Articoli

of shadows

“Of shadows”, la bellezza della musica di Fabrizio Cammarrata

 

of shadows

A TUTTO VOLUME a cura di Paperboatsongs   Foto di Dodo Veneziano

Un siciliano in giro per il mondo, da Palermo in giro per quattro continenti, un ricercatore musicale di sentimenti a scavare per ricercare se stesso nella musica e nelle altre culture. Come è iniziato questo tuo lungo viaggio partendo dalle tue radici, dalla nostra terra?
«Il viaggio ha avuto inizio quando ero ragazzino, iniziai a suonare per emulare Johnny B. Goode in “Ritorno al futuro”, è molto poco poetico ma, in quel momento, ho deciso di essere quella persona lì. Nonostante la mia famiglia non è composta da musicisti chiesi la chitarra e per mesi cercai, vedendo innumerevoli volte il film in VHS, di imparare le posizioni delle dita sulla tastiera. Imparai Johnny B. Goode ancor prima del giro di Do. Crescendo iniziai ad ascoltare e scrivere musica che rifletteva la mia personalità».

Direi l’artista musicale contemporaneo più internazionale che abbiamo nella nostra Sicilia. Immaginiamo che il tuo feeling con la lingua inglese sia assolutamente naturale ma, cosa ti ha spinto a renderla la lingua dei tuoi sentimenti?
«Non ricordo cosa mi ha spinto a scrivere in inglese e l’ho sempre fatto da adolescente, è innata. Non riuscivo a fare il salto di astrazione in cui gli ascolti che incrociavo nel mio cammino si realizzavano poi in lingua italiana e l’inglese ha prevalso naturalmente e si è chiaramente perfezionato nel tempo, ho acquisito una familiarità sempre maggiore. È sempre strano rispondere a questa domanda in quanto è stato tutto davvero naturale».

Chi ha avuto modo, come me, di conoscere il libro ed il disco “Un mondo raro” che racconta la vita di Chavela Vargas scritto da te e Antonio Dimartino è rimasto affascinato da questa ricerca musicale e letteraria. Cosa c’era nella vita di Chavela Vargas che ti somiglia?
«È difficile dire che qualcosa possa rassomigliarmi a tale personaggio, a tale grandezza, è irrispettoso. Di certo la sua vocazione alla libertà assoluta, che poi ha pagato anche con la solitudine. La Costa Rica degli anni ’20 era intrisa di condizionamenti sociali che lei ha sfidato donandoci delle lezioni di vita, lezioni di libertà. Lei ha smontato un sistema di valori musicali improntati su un genere prevalentemente maschilista come quello della “ranchera messicana” con la propria interpretazione, lo ha reso esistenzialista al punto da poter paragonare le sue interpretazioni a quelle di Edith Piaf o Billie Holiday. Questo tipo di libertà nello smontare i generi musicali per trovare la bellezza mi affascina, una lezione che cerco di avere davanti ai miei occhi ogni giorno quando compio le mie scelte. Solo se sei libero scovi delle corrispondenze che ti sorprendono e creano nuove sinergie».

“Of Shadows” il tuo ultimo album, intenso e delicatissimo e tante date all’estero importantissime. Di quali “ombre” parli? Quali sono le ombre di Fabrizio Cammarata?
«Sono ombre dell’anima, di quando decidi di fare una ricerca nelle parti più buie e più scomode dell’interiorità. Proprio per questo nel titolo “delle ombre” ho voluto dare un carattere accademico tipico delle opere antiche, quasi latina se vogliamo. È un percorso, una ricerca e per quanto possa sembrare universale ciò che scrivo è molto personale, il mio viaggio, il mio racconto di una storia sentimentale. L’obiettivo era la ricerca interiore in sé e per me è stato un successo riuscire a compiere questa indagine, una sorta di auto-terapia efficace, spontanea e senza vergogna. Il disco quindi è un successo personale».

