Tag Archivio per: mare

presentazione libro c'è sempre il mare

“C’è sempre il mare ” giovedì la presentazione del romanzo del giornalista Domenico Russello

Licata -Giovedì 24 Novembre alle 17 al Museo archeologico di Licata sarà possibile assistere alla presentazione del romanzo “C’è sempre il mare” del giornalista gelese Domenico Russello, pubblicato da L’Erudita editrice, marchio Giulio Perrone editore.

Durante la serata, organizzata dall’Associazione Progresso e dal Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento, converseranno con l’autore: Francesco Pira, docente di sociologia all’Università di Messina, Merelinda Staita, docente di lettere e Salvo D’Addeo, musicista e regista del film U Scrusciu du Mari.

presentazione libro c'è sempre il mare

Il libro, già finalista al concorso letterario internazionale Dostoevskij 2021, è una raccolta di sette racconti che spaziano dall’eco delle memorie d’infanzia alle riflessioni sul presente, proponendo sensazioni che riempiono di umori ed emozioni ogni pagina. I profumi della propria terra, i legami più speciali, la contemplazione della bellezza che ci circonda mentre il tempo intorno a noi scorre, lento ma inesorabile, obbligandoci a cogliere la necessità dell’attimo, l’importanza di un pensiero, la dolcezza delle carezze della vita. Questo e tanto altro ancora nelle pagine intensissime scritte dall’autore, in cui il mare si assapora, si accarezza, si vive. Il libro è disponibile e ordinabile in libreria e su tutti i principali store digitali, da Mondadori store ad Ibs. Prima e dopo la presentazione sarà possibile visitare le sale del Museo aperto per l’occasione.

Pozzillo e Stazzo

I borghi marinari: Pozzillo e Stazzo

di Merelinda Staita, Foto di Giuseppe Barbagallo, Luciano Calabretta, Claudio Longo

La Sicilia possiede territori meravigliosi da esplorare in ogni stagione dell’anno. L’isola è ricca di spiagge stupende, in particolare lungo il litorale della costa orientale sicula si trova la Timpa, stupenda Riserva Naturale Orientata. Un’area naturale protetta, situata nel comune di Acireale, in provincia di Catania. Un promontorio di circa 80 metri di altezza al cui interno sono presenti borghi marinari tra cui Pozzillo e Stazzo. Due luoghi incantevoli e ricchi di paesaggi mozzafiato, dove emerge tutta la sicilianità che caratterizza la costa ionica. Acque limpide e cristalline, tante scogliere, il blu del mare che circonda ogni caletta e sullo sfondo la macchia mediterranea.

borghi marinari

Pozzillo

Il borgo è davvero affascinante e sembra disegnato con cura sulla tela da un pittore. Il toponimo proviene dal siciliano “pizziddu”, che vuol dire “piccola punta” o “piccolo capo sul mare”.

Il primo insediamento è avvenuto attorno ad una chiesa del 1500 che poi è stata demolita negli anni Settanta.

Si può ammirare lo splendore di Pozzillo anche passeggiando lungo il porticciolo, mentre il tempo sembra essersi fermato. Inoltre, il piccolo porto peschereccio di Pozzillo si trova distante dalle zone più frequentate dai turisti.

La rivista inglese The Guardian ha annoverato Pozzillo tra le mete più belle della costa acese.

pozzillo

Pozzillo è diventata celebre grazie alla sua sorgente di acqua minerale. La sua fortuna deriva dal possedere un territorio di origine vulcanica e dalla presenza di considerevoli falde acquifere che danno vita a sorgenti termali e minerali. La società Acquapozzillo è stata molto apprezzata dal re Ferdinando I di Bulgaria che ebbe modo di bere l’acqua durante la sua permanenza in Sicilia. Nel 2000 l’azienda passò al settore pubblico e l’acqua, a causa di diverse difficoltà, non venne più messa in commercio. Oggi, lo stabilimento è andato quasi perduto ed è difficile ricominciare a commercializzare l’acqua.

I registi hanno scelto Pozzillo come set cinematografico per i loro film. Basti pensare a “Un bellissimo novembre” di Mauro Bolognini oppure a “La prima notte del Dottor Danieli, industriale, col complesso del… giocattolo” di Giovanni Grimaldi.

La pesca è una risorsa importante e lo dimostrano le sagre del pesce spada e del polpo. Inoltre, il patrimonio gastronomico gode di una specialità da gustare assolutamente: le olive verdi schiacciate e conservate in salamoia, ottime come companatico.

