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Articolo di Irene Novello   Foto di Emilio Messina

La Sicilia ricca di bellezze artistiche, paesaggistiche e architettoniche, continua a essere la protagonista dello scenario culturale nazionale. Nel 2018 la sesta edizione del concorso nazionale promosso dall’Associazione “I Borghi più belli d’Italia”, è stata vinta dal borgo siciliano di Petralia Soprana. A quasi 1150 m. sul livello del mare, arroccato su una parete di roccia calcarea, è il paese più alto delle Madonie. Di origini molto antiche, si suppone sia stata l’antica Petra, città fondata dai Sicani. Sotto il dominio dell’Impero Romano fu uno dei principali centri produttori di grano. Nel IX secolo il centro fu conquistato dagli Arabi e ribattezzato con il nome di Batraliah. Conquistato dai Normanni nel 1062, divenne un’importante roccaforte. A partire dal XVI secolo il borgo, centro fiorente di arte scultorea, vanta un’importante tradizione artistica, dai Ragona a Frate Umile, Frate Innocenzo e Vincenzo Gennaro, artista di fama internazionale. Molto ricco è il patrimonio architettonico che si è conservato: la Chiesa Madre dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, dove è conservato uno dei trentatré crocifissi lignei realizzati da Frate Umile, presenti in diverse chiese dei centri siciliani; la Chiesa di S. Maria di Loreto con pianta a croce greca, arricchita nel prospetto da due campanili sormontati da guglie decorate con maioliche policrome. Ancora oggi il borgo conserva la struttura urbanistica di età medievale caratterizzata da stradine che si snodano tra chiese e palazzi nobiliari, piccole case realizzate in conci di pietra locale e piazze circondate da imponenti costruzioni che si affacciano a scenografici belvederi. Sembra di camminare in un museo a cielo aperto!

Petralia Soprana è il quarto borgo siciliano a essere insignito del titolo Borgo dei Borghi, insieme a Gangi, Montalbano Elicona e Sambuca di Sicilia che hanno vinto le scorse edizioni del concorso. Sono paesi che raccontano le tradizioni e la storia più recondita dell’Isola, spesso poco conosciuti nell’immaginario comune. La Sicilia dei borghi è stata raccontata nel libro “Borghi di Sicilia” (Dario Flaccovio Editore), di recente pubblicazione, nato «per offrire al lettore la possibilità di vivere e conoscere la Sicilia al di fuori dei radar del turismo di massa e delle mete più facili e visibili, raccontando una Sicilia inedita, lontana dagli stereotipi, una Sicilia dei margini ma non marginale. Abbiamo voluto raccontare la Sicilia interna, di montagna e di collina, distante dall’immagine solo “balneare” che si ha della nostra isola»- come ci racconta Fabrizio Ferreri, che insieme con Emilio Messina ha curato la pubblicazione. Il libro illustra un itinerario attraverso cinquantotto borghi raccontati con il coinvolgimento emotivo di chi questi luoghi li vive.

Perché secondo te, Fabrizio, in Sicilia il concorso promosso dalla trasmissione in onda su Raitre “Alle falde del Kilimangiaro” ha avuto così tanto successo?

«Perché le nostre comunità sanno ricompattarsi quando vengono sollecitate da occasioni eccezionali. L’auspicio è che questa forza possa valere ed essere operante anche nel quotidiano, dove invece prevalgono spesso ostilità, incomprensioni, indifferenza. Sperimentare una maggiore unione di comunità in casi eccezionali, come un simile premio, può dare prova del piacere di ritrovarsi vicini, solidali, radicando un senso nuovo e più forte dello stare insieme, del mettere in comune». 

Quali strategie bisogna mettere in atto per valorizzare i borghi siciliani?

«Non basta agire sulla leva economica. Bisogna recuperare “la coscienza del luogo”, stimolare la capacità d’identificazione con i valori e le risorse di un territorio, ma non in senso chiuso e localistico, bensì all’insegna di un’apertura che ci consenta di mettere in comune, di condividere e accrescere i significati che la storia di un luogo ci consegna. Bisogna “fare comunità” innanzitutto. Questa peraltro è l’unica base per costruire economie che non siano effimere, ma durature e sostenibili».

