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Conclusa con grande successo la quarta edizione di Etnabook

Volge al termine Etnabook 2022, cinque giornate fitte di incontri e confronti che hanno avuto come obiettivo primario quello di diffondere la cultura e far avvicinare tanti appassionati e curiosi ai libri e alla lettura.

Il presidente Cirino Cristaldi in chiusura ha affermato: “sono molto soddisfatto per la buona riuscita dell’evento che anno dopo anno cresce sempre più. Il nostro è un continuo Diventare, e, proprio per questo, sin da domani ci metteremo a lavoro per organizzare la quinta edizione di Etnabook, che sarà quella della maturità”.

premio cecchi paone

Il Festival negli anni ha formato una vera è propria rete che unisce il cuore di Catania ai Comuni limitrofi, cercando di abbracciare tutto il territorio etneo e proponendo diversi appuntamenti nell’hinterland.  

Oltre agli incontri al Palazzo della Cultura di Catania, roccaforte del festival, ci sono stati quelli all’Expo Pedara, coordinati egregiamente da Simona Zagarella e Mario Cunsolo del Circolo Letterario Pennagramma. E poi ancora la sezione EtnaKids con appuntamenti al Campus Athena e presso il Mondadori Bookstore D’Annunzio. Infine le presentazioni di Algra Editore che hanno tenuto compagnia, ogni pomeriggio, al pubblico della Rinascente.

Appuntamenti a cui il pubblico ha sempre risposto con entusiasmo, così come i due incontri svoltisi alla Mondadori del Centro Commerciale Katanè, che hanno aperto la prima giornata del festival con due celebri scrittrici, Francesca Maccani e Viola Di Grado, entrambe premiate con la menzione speciale di Letto, Riletto, Recensito consegnata dal fondatore del premio, nonché nostro presidente scientifico del festival, Salvatore Massimo Fazio. Lo stesso riconoscimento è stato assegnato durante le giornate del festival, ad autori quali Massimo Arcidiacono, Orazio Licandro e Francesca Calì.

etnabook premio

Interessanti ed emozionanti sono stanti anche gli incontri della rassegna EtnaStar, ideata e organizzata da Debora Scalzo. Tra questi, spicca l’incontro Per non dimenticare con Giovanni La Perna, Antonio Vullo e Rosalba Cassarà (questi ultimi in collegamento telefonico). A distanza di 30 anni dai tremendi attentati mafiosi ai giudici Falcone e Borsellino, abbiamo voluto ricordare il loro lavoro e il grande impegno civile di questi uomini attraverso il racconto e le testimonianze di chi quelle tragedie le ha vissute in prima persona. A La Perna e Vullo sono stati consegnati delle menzioni speciali di EtnaStar.

etnabook cecchi paone

Tra gli incontri più interessanti, quello con Alessandro Cecchi Paone, che nelle vesti di consulente artistico di questa quarta edizione è stato un valore aggiunto, capace di scaturire una crescita culturale e strutturale di tutta la manifestazione. Cecchi Paone, insignito per l’occasione con il Premio EtnaStar – Cascia Lab per l’eccellenza italiana,  ha parlato di informazione, futuro, di giovani e tecnologia, coinvolgendo il pubblico presente come solo lui, da grande divulgatore scientifico, sa fare.

Non sono mancati in questa edizione i Premi Etnabook attribuiti a personalità che si sono distinte in campo culturale e letterario, consegnati al giornalista e autore Francesco Musolino e agli scrittori Adriano Di Gregorio e Barbara Bellomo.

Etnabook premio

Il tema di quest’anno è stato Diventare e a conclusione possiamo affermare che Etnabook diventa anno dopo anno un festival di riferimento per la cultura italiana, questo accade grazie all’impegno della giovane direzione organizzativa e di tutte le maestranze fatte di professionisti, tecnici e volontari che lavorano incessantemente per realizzare un Festival di qualità e alla portata di tutti. 

Ringraziamo tutti i partner e gli sponsor che hanno collaborato con il Festival e anche i sindaci e gli assessori dei Comuni di Catania, Gravina di Catania e Pedara per averci supportato.

 

Ci vediamo presto a Etnabook 2023!