 

 

Stazzo

Il borgo marinaro di Stazzo si presenta come un ristoro per il corpo e per l’anima di ogni visitatore. Il toponimo proviene dalla parola latina statio e si riferisce al luogo in cui stazionavano le navi. Bisogna anche evidenziare che nel dialetto siciliano il termine stazzuni si riferisce al forno in cui si cuociono i mattoni. In effetti, vi sono dei forni all’interno del borgo ed è probabile quindi che il nome derivi proprio da questi.

In passato si è pensato che la scogliera di Stazzo fosse identificabile con l’eruzione del 1329, ma in realtà si tratta di lave del’ XI secolo.

Infatti, tra il 1030 e il 1060 prese forma il cono eruttivo conosciuto come Monte Ilice. La lava arrivò dove oggi sorge Stazzo, modellando delle vere sculture rocciose e su queste si sporge il paese con il suo molo.

stazzo

È stata dimostrata la presenza di un’osteria e di alcune case, a partire dal XVI secolo, ed era denominata Cala dello Stazzo. La struttura attuale del paese risale al XIX secolo.

Il porto è stato denominato U scalu ed è possibile trovare un altro porticciolo detto Unna (per la sua forma a bacino).

Stazzo ha una spiaggia formata da sassi e si trova vicino al molo ed è frequentata da famiglie con bambini.

La costa è abbastanza diversificata grazie alla presenza di calette, baie e scogli a strapiombo su cui vengono costruite in estate alcune piattaforme per i bagnanti.

La parte più scoscesa è la cosiddetta Costa delle Cale che funge da collegamento con il borgo di Pozzillo.

 

Insomma, Pozzillo e Stazzo meritano di essere valorizzati per la loro bellezza naturale e incontaminata.

charleston mondello

C’era una volta il Charleston… e c’è ancora!

Articolo e foto di Federica Gorgone

Tra l’800 e il 900 Palermo divenne la città dei Florio, uno dei casati più ricchi d’Italia protagonisti indiscussi della cosiddetta Belle Époque. In quegli anni la cittadina vide un rapido sviluppo in termini economici, d’imprese e di realtà architettoniche.

È proprio in questo periodo che Les Tramways de Palerme, azienda Italo-Belga, decise di realizzare a Mondello, in puro stile Art Nouveau, un edificio unico nel suo genere: il “Charleston”.

Chi è stato almeno una volta a Mondello, ricorderà sicuramente questa struttura che si erge a palafitta sul mare al centro del golfo e l’avrà sicuramente fotografata! Ma conoscete la sua storia?

L’Antico Stabilimento Balneare di Mondello dai più conosciuto come “Il Charleston”, dal nome di uno storico ristorante che era situato al suo interno, fu progettato dall’architetto Rudolf Stualker. Originariamente questo edificio fu pensato per una città belga, ma viste le bellezze dello splendido golfo di Mondello fu poi preferita la location palermitana (d’altro canto, come dargli torto?).

Andando indietro nel tempo, possiamo dire che la storia di questa borgata marinaresca prende vita quando Francesco Lanza Spinelli di Scalea alla fine dell’800 ne comprende le potenzialità a livello turistico e strutturale e decide così di promuovere la bonifica del golfo (con non poche difficoltà).

Fu poi Giovanni Rutelli, figlio del famoso scultore Mario Rutelli, ad occuparsi della realizzazione del Charleston così come lo conosciamo oggi, curandone ogni dettaglio stilistico sia negli interni che negli esterni. E, cosa molto importante, rendendo la struttura perfettamente resistente all’azione corrosiva della salsedine marina.

charleston mondello

L’elegante location aprì per la prima volta al pubblico il 15 luglio 1913 e ad oggi possiamo affermare che nell’immaginario palermitano, e non solo, rappresenta il cuore pulsante di tutta la cittadina. Riuscireste mai a pensare a questa piccola borgata marinara senza quell’imponente struttura che sembra fluttuare sulle sue acque in modo così leggiadro? Penso proprio di no.

Continuando a raccontarne la storia, non tutti sanno che ad un certo punto nel pieno dell’affermazione della struttura uno dei più famosi ristoranti palermitani (proprio il Charleston) decise di trasferirsi dal centro città, dove aveva già iniziato a fare la propria fortuna, in una, ai tempi, innovativa location estiva offerta esattamente dal nuovo stabilimento.

