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Le tradizioni di Pasqua in Sicilia

Articolo collettivo realizzato all’interno dell’iniziativa “Redattori per un giorno”.

La Pasqua in Sicilia ha da sempre rappresentato una fonte inesauribile di culti, tradizioni, riti e credenze che mischiano il sacro e il profano, e che ogni città della Sicilia custodisce come un prezioso tesoro. Dai piccoli borghi dell’entroterra, alle città che si affacciano sulle coste, la Sicilia è ricca delle più svariate tradizioni che entusiasmano i fedeli (e non solo).

Da questa consapevolezza nasce l’idea per questo articolo: un racconto, un viaggio meraviglioso che si compone dei diversi tasselli raccontati attraverso le parole e le immagini di lettori e narratori che condividono con quei luoghi le origini e le radici. Un modo per scoprire realtà anche distanti da quelle nelle quali viviamo, tradizioni che probabilmente sconosciamo, ma che contribuiscono ad arricchire il patrimonio folkloristico della nostra Isola.

Inizia il tuo viaggio:

 

La settimana santa a Licata

Articolo e foto di Linda Lauria

La funzioni della settimana Santa, a Licata, iniziano il venerdì che precede la domenica delle Palme con la processione della Madonna Addolorata. In questa occasione, il simulacro percorre tutte le vie del centro in cerca di Gesù, con una moltitudine di fedeli scalzi, in segno di penitenza e ringraziamento. È il cosiddetto “Viaggiu Scauzzu”.

Il mercoledì Santo, si assiste alla processione e l’esposizione del Cristo alla colonna.

La notte tra il giovedì e il venerdì santo i confratelli di San Girolamo, in totale silenzio, percorrono tutte le vie del centro storico con il Cristo adagiato in una lettiga, coperto da un telo nero, e la Madonna Addolorata a seguire.

Solo all’alba i due simulacri si dividono: il Cristo entra nel palazzo “La Lumia” e la Madonna nel santuario di Sant’Angelo.

Alle 13.00 del venerdì santo inizia la processione “du Signuri ca cruci ncoddu”. Dopo circa un’ora uno squillo di tromba annuncia l’attesissima “giunta”: la Madonna vedendo Gesù, corre verso lui e, insieme, proseguono fino al calvario.

Al calar della sera il Cristo viene deposto nella sacra urna dando inizio a una nuova processione, fino alla chiesa di San Girolamo.

Il giorno di Pasqua si assiste a un tripudio di canti gioiosi con la processione di Cristo Risorto, “U Signuri cu munnu mmanu” .

 

 

La Pasqua a Siracusa

di Chiara Cappuccio   Foto di Dario Bottaro 

A Siracusa i preparativi per la Pasqua iniziano, secondo la tradizione, il primo venerdì di Quaresima quando anche i più piccoli vengono coinvolti preparando “u laureddu”, ossia germogli di grano o di legumi posti su cotone inumidito e fatti crescere al buio, proprio come simbolo della rinascita dopo le tenebre. Questi vengono adornati con nastrini colorati e, poi, donati alle chiese il giovedì santo, giorno in cui vengono allestiti i Sepolcri: ogni parrocchia, infatti, adorna un altare con candele, fiori, grano, lenticchie ed altri cereali.

Secondo la tradizione, i Sepolcri vanno visitati sempre in numero dispari e la veglia che inizia dopo la Messa in Cœna Domini e la seguente lavanda dei piedi, si prolunga fino a tarda notte e per tutta la mattina del venerdì.
Il Venerdì Santo vede il simulacro della Vergine Maria Addolorata e il monumento del Cristo Morto portati a spalla per le vie di Ortigia, il centro storico della città. La processione si conclude con il “commovente incontro tra la Vergine Maria e Suo Figlio” prima del rientro.

Il Sabato è il tempo del silenzio ed alle 22.30 inizia la Solenne Veglia pasquale con la benedizione del fuoco nuovo, portato poi dal sagrato sull’altare maggiore con il cero pasquale.
A mezzanotte l’altare si illumina, tutte le luci all’interno della chiesa vengono accese accompagnate dal suono a festa delle campane… Ѐ Pasqua!

 

La Pasqua a Messina

di Rossella Davì

Insieme al Natale, la Pasqua è indubbiamente la festa religiosa più sentita. E cosa c’è di piú religioso delle processioni?!

A Messina sono due le processioni particolari che si svolgono nei giorni di Pasqua: la Processione delle barette (o semplicemente barette) e la Festa degli Spampanati.

Le barette sono realizzate in legno o cartapesta e simboleggiano i momenti della Passione di Cristo, dall’Ultima Cena al Sepolcro. Le sue radici vanno cercate nel XV sec, periodo della dominazione spagnola, e recentemente questa tradizione è stata dichiarata “Patrimonio immateriale della Sicilia”.

Festa degli Spampanati di Ultima TV

La Festa degli Spampanati, risalente al XCII sec, in quanto simbolo della vittoria di Gesú sulla morte, è gioiosa. Le statue della Madonna e di Gesù Risorto vengono portate in processione fino ad incontrarsi, sotto il volo di colombe bianche, nella Basilica di Sant’Antonio. Spampanati era il nome dato alle donne che vestivano abiti molto colorati, visto il periodo già caldo.

Sulla tavola, oltre ai piú comuni dolci pasquali, troviamo la Cuddura cu l’ova, buonissimo dolce di pane con al centro un uovo sodo.

 

Cuddura cu l’ova di Rossella Davì

 

 

La Processione delle Maddalene a Militello Rosmarino

di Rosamaria Castrovinci   Foto di Giuseppe Cardillo

Militello Rosmarino è un piccolo borgo medievale sui Nebrodi. La Processione delle Maddalene fa parte dei riti della settimana Santa e si svolge nel pomeriggio del Venerdì Santo, alle 17.

Si tratta di una processione penitenziale che segue lungo i quartieri i simulacri di Gesù Crocifisso, portato a spalla dai “giudei”, e quello dell’Addolorata.

