Articoli

senior social house

Senior Social House

di Samuel Tasca

Cosa rappresenta per noi l’anziano? È davvero una figura marginale della società? Oppure, come spesso accade in Sicilia, è il custode della memoria storica, del patrimonio di miti e antiche credenze, della lingua siciliana e di tutta la conoscenza legata a cure e rimedi naturali?

Come spesso accade, però, la gestione dei “nonni” in un contesto familiare può diventare difficile, specialmente quando questi non sono più totalmente autosufficienti e necessitano di particolari attenzioni. È proprio in questi momenti che è bello incontrare persone come Rodolfo, Natascia e Martina della Cooperativa Volta Pagina che hanno dato il via alla realtà della Senior Social House, residenza per anziani a Vittoria (RG). Come potrete notare, già il nome è tutto un programma, anzi, una filosofia che parte da una mission ben precisa: «esorcizzare lidea che lanziano vada parcheggiato perché non ha più le facoltà di un tempo», ci spiega Natascia.

La loro passione per il sociale inizia già da ragazzi quando Suor Carolina Iavazzo fu mandata a Vittoria dopo aver collaborato a stretto contatto con Don Pino Puglisi. Fu lei a introdurre Rodolfo al concetto di solidarietà e di volontariato nel rispetto dei più deboli. Quell’esperienza, oggi divenuta una professione, non ha mai perso la vocazione altruistica che da sempre l’aveva caratterizzata, infatti, alla Senior Social House, gli ospiti non solo ricevono cure e attenzioni, ma sono coinvolti in attività che mirano ad attivare la memoria rievocando i ricordi di una vita vissuta

 

«Non mi piace vedere gli anziani fare i lavoretti da bambini perché trattarli come tali significa sminuire la loro figura – ci racconta Natascia, responsabile delle attività –. Miro, quindi, a delle attività che riprendano qualcosa che già facevano e che a loro piace fare, come la marmellata. Un ultranovantenne che dice me la faceva la mamma è davvero una cosa straordinaria». Ma qui gli ospiti non si cimentano solo in cucina: raccolgono le olive, imbottigliano l’olio, leggono e commentano Italo Calvino, senza ovviamente dimenticare quelle attività motorie fondamentali per la loro età, supportate da personale specializzato.

«Siamo un po alternativi…», scherza Natascia raccontandoci dell’ultimo aperitivo organizzato prima dell’esplosione della pandemia con ospiti e nipoti in occasione della Festa dei Nonni, perché convivialità e contatto con i parenti sono tra gli aspetti fondamentali della struttura. «Crediamo tanto nel concetto di apertura, infatti, da noi non ci sono orari di visita. Anche se come tutti ci siamo dovuti adattare alle nuove misure di sicurezza anti-Covid, il fatto di sapere che si può andare a trovare un parente in qualunque momento è fondamentale».

A sostenere Natascia, troviamo Martina Farruggio, Amministratore Delegato che condivide in pieno questa visione: «Ho imparato che la vera forza è nel servizio. Bisogna custodire ogni persona e averne cura con amore. Pensare solo alla loro felicità ci fa stare meglio e dà colore alle nostre giornate. Si può vivere una vita felice solamente quando lavoriamo per coloro che amiamo, a quel punto ci rendiamo conto che possiamo solo amare quello in cui crediamo e per cui lavoriamo».

La struttura, oltre all’ampio spazio esterno, offre all’interno diversi soggiorni dove potersi incontrare e svolgere le attività. Ogni camera è, inoltre, dotata di bagno personale.

Agli ospiti della Senior Social House (che si sono anche cimentati nella recitazione prestandosi per i divertenti spot di promozione della struttura) sembra non mancare proprio nulla, ma quello che più ci ha convinti è l’atmosfera familiare che si avverte appena entrati: un sentimento di passione e generosità che traspare dagli occhi di Natascia e Martina.

Cosa ci aspetta nei prossimi 40 o 50 anni non c’è dato saperlo, sicuramente ci auguriamo di poter trovare un posto come la Senior Social House, ma soprattutto di incontrare persone come loro che credono ancora nel valore dell’individuo.

 

Contrada Boscorotondo, 35 – Vittoria
SENIORSOCIALHOUSE.COM

 

I pescatori: un patrimonio da preservare. Nuccio Raffaele e la sua esperienza in barca da oltre cinquant’anni.

di Samuel Tasca

Quando viaggi verso le Eolie ti accolgono prima ancora di arrivare sulle isole; li incontri in mare, al porto o, come nel mio caso, al tavolo del ristorante. Sto parlando dei pescatori, uomini e donne che hanno dedicato la loro vita al mare e alla pesca e che rappresentano un’immensa risorsa da preservare per una realtà isolana come quella di Lipari.

Lui è Nuccio Raffaele, 64 anni, dei quali circa cinquantaquattro vissuti da pescatore.

 

«Essere un pescatore significa avere molta pazienza, ma è un mestiere che deve anche piacerti. Io lo faccio praticamente da sempre», mi racconta il signor Nuccio in compagnia della moglie. «Quando andavo in prima elementare dormivo sul banco perché già lavoravo pur di aiutare la famiglia. Crescendo ho scelto di fare questo mestiere che mio nonno e mio padre facevano prima di me». 

La sua è una vera e propria passione. «Quando vado a lavorare mi diverto… anzi mi riposo. È un mestiere che mi rilassa», rivela. Così, chiedo di raccontarmi come si svolge la sua giornata lavorativa che inizia normalmente nel pomeriggio quando si esce in barca. Prima che tramonti il sole le reti vengono calate in mare per poi dedicarsi all’attesa. Solo intorno alle due del mattino le reti vengono ritirate per raccogliere il pescato. 

