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Galati Mamertino. La capitale degli zampognari

di Rosamaria Castrovinci, foto di Gaetano Drago Photography e Salvatore Di Nardo

Galati Mamertino, nel cuore dei Nebrodi, è chiamata “la capitale degli zampognari” per via dell’altissima percentuale di suonatori di questo originale strumento (attualmente se ne contano poco meno di un centinaio di tutte le età).

Pare che a Galati la zampogna si suoni da oltre 200 anni. Secondo alcune testimonianze, durante il 1800 gli zampognari di Galati venivano ingaggiati da famiglie di Bagheria per andare a suonare privatamente la Novena natalizia. Una tradizione questa che è andata lentamente scemando ma che tuttora vede alcuni zampognari galatesi continuare a recarsi a Bagheria per suonare la Novena su commissione.

Per raccontare meglio questa tradizione ho voluto intervistare un costruttore di zampogne.

Il signor Pinello Drago costruisce zampogne all’incirca dagli anni ’90, quando ha iniziato ad avvicinarsi alla musica popolare siciliana, inizialmente come musicista, per poi costruire, completamente da autodidatta, flauti e zampogne. Queste ultime venivano fino ad allora acquistate a Rometta (ME). Infatti, nonostante l’alto numero di suonatori, nel borgo non vi era nessuno che le costruisse.

A lui ho chiesto di spiegarmi com’è formata materialmente una zampogna e cosa serve per costruirla.

«È necessario il legno stagionato (per un minimo di 2 anni), il tornio, i vari attrezzi e la pelle di capra che serve per costruire l’otre. La parte in legno che contiene le canne (i chanter) si chiama testale. Le zampogne possono avere 4 o 5 canne, le due principali sono i bordoni (quella di destra produce il canto mentre quella di sinistra l’accompagnamento), le altre solitamente suonano una nota fissa ad altezze diverse. La pelle di capra va lavorata in un determinato modo per costruire l’otre, oltre ad essere messa sotto sale per un certo periodo di tempo, va cucita in modo che non entri aria e si va ad inserire la testata nel collo e l’insufflatore in uno degli arti, mentre gli altri arti verranno chiusi».

In Sicilia ci sono due tipi di zampogna, quella “a paro” e quella “a chiave”, tipica di Monreale, mi può spiegare le differenze?

«Quella “a paro”, che si suona a Galati, è la zampogna prettamente siciliana e calabrese, nella quale i due chanter principali sono di pari lunghezza; quella “a chiave” molto probabilmente è stata importata da Napoli durante il Regno delle due Sicilie, ha un impianto sonoro diverso e i due chanter non sono di pari lunghezza».

Ho cercato di capire cosa ha spinto negli anni i giovani galatesi ad avvicinarsi a questo strumento, sicuramente tipico ma non di certo uno dei più comuni. Ho intervistato così Antonio Vitanza, un ragazzo di 24 anni che suona la zampogna da quando di anni ne aveva 12. Antonio mi ha raccontato che a Galati la tradizione è così sentita che i giovani crescono circondati dal suono delle zampogne, ed è proprio questa atmosfera che lo ha invogliato a imparare. I giovani di Galati per il periodo della Novena suonano prevalentemente nel paese, ma alcuni si spostano per andare a suonare anche nei paesi limitrofi, accompagnati dai suonatori di tamburo. Antonio ha coltivato questa passione negli anni e non l’ha mai accantonata, nemmeno adesso che vive in Emilia Romagna, dove gli hanno già chiesto di suonare la sua zampogna per allietare le festività natalizie.

Infine ho sentito il sindaco di Galati, l’avv. Vincenzo Amadore, al quale ho voluto chiedere qualche informazione in più sugli eventi dedicati alla Zampogna.

«La Festa della Zampogna, nata in passato per la forte presenza di suonatori (che attualmente sono circa un centinaio) è stata riproposta di recente per promuovere lo sviluppo del territorio, legandolo anche alla peculiare presenza di questo strumento. Dopo lo stop per via del Covid-19, quest’anno la festa si svolgerà regolarmente sempre nel periodo natalizio. Ma non è l’unico evento, vorrei organizzare in futuro anche una sorta di festival o raduno degli zampognari che porti a Galati anche i suonatori e gli appassionati del resto della Sicilia e d’Italia».

Un viaggio gastronomico tra le prelibatezze delle feste

di Federica Gorgone, foto di Ester Ferrigno e Rachele Grillo

Quando si parla di Sicilia, le nostre menti viaggiano dalle spettacolari bellezze paesaggistiche del territorio a quelle dei sapori della tradizione. La tradizione culinaria sicula è antica ed è frutto di un mix di popoli e culture diverse che l’hanno resa famosa ovunque.

