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I pescatori: un patrimonio da preservare. Nuccio Raffaele e la sua esperienza in barca da oltre cinquant’anni.

di Samuel Tasca

Quando viaggi verso le Eolie ti accolgono prima ancora di arrivare sulle isole; li incontri in mare, al porto o, come nel mio caso, al tavolo del ristorante. Sto parlando dei pescatori, uomini e donne che hanno dedicato la loro vita al mare e alla pesca e che rappresentano un’immensa risorsa da preservare per una realtà isolana come quella di Lipari.

Lui è Nuccio Raffaele, 64 anni, dei quali circa cinquantaquattro vissuti da pescatore.

 

«Essere un pescatore significa avere molta pazienza, ma è un mestiere che deve anche piacerti. Io lo faccio praticamente da sempre», mi racconta il signor Nuccio in compagnia della moglie. «Quando andavo in prima elementare dormivo sul banco perché già lavoravo pur di aiutare la famiglia. Crescendo ho scelto di fare questo mestiere che mio nonno e mio padre facevano prima di me». 

La sua è una vera e propria passione. «Quando vado a lavorare mi diverto… anzi mi riposo. È un mestiere che mi rilassa», rivela. Così, chiedo di raccontarmi come si svolge la sua giornata lavorativa che inizia normalmente nel pomeriggio quando si esce in barca. Prima che tramonti il sole le reti vengono calate in mare per poi dedicarsi all’attesa. Solo intorno alle due del mattino le reti vengono ritirate per raccogliere il pescato. 

Ma il lavoro di un pescatore non termina qua: il pesce viene, infatti, portato poi in pescheria e affidato ai cosiddetti “rigattieri” che si occupano di distribuirlo prima sull’isola e poi al di fuori di essa. «Prima di entrare nella Comunità Europea c’era più libertà e quindi riuscivamo a esportare il pesce fino in Francia», racconta il signor Nuccio. «Oggi, invece, il nostro pesce resta per lo più in Italia». 

Si nota un certo rammarico nelle sue parole, dovuto alla consapevolezza di ciò che rappresenta la figura del pescatore in un contesto come quello di Lipari. «In un’isola il pescatore è chi garantisce il pesce fresco sempre. Per questo è una professione che non può scomparire e che va tutelata. A Lipari, quindici anni fa si contavano circa 2700 tra pescatori e famiglie. Sostenevamo economicamente quasi tre quarti dell’isola, anche grazie a tutte le professioni collaterali legate alla pesca e alla manutenzione delle imbarcazioni. Oggi, saremo rimasti pressappoco mille perché molti hanno preso una strada diversa». 

Eppure, a casa del signor Nuccio la passione per la pesca ancora persiste e scorre nelle vene dei suoi discendenti fino a raggiungere anche le generazioni più giovani. È, infatti, la giovane nipote Vanessa, di soli vent’anni, che ha aiutato il nonno a portare avanti l’attività negli ultimi due anni ed è proprio lei che con orgoglio ci presenta al suo “instancabile nonno pescatore”.

Sono tante le storie come quella di Nuccio e Vanessa, esperienze che meritano di essere raccontate poiché testimonianze di un antico mestiere che rischia di scomparire e che va tutelato. Sono loro i custodi di quest’attività centenaria, uomini e donne che conservano il profumo del pesce sulle loro mani e il luccichio del mare nei loro occhi. È lì che si può intravedere l’orizzonte, quello stesso panorama vissuto e goduto tante volte da chi è rimasto nella dolce e trepidante attesa del proprio tesoro, cullato dal moto delle onde e rischiarato dal chiarore della luna, in quella pacatezza che solo un pescatore conosce davvero. 

Il mare tra Trapani e Favignana restituisce reperti di anfore puniche e greco-italiche del III secolo a.C.

Comunicato stampa

Un’anfora punica del tipo Maña D del III sec. a.C., numerosi altri frammenti di anfore greco-italiche databili al III sec. a.C. e frammenti ceramici sono stati recuperati nel tratto di mare tra la costa trapanese e l’isola di Favignana.


Il ritrovamento da parte della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana è avvenuto a seguito di una segnalazione da parte di Giuseppe Curatolo, della Soc. Coop. Atlantis, che individuava i reperti sul fondale durante il monitoraggio della condotta idrica.

Il recupero è stato effettuato dal nucleo subacqueo della Soprintendenza del Mare che ha operato unitamente al Nucleo Tutela Patrimonio Culturale e al Nucleo Subacqueo dei Carabinieri.

“Il mare di Trapani – sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà – continua a rivelarsi ricco di testimonianze che, di volta in volta, ci restituiscono la mappatura di quelli che dovevano essere i traffici commerciali nel Mediterraneo e accrescono la misura delle relazioni esistenti tra la Sicilia e le altre civiltà, sottolineandone indirettamente la centralità. Un patrimonio di conoscenze che diventa prezioso tesoro per rendere sempre più vivida e piena di dettagli un’immagine della nostra Terra come luogo di scambi”.