Ma il lavoro di un pescatore non termina qua: il pesce viene, infatti, portato poi in pescheria e affidato ai cosiddetti “rigattieri” che si occupano di distribuirlo prima sull’isola e poi al di fuori di essa. «Prima di entrare nella Comunità Europea c’era più libertà e quindi riuscivamo a esportare il pesce fino in Francia», racconta il signor Nuccio. «Oggi, invece, il nostro pesce resta per lo più in Italia». 

Si nota un certo rammarico nelle sue parole, dovuto alla consapevolezza di ciò che rappresenta la figura del pescatore in un contesto come quello di Lipari. «In un’isola il pescatore è chi garantisce il pesce fresco sempre. Per questo è una professione che non può scomparire e che va tutelata. A Lipari, quindici anni fa si contavano circa 2700 tra pescatori e famiglie. Sostenevamo economicamente quasi tre quarti dell’isola, anche grazie a tutte le professioni collaterali legate alla pesca e alla manutenzione delle imbarcazioni. Oggi, saremo rimasti pressappoco mille perché molti hanno preso una strada diversa». 

Eppure, a casa del signor Nuccio la passione per la pesca ancora persiste e scorre nelle vene dei suoi discendenti fino a raggiungere anche le generazioni più giovani. È, infatti, la giovane nipote Vanessa, di soli vent’anni, che ha aiutato il nonno a portare avanti l’attività negli ultimi due anni ed è proprio lei che con orgoglio ci presenta al suo “instancabile nonno pescatore”.

Sono tante le storie come quella di Nuccio e Vanessa, esperienze che meritano di essere raccontate poiché testimonianze di un antico mestiere che rischia di scomparire e che va tutelato. Sono loro i custodi di quest’attività centenaria, uomini e donne che conservano il profumo del pesce sulle loro mani e il luccichio del mare nei loro occhi. È lì che si può intravedere l’orizzonte, quello stesso panorama vissuto e goduto tante volte da chi è rimasto nella dolce e trepidante attesa del proprio tesoro, cullato dal moto delle onde e rischiarato dal chiarore della luna, in quella pacatezza che solo un pescatore conosce davvero. 

Elisa Cerrito, da docente universitario ad apicultrice, al servizio della natura e dei più deboli. 

di Samuel Tasca

«Vivere un nuovo mondo fatto di cose essenziali, a contatto con la natura e al servizio dei più fragili». È una sua stessa frase a descrivere perfettamente Elisa Cerrito, 36 anni, originaria di Messina che nella sua vita ha scelto di rinunciare ad un ruolo da docente universitario per dedicarsi all’agricoltura e al servizio degli altri. 

È l’incontro con la Fondazione Exodus di Don Antonio Mazzi, realtà consolidata nel fornire supporto educativo nella prevenzione di gravi disagi sociali come la tossicodipendenza giovanile, a cambiare il corso della vita di Elisa offrendole la possibilità di reinventarsi sotto una nuova veste.

Raccontaci come è cambiata la tua vita da semplice volontaria a perno fondamentale della Fondazione Exodus.

«Identificarmi “perno fondamentale” direi che forse è anche troppo. Sarò certamente ricordata per la mia grande disponibilità e quel giusto pizzico di incoscienza che ti permette di spiccare il volo in una nuova avventura. Ho sempre vissuto tutto con molta spontaneità e lasciandomi travolgere con entusiasmo da tutto quello che mi circonda. In realtà resto comunque un’umile volontaria. Tengo a sottolineare che se accanto a me non avessi avuto persone come Rosy ed Angelo, i responsabili delle comunità Exodus di Garlasco, tutto questo non sarebbe mai stato possibile».

Ed è proprio durante quest’esperienza che Elisa sente l’esigenza di dover acquisire anche il titolo di educatore, così ritorna sui libri nonostante i numerosi impegni in Fondazione e consegue una seconda laurea. 

 

Più consapevole e forte dell’esperienza agricola e sociale che ha maturato, nel 2016 avvia la sua azienda agricola “Il Melograno” con la quale decide di riprendere dei vecchi terreni dismessi appartenuti ai nonni, avendo, quindi, la possibilità di tornare in Sicilia, realizzando a tutti gli effetti un ponte solidale con la comunità di Garlasco.

 

Da bambina avresti mai detto che, una volta cresciuta, saresti diventata un’imprenditrice agricola? 

«Imprenditrice agricola no di certo, ma custode dei “doni agricoli” dei miei nonni certamente sì. Sin da bambina sono sempre stata appassionata di agricoltura e allevamento grazie ai preziosi insegnamenti  che loro mi hanno impartito. Ogni volta che potevo scappavo dalla routine cittadina per rifugiarmi da loro. Crescendo, ma soprattutto dopo la morte di mio nonno, ho maturato una forma di responsabilità verso tutto quello che gli apparteneva e che mi è stato tramandato. Non sono riuscita a sfuggire al richiamo del ritorno alle origini, incoraggiata da questa nuova concezione di fare agricoltura unita al sociale».

Il rientro in Sicilia, però, non è stato una passeggiata, soprattutto a causa di un incendio che anni prima aveva intaccato le proprietà dei nonni.  Anche stavolta, però, sono la tenacia di Elisa e quella voglia di scommettersi in qualcosa di nuovo a fare la differenza. Elisa, infatti, si reinventa ancora una volta affacciandosi al mondo dell’apicultura.

«È stato sostanzialmente come partire da zero. Tra le mille idee che potessero sostenere la ripresa, è arrivata in mio aiuto una schiera di preziosissime api. Oltre ad essere mie alleate nella costituzione e gestione del nuovo frutteto e dell’uliveto, grazie alla scoperta dell’ApiPetDidattica ho avuto modo di mettermi alla prova come educatrice anche con i più piccoli. In quest’ambito mi occupo, infatti, insieme a Riccardo, mio caro amico fraterno e instancabile collaboratore e sostenitore, di fare lezioni di educazione ambientale con i bambini, puntando a trasferire la responsabilità che ognuno di noi ha nel salvaguardare la natura. Inoltre, cerchiamo di infondere il rispetto e il valore delle api e del loro operato: un mondo a molti sconosciuto, ma a cui tutti dovremmo essere grati».