Durante le festività poi, il cibo diventa un momento magico e d’incontro tra chi vuole condividere l’aria di festa in compagnia del buon cibo tipico. Ma cosa si mangia quindi a Natale? Sappiamo bene che per noi siciliani Natale inizia più o meno con qualche settimana d’anticipo, potremmo dire praticamente non appena inizia il mese di dicembre!

Il 13 dicembre a Palermo, ad esempio, si festeggia Santa Lucia a suon di Arancine (a Palermo, sono tonde e a forma di arancia, da qui il nome al femminile), cuccia e gateaux. Ah se le arancine potessero parlare! Potete già immaginare l’odore di fritto per le strade.

Ma entriamo ancora più nel dettaglio di quelli che sono i piatti forti della cucina tradizionale siciliana durante tutto il periodo di Natale.

A Messina piatto delle occasioni, irrinunciabile a Natale, è il pesce stocco cucinato a ghiotta (com’è ghiotta la pietanza di per sé) che usanza vuole si consumi la sera della vigilia. Non è altro che lo stoccafisso che ha un sapore deciso e a tratti pungente di norma servito caldo con il suo sughetto e le olive. Da considerare nel messinese è anche il “pitone” (per chi non fosse della zona, tranquilli non è un serpente!). È un calzone tipico dello street food messinese al cui interno, se tradizionale, troverete scarola riccia, formaggio ed alici.

Spostandoci a Catania nel periodo di Natale non si può fare a meno della scaccia (che troviamo simile anche a Ragusa). A base di farina ed impastata con lo strutto viene farcita per lo più con tuma, patate, salsiccia e olive. Ma ne esistono diverse varianti come quella col broccolo affogato (lasciato stufare nel vino, una vera goduria). Ma non si parla di Natale se non si mettono a tavola le crispelle! Preparate con farina e lievito di birra per poi essere fritte, ne esistono di diverse varianti come quelle farcite con le acciughe o con la ricotta fresca. Insomma, libero sfogo alla fantasia che ben si mischia con i sapori tradizionali.

A Ragusa troverete pronta per la vigilia la liatìna, ossia la gelatina di maiale. Preparata con le parti meno nobili dell’animale, diventa simbolo, secondo la tradizione, di prosperità e abbondanza per l’anno a venire. Ed anche le immancabili scacce ed il baccalà fritto.

A Siracusa non possiamo che citare le ‘mpanati, una sorta di disco di pasta al cui interno vi è una farcitura di verdure e carne. Ci sarà sempre un po’ di spazio nello stomaco per assaggiarne almeno un pezzo, che siano appena sfornate oppure fredde. Imperdibile è anche il baccalà fritto, piatto delle grandi occasioni.

Andando verso Agrigento invece non si può che fare gli onori di casa con la pasta ‘ncasciata (che trovate anche a Messina). Già dal nome fa venire fame! È una pasta al forno fatta con ragù, uova, melanzane, prosciutto, mortadella e… ogni famiglia poi ha delle aggiunzioni che la rendono ancora più gustosa. E come alcuni di voi ricordano, questo piatto, ha conquistato anche il cuore del commissario Montalbano (in una delle puntate lo trovate intento a godersi questa bontà unica). Piatto forte della tradizione è anche l’impignolata, un impasto a base di pane molto casalingo che si può trovare di due tipi: con spinaci o con broccolo e patate.

Tra Enna e Caltanissetta si va ancora una volta di fritti. Immancabili sono i cardi in pastella. E non dimentichiamoci del “falso magro” (che potrete mangiare anche a Catania). Non lo conoscete? Si tratta di un gustosissimo secondo in cui il rotolo di carne è farcito con uova sode, carne trita, mortadella e formaggio ed immerso nel sugo di pomodoro.

A Palermo tipico della tradizione è il brociolone. Un rotolo di carne farcito con carne trita, uova, prosciutto tagliato a cubetti, piselli e formaggio (possibilmente il caciocavallo). Lasciato freddare verrà tagliato a fette non molto spesse e condito con un po’ di sughetto cui è stata cotta la carne.

A Trapani si va di cassatelle (che questa volta non sono dolci ma salate). Sono simili a dei grossi ravioli al cui interno vi è la ricotta e sono cucinati nel brodo del pesce (d’altro canto questo lato della Sicilia è famoso per il cous cous che è spesso servito con il brodo di pesce).

Speriamo di non avervi fatto venire troppa fame, o forse si!

A Sutera il suggestivo presepe vivente che celebra la memoria storica e il territorio

di Patrizia Rubino, foto di Nino Pardi

Il periodo delle vacanze natalizie può essere un’occasione perfetta per scoprire le innumerevoli e talvolta sconosciute meraviglie della nostra isola. Spesso piccole realtà, per dimensione e popolazione ma con un importante patrimonio, storico artistico e paesaggistico. Come Sutera, comune della provincia di Caltanissetta, meno di 1300 abitanti, dal 2013 uno dei borghi più belli d’Italia, per le sue bellezze naturali e architettoniche, amate anche dal regista Michael Cimino che girò qui parte del suo film “Il siciliano”.