L’area è risultata ricca di emergenze archeologiche – dice la direttrice della Soprintendenza del Mare, Valeria Li Vigni – e apre a nuove possibili indagini da effettuare in modo estensivo e sistematico. A seguito di questo ritrovamento, infatti, stiamo già predisponendo una campagna di ricerca estensiva dell’area con la collaborazione del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale e del Nucleo Subacqueo dei Carabinieri”.


L’attività ha visto la collaborazione dell’Area Marina Protetta delle Isole Egadi che ha messo a disposizione la vasca di desalinizzazione per i reperti recuperati.

Kamarina, un museo da vivere

Articolo di Salvatore Genovese

“Ragazzi, andiamo a farci un aperitivo al Museo?”
“E vai! Lì il panorama è magnifico!”

“Cara, stasera pizza?”
“Magari; è da un po’ che non usciamo. Dove andiamo? – “Al Kamarina”.

“Sai, è da un po’ che penso ad un posto magnifico per il nostro matrimonio” “Cioè?” – “Al Museo di Kamarina” – “Ottimo. Mi piace!”.

Tre frasi al momento abbastanza fantasiose, ma che potrebbero acquistare concretezza tra non molto. Parola del direttore del “Parco Archeologico Regionale Kamarina e Cava Ispica”, architetto Domenico Buzzone impegnato, assieme a tutto lo staff, in un’opera di riqualificazione e valorizzazione funzionale che, oltre a questi due grandi Parchi, comprende le aree archeologiche di Caucana e del Bagno Arabo di Mazzagnone (Santa Croce Camerina), il Convento della Croce (Scicli), Cava Ispica (Modica), il Parco della Forza (Ispica), le Miniere di Castelluccio (Ragusa) e la Collezione Quasimodo (Modica).
Nello specifico, quest’opera prevede la “musealizzazione interna ed esterna del Museo Archeologico di Kamarina”.

Un progetto innovativo e articolato, i cui tempi di attuazione sono previsti da giugno 2021 a novembre 2021 – quindi abbastanza brevi – che dovrebbe dare un volto e una funzione nuovi alla struttura museale, sia interna, che esterna.
L’ obiettivo, spiega Buzzone, è duplice: «Mettere in risalto l’aspetto scientifico dei resti archeologici e allestire elementi (e momenti) di grande impatto emotivo e scenografico».

A tal fine, il progetto prevede, oltre al miglioramento dell’interpretazione dell’area archeologica e alla musealizzazione dei vari ambienti, la progettazione di un bookshop, di una caffetteria e di locali accessori.

Il tutto, ovviamente, nel continuo richiamo a quella che fu Kamarina, importante colonia greca fondata nel 598 a.C. dai Siracusani su un promontorio alla foce del fiume Ippari per creare un presidio lungo la rotta africana. Dopo varie vicende, che la videro, tra l’altro, alleata di Atene, Kamarina fu conquistata da Roma nel 258 a.C. e nel corso del tempo accolse le navi da guerra di Cesare, Ottaviano, Pompeo Magno, Scipione ed altri generali Romani. Venne distrutta nell’827 da Asad ibn al-Furat nel contesto della conquista arabo-berbera della Sicilia.

Ovviamente, qualsiasi rimodulazione museale non può prescindere da tali elementi storici ed in tale contesto si muove il progetto di musealizzazione dell’intero complesso archeologico kamarinese.

Già alcuni interventi extra progetto sono stati ultimati da mesi e sono in attesa del necessario collaudo amministrativo.
Domenico Buzzone mette anche l’accento sui continui lavori di manutenzione che la struttura richiede per la sua messa in sicurezza e per consentire da subito l’accesso alla parte esterna dell’area archeologica del museo, come la splendida Agorà, che si presume fosse l’area commerciale dell’antica Kamarina.
«La vastissima area esterna sarà, come da progetto, destinata a diverse attività, anche serali, che, se vogliamo, possiamo definire del tutto innovative, se non addirittura ‘rivoluzionarie’, come la caffetteria».
Domenico Buzzone ha le idee ben chiare e lo spirito giusto per attuarle: il museo non solo come luogo di passaggio, ma anche di aggregazione. Qualcosa, in tal senso, è stato fatto: il museo ha già ospitato eventi culturali, musicali e teatrali, ma in forma temporanea, una tantum.

Adesso l’obiettivo è quello di una diversa fruizione, che consenta stabilità agli eventi extra archeologici.
Quelli archeologici, ovviamente, costituiranno la nervatura dell’attività museale, soprattutto, partendo dall’esterno, puntando all’integrazione del sito in un percorso museale più organizzato e multifunzionale, in grado di inserire gli scavi e le rovine in una visita più ampia ed articolata, arricchita da servizi accessori quali il bookshop, la caffetteria ed altro ancora.