 

Hai ricevuto l’Oscar Green della Coldiretti Lombardia, poi la partecipazione a La Vita in Diretta…cosa hanno significato per te questi traguardi?

«Innanzitutto sono state due esperienze semplicemente inaspettate, non mi è mai piaciuto mettermi in mostra né tanto meno parlare di me, ha sempre preso l’iniziativa chi mi sta accanto e vede quanto giornalmente mi impegni nella mia impresa.  Non posso ovviamente negare che entrambi i traguardi mi hanno molto inorgoglito e sono stati un utile strumento per far conoscere quanto ci sia di bello nel vivere di agricoltura, soprattutto se sociale».

Anche in questo caso, infatti, è stata la sorella di Elisa, Vanessa, a renderci partecipi di questa storia straordinaria. Un’ammirazione sincera verso l’operato della sorella, quello che ha ispirato anche Vanessa a rientrare dall’estero per provare a investire sulla propria terra. Un esempio che può coinvolgere chiunque, che può ispirare e insegnare una lezione che Elisa per prima ha imparato. 

 

«La possibilità di riscoprirsi più forti di quanto si possa pensare, il tutto prendendo esempio dalla natura e dal suo saper sempre trovare il modo di sconfiggere ogni avversità. Ho ancora in mente quando feci il primo sopralluogo dopo l’incendio, non rimaneva che un campo di battaglia di eroi secolari distrutti. Ho odiato maledettamente la mia terra e in un primo momento avrei voluto rinnegare tutto ciò che fino ad allora mi era appartenuto. A distanza di pochi mesi, però, silenziosi e resilienti si sono mostrati nuovamente i primi timidi germogli, quasi a dimostrami che nulla finisce se ci credi davvero. Lo dico sempre ai ragazzi delle comunità con le quali collaboro: “Il bello della vita è imparare a superare le avversità, sapersi mettere alla prova lungo strade impervie e apparentemente impraticabili. Questo ci rende forti, più sicuri e poi, una volta raggiunta la meta, lo spettacolo che ci attende sarà assolutamente stupendo». 

 

Il dono dell’ospitalità, dalla parte buona della Vita

Articolo di Salvatore Genovese

Oltre 1.500 chilometri in bicicletta per portare un dono, quello dell’Ospitalità, ai medici e agli operatori sanitari di Milano e di altri Comuni lombardi, in prima linea durante l’emergenza Covid-19.

«Un’esperienza – dichiara, non senza emozione, il suo ideatore Marco Distefano – che è rimasta, e rimarrà sempre, nei nostri cuori. Esperienza nata dai ‘sussulti drammatici’ provocati dai tanti servizi che le testate giornalistiche radiotelevisive, quotidiane e periodiche, durante il drammatico periodo del lockdown, riservavano a quanti mettevano a rischio la propria vita per salvare quella degli altri». Distefano, titolare di un B&B a Comiso, nutre una grande passione per la bicicletta ed ha manifestato questi suoi ‘sussulti’, e il conseguente desiderio di fare qualcosa per esprimere gratitudine agli operatori sanitari così fortemente impegnati nella lotta al Coronavirus, ai suoi amici cicloamatori che hanno subito condiviso questo suo ‘sentire’.

 

Da qui è nata l’idea del “Dono dell’ospitalità”, cioè di attraversare l’Italia in bicicletta per offrire ad altrettanti sanitari lombardi quarantacinque voucher che consentissero loro per una settimana, a titolo del tutto gratuito, viaggio, alloggio, vitto e visite enogastronomiche e culturali a Comiso e dintorni.
Il periodo previsto per i soggiorni/vacanza a Comiso è quello del mese di marzo 2021.
L’iniziativa di Marco Distefano, affiancato da Salvo Purromuto, medico, Vincenzo Virduzzo, kinesiologo, Vincenzo Schembari, meccanico ed esperto ciclista, il cui figlio Nunzio si è posto come animatore del gruppo, è stata immediatamente sostenuta e incoraggiata dal comune di Comiso, dall’Asp 7 di Ragusa, dalla Regione Siciliana, dalla Presidenza dell’Assemblea Regionale Siciliana, dall’Assessorato regionale alla Salute e dalla Regione Lombardia. In particolare, il sindaco Maria Rita Schembari ha assicurato la piena partecipazione del Comune, che avvierà, nei primi mesi del 2021, un bando per dare a tutte le strutture turistiche cittadine la possibilità di accogliere gli ospiti lombardi.

Partiti dall’Ospedale Covid di Modica sabato 20 giugno, pedalando ogni giorno dalle 8 alle 10 ore, con il supporto di un furgone/appoggio fornito da Giannì Motors, i cinque ciclisti, quasi sempre affiancati in modo estemporaneo da altri ciclisti che, localmente, li accompagnavano per lunghi tratti nelle varie tappe della loro lunga maratona a pedali, sono giunti venerdì 26 giugno al Niguarda Covid di Milano.

Nel capoluogo lombardo i ‘donatori’ sono stati accolti, in rappresentanza del presidente Attilio Fontana, da Lara Magoni, assessore regionale al Turismo, presenti, tra gli altri, gli assessori al Turismo di Milano, Roberta Guarnieri, e di Comiso, Dante Di Trapani, e la dottoressa Paola Santalucia dell’Asp di Ragusa. I quarantacinque voucher sono stati destinati a medici e personale sanitario di Bergamo, Milano, Brescia e Mantova, città che ha riservato ai cinque ciclisti un’accoglienza particolare.