Passioni verghiane. Storie senza tempo

a cura di Alessia Giaquinta

«Ascoltatemi», ripigliò; «voi siete una vittima».

«Oh! no, signore!».

«Sì, voi siete la vittima della vostra posizione, della cattiveria di vostra matrigna, della debolezza di vostro padre, del destino!».

Poche frasi, tratte dal romanzo “Storia di una Capinera” (1871) di Giovanni Verga, bastano a farci comprendere la storia di Maria, una giovane – orfana di madre – costretta a diventare monaca di clausura a causa delle indigenti condizioni familiari. Lei, però, non sente la vocazione alla vita religiosa che le è stata imposta. Tutt’altro: Maria ama “l’aria, la luce, la libertà” e anche un uomo, Nino. Una vicenda drammatica, di intense passioni e infelici turbamenti è quella di Maria, la Capinera; una storia che ha ispirato anche il noto regista Zeffirelli per la produzione di un film tratto dall’omonimo romanzo di Giovanni Verga.

Ed è proprio l’intellettuale catanese, nato a Vizzini nel 1840 e riconosciuto come il “padre del Verismo italiano”, che attraverso la sua attività letteraria è stato capace di rendere viva – per i lettori di ogni tempo – la realtà siciliana del periodo storico in cui egli visse, una fotografia cruda e intensa, insomma, della Sicilia dell’Ottocento e dei suoi personaggi, tragicamente rassegnati al loro destino.

E lo fa senza filtri. Verga, con scrupolo realistico e senza intrusioni soggettive, indaga le passioni dell’uomo, le sue ambizioni, la smania di potere, la ricchezza, l’ingiustizia sociale, l’egoismo e presenta molte altre tematiche che, pur contestualizzate nella storicità delle vicende narrate, risultano sempre attuali.

Leggere, oggi, qualsiasi opera verghiana, dà, infatti, la possibilità di fare un’esperienza multipla: non permette, dunque, soltanto di conoscere di un passato remoto che appartiene alla nostra terra, né solamente di apprezzare lo stile, il linguaggio e l’eccelsa capacità narrativa dell’autore, ma si rivela anche uno strumento che consente di scrutare l’animo umano – con le sue miserie e passioni – conducendo ogni lettore a riflessioni sempre attuali e rinnovate sull’uomo e la sua esistenza.

Verga va, dunque, letto e riletto. Va meditato e celebrato grandemente, così come è stato fatto nel corso di quest’anno, in memoria del centesimo anniversario dalla sua morte (avvenuta a Catania nel 1922). È importante che le sue opere siano studiate con più attenzione nelle scuole, approfondite nei centri culturali, narrate sui social, portate nei teatri, … E siano trasmesse soprattutto alle nuove generazioni, perché non affievolisca mai la consapevolezza dell’immenso patrimonio che ci ha lasciato Verga che – come disse il critico letterario Luigi Russo – è “il nostro più grande narratore che sia nato dopo il Manzoni”.

 

l'estate di bufalino

L’estate di Bufalino. Amore e nostalgia in “Argo il cieco”

rubrica a cura di Alessia Giaquinta

«Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate». Il celebre scrittore di Comiso, Gesualdo Bufalino (1920-1996), affidò alla sua seconda pubblicazione “Argo il cieco”, nel 1984, la storia di un amore non consumato, vissuto in una “città a forma di melagrana spaccata”, Modica.

Era estate, non una qualsiasi. Era l’estate della vita, la giovinezza, che improvvisamente riaffiora nei ricordi del protagonista, “assediato dall’inverno in un albergo romano”.

Una sorta di diario-romanzo in cui l’autore narra vicende autobiografiche, accompagnate da riflessioni e aforismi, che si può leggere “come una ballata delle dame del tempo che fu, o come Mea Culpa di un vecchio che veramente si ostina a promuovere in leggenda, attraverso ilarotragici ingranaggi di parole, la sua povera vita nova” come scrive egli stesso nella quarta di copertina, a descrizione del suo romanzo.

L’innamoramento, la giovinezza, le illusioni e le speranze del giovane professore Angelo Costa (protagonista e alter ego dell’autore) si intrecciano coi ricordi, le disillusioni e gli acciacchi di una «vecchiezza dietro la porta» che incombe sul suo corpo ma che non ostacola le memorie di quell’intrepida estate del ’51, fatta di profumi di gelsomini, bellezze mediterranee e facili innamoramenti.

«Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna» scrive nel romanzo.

Una lettura che intriga sin dalle prime pagine è quella di “Argo il cieco”. La penna di Bufalino, con magniloquenza ed eleganza, è capace di rendere al lettore un continuo lampeggiare di immagini, suoni, profumi e geniali invenzioni narrative che affascinano e commuovono.

Bufalino è certamente un motivo di vanto per la Sicilia, terra di cui, oltre che figlio, egli era un profondo conoscitore e studioso. «La Sicilia non ha mai smesso di essere un grande ossimoro geografico e antropologico di lutto e luce, di lava e miele – scrisse nella raccolta Cere Perse – (…) Non è tutto, vi sono altre Sicilie, non finirò mai di contarle».

E noi non finiremo mai di ringraziarlo per avercele rese, con la sua penna e il suo acume letterario sopraffino, in ogni sua opera.

 

 

giovanna taviani

Le due anime di Giovanna Taviani. La letteratura e il cinema per raccontare la realtà

di Omar Gelsomino , Foto di  Salina Doc Fest e Cris Toala Olivares

Ha un curriculum di tutto rispetto: studiosa di letteratura, saggista, critica cinematografica e regista. Già Giovanna Taviani, figlia del grande Vittorio e nipote di Paolo, ha il cinema nel sangue. Dopo aver insegnato letteratura, scritto saggi sul cinema si è cimentata con grande successo nei documentari, tanto da vincere diversi premi e di recente con Cùntami anche il Nastro d’Argento, ha ideato ed è la direttrice artistica del Salina Doc Fest.

«Sono un po’ tutte queste anime. Ho cominciato come saggista con il percorso di Letteratura Contemporanea, Letteratura e Cinema alla Sapienza di Roma e poi con Romano Luperini, grazie a lui ho realizzato il mio primo video. Sono arrivata al cinema come critica cinematografica perché collaboravo con la rivista Allegoria e poi realizzando video didattici per le scuole. Così mi sono cimentata nel linguaggio del documentario. Da quando ero piccola ho capito che mi sarebbe piaciuto scrivere per immagini. Posso dire che le mie due anime, quella della letteratura e quella del cinema, si sono fuse nei miei documentari».

 

Nonostante le sue origini romane è siciliana d’adozione, ha vissuto anche a Palermo. «A Salina vado da quando sono piccola, con i miei fratelli nell’84 fummo i protagonisti del film di mio padre e mio zio “Kaos”, tratto da Pirandello. Loro dieci anni prima acquistarono una casa a Salina, che abbiamo ancora, scegliendola come dimora della loro anima. Più che siciliana mi sento isolana. Ho sentito sempre Salina e la Sicilia come la mia isola».

salina

Dai lunghi soggiorni sulla piccola isola eoliana e crescendo con la gente del luogo è nato un amore indissolubile, tanto che ha ideato il Salina Doc Fest. «Poiché Salina è l’isola della Panaria Film fondata da Francesco Alliata, la prima casa di produzione del documentario subacqueo, attraverso cui Quintino di Napoli, Fosco Maraini, Pietro Moncada, Giovanni Mazza e Renzo Avanzo realizzarono meravigliosi documentari sull’isola e la sua gente, pensai di fare un festival sul documentario narrativo. Ho sempre considerato che si potesse documentare la realtà raccontando una storia, mettendo insieme la grande narrazione con la documentazione, così è nato il Salina Doc Fest».

 

Giunto alla sua XVI edizione, dopo Roma il Festival approderà a Salina dal 15 al 18 settembre prossimi e avrà come tema Diaspore, incontri e metamorfosi. «Osservando il tragico momento che stiamo vivendo l’immagine della guerra ci restituisce l’idea della diaspora, del viaggio verso nuovi luoghi che diventano occasioni d’incontri, di metamorfosi e di cambiamenti. Come diceva Vincenzo Consolo: “La civiltà nasce dallo spostamento dell’uomo”. Senza viaggi, spostamenti, diaspore l’essere umano non sarebbe tale».

giovanna taviani

Giovanna Taviani si è aggiudicata il premio speciale nella sezione documentari ai Nastri d’Argento con Cùntami, un road movie che racconta del viaggio di alcuni uomini alla ricerca di narratori orali con lo scopo di raccontare la Sicilia attraverso storie popolari, i cui protagonisti sono Gaspare Balsamo, Giovanni Calcagno, Mimmo Cuticchio, Mario Incudine, Youssif Jarallah e Vincenzo Pirrotta.