In ogni caso, importanza massima sarà data all’interpretazione visiva e di facile comprensione dei numerosi reperti del sito archeologico.

 

 

 

Il museo del mare di Licata

Articolo e foto di Merelinda Staita

Ho insegnato per tanti anni a Licata, in provincia di Agrigento, e ho avuto modo, in occasione di diversi progetti scolastici, di conoscere il patrimonio storico-archeologico del suo magnifico Museo del Mare.

Il Museo del Mare nasce su iniziativa del Gruppo Archeologico Finziade che, dal 2012, si è dotato di un nucleo subacqueo che è riuscito a recuperare i primi reperti già nel 2013. Si trova nel centro storico di Licata, presso i locali del chiostro Sant’Angelo, immobile del Comune dato in gestione al Gruppo Archeologico Finziade. All’interno del chiostro Sant’Angelo, oltre al Museo del Mare, c’è il Museo dello Sbarco. Infatti, la prima parte è dedicata ai reperti subacquei e la seconda parte è dedicata allo sbarco alleato del 1943. Prima è nato il Museo del Mare e in seguito il Museo dello Sbarco.
È stato valorizzato dal Gruppo Archeologico Finziade che svolge l’attività subacquea sotto la tutela e il controllo delle autorità marittime. L’attività del gruppo si svolge in collaborazione con la Soprintendenza del Mare.

I lavori di recupero, condotti sotto la supervisione della Soprintendenza del Mare, presso il sito dell’isolotto San Nicola e della Secca Poliscia, hanno riportato a galla reperti archeologici databili tra il periodo protostorico e l’età medievale fino agli inizi del 1900.

All’ingresso del Museo è presente una vetrina che desta curiosità per la presenza di: un frammento di legno perforato dalla Teredo Navalis, un orlo di brocca in bronzo, un collo d’anfora Massaliota (VI-V secolo a.C), una palla incatenata di cannone (XV-XVI secolo), un piccone in piombo, un collo d’anfora Agorà M254 con graffite due lettere in alfabeto greco (I-IV secolo d.C), un frammento di tegame, un frammento di tazza, un collo d’anfora Keay 62 (V-VII secolo d.C), un collo d’anfora Dressel 2-4 (I secolo a. C – II secolo d. C). La maggior parte di questi reperti è stata rinvenuta nell’area di Rocca San Nicola e di Marianello, proprio nel territorio di Licata.

Sempre all’ingresso troviamo esposta in vetrina, tra gli oggetti restituiti dal mare, una delicata gemma in pasta vitrea con incisa una figura umana pensante.

A seguire c’è un’area dedicata alle anfore di diversa epoca, intere o anche in piccoli frammenti. Inoltre, ci sono le donazioni dei pescatori o di chi pratica la pesca amatoriale. Non si può non ammirare la collezione di ancore antiche recuperate dal mare: due ancore a gravità a un foro, tre a gravità a tre fori, due ceppi litici, sei ceppi in piombo e una contrammarra plumbea. Tra le ancore in ferro: una di epoca romana del tipo a freccia, una bizantina, un’ancora Trotman (XIX-XX secolo) e un ammiragliato italiana (XX secolo). La disposizione delle ancore segue un percorso storico ben preciso dalle più antiche alle più moderne. Tutti questi importanti ritrovamenti sono collocati nell’atrio, sotto ai portici, del chiostro Sant’Angelo.

A giugno riprenderà il servizio civile ed è in programma l’ampliamento del Museo, con la volontà di allestire una sala dedicata ai supporti informatici e multimediali.
L’intento è quello di mostrare agli studenti delle scuole, ai turisti e ai visitatori, l’attività archeologica – subacquea.
Jacques Cousteau scienziato, oceanografo, inventore, regista ed esploratore instancabile degli abissi marini, sosteneva che: «Il mare, una volta lanciato il suo incantesimo, ti tiene per sempre nella sua rete di meraviglia». Credo che le sue parole racchiudano una profonda verità, perché il mare ci riconsegna sempre delle ricchezze preziose che dobbiamo curare e preservare.

Licata possiede tesori inestimabili: il suo mare, la sua costa e le sue stupende spiagge. Mi auguro che in futuro ci siano nuove scoperte e nuove straordinarie bellezze, recuperate dai suoi unici fondali marini. Certamente, io continuerò a custodire nel mio cuore il ricordo di questi luoghi in cui mi sono ripromessa di ritornare.

