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Ustica: l’isola “dura e dolcissima”

di Alessia Giaquinta

Isola dura e dolcissima”, così lo scrittore Cesare Pavese definì Ustica in un suo componimento. Un’isola spesso ricordata per la terribile strage di cui fu protagonista negli anni ’80, ma che merita di essere inneggiata e menzionata specialmente per la ricca vestigia del suo paesaggio.

Magnifici scenari fatti di scogliere, sabbie scure, acque cristalline e incontaminate – dove si perpetua il miracolo della vita di numerosissime specie di flora e fauna marina – è quello che fa di Ustica un’isola da custodire come una perla nel cuore del Mediterraneo.

Ed è proprio definendola “Perla Nera” che possiamo riconoscerla nelle sue caratteristiche “dure e dolcissime”, di fuoco e di mare, di anfratti scoscesi e bianche spume, di mitologiche terre e profondissimi azzurri.

Un’isola che, per le sue attrattive naturalistiche e per la caratterizzazione biocenotica dei fondali particolarmente significativa, nel 1987 è diventata la prima riserva marina italiana protetta.

I fondali di questo tratto di mare, che sono ricchi di biodiversità e pertanto godono di una speciale fama in tutto il mondo, costituiscono sicuramente anche uno dei microcosmi incontaminati prediletti dai subacquei. Ustica per l’unicità dei suoi fondali può essere, infatti, considerata capitale mondiale dei sub. È qui, infatti, che si trova la sede storica dell’Accademia di Scienze e Tecniche Subacquee e dal 1959 qui si svolge la Rassegna Internazionale delle Attività Marine.

Per poter descrivere adeguatamente i colori e la ricchezza di flora e fauna marina che caratterizzano le coste di Ustica, bisognerebbe avere la penna di un poeta e gli occhi di un pittore. Solo chi ha la possibilità in prima persona di esplorare i fondali può essere all’altezza di narrare l’ esperienza suggestiva e gratuita che regalano i fondali dell’isola.

È bene sapere che non serve essere esperti subacquei per poter apprezzare gli scenari eccezionali che offre il mare di Ustica: anche con maschera e boccaglio si può fare un’esperienza entusiasmante e unica.

Geologicamente Ustica è affine alle Eolie nella sua origine vulcanica: essa è, infatti, una vetta affiorante di un vulcano sottomarino. Forse per questo i latini la chiamarono “Ustum”, che significa appunto “bruciato”.

Oltre alle bellezze dei fondali, impreziositi da particolari faraglioni e grotte marine – visitabili per mezzo di escursioni in barca – è nota la cosiddetta “piscina naturale”, una vasca piccola e mediamente profonda, scavata dal mare ai piedi del faro di Punta Cavazzi, dove possono nuotare anche i bambini o chi è alle prime armi, apprezzando numerose specie ittiche anche a pelo d’acqua.

Anche se il mare è il vero protagonista dell’isola, il centro abitato offre altre particolarità rilevanti: dal Museo Civico Archeologico, inaugurato a settembre 2011, che espone una collezione di reperti risalenti all’Età del Bronzo (dal 1400 al 1200 a.C.), alla Torre Santa Maria, al Castello borbonico Falconiera, alla chiesa di San Ferdinando, all’antico villaggio preistorico.

Anche le case che popolano il centro abitato, di colore bianco e basse, rendono particolarmente suggestivo il paesaggio. Non serve automobile per visitare Ustica: anzi, il consiglio è proprio quello di scoprirla a piedi, attraversando le antiche strade a sanpietrini per apprezzarne le peculiarità.

Inoltre, a partire dagli anni ’70, alcuni artisti si sono cimentati nella realizzazione di particolarissimi murales per decorare le facciate delle case. Una chicca da non lasciarsi scappare!

Famosa è la lenticchia di Ustica, la più piccola d’Italia, che oggi è un Presidio Slow Food e il gambero di Ustica, di colore rosa e particolarmente apprezzato per la sua prelibatezza.

Un’isola pittoresca, ricca di meraviglie è Ustica: a 36 miglia da Palermo, circondata da acque abissali di impareggiabile bellezza, grembo pullulante di vita, scrigno di antichi miti e tesori da continuare a scoprire e preservare come una perla rara.

dammuso pantelleria

I Dammusi di Pantelleria

di Eleonora Bufalino

A più di 800 metri sul livello del mare e con un’ estensione costiera di oltre 80 km, l’isola di Pantelleria si erge in mezzo al mare, tra la Sicilia e l’Africa, visibile in lontananza ad occhio nudo. Ben collegata con il porto di Trapani e dotata di un aeroporto che le permette la continuità territoriale con il resto dell’Italia, l’isola è da sempre stata famosa per la singolarità dei suoi paesaggi.

