accogliere i visitatori e a stupirli con il suo arcaico fascino e i suoi torrenziali silenzi che raccontano di giorni lontani e di un mondo dimenticato, che trasportano nel passato e narrano storie che per secoli sono rimaste imprigionate nell’umida oscurità del sottosuolo.

La testimonianza più sorprendente, da questo punto di vista, è il mosaico della Grande Caccia, che si sviluppa lungo il corridoio di congiunzione tra la parte pubblica e la parte privata della villa: qui, su una superficie lunga oltre sessanta metri, è raffigurata una sorta di mappa tematica del territorio imperiale romano, con sezioni dedicate all’area asiatica e porzioni riservate alla zona africana, distinguibili in base agli animali ritratti, immortalati nell’itinerario che dal momento della cattura li conduceva a Roma. Basta poi spostarsi di poco per rimanere folgorati dallo splendore di altre scene, come l’iconico mosaico rappresentante le ragazze in bikini, quello dedicato alle danze in onore della dea Cerere e quello conosciuto con l’appellativo di “Piccola Caccia”, situato nello spazio originariamente occupato dalla sala da pranzo.
Quella della Villa del Casale, insomma, è una bellezza iridescente ed eterogenea, una bellezza dai colori secolari che “disseta ogni arsura”, una bellezza che ispira e che sembra pronunciare parole incoraggianti anche adesso, in questo periodo di scoramento e confusione, quasi come se volesse dire che il sole tornerà a splendere e prevarrà sul buio che pare incombere su ogni cosa.

BAGLIO MESSINA CUSTONACI

Nuova vita per il Baglio Messina a Custonaci (TP)

Correva l’anno 1241, quando il Re Federico II di Svevia concesse all’Università di Monte San Giuliano (oggi Erice), il Baglio Messina, uno dei borghi rurali predisposto ad accogliere la popolazione di agricoltori di quel tempo che si apprestava a lavorare le coltivazioni comprese all’interno dei feudi del territorio allora conosciuto con il nome di “Riviera dei Marmi”.

Oggi, a distanza di 780 anni, il Baglio Messina, frazione del Comune di Custonaci (TP) sta per conoscere un nuovo risorgimento, grazie all’intervento di riqualificazione preposto dalla Regione Siciliana e all’impegno dei diversi imprenditori e cittadini locali che già da tempo hanno dimostrato il loro interesse nel rilancio economico e turistico dell’area.

«L’intervento che abbiamo finanziato – sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà – rappresenta un’azione importante in una porzione di territorio, un tempo borgo rurale, che negli ultimi decenni ha saputo reinventarsi con interventi in ambito turistico-culturale. Sottolineando la vocazione di questa zona e valorizzando le tradizioni etno-antropologiche e la singolarità dei luoghi, infatti, Custonaci ha saputo rendere più invitante un territorio che oggi ha anche incrementato la propria capacità ricettiva. L’intervento che andremo a realizzare –evidenzia l’assessore Samonà – è una manifestazione concreta dell’attenzione del Governo Musumeci al territorio e agli imprenditori che hanno investito le loro risorse per rendere sempre più accogliente un’area che oggi, riesce anche a gestire utilmente la vicinanza con località limitrofe e turisticamente attrattive, quali San Vito Lo Capo, riuscendo a cooptare una richiesta di accoglienza che proviene da tutto il mondo».

Tutto il borgo verrà investito dell’intervento di riqualificazione: le vie principali con una nuova pavimentazione, la realizzazione degli impianti di illuminazione e di smaltimento delle acque, la revisione del verde, la realizzazione dei camminamenti pedonali. L’azione, che dovrebbe essere terminata tra circa un anno, prevede l’impiego del marmo locale, fiore all’occhiello e caposaldo dell’economia custonacese.

Foto Castello anteprima

Il castello di Vizzini. Da roccaforte normanna a carcere borbonico

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di Salvatore Maggiore

Ogni città, paese o piccolo borgo della Sicilia nasconde i suoi luoghi segreti: stradine, cortili, angoli lontani dalle vie più trafficate. Vizzini, incastonato tra le colline degli Iblei, offre anch’esso l’opportunità di meravigliarsi della bellezza della nostra terra: nella parte più elevata del paese, come a sorvegliare ancora i suoi confini dall’alto, sorge un antico Castello medievale e il quartiere, da sempre uno dei più popolati di Vizzini, ha preso il nome di questa maestosa edificazione: ‘o Castieddu!