Il Gambero di Mazara del Vallo, il principe rosso che conquista gli chef

Articolo di Samuel Tasca

Aristaeomorpha Foliacea è il suo nome scientifico, ma tutto il mondo lo conosce con l’appellativo di gambero rosso di Mazara del Vallo. Nota a molti per i caratteristici vicoli della casbah, antico quartiere arabo dove il visitatore può perdersi tra i colori delle maioliche e le sue porte pittoresche, la cittadina della costa trapanese ha da sempre posseduto una cultura marinara. Ed è proprio nel suo porto, al termine di quei vicoli, che gli instancabili pescatori hanno nel tempo accostato la loro figura a quella di questo principe dei crostacei, associando il nome della città al prestigioso gambero rosso, creando così un binomio riconosciuto ormai in tutto il mondo. Il piccolo amico dei mazaresi, pescato nelle acque del Mediterraneo, è riuscito in questi anni a conquistare i più grandi chef stellati, che hanno saputo valorizzarne il sapore rendendolo, in breve tempo, uno dei protagonisti assoluti della loro cucina gourmet.

Ma cosa sappiamo di questo gambero dal colore inconfondibile?
Innanzitutto, nonostante il nome, il gambero rosso non proviene necessariamente dalla città di Mazara del Vallo. I pescatori che vivono della sua pesca partono ogni giorno dalla città trapanese, ma il crostaceo scarlatto viene pescato in realtà in tutte le acque del Canale di Sicilia, specialmente nella zona tra Cipro e la Turchia. Quindi, in realtà, il prelibato gambero, non solo non proviene esclusivamente da Mazara del Vallo, ma non è nemmeno del tutto siciliano. Eppure, in questi casi, ciò che fa la differenza non è tanto il punto specifico nel quale viene pescato, ma quanto, invece, questi pescatori si siano specializzati nella pesca e conservazione del crostaceo tanto da diventarne maestri indiscussi della sua lavorazione.

E se questa prima informazione ha leso un po’ le vostre certezze, quest’altra potrebbe davvero scuotervi: in realtà, solo i pescatori hanno il privilegio di poter assaggiare il vero gambero “fresco”. Per mantenerne inalterate le proprietà e il sapore, infatti, il gambero viene abbattuto, nella maggior parte dei casi, già a bordo dell’imbarcazione subito dopo averlo suddiviso per taglie che ne caratterizzeranno poi il prezzo di vendita.

Così, il piccolo abitante del Mar Mediterraneo è riuscito in pochi anni a diventare la star dei piatti stellati, apprezzato non solo per il peculiare e inconfondibile colore rosso vivo, ma soprattutto per il suo sapore molto dolce. Si dice che mangiare un gambero rosso di Mazara offra la sensazione di assaporare un boccone di mare. Proprio per questo il gambero viene spesso servito a crudo o utilizzato in tartare che permettono di valorizzarne al meglio il sapore. Inoltre, è spesso impiegato come elemento aggiuntivo di piatti più complessi, quali primi e secondi, offrendo con la sua carne bianca e succosa un validissimo alleato per la realizzazione dei piatti.

Avvicinandoci finalmente alla stagione estiva non possiamo dunque non consigliarvi una visita nella bella e suggestiva Mazara del Vallo. Una volta raggiunta, scegliete un posto che vi permetta di guardare il mare, magari in una fresca sera di giugno in cui la temperatura esterna è semplicemente perfetta. Proprio lì, accompagnati da un buon calice di vino bianco, lasciatevi conquistare dal suo color corallo e assaporate tutto il gusto del mare che solo un gambero rosso di Mazara può donare.

 

 

I mercati del pesce

‘A piscarìa di Catania

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di Samuel Tasca

É un vociare continuo, un brusìo incessante, un intercalare di suoni impastati tra l’italiano e il dialetto; è un miscuglio di colori e odori che inondano le strade in nera pietra lavica, sia sotto il sole cocente dell’estate siciliana che nelle fredde mattine invernali. È un’immagine di vite comuni che ogni giorno, a Catania, si svegliano all’alba per imbandire uno dei più antichi mercati del pesce dell’isola: ‘a Piscarìa. Un luogo talmente conosciuto da essere inserito nei percorsi turistici della città, per il folclore di cui è simbolo. Sin dall’800 i banchi dei pescivendoli si trovano nel passaggio scavato sotto il Palazzo del Seminario dei Chierici, sul lato sud della celebre Piazza Duomo, e le mura di Carlo V, di fronte gli Archi della Marina, un tempo immersi dalle acque del sottostante porticciolo di pescatori. L’aria che si respira in mezzo alle prelibatezze del mare ben esposte per essere vendute, ricorda molto i suq, tradizionali mercati arabi affollati di negozi e bazar dedicati allo scambio delle merci.