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Angelo Micieli

A circa 30 km da Ragusa, alle falde del Monte Lauro, si estende Giarratana, una cittadina di circa 3000 abitanti denominata “la Perla degli Iblei”.
Anticamente essa si sviluppava presso un monte a 771 metri sopra il livello del mare ma il terremoto del 1693 distrusse l’antico abitato di Cerretanum (dal latino cerrus, quercia).
In seguito, la cittadina fu edificata in una collina più a sud chiamata “Pojo di li disi”. Il precedente sito fu, invece, denominato Terravecchia.
Giarratana offre numerose bellezze paesaggistiche, architettoniche e d’interesse storico – archeologico.
Si pensi alla Villa Romana di età imperiale (III secolo d.C.) che occupava uno spazio di circa duemila metri quadrati, di cui oggi restano visibili la struttura e i pregiati pavimenti a mosaico con motivi floreali e geometrici.
Anche l’antico abitato di Terravecchia continua a restituire testimonianze del passato: un’ equipe di studiosi francesi ha indagato il castello col suo torrione, la Chiesa di San Giovanni Battista e l’abitato dal quale sono rinvenuti numerosi arnesi da cucina, pentole e statuette, oggi conservate preziosamente a Palazzo Barone, sede della Mostra dei Reperti Archeologici oltre ad ospitare il Museo dell’Emigrazione.
Palazzo Barone fu edificato nella prima metà dell’Ottocento nel suggestivo quartiere ‘Cuozzu’, riconosciuto dalla Soprintendenza quale ‘bene demo-etno-antropologico ibleo’. Il quartiere, definito Museo a Cielo Aperto, è sempre visitabile ma si può apprezzare maggiormente nel periodo natalizio: qui, infatti, ha luogo il Presepe Vivente di Giarratana, più volte qualificatosi come “Presepe Vivente più bello d’Italia”.
Non si può passare da Giarratana senza rimanere incantati dalle sue maestose chiese. La Chiesa di San Bartolomeo, costruita dopo il terremoto, è un esempio di tardo barocco. Essa custodisce preziose tele, il corpo della martire Ilaria (donato da Papa Alessandro VII, nel 1665) e, nell’altare maggiore è posto il simulacro del titolare della chiesa: San Bartolomeo Apostolo la cui festa, il 24 Agosto, è stata inserita nel Registro delle Eredità Immateriali della nostra terra. Il 21 Agosto, invece, si svolge una delle più importanti fiere di bestiame, che richiama gente da ogni parte della Sicilia.
Poi ancora la Chiesa di Sant’Antonio Abate, in stile barocco. Qui la cappella centrale è dedicata a Maria SS. della Neve, Patrona di Giarratana, che si festeggia il 5 Agosto.
Neoclassica è, invece, la Basilica dedicata a Maria SS. Annunziata e San Giuseppe, sita davanti al Municipio della città. Qui si trova anche un monumento ai caduti giarratanesi, martiri della Grande Guerra.
Uno dei prodotti caratteristici di questa terra è la cipolla bianca, dolce e grande (può pesare fino a oltre 2 kg), ‘a cipudda di Giarratana appunto, la cui Sagra è il 14 Agosto.
A Giarratana si può ancora apprezzare l’aria fresca e pulita, l’ospitalità della gente e la gioia di vedere bambini giocare tranquillamente per le strade. Un paese da visitare, o meglio, da vivere!

 

 

Articolo di Irene Novello

Percorrere l’Antica Trasversale Sicula significa scoprire la Storia e la Geografia della Sicilia, i suoi molteplici dialetti, incontrare le tradizioni e le varie culture di una stessa isola, addentrandosi nelle pieghe più nascoste del suo territorio e conoscendo ciò che rimane della sua più autentica identità.
Il progetto nasce dagli studi degli archeologi Biagio Pace e Giovanni Uggeri che hanno individuato un reticolo di trasversali sicule di età greca, ma forse anche più antica, che collegavano Camarina (oggi in provincia di Ragusa) alle principali città indigene, greche e puniche della Sicilia. Erano delle vie più che altro commerciali, dove venivano scambiati olio, sale, grano, vino e dove camminavano uomini e idee.
Animati dallo spirito di convivenza che ha contraddistinto gli antichi popoli dell’isola Tano Melfi e Peppe De Caro (fervidi camminatori e appassionati di storia), gli archeologi Giuseppe Labisi e Sareh Gheys, Claudio Lo Forte, membro della Protezione civile, hanno collegato e attraversato le tante trasversali sicule, tracciando un unico percorso di 640 km, da Camarina a Mozia.
Oggi tutti possono percorrere l’Antica Trasversale Sicula, costituita da trazzere ed ex strade ferrate che sono state mappate e georeferenziate grazie alla collaborazione di Maurizio Bombace, geologo presso il LabGIS dell’Osservatorio Turistico Regionale Siciliano, che ha messo in evidenza i principali punti d’interesse turistico, i punti di sosta, le aree archeologiche attraversate e i punti di accoglienza per i camminatori. Il percorso è, infatti, reso interrattivo grazie al supporto della web map, dove si possono scaricare i file gps delle tappe, le schede dei monumenti e delle aree archeologiche (curate dall’Università di Palermo), direttamente intercettati dall’Antica Trasversale Sicula.
È uno dei percorsi storici più antichi della Sicilia e del Vecchio Continente, uno dei pochi al mondo che collega siti d’importante valore storico e culturale: Camarina, Pantalica, Akrai, Palikè, Morgantina, il lago di Pergusa e la Rocca di Cerere, Entella, Hippana, Mokarta, Segesta e Mozia.
L’obiettivo del progetto è quello di valorizzare e rendere fruibile il percorso per riscoprire i territori attraverso il turismo esperienziale, restituendo identità alle comunità attraversate dal cammino.
Tra le iniziative proposte dall’omonima associazione, rientra il Primo Cammino Internazionale dell’Antica Trasversale Sicula, percorso lo scorso 6 ottobre e conclusosi, dopo quarantaquattro giorni di cammino, il 18 novembre. L’iniziativa ha avuto il riconoscimento dell’Anno europeo del patrimonio culturale 2018 e ha visto la partecipazione di studiosi, fotografi, giornalisti e amanti del trekking, associazioni e amministrazioni comunali. Ospite eccezionale, per i primi tredici giorni di cammino, è stato lo scrittore Martín Guevara Duarte, nipote del Che ed esperto camminatore, rimasto affascinato dalla bellezza dei luoghi visitati. Tra i progetti futuri dell’associazione rientrano oltre all’organizzazione di eventi e iniziative volte a sensibilizzare chi vive i luoghi attraversati dal percorso, collocare la segnaletica lungo le tratte interessate e coinvolgere le istituzioni scolastiche attraverso iniziative che valorizzino le tappe del cammino, quindi abbracciare e coinvolgere tutti gli abitanti di questi luoghi affinché la Trasversale diventi di tutti. «L’aspetto principale che caratterizza l’Antica Trasversale Sicula è l’accoglienza e l’ospitalità delle persone che vivono i luoghi attraversati dalla Trasversale e la bellezza di questi territori – afferma Peppe De Caro -. Il Cammino, infatti, vuole raccontare una Sicilia autentica, ad ogni passo calpestiamo la storia. Questo progetto mira a essere stimolo per i siciliani a conoscere, rispettare e tutelare i luoghi che ci appartengono, consegnateci in eredità dai nostri avi. Luoghi che noi dobbiamo lasciare ai posteri».