 

La voce del padrone – Fabio Cinti

A TUTTO VOLUME a cura di Paperboatsongs

Fabio Cinti reinterpreta un grande classico del maestro siciliano Franco Battiato.

Un adattamento gentile e una lettura personale dell’album di Frano Battiato che per primo nella storia della musica italiana vendette ben 1.000.000 di copie .

 

Ciao Fabio e benvenuto nella nostra rubrica che in qualche maniera, in questo numero, ti collega alla nostra Sicilia attraverso il tuo ultimo lavoro che sta riscontrando tante recensioni positive, ovvero “La voce del padrone – Un adattamento gentile”.

Già, bisogna muoversi con gentilezza ed avere molto coraggio per riprendere Battiato, maestro della nostra Sicilia e di tutta la musica italiana. Tu lo hai fatto magistralmente.
Qual è stato l’impulso che ti ha spinto ad intraprendere questa decisione a questo punto della tua carriera? Grazie, anzitutto a te, a voi, per l’accoglienza!
In un periodo della vita e del mio percorso musicale mi sono ritrovato a fare i conti con il mio passato. E ho sentito il profondo bisogno di allontanarmi dai meccanismi soliti che governano questo mondo, il mondo della produzione musicale intendo. Avevo bisogno di tornare a non avere più aspettative, a fare e essere il musicista che in fondo sono, senza competizioni o affanni. E il modo migliore mi è sembrato quello di tornare alle origini dei miei ascolti, quando ho imparato a mettere le mani sulla chitarra, ascoltando proprio La Voce del Padrone. Ho voluto ripercorrere quegli anni e allo stesso tempo fare un dono a Franco Battiato nel modo più gentile possibile, proprio com’è lui con me, con gli altri.

Hai rielaborato arrangiando nuovamente il famigerato disco del 1981 con una suite di archi, spiegheresti ai nostri lettori quali sono i vantaggi e le peculiarità dell’affrontare un arrangiamento in questa modalità?

La Voce del Padrone è un classico, ormai. E come tale va trattato. Fin da subito non ho avuto nessuna intenzione di rendere una versione o una cover dell’album, ma, appunto un adattamento: si tratta di una rilettura delle parti così come sono, senza aggiungere o modificare nulla. Il quartetto d’archi e il piano, la formazione da camera, classica per eccellenza, mi ha permesso di essere rigoroso, di avere dei paletti e di rendere tutto senza tempo. Gli archi poi sono “gentili” se usati in una certa maniera, e quindi rispecchiavano anche il sentimento che mi ha portato a realizzare l’album.

Come stai progettando il live che presenta questo album ed in quale contesto?

Nel live rifaremo tutto l’album, naturalmente! Ma ci arriveremo attraverso una piccola introduzione di qualche canzone che ripercorrerà gli esordi sperimentali di Battiato per poi, dopo La Voce del Padrone, andare a indagare quanto e come questo album ha influenzato la discografia successiva. Ci sarà poi spazio anche per qualcosa di mio, delle mie canzoni, e per arrivarci passeremo per Devo, il brano che proprio Battiato mi ha regalato nel 2013.

Hai avuto grandi maestri e amici come Morgan o Paolo Benevgnù. Sarebbe bello tu ci parlassi di come loro hanno influenzato o contribuito la tua carriera.

Lo hanno fatto in modo diametralmente opposto. Il primo, Morgan, è un istrione, mi ha insegnato a stare sul palco, per esempio, a vivere gli impulsi, a cogliere gli attimi. Abbiamo pateticamente gusti identici, per cui era tutto semplice, ci si capisce al volo! Paolo invece è più un maestro di vita, lunghe chiacchierate, passeggiate… è un uomo che si dà e che ti dà molto, si lascia assorbire. Entrambi hanno un gran cuore e lo esprimono in maniere diverse.

“Rileggere” i dischi più importanti del passato potrebbe essere la buona occasione per disimparare la musica e la scrittura di canzoni e migliorare quella contemporanea?