Il paese, che si sviluppa tutt’attorno al monte San Paolino, detto “la rupe gessosa”, è un tipico borgo medievale ma sono presenti elementi architettonici dell’antica civiltà araba nel quartiere Rabato, dall’arabo rabat, borgo, disseminato di casette in pietra e dammusi, su una fitta e tipica ragnatela di viuzze, presenti anche i resti di una moschea visibili accanto alla chiesa madre Maria SS. Assunta. Rabatello e Giardinello sono gli altri due quartieri di Sutera con edifici di più recente costruzione. Merita una visita il Santuario di S. Paolino, situato sulla cima dell’omonimo monte alto circa 800 metri, raggiungibile da una scalinata. Da qui si gode una vista mozzafiato che va dall’Etna fino al golfo di Agrigento. Di notevole interesse il colle San Marco, un importante sito archeologico, in cui è presente una piccola cappella di epoca bizantina. Da non perdere il Museo Etnoantropologico, uno dei più ricchi centri museali dell’entroterra siciliano; qui sono ricreati gli ambienti delle case di fine Ottocento, con tanto di arredi e suppellettili, e poi arnesi di lavoro, originali, di artigiani, contadini e antichi professionisti. E ancora abiti, divise e cimeli della prima metà del Novecento.

Ma c’è un’altra ragione per visitare Sutera dal 26 dicembre al 7 gennaio, un evento suggestivo che richiama ogni anno decine di migliaia di persone, giunto alla sua XXIII edizione: il presepe vivente. Una manifestazione che per la sua importanza e peculiarità è nel Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia, organizzata con grande cura e passione dall’associazione Kamicos, con il patrocinio del Comune e la collaborazione della parrocchia della chiesa madre. «Si tratta di un evento che è cresciuto nel tempo – racconta Paolino Scibetta, presidente dell’associazione Kamicos – dal semplice allestimento della grotta con la Natività, di circa trent’anni fa, oggi riproponiamo uno spaccato della vita contadina di fine ‘800, su un percorso in cui si snodano circa 40 postazioni, con oltre cento figuranti, in ciascuna delle quali è fedelmente ricostruita un’attività del tempo con attrezzi originali».

Cornice straordinaria della manifestazione è il quartiere arabo Rabato; quì il tempo sembra essersi fermato, le strette viuzze e le casette in pietra, fanno da scenario perfetto ai quadri viventi di antichi mestieri, per citarne alcuni; il calzolaio, il falegname, il pastaio, la “putia”, antica bottega di generi alimentari, al “conzapiatti”, colui che riparava i piatti rotti, o ancora la tessitrice, con un telaio originale di fine ‘800. L’atmosfera è animata dagli strilli degli antichi venditori e dai caldi suoni dei canti natalizi ad opera di due gruppi di musicali che si alternano nelle vie.

 

Apprezzatissime, inoltre, dai visitatori le degustazioni di prodotti tipici e antiche pietanze; le uova sode, il pane “cunzato” con olio locale, la ricotta calda, la tuma, i vini del territorio e persino una bella minestra calda di “ciciri”, e “i minnulicchi”, frittelle calde ricoperte di zucchero. «Prodotti e fornitori sono esclusivamente locali – tiene a precisare Scibetta – perché l’evento rappresenta un’occasione in senso ampio di valorizzazione del nostro territorio». Il giro si conclude con la visita alla grotta della Natività, situata nella parte più alta del Rabato, anche qui si rispetta una bella tradizione: San Giuseppe è da oltre trent’anni il signor Onofrio Di Franco, suterese doc e Gesù bambino è sempre l’ultimo nato di Sutera.

Il Mulino di Babbo Natale si trova a Novara di Sicilia

di Merelinda Staita,

foto di Mirko Sottile e Salvatore Buemi

Novara di Sicilia, comune in provincia di Messina, è uno dei borghi più belli d’Italia e si trova tra i monti Nebrodi e Peloritani. Questo antico paese ha dimostrato di essere un centro di notevole importanza sia in estate e sia in inverno.

Nei mesi invernali è talmente incantevole da sembrare a tutti gli effetti un “paese-presepe”. In alcuni periodi, viene imbiancato dalla neve e questo accresce il suo fascino e la sua eleganza.

Un luogo ricco di magia che si caratterizza per la sua storia, per le sue particolari tradizioni e per le sue bellezze artistiche e culturali. Ogni anno vengono organizzati numerosi eventi che richiamano tantissimi visitatori che, percorrendo le vie fatte di pietra, ammirano scenari suggestivi ed emozionanti. I suoi falò di Natale sono famosi. I fuochi vengono accesi, negli angoli delle strade e nelle piazze, a partire dalla sera della Vigilia di Natale fino all’Epifania.

Durante le festività natalizie, Novara di Sicilia si trasforma in “un angolo di paradiso”. Sì, perché il mulino Giorginaro diventa il mulino di Babbo Natale.