Sulle sue origini vi sono alcune preziose notizie: fino al 1500 ha assunto il ruolo di un vero e proprio castello normanno, con delle grosse mura di fortificazione lungo tutto il perimetro, un pozzo, un cortile interno, delle porte che chiudevano il paese e delle torri da cui controllare il territorio. Durante il periodo siculo, ellenico e romano, si pensa ci fossero uffici importanti legati all’esercizio dell’autorità pubblica presso la zona del Castello, nonché luoghi di culto. La sua esistenza in epoca normanna, a metà del XII secolo, è provata da una formella decorativa di quell’epoca, sulla base della statua di San Gregorio Magno, presso il largo Matrice di Vizzini, che raffigura uno scenario cittadino in cui è presente anche il Castello, compreso delle due torri di cui ad oggi non si ha più traccia, a causa dei crolli dovuti al terremoto del 1693.

Successivamente, il Castello di Vizzini ha cambiato la sua funzione e per tutto il periodo borbonico è stato un carcere mandamentale di rilievo, poiché comprendeva una circoscrizione territoriale e amministrativa abbastanza ampia e come tale copriva anche il relativo mandamento giudiziario. Ciò vuol dire che in esso venivano reclusi non solo prigionieri di Vizzini, ma anche dei paesi più o meno limitrofi, anche perché l’edificio era molto capiente. Intorno alla prima metà del 1600, il carcere venne privatizzato, ovvero i servizi connessi alla carcerazione e le spese necessarie per il mantenimento dei condannati dovevano essere sostenute dalle rispettive famiglie. Le fonti storiche testimoniano, infatti, che in quel periodo la famiglia Gruttadauro di Reburdone (nome che deriva da Grotta d’Oro, ndr), che abitava nelle immediate vicinanze del quartiere, ne acquistò i diritti legati alla gestione e all’amministrazione e così il Castello divenne una struttura privata. Quando nel 1800 furono aboliti la feudalità e i titoli nobiliari, di cui Vizzini era ricolma, la proprietà del Castello passò alla famiglia Casa, di Ragusa, i cui membri erano chiamati “Baroni Castel Vizzini”, ovvero Baroni del Castello di Vizzini, titolo che non faceva riferimento ad un feudo ma solo alla loro posizione di ultimi proprietari dell’antica costruzione normanna. Il sistema carcerario rimase in vigore per tutta l’epoca fascista e solo durante gli anni ’50 circa del secolo scorso perse gran parte della sua importanza, venendo usato come prigione per coloro che commettevano reati minori o di poco conto. Testimonianze di anziani vizzinesi e di storie tramandate raccontano che nei primi anni del 1700 i carcerati pianificarono una rivolta interna per protestare contro le pessime condizioni dell’organizzazione interna. Si narra, infatti, che in celle poco spaziose erano accalcati un gran numero di detenuti, assegnate inoltre in base alla loro stratificazione sociale. Il carcere era dotato anche di anguste celle di punizione e gli originari cunicoli usati dalle guardie fungevano da corridoi in cui i prigionieri potevano passeggiare duranti i momenti d’aria.

Dai più recenti scavi sono stati rinvenuti sui muri delle celle graffiti e scritte dei carcerati; una di questa riconduce allo sconforto e alla pena per un delitto probabilmente passionale: “Ppi tantu amari né siri amatu, aiu statu macari ‘ncarceratu”.
Con queste parole che risuonano come una malinconica e rassegnata condanna, è facile sentirsi trasportati in quei tempi, intrisi di vicende umane e di antichi misteri, alla scoperta di antichi luoghi di cui la nostra Sicilia è ricca.

foto copertina ritoccata  di

Il fascino senza tempo dei borghi delle Madonie

Articolo di Samuel Tasca Foto di Arianna Di Romano e Vincenzo Di Stefano

Quando l’estate cede il passo all’autunno, le coste iniziano a spogliarsi del loro fascino intriso di acque cristalline e spiagge memorabili. È quello che succede in molte isole, ma per fortuna la Sicilia, mamma amorevole, ha deciso tempo fa di non scontentare nessuno, mettendo a disposizione di tutti gli amanti della bellezza, una variegata offerta di luoghi incantevoli da visitare, spostandoci dal mare verso l’entroterra. È così che decidiamo di accompagnarvi in uno dei paesaggi più suggestivi della nostra isola, dove natura e opera umana si fondono insieme dando vita a uno scenario sospeso nel tempo. Si tratta delle Madonie, altopiani montuosi compresi all’interno dell’area palermitana che, partendo dalla costa tirrenica a Nord, si estendono verso i Nebrodi a Est, spingendosi fino al confine con il Libero Consorzio di Caltanissetta. Popolate da grandi boschi di ciliegi, frassini, querce e castagni, le Madonie accolgono nel loro scenario naturale i cosiddetti “borghi delle Madonie”, una serie di comuni dalla bellezza mozzafiato che si contraddistinguono per il fascino medievale e per i loro panorami.