 

«Cùntami è nato dopo il mio trasferimento a Palermo. Incontrai Mimmo Cuticchio nel Vermont, ma collaborando con i Palumbo Editore decisi di andarlo a conoscere e rimasi affascinata dal festival “La Macchina dei Sogni”, conobbi i suoi allievi. Scoprii questa meravigliosa comunità palermitana che ancora crede nella forza del racconto, così presi la macchina e andai in giro per la Sicilia a scoprire i nuovi narratori. Da lì ho visto quello che sarebbe diventato il mio film con cui ho vinto il Nastro d’Argento. In questo momento di caos tornare al racconto e alle grandi storie aiuta ad affrontare meglio il presente».

 

Prima di tornare ai suoi impegni professionali Giovanna Taviani ci svela alcuni suoi progetti. «Sto pensando al mio primo film di finzione, sono molto affascinata dall’attualità, dalla contemporaneità del mito, cioè dalle risposte che ci possono dare ancora oggi le grandi storie».

 

“Uomo del mio tempo”: la lirica di Quasimodo ancora attuale

di Alessia Giaquinta

Era il 1947 quando Salvatore Quasimodo, poeta e letterato nato a Modica nel 1901, pubblicava la raccolta di poesie Giorno dopo giorno, un’intensa e severa denuncia contro le atrocità della guerra. Si era, infatti, concluso da poco il secondo conflitto mondiale che aveva causato milioni di morti, infermità, violenti stermini e stragi di massa. Insomma: uomo contro uomo, violenza su violenza.

Nell’ ultima delle venti poesie che caratterizza la raccolta, Quasimodo lancia una disperata esortazione: i figli, le nuove generazioni, se vogliono trovare salvezza e pace, devono dimenticare quanto commesso dai padri e lasciare che le loro tombe affondino nell’ oblio. Non si può parlare di evoluzione, altrimenti.

Eppure, l’uomo sembra non aver imparato la lezione: la legge dell’amore e la religione d’umana pietà sembrano essere, purtroppo, seconde agli interessi politici ed economici delle nazioni. Uomo contro uomo anche oggi, come ieri, come nella preistoria quando la pietra e la fionda erano le prime armi per mietere violenza.

Di fronte alle tante stragi e alle guerre che attanagliano il mondo, innanzi alle tempestose notizie di violenza che quotidianamente ci riportano i giornali, è sempre attuale e illuminante la riflessione del poeta modicano, insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1959.

Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”: così esordisce Quasimodo nell’ultimo componimento della raccolta, con un dito puntato e un’ aspra considerazione verso un’umanità che si è fatta sempre più vicina alle belve, nonostante la “scienza esatta” che contraddistingue la sua specie.

Hai ucciso ancora”, dice.

E poi, alle nuove generazioni, a noi, chiede di cambiare rotta, dimenticare il male e costruire una società di pace.

Il messaggio era chiaro. L’intenzione sublime. Ma nulla, però, sembra essere cambiato. Serve allora ribadire, continuare ad ascoltare quel grido – disperato e speranzoso al tempo stesso – che auspica alla società un oblio attivo: dimenticate” per costruire una storia nuova, veramente umana.

 

“Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.”

sciascia

Sciascia e il cinema. “Questo non è un racconto”, l’inedito pubblicato a 100 anni dalla nascita

di Alessia Giaquinta

«Fin oltre i vent’anni sognai di fare il regista, il soggettista, lo sceneggiatore» dichiara in un’intervista il celebre scrittore Leonardo Sciascia (1921-1989). Il suo legame con il cinema ha inizio nel piccolo teatro di Racalmuto – sua città natale – che grazie ad un cinematografo, due volte a settimana, si convertiva in una sala proiezione. È qui che il giovanissimo Sciascia assiste, negli anni ’30, a due dei film che lo segnano profondamente: “Il fu Mattia Pascal” di Marcel L’Herbier con Ivan Mozzuchin, e con lo stesso attore “Le avventure di Casanova” di Aleksandr Volkoff.