Ho raggiunto telefonicamente l’assessore alla cultura e all’istruzione, Salvatore Buemi, che mi ha raccontato diverse curiosità e segreti.

Si tratta di un mulino ad acqua a ruota orizzontale, perfettamente funzionante, la cui sopraelevazione risale al 1690. Il mulino appartiene alla famiglia Affannato ed è uno degli ultimi mulini ad acqua ancora attivi in Italia.

Mario Affannato, la moglie Florinda Milici e lo staff del mulino donano ogni anno gioia e felicità ai bambini e agli adulti. L’iniziativa nasce dalla proficua collaborazione tra la famiglia Affannato, l’amministrazione comunale, l’associazione Novareventi e viene arricchita dalle installazioni luminose di Novarlux che si occupa di realizzare allestimenti unici ed originali.

Cosa è possibile trovare all’interno del villaggio di Babbo Natale? Il mugnaio, vestito da elfo, che mostra il funzionamento del mulino per macinare il frumento e produrre la farina.

I bambini possono recarsi presso l’ufficio postale, creato ad arte e nei minimi particolari, per affidare agli elfi le loro letterine o per scriverle in compagnia dei folletti. Ogni letterina viene impreziosita dal francobollo della valle Giorginara.

Nel piazzale, davanti alla casetta di Babbo Natale, viene parcheggiata la slitta e le renne illuminate sono sempre pronte per le foto di rito. All’interno della casa c’è Babbo Natale, con la sua lunga barba bianca e il suo pancione, che aspetta i piccoli per accoglierli e coccolarli con amore. Tutto viene valorizzato da un fulgore di luci, strutture luccicanti e meravigliosi riflessi sull’acqua. L’animazione è curata da giovani che aiutano i turisti a vivere un momento magico e indimenticabile.

Nel villaggio è possibile gustare prodotti tipici che mettono in risalto gli odori e i sapori della gastronomia locale. In particolar modo a Novara di Sicilia ci sono due prodotti deliziosi: ’u risuniru” e “a’ rusuélla”.

’U risuniru” è un dolce che ha un forte aroma, tipico della tradizione siciliana, l’arancia, che coniugato al cioccolato rievoca anche il passato arabo della nostra terra. Le tecniche di lavorazione e produzione sono tramandate per via orale da madre in figlia almeno dalla fine dell’Ottocento. Viene preparato da sempre in occasione della festa di Santa Lucia, che ricade il 13 dicembre, e per tutte le festività religiose del Natale. Nelle feste natalizie, in sostituzione dei panettoni e torroni, per i bimbi novaresi veniva preparataa’ rusuélla”, pane decorato con nocciole. Oggi la tradizione della “rusuélla” si rinnova l’ultimo giorno della Novena, con la distribuzione e benedizione in Chiesa, al termine della celebrazione Eucaristica delle ore 6,00.

Insomma, non possiamo perderci questo posto spettacolare e le sue prelibatezze eccellenti. Il mulino di Babbo Natale ci aspetta, così come mi ha confermato il sig. Mario Affannato, nei giorni: 4, 8, 11, 17, 18, 23, 25, 26 dicembre e 1, 5, 6 gennaio, dalle ore 16,00 alle ore 20,00.

Il primo Natale in un sarcofago a Siracusa

di Alessia Giaquinta

 Foto di Parco Archeologico di Siracusa – Assessorato BBCC della Regione Siciliana

La prima rappresentazione del Natale si trova in Sicilia, in un sarcofago del IV secolo, ritrovato a Siracusa nelle Catacombe di San Giovanni dall’archeologo Francesco Cavallari, nel 1872.

Sono passati 150 anni dalla strabiliante scoperta: il sarcofago di Adelfia, oggi esposto nel Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” della città aretusea, costituisce sicuramente una delle principali attrazioni per i visitatori del museo e uno dei motivi di orgoglio per i siracusani. Si racconta, infatti, che furono tantissimi coloro i quali scortarono il sarcofago durante il suo ritrovamento, fino all’arrivo in piazza Duomo dove si trovava allora la sede del museo.

Nel sarcofago è immediatamente visibile, oltre ad un medaglione in cui è raffigurata una coppia stretta in un abbraccio, anche un’iscrizione latina che ci spiega l’attribuzione dell’urna ad Adelfia “clarissima femina” moglie del conte Valerio. Stando ad alcuni studi, si dovrebbe trattare della consorte di Lucius Valerius Arcadius Proculus Populonius, console e presunto proprietario della Villa Romana di Piazza Armerina.

Ma perché quest’urna è particolarmente importante?

Oltre all’ottimo stato di conservazione, ciò che sorprende è la duplice raffigurazione della Natività: una posta in alto a destra sul coperchio (possibilmente di periodo successivo) e una in basso, sotto al medaglione centrale.