Partendo quindi da Cefalù, iniziamo il nostro viaggio alla volta del Parco delle Madonie. La nostra prima tappa è Isnello, borgo di quasi millecinquecento abitanti. Qui ammiriamo subito i resti del Castello, eretto dai Bizantini nell’ottavo secolo e posto nella parte più alta della città. Da questo si sviluppò storicamente il borgo che oggi costituisce il comune di Isnello, una città nella quale alzando gli occhi è possibile ammirare la ripida parete della montagna Grotta Grande, che da sempre sorveglia attenta il suo piccolo borgo. È ancora presto, ma apprendiamo che con l’abbassamento delle temperature i tetti spioventi di Isnello si tingeranno di bianco, coperti dalla neve che è solita imbiancare la città creando un paesaggio che richiama i paesi montani del Nord.

Dopo esserci un po’ persi tra le stradine della città, decidiamo di continuare il nostro tour alla volta di Castelbuono. Buono di nome e di fatto, poiché il borgo dà i natali e ospita da generazioni l’azienda Fiasconaro, conosciuta in tutto il mondo per la bontà dei suoi panettoni. Ed è proprio risalendo verso l’ingresso della città che ammiriamo i grandi frassini dalla cui corteccia viene estratta la manna, dolcificante naturale utilizzato non solo nei panettoni, ma nell’intera gastronomia del territorio.


Entrati in città abbiamo subito la sensazione di essere piombati nel tredicesimo secolo, in pieno Medioevo, poiché ci ritroviamo nel cortile del Castello di Castelbuono, appartenuto alla famiglia dei Ventimiglia. Il castello, dalle sue torri, offre ai visitatori una stupenda veduta sulla città e su tutto il territorio circostante. Terminata la visita, varchiamo la porta ancora presente nelle antiche mura che cingevano il perimetro del castello e ci immettiamo nel corso principale della città. Qui si affacciano botteghe, ristoranti e negozi che animano il centro storico del borgo. Attirati dal buon profumo decidiamo, quindi, di concederci un pranzo caratteristico della cucina tipica locale fatta di funghi, arrosti, insaccati e dolci tipici. Sazi e soddisfatti facciamo due chiacchiere con la gente del luogo che ci informa della presenza di un grande festival dalla risonanza internazionale: l’Ypsigrock Festival, che ogni anno in estate attira migliaia di visitatori appassionati di musica indie-alternative rock.

Dopo aver soggiornato a Castelbuono partiamo alla volta di Gangi, proclamato Borgo più Bello d’Italia nel 2014. La città è degna del titolo conquistato e non delude le nostre aspettative: le sue stradine, le sue abitazioni in pietra ci ammaliano lasciandoci a bocca aperta. Si rimane incantati dalla pulizia e dalla bellezza di questa città, lo stesso incanto che qualche anno fa conquistò la fotografa sarda Arianna Di Romano, convincendola a trasferirsi qui. Tra una viuzza e l’altra veniamo rapiti dagli scorci di Sicilia che da qui s’intravedono: ampi panorami e distese, un vero e proprio balcone sulla nostra terra. Due le costruzioni che più spiccano nel centro storico: la Torre Ventimiglia e la Torre Saracena, a fianco alla quale si erge la Chiesa Matrice. Anche qui arte, architettura e natura si mescolano insieme per dar vita a un presepe a cielo aperto.

Il nostro tour volge al termine, bisogna rientrare, ma ci promettiamo di tornare poiché i tesori delle Madonie non sono finiti: restano da visitare altri borghi degni di nota quali Geraci Siculo, Petralia Soprana, Petralia Sottana, Polizzi Generosa, Pollina e altri ancora.
Il fascino di questa terra continua a sorprenderci cambiando ancora una volta i suoi connotati, quasi volendosi adattare allo scorrere delle stagioni, affascinando il turista e anche i suoi figli di Sicilia, intrappolandoli in un vortice di scoperte sensazionali che non ha mai fine, spingendoli di volta in volta a ritornare e a stupirsi ancora.