«È stato per noi – racconta Salvo Purromuto – un momento di particolare emozione suscitata da un’accoglienza che non posso non definire molto calorosa; davanti alla hall (palco concerti) dell’Ospedale Carlo Poma di Mantova, dopo i saluti del sindaco Mattia Palazzi e di Giuseppe De Donno, primario di Pneumologia e pioniere della Plasma-terapia, è stato eseguito dal pianista Filippo Lui un concerto in nostro onore, mentre i pazienti ci salutavano dalle finestre del nosocomio. Ma quello che più ci ha colpiti è stato il fatto che, pur essendo partiti per fare noi un ‘dono’, quest’ultimo è stato fatto a noi, attraverso i tanti momenti di affetto e di amicizia che ci sono stati riservati».

«Nel 2021 – chiosa Marco Distefano – abbiamo intenzione di rinnovare questo nostro impegno civile; stiamo, infatti, immaginando un nuovo lungo viaggio sui pedali, perché quello che abbiamo fatto ha aperto la nostra mente e, contestualmente, il nostro cuore. E sarà un viaggio che ci vedrà ancora una volta dalla parte buona della Vita».

Malìa Vibes – La magia di Palermo che ha incantato Marta e Giulia

Una, romana. L’altra, milanese d’adozione. Dalla scorsa estate la città di Palermo (e non solo) le conosce come le Malìa Vibes: Marta e Giulia, trasferite in Sicilia dopo essere rimasta incantate da Palermo. Oggi raccontano la città attraverso i loro occhi (come scrivono sul loro profilo Instagram), ma cerchiamo di conoscerle meglio.

Nome?

M: «Marta Bison».

G: «Giulia Proietti Timperi».

 

Marta, provieni dalla città più metropolitana d’Italia e Giulia, invece, dalla Città Eterna… perché Palermo?

M: «Avevo bisogno di un cambiamento. Ero a Milano già da cinque anni, che per me sono tanti da trascorrere nella stessa città. Avevo assorbito tutti gli stimoli che aveva da darmi […] e Palermo è arrivata mentre ero in questo mood. Sono una persona molto istintiva, seguo le cose come vengono, e fin dai primi giorni mi sono innamorata dell’atmosfera e della dimensione umana che ha Palermo, quindi ho deciso di fare questa prova e oggi ne sono molto felice».

G: «Palermo perché, nonostante la nostra azienda non abbia sedi fisiche, molti dei nostri colleghi vivono qui, così, uno di loro, durante il lockdown, mi propose di passare l’estate a Palermo, sia per lavorare insieme agli altri colleghi e sia per coniugare un po’ le vacanze estive. Io lo proposi a Marta e siamo arrivate insieme in questa città che per me è stato amore a prima vista. Tempo tre giorni e iniziavo a sentire di non voler più tornare».

 

Insomma… Palermo vi ha un po’ stregate.

M: «Decisamente sì. Il nostro nome viene anche da lì. Malia Vibes: ‘malìa’ è sia l’unione dei nostri nomi (MArta + giuLIA) e anche la malìa, intesa come quella magia buona, quell’incantesimo che secondo noi ci ha fatto Palermo».

Hanno iniziato quasi per gioco, Marta e Giulia, a raccontare quella vacanza estiva sui loro profili social. “Aggiornamento da Teatro Massimo”, così iniziavano le loro stories su Instagram che narravano l’evolvere della loro avventura siciliana.  «Sin dall’inizio abbiamo riscontrato un sacco di interesse, sia per i luoghi che facevamo vedere, soprattutto da persone che non conoscevano la Sicilia e nemmeno Palermo, e sia per il tipo di relazione che abbiamo avuto subito io e Giulia» – ci racconta Marta. «Venivano fuori delle gag molto apprezzate in maniera assolutamente naturale. Quando abbiamo deciso di trasferirci, in quei venti minuti nei quali ci siamo guardate e abbiamo detto: “Facciamolo!”, abbiamo subito pensato: “Questa storia la dobbiamo raccontare, non possiamo tenercela per noi”. E così abbiamo aperto il profilo».

«A poco a poco ci siamo rese conto – aggiunge Giulia – che congiungendo le nostre capacità lavorative e creative (entrambe si occupano di digital marketing, nda), riuscivamo a creare qualcosa che portava valore a chi ci seguiva. Così il profilo ha preso quasi da subito la finalità di promozione del territorio e l’enorme seguito che in pochissimo tempo abbiamo avuto ci ha mostrato che, in fondo, questa era la strada giusta».

Così Marta e Giulia hanno affittato un appartamento per dodici mesi, che potrebbero rinnovare per tre anni o addirittura in maniera definitiva (“Guarda…poco ce manca”, ci confida Giulia nel suo accento romano). La città e i suoi abitanti le hanno conquistate, dentro e fuori dai social. «É stato uno degli elementi che ci ha fatto capire che volevamo restare perché, anche in poco tempo, avevamo conosciuto un sacco di persone» continua Marta. «Ci siamo trovate da subito in una serie di gruppi di persone. L’apice l’abbiamo raggiunto con noi che imbuchiamo una nostra amica palermitana alla laurea di una persona del luogo!».

Una storia che sembra avere dell’incredibile e un grande insegnamento per tutti noi: «Può essere molto facile dare per scontato il luogo in cui si vive, succedeva anche a me quando stavo a Roma», ci dice Giulia. «Ma amate di più quello che avete. La Sicilia è speciale sotto tanti punti di vista […]», le fa eco Marta, rispondendo alla nostra domanda su cosa volessero dire ai siciliani.

