Tag Archivio per: impresa

Filale Restart i dodici finalisti e i giurati

Alla finale di Restart premiate le idee imprenditoriali di successo siciliane.

di Samuel Tasca

Si è tenuta mercoledì 7 dicembre presso la sede centrale della Banca Sicana a Caltanissetta l’evento finale di Restart, la business plan competition promossa dalla Federazione Siciliana BCC, grazie al supporto di Fondosviluppo e alla collaborazione di Confcooperative Sicilia ed Elabora Sicilia, dedicata a chi vuole migliorare la propria terra facendo impresa.

Filale Restart nella Sede Centrale della Banca Sicana

A competere per i premi finali in denaro dodici finalisti qualificati attraverso un intenso processo di selezione svoltosi negli scorsi mesi. A parlarcene è Mirko Viola della società di servizi di Confcooperative Sicilia: «I candidati sono stati tantissimi, ben oltre le nostre aspettative. La call aperta lo scorso luglio è andata avanti sino ad ottobre e ci ha consentito di girare la Sicilia in lungo e largo con degli incontri itineranti che ci hanno portato a stretto contatto con i luoghi in cui le persone si incontrano sia per fare innovazione che per fare impresa. Questa prima fase ha permesso ai promotori della Competition di fare una selezione per la fase finale molto ardua poiché tutti i progetti erano oggettivamente interessanti e di elevata qualità».

Dodici i progetti imprenditoriali finalisti che sono giunti a Caltanissetta per confrontarsi con la giuria e competere per i premi messi in palio. Cinque minuti di presentazione più due di domande da parte dei giurati, il tutto scandito da un timer che non ammetteva ritardi. Ad avere l’arduo compito di valutare ogni progetto una giuria composta da Graziano Cipollina, esponente dei Giovani Soci di Banca Sicana, in rappresentanza di Giuseppe Di Forti, Presidente della Banca Sicana; Cesare Arangio, Vice Presidente di Confcoperative Sicilia, e Marta Dolfini, giunta da Roma in rappresentanza di Fondosviluppo, il fondo mutualistico di Confcooperative.

Filale Restart i dodici finalisti e i giurati

È proprio dalle sue parole che possiamo farci un’idea dell’intenso lavoro svolto dai giurati durante la fase di valutazione, seguita agli interventi dei dodici candidati: «È stata sicuramente una scelta piuttosto difficile: innovatività, impatto sociale e qualità del progetto sono stati i tre criteri che ci hanno guidato nella decisione. Tutte le realtà sono state all’altezza di questa finale. La cosa bella, secondo me, è che sono stati rappresentati molti settori, anche molto distanti tra loro. Tra questi, poi, la valorizzazione del territorio si è rivelata la parte vincente perché sicuramente ha dato vita a progetti che investono sulle risorse siciliane».

A trionfare, aggiudicandosi i premi in denaro e quelli sotto forma di servizi di accompagnamento, consulenza e formazione sono stati i progetti Frida, sesto classificato; Educolab, quinto classificato; Kimia, quarto classificato; Agromini, terzo classificato, VerdeBasico, giunto secondo; e Beehive come primo sul podio.

«È una vittoria che ci gratifica molto – dichiara Sergio Nunzio Parisi, tra i fondatori di Beehive, cooperativa sociale di Trapani che ha dato vita ad uno spazio di coworking all’interno del quale possono lavorare diversi smart worker che hanno avuto la possibilità di ritornare al Sud.Mi piacerebbe che eventi come questo accadano più spesso perché permettono a giovani imprenditori siciliani di incontrarsi, confrontarsi e imparare. Le idee sono tutte valide, chi vince è solo un dettaglio alla fine, quello che realmente conta è il confronto perché una cosa che sicuramente ci manca in Sicilia è fare network».

I vincitori di Restart BeeHive

I vincitori di Restart BeeHive

E il confronto creato durante l’evento, grazie alla moderazione di Mirko Viola, è stato certamente uno dei valori aggiunti di questa manifestazione, mettendo in contatto imprenditori differenti che condividono la passione per i loro sogni imprenditoriali. Sogni che hanno scelto di portare avanti in questa terra che sempre più si sta riscoprendo come culla di talenti che scelgono di restare e di scommettersi.

Ed è proprio per offrire maggiori opportunità a questi talenti che si propongono eventi come Restart, il quale, come ci spiegano Mirko Viola e Luciano Ventura (Segretario Generale di Confcooperative Sicilia), «nasce dalla considerazione che ci sono tantissimi finanziamenti, contributi ed opportunità per chi sceglie di fare impresa, ma ancora poche persone che riescono ad ottenerli. Questa iniziativa, infatti, rappresenta un segnale per mostrare che il sistema di Confcooperative è presente e vicino a chi vuole fare impresa creando valore qui in Sicilia. La finale di Restart, infatti, non è da considerarsi come l’evento conclusivo di un percorso, ma come una tappa. Oltre ai premiati, appunto, tutti i partecipanti potranno essere seguiti e sostenuti attraverso i servizi di formazione, consulenza e accompagnamento su misura, al fine di trasformare la loro idea in realtà imprenditoriale».

Parole, queste, che prospettano un futuro positivo per lo scenario imprenditoriale siciliano. Non è un caso, infatti, che i progetti finalisti provenissero dalla maggior parte dei territori siciliani, dimostrando una voglia diffusa di mettersi in gioco e di valorizzare, oltre al proprio talento, anche la propria terra.