Pesce di ogni specie, fasolari, vongole, cozze, ricci, pesce spada, sogliole, merluzzi, sarde, spigole, gamberetti… sono solo alcune delle varietà di prodotti che si possono comprare alla pescheria di Catania. I mercanti sono spesso pescatori esperti che tramandano la passione per la loro attività di generazione in generazione. Un mestiere faticoso, che si svolge per lo più la notte, anche con il mare impetuoso. Si destreggiano tra i banchi delle loro primizie, suggerendo abbinamenti di ingredienti e i modi migliori per cucinarle. I pescatori inoltre non si risparmiano nella pulizia del pesce, accuratamente tagliato, lavato e sfilettato davanti agli occhi dei clienti. ‘A Piscaria della città del Liotro è un connubio di passato e presente; un’arte antica, quella della pesca, che vive ancora oggi grazie alla fervente attività di chi vi si dedica. Basta farsi travolgere e perché no comprare del buon pesce fresco, per sentirsi parte di una comunità poliedrica.

Scoglitti, pesce a miglio 0

Articolo e foto di Salvatore Genovese

Di solito è verso le 4 del mattino che, tempo permettendo, i comandanti dei motopescherecci di Scoglitti, frazione marinara di Vittoria, puntano la prua verso l’imboccatura del porto da cui prendono il largo, lasciandosi dietro il ribollio di biancheggianti scie che si perdono in direzioni diverse, ma con l’unico obiettivo di sfornare dal mare il loro pane quotidiano: le numerose varietà di pesce che le loro reti, e la loro abilità, riescono a catturare.

Tantissime le ore che, dal lunedì al venerdì, i pescatori dedicano al loro lavoro che si concretizza, una volta rientrati in porto, nella partizione del pescato, secondo le diverse specie ittiche, in robuste cassette di plastica che vengono, successivamente, trasferite su apposite lancitedde a remi nell’ampio locale del mercato, attrezzato con solidi bancali in acciaio, ed esposte all’attenta valutazione di commercianti e acquirenti. La vendita è a cassetta, con prezzi più bassi rispetto al dettaglio.

Nunzio Domicolo e il padre Filippo proprietari del Luna Blu mentre trasportano il pescato dal peschereccio al mercato

Tutto si svolge secondo i protocolli anti Covid, con ingressi controllati con termoscanner e contingentati nel numero, anche se quest’ultima operazione risulta oggi assai facile, visto che la clientela non raggiunge quasi mai i numeri auspicati dagli operatori ittici.

«Speriamo nell’estate – spiegano i pescatori – per avere un più vasto numero di acquirenti sia per la presenza di turisti e villeggianti, che per la prevedibile riduzione dei malefici effetti del virus grazie alle vaccinazioni».

Le prospettive di una buona ripartenza ci sono tutte; molto dipenderà dal buon senso comune che a volte, purtroppo, si perde lungo perigliose strade che portano a festicciole extra large e ad altre iniziative alquanto sconsiderate. I pesci a miglio zero di Scoglitti meritano la giusta magnificazione culinaria, ma nel pieno rispetto delle regole, senza pericolosi giochi al rialzo.

Questo vale anche per la cosiddetta piccola pesca, praticata in un’area riservata del porto da barche di piccole dimensioni con motori fuoribordo, le varcuzze. Sono 20 le postazioni nelle quali, quasi sulla battigia, effettuano la vendita diretta i loro proprietari, dopo lunghe ore passate in mare a pescare con tecniche diverse rispetto ai pescherecci. Contrariamente al punto vendita all’ingrosso, attivo dalle 15 alle 19,30, i banchetti delle varcuzze non hanno orari definiti, ma sono ciclicamente attivi dalle 8 del mattino, a seconda dell’ora del loro rientro, fino alla completa vendita del pescato. Veloci ancoraggi e rapide esposizioni sui bianchi banchetti di quanto hanno faticosamente sottratto al mare, dopo l’apertura degli ampi ombrelloni che proteggono dal sole pescatori e pesci: la contrattazione ha inizio.

Spesso la vendita avviene a voce, con i pescatori ancora sulla varcuzza, appena rientrata nella postazione assegnata.
Altro che pesce fresco! È festa per i buongustai!
A sovrintendere alle operazioni di pesca e vendita è l’Ufficio Locale della Guardia Costiera, comandato dal 1° Maresciallo Salvatore Cappello. «Abbiamo competenza sull’intera filiera della pesca – spiega Cappello – dall’attività di prelievo al consumo finale. Operiamo attraverso regolari controlli, a tutela di consumatori e operatori ittici».