Oggi le Malìa Vibes continuano a promuovere la città dal loro profilo, entrando anche in collaborazione con l’Associazione Le Vie dei Tesori che da anni promuove la cultura e la bellezza del territorio siciliano. Eccole, infatti, nelle ultime settimane, protagoniste di alcune dirette streaming nelle quali hanno permesso agli utenti di seguirle alla scoperta di alcuni dei luoghi più incantevoli di Palermo.

Non sappiamo con certezza se Marta e Giulia resteranno per sempre in Sicilia, o se prima o poi la malìa di Palermo che le ha incantate finirà, ma una cosa è certa: finché potremo, continueremo a seguirle e a riscoprire l’affascinante “regina dell’Isola” attraverso i loro occhi!

Biodanza. Poetica dell’incontro umano.

Articolo di Salvatore Genovese

Per scrivere di Biodanza non si può prescindere dal parlare di Rolando Toro Araneda, psicologo e antropologo cileno che, nel 1953, ne è stato il fondatore. Nel suo impianto teorico, scaturito dalla riflessione che la seconda Guerra Mondiale avesse fatto emergere tutta la perversità del genere umano, in un periodo caratterizzato dalla distruttività delle bombe atomiche e dall’olocausto, poneva la necessità della ricerca e dell’individuazione di espressioni diverse, lontane dall’odio e dalla violenza umana, che aprissero nuove possibilità esistenziali, quali l’amore e l’accettazione dell’altro, in un positivo rapporto mente-corpo e in un rafforzato vincolo con la natura: in sintesi, un innovativo linguaggio universale che facilitasse la comunicazione tra gli esseri umani.
Ed è nella musica che Rolando Toro ha individuato tale linguaggio condiviso, in grado di ‘dare ritmo ed armonia alla vita’.

«La Biodanza – spiega Anna Maria Ciccia, che a Catania dirige la “Scuola Originale di Biodanza della Sicilia”, fondata nel 1995 da Rolando Toro – non propone uno specifico modello di comportamento: ogni persona che entra in contatto con se stessa in un processo d’integrazione offre il proprio modello genetico di risposte vitali. Gli esercizi di Biodanza sono accuratamente strutturati e mirano, attraverso la fluidità della danza, a stimolare aspetti specifici della persona: vitalità, creatività, affettività. Il tutto per recuperare il ritmo e l’armonia nella propria esistenza ed esprimere se stessi in forma piena. La maggior parte degli esercizi si esegue con la musica; in alcuni di essi, invece, ci si esprime mediante il canto o il silenzio. Le sequenze degli esercizi seguono regole che hanno obiettivi precisi come, per esempio, l’aumento della resistenza allo stress e la stimolazione delle funzioni neuro vegetative».

 

Oltre agli incontri periodici, in genere a cadenza settimanale, la scuola catanese organizza anche specifici corsi per la formazione professionale di operatori di Biodanza.
«Per conseguire tale diploma – chiarisce la direttrice – gli allievi seguono una rigorosa formazione che comprende la frequenza di ben ventisette stage che toccano tutti gli argomenti teorici della Biodanza, così come è stata concepita da Rolando Toro».
Oltre che a Catania, la Biodanza viene praticata anche in altre realtà siciliane tra cui Ragusa e Caltagirone. Conduttrice, da circa vent’anni, della prima è Gianna Cappello.

Anche a Ragusa la cadenza degli incontri (vivencias) è settimanale. Hanno una durata di due ore e consistono in una prima parte teorica e in una seconda parte pratica, con esercizi specifici caratterizzati soprattutto da brani musicali scelti con cura e dai conseguenti, fluidi movimenti corporei che ne derivano.

«Per comprendere la Biodanza – sottolinea Gianna Cappello – bisogna praticarla molto perché è un percorso esperenziale dove la nostra corporeità può esprimersi al meglio e perché il corpo è il nostro inconscio e durante gli esercizi avviene proprio l’unione mente-corpo. Si arriverà così non solo a capire e comprendere, ma anche a ‘sentire e danzare la vita’, in perfetta integrazione corporea e mentale con noi stessi e con gli altri».

Davide Russo è il didatta che opera a Caltagirone dal 2015. Anche nella città calatina gli incontri sono settimanali.
Secondo Davide Russo «la Biodanza è una ricchezza che merita di essere conosciuta e approfondita da tutti per i benefici che può dare, soprattutto in una realtà come quella odierna, caratterizzata dalla paura del Covid 19 e da quello che sta creando; credo che potrebbe essere un’ottima, positiva risorsa sia per i singoli, sia per gli aspetti relazionali che comporta. Anche numerose scuole pubbliche, dalle materne alle medie superiori, hanno mostrato interesse per la Biodanza. Io stesso, insieme ad una collega, per qualche anno ho tenuto un corso a Siracusa che ha coinvolto alunni, insegnanti e genitori».

Elisabetta Zito, alla guida del carcere di Piazza Lanza con fermezza e sensibilità

Articolo di Patrizia Rubino

Circa il 70 per cento degli oltre 190 istituti penitenziari presenti in Italia è guidato da una donna; ciò si deve a una particolare preparazione, determinazione e capacità di gestire situazioni difficili in un ambiente di lavoro tanto complesso. Rientra perfettamente in questo quadro Elisabetta Zito, direttore del carcere di Piazza Lanza di Catania, 55 anni sposata, mamma di una ragazza di 20 anni e di un ragazzo di 16. Una carriera quasi trentennale nell’ambito dell’amministrazione penitenziaria, sostenuta da un curriculum di primissimo livello che evidenzia una formazione professionale continua sempre al passo con i tempi.