Le “Maddalene” sono rappresentate da donne appartenenti a tutte le fasce sociali che, per voto o devozione, nella processione del Venerdì Santo, in gramaglie, reggono tramite delle funi la croce di Gesù Crocifisso. Sono giovani del luogo la cui identità è tenuta segreta. Durante la celebrazione sono vestite di nero, il capo è coperto da uno scialle e su di esso, in testa,vi è una corona di spine. Oltre alla fune, reggono in mano un Crocifisso d’argento posizionato vicino al viso che rimane sempre nascosto.

Completata la vestizione le Maddalene si recano alla chiesa Madre, qui le attende il Crocifisso per essere accompagnato nella processione. Le donne si posizionano agli angoli della vara e durante il cammino rimangono in religioso silenzio, nessuna nenia o preghiera, la loro è presenza religiosa e spirituale. Ed è proprio questa presenza a rendere palpabile la sacralità della celebrazione.

 

 

Lu Signuri di li Fasci a Pietraperzia

di Giovanna Orlando   Foto di Domenico Adamo

Vorrei, in questo viaggio virtuale, condurvi a Pietraperzia (En) per raccontarvi di un rito di lunghissima tradizione che non ha eguali e che si rinnova annualmente il Venerdì Santo: Lu Signuri di li Fasci.

Ecco i numeri: il Crocefisso viene posto in cima ad una trave alta 33 palmi siciliani, ovvero 8,51m.a cui va però ancora aggiunta, in altezza, la vara per il trasporto a spalla, eseguito da 80 portatori.

Il nome “Signuri di li fasci” deriva dalle numerose fasce di lino bianco, circa 200, che aiutano durante la processione anche a mantenere in equilibrio la lunga asta di legno; esse hanno una lunghezza di circa 32 m. ed una larghezza di circa 40 cm, sono montate per metà della loro misura totale producendo così il raddoppiamento del numero reale delle stesse. Ai piedi del Cristo è infine posto un globo di legno e vetri colorati (uMunnu) illuminato da 4 lampade che ne esaltano la policromia.

E ora la suggestione: riuscite ad immaginare l’incredibile colpo d’occhio di tale coreografia? Il lento incedere della croce altissima, su quella piramide di fasce bianche, dà l’impressione che essa stessa si muova da sola poiché la vara e i portatori scompaiono sotto le candide strisce di lino che,durante il movimento processionale, per effetto della luce delle lampade, mutano nel colore accrescendo il forte impatto visivo. Suggestione e devozione camminano di pari passo poiché ciascuna fascia che vibra è un legame, una grazia implorata o ottenuta.

Si ha l’impressione di assistere ad un evento improvviso e miracoloso: la visione di una montagna candida, il Golgota, con in cima un Crocifisso che si muove da sé mentre il maestoso fercolo, in moto, diviene un unico insieme attivo, materia umana, non inerte: i fedeli, uniti sotto le fasce, si fondono in un corpo unico.

 

 

La settimana santa a Petralia Sottana

Articolo e Foto di Giulia Monaco

Il centro storico di Petralia Sottana durante la Settimana Santa si fa teatro di drammatizzazioni rituali che simboleggiano rinascita e rigenerazione.

Il Venerdì Santo il lutto è anche assenza di voce: le campane vengono “legate”, e mentre le statue del Cristo morto e della Madonna Addolorata vengono portate al calvario, a rimbombare per le vie della città è solo il cupo suono dei trùocculi (battole) agitate dai confrati.

La sera del Sabato Santo in Chiesa Madre si assiste alla caduta du tiluni: l’enorme manto scuro raffigurante il Cristo in pietà, che per quaranta giorni ha coperto il presbiterio. Questo viene lasciato cadere a mezzanotte in punto, rivelando l’immagine di Gesù Risorto. Antica credenza vuole che la tela debba cadere “dritta”, senza impigliarsi, perché sia di buon auspicio.

La mattina di Pasqua il paese è in festa. Tra emozione e commozione si svolge “U ncuontru”, l’incontro tra il Cristo Risorto e la Madonna. Le due statue partono dalla Chiesa Madre e percorrono vie diverse, per poi giungere a mezzogiorno in punto davanti alla Chiesa du culleggiu e corrersi incontro, tra spari di mortaretti e voli di colombe bianche.

Ci si commuove sempre, perché per qualche istante a trionfare non è solo la vita sulla morte, ma anche l’umano sul divino. Per un attimo, infatti, lo spettatore non vede le figure sacre della Madonna e del Redentore: vede una madre che riconosce il proprio figlio, e nel corrergli incontro per abbracciarlo perde il suo manto nero del lutto, rimanendo abbigliata d’azzurro.

Si applaude, ci si asciuga le lacrime e si lascia che la sacralità riprenda il sopravvento.

Le due statue riprendono il cammino percorrendo insieme il centro storico, ma lo fanno sempre rivolte una verso l’altra, in modo da potersi guardare. La Madonna e Gesù. La Vergine e il Salvatore. Una mamma e il proprio figlio. Infine, rientrano insieme nella Chiesa Madre.

 

 

La Pasqua a Gibellina

Articolo, Foto e Video di Maria D’Aloisio

La Pasqua è la principale solennità del Cristianesimo, per noi Gibellinesi, come presumo per ogni paese o città ove si portano avanti le proprie tradizioni.
La Pasqua, infatti è una festa ricca di pathos.
Si inizia il giovedì santo con la messa della “ Lavanda dei Piedi”, il venerdì con la Processione di Cristo Morto, il sabato con la Veglia Pasquale, e nella giornata di Domenica ci si sveglia con il suono “di li Mascuna” e la “Tammuriniata Itinerante “ per le vie della città.
Intorno alle ore 10 della domenica, avviene la “benedizione dell’angelo” che prosegue fino alle 10.30 fino al cosiddetto “N’Contru di Gesù e Maria “.
La tradizione vuole che due custodi salgono e scendono, per due volte, lungo un viale e la terza volta salirà con loro anche l’angelo. A questo punto, in un magico clima festante, i ragazzi della Congregazione di Gesù e Maria fanno girare le statue della Madonna e di Gesù fino a farli incontrare. Si liberano, allora, le colombe e poi segue la benedizione del parroco a tutta la popolazione.