 

Tonno rosso e mattanza: cronache di un rito millenario

Articolo di Giulia Monaco   Foto pescatore di Florinda Bicceri

Sulla pesca e la lavorazione del tonno gli abitanti delle coste siciliane hanno costruito la loro fortuna, tramandandosi di padre in figlio una tradizione marinara che ha attraversato i secoli.
La mattanza, antica tecnica di pesca fenicia, si diffuse in Spagna e in Sicilia durante la dominazione araba, attorno all’anno 1000. Il nome mattanza deriva dal latino mactare, uccidere: agli occhi di uno spettatore, questa si rivela, infatti, come una pratica barbara e cruenta, ma sottende profonde radici economiche e sociali, e si configura come simbolo della storia del Mediterraneo.
Quello che per certi versi appare uno spettacolo folcloristico rappresenta la lotta primitiva dell’uomo per la sopravvivenza, e richiama alla mente l’ estenuante lotta tra Santiago e il pesce nel romanzo “Il vecchio e il mare” di Hemingway: quella tra pescatore e tonno è una battaglia dura, perché richiede grande sforzo fisico, e al contempo liturgica, perché il pescatore nutre per il tonno un rispetto sacrale.

Il lavoro dei tonnaroti iniziava in primavera, quando i tonni effettuavano il loro cosiddetto “viaggio d’amore”: giungevano a branchi dall’Oceano attraversando lo Stretto di Gibilterra per trovare riparo nelle tiepide acque del Mediterraneo, in modo da deporre e fecondare le uova. Ma ad accoglierli trovavano il Rais (dall’arabo “capo”, ndr), figura dalle connotazioni quasi mitologiche che coordinava le operazioni di pesca. Era lui a scegliere il luogo in cui collocare la tonnara, un intricato sistema di reti lunghe 4 o 5 chilometri che, fissate con l’ausilio di ancore, formavano le cosiddette “camere della morte”, dove i tonni rimanevano intrappolati.

I tonnaroti, disposte le loro muciare (barche lunghe e nere, ndr) a quadrilatero attorno alle reti della tonnara, attendevano un cenno del Rais per dare inizio alle operazioni di pesca, intonando le cialome, antichi canti propiziatori simili a una nenia: un modo per invocare le divinità e al tempo stesso alleviare gli sforzi.
Progressivamente lo spazio nella rete si riduceva e i tonni, stremati dal dibattersi l’uno con l’altro, venivano arpionati e issati a bordo, mentre il mare pian piano si tingeva di rosso.
La pratica della mattanza ha attraversato i secoli mantenendo immutata la sua sacralità: prova ne è la presenza di numerose tonnare lungo le coste dell’isola. È nel 1800 che conosce la massima espansione, grazie al monopolio delle tonnare detenuto dalla famiglia Florio, che introdusse nel commercio del tonno innovazioni epocali. In seguito, un po’ per la diminuzione del pescato e un po’ per l’affermarsi di tecniche industriali, che intercettano i tonni molto prima che raggiungano le coste, la pesca tradizionale ha pian piano dovuto cedere il passo. I numerosi stabilimenti dismessi sono oggi fulgidi esempi di archeologia industriale che continuano a narrare una storia millenaria.

Ma il maestoso tonno rosso di Sicilia, noto anche come pinna blu, continua a configurarsi tra le eccellenze del Mediterraneo. Le sue carni, ricche di proteine, sono ritenute particolarmente pregiate perché appartenenti a esemplari di oltre 100 kg: il tonno raggiunge, infatti, le coste siciliane al termine delle sue migrazioni. Si è guadagnato l’appellativo di “maiale del mare”, proprio perché si presta a varie manipolazioni: dalla ficazza al paté, dalla bottarga alle conserve sott’olio, dall’affumicatura alla salagione.
Non abbiamo dubbi: il rocambolesco “viaggio d’amore” del tonno lo porta a guadagnarsi un posto d’onore nel patrimonio gastronomico della nostra isola.

 

Tour delle Tonnare di Sicilia: la rotta dell’amore

Articolo di Giulia Monaco

Le tonnare sono l’emblema della pesca sostenibile di una delle specie più preziose del Mediterraneo: il tonno rosso. Introdotte durante la dominazione islamica, nel Medioevo le tonnare siciliane dominavano l’intera area mediterranea. Oggi vecchi stabilimenti costellano i litorali dell’isola e, come vecchie fotografie virate seppia, evocano un’atmosfera antica: un’atmosfera madida della fatica dei pescatori, di vite divise tra terra e mare, di gesti antichi e canti corali.

Immaginiamo di partire per un tour alla scoperta delle tonnare più belle, seguendo idealmente i tonni nella loro “rotta dell’amore”: dalle tonnare di “andata” del versante occidentale, che intercettavano i tonni prima della riproduzione, fino a quelle “di ritorno” del versante ionico, che li catturavano mentre tornavano in mare aperto dopo la stagione degli amori.

Tonnara di Bonagia di Antonio Palumbo

Tonnara di Avola di Silvia Ferrara

Tonnara di Favignana

Nella seconda metà dell’Ottocento la famiglia Florio costruì a Favignana la “regina delle tonnare”, una delle più grandi del Mediterraneo, decretando così la fortuna dell’isola, che ne guadagnò un forte stimolo economico e culturale. L’ ex Stabilimento Florio, che nel 2007 fu teatro dell’ultima mattanza, oggi punta ad affermarsi come la tonnara più sostenibile d’Italia, ambendo a riqualificare la pesca tradizionale grazie al sostegno delle associazioni ambientaliste.

