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Salvatore Agati. Il dottore del cuore.

di Samuel Tasca, foto di Matteo Arrigo

«Da piccolo pensavo già che da grande avrei voluto fare il cardiochirurgo», inizia così la mia chiacchierata con il dott. Salvatore Agati, direttore del Centro Cardiologico Pediatrico del Mediterraneo “Bambin Gesù” di Taormina, struttura d’eccellenza del Sud Italia (unica da Napoli in giù) specializzata nella cardiochirurgia pediatrica, cardiologia pediatrica, anestesia e rianimazione pediatrica, neonatologia e pediatria. Il centro, da ormai dodici anni, è inoltre convenzionato con l’Ospedale Bambin Gesù di Roma.

A guidare l’equipe di medici è proprio il prof. Agati, che di quel sogno infantile ne ha fatta oggi una professione e anche una missione di vita. «Da ragazzino vidi in televisione il prof. Marcelletti che nel 1986 fece il primo trapianto di cuore pediatrico in Italia. Ricordo di aver detto a mia madre:“Da grande voglio fare questo”».

Una scelta sicuramente impegnativa, sia per la complessità della materia che per il senso di responsabilità che da essa ne diviene. «La cosa più affascinante dell’effettuare queste procedure chirurgiche sui bambini è avere la consapevolezza che poi questi saranno destinati a crescere. È un mestiere nel quale puoi osservare i frutti non solo a livello tecnico, nell’organo del bambino che si svilupperà, ma soprattutto nella vita di questi piccoli che continua».

Una disciplina, questa, nella quale è necessaria formazione continua, ma soprattutto il confronto. «È come un artigiano che va di bottega in bottega e, vedendo lavorare gli altri, apprende e si contamina. – dice Agati -. Oltre a questo, ovviamente, bisogna possedere il “dono” che non è solamente tecnico, ma soprattutto caratteriale. Bisogna saper gestire le emozioni, le ansie, le cose belle, ma anche le cose brutte».

Ed è proprio questo “dono”, così come lo definisce il dottor Agati, che mi ha spinto a intervistarlo. Sono state le parole dei genitori di Giulia, una bambina operata al cuore presso il Centro Mediterraneo, a mostrarmi quanto il ruolo del Professore e degli altri medici che lavorano nel suo staff sia di grande aiuto e conforto a tutti coloro i quali scoprono che il figlio o la figlia che porti in grembo sta sviluppando una malattia congenita. «Quando si opera un bambino non intervieni solo su una singola persona: un bambino coinvolge una famiglia intera – spiega il dottor Agati –. Vuol dire impattare su un grande numero di persone in un momento solo. Per cui bisogna avere la capacità di comunicare con i genitori in maniera chiara ed efficiente, stando molto attenti a mantenere una strategia comune, come un’unica squadra. Siamo legatissimi a Papa Francesco e lui ci ha insegnato come la “medicina delle carezze” fa parte delle specialità mediche che vanno messe in atto non solo con i bambini, ma anche con i genitori e le altre persone coinvolte. Bisogna avere la capacità di alleviare il dolore e di creare un ambiente empatico in cui si riesce a star vicini ai pazienti e alle loro famiglie in ogni momento, da quelli facili a quelli difficili. Avere a che fare con i ragazzini significa prendersi cura del futuro del mondo».

Una vera e propria missione di vita che nel tempo ha visto Salvatore Agati spendersi in prima linea anche nel mondo delle missioni umanitarie internazionali. Un’ esperienza iniziata quasi per curiosità, ma della quale non è più riuscito a fare a meno. «Non è solo una questione tecnica o di strumenti, è come avviare un programma culturale, legato all’essere umano in sé e non tanto al professionista. Noi abbiamo sempre selezionato posti dove era già presente un team di base che poteva fornire assistenza, ma che al tempo stesso potesse apprendere e progredire nella formazione medica da investire sul proprio territorio».

Nonostante sia un commento che riceve molto spesso, a Salvatore Agati non piace essere definito “un angelo”; dopo averlo conosciuto però, posso sicuramente affermare di aver incontrato un uomo, oltre che un illustre professionista, che proprio per la sua umanità continua a far battere i cuori e ad alimentare la speranza.