«Studiando a Caltanissetta, avevo modo di vedere più film: uno al giorno, e a volte anche due. Ogni anno riempivo un libretto di annotazioni sui film visti: avevo, prima che lo facessero i giornali, inventato una specie di votazione con asterischi: cinque il massimo voto».

Insomma: un grande amatore del cinema fu Sciascia, sin da giovanissimo. E se, man mano che avanzava con gli anni, lo scrittore si allontanava sempre più dalla macchina da presa e dal ruolo di spettatore, non si può dire lo stesso del cinema che, invece, ha preso moltissimo da lui (sebbene Sciascia non riuscirà a concretizzare nessuna collaborazione con qualche regista). Basti pensare che ben nove delle sue opere hanno ispirato dei film: da “Il giorno della civetta” di Damiano Damiani a “Cadaveri eccellenti” di Franco Rosi, da “A ciascuno il suo” e “Todo modo” di Elio Petri a “Una storia semplice” e “Porte aperte” di Gianni Amelio.

questo non è un racconto

Una pubblicazione interessante, a questo proposito, è “Questo non è un racconto”, scritti inediti sul cinema di Sciascia. In occasione del centenario dalla sua nascita, nel 2021, la casa editrice Adelphi ha pubblicato per la prima volta il volume che raccoglie tre dattiloscritti segnalati da Vito Catalano, nipote dello scrittore, che erano indirizzati a tre importanti registi. A curare la raccolta è stato Paolo Squillacioti che, nelle note a conclusione del volumetto, restituisce il rapporto che ha legato lo scrittore con il grande schermo.

I tre manoscritti erano indirizzati al regista Carlo Lizzani, a Lina Wertmüller e a Sergio Leone. Per il primo, Sciascia aveva scritto un soggetto sulla storia di Serafina Battaglia, donna che aveva sfidato la mafia nelle aule giudiziarie (lavoro non portato a termine che genera malintesi con il regista). Il soggetto indirizzato alla Wertmuller era quello di una giovane che, dopo aver assistito ad un omicidio mafioso, decide di testimoniare l’accaduto (lavoro incompleto). L’ultimo manoscritto, per Sergio Leone, era niente di meno che un dialogo che Sciascia indirizzava ad un ipotetico assistente di regia avente per soggetto la storia del celeberrimo film “C’era una volta in America”. Lo scrittore, in questo dialogo, esprime idee, suggerimenti, perplessità e indicazioni che, visionando il capolavoro di Leone, è possibile facilmente rintracciare. L’autore siciliano, però, non firmò nessun contratto di collaborazione con il regista, anzi lo abbandonò nel bel mezzo di un pranzo, comunicandogli di non essere più interessato a portare avanti quel lavoro.. Curioso, no?

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“Ti Amo” E lo dico nel modo più elegante che ci sia: la POESIA

a cura di Alessia Giaquinta

Ah, l’amore! Quanti sospiri, quanti turbamenti, quanta… poesia!

Ma lo sapevate che, nella letteratura italiana, l’incontro tra amore e poesia è avvenuto proprio in Sicilia?

Proprio così: nel XIII secolo, l’imperatore Federico II decise di circondarsi di intellettuali e poeti e fare del suo Regno (lui era Re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero) un immenso centro culturale aperto agli influssi del mondo arabo, latino, greco-bizantino e tedesco. Insomma, possiamo immaginare la Palermo di quel tempo: ricca, vivace e culturalmente all’avanguardia: il “top”, diremmo oggi!

Ed è proprio in questo ambiente che nacque la Scuola Poetica Siciliana, ossia il primo gruppo di poeti italiani che si espressero in lingua volgare (non più il latino ma nella lingua del vulgus, del popolo), trattando temi non religiosi: i poeti siciliani avevano deciso di cantare l’amore. E non tanto l’amore inteso come sentimento universale bensì quello che si rivolge alla propria amata, una donna di cui vengono cantate tutte le virtù e paragonata agli elementi naturali più preziosi. E lo fanno in maniera elegante, sperimentando così importanti forme metriche e compositive.