La struttura divenne così in breve tempo un elegante luogo frequentato da persone appartenenti all’antica nobiltà palermitana, fino a quelle di spicco dell’alta borghesia ergendosi come sede di prestigiosi eventi.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, lo splendore di cui fino ad allora aveva goduto questo meraviglioso luogo cominciò inevitabilmente il suo declino, fino ad arrestarsi del tutto. Il Charleston si trasformò in quegli anni in un quartier generale e molti degli arredi interni furono distrutti durante il conflitto o “sparirono” senza essere mai più ritrovati.

Negli anni del post-guerra, il Charleston tornò a risplendere. Nel periodo del grande boom economico, infatti, iniziò ad esempio ad ospitare numerosissime serate danzanti, cerimonie e concorsi celebri.

Ma cos’è oggi il Charleston? A distanza di anni continua ad essere uno dei più famosi ed influenti stabilimenti balneari attivi. Anche se lo storico ristorante Charleston non si trova più al suo interno poiché sostituito dal ristorante Alle Terrazze, tutti continuano a ricordare lo stabilimento con questo nome ed è possibile respirare ancora un po’ della Palermo di una volta nel suo fascino intramontabile senza tempo.

 

Ustica: l’isola “dura e dolcissima”

di Alessia Giaquinta

Isola dura e dolcissima”, così lo scrittore Cesare Pavese definì Ustica in un suo componimento. Un’isola spesso ricordata per la terribile strage di cui fu protagonista negli anni ’80, ma che merita di essere inneggiata e menzionata specialmente per la ricca vestigia del suo paesaggio.

Magnifici scenari fatti di scogliere, sabbie scure, acque cristalline e incontaminate – dove si perpetua il miracolo della vita di numerosissime specie di flora e fauna marina – è quello che fa di Ustica un’isola da custodire come una perla nel cuore del Mediterraneo.

Ed è proprio definendola “Perla Nera” che possiamo riconoscerla nelle sue caratteristiche “dure e dolcissime”, di fuoco e di mare, di anfratti scoscesi e bianche spume, di mitologiche terre e profondissimi azzurri.

Un’isola che, per le sue attrattive naturalistiche e per la caratterizzazione biocenotica dei fondali particolarmente significativa, nel 1987 è diventata la prima riserva marina italiana protetta.

I fondali di questo tratto di mare, che sono ricchi di biodiversità e pertanto godono di una speciale fama in tutto il mondo, costituiscono sicuramente anche uno dei microcosmi incontaminati prediletti dai subacquei. Ustica per l’unicità dei suoi fondali può essere, infatti, considerata capitale mondiale dei sub. È qui, infatti, che si trova la sede storica dell’Accademia di Scienze e Tecniche Subacquee e dal 1959 qui si svolge la Rassegna Internazionale delle Attività Marine.

Per poter descrivere adeguatamente i colori e la ricchezza di flora e fauna marina che caratterizzano le coste di Ustica, bisognerebbe avere la penna di un poeta e gli occhi di un pittore. Solo chi ha la possibilità in prima persona di esplorare i fondali può essere all’altezza di narrare l’ esperienza suggestiva e gratuita che regalano i fondali dell’isola.

È bene sapere che non serve essere esperti subacquei per poter apprezzare gli scenari eccezionali che offre il mare di Ustica: anche con maschera e boccaglio si può fare un’esperienza entusiasmante e unica.

Geologicamente Ustica è affine alle Eolie nella sua origine vulcanica: essa è, infatti, una vetta affiorante di un vulcano sottomarino. Forse per questo i latini la chiamarono “Ustum”, che significa appunto “bruciato”.

Oltre alle bellezze dei fondali, impreziositi da particolari faraglioni e grotte marine – visitabili per mezzo di escursioni in barca – è nota la cosiddetta “piscina naturale”, una vasca piccola e mediamente profonda, scavata dal mare ai piedi del faro di Punta Cavazzi, dove possono nuotare anche i bambini o chi è alle prime armi, apprezzando numerose specie ittiche anche a pelo d’acqua.

Anche se il mare è il vero protagonista dell’isola, il centro abitato offre altre particolarità rilevanti: dal Museo Civico Archeologico, inaugurato a settembre 2011, che espone una collezione di reperti risalenti all’Età del Bronzo (dal 1400 al 1200 a.C.), alla Torre Santa Maria, al Castello borbonico Falconiera, alla chiesa di San Ferdinando, all’antico villaggio preistorico.

Anche le case che popolano il centro abitato, di colore bianco e basse, rendono particolarmente suggestivo il paesaggio. Non serve automobile per visitare Ustica: anzi, il consiglio è proprio quello di scoprirla a piedi, attraversando le antiche strade a sanpietrini per apprezzarne le peculiarità.