Durante il IV secolo si diffuse la pratica di incidere, nei sarcofagi, le scene relative alla nascita di Gesù, oltre ad episodi del Vecchio e Nuovo Testamento. E, in questo senso, sembra che il sarcofago di Adelfia sia stato tra i primi, se non addirittura il primo in assoluto.

Decorata con la tecnica del “fregio continuo”, utilizzata nei primi secoli, si sviluppano tredici scene bibliche su due registri sovrapposti, senza avere una consequenzialità temporale ma solo tematica. La salvezza, data dalla nascita di Cristo, infatti, è il tema predominante e caratteristico. È proprio la nascita del divin Bambinello a permettere ai comuni mortali, di anelare alla salvezza eterna e alla rinascita celeste, in paradiso.

Ma focalizziamo l’attenzione sulla Natività presente nel sarcofago in basso, la più antica. Notiamo la Madonna che regge Gesù sulle gambe, mentre le braccia sue e del pargoletto sono protese verso i re magi che avanzano con i loro tradizionali doni. Si nota, infatti, una corona sovrastata da una gemma che simboleggia l’oro, una pisside con coperchio che custodisce l’incenso e la mirra. I magi indossano la tunica con la clamide, e un copricapo.

È la più antica rappresentazione scultorea della Natività.

L’altra scena del presepio, invece, è presente sul coperchio dell’urna, databile invece alla fine del IV secolo, in epoca teodosiana. Era, infatti, fenomeno ricorrente, nell’antichità, reimpiegare un sarcofago per un altro defunto. E probabilmente ci troviamo innanzi ad uno di questi casi.

La Natività del coperchio presenta Gesù sotto una tettoia ricoperta da tegole, avvolto in fasce e scaldato – come vuole il vangelo apocrifo dello pseudo-Matteo – da un bue e un asinello. Troviamo anche Maria e un pastore, e i tre magi che osservano la stella e conducono i doni a Gesù.

Si tratta certamente di uno dei manufatti più belli e interessanti del repertorio paleocristiano che, ancora oggi, entusiasma ed è oggetto di studi per archeologi ed esperti di tutto il mondo.

Valeria Raciti, (vincitrice Masterchef 2019) e il suo menù di Natale che riempie i cuori

di Patrizia Rubino, Foto di Alex Alberton

È stata la vincitrice dell’ottava edizione di MasterChef nel 2019, Valeria Raciti catanese, 35 anni, ha mostrato con caparbietà e determinazione il suo grande talento, trasformando le sue emozioni in esecuzioni semplicemente perfette. Oggi è una professionista sicura e consapevole che propone una cucina ricca di gusto, colorata che celebra, con il suo tocco originale, i sapori inconfondibili della Sicilia e non solo.

Con il suo trionfo a MasterChef ha mostrato talento e competenza, ma da dove inizia la sua passione per la cucina?
«Da nonna Maria, da piccola stavo spesso a casa sua, cucinava sempre ed io la osservavo con tanta curiosità. Era silenziosa, accurata e precisa in tutto quel che preparava. Ricordo un sugo al pomodoro che come per magia catturò i miei sensi, forse avrò avuto quattro anni. Mi si spalancò un mondo e la cucina diventò la mia più grande passione. Certo inizialmente pasticciavo, ma crescendo miglioravo e in famiglia apprezzavano. La passione per i fornelli l’ho coltivata da autodidatta, non ho mai frequentato un corso di cucina, riproducevo ricette, per il puro piacere di cucinare. Un giorno mio marito m’iscrisse a MasterChef, non credevo che potessero scegliermi, figurarsi vincere una competizione così importante, giudicata da chef di altissimo livello. L’impatto non è stato affatto semplice, anche perché attraversavo un periodo molto difficile; pian piano sono riuscita a trovare me stessa, a cacciare indietro le lacrime e a mettermi in gioco. Cucinavo con passione e istinto come sempre, ma sotto pressione, con i ristrettissimi tempi televisivi, riuscivo a immaginare il piatto, ne sentivo il gusto e il profumo. Le mie preparazioni piacevano e convincevano, questo mi ha restituito l’autostima. Ho capito che potevo essere nuovamente felice».

Dopo questa esperienza la sua passione è diventata la sua professione.
«Ho in progetto di aprire una mia attività, non il classico ristorante, penso piuttosto a uno “Chef’s table”, dove il cliente possa assistere alla preparazione e spiegazione dei miei piatti. Nel frattempo lavoro come personal chef e partecipo a eventi e cooking show in giro per l’Italia e all’estero. Amo parlare di cucina e lo faccio con grande entusiasmo attraverso i social con due rubriche: una dal titolo “Morsi di Sicilia”; dalla mia cucina, racconto, spiego e preparo ricette tradizionali siciliane ma anche più innovative. La tradizione va difesa, ma occorre anche tradurre, interpretare, sta in questo il talento, l’identità dello chef. L’altra rubrica è “L’ABC della cucina felice”, si tratta di tutorial più tecnici in cui spiego ad esempio come preparare i lievitati o la pasta fresca, o come sfilettare il pesce e le diverse tipologie di cottura. Riscontro grande seguito e curiosità e questo mi spinge a fare sempre più e meglio».