Facendo i conti ha iniziato a lavorare prestissimo.
«Ho vinto il concorso in magistratura nel 1993 e a soli 27 anni, nel ’94, ho ricoperto l’incarico di vice direttore, prima nel carcere di massima sicurezza di Termini Imerese, successivamente all’Ucciardone di Palermo. Erano anni particolarmente difficili, ma sono stati fondamentali per la mia formazione.
A metà del 1998 sono arrivata al carcere di Piazza Lanza e per diverso tempo ho svolto la funzione di vicario, sino a quando, alla fine del 2011, ho assunto l’incarico di direttore. Attualmente qui sono presenti 272 detenuti, di cui 40 donne e 35 stranieri, che perlopiù hanno commesso reati contro il patrimonio e spaccio di sostanze stupefacenti. Dal momento del loro ingresso noi ci concentriamo sulla persona, non sul reato commesso: la dimensione umana deve restare centrale».

E arriviamo dritti al tema della funzione rieducativa della pena.
«L’obiettivo della detenzione è innanzitutto quello di cambiare il comportamento del detenuto trasmettendogli un nuovo quadro di valori, che comincia dal rispetto delle regole. Ma ho sempre pensato che fosse necessario lavorare per rendere trasparente il muro di cinta che separa il carcere dal mondo che c’è fuori, nel senso che i detenuti non possono essere considerati avulsi dalla società e la loro rieducazione non può essere solo un affare dell’amministrazione penitenziaria: le altre istituzioni e la comunità devono avere un ruolo attivo affinché possa attuarsi il dettato dell’articolo 27 della Costituzione, ossia la funzione riabilitativa della pena. Oltre alla scuola dell’obbligo, abbiamo attivato anche tre classi del liceo artistico, implementato i corsi di formazione professionale, creando delle competenze che poi consentono ai detenuti di lavorare anche qui in carcere. Prezioso è, inoltre, l’apporto qualificato e costante del volontariato. Nel nostro istituto contiamo la presenza più alta, a livello regionale, di volontari e la loro partecipazione è fortemente apprezzata dai detenuti perché, oltre a rappresentare un contatto con l’esterno, è fonte di arricchimento e di conoscenza, per le innumerevoli attività proposte che fanno emergere intelligenze e talenti straordinari».

L’ emergenza sanitaria e il lockdown cosa significano per chi è costretto in carcere?
«Per chi già fa i conti con una reale restrizione della propria libertà, l’improvvisa interruzione dei pochi contatti con il mondo esterno provoca un grandissimo senso di disagio. Per ragioni di sicurezza sanitaria abbiamo dovuto sospendere gli incontri con i familiari, la scuola, che è continuata a distanza e con evidenti limiti, e tutte le attività con i volontari che costituiscono, come dicevo, un corollario fondamentale alla rieducazione e socializzazione dei detenuti».

Che Natale sarà quest’anno?
«Tutte le festività in carcere sono vissute con grande tristezza. Si ferma la routine quotidiana, non ci sono attività e la quasi totale assenza di rumori diventa per i detenuti un peso quasi insopportabile. Solitamente nei giorni precedenti o successivi a quelli delle feste cerchiamo di offrire attività di svago e condivisione, per colmare questo vuoto. Quest’anno tutto ciò non sarà possibile per le limitazioni cui dovremo sicuramente sottostare e il Natale, che è la festa in cui si sente di più la mancanza dei propri cari, temo sarà ancora più malinconico».

Giorgia Butera: «La vita è sentimento, entusiasmo che viene condiviso e portato avanti».

Articolo di Omar Gelsomino

Nel suo nuovo libro ‘Di catastrofi ne sono Maestra’ Giorgia Butera, nostra ospite nel numero 21 di Bianca Magazine, sociologa della comunicazione, advocacy, scrittrice e presidente OIDUR si racconta in un viaggio intimistico. Un petit livre in cui sono raccolti momenti e aneddoti della sua vita personale e del suo impegno socio-umanitario: la malattia; gli incontri che cambiano la vita e arricchiscono il proprio background; aiutare gli altri, gli ultimi, i deboli, soprattutto le donne e i bambini; la voglia di vivere e di continuare a combattere. Già perché Giorgia Butera è una combattente.

Come è nata l’idea di scrivere ‘Di catastrofi ne sono Maestra?

«‘Di catastrofi ne sono Maestra’ nasce per immediatezza, io sono una scrittrice prolifica (sono 21 le pubblicazioni, sin qui prodotte). La mia scrittura è sempre tecnica, da osservatore partecipante analizzo e comunico, ma sono anche una intellettuale gioiosa ed amo narrare l’esistente. Quel che accade è l’opportunità più importante, di certo, non avevo mai raccontato di me, delle mie emozioni, della mia parte più intima. La vita è sentimento, entusiasmo che viene condiviso e portato avanti. Ho imparato a nutrirmi di gioia (ancor di più durante la malattia), ne sono portatrice sana, un sorriso a cuore aperto è quanto di più arricchente possa esserci. Il mio è un tempo diverso, certamente, più bello. Ho imparato a proteggermi, ad amarmi, ad aver cura di me. Ho ricondotto la mia vita all’essenziale, a ciò che è necessario. Non voglio più nessun frastuono, ma soltanto quiete e felicità. E sono tornata alle mie voglie, alle mie realizzazioni. La diffusione della conoscenza produce consapevolezza e cambiamento, ed è questo è il mio cammino. Nel frattempo tengo per mano ciò che di importante e positivo ho creato: Mete Onlus. La malattia mi ha fatto voltare pagina, ho portato con me purezza e sostanza di ciò che mi apparteneva già ed ho deciso di vivere nella felicità. Perché sì, la felicità se la desideri si incarna in te. A me è accaduto proprio questo, dopo tanta fatica e qualche dolore, adesso, è solo quietezza del vivere. E percorro la mia strada fatta di noble goal di qualità, opportunità per migliorare le condizioni di vita delle persone, delle comunità e delle società ed una visione che miri ad una leadership per un futuro sostenibile e di uguaglianza globale. E poi sì, essere l’ispirazione che tante volte mi son sentita dire da gente di ogni parte del mondo. Questa mia evoluzione interiore, ma anche dell’intelletto, mi ha regalato la scrittura del testo: ‘Di Catastrofi ne sono Maestra’».