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È obbligatorio tutelare anche i dati dei pazienti

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Un approfondimento giuridico a portata di tutti.
A cura di Dott.ssa Sofia Cocchiaro e Dott.ssa Rossana Anfuso

Nello scorso numero, nell’ottica di approfondire e avvicinare il lettore al GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, ndr), vi abbiamo proposto una check-list, semplice e intuitiva, attraverso la quale comprendere i principali adempimenti che ogni impresa è tenuta ad effettuare per regolarizzare la propria posizione dal punto di vista della tutela dei dati personali, che inevitabilmente si trova a dover gestire. In questo numero approfondiremo quelli che sono gli adempimenti richiesti ad uno studio medico o odontoiatrico. È, infatti, praticamente impossibile che il medico non esegua nessun trattamento dei dati dei propri pazienti. Ad esempio, anche semplici osservanze quali tenere un’agenda degli appuntamenti con annotati i nominativi dei pazienti, emettere una fattura con i dati del paziente o fornire le fatture al commercialista per gli assolvimenti fiscali sono attività che rientrano nella materia del trattamento di dati.

Dunque, è innanzitutto fondamentale identificare i soggetti interessati al trattamento che, attenzione, non sono solo i pazienti; infatti, se il medico ha dei collaboratori – segretaria e dipendenti – e dei fornitori, la valutazione deve tenerne conto. Una volta identificati i soggetti del trattamento bisognerà redigere un’informativa sul trattamento dei dati personali, ovvero una dichiarazione obbligatoria – scritta con un linguaggio semplice e chiaro – che spieghi al paziente come verranno usati i suoi dati e per quali scopi. L’informativa può essere consegnata ad ogni paziente o esposta in sala d’aspetto. Una volta informato il paziente, il medico deve raccogliere il suo consenso, salvo che tratti i suoi dati per finalità di cura; dunque, se il trattamento non ha come fine la cura ne deve chiedere il consenso “ad hoc” per i vari scopi. Infine, per quanto riguarda gli aspetti strutturali di uno studio medico, è opportuno fare qualche precisazione: dato che normalmente nello stesso lavorano o collaborano col professionista anche altre figure professionali – segretaria, infermieri, terapisti, altri medici – occorre specificare che ognuna di loro è responsabile del trattamento dati; responsabilità che vanno formalizzate. Se poi lo studio è composto da più medici in forma associativa, ciascun medico è titolare dei dati dei suoi pazienti e contitolare insieme agli altri professionisti. Infine, vi segnaliamo la necessaria creazione del Registro dei trattamenti, ovvero un registro che elenca i tipi di trattamenti sui dati personali fatti dallo studio medico, da chi e come vengono trattati gli stessi. È proprio questo che, in caso di controlli, deve essere mostrato alle autorità competenti. Si tratta, è bene ricordarlo, di una descrizione sommaria degli adempimenti richiesti che vanno approfonditi per non incorrere in multe e sanzioni. L’analisi sulla gestione della privacy, come già detto, va sempre personalizzata ed è preferibile farsi assistere da un esperto in materia.

 

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Covid-19, le lezioni da imparare e gli sbagli da non fare

SalutiAmo a cura di Angelo Barone

La pandemia da Covid-19 è figlia del rapporto tra l’uomo e l’ambiente, lo spillover: la trasmissione del virus dal pipistrello all’uomo, è avvenuta a Wuhan, un luogo dove le foreste sono state sostituite da grattacieli con milioni di persone. La questione è sempre il rapporto dell’uomo con l’ecosistema, dove vive e come si adatta ai cambiamenti. Questa pandemia ha dimostrato che la potenza economica e tecnologica non è in grado di evitare enormi danni sanitari sociali e che dovremmo guardare oltre la mera diffusione del virus e impararne la lezione.
Lo facciamo con il documento promosso da ISDE Italia – Associazione Italiana Medici per l’Ambiente – e FNOMCeO – Federazione Nazionale degli Ordini Professionali dei Medici Chirurgici e Odontoiatri e sottoscritto da diversi organismi nazionali e internazionali, che indica cosa ci insegna la pandemia e cosa fare per ripartire.
Il rispetto degli habitat naturali e dell’ecosistema è fondamentale per ridurre il rischio di questa e di future pandemie. La prevenzione primaria è l’arma per evitare danni sanitari e sociali di ampia portata. Il progressivo depotenziamento dell’assistenza sanitaria, l’introduzione di logiche privatistiche e prestazioni a pagamento hanno amplificato i danni, mettendo a nudo le carenze di un sistema inadeguato a soddisfare i reali bisogni della popolazione. Il più alto numero di vittime da Covid-19 si conta tra chi è più fragile. Il perseguimento della salute è prioritario rispetto agli interessi economici, sia si tratti di patologie infettive che di malattie cronico-degenerative, entrambe espressione di un alterato rapporto con l’ambiente.
Per ripartire occorre ripensare il sistema economico e produttivo. La scelta dello sviluppo sostenibile è resa necessaria e urgente dalla pressante crisi climatica e dall’inquinamento ambientale. Ripensare un modello di assistenza basato sui servizi territoriali e distrettuali incentrati sulle persone, sulla prevenzione e sui problemi prioritari della salute. Occorre rimettere al centro dell’attenzione la durata della vita in buona salute attraverso azioni di provata efficacia finalizzate al miglioramento delle condizioni ambientali, sociali, culturali ed economiche.
Non si può pensare di uscire dalla crisi sanitaria, economica e sociale indotta dalla pandemia rimanendo ancorati allo stesso modello di sviluppo e di consumo che ha contribuito a crearlo. Occorrono i valori della solidarietà e del sacrificio per contrastare la pandemia, valorizzare un migliore rapporto con la natura, difendere la democrazia nel rispetto dei principi costituzionali, sapendo che è in gioco la vita nostra e delle future generazioni.