La flora autoctona di Pantelleria è costituita dalla macchia mediterranea, che sboccia rigogliosa come nel resto delle regioni sud orientali. Inoltre, spontaneamente cresce una varietà di cappero, che è divenuto una delle principali coltivazioni del territorio, insieme a viti e ulivi. Le sue acque cristalline e le coste tunisine sullo sfondo, sono la cornice perfetta di un gioiello incastonato nella natura, dove scirocco e maestrale soffiano prepotenti a sottolineare il caldo clima mediterraneo.

Il territorio dell’isola è di origine vulcanica e continua ad essere oggetto di grande attrattiva per il modo in cui gli elementi della natura, come le colate laviche, i piccoli faraglioni e le cale, si alternano alle costruzioni umane, anch’ esse molto particolari. Tra queste troviamo i muri a secco, tipici muri realizzati con dei blocchi di pietra assemblati tra loro senza l’uso di leganti, che oltre alla loro funzione contenitiva degli argini e di protezione delle coltivazioni, esprimono una forte carica ornamentale e decorativa sul paesaggio.

Pantelleria conserva l’ eredità di numerosi resti monumentali della sua storia antica. Tra i più importanti si può menzionare il Parco Archeologico dei Sesi (il cui termine indica un “mucchio di pietre”) nell’area di Mursìa e Cimillia; queste strutture, a forma ellittica, circolare o a tronco di cono, conservano integre la loro bellezza.

Ma indubbiamente l’aspetto architettonico che distingue Pantelleria e la rende unica sono i caratteristici dammusi. Tipiche costruzioni dell’ isola a pianta quadrangolare, questi sono retaggio della dominazione araba in Sicilia (il termine “dammuso” vuol dire “volta”) e del duro lavoro dei contadini panteschi. I dammusi furono creati come elemento rurale e ogni sua parte svolge una funzione specifica. Il tetto, ad esempio, ha la forma di una cupola, per la presenza interna di volte e archi e serviva ad incanalare l’acqua piovana nelle cisterne. Gli Arabi avevano, infatti, introdotto sull’isola innovativi sistemi di irrigazione, oltre ad arbusti come il gelso e la canna da zucchero, nonché lo Zibibbo, vitigno a bacca bianca da cui si ottiene un vino dolce. I muri dei dammusi, spessi per oltre un metro, assicurano l’isolamento sia contro il freddo che contro le alte temperature estive. Porte e finestre hanno piccole dimensioni, come occhi aperti a osservare il mare. Solitamente accanto a un dammuso sorge un jardinu, ovvero una costruzione circolare in pietra lavica, dentro cui sono innestati alberi da frutto, così protetti dai forti venti che si abbattono sull’isola.

La tradizione dei dammusi continua tutt’oggi e, unita alla creatività degli abitanti, si è trasformata in un vero e proprio simbolo dell’isola che investe nella valorizzazione di quelli esistenti ma anche nella realizzazione di nuovi. Il risultato è un insieme di manufatti dal fascino inconfondibile, location perfette per ristorantini e locali in cui gustare una cena o un aperitivo ammirando l’orizzonte. Inoltre, i dammusi sono diventati il fiore all’occhiello degli imprenditori dell’isola, che vi hanno visto del potenziale per la creazione di B&B e alberghi dotati di tutti i comfort. Piscine con una vista mozzafiato sul mare e freschi cortili, in cui trovare ristoro e relax.

Pantelleria è un’isola miscuglio di colori: il nero dell’ossidiana, il giallo dello zolfo, l’indaco del mare che la accarezza, il verde dei vigneti e dei capperi. Le curve sinuose dei dammusi si ergono superbe nel territorio pantesco, dando vita a paesaggi superlativi, da cui è possibile sognare mondi lontani facendosi trasportare dalla brezza marina.

trip sicily lipari aeolian island

Isole Eolie, le 7 sorelle del mare

di Samuel Tasca

Le chiamano “le sette sorelle”. Nelle giornate prive di foschia è possibile intravederne i profili stagliarsi all’orizzonte dalla costa di Milazzo. Stiamo parlando dell’arcipelago delle Eolie, delle sette isole che condividono posizione geografica, storia e tradizioni, ma che come delle vere e proprie sorelle, nonostante le somiglianze, si contraddistinguono per le loro peculiarità che le rendono uniche ognuna a suo modo.

Il Mar Tirreno ne bagna le coste con le sue acque, ascoltandone i racconti e accompagnando i numerosi turisti che ogni estate restano ammaliati dal fascino di queste sette principesse del mare.
Alicudi, Filicudi, Panarea, Stromboli, Vulcano, Salina e Lipari… inserite nella World Heritage List dell’Unesco per il loro patrimonio naturalistico, le Isole Eolie rappresentano, nella loro varietà, la meta ideale per ogni tipo di turista.