 

 

Segesta

Segesta

 

Articolo di Irene Novello   Foto di Andrea Raiti

La Sicilia è una terra ricca di bellezze artistiche e di paesaggi naturali unici al mondo. L’Isola racchiude ben sette siti riconosciuti Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, a testimonianza del valore storico, culturale e naturale che ha da sempre caratterizzato la più grande isola del Mediterraneo. Come raccontava nel 1885 Guy de Maupassant nel suo Viaggio in Sicilia: “Ma quel che ne fa, innanzi tutto, una terra necessaria a vedersi ed unica al mondo è il fatto che, da una estremità all’altra, essa si può definire uno strano e divino museo di architettura”. Ed è proprio per la sua bellezza architettonica e paesaggistica che è diventato noto in tutto il mondo, il Parco Archeologico di cui parliamo: Segesta. Fu una delle principali città degli Elimi, un popolo di origine peninsulare, che la tradizione antica vuole di discendenza troiana. La città, fortemente ellenizzata, divenne uno dei centri più importanti della Sicilia e del Mediterraneo; la sua storia è caratterizzata dalle secolari controversie con Selinunte. Conquistata e distrutta nel 307 a.C. da Agatocle, tiranno di Siracusa, che le impose il nome di Diceòpoli, città della giustizia. Riprese il suo nome e durante la prima guerra punica passò ai Romani con i quali visse un nuovo periodo di prosperità. Le indagini archeologiche hanno messo in luce anche un villaggio di età musulmana e un insediamento normanno-svevo, dominato dall’alto dal castello costruito sulla sommità del Monte Barbaro.
Il Parco si trova a 40 Km da Trapani, nel territorio di Calatafimi Segesta, noto per il tempio dorico datato alla metà del V secolo a.C., costruito sulla cima di un colle che sembra dominare le terre circostanti tra colline di colore bruno e varie tonalità di verde che creano una quinta scenografica naturale e per il teatro costruito sul Monte Barbaro intorno alla seconda metà del II secolo a.C.
Il Tempio dorico costruito su una collina, è noto in tutto il mondo per l’ottimo stato di conservazione. È un tempio incompiuto, la costruzione fu probabilmente interrotta nel 409 a.C. quando Segesta passò sotto il dominio cartaginese. Infatti, l’edificio presenta le colonne prive di scanalature ed è inoltre privo della cella, il vano che si trova all’interno di ogni tempio greco e che custodisce il simulacro della divinità tutelare; sicuramente la cella faceva parte del progetto, infatti, gli scavi archeologici hanno messo in evidenza alcuni tratti delle fondazioni che testimoniano la sua imminente costruzione. Non si hanno notizie del culto cui il tempio era dedicato. Il Teatro guarda verso il Golfo di Castellammare, incorniciato da un panorama che toglie il fiato, dove mare e terra s’incastrano, creando delle emozioni uniche. Vi si accedeva attraverso un’ampia strada lastricata, costruito in calcare locale, con la classica cavea circolare, sostenuta e costruita da un possente muro di contenimento. Tutt’oggi sono presenti nella cavea i sedili per gli spettatori della costruzione originale; ne poteva ospitare circa quattromila. Oggi, durante la stagione estiva, è possibile rivivere la magia antica del teatro grazie alle rappresentazioni classiche e moderne, spettacoli di danza e concerti di musica lirica interpretati da importanti artisti.
Segesta è uno dei Parchi Archeologici più importanti e più belli della Sicilia, la cui preziosità è stata quest’anno ulteriormente confermata dalla Regione Siciliana, riconoscendolo come ente autonomo e quindi indipendente per quanto riguarda la ricerca scientifica, la gestione, l’amministrazione e il settore finanziario. Il Parco Archeologico di Segesta si aggiunge a quelli già esistenti della Valle dei Templi, Naxos-Taormina e Selinunte Cave di Cusa, a seguito della Legge Regionale 2000 con cui sono stati istituiti nell’Isola i Parchi Archeologici. Tra le intenzioni del governo c’è quella di istituirne altri diciassette con l’intenzione di valorizzare al meglio le bellezze artistiche della nostra bella Sicilia.