Non credo sia obbligatoria la mia operazione, ma senza dubbio credo che ogni musicista debba confrontarsi con il passato, quello più lontano e quello più recente. Avere la presunzione di sapere, di sentirsi una personalità addosso senza averla formata, non fa mai bene. Bisogna avere una percezione del mondo per riconoscere la bellezza, gli istinti non bastano. Tutti i grandi, all’inizio, hanno fatto cose di altri. Questo non vuol dire fare cover, ma un bravo pianista che viene dal conservatorio conosce bene i classici, li ha studiati per almeno dieci anni… Perché non dovrebbe essere così nel pop?

Un consiglio per i nostri giovani lettori musicisti siciliani…

Studiate, siate curiosi, viaggiate, collaborate con gli altri, siate coraggiosi.

 

Grazie infinite speriamo di sentirti presto nella nostra splendida isola.

 

Lo spero anch’io!

 

Musiche in miniatura, il tour musicale nei teatri più piccoli e belli d’Italia

A TUTTO VOLUME a cura di Paperboatsongs

Al teatro Donna Fugata di Ragusa Ibla il 26 aprile arriva “Musiche in Miniatura”. La manifestazione che ha preso il via sabato 24 marzo in Lombardia percorrendo tutta la nostra penisola, terminerà giovedì 26 aprile alle ore 21:00 al teatro Donna Fugata di Ragusa Ibla.
“Musiche in Miniatura” è un tour di concerti che ha lo scopo di promuovere e riportare la musica pop, jazz e bossa nova nei teatri. Sul palco il cantautore Maurizio Chi, la musica italo-portoghese di Celeste e la voce jazz dell’interprete Viviana Zarbo.


Obiettivo dell’iniziativa, fortemente voluta da Maurizio Chi, ideatore del progetto, è quello di ridare alla musica il valore e la qualità dell’ascolto che solo il teatro può regalare e dare risonanza e visibilità a bellezze architettoniche di cui molti non conoscono l’esistenza e che invece meritano di essere visitate e vissute.
Abbiamo voluto porre alcune domande agli artisti sulla loro esperienza in queste meravigliose “miniature”, patrimonio architettonico e culturale del nostro Paese.

Partiamo da Viviana Zarbo, artista jazz e performer.
Da Agrigento a Londra dove vivi adesso, per te questo tour è un’occasione per legarti nuovamente al tuo paese d’origine. Che emozione stai provando, pensi che in Italia ci sia ancora interesse per la musica jazz?
«Condividere con il mio paese d’origine l’amore per il jazz credo sia semplicemente un sogno! Il mio incontro con questo genere inizia e si sviluppa a Londra. Quando vivevo in Italia, forse perché ancora un po’ immatura, pensavo che il jazz fosse una musica snob poi invece è diventato una droga quotidiana. L’interesse per il jazz in Italia credo ci sia ancora se pure come musica di nicchia, ma sarebbe bello contagiare con le sue sonorità anche più persone… Inoltre, credo che i teatri in miniatura siano ideali per apprezzare le mille sfumature che il jazz regala, perché sostituiscono i club in modo elegante e attraverso una bellezza dal tocco made in Italy».

E poi, Celeste, giovane interprete dalla voce grandiosa.
In tour avete una band internazionale che vi accompagna e che ha già suonato con te in diverse esperienze all’estero. Ti chiediamo di raccontarci di questa sinergia.
«La sinergia con i propri musicisti è fondamentale. All’interno di questa band ci sono musicisti del calibro di Ricardo, contrabbassista brasiliano di settant’ anni, che ha suonato con tutti i grandi della musica brasiliana, persona molto presente e molto decisiva per questa sinergia. Anselmo Netto è un percussionista bravissimo, pieno di esperienza e sanguigno. Caco Barros, il chitarrista, è molto più sereno e delicato, mentre al pianoforte c’è John Crawford, un inglese con il 50 per cento di sangue spagnolo, molto preciso e appassionato del ritmo. Credimi, tutto questo insieme crea un mondo musicale meraviglioso, che mi piace raffigurare con l’idea del mare e quindi citando una musica di Paulinho da Viola chiamata “Timoneiro” che dice: “Não sou eu quem me navega, quem me navega é o mar”, ovvero “non sono io a navigare il mare ma è il mare a navigare la mia vita” e noi ci siamo lasciati navigare dalla bellezza del suonare insieme».

