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Elisabetta Zito, alla guida del carcere di Piazza Lanza con fermezza e sensibilità

Articolo di Patrizia Rubino

Circa il 70 per cento degli oltre 190 istituti penitenziari presenti in Italia è guidato da una donna; ciò si deve a una particolare preparazione, determinazione e capacità di gestire situazioni difficili in un ambiente di lavoro tanto complesso. Rientra perfettamente in questo quadro Elisabetta Zito, direttore del carcere di Piazza Lanza di Catania, 55 anni sposata, mamma di una ragazza di 20 anni e di un ragazzo di 16. Una carriera quasi trentennale nell’ambito dell’amministrazione penitenziaria, sostenuta da un curriculum di primissimo livello che evidenzia una formazione professionale continua sempre al passo con i tempi.

Facendo i conti ha iniziato a lavorare prestissimo.
«Ho vinto il concorso in magistratura nel 1993 e a soli 27 anni, nel ’94, ho ricoperto l’incarico di vice direttore, prima nel carcere di massima sicurezza di Termini Imerese, successivamente all’Ucciardone di Palermo. Erano anni particolarmente difficili, ma sono stati fondamentali per la mia formazione.
A metà del 1998 sono arrivata al carcere di Piazza Lanza e per diverso tempo ho svolto la funzione di vicario, sino a quando, alla fine del 2011, ho assunto l’incarico di direttore. Attualmente qui sono presenti 272 detenuti, di cui 40 donne e 35 stranieri, che perlopiù hanno commesso reati contro il patrimonio e spaccio di sostanze stupefacenti. Dal momento del loro ingresso noi ci concentriamo sulla persona, non sul reato commesso: la dimensione umana deve restare centrale».

E arriviamo dritti al tema della funzione rieducativa della pena.
«L’obiettivo della detenzione è innanzitutto quello di cambiare il comportamento del detenuto trasmettendogli un nuovo quadro di valori, che comincia dal rispetto delle regole. Ma ho sempre pensato che fosse necessario lavorare per rendere trasparente il muro di cinta che separa il carcere dal mondo che c’è fuori, nel senso che i detenuti non possono essere considerati avulsi dalla società e la loro rieducazione non può essere solo un affare dell’amministrazione penitenziaria: le altre istituzioni e la comunità devono avere un ruolo attivo affinché possa attuarsi il dettato dell’articolo 27 della Costituzione, ossia la funzione riabilitativa della pena. Oltre alla scuola dell’obbligo, abbiamo attivato anche tre classi del liceo artistico, implementato i corsi di formazione professionale, creando delle competenze che poi consentono ai detenuti di lavorare anche qui in carcere. Prezioso è, inoltre, l’apporto qualificato e costante del volontariato. Nel nostro istituto contiamo la presenza più alta, a livello regionale, di volontari e la loro partecipazione è fortemente apprezzata dai detenuti perché, oltre a rappresentare un contatto con l’esterno, è fonte di arricchimento e di conoscenza, per le innumerevoli attività proposte che fanno emergere intelligenze e talenti straordinari».

L’ emergenza sanitaria e il lockdown cosa significano per chi è costretto in carcere?
«Per chi già fa i conti con una reale restrizione della propria libertà, l’improvvisa interruzione dei pochi contatti con il mondo esterno provoca un grandissimo senso di disagio. Per ragioni di sicurezza sanitaria abbiamo dovuto sospendere gli incontri con i familiari, la scuola, che è continuata a distanza e con evidenti limiti, e tutte le attività con i volontari che costituiscono, come dicevo, un corollario fondamentale alla rieducazione e socializzazione dei detenuti».

Che Natale sarà quest’anno?
«Tutte le festività in carcere sono vissute con grande tristezza. Si ferma la routine quotidiana, non ci sono attività e la quasi totale assenza di rumori diventa per i detenuti un peso quasi insopportabile. Solitamente nei giorni precedenti o successivi a quelli delle feste cerchiamo di offrire attività di svago e condivisione, per colmare questo vuoto. Quest’anno tutto ciò non sarà possibile per le limitazioni cui dovremo sicuramente sottostare e il Natale, che è la festa in cui si sente di più la mancanza dei propri cari, temo sarà ancora più malinconico».