Alicudi e Filicudi sapranno incantare l’esploratore più intrepido che va alla ricerca della natura più incontaminata e che ama trovare la sua dimensione con l’essenza naturale di queste isole.

Simile è Panarea, la più piccola delle Eolie, che si contraddistingue, però, per la sua vanità dettata dal fascino della notorietà, sicuramente incrementata dall’omonima pellicola del ‘97. Ogni anno, infatti, troverete numerosi V.I.P. ancorati al largo delle sue coste, in questo parterre di imbarcazioni che sembrano essere lì per rendere omaggio alla bellezza dell’eoliana minore. Eppure, una volta abbandonato il movimentato porticciolo, si ritrova subito l’intimità dell’isola: non c’è traffico, rumore o clacson che possa raggiungervi. Perdetevi nei suoi vicoli e al massimo incontrerete uno dei golf kart-taxi che ogni giorno portano i turisti su e giù per l’isola.

Così come Panarea, una fama simile è toccata a Salina, set del celebre film “Il Postino” di Massimo Troisi. Il binomio Salina e cinema è indissolubile, rinvigorito ogni anno dalla presenza di numerosi personaggi che giungono sull’isola per via dell’ormai noto Salina Film Festival, di cui la bellissima Maria Grazia Cucinotta è da anni madrina.

E dalla notorietà del jet set giungiamo al fascino rude dei vulcani. Stromboli e Vulcano, infatti, condividono la presenza di crateri sulla loro superficie. La prima, “la Perla nera delle Eolie”, offre ai visitatori che giungono in cima un panorama mozzafiato, ma è a bordo di un’imbarcazione che si può godere del più incredibile degli spettacoli dello Stromboli: la sciara. Un’ eruzione giornaliera del vulcano, uno spruzzo di lava che si staglia sul cielo vivido del tramonto. Un fenomeno che lascia percepire come quel vulcano sia, in realtà, il vero protagonista che ogni sera sceglie di concedere ai visitatori il suo personale ed egocentrico show. Altrettanto peculiare, ma conosciuta per ragioni differenti, è la vicina Vulcano. Qui i diversi crateri hanno attirato le attenzioni dei vari turisti per via dello zolfo, elemento caratterizzante dell’ isola, che accoglie chiunque con il suo odore acre, offre altresì numerose proprietà benefiche per coloro che scelgono di concedersi un bagno termale nei suoi fanghi.

Ultima e più grande, la sorella maggiore, è Lipari. Qui l’isola offre scenari diversi che possono davvero incontrare le diverse preferenze dei suoi visitatori. Il grande porto accoglie i viaggiatori nel centro storico con i suoi colori e i suoi vicoli traboccanti di negozietti e ristoranti. Una volta accomodati concedetevi un po’ del loro pane cunzato carico e ricco di ogni genere di prelibatezza dell’ isola. Dal porto ogni giorno si parte alla scoperta delle sue spiagge, delle diverse calette e delle cave dismesse di pomice. Da Lipari si parte alla volta delle altre isole, magari a bordo di un’imbarcazione famigliare accompagnati dal pescatore e dal suo bambino. Sono loro la vera eccellenza dell’isola, nei loro racconti d’infanzia, nel loro rapporto col mare è possibile cogliere cosa voglia dire essere nati immersi in quel paradiso circondati dalla bellezza delle “sette sorelle” del mare.

copertina dove vivono gli dei

Dove abitano gli dèi? Nelle isole siciliane!

I RACCONTI DI BIANCA a cura di Alessia Giaquinta

Altro che Olimpo! Alcune divinità hanno stabilito nelle isole siciliane la loro dimora. Abbiamo allora deciso di darvi alcuni indirizzi, se voleste andarli a trovare.
Il dio del fuoco, della scultura e dell’ingegneria, Efesto, ha una bottega al centro dell’isola di Vulcano. Qui, si dice, abbia forgiato l’armatura di Achille e le saette di Zeus, oltre a splendidi gioielli di bronzo per le divinità.
Lì nelle vicinanze, presso Lipari, si trova Eolo, il dio che custodisce nelle grotte dell’isola i venti. Maestro nell’arte della navigazione e nell’uso delle vele, viene invocato dai naviganti perché possa essere sempre favorevole. Proprio in suo onore l’arcipelago siciliano prende il nome di Eolie.