Infine, Maurizio Chi, cantautore e ideatore del progetto.
Da quale esigenza è nata l’idea di Musiche in Miniatura?
«Ho avuto questa idea qualche mese fa, insieme al mio team volevamo creare un’esperienza unica che potesse dare valore alla musica, un ritorno all’ascolto vero delle emozioni e delle sensazioni che solo in un’architettura come il teatro si possono percepire. Io sono cresciuto con l’idea della “bellezza” e mi è sembrato che potesse in qualche maniera partire dal “piccolo”, inteso sia architettonicamente sia come obiettivo che potesse far rinascere un grande interesse. Una formula vincente».

Davide di Rosolini

Davide di Rosolini: “Che fine ha fatto la poesia?”

Davide di Rosolini

Articolo a cura di Paperboatsongs

Ciao Davide e grazie per aver accettato la nostra intervista. Dal 2011, anno del primo album al 2017 un percorso costruito un tassello alla volta con eleganza ed ironia, lo hai fatto rimanendo nella nostra amata terra. Ci racconti quali sono gli aspetti positivi di questa esperienza che ha radici proprio in casa nostra?

«In una terra come la nostra dove l’estate brucia la strada e in giro non c’è nessuno, dove tutto sembra un paesaggio post apocalittico zombie e dove in inverno esci per andare alla ricerca disperata dell’altro… è proprio difficile incontrarsi. Quindi la cosa più bella di questo percorso è stato coinvolgere gli altri. Quando giravamo i video, ritrovarci tutti insieme e coinvolti in quei giorni che solitamente venivano buttati davanti a una chat o a una Playstation è stata l’opera più grande di questo percorso. Ci ha salvato le serate e i weekend che altrimenti avremmo speso tutti al bar. Rivendicare una terra massacrata dalle ingiustizie attraverso l’arte. Fare vedere il bello e lo scemo che c’è in noi. Allontanarci dal concetto di Sicilia-mafia-sfruttamento-sporcizia e far partorire cose belle che appartengono un po’ a tutti… riempie il cuore di gioia. Io se dovessi scegliere come passare l’ultimo giorno della mia vita… lo passerei con gli amici a girare un video scemo!».

“T.R.I.S.”, “Disordine sotto il soppalco” “Disordine sopra il soppalco”, “Combattere l’ansia”, “Il male” sono i titoli di quattro dei tuoi album dove dimostri innanzitutto di avere molte cose da dire e che la musica è la dimensione che più ti si addice. Ci racconti cosa succede in te emotivamente quando scrivi una canzone visto che per ognuno dei tuoi colleghi è differente?

«Il tutto avviene con estrema naturalezza. A un certo punto sono troppo felice e devo condividerlo con gli altri altrimenti esplodo e mi esce una canzone. A volte sono troppo triste che devo condividerlo con gli altri altrimenti muoio e nasce una canzone. Emotivamente è sempre una liberazione e una terapia. A volte però è semplicemente la voglia di dire qualcosa… ma senza scriverlo sulla bacheca Facebook… utilizzando un linguaggio più elegante».

“Che fine ha fatto la poesia?” ha partecipato a Musicultura 2015 tra i premi prestigiosi per cantautori. Cosa hai raccolto da quella semina?

«Guarda sto proprio per partire per Macerata, li dove all’epoca portai la canzone… solo che suonerò in strada per un buskers festival, quindi diciamo che l’unica cosa che ha portato il concorso sono stati cinquemila euro di prodotti a base di pesce come premio dello sponsor per la canzone più votata sui social e poi devo dire che mi ha fatto stringere amicizia con alcuni ottimi artisti… ma di certo non sono volato via verso circuiti più grossi».