Stefano Protonotaro, probabilmente natio di Messina, fu uno dei maggiori esponenti (insieme a Giacomo da Lentini, Pier Delle Vigne, e lo stesso imperatore Federico II col figlio Enzo) della scuola poetica siciliana. Proprio il suo componimento “Pir meu cori alligrari” è l’unico giunto sino a noi nella sua forma originale (gli altri componimenti invece subiranno una toscanizzazione quando verranno raccolte nei Canzonieri) e rappresenta, dunque, non solo una preziosa testimonianza della magnifica realtà culturale di quel tempo, ma continua ad essere viva e raffinata espressione di un amore che è capace di “alligrari”, rallegrare il cuore e al tempo stesso di far sopportare qualsiasi sofferenza, nell’attesa e speranza che l’amata ricambi il sentimento d’amore.

Vi propongo allora i versi del congedo del componimento, con a fianco la parafrasi che può essere d’aiuto per una maggiore comprensione (prestate attenzione anche alla lingua: è il siciliano del XIII secolo!). Se vi piacerà, vi invito alla lettura integrale di “Pir meu cori alligrari”. E perché no: magari potrà ispirare qualcuno per il prossimo San Valentino o anche per cantare le virtù della donna in occasione della sua festa, l’8 marzo!

Ad ogni modo, buona lettura.

 

(…) E si pir suffiriri

       ni per amar lïalmenti e timiri

       omu acquistau d’amur gran beninanza     

dig[i]u avir confurtanza

       eu, chi amu e timu e servi[vi] a tutturi

       cilatamenti plu[i] chi autru amaduri.

 

(…) E se per il fatto di sopportare

o amare con lealtà e timore

 qualcuno ha ottenuto la felicità amorosa,

 devo avere fiducia (pure) io,

che amo e temo e vi servo di continuo,

in segreto, più di ogni altro innamorato.

anteprima titolo

Così ho passato il Santo Natale. Il racconto del Natale a Regalpetra di Sciascia.

 

TITO-LO a Cura Di Alessia Giaquinta

 

Dopo le vacanze natalizie, uno dei temi più gettonati che gli insegnanti assegnano da sempre ai propri allievi è quello di raccontare in che modo hanno vissuto il Natale. Non si tratta solo di un esercizio di scrittura. Spesso in quei racconti si leggono storie di spensieratezza, di gioia familiare, di condivisione; ma anche di pianti taciuti, richieste incomprese, bisogni inappagati.

Leonardo Sciascia è uno dei più illustri scrittori siciliani che affrontò il tema del Natale nel suo romanzo-inchiesta “Le parrocchie di Regalpetra”, pubblicato nel 1956.

In questo testo, Sciascia parla di un paese immaginario denominato “Regalpetra” – che però somiglia a Racalmuto, luogo in cui l’autore nasce nel 1921 – dove lui, in qualità di insegnante, ascolta gli allievi del suo istituto (appartenenti a diverse estrazioni sociali) e riporta alcune considerazioni circa la società di quel tempo.

Nell’approfondimento legato alle festività natalizie, Sciascia racconta:

«I ragazzi mi raccontano come hanno passato il giorno di Natale: tutti hanno giuocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti-vitti (ti ho visto: un gioco che non consente la minima distrazione); sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il cappone e sono andati al cinematografo.
Qualcuno afferma di aver studiato dall’alba, dopo la messa, fino a mezzogiorno; ma è menzogna evidente.
In complesso tutti hanno fatto le stesse cose; ma qualcuno le racconta con aria di antica cronaca: “La notte di Natale l’ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù”.
Alcuni hanno scritto, senza consapevole amarezza, amarissime cose:
“Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazosa”.
Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre pagandogli il biglietto del cinema…
Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l’avrei voluto diverso, più spensierato.
“La mattina del Santo Natale – scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto”.
La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre “per fare la spesa”. Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone.
“E così ho passato il Santo Natale”».