Spostandoci verso Pantelleria possiamo incontrare la ninfa che incantò Ulisse, la bella Calipso, ma anche la dea punica Tanit. Si narra che, quest’ultima per conquistare Apollo usò una coppa di vino prodotto nell’isola. Il dio, inebriato da quel sapore, s’innamorò di lei e ammise di preferire il vino di Pantelleria al nettare degli dèi.

Ancora a Pantelleria si può incontrare la bellissima dea Venere che, prima dei suoi appuntamenti amorosi, si specchia per sistemarsi nelle acque cristalline, appunto chiamate “Specchio di Venere”.

Tra gli scogli di Ustica, invece, potete udire le sirene che, con il loro canto, non solo ammaliano i passanti ma rendono lieve l’entrata delle anime nel regno dei morti. Pare, infatti, che quello sia l’ultimo passaggio terreno delle anime nel loro percorso verso l’Aldilà, l’ultima meravigliosa visione prima di scendere nell’Ade.

Ad Alicudi, al calar del sole, invece, potete trovare tre creature dalle fattezze femminili che possono anche assumere forma animale. Sono esseri affascinanti e ospitali. Sono solite organizzare banchetti invitando i passanti a partecipare. È il caso di fidarvi: sono sfavorevoli solo nei confronti di chi non accetta il loro invito. Sono le Mahare Arcudare.
Ah, se andate a trovare qualcuno, portate i nostri saluti.
Non dimenticatelo!

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L’isola di Mozia: una meta imperdibile

di Merelinda Staita   Foto di Stefania Mazzara (Qmedia) per la Fondazione Whitaker

La meravigliosa isola di Mozia (Mothia o Motya) si trova molto vicina alle coste della Sicilia e rientra nella spettacolare laguna delle saline di Marsala, in provincia di Trapani, ed è un’antica colonia fenicia fondata nell’VIII sec. a. C.. L’area fa parte della Riserva Naturale Orientata dello Stagnone e abbraccia quattro magnifiche isole: Isola Grande, Schola, Santa Maria e ovviamente Mozia, soprannominata anche isola di San Pantaleo. Una meta affascinante, dove è possibile passeggiare circondati da reperti archeologici e suggestivi paesaggi naturali. Visitarla significa rivivere la storia con la curiosità di voler conoscere ogni singolo ritrovamento di interesse culturale.

L’ isola ha da sempre avuto una posizione molto strategica ed era un punto determinante sia per lo scambio delle merci e sia per l’approdo delle navi che solcavano il Mediterraneo.
I Fenici furono i primi ad arrivare nell’isola, mentre i Greci colonizzavano la parte orientale della Sicilia, e la resero un prezioso gioiello. Costruirono delle possenti mura per proteggerla e ci riuscirono per diverso tempo.

Purtroppo, nel VI secolo a.C., fu coinvolta nelle battaglie tra Greci e Cartaginesi che si contendevano il controllo della Sicilia. Come se non bastasse, nel 397 a.C., Mozia fu occupata e distrutta dalle milizie di Dionisio il Vecchio, terribile tiranno di Siracusa, e gli abitanti scapparono per trovare riparo sulla terraferma nella colonia di Lilibeo (l’ odierna Marsala).


L’ isola visse un periodo di secoli bui e iniziò a rifiorire quando, nel 1902, un giovane archeologo, di origini inglesi, Joseph Whitaker, scelse di abitarvi. Certo della presenza della colonia fenicia, volle acquistare l’isola e la esplorò per scoprire i suoi tesori nascosti. Infatti, gli scavi iniziarono nel 1906 e continuarono fino al 1929. I risultati furono eccezionali, perché vennero alla luce: il Santuario fenicio-punico di Cappiddazzu, una parte della necropoli arcaica, la Casa dei Mosaici, la zona di Tofet, Porta Nord, Porta Sud e la Casermetta.
Nel 1979 fu ritrovata nell’isola di Mozia, in una provincia punica, anche un’incantevole statua marmorea risalente al V secolo a.C., coperta da una grande quantità di argilla, chiamata “Il giovinetto di Mozia” e definita anche “la statua del mistero” per le tantissime interpretazioni che si sono susseguite nel tempo. Alcuni studiosi hanno pensato che si trattasse di un giovane alla guida di un cocchio, per altri un dio o un magistrato punico. Nel 2012 è stato indicato il probabile nome della statua e a quanto pare dovrebbe essere un eroe omerico, il mirmidone Alcimedonte, auriga occasionale del carro di Achille durante la battaglia per la restituzione del corpo di Patroclo sotto le mura di Troia. Oggi la statua si trova al Museo Whitaker.