In questo periodo dell’anno, il cibo è assolutamente protagonista. Come vive queste giornate?
«Ho sempre trascorso il Natale in casa e soprattutto in famiglia, adoro l’atmosfera che si respira in questo periodo, la preparazione del menu delle feste è un momento di grande gioia e condivisione. Una parte dei parenti, noi siamo in tanti, esprime il desiderio di un piatto e altri, ovviamente io sono tra questi, si occupano della preparazione. L’apoteosi è la sera della Vigilia: una meravigliosa tavola stracolma sino all’inverosimile di pietanze sfiziose, colorate, gustose e tutte rigorosamente della nostra tradizione. Dalle scacciate di verdure e di carne, al baccalà fritto, alle crespelle alla ricotta, e ancora broccoli affogati, cavolfiore gratinato con besciamella e l’immancabile gateau di patate di nonna Maria e l’elenco potrebbe continuare. Non mancano poi dolci come i biscotti alla frutta secca o il pandoro con crema al tiramisù. Il pranzo di Natale, sempre rigorosamente in casa, è più contenuto, ma il menu è più sempre ricco e goloso. Sono occasioni irrinunciabili, d’incontro e di scambio con le persone che ami, in cui il cibo riempie anche i nostri cuori».

A strina di Natali

di Eleonora Bufalino

Anche in Sicilia il Natale è una delle festività più intrise di magia. Le giornate trascorrono spesso attorno a una tavola imbandita di panettoni, dolci e leccornie varie… ci si diverte con i giochi delle carte, si vivono momenti ormai sempre più rari di aggregazione, ci si abbandona a ricordi che allietano le fredde sere invernali. Famiglie e amici attendono la mezzanotte, apprezzando il tempo del riposo e della condivisione. In quest’atmosfera calzano a pennello le storie del passato e i richiami alle leggende, ai simboli e alle antiche tradizioni siciliane, come quella della “strina di Natali.

 

In italiano si traduce con “strenna”: essa fa riferimento ai regali fatti o ricevuti in occasione delle festività natalizie. Per comprendere il significato di questa usanza, indubbiamente di buon auspicio, bisogna arrivare sino ai tempi dell’Impero Romano quando durante i Saturnali, ovvero i festeggiamenti dedicati al dio Saturno che si svolgevano tra il 17 e il 23 dicembre di ogni anno, era consueto scambiarsi doni augurali dal modesto valore, oltre ad imbandire banchetti e offrire sacrifici agli dei. Il termine ricalca il latino strēnae, regalo di augurio positivo, che discende a sua volta dal nome della dea Strenia. Quest’ultima era una divinità molto cara ai Romani, poiché simbolo di salute, fortuna e rinascita… elementi che si speravano potessero accompagnare l’inizio del nuovo anno. In onore della dea vi erano, sulla Via Sacra a Roma, un altare e un bosco sacro, da cui si raccoglievano ramoscelli d’alloro come omaggi da scambiarsi durante i giorni precedenti il Natale. Nonostante il passare dei secoli e l’abbandono del paganesimo, questa tradizione ha cambiato forma e assunto differenti nomi nelle varie zone dell’isola, ma non ha mai smesso di esistere, continuando a rappresentare un augurio di prosperità e speranza di un futuro roseo.

 

Così, con il trascorrere del tempoa strina di Natali” si è mescolata con la figura femminile; come la divinità Strenia simboleggiava la rinascita, la donna era simbolo per eccellenza di abbondanza e procreazione. L’inizio di un nuovo ciclo solare veniva visto come una rigenerazione; il vecchio lasciava il posto alla novità e il periodo natalizio era perfetto per ricalcare questa convinzione ed esaltare l’immagine di una donna che, facendo la sua comparsa nelle rigide notti che precedono il 25 dicembre, rappresenta il passaggio a vita nuova.

 

La strina di Natale divenne allora una “vecchietta”, simile al personaggio della befana ma al contempo differente, che nelle notti di Natale e di Capodanno arrivava dai boschi e dalle montagne dell’isola, invocata dai canti, dalle antiche nenie e dagli schiamazzi della gente riunita intorno al focolare.

La connessione con la divinità romana rimase a lungo intaccata; la Strina viveva nei luoghi più oscuri e solitari in mezzo alla natura e agli animali selvatici, ma tra dicembre e gennaio faceva la sua comparsa coperta da un mantello nero e bianco; il buio e la luce, la morte e la vita che s’intrecciano. Persino i bambini potevano aspettare la “vecchia” alla Vigilia del Natale e dell’ultimo dell’anno, intonando filastrocche e mangiando sino a notte fonda, per scoprire chi si era comportato bene nei mesi addietro e meritava perciò i suoi doni. Il frastuono di quei momenti allietava la serata e trepidanti si aspettava l’arrivo della Strina, in un clima festoso, fatto di mistero e riverenza. Dolciumi, spezie, canditi, i cibi più buoni della cucina siciliana… ma non solo: sciarpe, maglioni e giocattoli per i più piccoli, portava la vecchietta!