Ci è sembrato di capire che farai un giro per l’Europa, come immagini l’interesse verso la nostra musica italiana in altri paesi?

«In realtà ho fatto delle esperienze fuori dall’Italia. Ho un’etichetta francese che mi ha distribuito. Cosa che in Italia non è mai successa. Il fatto è che gli stranieri, nonostante non capiscano la lingua… ascoltano! In Italia devo litigare con la gente per farmi ascoltare».

Per concludere ti ringraziamo ma vorremmo che tu dessi un consiglio a tutti i ragazzi giovani che pensano di intraprendere questo percorso difficile ma bellissimo che è la musica.

«Siate innocenti come piccioni e astuti come serpenti».

La S’ignora bellezza di Giovanni Caccamo

a cura di Paperboatsongs

Questa rubrica, per noi e per i lettori di Bianca Magazine, sta diventando sempre più importante perché a prenderne parte sono artisti sempre più completi e strutturati che non hanno il solo obiettivo di proporre la propria musica, bensì di affiancarla a progetti ben più ambiziosi che rendono orgogliosi noi siciliani.

Tu sei una nuova perla della musica italiana, sinonimo di delicatezza, raffinatezza e ricerca, quanto è aumentata o cambiata dai tuoi esordi questa tua attitudine a interagire con tutte le forme d’arte e artisti possibili al fine unico della “bellezza”? 

«Prima ancora del mio esordio nel panorama musicale, ho sempre coltivato la passione per la bellezza. Sono nato, d’altronde, in una terra che è palesemente bella, in ogni suo scorcio, in ogni suo canto, in ogni suo profumo. Ho cercato sempre di prendermi cura di questa passione perché più che un piacere ho capito, col tempo, essere un’esigenza. Il mio è sicuramente un approccio curioso e estremamente discreto volto ad accrescere quel senso di bellezza che vive già dentro ognuno di noi e non aspetta altro che nuovi stimoli. Siamo eredi della vita, che di per sé è il dono più bello, circondati, poi, da una bellezza sconfinata che ci rende immortali nel tempo. Come diceva Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”, e siamo noi dunque a doverne avere cura».

“S’ignora” il tuo ultimo spettacolo, una performance fianco a fianco con il pittore siciliano Giovanni Robustelli, è progetto ambizioso e importante ed ha svariati significati, vorrei tu potessi riassumerci questo nuovo viaggio…

«Il titolo, poi, ha preso il nome di S’ignora perché ci siamo resi conto che nonostante la bellezza riesca ad ammaliare a primo colpo, alcuni dei suoi aspetti, compresi la storia, gli artefici e i suoi aneddoti, sono a volte ignorati. Il valore del progetto quindi è porre un faro di luce sulla bellezza nascosta in maniera sintetica, in un dialogo sincero tra musica pittura e architettura. S’ignora anche come donna, voce femminile che nel tempo ha custodito e cantato la bellezza. Nel tour infatti propongo canzoni di grandi artiste, che nel loro repertorio musicale hanno cantato brani che custodiscono storie o aneddoti o a volte non hanno avuto il dovuto successo».  

Un gioco di parole “Signora / S’ignora” che diventa un messaggio per la valorizzazione dell’arte ma anche per la femminilità madre di tutte le bellezze. Com’è nata l’idea di affiancare questi due concetti e come nel vostro spettacolo avviene questo intreccio che solleva due questioni delicate e contemporanee?

«L’idea di affiancare questi due concetti, apparentemente lontani ma in sostanza cosi vicini, prende forma perché oggi più che mai abbiamo il dovere e la necessità di gridare bellezza ad un mondo che ci risponde con la voce della guerra e prepotentemente ci mostra immagini prive di umanità. Ignorare e tacere sono azioni che ci impoveriscono e ci fanno dimenticare che siamo artefici del nostro destino e di quello collettivo. Il progetto vuole mostrare in chiave leggera e autentica ciò che nel tempo abbiamo saputo fare e che senza dubbio, riappropriandoci del vero significato della bellezza, possiamo ancora fare». 