 

Articolo di Irene Novello   Foto di Andrea Raiti e Samuel Tasca

La Sicilia è una terra di antiche memorie, museo a cielo aperto di architetture, caleidoscopio di suoni, colori, sapori e immagini che lascia un segno indelebile in chiunque la attraversi. Fin dall’antichità è stata una meta ambita da diversi viaggiatori, oggi è una delle destinazioni turistiche più gettonate, il cui numero di utenti è in forte crescita, soprattutto tra gli stranieri.
Chi vuole trascorrere una vacanza in Sicilia, in qualsiasi periodo dell’anno, ha davanti a sé una gamma ricca e variegata di posti da visitare, unici in ogni angolo dell’Isola. Uno dei territori che racchiude i tratti della Sicilia più autentica è quello compreso tra Pachino e Noto.
In questo tratto di costa della Sicilia sud-orientale non potete non visitare il borgo marinaro di Marzamemi, frazione di Pachino, in provincia di Siracusa. La sua fortuna è stata da sempre legata alla pesca, alla Tonnara, tra le più importanti della Sicilia, e alla commercializzazione dei prodotti tipici in tutto il Mediterraneo. Il borgo, visse un’importante fase di ristrutturazione nel 1630 quando si insediò la famiglia Villadorata; oggi è, infatti, possibile visitare il Palazzo di Villadorata, residenza del principe, la Chiesa di San Francesco di Paola, Patrono del borgo, celebrato ogni anno il 20 agosto, le case dei pescatori, edifici che si raccordano attorno alla Piazza Regina Margherita. Il borgo è meta ideale per visitare il sud della Sicilia, per godersi il mare cristallino e fare una vacanza dal ritmo lento e rilassato. Se infatti siete amanti della natura e dell’escursionismo a circa 10 chilometri a nord da Marzamemi dovete visitare la Riserva naturale orientata Oasi Faunistica di Vendicari. È una delle poche zone umide costiere di importanza internazionale, con un’estensione di circa 500 ettari, istituita nel 1984 con decreto del Ministero dell’Agricoltura e Foreste. L’Oasi è caratterizzata da una vasta spiaggia a formazioni dunali e modesti affioramenti di scogli. L’area riveste un importante interesse naturalistico per i suoi pantani salmastri, luoghi di sosta per gli uccelli migratori che vi si fermano a svernare o a riposare nel corso del loro lungo viaggio da un continente all’altro. Infatti, una delle attività più praticate nella riserva è il birdwatching, nei vari capanni gli appassionati e i dilettanti cercano di immortalare i numerosi volatili che animano i pantani. I fenicotteri rosa sono una delle specie presenti nella riserva che è diventata in Sicilia il secondo sito di nidificazione per la specie, dopo Priolo, e la più piccola colonia nidificante del Mediterraneo. Se siete amanti delle lunghe passeggiate all’interno della riserva potete praticare anche l’escursionismo tra i tre percorsi proposti, visitare le spiagge tra cui quella di Calamosche insignita nel 2005 da Legambiente del titolo di “Spiaggia più bella d’Italia”, i boschi di ginepro e i vari siti archeologici presenti. La storia della riserva è piuttosto articolata, frequentata sin dall’epoca greca, nella zona della cosiddetta “balata”, una spianata rocciosa utilizzata come banchina portuale, forse anche uno scalo commerciale di epoca fenicia. La frequentazione è testimoniata anche dalla cella di un tempio vicino al pantano Scirbia. Interessanti sono i ruderi della cittadella dei Maccari, villaggio bizantino del VI secolo d.C., dove sono visibili i resti della Basilica detta “Trigona”. Di particolare rilievo sono la Torre Sveva, costruita nel XV secolo dal Duca di Noto Pietro D’Aragona, utilizzata per difendere il porticciolo, la comunità locale e la Tonnara settecentesca conosciuta anche con il nome di “Bafutu” che cessò la sua attività nel 1943. Dopo questa passeggiata, indossate pinne e occhiali e tuffatevi! I fondali della riserva sono meravigliosi per gli appassionati dello snorkeling.