 

Che il vostro Natale sia ricco di esperienze gioiose da raccontare!

anteprima il gattopardo

Il Gattopardo

Tito-lo a cura di Alessia Giaquinta

Il grembo della mamma è un ambiente fantastico, trovi tutto ciò che ti serve, sei al sicuro.
Per nove mesi ho vissuto lì ma, vi confesso, non vedevo l’ora di venire fuori: la curiosità di scoprire il mondo era davvero tanta! La mamma, al tramonto, era solita raccontarmi qualche storia, non capivo bene il senso delle sue parole ma ne percepivo l’emozione: mi parlava della terra in cui avrei abitato e mi raccontava la Sicilia con le parole dei grandi scrittori, passati e presenti, che hanno celebrato questa terra.
Il 17 settembre sono nato. Tito è il mio nome… e Bianca è mia sorella.
Vi racconterò la Sicilia attraverso la penna di grandi scrittori.

La meraviglia. Che termine immenso! Si fa fatica a descrivere cosa sia la meraviglia, ma è certo che è grazie ad essa che esiste il mondo: senza meraviglia non si vive, si “sta” e basta. Vivere significa meravigliarsi, guardare il mondo con stupore, come la prima volta, come fa ogni bimbo quando viene al mondo.

Spesso dimentichiamo di applicare quest’emozione alla vita e ci accontentiamo di stare, di subire passivamente la bellezza che ci circonda. Questo ci penalizza, come singoli individui e come comunità.

Allora facciamo un esercizio, insieme, utilizzando la letteratura come mezzo: partendo dal titolo di un libro, proviamo a calarci in una realtà e dimensione diversa, proviamo ad immedesimarci, a porci delle domande sino a scoprire la meraviglia.

Il titolo che vi propongo oggi appartiene alla grande letteratura siciliana. È “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Sì, certamente ne avrete sentito parlare o, nella migliore delle ipotesi avrete letto il libro o visto il bellissimo film di Luchino Visconti. Ma cosa vi è rimasto di questa lettura? Il titolo, certo. Anche a distanza di tempo, quel che resta di una lettura nella memoria è proprio il titolo, talvolta provocatorio o interrogativo, comunque sintesi assoluta dello scritto.

Ma torniamo alla meraviglia. Cerchiamo di applicare questa emozione al titolo del libro di cui stiamo parlando e, qualora non ne emergesse nulla, corriamo a rileggere o, per chi non l’avesse fatto, leggere questo meraviglioso capolavoro della letteratura.

Vi lascio incuriosire: siamo in Sicilia, al tempo in cui gli aristocratici, nei loro immensi salotti erano soliti riunirsi per pregare… in latino. Non si tratta di una realtà lontanissima: più o meno 150 anni fa, eppure ne è passata di “acqua sotto i ponti”. A cosa mi riferisco: in primis all’aristocrazia che, piaccia o meno, non esiste più come ceto sociale dominante e poi alle abitudini, così diverse, così lontane dalle nostre…
La Sicilia stava cambiando, come adesso, come ogni giorno.
Questo è il motivo per cui l’autore ha scritto quest’opera, per sottolineare un’ evidenza che, però, non è ben accettata da tutti. Il principe di Salina, infatti, non accoglie bene l’idea che, con l’arrivo dei piemontesi e l’unificazione del Regno d’Italia, il suo ceto risulterà decaduto, senza importanza, … insomma i “gattopardi” (nome utilizzato per identificare l’aristocrazia) non esisteranno più.

Ma non esiste più neanche il lungo ballo che fecero Tancredi ed Angelica, sino alle sei del mattino, fatto di sguardi, profumi, delicatezza, eleganza.
Esiste, è certo, l’incanto di poter conoscere meglio la nostra terra, le passate abitudini, la sua storia per vivere al meglio il presente ed orientare il futuro. E la letteratura, in questo, è di fondamentale importanza.