salutiamo

Vivere (sos)pesi nel tempo del Covid-19, resilienza e adattamento alla nuova realtà umana

SalutiAmo a cura di Angelo Barone

Con la fine del lockdown, sino a quando non sarà creato un vaccino o una terapia efficace, dobbiamo convivere con questa realtà invisibile che è il Covid-19. Considerato che uno studio dell’Istituto Piepoli ha rilevato che il 63 per cento degli italiani soffre di stress da pandemia: insonnia, ansia e depressione chiediamo al Dott. Raffaele Barone, Primario di Psichiatria presso l’Ospedale Gravina e DSM di Caltagirone, come si deve affrontare e vivere questa fase?
«L’ansia e la depressione sono modalità di espressione della sofferenza al cambiamento. Noi temiamo una pandemia psicologica e psichiatrica con un aumento delle dipendenze da sostanze stupefacenti, internet, gioco d’azzardo, depressione, disturbi d’ansia, disturbi post traumatici da stress, auto ed etero aggressività che colpirà di più le fasce più fragili e marginali della società, quando c’è disoccupazione, fallimenti delle imprese, povertà la gente si affida a soluzioni illusorie, alla fortuna e alla disperazione.
Le persone devono affidarsi a se stesse, puntare sulle proprie risorse e potenzialità, saper chiedere aiuto per attivare una capacità di adattamento alle nuove condizioni di vita, quella che noi chiamiamo “resilienza”. Resiliente è colui che riesce a trasformare una difficoltà in opportunità.
Prevenzione è sviluppare e affermare nuove forme di partecipazione e democrazia nella vita, nella famiglia, nella comunità e con se stessi, in fondo la democrazia si fonda su un insieme di regole che impediscono di agire secondo istinti pulsionali, ma sviluppa il senso di responsabilità. Questo virus ha colpito nel profondo le persone, ha sviluppato paura del contagio ricordandoci che siamo mortali. Insieme alla depressione ci sarà un aumento della dimensione paranoide. La migliore prevenzione è tornare all’essenza della vita: sviluppare relazioni positive, dare valore all’amore e al rispetto. Infine voglio ricordare che in questi mesi di lockdown tutti hanno trovato rifugio nella famiglia e sperato nel funzionamento del servizio sanitario. In un mondo che non sarà più come prima l’impegno e le scelte di tutti noi, individuale e comunitario, saranno decisivi per il futuro. Usare le tecnologie digitali con creatività e intelligenza, praticare la meditazione della consapevolezza per conoscere meglio se stessi e accettare le ansie e le paure per sviluppare resilienza, impegnarsi per sviluppare la democrazia solidale a livello locale e globale, essere prudenti e audaci nella vita di ogni giorno, impegnarsi per l’ambiente e lavorare con fiducia e speranza sono alcuni ingredienti per superare positivamente la catastrofe del Covid-19 e per migliorarci a livello individuale e globale».