Inoltre, a partire dagli anni ’70, alcuni artisti si sono cimentati nella realizzazione di particolarissimi murales per decorare le facciate delle case. Una chicca da non lasciarsi scappare!

Famosa è la lenticchia di Ustica, la più piccola d’Italia, che oggi è un Presidio Slow Food e il gambero di Ustica, di colore rosa e particolarmente apprezzato per la sua prelibatezza.

Un’isola pittoresca, ricca di meraviglie è Ustica: a 36 miglia da Palermo, circondata da acque abissali di impareggiabile bellezza, grembo pullulante di vita, scrigno di antichi miti e tesori da continuare a scoprire e preservare come una perla rara.

Torre Cabrera e la Sicilia granaio del Mediterraneo

Articolo e foto di Alessia Giaquinta

È là, adagiata sulla spiaggia di Pozzallo, maestosa ed imponente, che guarda il mare e protegge la città, ormai da secoli. La Torre Cabrera, che vanta anche il riconoscimento di Monumento Nazionale, è sì il simbolo della città di Pozzallo ma è anche la testimonianza di una storia che appartiene inevitabilmente alla Sicilia e ai siciliani.

Facciamo un salto nel passato e chiediamo all’immaginazione di riportarci agli scenari di quel tempo in cui Pozzallo altro non era che un’estensione della Contea di Modica, dove vivevano pochi pescatori in piccole e umili dimore vicino al mare.

Correva l’anno 1429 quando fu posta la prima pietra di Torre Cabrera laddove era costruito il Caricatore, un complesso di magazzini di grano e di viveri voluto dalla famiglia dei Chiaramonte, divenuto luogo prediletto per gli assalti dei pirati. A volere la costruzione di una torre di difesa, però, fu Giovanni Bernardo Cabrera, figlio del primo conte dell’importante famiglia spagnola che, fedele sostenitrice della casata Aragonese che regnava in Sicilia, ne ebbe in cambio la Contea di Modica, confiscata ai ribelli Chiaramonte.

Costruita in pietra iblea, di pianta quadrangolare e alta quasi 30 metri dal piano stradale, la Torre Cabrera non servì però solo come fortezza difensiva e punto di controllo, bensì – secondo recenti studi e ritrovamenti – fu anche residenza signorile.

A sostegno di questa tesi ci sono gli elementi decorativi ritrovati nei piani più alti della Torre, costituiti da mattonelle maiolicate probabilmente di fattura spagnola (gli azulejos heraldicos, così chiamati per il colore azzurro degli stemmi raffigurati), ma anche le volte a crociera dei saloni in cui è ricorrente lo stemma della famiglia Cabrera raffigurante una capra. Una meravigliosa terrazza, nell’ultimo piano, a cui si giunge attraverso una scala a chiocciola, dà l’accesso ad una straordinaria vista panoramica del territorio.

Turris ingens et magnifica così la descrisse lo storico cinquecentesco Fazello, una torre potente e splendida, in cui viveva il regio castellano e prestavano servizio soldati, artiglieri e cavalieri al fine di tutelare le ingenti quantità di frumento e altre merci che erano custodite nei magazzini del Caricatore.

Con l’erezione della torre, l’importanza del Caricatore crebbe ulteriormente tanto da diventare il secondo più importante del Regno, dopo quello di Palermo. Il grano che da qui partiva raggiungeva i più importanti porti del Mediterraneo.

Questa serve per securtà del grano che quivi si conduce, che serve la maggior parte per l’isola di Malta, per essere il più vicino luogo di tutta l’isola di Sicilia per distanza di sessanta miglia”, scrisse l’architetto fiorentino Camilliani che nel XVI secolo esplorò le coste siciliane.

Si può ben immaginare, allora, quanta gola facesse questa ricchezza ai saraceni e ai corsari che giungevano a Pozzallo per razziare i magazzini e attaccare la città. E si può intuire anche che la Torre, di conseguenza, predisponesse di sistemi di tortura e prigionia per i criminali che ne osassero l’attacco. È ancora visibile la camera sugli scogli dove venivano percossi e poi incatenati i prigionieri, il cui destino era l’annegamento, con l’arrivo dell’alta marea. Chissà quanti furono giustiziati nel “Pozzo della Morte”, una buca posta all’interno di una stanza, ancora oggi visibile. Così come visibili sul muro sono i segni incomprensibili dei condannati a morte, prodotti con le unghie o con piccole schegge trovate sul pavimento.

Inoltre una delle sale della Torre, era adibita a cappella dedicata a Santa Maria della Pietà.