Buona lettura e… non dimentichiamo di meravigliarci, proprio come Tito quando ha aperto gli occhi al mondo!

copertina stefano vaccaro

Stefano Vaccaro, tra scrittura e amore per la sua terra

di Alessia Giaquinta   Foto Vaccaro di Carmelo Dipasquale  Foto libro di Samuel Tasca

Si avvicina, sorride e, dopo pochi istanti, iniziamo una conversazione “di sostanza”. Scorgo in quel ragazzo, classe ’93, un’ eleganza atipica nel porsi, una capacità di ascolto e commozione notevole, quasi surreale.
“Piacere Stefano Vaccaro”, dice. E si rivela uno degli incontri più sorprendenti mai fatti.
Stefano concentra la sua attività di ricerca sulla letteratura italiana otto-novecentesca con particolare riguardo alla produzione femminile siciliana, dopo aver conseguito la laurea in Scienze dei Beni Culturali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano discutendo una tesi in Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea. È autore di saggi e ricerche. La sua ultima fatica, insieme ad Andrea Guastella, sostenuta dalla deputata Stefania Campo, è un meraviglioso viaggio negli Iblei seguendo le orme di chi questa terra l’ha vissuta, attraversata o sognata.
Ho rincontrato, a distanza di tempo, Stefano: dovevo farvelo conoscere!

Fare lo scrittore talvolta è considerato un mestiere anacronistico e lontano dalla realtà…
«Penso che “fare lo scrittore” sia certamente un mestiere, occorrono impegno, studio e dedizione ma muterei la dimensione nella quale lo scrittore agisce che non è (solo) il piano dell’azione, del “fare”, ma più quello dell’essere. Credo che scrittori si è. Chi scrive plasma, modella, come fosse un artigiano, evoca, riporta in vita, come fosse un negromante. Per quanto riguarda me, non credo di essere uno scrittore, ma piuttosto un ragazzo che scrive. Mi avvalgo della parola per raccontare storie, atmosfere e suggestioni che in prima battuta hanno colpito me. La scrittura per me è un grande spazio, è il laboratorio di un alchimista, nel quale posso muovermi a mio agio ed ha un grandissimo potere, può trasfigurarsi in “mestiere anacronistico” ed anche il suo contrario».

Parlaci di “Viaggio negli Iblei”.
«“Viaggio negli Iblei” è una pubblicazione connessa al progetto culturale “Tour letterario ibleo”, una piattaforma che ci permette di indagare il nostro territorio ripercorrendo i luoghi attraversati da grandi scrittori, giornalisti, poeti e narratori che da questo angolo di Sicilia sono stati emozionati e di cui hanno scritto. Un percorso che consta di più itinerari e numerose chiavi di lettura, tante quante sono le dimensioni in cui si estendono gli Iblei. Ingrediente fondamentale è stato il gruppo di lavoro con cui mi sono confrontato, Andrea Guastella, coautore del volume, e Stefania Campo, deputata all’ARS, ideatrice e prima firmataria di una legge volta a istituire i “Percorsi letterari di Sicilia”, insieme abbiamo portato avanti le ricerche poi confluite nel libro, con loro ho avuto modo di dialogare, di accrescere il mio bagaglio d’esperienze e culturale, e con loro ho il piacere di condividere questo “Viaggio” per tappe che ci vede coinvolti nel confronto con i lettori e ospiti nei comuni del comprensorio».

Se potessimo osservarti mentre scrivi, cosa vedremmo?
«Bella domanda! Dipende dai giorni e dai periodi, il più delle volte vedreste una scrivania in ordine, qualche libro mal riposto, quelli che ho consultato o sto leggendo, tanta cancelleria di cui amo il profumo, agende e diari dove ho appuntato pensieri o parole. In altri periodi confesso un disordine maggiore, credo che le cose vadano di pari passo con i miei pensieri, più sono confusi più la scrivania è in disordine. Mi vedreste poi camminare per tutta la stanza o per tutta la casa. Potrei definirla, la mia, una scrittura itinerante, poiché dopo un numero indefinibile di battute sento la necessità di alzarmi dalla sedia, di muovermi».

Cosa ti è necessario quando scrivi?
«Mi affido tanto alle suggestioni che i luoghi e le persone, nel bene o nel male, mi trasmettono. Per “Viaggio negli Iblei” sono andato di persona nella maggior parte dei posti di cui scrivo, questo mi aiuta a coglierne il senso, a leggere tra le righe quello che temo potrebbe sfuggirmi ad una lettura superficiale. I luoghi credo siano la chiave di tutto. Quando non trovo le parole giuste, stacco tutto e vado al mare, mi dà sempre risposte impressionanti».