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Il Prof. Claudio Costantino: «Siciliani, siete stati bravi!»

di Angela Fallea

Medico-Chirurgo, Specialista in Igiene e Medicina preventiva, Dottore di ricerca e Ricercatore presso l’Università degli Studi di Palermo, Claudio Costantino, insegna in diversi corsi di studio.
Si occupa di Igiene degli alimenti, di prevenzione primaria/secondaria e screening oncologici. Con estremo orgoglio posso dire di essere stata sua studentessa durante il mio percorso di studi in Scienze e Tecnologie Agroalimentari.

Nonostante si occupi da sempre di vaccinazioni in qualità di Ricercatore, dal mese di Marzo 2020 ha preso servizio anche come Dirigente Medico presso l’Unità Operativa Complessa di Epidemiologia Clinica con Registro Tumori dell’Ospedale Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” di Palermo per condurre non soltanto l’attività dell’Ambulatorio Vaccinale Ospedaliero del Policlinico di Palermo (il primo in Sicilia Occidentale con queste caratteristiche), lavoro che svolge insieme ai colleghi Vincenzo Restivo e Giorgio Graziano, ma anche per supportare l’attività dei colleghi del Laboratorio di Riferimento Regionale per la Diagnostica Molecolare delle patologie infettive prevenibili da vaccino della Sicilia Occidentale, diretto dal Prof. Francesco Vitale. Il laboratorio dal 2009 è il riferimento per la diagnostica dei tamponi per i virus influenzali e per il morbillo, tra gli altri, è riconosciuto e validato dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’OMS. Con l’arrivo della pandemia da SARS-CoV-2 è diventato anche laboratorio di riferimento per la Sicilia Occidentale per la diagnostica molecolare del SARS-CoV-2. «È stato un grande lavoro di squadra, il team del laboratorio ha lavorato in maniera incessante, H24. L’attività di laboratorio consiste di fatto nell’analisi molecolare dei tamponi naso ed orofaringei, oltre che dei liquidi di lavaggio broncoalveolare in alcuni casi, prelevati su casi sospetti di infezione/malattia. Vengono estratti gli acidi nucleici dalle cellule prelevate, vengono poi sottoposti ad amplificazione mediante PCR (Polymerase Chain Reaction, ndr) per arrivare ad avere l’esito». Con il tempo, il Laboratorio è stato in grado di validare i Laboratori Periferici che via via si sono aggiunti alla Rete Regionale della Diagnostica del SARS-CoV-2 (Ospedale Cervello, ARNAS Civico, Buccheri La Ferla, Istituto Zooprofilattico di Palermo, etc) che sono andati a rinforzare la Rete Diagnostica Territoriale della Sicilia Occidentale.

Il Professore Costantino è una persona positiva, lo percepisci dal suo sorriso. «Ho cercato di trovare sempre il lato positivo, questa esperienza ha cambiato un po’ tutti e da adesso in poi, continueremo ad essere più attenti anche ai piccoli gesti quotidiani». L’aspetto che più mi colpisce quando lo ascolto è la grande umanità. «Mi auguro che presto potrò bere un caffè con i colleghi che hanno lavorato in trincea nei reparti COVID a stretto contatto coi pazienti affetti dal virus, con cui ci siamo sentiti quasi giornalmente e che abbiamo cercato di supportare e tranquillizzare quando possibile, sapendo che questa storia sarà solo un ricordo lontano. Un pensiero non può che andare ai colleghi del Nord. Molti di loro si sono ritrovati ad affrontare una realtà molto più complessa del Sud. A loro va il nostro abbraccio». Arrivati alla fine di questa piacevole chiacchierata, il professore ci tiene a mandare un messaggio ai siciliani: «Siete stati bravi! I siciliani hanno seguito le regole con grande rispetto e spirito di sacrificio. Perché diciamocelo, restare a casa due mesi, non è stato semplice. Spero che durante questa ripartenza, si continui a mantenere alta l’attenzione e il senso di grande responsabilità mostrato finora da parte di tutti. Mi auguro di tornare presto alla mia attività principale: i vaccini! (magari vaccinando contro questa brutta bestia che è il SARS-CoV-2)».