Abbiamo voluto incentrare l’intervista su quello che stai facendo e non sul tuo passato musicale che ti ha visto vincitore e protagonista indiscusso al Festival di Sanremo ma ci è sembrato prioritario dare spazio al tuo presente artistico che mi sembra ricco di buoni propositi ed idee uniche come poche oggi, credi che altri artisti dovrebbero seguire il tuo esempio oggi per dare una svolta importante e di contenuto nei propri progetti? Credi possa mancare questo alla musica italiana, interazione con altre forme artistiche, idee e ricerca?

«Proprio in virtù del progetto penso che ogni artista porti al pubblico qualcosa da raccontare, anche se all’apparenza un progetto può sembrare più leggero rispetto ad altri. La cosa che ho imparato e cerco di trasmettere in questo tour è trovare il tempo per fermarsi, osservare ed interrogarsi. La musica può avere anche il più semplice dei progetti, affinché abbia qualcosa da comunicare. La musica è il dialogo tra anime».

Grazie Giovanni sono sicuro che i lettori di Bianca Magazine seguiranno il percorso tuo e di Giovanni Robustelli nelle date siciliane e non solo e grazie per tutto quello che state portando avanti.

 

Quattro chiacchere con Miele

Articolo di Paperboatsongs,  Foto di Alessandro Castagna

Ciao Miele, ti confesso che questa intervista noi di PaperBoatSongs con te l’aspettavamo da tempo. Siamo estimatori della tua musica ed è motivo di orgoglio sapere che la Sicilia ha dato alla luce ancora un talento con un timbro inconfondibile.

La prima curiosità, forse ovvia, è perché “Miele”?

«Ciao a voi di PaperBoatSong. È un piacere rispondere alle vostre domande. Dunque per iniziare … Ho scelto Miele, quasi per istinto. Mi riconosco molto in questo elemento, apparentemente dolce ma dal sapore molto intenso, forte. Rappresenta il mio carattere “contraddittorio”».

Sanremo è un passaggio obbligato anche perché ti ha aperto una strada importante con il brano “Mentre ti parlo”. Tutto si è sviluppato in maniera strana al momento dell’eliminazione ma immagino ti abbia insegnato delle cose importanti, ti andrebbe di raccontarci il tuo punto di vista ad un anno dal tuo debutto?

«Sanremo ad un anno di distanza rappresenta per me un trampolino di lancio e vi assicuro che è stato in tutto e per tutto un “tuffo di pancia”. Però per non creare equivoci, io penso che i tuffi di pancia siano tuffi coraggiosi. È stata un’esperienza decisamente importante e positiva (al di là della polemica) perché dopo quel giorno penso di aver vissuto dieci anni in uno. È stato un anno frenetico, pieno di scelte istintive e di tante opportunità ed esperienze che forse non sarebbero accadute senza quel presupposto».

Hai dichiarato che “Mentre ti parlo” l’hai scritta dopo una telefonata con tuo padre, una riflessione sull’emancipazione della persona, a noi farebbe piacere che tu raccontassi a noi questo concetto ed il rapporto con la tua famiglia che per noi siciliani rimane ancora il centro di tutto.

«Mentre ti parlo è la mia prima canzone in assoluto. È sostanzialmente un vero e proprio sfogo, nello specifico causato da una lite con mio padre e la paura dell’impossibilità di riuscire a comunicare certe cose. Guardata con maggior distacco (anche temporale) rappresenta la voglia ad un certo punto di emanciparsi dalla famiglia d’origine (tagliare i fili), che non significa scappare lontano o troncare i rapporti, significa iniziare a camminare con le proprie gambe, iniziare a combattere per la propria rivoluzione personale o lavorativa che sia (spesso coincidono)».