 

Palermo a tavola: la Pasqua è servita!

Articolo, Foto e Video di Federica Gorgone

In Sicilia si sa, ogni festa è il momento giusto per portare a tavola una pietanza caratteristica (solitamente non molto light).  Oggi vi porto a Palermo e sfidandovi ad entrare in una qualsiasi pasticceria del luogo o in una casa a Pasqua senza imbattervi in banconi e tavole imbastite di dolci tipici pasquali. In realtà, vi dirò, è praticamente impossibile! Anche chi si professa a “dieta” si troverà a scontrarsi con i coloratissimi pupi cu l’uava, superbe cassate e pecorelle di Martorana. Vi è già venuta l’acquolina in bocca non è vero?

In questi giorni mi sono dilettata a cucinare la pecorella pasquale ed è proprio di lei che voglio parlarvi. Dolce, simbolo della Pasqua palermitana, è realizzato con la pasta di mandorle (chiamata Martorana in onore delle suore dell’omonima chiesa palermitana a cui si deve l’invenzione di questa prelibatezza). Bella da vedere e buonissima da mangiare prende vita dalla tradizione legata alla liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto. Ma non lasciatevi ingannare dalle sue sembianze “animalesche” perché, in realtà,questo dolce è interamente vegano.  L’impasto a base di mandorle prende forma in degli appositi stampi e, in seguito, la pecorella viene dipinta a mano. Servita su un vassoietto dorato con una bandiera sul dorso, simbolo di festa, è dunque pronta per essere gustata.

Ecco così che a Palermo la “Pasqua è servita”!

 

 

La Settimana Santa a Vizzini, tra passato e presente

di Eleonora Bufalino Foto di Carmelo Vecchio

Come in altri comuni siciliani, anche Vizzini celebra con fervore la Settimana Santa. I giorni che precedono la Pasqua sono vissuti intensamente da coloro che si rispecchiano nella fede cristiana. La cittadina ripercorre i momenti fondamentali che conducono alla Domenica di Resurrezione, animandosi di devozione e folclore dalle origini molto radicate. Vizzini, infatti, ha da sempre nutrito un forte rispetto della tradizione popolare, in cui gli abitanti fortificavano la propria appartenenza alla comunità.

Durante il Giovedì Santo, che apre le celebrazioni del Triduo Pasquale, i fedeli si recavano a visitare i cosiddetti “Sepolcri”, termine comunemente usato per indicare l’Altare della Reposizione, allestito per custodire il Pane Eucaristico al termine della Messa in Cena Domini. La gente partecipava alla funzione religiosa in cui avveniva anche la Lavanda dei Piedi, simbolo dell’amore e della solidarietà reciproca, e adorava il Sacramento Eucaristico, in una veglia che continuava tutta la notte.

L’alba cedeva spazio al Venerdì Santo, giorno della passione e morte di Cristo. Una moltitudine di persone andava in Chiesa, a rendere onore alla Madonna per la perdita del figlio Crocifisso. Tra loro, vi erano principalmente le donne che le chiedevano una grazia per sé o per i propri cari, tra preghiere, lodi, suppliche silenziose e digiuni di penitenza. Nel pomeriggio iniziava una lunga processione del simulacro di Maria e il Cristo morto per le vie del paese, a cui il popolo partecipava insieme alle Confraternite Religiose, alle autorità civili e militari e al corpo bandistico musicale. Il gruppo scultoreo, ancora oggi trasportato a spalla dagli uomini, risale al 1720, come si evince da alcune fonti della Basilica di S.Giovanni di Vizzini, ad opera dello scultore Francesco Guarino. Padre L.Rizzo, nella sua “Cronistoria del Convento dei PP. Cappuccini di Vizzini, a.D. 1925”, afferma che si può ricondurre ai frati Cappuccini l’introduzione del culto della Madonna Addolorata, nel periodo tra il XVII e il XVIII secolo. La scultura rappresenta il Cristo morto tra le braccia della madre, col capo coperto da un manto nero e il cuore trafitto da un pugnale, con accanto S.Giovanni Evangelista.

Il giro, che ad oggi risulta leggermente modificato, iniziava e si concludeva nella chiesa di S.Giovanni Battista ed era scandito da alcuni momenti cruciali, tra cui l’arrivo in piazza Umberto, allo scoccare delle ore 18.00 dall’orologio del Palazzo Municipale, la sosta nella Basilica di S.Vito, i canti dei bambini e delle suore dedicati alla Madonna, davanti le chiese S.Maria dei Greci e S.Anna, le fermate dinanzi l’ospedale, il saluto al Calvario e il rientro, non più tardi delle ore 22.30. Alcuni elementi della processione conservano la loro particolarità, come la discesa lungo la scalinata L. Marineo, dal movimento oscillante, due passi avanti e uno indietro, che simboleggia la contesa dei portatori appartenenti alle diverse comunità parrocchiali. La rivalità dei Sangiuvannisi e dei Vitisi si manifestava anche durante i brevi attimi di corsa del simulacro, come dimostrazione di forza dei gruppi dei rispettivi quartieri. Il rientro in chiesa, a luci basse, è accompagnato dal Salve Regina del coro e dei fedeli.