Lo saluto con grande affetto, ringrazio lui e quanti insieme a lui hanno contribuito e contribuiscono con il loro studio, il loro impegno e il loro lavoro a darci una speranza. Questa è la Sicilia che ci piace!

medici eroi

Non tutti gli eroi indossano l’elmo

di Irene Valerio

È il giugno del 1867: l’estate palpebra tra i verdi campi dell’ Isola, gli alberi di gelsi straripano di succosi frutti e i contadini si preparano per la raccolta, ma la dolce nenia della bella stagione viene inaspettatamente disturbata dalle voci a proposito di alcuni decessi sospetti e di una malattia che si sta diffondendo celermente di città in città, la quale ricorda in modo preoccupante il colera, il terribile morbo che ha già funestato la Sicilia nelle epoche precedenti provocando morte e desolazione. La gente, tuttavia, dubita che il ritorno del funesto nemico sia possibile, in quanto i patrioti – prima di spodestare il governo borbonico e rendere l’ Isola parte del regno d’ Italia – hanno promesso che con i Savoia al potere le epidemie di colera cesseranno. Ben presto però, man mano che l’ infezione si propaga, ogni speranza viene infranta: il male che tutti credono sia stato seppellito nei libri di storia è risorto.
Da giugno a settembre il contagio è implacabile: nella sola provincia di Catania vengono registrati oltre quindicimila casi e si contano circa dodicimila vittime, perlopiù tra le fasce più umili della popolazione, abbandonata alle precarie condizioni igieniche nelle quali vive e ai rudimentali mezzi della medicina tradizionale.

Quando scoppia l’ epidemia, Vincenzo Attanasio, medico residente a Grammichele, ha trentaquattro anni. Mentre le notizie sulla piaga che avanza corrono da una provincia all’ altra, egli spera che il suo paese sia risparmiato, ma presto compaiono i primi casi e si segnalano le prime morti: la gente si sente tradita dalle chimeriche promesse con le quali i patrioti l’ hanno ammaliata e cerca un modo per proteggersi, ma non ci riesce, perciò si lascia soggiogare dalla paura e, sopraffatta da una minaccia che non può controllare, va alla ricerca di un responsabile cui affibbiare la colpa della dilagante devastazione, giungendo alla conclusione che sia il governo, proprio come si sospettava ai tempi del dominio borbonico, ad avvelenare i pozzi e a spargere nell’ aria le “balle di colera”. In alcuni casi, addirittura, si organizzano ronde notturne per stanare gli untori e si ricorre alle maniere forti allorquando qualcuno viene sventuratamente sorpreso in giro nelle ore buie.
In un tale clima di disperazione, Vincenzo si guarda attorno e vede solo sconforto, ode i discorsi dei suoi compaesani, ascolta le loro incertezze legate al nebuloso domani, sente i sospiri che si levano per le strade al calar della sera, quando un’ altra giornata identica a quelle che l’ hanno preceduta giunge al termine e la gente si rifugia nel proprio cantuccio, addormentandosi mestamente speranzosa in una rinascita. Il giovane dottore potrebbe rintanarsi come stanno facendo gli agiati possidenti, potrebbe chiudersi in casa e aspettare che il colera vada via, ma il senso del dovere lo spinge verso una missione inderogabile e lo esorta a scendere in campo nonostante i rischi “in soccorso degli infermi, del povero e del ricco ugualmente sollecito”.

L’ impegno di Vincenzo, nei giorni in cui i membri del corpo sanitario lottano in prima linea nell’ impari guerra contro il Covid-19, mentre la lista dei medici deceduti nelle trincee degli ospedali si infittisce a ogni ora, commuove ancora di più adesso che abbiamo testato sulla pelle il significato della parola “epidemia”, soprattutto perché ricorda che non tutti gli eroi indossano l’ elmo: la storia, con la sua predilezione per le gesta belliche e le grandi epopee, idolatra i grandi condottieri e gli audaci leader, conserva i loro ritratti e magnifica i loro nomi, ma l’ umanità è progredita e ha vinto inenarrabili sfide principalmente grazie all’ operato degli anonimi eroi come il medico grammichelese e i suoi odierni successori, eroi senza gloria che hanno messo a repentaglio ogni cosa e l’ hanno offerta ai bisognosi, gente comune che, pur non conoscendo il plauso delle folle, ha compiuto imprese prodi a cui vale la pena di tributare un omaggio.

Fonti: Elementi per una storia del popolo di Grammichele e di Sicilia, Autori Vari; Edizione Pro Loco Grammichele; 1986

 

 

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Concetta Castilletti, una carriera tra sacrifici ed emozioni

di Omar Gelsomino

La notizia ha fatto il giro del mondo. Il virus che ha causato centinaia di migliaia di morti e tiene in apprensione la popolazione mondiale è stato isolato all’Ospedale Spallanzani di Roma. Tra i primi ad ottenere questo straordinario risultato un team italiano e tutto al femminile: insieme a Maria Rosaria Capobianchi e Francesca Colavita anche la siciliana Concetta Castilletti, le tre ricercatrici che in tempo di record hanno isolato il Covid -19. Tempo, pazienza e dedizione sono alla base del suo lavoro.