Attraversare la Torre Cabrera, visitandone gli ambienti, dà la possibilità di ripercorrere un tempo remoto che ci appartiene, che ci racconta la storia di una Sicilia granaio del Mediterraneo, che ci riporta ai costumi di quel tempo, che ci meraviglia e ci lascia a bocca aperta, ogni volta che ne siamo consapevoli

IMG   min

I pescatori: un patrimonio da preservare. Nuccio Raffaele e la sua esperienza in barca da oltre cinquant’anni.

di Samuel Tasca

Quando viaggi verso le Eolie ti accolgono prima ancora di arrivare sulle isole; li incontri in mare, al porto o, come nel mio caso, al tavolo del ristorante. Sto parlando dei pescatori, uomini e donne che hanno dedicato la loro vita al mare e alla pesca e che rappresentano un’immensa risorsa da preservare per una realtà isolana come quella di Lipari.

Lui è Nuccio Raffaele, 64 anni, dei quali circa cinquantaquattro vissuti da pescatore.

 

«Essere un pescatore significa avere molta pazienza, ma è un mestiere che deve anche piacerti. Io lo faccio praticamente da sempre», mi racconta il signor Nuccio in compagnia della moglie. «Quando andavo in prima elementare dormivo sul banco perché già lavoravo pur di aiutare la famiglia. Crescendo ho scelto di fare questo mestiere che mio nonno e mio padre facevano prima di me». 

La sua è una vera e propria passione. «Quando vado a lavorare mi diverto… anzi mi riposo. È un mestiere che mi rilassa», rivela. Così, chiedo di raccontarmi come si svolge la sua giornata lavorativa che inizia normalmente nel pomeriggio quando si esce in barca. Prima che tramonti il sole le reti vengono calate in mare per poi dedicarsi all’attesa. Solo intorno alle due del mattino le reti vengono ritirate per raccogliere il pescato. 

Ma il lavoro di un pescatore non termina qua: il pesce viene, infatti, portato poi in pescheria e affidato ai cosiddetti “rigattieri” che si occupano di distribuirlo prima sull’isola e poi al di fuori di essa. «Prima di entrare nella Comunità Europea c’era più libertà e quindi riuscivamo a esportare il pesce fino in Francia», racconta il signor Nuccio. «Oggi, invece, il nostro pesce resta per lo più in Italia». 

Si nota un certo rammarico nelle sue parole, dovuto alla consapevolezza di ciò che rappresenta la figura del pescatore in un contesto come quello di Lipari. «In un’isola il pescatore è chi garantisce il pesce fresco sempre. Per questo è una professione che non può scomparire e che va tutelata. A Lipari, quindici anni fa si contavano circa 2700 tra pescatori e famiglie. Sostenevamo economicamente quasi tre quarti dell’isola, anche grazie a tutte le professioni collaterali legate alla pesca e alla manutenzione delle imbarcazioni. Oggi, saremo rimasti pressappoco mille perché molti hanno preso una strada diversa». 

Eppure, a casa del signor Nuccio la passione per la pesca ancora persiste e scorre nelle vene dei suoi discendenti fino a raggiungere anche le generazioni più giovani. È, infatti, la giovane nipote Vanessa, di soli vent’anni, che ha aiutato il nonno a portare avanti l’attività negli ultimi due anni ed è proprio lei che con orgoglio ci presenta al suo “instancabile nonno pescatore”.

Sono tante le storie come quella di Nuccio e Vanessa, esperienze che meritano di essere raccontate poiché testimonianze di un antico mestiere che rischia di scomparire e che va tutelato. Sono loro i custodi di quest’attività centenaria, uomini e donne che conservano il profumo del pesce sulle loro mani e il luccichio del mare nei loro occhi. È lì che si può intravedere l’orizzonte, quello stesso panorama vissuto e goduto tante volte da chi è rimasto nella dolce e trepidante attesa del proprio tesoro, cullato dal moto delle onde e rischiarato dal chiarore della luna, in quella pacatezza che solo un pescatore conosce davvero. 

FAVIGNANA TP RECUPERO ANFORE

Il mare tra Trapani e Favignana restituisce reperti di anfore puniche e greco-italiche del III secolo a.C.

Comunicato stampa

Un’anfora punica del tipo Maña D del III sec. a.C., numerosi altri frammenti di anfore greco-italiche databili al III sec. a.C. e frammenti ceramici sono stati recuperati nel tratto di mare tra la costa trapanese e l’isola di Favignana.


Il ritrovamento da parte della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana è avvenuto a seguito di una segnalazione da parte di Giuseppe Curatolo, della Soc. Coop. Atlantis, che individuava i reperti sul fondale durante il monitoraggio della condotta idrica.