Proprio in questo Museo si conservano i reperti della storica Collezione Whitaker e degli scavi realizzati dalla Soprintendenza della Sicilia Occidentale (in seguito Soprintendenza di Trapani), dall’Università di Roma La Sapienza, dall’Università di Leeds, dall’Università di Palermo, dal C.N.R. e dall’Università di Bologna.
È doveroso ricordare che Mozia dal 2006, insieme all’antica Lilibeo, è stata inclusa tra i siti candidati come Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco come Mothia Island and Lilibeo: The Phoenician-Punic Civilization in Italy.

Insomma, l’isola merita di essere visitata e a piedi, in circa 2 ore, è possibile esplorarla in lungo e in largo. Le sue vie e le sue stradine sono ricche di indicazioni e ci sono diverse mappe che indicano i principali punti di interesse. La bellezza di Mozia si unisce allo spettacolo delle saline della Laguna, poiché queste enormi piscine naturali sono rese ancora più incantevoli dai continui giochi di luce. Non si può rinunciare ad una passeggiata da sogno su quest’isola, provando l’emozione di trovarsi in un vero e proprio paradiso terrestre.

copertina editoriale

Editoriale N.30

di Emanuele Cocchiaro

Cari lettori, forse per molti di voi affezionati potrebbe non essere una sorpresa… ma anche questo numero lo dedichiamo alla nostra amata Sicilia! Infatti, risulta impossibile non trovare nuovi punti di vista, nuovi luoghi da consigliarvi e antiche tradizioni e personaggi che riguardano la nostra terra, fonte inesauribile per la scelta di nuove mete.

Sappiamo bene che la Sicilia è una tra le isole più belle al mondo, ma una delle sua peculiarità più affascinanti sta proprio nell’essere la più bella tra le sue preziose piccole isolette. Per questo abbiamo deciso, in questo numero, di accompagnarvi alla scoperta delle isole minori che appartengono alla Sicilia e che contribuiscono al suo incantevole fascino. Potremmo paragonare il trentesimo numero del nostro magazine ad un meraviglioso affresco di sole, mare, storia, architettura e cultura. Avrete la possibilità di scoprire non solo le sette Isole Eolie, ma anche le Egadi e le Pelagie e altri atolli sorprendenti. Vi attendono angoli di paradiso incontaminati e grotte che vi conquisteranno. Potrete fotografare le saline o scoprire dei graffiti preistorici, o semplicemente scegliere una delle innumerevoli spiagge nelle quali rilassarvi. Vi troverete immersi in un universo di colori speciali: dal nero dei vulcani, al bianco della pomice, passando al viola dell’erica o al giallo delle ginestre.

Ma in questo numero troverete molto di più. Le sue pagine si popolano di personaggi e dei loro talenti, delle tradizioni culinarie, dell’artigianato tipico e di ogni piccolo micromondo che ne custodisce da secoli i loro segreti.
Buona lettura e come sempre… Buon Viaggio.
L’ editore
Emanuele Cocchiaro

favignana

Favignana, la regina delle Egadi

Articolo e foto di Samuel Tasca

 

Può sembrare ironico per chi, come noi, vive già su un’isola, scegliere di andare in vacanza su un’altra isola. Eppure la Sicilia offre anche questo: una variegata proposta di isolette che rappresentano dei veri e propri paradisi naturali dove perdersi nella bellezza di un tempo che sembra essersi fermato.
Arrivati a Trapani ci lasciamo subito catturare dalla squisitezza di un buon piatto di busiate alla trapanese e così rischiamo già di perdere il traghetto. Anche se un po’ appesantiti, ma pienamente soddisfatti, riusciamo comunque a imbarcarci: la splendida Favignana ci aspetta. La traversata dura circa quaranta minuti; è un giovedì pomeriggio, ma nonostante sia già passato il Ferragosto, il traghetto è pieno di turisti che, come noi, sono pronti a godersi lo splendore delle Isole Egadi come ultimo ricordo prima della fine dell’estate.
Il traghetto rallenta. Dai finestrini si intravedono delle casette bianche che si affacciano sul porto, un piccolo centro abitato e una struttura che domina sullo sfondo: si tratta dell’ex Stabilimento Florio, l’antica Tonnara, dove alla fine del 1800 veniva prodotto e commercializzato uno dei primi tonni in scatola del panorama economico finanziario europeo di quell’epoca.
Non appena scesi dal traghetto, la prima cosa da fare è affittare uno scooter. Sì, perché a Favignana ci si muove così, in sella al motorino o, per i più volenterosi (non noi), pedalando in bicicletta. Contrattato il prezzo e studiata un momento la cartina dell’isola, si parte!