Perché hai deciso di parlare della tua vita privata? Unisci la sfera privata con il tuo impegno socio-umanitario?

«Ho deciso di parlare della mia vita personale/privata perché sono diventata una donna libera. Di me si conosce tantissimo, la mia narrazione arriva attraverso ogni forma, strumento e piattaforma, ma ciò che è Giorgia lo si conosce davvero poco. La narrazione autobiografica si manifesta su due livelli: la vita personale e l’impegno socio-umanitario internazionale. Ciò che accomuna questi due aspetti è la catastrofe nella sua identificazione più pura, ma dove l’impegno, l’amore e la forza ne risolvono ogni crudeltà. Il termine catastrofi nasce insieme alla mia amica Paola Saluzzi, volendomi un gran bene un giorno mi disse di non preoccuparmi, perché io sono una #aggiustacatastrofi. Il racconto inizia con una mia grande passione, ed è la danza. E con un messaggio che mi arriva da Gaetano La Mantia, mio grande amico e danzatore del Teatro Massimo di Palermo. Avevo trascorso una notte piena di incubi, e lui “mi ha salvata” come ha fatto lo Schiaccianoci con Clara. Mi piace ricordare che Gaetano La Mantia è l’interprete protagonista dello spot realizzato nell’ambito della Campagna di Prevenzione “Dipende da Te”, ideata e promossa dalla Associazione da me presieduta. Il Testo è dedicato a Nino Strano, un grande amore che dura da vent’anni. Da lui parto ed arrivo, e nel frattempo conquisto il mondo.  La malattia ti restituisce la libertà andando oltre convenzionalismi inutili. Ti restituisce la verità. Da ora in avanti, avrai l’esatta percezione di chi ti è intorno. E poi, scegli. Scegli o di farti trascinare dalla corrente, oppure, scegli di vivere».

Quale messaggio vuoi trasmettere?

«Il testo è un invito a non abbattersi mai, a far prevenzione, ad aver cura di sé anche nei momenti più difficili della malattia. È anche la condivisione avvenuta nei social, tra confronto ideologico e concreto. Io non ho soltanto dovuto affrontare il cancro, nell’arco di un decennio (2010/2020) ho trascorso quasi cinque anni a letto gravemente malata, infatti, nel 2010 a causa di un terribile incidente stradale mi sono lesionata il midollo, e sono stata a letto quasi tre anni. Ad un certo punto, ho dovuto imparare nuovamente tutto: a mangiare da sola, a respirare autonomamente, a stare in piedi da sola, a camminare. Ho rischiato due volte di non farcela, ma io sono assetata di Vita. La conclusione è un giuramento di gentilezza con me stessa: “mai più catastrofi, ma soltanto tante cose belle messe assieme”».

 

La storia di Elisa Vittorino, da farmacista a volontaria internazionale

Articolo di Patrizia Rubino     Foto di Stefano D’Alpozzolo per FOCSIV

Cambiare il corso della propria vita, anche se questa scorre tranquilla, con tutti i tasselli al posto giusto, a volte diventa un’urgenza insopprimibile.
Elisa Vittorino, quarantaquattro anni, originaria di Caltagirone, laureata in Chimica e Tecnologie farmaceutiche, farmacista affermata da oltre dieci anni, a un certo punto sente di non essere più soddisfatta di quel che ha e nel giro di pochissimo tempo, decide di lasciare il posto sicuro e di dare una svolta alla propria esistenza. Dopo una pausa di riflessione, comprende quale dovrà essere il suo nuovo percorso: partire per un’ esperienza di volontariato lontana da casa, dalle certezze e dalle comodità.

Cosa ti ha spinta a stravolgere una vita con ritmi ormai ben definiti?
«Nell’immaginario collettivo è il giovane ventenne che parte all’avventura, per conoscere e sperimentare. Nel mio caso, che quest’età l’ho superata da un bel pezzo, nonostante tutto andasse bene, e fossi per così dire realizzata, sentivo di non avere più tempo per la mia vita, di essere come in un vortice e quello che facevo non mi appagava più. Nel giugno del 2019 ho mollato il mio lavoro, senza un piano B, un’alternativa. Due mesi per stare con me stessa ed è arrivata la decisione: partire per l’Africa come volontaria per investire il mio tempo in qualcosa che avesse un significato vero».

Da quel momento come ti sei organizzata?
«Mi sono documentata e ho contattato il Cope, un’organizzazione non governativa di Catania che si occupa di cooperazione internazionale ed è presente in Africa da oltre trent’anni con progetti che promuovono l’autosviluppo in ambito sanitario, agricolo, educativo e sociale. Al colloquio con i responsabili sono stata accolta con un certo stupore e qualche perplessità. Era alquanto insolito che una persona della mia età, con una posizione sociale solida volesse fare quel tipo di esperienza. Ma ero determinata a partire e niente mi ha fatto desistere dal mio intento, neppure quanto mi è stato detto durante il corso di formazione, “dove ti preparano anche alle difficoltà”. Sono partita per la Tanzania lo scorso gennaio, prima di arrivare al villaggio di Nyololo, il mio luogo di destinazione, ho fatto tappa a Dar es Salaam, una città molto grande e caotica. Qui sono rimasta per due settimane nella sede del Cope per conoscere maggiori dettagli del progetto ed apprendere anche qualche parola di swahili. Il mio vero incontro con l’Africa è arrivato durante il viaggio di circa 10 ore per Nyololo, su un autobus stracolmo di persone. Abbiamo attraversato luoghi straordinari, persino un parco con elefanti, gazzelle, giraffe e ho visto quel cielo spettacolare, nerissimo e punteggiato da miriadi di stelle che sembrano piombarti addosso».