Il recupero è stato effettuato dal nucleo subacqueo della Soprintendenza del Mare che ha operato unitamente al Nucleo Tutela Patrimonio Culturale e al Nucleo Subacqueo dei Carabinieri.

“Il mare di Trapani – sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà – continua a rivelarsi ricco di testimonianze che, di volta in volta, ci restituiscono la mappatura di quelli che dovevano essere i traffici commerciali nel Mediterraneo e accrescono la misura delle relazioni esistenti tra la Sicilia e le altre civiltà, sottolineandone indirettamente la centralità. Un patrimonio di conoscenze che diventa prezioso tesoro per rendere sempre più vivida e piena di dettagli un’immagine della nostra Terra come luogo di scambi”.


L’area è risultata ricca di emergenze archeologiche – dice la direttrice della Soprintendenza del Mare, Valeria Li Vigni – e apre a nuove possibili indagini da effettuare in modo estensivo e sistematico. A seguito di questo ritrovamento, infatti, stiamo già predisponendo una campagna di ricerca estensiva dell’area con la collaborazione del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale e del Nucleo Subacqueo dei Carabinieri”.


L’attività ha visto la collaborazione dell’Area Marina Protetta delle Isole Egadi che ha messo a disposizione la vasca di desalinizzazione per i reperti recuperati.

Spazio attivita didattiche e culturali

Kamarina, un museo da vivere

Articolo di Salvatore Genovese

“Ragazzi, andiamo a farci un aperitivo al Museo?”
“E vai! Lì il panorama è magnifico!”

“Cara, stasera pizza?”
“Magari; è da un po’ che non usciamo. Dove andiamo? – “Al Kamarina”.

“Sai, è da un po’ che penso ad un posto magnifico per il nostro matrimonio” “Cioè?” – “Al Museo di Kamarina” – “Ottimo. Mi piace!”.

Tre frasi al momento abbastanza fantasiose, ma che potrebbero acquistare concretezza tra non molto. Parola del direttore del “Parco Archeologico Regionale Kamarina e Cava Ispica”, architetto Domenico Buzzone impegnato, assieme a tutto lo staff, in un’opera di riqualificazione e valorizzazione funzionale che, oltre a questi due grandi Parchi, comprende le aree archeologiche di Caucana e del Bagno Arabo di Mazzagnone (Santa Croce Camerina), il Convento della Croce (Scicli), Cava Ispica (Modica), il Parco della Forza (Ispica), le Miniere di Castelluccio (Ragusa) e la Collezione Quasimodo (Modica).
Nello specifico, quest’opera prevede la “musealizzazione interna ed esterna del Museo Archeologico di Kamarina”.

Un progetto innovativo e articolato, i cui tempi di attuazione sono previsti da giugno 2021 a novembre 2021 – quindi abbastanza brevi – che dovrebbe dare un volto e una funzione nuovi alla struttura museale, sia interna, che esterna.
L’ obiettivo, spiega Buzzone, è duplice: «Mettere in risalto l’aspetto scientifico dei resti archeologici e allestire elementi (e momenti) di grande impatto emotivo e scenografico».

A tal fine, il progetto prevede, oltre al miglioramento dell’interpretazione dell’area archeologica e alla musealizzazione dei vari ambienti, la progettazione di un bookshop, di una caffetteria e di locali accessori.

Il tutto, ovviamente, nel continuo richiamo a quella che fu Kamarina, importante colonia greca fondata nel 598 a.C. dai Siracusani su un promontorio alla foce del fiume Ippari per creare un presidio lungo la rotta africana. Dopo varie vicende, che la videro, tra l’altro, alleata di Atene, Kamarina fu conquistata da Roma nel 258 a.C. e nel corso del tempo accolse le navi da guerra di Cesare, Ottaviano, Pompeo Magno, Scipione ed altri generali Romani. Venne distrutta nell’827 da Asad ibn al-Furat nel contesto della conquista arabo-berbera della Sicilia.

Ovviamente, qualsiasi rimodulazione museale non può prescindere da tali elementi storici ed in tale contesto si muove il progetto di musealizzazione dell’intero complesso archeologico kamarinese.