Tonnara di Favignana di Francesco Cancelli

Tonnara di Scopello

In una cala ai piedi del borgo di Scopello si staglia una tonnara di rara bellezza. Costruita intorno al XIII secolo, è considerata la più antica della Sicilia. Pare che proprio qui sorgesse la mitologica città di Cetaria, così chiamata per l’abbondante presenza di tonni. La tonnara venne modificata più volte nel corso dei secoli, ma è con la famiglia Florio che conobbe il suo massimo splendore.
Collocata in un paesaggio unico, a un passo dalla Riserva dello Zingaro, oggi è un’incantevole testimonianza della storia e dell’economia del territorio.

Tonnara dell’Orsa

La Tonnara dell’Orsa è una torre di difesa risalente al Trecento che si erge in una piccola baia sulla costa di Cinisi. Il toponimo deriverebbe dal termine arabo ìrsa, cioè ancoraggio, attracco. Nel Quattrocento entrò far parte del patrimonio dei padri benedettini all’Abbazia di San Martino delle Scale. Da tempo dismessa, oggi è un gioiello tornato a splendere che ospita eventi, rassegne e attività di promozione ambientale.

Tonnara Arenella

Il complesso dell’Arenella, situato nell’omonimo quartiere di Palermo, ha origini molto antiche, risalenti al Trecento. Nell’Ottocento, grazie all’iniziativa di Vincenzo Florio e alla maestria dell’architetto Carlo Giachery, nacque la palazzina dei “Quattro Pizzi”, un piccolo gioiello in stile neogotico inglese. Dismessa nei primi del Novecento, la tonnara rimase la residenza della famiglia Florio. Ospitò anche personalità illustri come la zarina di Russia, che se ne innamorò al punto dal far riprodurre i Quattro Pizzi nella sua residenza estiva, nei pressi di San Pietroburgo.

Tonnara di Vendicari

La tonnara di Vendicari, detta anche Bafutu (da Capo Bojutu) venne costruita attorno al 1700, e rimase in funzione fino alla Seconda Guerra Mondiale. Oggi è un eccellente esempio di archeologia industriale che domina l’intero litorale, attorniato da antiche case di pescatori. Poco lontano dalla tonnara si erge la Torre Sveva, un’imponente struttura di difesa costruita nel Quattrocento. Tutto intorno si dispiega la riserva protetta, una mirabile oasi di natura incontaminata.

Tonnara di Vendicari di Maria Cristina Litrico

Tonnara di Marzamemi

La Tonnara di Marzamemi è tra le più importanti della Sicilia orientale. Risalente al periodo arabo, nel Seicento fu acquisita dal Principe di Villadorata, che la riqualificò costruendovi attorno un borgo di pescatori. Il centro della tonnara è il Palazzo Villadorata, un elegante edificio barocco che si affaccia su Piazza Regina Margherita. Marzamemi, dall’arabo marsa al hamem, “rada delle tortore”, oggi è un borgo marinaro caratterizzato da scorci suggestivi e pittoreschi.

Tonnara di Marzamemi

Tonnara di Santa Panagia di Dario Bottaro

Tonnara di Avola di Gabriele Campisi

Recuperate tre antiche anfore romane a Mondello

di Omar Gelsomino

L’attività di monitoraggio e vigilanza della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana nello specchio d’acqua antistante Mondello (PA) ha permesso il rinvenimento di tre anfore romane, databili tra il II sec a.C. e il II sec d.C. del tipo Dressel 2/4 con bordo arrotondato e anse bifide. Ad individuare le anfore, a circa 100 metri di distanza dall’antico stabilimento balneare della borgata marinara, durante un’immersione a dodici metri di profondità è stato coordinatore del gruppo subacqueo della SopMare, Stefano Vinciguerra.

«È una stagione molto fortunata per l’archeologia subacquea. Nell’arco di pochi mesi – sottolinea l’assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà – nelle acque della Sicilia sono stati individuati, e in molti casi recuperati, importanti reperti relativi a diversi periodi storici: dall’antichità alla prima metà del ‘900. Appena dieci giorni fa, infatti, nelle acque antistanti Ognina, a Siracusa, veniva individuato un aereo risalente alla seconda guerra mondiale. Un ambito, quello in cui opera la SopMare, di grande importanza per il Governo regionale che sta dedicando sempre maggiore attenzione all’attività di ricerca e di valorizzazione del patrimonio sommerso, rafforzando le collaborazioni con organismi nazionali e internazionali. Questo – aggiunge l’assessore Samonà – ci consente di arricchire il bagaglio di conoscenze storiche sul Mediterraneo ma anche di offrire, attraverso gli itinerari subacquei, un’opportunità unica di conoscere la Sicilia attraverso il mare e di trasmettere questa ricchezza culturale ai nostri giovani».