Qual è stato l’impatto con la tua nuova vita?
«Appena arrivata nel mio alloggio a Nyololo, ho appreso che non ci sarebbe stata acqua ed energia elettrica per almeno due giorni e che questo sarebbe accaduto spesso. Ben presto mi sono adattata alla mancanza delle comodità più elementari, apprezzando la semplicità della gente del luogo, la loro gentilezza e grande dignità. Ho da subito iniziato a lavorare nelle due strutture del Cope: il Centro di salute rurale, un ospedale con diversi reparti e il Centro Bambini, un orfanotrofio che può accogliere sino a 30 bambini. Mi sono occupata della riorganizzazione della farmacia, in seguito ho lavorato in amministrazione. In entrambi i centri tutto il personale è del luogo. Ho imparato a relazionarmi con loro senza mai impormi. La logica della cooperazione allo sviluppo consiste nel fornire gli strumenti per poi lasciare spazio alle risorse umane locali. “Rendersi inutili prima possibile”, come dice il presidente del Cope Michele Giongrandi».

Sei tornata a casa per qualche settimana, ma poi sei nuovamente ripartita.
«In Africa sono riuscita a trovare la mia dimensione, a riappropriarmi del mio tempo. Qui i ritmi sono diversi, lenti e mai frenetici. Sono felice della mia scelta perché mi ha restituito entusiasmo e grande voglia di fare».

Agata Giudice, più forte del destino

Articolo di Patrizia Rubino   Foto di Tony Sinatra

Non è mai facile entrare nella storia di vita di una persona colpita duramente dal destino o dalla fatalità. Accade però che questa ti accolga con un sorriso disarmante e ti dica: «Io sono felice». E tutto diventa più semplice.
Agata Giudice oggi è una donna bella, intensa e solare di quasi quarantotto anni, ma ne aveva poco più di trenta quando, in seguito ad un incidente stradale, ha perso l’uso delle gambe, ma non la voglia di sorridere alla vita. Con coraggio e determinazione è riuscita a rigenerarsi e con il tempo anche a conquistare spazi sempre più importanti che la rendono una persona realizzata, capace d’impegnarsi anche a favore degli altri.

Come hai vissuto il passaggio alla tua nuova condizione di vita?
«Ho sempre avuto un carattere forte e ottimista. Questo mi ha consentito, sin da subito, di reagire e di non abbattermi. Avevo soltanto il desiderio di tornare a vivere, pur consapevole delle mille difficoltà che avrei dovuto affrontare. Mi spaventava soltanto l’idea di essere di peso. Ricordo, infatti, che dissi al mio fidanzato d’allora, di ritenersi libero. È rimasto sempre al mio fianco ed è diventato mio marito. La mia forza più grande, insieme alla mia famiglia. Oggi sembrerà paradossale, ma mi sento una donna fortunata. Sono circondata da persone che mi amano e sono riuscita a mettermi in gioco, ho la mia autonomia, affronto le difficoltà e supero me stessa giorno per giorno».

A cosa devi la tua rinascita?
«Ero un’ agente immobiliare molto attiva e indipendente. Dopo l’incidente ho dovuto lasciare il lavoro, ma non ho vissuto questa rinuncia con particolare sofferenza, perché avevo deciso di concentrare tutte le mie energie su qualcosa che mi facesse stare bene. Lentamente ho ripreso a fare sport: certo inizialmente avevo timore perché pensavo di non farcela, poi pian piano ho compreso che potevo spingermi oltre. Ho cominciato a praticare nuoto, tennis e svariate altre discipline. Nel 2007 ho conosciuto Martino Florio, presidente di Life, un’associazione che si adopera per migliorare la vita delle persone con disabilità attraverso la pratica sportiva. Anche Martino è costretto su una sedia a rotelle a causa di un incidente, ma da grande sportivo non si è mai arreso. Mi ha dato la giusta spinta per credere sempre più nelle mie capacità. Nel 2014 mi sono lanciata nella danza, i primi tempi solo balli di gruppo. Pian piano ho compreso di voler sperimentare di più, volevo ballare in coppia. Non è stato facile trovare il partner giusto, ma nel 2016 ho incontrato Roberto Finocchiaro, insegnante di balli caraibici, che ovviamente non aveva mai danzato con una ballerina in carrozzina. Abbiamo cominciato la nostra straordinaria avventura. Grazie alla sua professionalità e sensibilità ci siamo talmente affiatati che tutto è venuto naturale. Tutte le volte che danziamo, sembra incredibile ma è come se tutto il mio corpo si muovesse, un’ energia che si rinnova e che mi rigenera. Il calore e l’entusiasmo del pubblico, durante le esibizioni conferma che arriva ciò che voglio esprimere danzando: non esistono limiti, se non quelli che noi stessi ci imponiamo. Questo mi elettrizza e mi spinge a fare sempre più, per me e per gli altri».

Un impegno, quello a favore degli altri che nel tempo hai sempre più intensificato.
«Attualmente sono vice presidente di Life ed insieme a tutti gli altri volontari m’impegno molto sia per promuovere lo sport come mezzo straordinario per migliorare la vita dei disabili, sia per sensibilizzare – incontrando gli studenti nelle scuole – verso il rispetto dei loro diritti. Non tollero la mancanza di senso civico e non mi stanco mai di denunciare e combattere per le ingiustizie subite da chi come me deve faticare il triplo per ottenere anche le cose più semplici. Purtroppo ancora oggi le barriere mentali sono dure da buttare giù».

Hai un sogno?
«Sì, non vorrei mai perdere l’autonomia che con tanta fatica mi sono riconquistata e che mi fa sentire appagata per tutto quello che oggi sono diventata».