La dottoressa Concetta Castilletti, ragusana, specializzata in microbiologia e virologia, è la responsabile dell’Unità virus emergenti dell’Istituto Spallanzani, dove lavora dal 2000. «Essendo timida e insicura il mio percorso professionale è stato non senza travaglio. Mi sono laureata in biologia e specializzata a Roma dove ci siamo trasferiti con il mio futuro marito, anche lui siciliano. Ho avuto la fortuna di specializzarmi con un guru della virologia, il Professor Dianzani sino a quando sono entrata allo Spallanzani. Sono stata una co.co.co. per tanto tempo, ho conseguito borse di studio, dottorato di ricerca, ecc. fino a quando nel 2008 ho fatto il concorso per la stabilizzazione. La carriera da precaria è stata molto lunga». A dare la notizia dell’isolamento del virus è stato il Ministro della Salute Roberto Speranza. «Quando tutto il mondo cercava di poterlo studiare siamo stati tra i primi ad isolarlo, tra le 24 e le 48 ore da quando abbiamo avuto il campione, proveniente da uno dei due pazienti cinesi diagnosticati in Italia con infezione da Coronavirus ricoverati allo Spallanzani, avevamo già isolato il virus. È stata una bella emozione». Attorno a quella scoperta vi sono studi e speranze del mondo scientifico e di tutti noi. «È un virus che colpisce l’apparato respiratorio e che raramente va in circolo, non sappiamo se gli anticorpi che produciamo ci proteggeranno dalle future infezioni. Non sappiamo quanto tempo dura l’immunità naturale dopo l’infezione, se dopo 4-5 mesi dall’infezione ci si può re-infettare. Stiamo cercando di capire ancora quale sia la soluzione migliore, ci sono dei dati incoraggianti, vi sono studi fatti in vitro, una volta ottenuto un vaccino potenzialmente efficace sarà testato sugli animali ed infine sull’uomo. Poi, dovrà essere prodotto in grandi quantità, di solito ci vogliono anni, adesso parlano di mesi, non credo che riusciremo ad ottenere un vaccino già prodotto da essere somministrato nel giro di un anno e mezzo. Non ci credo, ma spero di essere vivamente smentita. Sembra che ci siano dei benefici dall’utilizzo del plasma da pazienti già guariti, ma per avere certezza sulla reale efficacia del trattamento ci vuole tempo, infatti, non è stato ancora pubblicato uno studio scientifico. Spero di cuore che sia possibile individuare il vaccino e che il plasma da paziente convalescente sia utile nella terapia. Il salto di specie succederà sempre, avremo sempre nuovi virus contro cui combattere, dobbiamo essere più preparati per altri virus, siamo stati colti alla sprovvista e io stessa non pensavo che si arrivasse a questo, con la situazione di adesso, nessuno di noi della comunità scientifica europea e statunitense poteva immaginare tutto ciò».

Lei, nonostante la sua bravura e le competenze acquisite, è rimasta in Italia contribuendo alla ricerca scientifica. «In passato non mi si è presentata l’opportunità di lavorare all’estero, sono stata fuori per specializzarmi in alcuni vari settori per poco tempo, ma io sono italiana, sto bene qui. Sicuramente all’estero avrei avuto opportunità diverse, ma posso garantire che nonostante in Italia la ricerca sia bistrattata e sottofinanziata, la ricerca è molto vivace e l’ambiente è molto stimolante. Da virologo mi reputo fortunata e sono contenta di poter lavorare allo Spallanzani con i virus emergenti». Prima di tornare in laboratorio ai suoi microscopi e ai virus la dott.ssa Castilletti ci lascia con una sua speranza «Desidero un mondo perfetto, so che non è possibile, mi auguro solo un po’ di serenità».

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Uno stile di vita sano aiuta a vivere a lungo e bene

uno stile di vita sano

A cura di Angelo Barone       Foto di UFF. STAMPA A.S.P.