Articolo di Irene Novello

Foto di Giuseppe Leone e Ass. Aditus in Rupe

Nell’entroterra siracusano, tra i Monti Iblei, sorge Palazzolo Acreide, città dalle antiche vestigia, dove la presenza del passato è testimoniata da importanti reperti archeologici ed eleganti monumenti. La città fu distrutta l’11 gennaio del 1693 dal catastrofico terremoto che interessò tutta la Sicilia orientale da Messina a Noto. Fu ricostruita a valle, dove importanti architetti come Labisi e Sinatra edificarono bellissime chiese in stile tardo-barocco. È grazie a questi edifici, come la Basilica di San Paolo e la Chiesa di San Sebastiano, che la città nel 2002 è stata dichiarata Patrimonio dell’UNESCO insieme alle altre sette “Città del Val di Noto”. Palazzolo Acreide, l’8 maggio scorso, è stato uno dei borghi attraversati dal Giro d’Italia nella quarta tappa Catania-Caltagirone.
Il territorio è stato abitato sin dall’epoca greca, infatti, più a ovest rispetto alla città moderna, sorgeva Akrai, colonia siracusana, fondata intorno al 664 a.C. L’insediamento greco occupava una posizione strategica che consentiva il controllo dell’entroterra su un altipiano posto tra le Valli del fiume Tellaro a sud e del fiume Anapo a nord, esteso su un pianoro di circa trentacinque ettari, a 770 metri sul livello del mare. Ad Akrai la ricerca archeologica inizia nel XIX secolo con il barone Judica, cui è dedicato il Museo Archeologico di Palazzolo Acreide presso il Palazzo Cappellani, dove sono esposti i reperti provenienti dalla città greca.
L’edificio più importante dell’area archeologica è il Teatro, scoperto nel 1824 dal barone Judica, è di età ieroniana, datato intorno al III secolo a.C., periodo in cui Akrai ha vissuto uno straordinario splendore. A differenza del Teatro di Siracusa, quello di Akrai non è stato scavato nella roccia ma è stato adagiato su un pendio naturale. La cavea è composta da nove settori, divisi da otto scalinate. Il barone Judica ricostruì la cavea fino al dodicesimo gradino. Al centro si sviluppava l’orchestra, luogo dove durante le rappresentazioni teatrali si muoveva il coro. La sua forma semicircolare permetteva una maggiore vicinanza della scena al pubblico. La scena era in legno e di dimensioni non troppo ampie, profonda tre metri, era chiusa da un muro. Il Teatro, di piccole dimensioni, poteva contenere circa 660 spettatori e nel complesso appare asimmetrico, perché inserito in un tessuto urbano già saturo. Nella parte alta del settimo cuneo il Teatro era collegato attraverso una galleria al bouleuterion, sede del Consiglio della città greca. In età romano-imperiale, la scena del teatro subì delle modifiche, fu avanzata di due metri, riducendo lo spazio dell’orchestra. Contemporaneamente si pavimentò l’orchestra con lastre in pietra levigata, ancora in situ, e si edificò un chioschetto di cui è ancora visibile il basamento. Il ritrovamento di macine e di una grande quantità di silos testimonia il fatto che, in epoca bizantina, su una porzione della scena fu costruito un edificio per la lavorazione del grano. La struttura rivive ogni anno con il Festival Internazionale del Teatro Classico dei Giovani, organizzato dalla Fondazione Inda tra maggio e giugno. La manifestazione permette il confronto sui temi della cultura classica tra gli studenti di ogni parte d’Italia e d’Europa. Preziosa memoria della storia di Palazzolo Acreide è la Casa Museo di Antonino Uccello, «che trasformò la città in una piccola Atene» come racconta il fotografo Giuseppe Leone, che ha esordito illustrando il suo volume, La civiltà del legno in Sicilia. Il museo etnografico, creato tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 dall’etno-antropologo, raccoglie una collezione di manufatti che ricreano gli ambienti della casa della comunità contadina iblea. Il museo è oggi di proprietà regionale e rappresenta un pezzo di storia di Palazzolo Acreide.