Scegliamo la costa più a sud dell’isola. Ci godiamo il percorso: la macchia mediterranea cresce in maniera incontaminata convivendo armoniosamente con le poche strutture costruite dall’uomo. Avanzando verso l’entroterra, le strade asfaltate del centro cedono a mano a mano il posto ai vicoli sterrati che conducono i turisti verso le mete più ambite. Superiamo Lido Punta Burrone e giungiamo a Cala Trono, ma restiamo un po’ perplessi: un attimo prima ammiravamo una spiaggia paradisiaca dalla sabbia bianca e adesso ci troviamo su una scogliera che si staglia sulla vista di un tramonto mozzafiato. Proprio così, perché Favignana è unica nelle sue molteplici forme, offrendo ai suoi visitatori ogni tipo di ambiente naturale tra cui scegliere. Il sole tocca già l’orizzonte, ma non possiamo non fare un primo bagno. Ed è così che viviamo uno dei primi magici momenti sull’isola: l’acqua trasparente si tinge delle calde tinte del sole che sta per scomparire in uno spettacolo naturale che ci lascia senza fiato.

Durante la sera, il centro storico di Favignana ci accoglie con un vivace alternarsi di ristoranti, pub, negozietti di souvenir e prodotti tipici. È tutto concentrato in poche strade, affinché i visitatori di ritrovarsi spesso dopo essersi incontrati in spiaggia o su una delle tante imbarcazioni che portano i turisti alla scoperta dell’isola. La serata trascorre tranquilla, ma prima di ritirarci, scegliamo di andare in avanscoperta sull’altro versante dell’isola per un ultimo giro in scooter prima di tornare all’hotel. È proprio qui che la regina delle Egadi decide di offrirci un altro dei suoi spettacoli più suggestivi: al riparo dai lampioni del centro abitato scopriamo un cielo trapuntato da migliaia di stelle che si staglia sopra le nostre teste.
Così, tra un incanto e l’altro, i giorni a Favignana sembrano volare: dall’escursione nella bellissima Marettimo, al bagno nelle acque cristalline di Cala Rossa. E ancora le bruschette con i capperi e i peperoni offerte dal capitano, il bagno a Cala Azzurra e il faro di Punta Sottile; i pescatori con le loro storie dei tempi che furono, la gita al castello col suo panorama che domina l’isola e l’irrinunciabile caffè al pistacchio del porto.
La nostra vacanza giunge al termine e un po’ a malincuore salutiamo quel luogo meraviglioso che già si allontana dalla nostra vista, mentre il traghetto ci riaccompagna a casa arricchiti dall’esperienza di quel tesoro di indescrivibile bellezza!

Pantelleria Alberto Samona con il prof professor Thomas Schafer dellUniversita di Tubinga

Nuova sinergia tra l’assessorato dei Beni culturali e il Parco Nazionale di Pantelleria

di Omar Gelsomino

Con l’accordo di collaborazione tra l’assessorato regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana e l’ente Parco nazionale di Pantelleria s’intende valorizzare i siti archeologici, con attività di manutenzione, e realizzare un capillare programma di interventi e iniziative per garantire la massima fruizione delle aree dell’isola. Alla base dell’accordo, della durata di cinque anni, vi è la necessità di attivare ogni forma di collaborazione possibile per garantire la manutenzione, la vigilanza, la promozione e valorizzazione dei siti archeologici dell’isola di Pantelleria, in particolare sulle aree che rientrano nelle perimetrazioni comuni ai due parchi, quello nazionale e quello archeologico. Alla firma dell’accordo, oltre all’assessore Alberto Samonà e al presidente del Parco Nazionale, Salvatore Gabriele, erano presenti il direttore del Parco archeologico di Selinunte Cave di Cusa e Pantelleria, Bernardo Agró, l’archeologo Roberto La Rocca, commissario straordinario dello stesso Parco e il direttore del Parco nazionale, Antonio Parrinello.

«È un accordo – sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’identità siciliana, Alberto Samonà – che mette finalmente in rete i due parchi, quello nazionale e quello archeologico, che hanno in comune la sorte di uno stesso territorio, molto prezioso sotto l’aspetto sia delle testimonianze storiche che dell’unicità naturalistica e paesaggistica. Si tratta di un importante momento di collaborazione istituzionale nell’interesse del territorio e per la migliore fruizione di luoghi unici, ma per anni poco valorizzati. L’azione congiunta amplificherà, inoltre, le possibilità di sviluppo turistico-culturale dell’Isola di Pantelleria aprendo anche a una nuova stagione di promozione attraverso iniziative e progetti da realizzare anche con Università ed Enti di ricerca. Per il governo regionale, la cura delle aree archeologiche è fondamentale, perché queste raccontano la nostra storia e sono un biglietto da visita straordinario che qualifica l’azione culturale della Sicilia».