Dopo il Sabato, giorno di silenzio e raccoglimento, la Domenica di Pasqua Vizzini celebra la Rinascita, con la rappresentazione della Cugnunta. I simulacri di Gesù Risorto, della Madonna e di S.Giovanni Evangelista vengono portati in piazza dove quest’ultimo, per tre volte, annuncia alla Madonna la Resurrezione di Cristo ma lei stenta a credere. Il simulacro di Gesù allora si avvicina alla madre e il suo velo scuro è lasciato cadere. La piazza è finalmente invasa da un tripudio gioioso di fuochi d’artificio, musiche e suono di campane.
Le tradizioni della Settimana Santa a Vizzini sono l’eredità di un passato vissuto con commozione e spiritualità e ne rappresentano non solo una preziosa testimonianza ma anche la forte cultura del suo popolo.

Clicca qui e rivivi tutte le tradizioni di Pasqua presenti nell’articolo.

 

L’arte dell’intreccio – Una tradizione da salvaguardare

di Omar Gelsomino   Foto di Mario Guccione

Un’abilità pratica, una passione innata e tanta creatività sono gli elementi essenziali per custodire e tramandare una tradizione contadina come l’arte dell’intreccio. Una usanza che risale alla notte dei tempi, tanto che in un passo del Vangelo di Giovanni si legge: “Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele”. (Gv.12, 12-16).

Da quel giorno si tramandò l’usanza di esibirle la domenica precedente la Pasqua: è un’arte associata alle celebrazioni cristiane e alla Domenica delle Palme, poiché i fedeli usano abbellire i luoghi di culto e valorizzano le processioni e i riti della Settimana Santa con le foglie di palma intrecciate. Da straordinari capolavori realizzati da “u palmaru”, ancora oggi, davanti ai sagrati delle chiese, troviamo le classiche palmette più semplici, caratterizzate dai modelli uniformi e abbellite con coccarde o nastrini colorati. Dopo la loro benedizione sono portate nelle case, attribuendo alle palme il simbolo di trionfo, acclamazione, regalità, ma anche vittoria, ascesa, rinascita e immortalità, principalmente a protezione del nucleo familiare.

Dalle mani abili di Mario Guccione, operaio forestale e intrecciatore di fibre vegetali di San Michele di Ganzaria, grande conoscitore della Montagna con le sue orchidee selvatiche, prendono vita oggetti unici nel suo genere: oltre alle palme, cestini, scope e persino giochi per bambini. «Una passione nata per caso circa vent’anni fa, quando lavoravo alla forestale. Iniziai a fare le scope e i cestini, ma desideroso di imparare ancora di più, frequentai un corso che mi appassionò tantissimo. In realtà mia madre è di origine sarda e anche i miei parenti che vivono a Cagliari fanno l’intreccio, quindi avevo questa passione innata, ma non sapevo di possedere. Ho imparato altre tecniche da tante persone, ho acquistato dei libri, mi sono sempre più documentato e ancora oggi continuo a sviluppare le varie tecniche per fare gli intrecci di palma, con spighe di grano, ecc.».

Tutti materiali che solo in pochi sono in grado di saper scegliere, raccogliere, piegare e intrecciare per comporre le palme. «Circa un mese prima si raccolgono le foglie e si mettono dentro un recipiente con poca acqua per tenere umidi i gambi, poi inizio a realizzare le palmette devozionali. Quando è finita, si rimette sempre nel recipiente con acqua, così resta sempre verde e rigogliosa fino al giorno delle Palme. Lavoro semplicemente le sue foglie senza usare cucitrici, né decorazioni colorate, realizzando diversi tipi di palme: il giglio, il pesce, la rocchetta, la colomba, la passione, etc.; utilizzando l’intreccio a cravatta, a rovescio, a rocchetta semplice e anche quello antico. Realizzo un cavalluccio di palma che rappresenta l’asinello del Signore e intreccio anche i rametti d’ulivo, un’antica tradizione sammichelese risalente a un secolo fa. Una volta ultimate le dono a parenti e amici come devozione che le porteranno in chiesa per la benedizione».

Un’arte da salvaguardare, tanto che Mario Guccione ha realizzato il Museo dell’Intreccio, per tramandare le antiche tecniche e i segreti della lavorazione. «Creare qualcosa di nuovo è fantastico ma l’intreccio è una tradizione bellissima, fa stare bene. Ho iniziato a trasmettere questa tradizione ai miei figli, hanno imparato a realizzare la tipica palmetta semplice, il pesce, il serpente, la croce e l’anello. Recentemente abbiamo realizzato dei video per mostrare come si realizzano questi oggetti. Le vecchie palme intrecciate, secondo tradizione, non vengono mai buttate perché sono benedette, ma si bruciano».

L’arte dell’intreccio è un chiaro esempio di un tempo passato, della vita quotidiana dei contadini, semplice e rispettosa dell’ambiente, uno stile di vita da apprezzare e utile a farci riflettere.

La cassata siciliana

Articolo di Titti Metrico

Guy de Maupassant scriveva: “La Sicilia è il paese delle arance, del suolo fiorito la cui aria, in primavera, è tutto un profumo…”. Attraverso il cibo si può raccontare l’intera storia della Sicilia, e quella che voglio raccontarvi in questo numero è la creazione della regina della pasticceria siciliana, lo dico con grande orgoglio e senza giri di parole, “la Cassata”.

Molti lo definiscono il dolce più buono d’Italia, invidiato e apprezzato in tutto il mondo.
Come tanti dolci siciliani, anche la cassata ha un’origine araba. Nell’ XI secolo Palermo era la città più grande d’Europa, gli Arabi vi avevano importato la canna da zucchero, il limone, il cedro, l’arancia amara, il mandarino, il pistacchio e le mandorle, ma usavano il burro per cui all’inizio la cassata non era altro che un involucro di pasta frolla ripiena di ricotta zuccherata e infornata. Ancora oggi la variante al forno è la più antica delle versioni di questo dolce tipico tradizionale.

Con l’arrivo degli Spagnoli, che portarono la cioccolata, fu sostituta la pasta frolla con il pan di Spagna, da allora la cassata al caldo, cioè al forno, diventò una cassata al freddo. Con due strati di pan di Spagna farcito di ricotta e cioccolato, la cassata venne ricoperta della stessa ricotta, e nel periodo barocco incominciò a vedersi anche qualche candito.