 

Articolo di Angelo Barone  Foto di Giulio Greco e Tyson Sadlo

Arriva l’estate, tempo di vacanze. In Sicilia, Taormina continua ad essere una delle mete preferite per chi vuole regalarsi una vacanza esclusiva, rilassarsi in spiaggia, godersi la bontà della buona cucina e dei nostri vini.
Oggi visitiamo il Belmond Villa Sant’Andrea, un albergo incantevole che si trova sulla baia di Mazzarò, vicino Taormina, in uno dei tratti costieri più belli d’Italia, con una spiaggia esclusiva bagnata da acque cristalline. La Villa fu costruita da una famiglia aristocratica inglese nel 1919 ed è circondata da un ricco giardino mediterraneo davanti a un panorama mozzafiato: un rifugio appartato che conserva il fascino di una residenza nobiliare privata.
Siamo a Villa Sant’Andrea per incontrare Alfio Liotta, fino al 2017 Bar Manager del Grand Hotel Timeo, struttura gemella del Belmond di Taormina. Catanese e Ambasciatore della sicilianità, Alfio ci racconta la sua filosofia del buon bere e del suo “Etna Spritz”, celebre interpretazione in chiave siciliana di un grande classico, che nel 2017 è stato l’unico drink italiano ad essere incluso nella classifica dei migliori cocktail al mondo stilata da Condè Nast Traveller USA.
Oggi nuovo Food & Beverage Manager del Belmond Villa Sant’Andrea, Alfio è un appassionato di bar, storie e cinema. E proprio con una metafora cinematografica ci racconta del suo nuovo ruolo: «Sono passato da attore a regista con lo stesso fine: far stare bene e divertire i nostri ospiti, e la bella scenografia naturale di questo posto è una marcia in più per inspirarci nel realizzare cocktail che possano trasmettere emozioni, prestando attenzione alle materie prime, ai colori e ai profumi della nostra terra». Ad Alfio piace il gioco di squadra e ci presenta il nuovo Head Barman di Villa Sant’Andrea, Stefano Chiavetta, un professionista siciliano con numerose esperienze all’estero, che ama il suo lavoro perché gli permette di far viaggiare ed emozionare gli ospiti attraverso il racconto delle storie che stanno dietro a ogni cocktail.
Continuiamo a conoscere gli altri componenti di questo team, il nuovo Restaurant Manager dell’Oliviero, ristorante di Villa Sant’Andrea, è Michele Audino, origini trapanesi e animo viaggiatore. Michele sviluppa sin da giovanissimo una forte passione per il mondo dell’enogastronomia, che lo porta a visitare più di 40 Paesi in tutto il mondo alla scoperta delle tradizioni culinarie locali e specialmente del cibo di strada, quello più vero e rappresentativo di ogni cultura.
Innamorato della sua Sicilia, della varietà e complessità della cucina e dei vini del territorio locale, questa stagione ha deciso di rientrare a casa con un bagaglio arricchito di conoscenze da mettere a disposizione dei suoi ospiti.
Con una carica di simpatia e voglia di fare gol arriva in squadra un siciliano verace di Trapani, Agostino D’Angelo, nuovo Executive Chef del Ristorante Oliviero. Agostino sin da bambino coltiva la passione per la cucina e in famiglia apprende i segreti della cucina casalinga, trascorrendo ore con la nonna a “incocciare” il couscous. Dopo diverse esperienze internazionali questa stagione Agostino torna nella sua terra, dove è certo di poter esprimere al meglio la sua filosofia di cucina, basata sulla genuinità degli ingredienti autoctoni e sulla semplicità dei gusti della Sicilia più autentica.
A Taormina, luogo che da sempre affascina poeti e scrittori, chiudiamo questo incontro con il letterato del gruppo, Giuseppe Arnone, laurea in Lettere, appassionato del territorio etneo e nuovo Maître Sommelier del Ristorante Oliviero. Durante gli studi universitari, l’amore per il vino lo spinge parallelamente verso il mondo della sommellerie, che da passione si trasforma in professione. Giuseppe è un vero appassionato di ospitalità e ama creare relazioni con le persone attraverso il vino, raccontando le storie e i territori che stanno dietro ogni bottiglia.
Il Belmond Villa Sant’Andrea è un luogo affascinante e grazie al suo team di professionisti della ristorazione qualificati e con grande cultura del buon vivere, è il posto ideale per una cena siciliana indimenticabile.