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Il Siciliano, la lingua del mondo

Articolo di Alessia Giaquinta

Girando per la Sicilia non si possono non riconoscere nei luoghi, nelle usanze e anche nel linguaggio, le tracce delle numerose popolazioni che, nei secoli, qui si sono alternate.
Dominazione su dominazione, cultura dentro altra cultura: i siciliani portano nel sangue il mondo intero, questo è fuor di dubbio.
Passando per un mercato, ad esempio, si sentono i venditori abbanniari (gridare) i loro prodotti. Dal latino bannum, editto, perché sono vere proclamazioni quei vocii, fatti apposta per indurre la gente ad accattari (comprare), questa volta dal francese acheter. Siamo in Sicilia eppure, passeggiando tra quelle bancarelle, sembra di vivere la stessa atmosfera, gli stessi profumi, gli stessi atteggiamenti dei mercati di Tunisi.

Non è un caso. Gli arabi, in Sicilia, più che dominatori, sono stati veri fondatori di una cultura che, miscelandosi alle precedenti, ha arricchito le successive, sino a giungere a noi.
Il lascito arabo lo troviamo ancora oggi nella cucina, nell’agricoltura e nella pesca, ad oltre undici secoli dalla fine del governo islamico in Sicilia.
“Talìa i piscaturi ca sciabica, si priparunu a mattanza”, (“Guarda i pescatori con le reti, si preparano alla mattanza”). In questa frase, oltre all’etimologia araba (talìa da tala’a, guardare; sciabica da shabaka, rete) e a quella spagnola (mattanza, sacrificio) troviamo anche tracce di un antico metodo, lasciatoci dalle precedenti culture, per la pesca del tonno.
L’arrivo dei Normanni portò, poi, alla sua regolamentazione e impose nuove interessanti abitudini e parole che, oggi, fanno ancora parte della nostra cultura.
E se gli Arabi hanno dato un contributo per la nascita della cassata (da qas’at, bacinella, poiché un agricoltore imitò il dolce alla ricotta preparato da un arabo all’interno di una bacinella), ai Normanni si deve u mmirruzzu sutta sali (il merluzzo salato, dal francese merlus), u piscistoccu (dall’inglese stock fish) ossia il merluzzo essiccato interamente, la frutta martorana (preparata dalle monache per abbellire il loro giardino in occasione dell’arrivo di un prelato) e l’introduzione dei coltelli a tavola.

Sono tante, però, le eredità immateriali lasciateci dalle culture che, oltre ad averci preceduto, ci hanno plasmato. Greci, Romani, Musulmani e Normanni, in particolare, hanno determinato senza dubbio tutta la cultura, la cucina e il linguaggio siciliano.
U mustazzu, (dal francese mustache, baffi), ha rappresentato uno stile di bellezza per lungo tempo, così come quello di preparare i buatti ra salsa (dal francese bouatte, lattina), abitudine propria delle massaie dell’ isola.
Nessun siciliano dovrebbe mai affruntarsi (dallo spagnolo afrontar-se, vergognarsi) della sua identità, anzi, prìati (dallo spagnolo prear-se, rallegrarsi) dovremmo essere di questo sangue così speciale, variegato e dunque ricco, figlio di tutti i popoli del mondo.

 

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I ragazzi della seconda opportunità

Articolo e foto di Samuel Tasca

La legge 180 del 1978 abolì in maniera definitiva i manicomi in Italia, nella prospettiva della nascita di comunità terapeutiche per la cura e la riabilitazione di persone socialmente e mentalmente ‘svantaggiate’. A più di 30 anni di distanza, uno dei fini principali della legge Basaglia, ovvero il reinserimento lavorativo e sociale dei soggetti svantaggiati, diventa finalmente realtà.

È proprio nel territorio del calatino che si dà spazio alle seconde opportunità. Come ci racconta Andrea Nicosia, presidente della Cooperativa “Terra Nostra” «il progetto nasce già nel 2004 quando ad alcuni ospiti venne proposto di diventare soci della cooperativa. Nacque così “Terra Nostra”, con l’obiettivo di inaugurare un percorso di integrazione sociale e professionale attraverso la pratica dell’agricoltura. La cooperativa costituì la possibilità concreta per questi ragazzi di scommettere su sé stessi, rendersi utili e col tempo divenire autonomi. Eppure, l’inserimento lavorativo non bastava: i ragazzi dovevano avere la possibilità di alloggiare in un posto che non fosse la comunità. La soluzione fu allora quella di creare dei gruppi appartamento dove oggi vivono dalle tre alle quattro persone per ogni abitazione quasi interamente autogestite».