Per il presidente dell’Ente Parco Nazionale di Pantelleria, Salvatore Gabriele «l’iniziativa si inserisce in una più ampia collaborazione tra istituzioni a garanzia della tutela del patrimonio culturale dell’Isola. L’area archeologica regionale ricade all’interno dell’area 1 del Parco, e il nostro obiettivo non è in alcun modo sostituirsi al Parco al Archeologico ma, grazie all’accordo sottoscritto, ognuno per le proprie competenze, potremo avviare insieme nuovi progetti e iniziative per la maggiore tutela e valorizzazione del territorio, sui quali eventualmente coinvolgere anche l’amministrazione comunale. Vogliamo, infatti, integrare le migliori energie per armonizzare lo sviluppo dell’Isola e promuovere un turismo consapevole e sostenibile».

Tra le iniziative che saranno attuate, anche interventi di pulitura e diserbo dei siti archeologici, di predisposizione di una segnaletica con cartelli che indichino le aree dell’isola, di complessiva promozione dei siti.

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Linosa, il Paradiso incontaminato

Articolo di Alessia Giaquinta     Foto di Barbara Cortinovis

 

Al centro del Mediterraneo, tra la Sicilia e l’Africa, si trova l’Isola di Linosa, un vero e proprio paradiso marino e terrestre racchiuso in poco più di 5 chilometri quadrati e 11 chilometri di costa.
Linosa fa parte delle Isole Pelagie (dal greco Pelaghià, Isole d’alto mare), insieme a Lampedusa e Lampione. Queste ultime sono di origine calcarea, Linosa invece – di nascita presumibilmente più recente, circa 800.000 anni fa – è una formazione di origine vulcanica. Non si può, allora, non rimanere incantati dai colori di questa terra: le case variopinte con toni pastello, il nero della roccia, il grigio-bruno dei paesaggi formati dalle colate laviche, il giallo-rosso della spiaggia di Pozzolana, il verde delle montagne e il colore smeraldo delle acque che la circondano, tutto ciò offre ai visitatori la sensazione di stare in un piccolo paradiso colorato.

Abitata, durante l’anno, da meno di 500 persone – che vivono prevalentemente di agricoltura, pesca e turismo – l’Isola di Linosa è uno scrigno di bellezze paesaggistiche incontaminate, per certi versi. La presenza dell’uomo non ha aggredito gli ecosistemi presenti nel territorio. A Linosa, infatti, si riconosce anche la capacità di aver preservato l’habitat di alcune specie vegetali e animali, terrestri e marine, contribuendo alla salvaguardia delle stesse.


È il caso, per esempio, delle berte, uccelli marini che trovano a Linosa l’ambiente ideale per nidificare, durante la stagione primaverile. Uccelli singolari, le berte: sono fedeli al nido che costruiscono – tant’è che tornano ad occuparlo ogni anno dopo la migrazione – e soprattutto al loro compagno, stabile per tutta la vita. Di sera le berte, dopo aver compiuto il loro volo alla ricerca di cibo, sostano nelle scogliere dove, nei rituali di corteggiamento e accoppiamento, intonano – quasi in maniera corale – il loro canto notturno, simile al lamento di un bambino. È da ricercare nella mitologia il motivo del gemito e della fedeltà che caratterizza le berte: pare che, dopo la morte dell’eroe greco Diomede, i suoi compagni, afflitti dalla perdita, piansero così tanto da spingere la dea Afrodite a trasformarli in uccelli, in questo modo essi avrebbero continuato, con il loro canto funebre, ad onorare l’eroe ed amico.
Le berte però non sono solo identificate con le anime di Diomede. I loro vagiti, che sicuramente richiamano l’attenzione, e la loro struttura fisica fanno pensare che fossero loro le creature incontrate da Ulisse durante i suoi viaggi. Le sirene, esseri metà donna e metà uccello (e non pesce), infatti, pare fossero proprio le berte.


Linosa è anche la terra delle tartarughe: le Caretta-Caretta depongono abitualmente le loro uova nella particolare spiaggia rossa di Cala Pozzolana.
Un’isola affascinante, Linosa: anche i fondali marini, incontaminati, regalano ai sub e agli amanti dello snorkeling paesaggi d’ineguagliabile bellezza, oltre 200 tipologie di alghe e piante marine, varie specie di vertebrati ed invertebrati coloratissimi abitano le acque dell’isola.
La presenza delle montagne che cadono a picco sul mare, inoltre, rende questa terra completa da un punto di vista paesaggistico.
Linosa forma con Lampedusa (da cui dista circa 50 chilometri) un solo comune, in provincia di Agrigento.