Scandagliato tra gli anni ’50 e ’80 del secolo scorso il sito ha dato modo ai primi subacquei che si cimentavano in queste immersioni, di recuperare anfore ed ancore in piombo, rivelando l’esistenza di un bacino ricco di testimonianze stratificate che vanno almeno fino al medioevo.

«Il ritrovamento delle tre anfore nel golfo di Mondello, a conferma dello studio avviato da Sebastiano Tusa, testimonia che in questo specchio di mare sono conservate innumerevoli microstorie che attendono solo di essere portate alla luce. La diacronia dei materiali provenienti dalle precedenti indagini in questo sito, conferma i continui naufragi in epoche diverse – dice la Soprintendente del Mare, Valeria Li Vigni -. Il rinvenimento è frutto della passione di validi collaboratori della SopMare, che hanno salvato da probabili depredazioni una testimonianza fondamentale della presenza di un relitto romano nel golfo di Mondello. È nostro intendimento proseguire la ricognizione del sito e mettere in sicurezza eventuali ulteriori ritrovamenti. La nostra attività, volta alla conoscenza, tutela e valorizzazione, ci aiuta a scoprire nuovi tasselli del grande mosaico della nostra storia».

È soltanto nel 1999, con l’istituzione dapprima del Gruppo d’Indagine Archeologica Subacquea Sicilia e, successivamente, della Soprintendenza del Mare, che le indagini non si sono limitate più al mero recupero dei reperti ma hanno cominciato cominciano a ricostruire i contesti consentendo di acquisire elementi utili di giudizio sul piano cronologico, storico e archeologico.

 

Marè, gelati e ricordi

Articolo di Samuel Tasca   Foto di Salvatore Inghilterra

«Il nome Marè sta per Maria, che era mia mamma. La data 1956 presente nel logo è l’anno della sua nascita. Il nome completo della gelateria è, infatti, “Marè, Gelati e Ricordi”».
Inizia così la nostra chiacchierata con Gabriele Assenza, proprietario di Marè, gelateria aperta lo scorso 24 Giugno a Punta Secca, località balneare conosciuta ormai al grande pubblico internazionale per essere il luogo in cui si trova la famosa casa del Commissario Montalbano.

Immaginate un luogo tranquillo, il suono delle onde a far da sottofondo, l’aria salmastra, un locale intimo che risplende delle sue luminarie dove chi è entra ha subito la percezione di trovarsi in mezzo ad una festa, una di quelle piene di folclore e calore tipiche della Sicilia. «Come famiglia, siamo molto legati alla festività della Pasqua di Comiso, così come lo era la mia mamma, che con il suo modo di fare, sorridente e festosa, aveva sempre un’aria di festa. Da qui nasce il design della gelateria con le luminarie, perché quando si entra da Marè è sempre festa».

Come potete intuire, da Marè nulla è lasciato al caso e ogni dettaglio è ricco di significato, proprio come i suoi prodotti, scelti in base alla stagionalità. «Ogni gelato, rigorosamente senza glutine, viene preparato con latte fresco prodotto in provincia di Ragusa e prodotti di alta qualità a km zero». Per questo motivo, da Marè i gusti cambiano sempre in base alla stagionalità dei prodotti. Che sia autunno con un cono al gusto di carrubo o di cachi, o piena estate con una coppetta gustosa all’anguria e ai fichi bianchi, da Marè scoprirete il gusto di un sapore sempre nuovo, autentico e naturale, ricercato nei frutti della nostra terra.

È proprio con questi ultimi che vengono, infatti, preparate le cremolate: simili a una granita, ma realizzate esclusivamente senza latte e senza succo, ma con polpa di frutta fresca certificata.
Un’ offerta che mette d’accordo proprio tutti, anche i più golosi! «La mattina, oltre a trovare i cornetti, la nostra particolarità sono le brioche – ci spiega Gabriele stuzzicando il nostro appetito -. Esistono quattro tipi d’impasto: classico, ai cinque cereali con farina integrale, al pistacchio e al cioccolato. Sono buonissime da accompagnare sia con la cremolate sia con il gelato, come la brioche classica o al cioccolato, tagliata e farcita di nutella o mascarpone o ricotta».
Come avrete capito, anche se l’estate è finita, Marè vi aspetta tutto l’anno, a breve anche nella nuova gelateria che aprirà al porto di Marina di Ragusa per offrirvi non un semplice gelato, ma un’ emozione: un dolce ricordo da portare via con voi, come quello sempre vivo della bella e sorridente Marè.