I disturbi cardiovascolari sono la principale causa di morte in tutto il mondo, seguiti da tumori e incidenti stradali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che ¾ della mortalità cardiovascolare può essere prevenuta modificando lo stile di vita e il controllo dei fattori di rischio, come ad esempio ipertensione, ipercolesterolemia e il diabete. Nelle emergenze cardiovascolari (infarto) intervenire con urgenza e adeguatamente è essenziale per ridurre complicazioni e mortalità.

Il dottore Daniele Giannotta, responsabile della U.O.S. di Emodinamica dell’Ospedale “Gravina” di Caltagirone, ci spiega che «la prevenzione è la migliore opportunità che abbiamo per ridurre i fattori di rischio. Uno stile di vita corretto, con una alimentazione sana e un’attività motoria adeguata ci aiutano ad avere un cuore sano e protetto più a lungo».
Segnaliamo positivamente i dati sull’attività del servizio di Emodinamica dell’Ospedale di Caltagirone nel 2019 che confermano l’eccellenza del servizio: su 1028 pazienti ricoverati in Cardiologia, sono 1016 i casi di diagnostica e di interventistica eseguiti.

Per la prima volta in Sicilia sono stati condotti con successo interventi di rivascolarizzazione miocardica completa con l’ausilio del sistema ECMO, attrezzatura in grado di sopperire alle funzioni vitali del cuore e dei polmoni in pazienti con gravi insufficienze renali, polmonari e cardiache. Si possono ancora migliorare gli standard dei vostri servizi?
«La Cardiologia del nostro Ospedale rappresenta il punto di riferimento per una vasta area geografica; è un centro HUB per la rete delle emergenze cardiovascolari e riceve pazienti affetti dalle più svariate patologie cardiovascolari, spesso complesse. La fiducia dei pazienti e i dati di attività della struttura premiano il costante impegno, che riponiamo nel nostro lavoro, nel coniugare qualità e sicurezza delle cure. Ringrazio la Direzione Strategia per la fiducia e la disponibilità espresse che ci motivano ulteriormente».
La prevenzione è l’arma più potente nelle nostre mani contro le malattie cardiovascolari. Anche un atteggiamento positivo verso la vita aiuta a vivere a lungo e bene.

 

Agosto Matt Bise

Un calendario di speranza per dodici piccoli guerrieri!

A cura di Samuel Tasca       Foto di Gianluca Saragò

Il Natale, si sa, è il momento dei regali, delle luci e delle feste, ma in realtà dovrebbe innanzitutto voler dire accoglienza e speranza, anche verso chi il Natale è costretto a passarlo in ospedale.
Insieme con Anna Milici, presidente dell’Associazione, vogliamo parlarvi di LinfoAmici Onlus e della loro missione per supportare e sostenere pazienti e famiglie dei reparti di oncoematologia.
«Nata circa sette anni fa da un gruppo dove si condivideva l’esperienza terapeutica prevista per il linfoma di Hodgkin, nacque l’idea di voler far qualcosa per chi stava ancora lottando. L’idea di base è che chi è guarito aiuta chi sta ancora lottando». Così, Anna ci descrive la sua realtà, presente con circa settanta volontari all’interno degli ospedali.
«“Abbracci in corsia” è l’attività da noi svolta nei reparti pediatrici di oncoematologia: i volontari entrano in compagnia della nostra mascotte, un marshmallow gigante, un supereroe degli abbracci. Si tratta di un’attività ludica per far divertire i bambini regalando minuti di spensieratezza anche ai genitori, perché anche permettere a un genitore, che è stato chiuso in una stanza con suo figlio per giorni, di potersi allontanare per prendere un caffè, fa già tanto».
Ma cosa ci fanno, quindi, Paolo Bonolis, Enrico Brignano e altri volti noti, vestiti da eroi del Far West? Si tratta di un’idea originale per poter sovvenzionare le attività dell’associazione: un calendario creato con gli scatti del fotografo Gianluca Saragò, che firma il calendario per il secondo anno consecutivo, coinvolgendo dodici bambini accompagnati da altrettante celebrities. «Volevamo lanciare un messaggio perché quando entriamo in corsia e gli altri sanno che hai fatto anche tu quello stesso percorso il messaggio che arriva è un messaggio di speranza – ci racconta Anna -. Nel calendario sono presenti dodici bambini che, prima di essere stati bambini sorridenti, sono stati, però, bambini guerrieri, senza capelli, che sono stati arrabbiati e che adesso sono fuori e stanno bene».
Il set scelto per questi piccoli guerrieri è il parco di Cinecittà World con il suo quartiere tematico dedicato ai western. Paolo Bonolis, Laura Torrisi, Raf e Gabriella Labate, Enrico Brignano, Valeria Marini, Walter Nudo, Martin Castrogiovanni, Matt e Bise, Justine Mattera, Matilde Brandi, Samantha De Grenet e Stash, questi i nomi dei personaggi che hanno deciso di posare per il calendario. Sì perché, come ci dice Anna, «in questo percorso s’incontrano tante persone che ti abbracciano, che sposano la causa e ci aiutano a portarla avanti», così come tutti i soggetti coinvolti in questo progetto che hanno lavorato a titolo completamente gratuito.
Per cui, se ancora non avete deciso cosa regalare a Natale, noi di Bianca Magazine vogliamo proporvi questo regalo originale, un dono che offre speranza a chi lo riceve e a chi è ancora in ospedale.