 

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso questa tradizione era molto sentita in molte città e paesi della Sicilia. Adesso è quasi una reminiscenza passata; eppure nei ricordi dei più anziani, “a strina di Natali” rimarrà per sempre la vecchia che porta regali natalizi di ogni genere e in qualche piccolo borgo dell’entroterra questa usanza dalle origini lontanissime non è affatto dimenticata.

Calendario di Natale

di Alessia Giaquinta

“U’ 4 Barbara,

u’ 6 Nicola,

u’ 8 Maria,

u’ 13 Lucia

u’ 25 lu Gran Messia”

Ecco i numeri del Natale! Questa antica filastrocca, la cui parola sottointesa è “festa” (il 4 quella di Santa Barbara, il 5 quella di San Nicola, l’8 quella dell’Immacolata e il 13 quella di Santa Lucia), veniva tradizionalmente ripetuta per ricordare le principali ricorrenze religiose che anticipano e annunciano la nascita di Gesù Bambino.

Certamente, nei tempi passati emergeva in special modo il carattere spirituale di queste feste, accompagnate sempre da affascinanti riti, celebrazioni e credenze, oltre che da piatti e dolci tipici della tradizione popolare.

Oggi l’atmosfera natalizia ha integrato all’aspetto spirituale anche quello commerciale: un sincretismo di simboli e messaggi hanno arricchito e depauperato al tempo stesso questa festa. Ecco allora una breve guida delle nostre tradizioni, che sarà utile ad accrescere le consapevolezze e a non farci vivere un apatico e meccanico Natale.

4 dicembre

SANTA BARBARA

“Santa Barbara ntu munti stava, di lampi e di trona nun si scantava, si scantava dill’ira di Diu, Santa Barbara amuri miu”.

Questa martire cristiana, patrona di Paternò e Francavilla di Sicilia, è invocata quale protettrice di chi fa un lavoro pericoloso e di chi ha a che fare con il fuoco, nonché supplicata durante i temporali e le tempeste. Anticamente si riteneva che le condizioni metereologiche di questa giornata si replicassero il giorno di Natale. Inoltre, era usanza diffusa raccogliere dei rametti che, dopo essere stati immersi nell’acqua per una notte, venivano riposti in un vaso e nebulizzati con acqua di tanto in tanto, sino alla fioritura che coinciderebbe esattamente col giorno di Natale! Nelle case si prepara il torrone, il croccante della tradizione natalizia in Sicilia.

6 dicembre

SAN NICOLA

È San Nicola il vero Babbo Natale. La tunica rossa e il volto barbuto di questo Santo vescovo hanno ispirato la penna di Clement C. Moore che, nel 1822, forgiò il canone moderno della leggenda di Babbo Natale. Le due figure hanno in comune, oltre alla bontà di spirito, anche il particolare legame coi bambini.

In Sicilia, infatti, il Santo viene invocato quando cadono i dentini da latte. La credenza vuole che recitando una filastrocca e sotterrando il dentino, il Santo porti una ricompensa al bambino. Eccone il testo: San Nicola, San Nicola, vi dugnu la zappa (=dente) vecchia, vui mi dati la zappa nuova”. Insomma, possiamo dire che San Nicola, in Sicilia, lavora tutto l’anno, e non solo a Natale! La tradizione vuole che, per la sua festa, vengano preparati i panuzzi che anticamente erano considerati un rimedio infallibile per salvare da gravi pericoli.

8 dicembre

L’IMMACOLATA

È in questa giornata che entra nelle case l’atmosfera del Natale con l’allestimento dell’albero e del tipico presepe. Questa festa fu istituita nel 1854 ma, in Sicilia, il culto della totale purezza di Maria era già stato introdotto dai Bizantini nel VI secolo. Da lunghi secoli, infatti, il popolo siciliano è legato alla all’Immacolata, proclamata anche patrona del Regno delle Due Sicilie, nel 1643. Non è un caso, infatti, se tra i nomi più diffusi in Sicilia troviamo: Concetta, Concetto, Tina e Maria che in questa giornata festeggiano il loro onomastico. Muffolette, sfincione e buccellato sono solo alcuni dei piatti tipici preparati in Sicilia questo giorno.