Ma a completare il tutto furono le suore del Convento della Martorana, note per avere inventato una delle specialità dolciarie più famose di Palermo: la pasta Riali (reale, ndr), di mennule (di mandorle, ndr) o più comunemente chiamata, appunto, Pasta di Martorana, un impasto di farina di mandorle e zucchero, colorato di verde con estratti di erbe.

La frase “tintu è cu nun mancia a cassata a matina ri Pasqua” (meschino è chi non mangia cassata la mattina di Pasqua, ndr), fino a quel momento era considerata una pietanza pasquale, tanto che nel 1575 il Sinodo della Diocesi di Mazzara del Vallo nel 1575, vietò di prepararla durante il periodo antecedente alla festa religiosa per evitare alla gente di cadere in tentazione.

È proprio con questi ingredienti che, nel 1873, il pasticcere palermitano Salvatore Gulì, titolare di un laboratorio nel centralissimo Corso Vittorio Emanuele a Palermo, in occasione di una manifestazione che si tenne a Vienna, rivoluzionò la cassata nella forma e nella decorazione con la zuccata, creando la coloratissima cassata siciliana che oggi conosciamo tutti, ma nonostante questa innovazione la cassata si affermerà nelle case e nella tradizione solo a partire del XIX secolo. Nel 1890, quando morì, Salvatore Gulì fu insignito del titolo di Cavaliere per meriti di lavoro.

La cassata continuò a essere prodotta nello stesso laboratorio, fino ai primi decenni del XX secolo, prosperando durante il periodo Liberty, epoca d’oro per la città di Palermo, grazie all’attivismo di tanti imprenditori “illuminati”, fra questi spiccano i Florio.
Fu il periodo più ricco per il turismo siciliano, grazie alle grandi casate nobiliari europee che venivano in Sicilia a trascorrere le loro vacanze, durante le quali si narra che fosse usata la posateria e gli arredi da tavola in oro massiccio. E dove la regina della pasticceria, sua maestà “la Cassata siciliana”, dominava tra tanti altri prestigiosi dolci.

Ma che bontà! Il dolce di Carnevale e Pasqua!

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Totò Messina

Nel vasto e ricco mondo della cucina siciliana, un posto assai notevole è occupato dai dolci.
Una peculiarità della gastronomia siciliana è sicuramente l’impiego di elementi semplici e poveri che, abbinati tra loro, danno origine a pietanze non solo gustosissime ma anche cariche di valori simbolici.
Uno dei dolci tipici del Carnevale, in Sicilia, è la pagnuccata, pignoccata o pignolata, così chiamata in base alle zone in cui viene preparata.
Si crede che l’origine di questo dolce, a base di zucchero e miele, sia araba. In seguito furono le suore a tramandarne la ricetta tradizionale che, nel tempo, è rimasta per lo più invariata.
Le religiose preparavano questo dolce in prossimità del Carnevale perché, prima del digiuno quaresimale, tutti potessero gustarlo e, in special modo, i più poveri.
Anticamente pare che venissero utilizzati i pinoli e dunque per questo fu chiamata, in alcune zone della Sicilia, pignolata. Si narra, però, che un giorno le suore, sprovviste di pinoli, abbiano inventato una nuova ricetta che prevedeva l’uso di pasta fritta tagliata a cubetti al posto degli eduli semi.
È considerata anche il “torrone dei poveri” poiché, per prepararla, s’impiegano solo uova, farina, miele e zucchero. Le classi agiate, infatti, per molto tempo non gradirono questa pietanza per via delle umili origini della ricetta.
Gli spagnoli, nel Cinquecento, aggiunsero ingredienti più ricercati, quali la glassa al cacao o quella al limone. Nacque così la pignolata messinese, così chiamata per la caratteristica forma a pigna che acquisisce nella preparazione finale.
La pigna, infatti, rappresenta l’uovo cosmico e dunque è legato alla nascita e anche all’immortalità, poiché l’albero di pino è un sempreverde. Si pensi così alla rinascita della natura in Primavera e alla Pasqua con chiaro riferimento all’immortalità di Cristo.
Nella Contea di Modica questo dolce non ebbe variazioni di ricetta. Il nome utilizzato in queste zone, però, è pagnuccata che, come scrive l’etnologo Serafino Amabile Guastella, altro non è che la “scorrezione di pinocchiata, è un dolce a forma di pinocchia, di farina impastata con gialli d’ova, poi fritto nel grasso porcino, indi cotto e ingiulebato nel miele”.

Al di là dei dilemmi linguistici e delle varianti di zona, possiamo dire che si tratta di uno dei dolci più sfiziosi della cucina siciliana. L’unica avvertenza è avere denti sani per rompere e dunque masticare la pagnuccata: si potrà scoprire così la piacevolezza del croccante e la dolcezza del miele che lo ricopre. Una vera e propria estasi per il palato!

Vi proponiamo la ricetta con la sola raccomandazione di metterla in pratica e diffonderla. Un tempo le nonne preparavano i dolci e, nel frattempo, raccontavano storie affascinanti. Facciamo sì che questa magia non venga interrotta: via i tablet e i telefonini, è l’ora di preparare la pagnuccata!

 

INGREDIENTI

3 uova medie
250 gr di farina di grano duro
300 gr di zucchero
3 cucchiai di miele
Un pizzico di sale

PROCEDIMENTO
Impastate la farina e le uova fino a ottenere un impasto morbido e omogeneo. Aggiungete un pizzico di sale.
Ricavate dall’impasto dei bastoncini larghi circa un centimetro e tagliarli a cubetti.
Mettete a friggere nell’olio (o nello strutto) i cubetti di pasta e, appena cotti, fateli asciugare nella carta assorbente e dunque raffreddare.
Preparate, in un’altra padella, il caramello amalgamando lo zucchero al miele e mescolando fino a ottenere un composto liquido.
Una volta pronto, aggiungete i cubetti fritti.
Separate, possibilmente su un piano di marmo, il risultato ottenuto in piccole porzioni e, servendovi di una bacinella d’acqua fredda (per bagnare le mani), stringete la pagnuccata così da darle forma.
Aggiungete, a piacimento, palline arcobaleno o altre decorazioni.