Tutte le info su www.linfoamici.it

 

Errata corrige: sono presenti alcune differenze tra l’articolo stampato e la versione web dovuto ad un errore di stampa.

BM

La scoperta che da speranza

A cura di Angelo Barone

Al meeting dell’American Society of Clinical Oncology, svoltosi a Chicago, lo studio che ha suscitato più interesse tra i 39 mila oncologi presenti e nei mass-media è quello dell’oncologa americana Sara Hurvitz dell’Università di Los Angeles. Il risultato dello studio, che ha coinvolto anche dei centri italiani, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha dimostrato che il farmaco Ribociclib associato a una cura ormonale standard, può aumentare la sopravvivenza delle donne giovani ammalate di tumore al seno metastatico. Questo risultato è stato definito straordinario, perché se è vero che la maggioranza delle donne grazie alla mammografia riesce a diagnosticare e intervenire precocemente e guarire, molte ancora con tumore metastatico hanno la vita spezzata. Il tumore della mammella metastatico rappresenta tra le malattie cancerose, la principale causa di morte nelle donne tra i 29 e i 59 anni di età. Il 70 per cento delle donne giovani con meno di 59 anni di età seguite dallo studio sono vive a 42 mesi dal trattamento nonostante le metastasi, riducendo il rischio di morte del 29 per cento. Per le giovani donne con tumore metastatico al seno sapere che un trattamento già approvato ha dimostrato di poterle aiutare a vivere più a lungo è molto importante e dà speranza. Il farmaco è già stato sottoposto alle nostre autorità sanitarie per avere l’autorizzazione necessaria a essere usato con lo schema terapeutico previsto. Mentre lo studio della dr.ssa Sara Hurvitz dà una speranza di continuare a vivere normalmente a donne giovani con metastasi al seno a Caltagirone ci si preoccupa di assistere al meglio le persone affette da malattie evolutive in fase avanzate e S.E. Mons. Calogero Peri, vescovo di Caltagirone, ha voluto esprimere il proprio sostegno a quest’iniziativa incontrando domenica 30 giugno i pazienti e gli operatori dell’Hospice “G. Fanales”: una struttura residenziale-territoriale a carattere socio – sanitario, rivolta ai pazienti affetti da malattie evolutive in fase avanzata (in primo luogo malattie oncologiche, ma anche neurologiche, respiratorie, cardiologiche), che abbisognano di cure finalizzate al controllo dei sintomi, al miglioramento della qualità della vita, al sostegno psicologico e spirituale. Dotato di dieci posti letto, l’Hospice è l’unica struttura residenziale territoriale integrata nella Rete locale di cure palliative. È diretta dalla dr.ssa Angela Fiumara, Direttore del Distretto sanitario di Caltagirone mentre il governo clinico è assegnato alla dr.ssa Dora Mazzarino. La visita del Vescovo è stata molto gradita dai pazienti, dal personale e dai volontari che vi operano. Mons. Peri ha avuto parole di speranza e di affetto per tutti: «In questo luogo in cui con tanto cuore e professionalità, giorno per giorno, si tenta di dare spazio alla speranza, s’incontrano degli angeli che anche senza le ali, offrono la loro solidarietà e circondano le persone di attenzione e cura. A loro e a tutti quelli che condividono e condivideranno questo spazio assicuro la mia preghiera e il mio affetto. Con il sostegno degli altri anche quello che è doloroso risulta più leggero».