Articolo di Irene Novello,  Foto di Michele Buscema

É uno dei quindici Comuni del comprensorio Calatino-Sud Simeto, posto tra le estreme propaggini dei monti Iblei. Paese a vocazione agricola, rinomato per i suoi fichi d’India, ha scoperto la valorizzazione del proprio patrimonio artistico e monumentale di età medievale e barocca. Per le sue bellezze, nel 2002 è stato dichiarato dall’UNESCO, Patrimonio Mondiale dell’Umanità, insieme alle città barocche del Val di Noto.
Il territorio di Militello è stato abitato sin dall’antichità, lo testimoniano i numerosi siti archeologici presenti in prossimità del centro urbano compresi in un arco cronologico che va dall’età del rame all’età araba. Numerose sono le ipotesi sulla fondazione della città, quella più nota, ma priva di documentazione attendibile, è dello scrittore militellese Pietro Carrera, che fa risalire la fondazione all’epoca dei Romani. Sembra che questo luogo, nel 212 a.C. durante l’assedio di Siracusa, fu scelto dalle truppe romane come rifugio per scampare ad un’epidemia di malaria. Così sarebbe nata la colonia romana di Militum Tellus (Terra dei soldati). Un’altra ipotesi attribuisce l’origine dell’abitato alla politica di controllo del territorio messa in atto dai Normanni alla fine dell’XI secolo a.C., all’indomani della conquista dell’Isola. Quindi il significato del nome “Terra dei soldati” si riferirebbe alla distribuzione di terre, voluta dal Conte Ruggero I, a favore dei suoi militari. Questa ipotesi è la più verosimile, documentata anche da testimonianze materiali come i resti del dongione normanno e un provvedimento ecclesiastico del 1115 firmato da Ruggero II, Gran Conte di Sicilia e Calabria. Nel 1303 il feudo di Militello passa in eredità alla famiglia Barresi che nel 1337 ottiene, dal re di Sicilia Pietro II d’Aragona, il permesso di costruire una fortificazione muraria attorno alla città, collocandovi all’interno il castello. In questo modo Militello diventa un territorio del regno con capacità militare e fiscale. Dal 1571 fino al 1812, quando verrà abolita la feudalità, diviene un possedimento della dinastia dei Branciforte, una delle famiglie più importanti della Sicilia. Sotto i Branciforte la città vive un periodo di ricchezza caratterizzato dalla costruzione di chiese e monasteri. Il castello viene ampliato con l’aggiunta di una nuova ala, diventando uno dei palazzi più significativi della città. Accanto viene costruita la fontana settecentesca della Ninfa Zizza. Viene avviata anche una stamperia, una delle prime del Regno di Sicilia. Nella stessa epoca venne costruito anche il monastero di San Benedetto, dove nel 1735 il priore Vito Maria Amico, fu nominato regio storiografo da Carlo di Borbone, re di Napoli e di Sicilia. In stile manierista con intagli in barocco è il terzo monastero benedettino siciliano dopo quelli di Catania e Monreale. Molti di questi edifici vengono distrutti dal terremoto dell’11 gennaio 1693, la ricostruzione del secolo successivo porterà alla realizzazione di vere opere d’arte come la Chiesa Madre di San Nicolò e del Santissimo Salvatore (il Patrono) con il campanile in stile orientale realizzato dall’architetto catanese Francesco Battaglia. La Chiesa di Santa Maria della Stella (Patrona principale) che custodisce al suo interno la statua in legno e canapa della Madonna, oggetto di devozione secolare, i sarcofagi di alcuni esponenti della famiglia Barresi e importanti testimonianze dello stile gotico-catalano e rinascimentale. Inoltre, presente nella chiesa è la bellissima pala d’altare del 1486 raffigurante la Natività di Gesù in ceramica invetriata, realizzata dall’artista fiorentino Andrea della Robbia, e nella sagrestia si può ammirare un polittico del ‘400 di probabile attribuzione ad Antonello da Messina. Il territorio di Militello presenta inoltre uno degli ambienti naturali più affascinanti dei monti Iblei: le cascate del fiume Ossena in una valle caratterizzata da piante tipiche della macchia mediterranea. Questo e molto altro è Militello, città dalla bellezza artistica e paesaggistica.