CURIOSITÁ
Anticamente, con il caramello che colava si ricavavano le caramelle per i bambini.
Era proprio una festa preparare e mangiare la pagnuccata!

I ‘Mpanatigghi, i misteriosi biscotti con la carne macinata

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Alessio Lupo

Ebbene sì, in Sicilia esistono dei biscotti specialissimi con un ingrediente d’eccezione: la carne di manzo tritata.
Non si può non contestualizzare l’origine di questo dolce, tipico nel territorio modicano, legandolo alle leggende che ne determinano la nascita e la diffusione, in particolare, nel periodo pasquale.
Pare, infatti, che questi biscotti siano nati all’interno di un convento di suore.
Durante la Quaresima – periodo di digiuno e astinenza dalle carni – le religiose pensarono di trovare un modo per nascondere la carne pur di cibarsene e fornirla ai preti che avevano bisogno di rinvigorirsi prima delle predicazioni pasquali. Come si suol dire “occhio non vede, cuore non duole”, e così nacquero i ’mpanatigghi, golosa trasgressione della regola quaresimale.
Il nome ’mpanatigghi pare derivi dallo spagnolo empanadas ossia focaccia ripiena.
Questi biscotti, in effetti, si presentano come panzerotti a forma di mezzaluna farciti con un impasto insolito ottenuto dal miscuglio di uova, mandorle, cioccolato fondente, cannella, chiodi di garofano, zucchero e l’immancabile carne di vitello tritata finemente.
Esiste, inoltre, un’altra versione della leggenda che lega questi biscotti a un atto caritatevole compiuto dalle monache spagnole, durante il XVI secolo, a seguito di un editto che vietava il consumo di carne ai poveri.
Le religiose, infatti, in questo modo nascondevano la carne per sfamare gli indigenti. Pare, addirittura, che lanciassero i ’mpanatigghi dalle finestre del convento. Insomma, per i poveri del tempo si trattava di una grazia “calata dall’alto”, in tutti i sensi. Questa ricetta fu, poi, portata in Sicilia durante la dominazione spagnola, e nello specifico fu diffusa all’interno della Contea di Modica.
Ancora oggi, nelle pasticcerie del ragusano e in particolare a Modica, per l’appunto, si possono trovare i ’mpanatigghi: biscotti misteriosi che racchiudono non solo un ingrediente inusuale per i dolci, ma soprattutto hanno il gusto di affascinanti storie legate al nostro passato.
Leonardo Sciascia li definì “biscotti da viaggio” in quanto sono facili da trasportare (hanno consistenza compatta) e si conservano in ottimo stato fino a venti giorni, senza necessità di accorgimenti speciali.
Chi non li conosce potrebbe stupirsi anche innanzi all’evidenza, infatti, né a vista, né dall’odore o tanto meno dal gusto si avverte la presenza della carne in questo biscotto che si può considerare simbolo di ribellione e carità allo stesso tempo, ventre che accoglie dolce e salato, bontà culinaria che sintetizza in sé storia e leggenda…
Se la Sicilia fosse un dolce, beh, forse sarebbe una ’mpanatigghia: un miscuglio di cose, a volte totalmente diverse, amalgamate in modo tale da non percepire la differenza tra un ingrediente e un altro bensì un unico sapore delizioso che solo i veri intenditori sanno apprezzare in pieno, senza pregiudizio alcuno.

 

Gli Archi di Pasqua di San Biagio Platani, maestose scenografie decorate con il pane e i frutti della terra

Articolo di Gaetano Belverde    Foto di Rosario Roccaforte

La Pasqua è sicuramente tra gli eventi più importanti dell’anno per ogni credente, questo è il periodo in cui si celebra il mistero della morte e della resurrezione di Gesù Cristo. In Sicilia i riti della Settimana Santa si mostrano in una complessità di contenuti e di simbologie senza pari. I momenti della passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo vengono messi in scena in ogni paese con forme espressive teatrali e drammatiche che si sviluppano in maniera articolata e complessa. A San Biagio Platani l’intero paese viene trasformato in uno scenografico teatro con pittoresche quinte guarnite dai prodotti della terra e di pane in molteplici forme. Stiamo parlando degli Archi di Pasqua o Archi di Pane, un’antica tradizione legata al mondo agricolo e contadino, nata intorno al 1700. In quel tempo il borgo di San Biagio Platani, situato nell’entroterra agrigentino, faceva parte di un feudo della famiglia Joppolo, i cui membri in occasione della Pasqua esigevano tasse e gabelle ai contadini. Gli Archi, grandi e possenti come quelli di una basilica, venivano allestiti per la Pasqua e rappresentavano un’offerta a Cristo ricca di frutti, di essenze e di odori, omaggio del popolo contadino che serviva anche ad accogliere in paese i signori del feudo.


Per la realizzazione dell’apparato scenico si utilizza una pesante impalcatura di legno rivestita di canne di bambù, verghe di salice e fibre di agave, intrecciate a formare mosaici e forme geometriche sempre nuove. A completare il tutto le fastose decorazioni con mille forme di pane, con legumi posti a formare disegni, cereali, datteri, palme, alloro, rosmarino e pasta.
A realizzare gli Archi sono i membri delle due confraternite: “Madunnara” e “Signurara” che allestiscono rispettivamente i due lati di Corso Umberto I, rivaleggiando per la migliore e più fastosa realizzazione dell’anno.
Il lavoro di preparazione è lungo e certosino, i diversi pezzi vengono lavorati al chiuso e in gran segreto, si spendono parecchi mesi per il completamento degli Archi ma l’allestimento finale si completa sempre la mattina di Pasqua, giusto in tempo per celebrare sotto l’ombra degli Archi di Pane l’incontro tra Gesù Risorto e la Madonna.