È stata, nel 2019, set del film “Forse è solo mal di mare”, diretto da Simona De Simone, con Francesco Ciampi e la partecipazione straordinaria di Maria Grazia Cucinotta.
Visitabile interamente a piedi, Linosa ha la capacità di ammaliare ad ogni passo, in ogni direzione, chiunque la visiti: cielo, terra e mare testimoniano la bellezza di un’isola paradisiaca, a tratti sconosciuta, che difficilmente si dimentica.

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La vita osservata con gli occhi di una “Picciridda”

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di Paolo Licata

“Picciridda, con i piedi nella sabbia”: un titolo che evoca i suoni, i colori e i profumi di una terra magnifica e complessa. Leggendo queste semplici parole immaginiamo una picciridda sulla riva di una spiaggia, con i piedi e i pensieri immersi tra i granelli dorati e l’ orizzonte del mare siciliano.
Paolo Licata, giovane sceneggiatore palermitano, compie il suo esordio come regista con un film tratto dall’omonimo romanzo di Catena Fiorello, donando al mondo del cinema un’opera emozionante, dai tratti realistici e sprezzanti.

Una storia ambientata sul finire degli anni ’ 60 in una piccola isola della Sicilia, «quasi a voler marcare ancor di più il senso d’isolamento dei personaggi dal resto del mondo», ci spiega il regista. Un’isola nell’isola, dunque, dove i fatti si succedono mostrando i ritmi faticosi del lavoro nelle campagne del Sud, i volti stanchi dei contadini, le stradine polverose del paesino in cui la protagonista vive. Lucia, interpretata da una brillante Marta Castiglia, è solo una picciridda quando assiste impotente e arrabbiata alla partenza dei genitori per la Francia, in cerca di un lavoro per loro e di un futuro più speranzoso. E continua a esserlo, una picciridda, mentre osserva il mondo degli adulti, fatto di litigi e incomprensioni, come quelli che nonna Maria, alla quale Lucia viene affidata, non le vuole spiegare. Lucia Sardo ricopre il ruolo di una nonna autoritaria e severa che tutti, con tono rispettoso, chiamano “Donna Maria”, dal carattere orgoglioso e restìo a esprimere i sentimenti. Lucia s’interroga sul perché di quegli atteggiamenti imperscrutabili e sul rifiuto categorico della nonna di avere un rapporto con la sorella Pina e il cognato Saro.

Alla giovane Lucia la nonna intima di non salutarli né guardarli, come accecata da un antico rancore di cui però non si può parlare o chiedere spiegazioni. La trama scorre sullo schermo svelando le ombre del passato familiare, fatto di segreti impronunciabili e ferite ancora aperte. E sempre picciridda è la protagonista quando ne prende consapevolezza e li vive sulla propria pelle, in una vicenda che la segnerà per sempre, scoprendo che il mondo non è solo la sabbia umida sotto i piedi, ma anche cattiveria e dolore. I paesaggi della natura siciliana fanno da contrasto alle scene più forti e vere, in un connubio intrigante, conducendo a un epilogo che ricalca anch’esso la sicilianità e in cui trova posto la vendetta personale. Le tematiche pregnanti del film sembrano uno specchio dell’attualità: l’emigrazione vista dagli occhi di una ragazzina, la violenza sulle donne vittime di situazioni spesso inestricabili, le etichette con cui si giudica superficialmente.
“Picciridda, con i piedi nella sabbia” è uscito nelle sale lo scorso 5 marzo ma, a causa della recente emergenza sanitaria, solo adesso è nuovamente possibile tornare a vederlo, abbandonandosi alle emozioni che Paolo Licata, con la sua riuscitissima opera prima, intende trasmetterci. «Attendevo da tempo la storia giusta – ci svela il regista – e dopo aver letto il libro di Catena, ho subito pensato che quella lo era e le ho proposto quest’avventura. Sebbene il periodo difficile, il film sta ottenendo dei riscontri positivi. La scelta degli interpreti è sempre la parte più bella e attraverso loro ho voluto mostrare dei temi che si ripropongono da sempre nella storia dell’umanità; il bisogno di spostarsi altrove e la cattiveria umana, tra i principali».

Tra gli altri attori e attrici, Katia Greco nel ruolo di Rosa Maria (la giovane figlia di Pina e Saro, innamorata di un uomo sposato, che subisce l’abbandono dopo il “disonore”), Federica Sarno, nel ruolo di Lucia da adulta, Ileana Rigano, Tania Bambaci, Claudio Collovà, Loredana Marino, Mauro Spitaleri, Maurizio Nicolosi, Gerlando Gramaglia, Ignazio Mazzeo.
Uno spaccato dolceamaro, Picciridda, che ci ricorda come la sofferenza e le difficoltà temprano la vita che, nonostante tutto, prosegue sempre.