Già alcuni interventi extra progetto sono stati ultimati da mesi e sono in attesa del necessario collaudo amministrativo.
Domenico Buzzone mette anche l’accento sui continui lavori di manutenzione che la struttura richiede per la sua messa in sicurezza e per consentire da subito l’accesso alla parte esterna dell’area archeologica del museo, come la splendida Agorà, che si presume fosse l’area commerciale dell’antica Kamarina.
«La vastissima area esterna sarà, come da progetto, destinata a diverse attività, anche serali, che, se vogliamo, possiamo definire del tutto innovative, se non addirittura ‘rivoluzionarie’, come la caffetteria».
Domenico Buzzone ha le idee ben chiare e lo spirito giusto per attuarle: il museo non solo come luogo di passaggio, ma anche di aggregazione. Qualcosa, in tal senso, è stato fatto: il museo ha già ospitato eventi culturali, musicali e teatrali, ma in forma temporanea, una tantum.

Adesso l’obiettivo è quello di una diversa fruizione, che consenta stabilità agli eventi extra archeologici.
Quelli archeologici, ovviamente, costituiranno la nervatura dell’attività museale, soprattutto, partendo dall’esterno, puntando all’integrazione del sito in un percorso museale più organizzato e multifunzionale, in grado di inserire gli scavi e le rovine in una visita più ampia ed articolata, arricchita da servizi accessori quali il bookshop, la caffetteria ed altro ancora.

In ogni caso, importanza massima sarà data all’interpretazione visiva e di facile comprensione dei numerosi reperti del sito archeologico.

 

 

 

anteprima museo mare

Il museo del mare di Licata

Articolo e foto di Merelinda Staita

Ho insegnato per tanti anni a Licata, in provincia di Agrigento, e ho avuto modo, in occasione di diversi progetti scolastici, di conoscere il patrimonio storico-archeologico del suo magnifico Museo del Mare.

Il Museo del Mare nasce su iniziativa del Gruppo Archeologico Finziade che, dal 2012, si è dotato di un nucleo subacqueo che è riuscito a recuperare i primi reperti già nel 2013. Si trova nel centro storico di Licata, presso i locali del chiostro Sant’Angelo, immobile del Comune dato in gestione al Gruppo Archeologico Finziade. All’interno del chiostro Sant’Angelo, oltre al Museo del Mare, c’è il Museo dello Sbarco. Infatti, la prima parte è dedicata ai reperti subacquei e la seconda parte è dedicata allo sbarco alleato del 1943. Prima è nato il Museo del Mare e in seguito il Museo dello Sbarco.
È stato valorizzato dal Gruppo Archeologico Finziade che svolge l’attività subacquea sotto la tutela e il controllo delle autorità marittime. L’attività del gruppo si svolge in collaborazione con la Soprintendenza del Mare.

I lavori di recupero, condotti sotto la supervisione della Soprintendenza del Mare, presso il sito dell’isolotto San Nicola e della Secca Poliscia, hanno riportato a galla reperti archeologici databili tra il periodo protostorico e l’età medievale fino agli inizi del 1900.

All’ingresso del Museo è presente una vetrina che desta curiosità per la presenza di: un frammento di legno perforato dalla Teredo Navalis, un orlo di brocca in bronzo, un collo d’anfora Massaliota (VI-V secolo a.C), una palla incatenata di cannone (XV-XVI secolo), un piccone in piombo, un collo d’anfora Agorà M254 con graffite due lettere in alfabeto greco (I-IV secolo d.C), un frammento di tegame, un frammento di tazza, un collo d’anfora Keay 62 (V-VII secolo d.C), un collo d’anfora Dressel 2-4 (I secolo a. C – II secolo d. C). La maggior parte di questi reperti è stata rinvenuta nell’area di Rocca San Nicola e di Marianello, proprio nel territorio di Licata.

Sempre all’ingresso troviamo esposta in vetrina, tra gli oggetti restituiti dal mare, una delicata gemma in pasta vitrea con incisa una figura umana pensante.

A seguire c’è un’area dedicata alle anfore di diversa epoca, intere o anche in piccoli frammenti. Inoltre, ci sono le donazioni dei pescatori o di chi pratica la pesca amatoriale. Non si può non ammirare la collezione di ancore antiche recuperate dal mare: due ancore a gravità a un foro, tre a gravità a tre fori, due ceppi litici, sei ceppi in piombo e una contrammarra plumbea. Tra le ancore in ferro: una di epoca romana del tipo a freccia, una bizantina, un’ancora Trotman (XIX-XX secolo) e un ammiragliato italiana (XX secolo). La disposizione delle ancore segue un percorso storico ben preciso dalle più antiche alle più moderne. Tutti questi importanti ritrovamenti sono collocati nell’atrio, sotto ai portici, del chiostro Sant’Angelo.