Il tempo dell’evento è quello della primavera, la stagione della metamorfosi, così come metamorfica è la natura stessa del rito nel quale si celebra la vittoria del Cristo sulla morte, del bene sul male, con il mistero della risurrezione.
Gli Archi di Pane, con l’esposizione dei frutti della terra, erano un chiaro auspicio di prosperità e buon augurio, la volontà da parte dei contadini di affrancarsi dalla miseria e povertà in cui vivevano.
Ovviamente oggi sono venute meno le motivazioni ma è rimasto vivo il sentimento religioso che spinge questa gente alla sapiente manipolazione di materiali naturali e dei frutti generosi della terra per arrivare alla realizzazione di veri e propri capolavori.
Gli Archi di Pane di San Biagio Platani sono annoverati dal 2015 nel Registro delle Eredità Immateriali della Regione Siciliana. L’allestimento degli Archi sarà pronto per la mattina di Pasqua del 21 aprile 2019 e sarà visitabile fino al prossimo 2 giugno 2019 inoltre vi suggeriamo di visitare anche il Museo degli Archi dove è possibile visionare i pezzi più significativi delle precedenti installazioni.

Info: 0922 910605. Associazione Archi di Pasqua:
APS, via Cesare Battisti 29, 92020 San Biagio Platani
Tel: +39 329 4427745.

 

 

C’era una volta l’aceddu cu l’ova…

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Alessio Micieli

Qualcuno ricorderà sicuramente quanta poesia c’era nel vedere le mani della nonna che impastava l’antenato dell’uovo di Pasqua, il cosiddetto aceddu cu l’ova.
Considerato Prodotto Agro-alimentare Tradizionale siciliano, si tratta di un dolce preparato durante la Settimana Santa per poi essere regalato alle persone care, ai nipotini – in genere – e anticamente alle fidanzate.
Questa tradizione attinge dalla simbologia pagana le immagini della fertilità (condizione tipica della stagione primaverile, in riferimento alla Terra) rispettivamente rappresentate dall’uccello, che allude alla sessualità maschile, e dall’uovo che richiama la sessualità femminile.
Indubbiamente, in chiave religiosa esse sono legate alla rinascita cristiana.
Aceddu (uccello) in realtà è la colomba, segno di riconciliazione dell’uomo con Dio. Si pensi, a questo proposito, alla narrazione biblica del diluvio universale: Noè, abbassatesi le acque e conclusa la tempesta, manda una colomba sulla terra. Quando questa torna, portando un ramoscello d’ulivo nel becco, Noè capisce che l’ira di Dio si è placata.
Simbolo di pace, dunque. Pace realizzata completamente con il sacrificio della morte di Gesù, vera colomba.
Non è la morte, però, che si festeggia a Pasqua ma la vita, la rinascita, la Resurrezione di Cristo.
Allo stesso modo del sepolcro che accolse Gesù fino al momento della sua salita al Cielo, l’uovo racchiude al suo interno una vita che emergerà solo quando questo si sarà schiuso.
L’arte culinaria contadina, di un tempo, non poteva non prestare attenzione a tali simboli, creando così aceddu cu l’ova.
È da sottolineare che, in alcune zone della Sicilia, questo dolce veniva regalato solo ai maschietti mentre alle femminucce lo si donava con una forma diversa: un cestino o una borsetta con all’interno l’uovo. È chiaro come riemerge la simbologia legata alla sessualità.
Belli da vedere, buoni da mangiare e carichi di significati. Realizzati con pasta di pane, o con pasta di biscotto – dalle famiglie più abbienti – e adornati con zuccherini, cioccolato o codette, aceddu cu l’ova non mancava mai a tavola il giorno di Pasqua.
Oggi sostituite dall’uovo di cioccolato, questo dolce tradizionale resta appannaggio delle poche donne anziane che ne conservano la ricetta, i metodi di preparazione e che cercano, con difficoltà, di tramandare alle nuove generazioni.
Chissà come sarebbe lo sguardo di un bambino, oggi, che al posto dell’uovo di Pasqua riceverebbe in dono aceddu cu l’ova. Forse deluso, forse stupito o magari incuriosito. Chissà!
Certo è, però, che se qualcuno gli dicesse di lavare le manine, impastare la pasta, bollire l’uovo e poi decorarlo, il risultato sarebbe garantito: si sarebbe divertito – molto più di giocare con dei videogiochi – e avrebbe conosciuto una tradizione che ci appartiene e, come tale, non può, non deve essere dimenticata! È una sfida. Chi l’accetta?

 

 

La Pasqua dei confrati di Enna, migliaia di devoti in preghiera

Articolo e Foto di Gaetano Belverde

Ad Enna, i riti della Settimana Santa sono senza dubbio un lascito della dominazione spagnola, nati però su un substrato religioso frutto di sedimentazioni di culture e riti ancora più antichi. Le confraternite che animano la Pasqua ennese furono fondate sulla base delle “confradias iberiche” e trassero origine dalle associazioni corporative delle arti e dei mestieri create in Sicilia da parte dei viceré spagnoli a partire dal XVI secolo, nate come un’ unione fraterna tra i devoti con l’obiettivo di assistenza reciproca.


Le confraternite erano anche degli organi di potere che partecipavano attivamente alla vita politica e sociale con compiti specifici e privilegi elargiti nei secoli da sovrani e papi.
Ogni confraternita era ed è guidata da un rettore, in genere il più anziano e saggio, e nel periodo risorgimentale molte di queste diventarono delle sette segrete che si schierarono politicamente.
Dopo l’Unità d’Italia alcune vennero soppresse, venne loro revocato ogni privilegio e solo successivamente, nel 1929, con la firma dei Patti Lateranensi gli venne riconosciuto uno stato giuridico, con l’ obbligo di munirsi di uno statuto sotto la stretta dipendenza della diocesi di appartenenza.