13 dicembre

SANTA LUCIA

È la Santa siracusana ad anticipare, in tutto il mondo cristiano, la celebrazione del Natale. Panelle, arancine e cuccia non possono mancare, nelle case siciliane, per questa festa. Questi cibi, infatti, richiamano alla memoria i miracoli del grano che fece la Santa in tempi di carestie. Prima di mangiare questi piatti è necessario rivolgere una preghiera alla Santa oltre ad un’Ave Maria e un Padre Nostro. Inoltre, gli antichi dicevano: “Di Santa Lucia finu a Natali dudici jorna pi cu i sapi cuntari (= per chi li sa interpretare)”. A partire da questa festa, infatti, vi è la tradizione dei “Cariennili”, ossia la previsione del meteo di un intero anno, osservando le condizioni metereologiche che, a partire da questa giornata portano al Natale…

Editoriale Bianca Magazine n°38

di Emanuele Cocchiaro

Che cosa è esattamente una tradizione?

Il dizionario Treccani la definisce così: “Trasmissione nel tempo, da una generazione a quelle successive, di memorie, notizie, testimonianze”. In Sicilia, però, la tradizione assume spesso un significato ancora più profondo, arricchendosi di folklore e di emozioni che uniscono centinaia di persone facendole sentire parte di qualcosa. È quello che avviene specialmente durante il periodo delle festività, dove dall’Immacolata all’Epifania, ci si impegna in un calendario fitto di eventi, ma soprattutto in un percorso fatto di momenti che ci riportano indietro nel tempo, che ci fanno riscoprire gli affetti e le persone a noi care; che spesso ci riportano indietro alle nostre origini ricordandoci chi siamo, ma soprattutto da dove veniamo.

Per questi motivi abbiamo scelto di dedicare il numero di Natale proprio alle tradizioni. Anche all’interno delle nostre pagine vivremo un calendario con gli eventi più importanti e banchetteremo insieme con i piatti delle varie zone della Sicilia che deliziano i nostri palati durante queste feste. Rivivremo insieme la leggenda della strina, sogneremo con il mulino di Babbo Natale a Novara di Sicilia accompagnati dalla musica degli zampognari di Galati Mamertino. Nel frattempo, però, volgeremo uno sguardo al futuro a come una tradizione come il Presepe Vivente a Giarratana abbia creato un ponte tra generazioni passate e future, oppure a come è possibile far vivere le nostre tradizioni anche nell’era dei social con lo storytelling dei ragazzi di Gira con noi in Sicilia.

Il nostro regalo è quello di potervi accompagnare, ancora una volta, in questo viaggio attraverso le nostre pagine, augurando a ognuno di voi di tenere sempre viva la fiamma delle nostre tradizioni, scoprendole, coltivandole e, soprattutto, tramandandole perché loro, in fondo, fanno un po’ parte di tutti noi.

Presepe dei Giovani Ragusa Ibla min

Il presepe dei giovani della parrocchia San Giorgio di Ragusa

di Alessia Giaquinta

 

Nasce Gesù, nasce la Speranza”. È questo il messaggio che la comunità giovanile dell’Azione Cattolica di San Giorgio Martire di Ragusa Ibla ha voluto lanciare attraverso il “Presepe Giovanile”.

Inaugurato martedì 7 dicembre, presso l’ex chiesa di Sant’Antonino, alla presenza del vescovo di Ragusa monsignor Giuseppe La Placa e del primo cittadino Peppe Cassì, il “Presepe Giovanile” ha l’obiettivo di proporre ai visitatori non solo il presepe in quanto opera d’arte bensì il mistero della nascita di Gesù nell’ottica del messaggio di speranza che porta agli uomini di tutti i tempi.

Presepe dei giovani, Ragusa Ibla

 

Fare rinascere la speranza attraverso il messaggio cristiano della continua rinascita” commenta il giovane Stefano Avola che, insieme al gruppo giovanile dell’Azione Cattolica, ha preso parte alla costruzione del grande presepe, posto nell’altare centrale della chiesa, curato nei minimi dettagli. “Da settembre abbiamo iniziato a riunirci, dopo due anni di inattività. Siamo tutti studenti universitari, una piccola realtà che però è fiorente. Ognuno, con quel che sa fare, ha dato molto – chiosa Avola – Un particolare ringraziamento al nostro parroco Pietro Floridia e al presidente dell’Azione Cattolica Parrocchiale, Giovanni Guastella”.

La costruzione del presepe è stato motivo di aggregazione, di legami, di “agape fraterna”.

All’interno dell’ex chiesa di Sant’Antonino si trovano, altresì, opere presepiali a cura di Carmelo Scalone e di Giovanni Guastella che ripropongono la Natività in miniatura o ambientata in paesaggi locali.

 

 

Un’esperienza di arte, di fede e di vivacità giovanile. Non stupitevi allora se, all’ingresso, trovate un gruppo di ragazzi e ragazze ad accogliervi, pronti a fornirvi informazioni, a spiegarvi il loro impegno e la loro dedizione per la realizzazione di questo progetto “di speranza”.

La mostra sarà visitabile fino al 7 gennaio 2022.