“Questa strada” che è una canzone del tuo disco a nostro parere meriterebbe di essere più conosciuta , a noi piace molto ed anche il resto del tuo album “Occhi” a tal proposito volevamo che tu ci raccontassi come è stato lavorare al tuo primo album e quali professionisti hai avuto al tuo fianco tra autori e arrangiatori, a noi piace sempre dare spazio a chi sta dietro le quinte facendone i nomi.

«Dunque, in questo disco sono contenuti brani scritti da me e brani scritti da altri autori.”Questa strada” è uno di quei brani che avrei voluto scrivere io, ma che in realtà è stato scritto da una bravissima cantautrice, Gina Fabiani (vi consiglio “d’in-seguirla”). È una “perla” … Parla  proprio del viaggio e della fatica, del sudore che occorrono delle volte per andare alla ricerca del proprio percorso, della propria strada (spesso contro tutto e tutti, anche contro noi stessi …). Ringrazio Eugenio Sournia (Gli occhi per vedere ) e Gina Fabiani (Questa strada) due autori che hanno reso sicuramente più speciale e più completo questo album. Ringrazio Andrea Rodini coautore assieme a me di Mentre Ti parlo, Parole al vento, M’ama non m’ama e Mastica per essere stato la “miccia” di questo magnifico percorso. E poi si passa dalle canzoni nude alle canzoni vestite e questa fase non è roba da niente … Ringrazio i miei amici musicisti: Antonio Moscato (basso), Donato Emma (batteria), Maximilian Agostini (tastiere e piano), Peppe Milia (chitarra), Giuliano Lecis (piano) per aver trattato questo progetto con la cura e il sacrificio che si investono per una cosa propria. Non posso che citare e ringraziare Placido Salamone, produttore artistico dell’album “Occhi”. Con Placido non ci conoscevamo ma è riuscito a captare la mia natura (selvaggia) e a far in modo che si traducesse in quello che poi è stato il risultato, in cui mi riconosco veramente tanto. Ringrazio Massimo Zanotti per aver scritto l’arrangiamento degli archi di Mentre ti parlo e Claudio Fabro per essersi preso cura della mia voce . “Occhi” non è un insieme di canzoni messe a caso: parla del viaggio di ognuno di noi, della paura di perdere quello che si lascia indietro e della forza magnetica di portare i piedi avanti, della nostalgia dei ricordi e perché no, anche del ritorno a casa».

Quali sono i tuoi progetti futuri? Ci sarà un altro tour?

«Sono immersa nella fase creativa, sto scrivendo tanto e sto prendendo il giusto tempo e la giusta cura. Ma lo ammetto, mi manca salire sul “ring” … spero di farlo al più presto!».

Un consiglio per i musicisti siciliani che sognano di portare la loro musica nel resto della penisola?

«Sacrificio, sudore, sostanza. Le tre S bisogna poi portarle in giro».

Deborah Iurato

a cura di Paperboatsongs

Ha vinto la tredicesima edizione di Amici al suo esordio nel 2014, da lì un susseguirsi di dischi di platino e d’oro, diverse collaborazioni con i più affermati cantanti italiani, l’album di debutto Libere. Parliamo di Deborah Iurato, orgoglio ragusano e siciliano, che nello scorso Sanremo ha duettato con Giovanni Caccamo nel brano Via da qui, dell’uscita del nuovo album Sono ancora io e della vittoria nel talent Tale e Quale Show.

Contenti di averla ospite nella nostra rubrica ripercorriamo insieme a lei un cammino fatto di traguardi bellissimi.

Sappiamo tutti che hai vinto la tredicesima edizione di Amici “il talent” per eccellenza. Una scuola così importante come ha arricchito il tuo bagaglio personale?
«Amici è stata una delle esperienze più importanti ma sopratutto quella che ha fatto diventare il mio sogno realtà. Devo molto al programma perché mi ha fatto crescere e ha fatto sì che la mia passione diventasse il mio lavoro. Lo rifarei nello stesso identico modo altre mille volte».