«Vivere in appartamento significa essere più libero ed indipendente e anche creare un rapporto più unito con gli altri inquilini» – racconta Maurizio S., oggi banconista del bar del carcere, altra realtà volta al reinserimento socio lavorativo di queste persone.

In questo percorso di crescita la vera sfida arrivò nel 2012, quando ai soci della cooperativa “Terra Nostra” venne proposto di prendere in gestione un agriturismo, realizzando così ciò che oggi viene definito Fattoria Sociale, ovvero un esperimento che prevede la cura della terra e degli animali come continuazione dell’itinerario terapeutico.

La sfida venne raccolta anche da altre realtà del settore, come la cooperativa “Futura” che vinse la gara d’appalto per la gestione del bar del carcere di Caltagirone e avviò un’impresa di pulizie presso un gruppo residenziale a Catania. «Sicuramente un’esperienza importante, dai ritmi non sempre leggeri, ma oggi possiamo considerarla un successo di cui andar fieri» – continua Francesco Tasca, presidente della cooperativa “Futura” riferendosi all’esperienza avviata presso il bar del carcere.

Un successo, questo, condiviso anche dal dott. Raffaele Barone, medico psichiatra e direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Caltagirone e Palagonia, che attraverso l’ASP di Catania e altre realtà porta avanti una serie di progetti in questo campo. «L’obiettivo finale del trattamento di recupero è che le persone trovino il loro posto nelle comunità locali, diventando così non solo soggetti attivi, ma anche una risorsa per la comunità». Tra le varie iniziative, ritroviamo le borse lavoro, l’apertura del nuovo centro dedicato all’inclusione sociale e lavorativa di Piazza Marconi a Caltagirone, il budget di salute che permette il finanziamento di progetti personalizzati per i singoli individui che possono essere reinseriti nel tessuto sociale, e infine la formazione dei facilitatori sociali: ex ospiti delle comunità che grazie alla loro esperienza diventano un supporto psicologico per i nuovi utenti.

In questo clima di innovazione culturale e sociale, la vera soddisfazione arriva dalle parole di coloro che sono i veri protagonisti di questo cambiamento. Sebbene a volte non posseggano esperienze pregresse in quello specifico settore lavorativo, oggi svolgono delle mansioni conformi alle proprie capacità personali. «Aiutavo mia madre a infornare il pane e a impastare i panetti» ci racconta Nando, aiuto cuoco e pizzaiolo nella Fattoria Sociale di Piano San Paolo, che dopo un percorso riabilitativo di oltre 10 anni, oggi lavora e vive in appartamento assieme ai suoi amici e colleghi. Anche Roberto infatti, impiegato presso il bar del carcere, ha potuto mettere in campo le capacità maturate quindici anni prima in un altro contesto simile. Oggi si occupa di servire al bancone, ma da quello che ci racconta la parte che più gli piace è il contatto giornaliero con i clienti e il poter chiacchierare con altre persone.
Anche per Carmelo, che da tre anni si occupa invece del punto snack del bar del carcere, l’aspetto più gratificante del suo lavoro è proprio il contatto con le persone che si fermano a prendere un caffè. «Oggi ho trovato finalmente un equilibrio, il mio ruolo al lavoro mi gratifica molto».


Nel contatto con le persone, cortesia e disponibilità sono le qualità che hanno permesso ad Ignazio di diventare capo sala nel ristorante della Fattoria Sociale di Piano San Paolo. «All’inizio pensavo che gestire un ristorante fosse una sfida impossibile, ma affiancando il cameriere che lavorava da noi nei primi tempi gli ho praticamente rubato il lavoro!  – scherza Ignazio -. Gestire la sala per me è sinonimo di ordine, creatività ed eleganza».  A condividere un’esperienza simile è anche Maurizio D.S., impegnato presso il bar del carcere, il quale ci racconta: «All’inizio avevo un po’ di confusione, ma oggi mi sento contento e gratificato».

Il lavoro di squadra, l’impegno e il raggiungimento di obiettivi giornalieri ha permesso a queste persone di sperimentarsi e di superare le proprie difficoltà psicologiche. Nando, Ignazio, Roberto, Carmelo, Maurizio e tanti altri oggi vivono appieno la seconda opportunità che la vita sta offrendo loro, contribuendo con la loro esperienza ad abbattere ogni giorno il muro di isolamento e diffidenza che ruota attorno alla percezione del disagio mentale.