Articolo di Irene Novello,  Foto di Alessandro Barbera

Ci troviamo in provincia di Messina, a circa 1200 m.s.l.m., vicino al territorio di Montalbano Elicona e alla Riserva Naturale del Bosco di Malabotta, al confine tra i Nebrodi e i Peloritani. L’area è caratterizzata da una serie di giganteschi megaliti che fanno dell’Argimusco un luogo di rara bellezza e mistero, creando suggestione e fascino in chi si trova a visitarlo. Si tratta di rocce di arenaria quarzosa modellate dall’azione del vento e dell’acqua in forme bizzarre, zoomorfe e antropomorfe, caratterizzate da una grande plasticità. Il sito sembra essere stato frequentato sin dall’Età del Bronzo, utilizzato probabilmente come luogo di sepoltura. Negli ultimi anni l’ipotesi più diffusa vede nell’Argimusco un sito di archeo-astronomia. L’uomo, scoperto questo luogo, lo avrebbe utilizzato per osservare il cielo, scoprire l’alternanza delle stagioni e creare un calendario utile soprattutto all’agricoltura. Così avrebbe modellato le rocce per scopi ben precisi, trasformando l’Argimusco in un osservatorio naturale. Una delle pietre più emblematiche è quella modellata con il profilo dell’aquila, il cui becco punta verso una tomba a grotticella e un palmento rupestre che ha una vasca a pianta esagonale. Poi c’è l’orante, un profilo femminile con le mani giunte che guarda verso settentrione. L’ipotesi che fosse un sito di archeo-astronomia è anche legata alla storia della famiglia aragonese, in particolare alle cure mediche del re Federico III d’Aragona e della famiglia regale. Il medico di Federico era Arnau de Vilanova, il più noto alchimista dell’Europa medievale che sarebbe stato sepolto nel castello di Montalbano. La frequentazione del sito da parte della famiglia aragonese e in particolare da parte di Federico è attestata da alcuni documenti, in particolare il re mandava dall’Argimusco i propri atti diplomatici. Secondo questa teoria i megaliti sono in relazione con le costellazioni celesti, specchio delle stesse costellazioni. L’Argimusco, protagonista di uno studio scientifico internazionale, non è mai stato indagato da scavi archeologici che invece potrebbero dare delle risposte certe a questa ipotesi. È comunque uno dei complessi megalitici più importanti d’Italia, che regala ai suoi visitatori un’esperienza mistica tra pietre millenarie e offre un panorama unico caratterizzato a sud dalla sagoma dell’Etna e a nord dal Mar Tirreno e dalle Isole Eolie.
L’Argimusco è presente nell’itinerario di viaggio proposto dalla giornalista Emanuela Zocchi, in Sicilia Segreta, un libro scritto in lingua italiana e inglese che si presenta come un taccuino di viaggio nell’Isola raccontato attraverso le foto delle città con i loro monumenti e dei paesaggi naturali con le emozioni dei viaggiatori, poeti e scrittori che nel corso dei secoli l’hanno attraversata. L’autrice ha voluto omaggiare la Sicilia con questo suo libro ricordando l’amore per questa splendida terra, raccontando anche luoghi meno noti nell’Isola come appunto i megaliti dell’Argimusco, San Marco D’Alunzio, Naso, i Monasteri Basiliani. Il libro si sofferma anche sui luoghi siciliani più visitati dai turisti come Catania, Palermo, Monreale, raccontati attraverso foto che si soffermano su particolari che sfuggono a prima vista. La Sicilia stupisce meravigliosamente agli occhi dei viaggiatori, con i suoi antichi sapori, memorie di tradizioni millenarie, e con le sue bellezze naturalistiche, paesaggistiche e architettoniche testimoni di un passato fatto di genti, culture, lingue diverse che continua ad essere vivo. È questa l’immagine della Sicilia raccontata da Emanuela Zocchi.

Articolo di Angelo Barone, Foto di Cristian e Alberto Carobene

Il 2018 sarà l’anno del cibo italiano e l’anno europeo del patrimonio culturale. Per la Sicilia che vanta una grande ricchezza sia enogastronomica, sia artistico-culturale questi eventi possono essere occasioni di crescita per l’export agro-alimentare e il settore turistico. Per raggiungere risultati positivi tutto il nostro sistema istituzionale, produttivo, culturale e turistico deve lavorare in sinergia e fare rete.

In quest’ottica, il sistema aeroportuale del Sud-Est, con gli aeroporti di Catania e Comiso, svolge, per la Sicilia centro-orientale, un ruolo strategico importante per la mobilità delle comunità e lo sviluppo del territorio.

Definiti gli assetti istituzionali della Regione e della Camera di Commercio del Sud-Est, occorre rafforzare la sinergia tra i due aeroporti e far crescer ancora di più i numeri positivi, in termini di passeggeri, raggiunti nell’anno precedente.

Il 2017 è stato un anno record per l’Aeroporto di Fontanarossa che ha superato i nove milioni di passeggeri con un trend di crescita annuale costante del 16 per cento, un valore che vale il secondo posto, dopo la scalo di Napoli, in termini di crescita a livello nazionale.

Dal sito della SAC apprendiamo d’investimenti per migliorare la qualità dei servizi ai passeggeri e per essere più attrattivi con le compagnie che vogliono investire a Catania. Continueranno anche gli investimenti di co-marketing per le rotte internazionali.

Anche Comiso vuole essere partecipe della crescita. Lo scorso novembre è stata firmata, infatti, la convezione tra la SOACO, società che gestisce l’Aeroporto “Pio La Torre” e gli undici Comuni di Ragusa, Modica, Scicli, Ispida, Vittoria, Santa Croce Camerina, Acate, Monterosso Almo, Giarratana, Chiaramonte Gulfi e Palazzolo Acreide, per incrementare i flussi turistici nello scalo con un investimento di 4 milioni 900 mila euro (art.1 Legge Regionale 24/2016) ai quali si aggiungeranno il co-finanziamento di un milione 600 mila euro (fondi ex Insicem) del Libero Consorzio Comunale di Ragusa e 380 mila euro della Camera di Commercio Sud-Est. L’importo complessivo di circa 7 milioni di euro sarà destinato a un bando rivolto alle compagnie aree interessate a promuovere programmi di co-marketing territoriale.

Nei prossimi numeri approfondiremo, intervistando i protagonisti, come il sistema aeroportuale del Sud-Est può fare decollare lo sviluppo del territorio.