Esiste anche un Collegio dei Rettori nato ufficialmente nel 1714 con il compito di coordinare le varie confraternite nelle loro attività religiose e sociali. Il Collegio fu sciolto nel 1783 dal viceré Domenico Caracciolo per via del grande potere che aveva conquistato e venne ricostituito solo nel 1944.
La Pasqua ad Enna inizia con la Domenica delle Palme e prosegue senza sosta per l’intera settimana, ogni giorno si può assistere ai diversi riti delle congregazioni che si alternano in adorazione e processione.


Senza dubbio il Venerdì Santo è il giorno clou dei riti pasquali, quando la città mette in scena una fastosa processione con circa 2.500 confrati in costume.
Sedici confraternite sfilano per la città in ordine di anzianità con in testa quella del SS. Salvatore, nata nel 1261, e in coda la Confraternita di Sant’Anna, nata nel 2011.
Nel 1740 si contavano ben 34 tra confraternite, compagnie e collegi, ciascuna con le proprie peculiarità, alcune si occupavano del sostentamento dei poveri, altre dell’assistenza agli ammalati ed altre ancora dei condannati a morte e della loro sepoltura.
I confrati della Compagnia della Passione portano in processione 25 vassoi con i simboli del martirio di Cristo, detti anche “misteri”, come ad esempio la corona, gli arnesi utilizzati per la flagellazione, i chiodi, la croce, la borsa con i trenta denari, la lanterna, il gallo.


La domenica di Pasqua si concludono le celebrazioni della Settimana Santa in piazza Duomo ove avviene l’incontro di Gesù Risorto con la Madonna dopo la commovente processione della pace.
Veniva chiamata “da paci” perché rappresentava un momento di unità tra le varie anime della società e fino al XVI secolo era l’unica occasione in cui i contadini potevano entrare in città e avere contatto con i cittadini che per il resto dell’anno rimanevano protetti dietro un possente muro.
Nonostante la primavera sia alle porte, nelle sere delle processioni pasquali, il freddo è pungente e sovente la bruma incornicia la città. Nebbia e oscurità donano un’aura di misticismo e mistero alle processioni, per certi versi inquietanti, animate da figure incappucciate che sbucano all’improvviso dai vicoli e dalle traverse buie e ispirano in ciascuno di noi delle paure primordiali, si torna per certi versi bambini e ci si spaventa e stupisce di questi confrati ma allo stesso tempo non si può fare a meno di inseguirli con lo sguardo e un velo di curiosità.
La Settimana Santa di Enna è un evento imperdibile nel panorama regionale, ogni anno richiama più di 60.000 presenze, un terzo delle quali per la sola giornata del Venerdì Santo. Il calendario delle processioni e degli eventi è disponibile sul sito www.settimanasantaenna.it.

 

Editoriale N.16

di Emanuele Cocchiaro Ebbene cari lettori, eccoci giunti al 16° numero di Bianca Magazine. Come ben sapete fra pochi giorni sarà Pasqua e per questa ragione vorrei condividere con voi alcune riflessioni su di essa. Credo, infatti, che spesso, io in primis, dimentichiamo i valori che caratterizzano la Pasqua e pertanto non sempre ci si […]

Tra Carnevale e Pasqua, le specialità piemontesi

Articolo e Foto di Stefania Minati

Dopo il gelo di gennaio che attanaglia i nostri monti e le feste natalizie, arriva una nuova ondata di “gambe sotto la tavola” all’insegna di specialità tipiche della cucina piemontese. Per ritrovare i piatti della tradizione e rispolverare la memoria, ho chiesto aiuto a Clara Berta, titolare dell’omonimo ristorante e panetteria di Pertusio, cittadina in provincia di Torino. Figlia d’arte, ha saputo rivisitare con grande maestria la tradizione culinaria piemontese, imparata dai genitori. Mi racconta che tra la fine di gennaio e per tutto il mese di febbraio, periodo dedicato al Carnevale, troviamo per lo più dei dolci tipici, quali le bugie e i canestrelli. Le prime non sono frottole, bensì composte di uova, farina e lievito, fatte friggere e spolverate di zucchero a velo. Oggi si possono trovare anche nella variante ripiena di marmellata o cioccolata. I canestrelli sono invece dei biscotti a cialda, sottili e molto friabili, cotti su piastra a pinza arroventata e sul fuoco vivo. Un dolce questo che veniva e viene fatto per lo più in casa con piastre spesso personalizzate con gli stemmi delle famiglie più antiche o la classica forma a grata.

Per i pranzi pasquali invece, il menù tradizionale prevedeva storicamente un pranzo con uova ripiene come antipasti, l’agnolotto del Plin, ricetta che viene preparata anche a Natale, l’agnello con patate o carciofi e i dolci. Ci sono moltissime varianti oggi e tantissimi piatti vengono mantenuti sulle tavole ormai per tutto il periodo invernale.

I tipici peperoni in “bagna cauda”, il gran fritto misto dolce e salato, e molta, moltissima carne. Il bollito misto della zona di Carrù nel cuneese, il coniglio grigio di Carmagnola, il “tapulone” tipico del Verbano, le lumache di Cherasco e la gallina di Saluzzo, per citare solo alcuni esempi.

La tipica pecora piemontese è la Sambucana, comparsa nell’alta Val di Stura intorno al XVIII secolo, preziosa sia per la lana che per la carne. L’agnello viene utilizzato in un’età compresa tra il quarantacinquesimo e sessantesimo giorno, raggiunto un peso minimo di diciotto chilogrammi. Oggi anche l’agnello viene rivisitato in vari modi, come ad esempio cotto a tondino con ripieno di patè e verdurine di contorno, restando comunque immancabile sulle tavole pasquali in Piemonte come in tutto il resto d’Italia.