Hai avuto modo di collaborare con diversi grandi artisti della musica italiana, muse ispiratrici come Loredana Bertè e Fiorella Mannoia, cosa ti hanno insegnato e cosa di queste “signore della musica”  ha lasciato il segno dentro di te?
«Fiorella Mannoia ha scritto per me due pezzi “Anche se fuori è inverno” e “Dimmi dove è il cielo”. Lei è un’artista straordinaria oltre ad essere una persona umanamente meravigliosa con un cuore grande.
Duettare con lei è stata una grandissima emozione, come lo è stato per la Bertè quando l’ho avuta ospite al concerto del mio Libere Tour a Milano… Che dire… Due artiste immense!!!».

Hai partecipato e vinto il terzo posto al Festival di Sanremo con Giovanni Caccamo, ci racconti come è nata questa esperienza insieme che ha il sapore della nostra bella Sicilia e dei suoi innumerevoli talenti?
«Giovanni Caccamo è uno dei miei migliori amici e lo era già prima di Sanremo. Il duetto nasce un po’ per caso, Giovanni mi aveva fatto ascoltare Via Da Qui e mi piacque subito così una sera lui si mise al piano e iniziò a suonarla ed io iniziai a cantarla… Si è creata una particolare magia e decidemmo di presentarci insieme. Un grazie speciale va all’autore Giuliano Sangiorgi che ci ha scritto questa meravigliosa poesia e al nostro produttore Placido Salamone».

Tre album all’attivo ed uno staff cresciuto nel tempo insieme a te. Ci parli del tuo entourage? Di solito non chiediamo mai del rapporto con l’artista e sapendo che tu sei molto simpatica immagino loro ti adorino.
«Diciamo che ho una squadra fortissima fatta di gente fantastica!!! Mi sento di dire grazie a tutti per il lavoro svolto fino ad oggi. Ogni persona rappresenta un tassello importante del mio percorso musicale, un grazie speciale lo devo a Placido perché in questi 3 anni non mi ha mai lasciato da sola e ha sempre creduto in me e nel mio lavoro».

“Sono ancora io” e “Libere” sono i titoli dei tuoi ultimi due album entrambi esprimono un forte desiderio di affermare la tua personalità, non credo sia un caso…
«Assolutamente no! Credo tanto in quello che faccio. Ho messo l’anima e la grinta per fare della mia passione più grande il mio lavoro. Credere nei sogni non è sbagliato… se vuoi qualcosa e hai un obbiettivo devi lottare ma soprattutto crederci… Io ci ho sempre creduto e continuo a crederci!!!!».

Uno dei brani di “Libere” si chiama “Sono troppo buona” in duetto con Rocco Hunt, siamo curiosi di sapere se pensi di essere veramente troppo buona e se Rocco Hunt lo è stato con te…
«(Ride)… Beh, forse non spetta a me dire se sono troppo buona, sicuramente sono una persona super positiva e solare. Rocco Hunt sicuramente “Troppo Buono”… è stato bello lavorare con lui».

Pochi possono vantare di Vincere due talent ed il tuo ultimo traguardo si chiama “Tale e Quale show” . Per quanto ci riguarda sei stata formidabile, ci parli delle tue emozioni in merito?
«Tale e Quale è stata un’esperienza straordinaria. Si lavora tanto ma ci si diverte tantissimo! Carlo Conti insieme a tutta la produzione riuscivano a metterci a proprio agio e mi sono divertita veramente tanto.Ho fatto nuove amicizie con colleghi fantastici e questo mi ha resa felice».

Ora tocca al futuro, a quale “Deborah” state lavorando, qualche anticipazione?
«La “Deborah” del futuro sarà frutto di una ricerca che proprio in questi mesi stiamo mettendo in atto, è momento di esplorazione musicale che presto darà nuovi frutti e linfa vitale al mio progetto ed al mio sound».