A giugno riprenderà il servizio civile ed è in programma l’ampliamento del Museo, con la volontà di allestire una sala dedicata ai supporti informatici e multimediali.
L’intento è quello di mostrare agli studenti delle scuole, ai turisti e ai visitatori, l’attività archeologica – subacquea.
Jacques Cousteau scienziato, oceanografo, inventore, regista ed esploratore instancabile degli abissi marini, sosteneva che: «Il mare, una volta lanciato il suo incantesimo, ti tiene per sempre nella sua rete di meraviglia». Credo che le sue parole racchiudano una profonda verità, perché il mare ci riconsegna sempre delle ricchezze preziose che dobbiamo curare e preservare.

Licata possiede tesori inestimabili: il suo mare, la sua costa e le sue stupende spiagge. Mi auguro che in futuro ci siano nuove scoperte e nuove straordinarie bellezze, recuperate dai suoi unici fondali marini. Certamente, io continuerò a custodire nel mio cuore il ricordo di questi luoghi in cui mi sono ripromessa di ritornare.

anteprima gambero rosso

Il Gambero di Mazara del Vallo, il principe rosso che conquista gli chef

Articolo di Samuel Tasca

Aristaeomorpha Foliacea è il suo nome scientifico, ma tutto il mondo lo conosce con l’appellativo di gambero rosso di Mazara del Vallo. Nota a molti per i caratteristici vicoli della casbah, antico quartiere arabo dove il visitatore può perdersi tra i colori delle maioliche e le sue porte pittoresche, la cittadina della costa trapanese ha da sempre posseduto una cultura marinara. Ed è proprio nel suo porto, al termine di quei vicoli, che gli instancabili pescatori hanno nel tempo accostato la loro figura a quella di questo principe dei crostacei, associando il nome della città al prestigioso gambero rosso, creando così un binomio riconosciuto ormai in tutto il mondo. Il piccolo amico dei mazaresi, pescato nelle acque del Mediterraneo, è riuscito in questi anni a conquistare i più grandi chef stellati, che hanno saputo valorizzarne il sapore rendendolo, in breve tempo, uno dei protagonisti assoluti della loro cucina gourmet.

Ma cosa sappiamo di questo gambero dal colore inconfondibile?
Innanzitutto, nonostante il nome, il gambero rosso non proviene necessariamente dalla città di Mazara del Vallo. I pescatori che vivono della sua pesca partono ogni giorno dalla città trapanese, ma il crostaceo scarlatto viene pescato in realtà in tutte le acque del Canale di Sicilia, specialmente nella zona tra Cipro e la Turchia. Quindi, in realtà, il prelibato gambero, non solo non proviene esclusivamente da Mazara del Vallo, ma non è nemmeno del tutto siciliano. Eppure, in questi casi, ciò che fa la differenza non è tanto il punto specifico nel quale viene pescato, ma quanto, invece, questi pescatori si siano specializzati nella pesca e conservazione del crostaceo tanto da diventarne maestri indiscussi della sua lavorazione.

E se questa prima informazione ha leso un po’ le vostre certezze, quest’altra potrebbe davvero scuotervi: in realtà, solo i pescatori hanno il privilegio di poter assaggiare il vero gambero “fresco”. Per mantenerne inalterate le proprietà e il sapore, infatti, il gambero viene abbattuto, nella maggior parte dei casi, già a bordo dell’imbarcazione subito dopo averlo suddiviso per taglie che ne caratterizzeranno poi il prezzo di vendita.

Così, il piccolo abitante del Mar Mediterraneo è riuscito in pochi anni a diventare la star dei piatti stellati, apprezzato non solo per il peculiare e inconfondibile colore rosso vivo, ma soprattutto per il suo sapore molto dolce. Si dice che mangiare un gambero rosso di Mazara offra la sensazione di assaporare un boccone di mare. Proprio per questo il gambero viene spesso servito a crudo o utilizzato in tartare che permettono di valorizzarne al meglio il sapore. Inoltre, è spesso impiegato come elemento aggiuntivo di piatti più complessi, quali primi e secondi, offrendo con la sua carne bianca e succosa un validissimo alleato per la realizzazione dei piatti.

Avvicinandoci finalmente alla stagione estiva non possiamo dunque non consigliarvi una visita nella bella e suggestiva Mazara del Vallo. Una volta raggiunta, scegliete un posto che vi permetta di guardare il mare, magari in una fresca sera di giugno in cui la temperatura esterna è semplicemente perfetta. Proprio lì, accompagnati da un buon calice di vino bianco, lasciatevi conquistare dal suo color corallo e assaporate tutto il gusto del mare che solo un gambero rosso di Mazara può donare.