Elita Schillaci: le start up come progetto di vita e bene sociale

di Patrizia Rubino

Anche quest’anno StartupItalia, il magazine che si occupa di start up e innovazione, ha inserito Elita Schillaci nella sua speciale lista delle “Unstoppable Women”, le mille donne che con il loro impegno “inarrestabile” stanno cambiando il nostro Paese. Catanese, già preside della Facoltà di Economia di Catania, ordinario di Economia e Gestione delle Imprese, Schillaci si occupa da circa quarant’anni, di impresa e modelli economici innovativi. Un vero e proprio faro per generazioni di studenti, che con il suo lungo e prestigioso elenco di incarichi e pubblicazioni, testimonia una carriera a sostegno della crescita del territorio siciliano.

In Sicilia è stata tra le prime a credere nelle iniziative imprenditoriali innovative, le start up appunto, spingendo i suoi studenti a superare la cultura dell’impossibile e a concentrarsi sul merito.

«Ho iniziato a occuparmi di start up nel 1984, ho ancora la stessa energia, passione e curiosità che mi spinge a stimolare e incoraggiare verso la creazione di nuove imprese. Abbiamo attraversato grandi cambiamenti, e non mi riferisco solamente alla rivoluzione digitale, ma siamo riusciti, quasi del tutto, a liberarci dalla convinzione che nella nostra terra sia impossibile fare impresa se non a certe condizioni. Oggi sempre più giovani investono su loro stessi, sulle proprie capacità e sul proprio merito. Tra i miei studenti noto subito quelli che hanno una luce particolare, che credono fermamente nel loro modello di business, ma non mi stanco mai di spiegare che avviare un’attività economica non è un modo veloce per fare soldi e acquisire visibilità. L’impresa deve piuttosto rappresentare un progetto di vita e come tale prevede la messa in campo oltre che di competenze anche di una buona dose di apertura mentale che va oltre il proprio interesse personale».

Perché moltissime start up non riescono a superare i primi anni di vita?

«Oltre l’80% delle nuove imprese nel mondo falliscono perché creatività, idee innovative non sono sufficienti per andare oltre la fase embrionale. Le start up, specie all’inizio, sono fragili per definizione e spessissimo s’imbattono in quella che in gergo viene definita la Death Valley, ovvero la morte prematura dell’attività. Per ottenere stabilità nel lungo periodo occorre intraprendere un percorso di anti – fragilità, che consiste nel superare le difficoltà, gli iniziali fallimenti, uscire dalla propria comfort zone e puntare sul cambiamento, esplorando dimensioni diverse dalla propria. Oltre alle questioni finanziarie, possono esserci altre ragioni dietro l’insuccesso della start up; il cosiddetto hybris imprenditoriale, ovvero l’arroganza del founder, la mancanza di empatia verso fornitori o addirittura verso i clienti, che sono la risorsa più preziosa dell’impresa, o anche perché non ci si avvale di un team esperto che condivide in pieno il progetto. Per superare la fase di avvio occorre continuamente alimentare il merito, che non è soltanto capacità, ma è un approccio etico che si traduce in rispetto e correttezza verso gli altri, perché ribadisco l’impresa deve essere considerata un bene sociale».

Negli ultimi anni il fenomeno delle start up in Sicilia è in forte crescita, attualmente sarebbero oltre 650. Quali sono i settori di maggior interesse?

«Sì c’è un bel fermento, all’interno dei miei corsi ogni anno vengono presentati 10/20 progetti di start up con business plan, e tra questi vedono la luce sino a due nuove imprese. Si punta spesso ai servizi, turismo, arte e cultura, ma c’è anche grande interesse per il food, l’agroalimentare, i prodotti d’eccellenza siciliana. In crescita anche i settori di salute e benessere e l’e-commerce. Queste nuove imprese testimoniano la volontà dei nostri giovani di volere scommettere su se stessi, ribaltando l’idea del posto fisso. Occorre, però, che oltre all’Università che dà il suo contributo con la formazione ci siano altri attori che partecipino all’ecosistema dell’innovazione, come ad esempio industrie, istituzioni, banche».

A partire dal prossimo numero vi proporremo una rubrica dedicata al mondo delle start-up siciliane. Una sorta di viaggio alla scoperta delle idee, della creatività e del talento di giovani che hanno scelto di fare impresa, restando in Sicilia, puntando su un modello di business innovativo ad alto contenuto tecnologico e sostenibile. Vi racconteremo storie di eccellenza… in perfetto stile Bianca Magazine.

La sartorialità siciliana indossata dai potenti del mondo

di Omar Gelsomino,   foto di Antonio D’Anna

Eleganza ed unicità. È questo il claim di Salvatore Martorana, imprenditore di Valguarnera Caropepe – piccolo comune dell’Ennese – che veste pontefici, commissari europei e capi di Stato di tutto il mondo diventando l’emblema della sartorialità italiana e siciliana. Proprio la raffinatezza dei tessuti e la ricercatezza dei particolari ne fanno un vero must. Cravatte, camicie e abiti personalizzati su misura sono indossati dai potenti della terra che apprezzano l’artigianalità di sapienti mani di sarti che realizzano queste opere d’arte.

«Conseguita la laurea in Economia, iniziai a fare il commesso viaggiatore imparando a conoscere tutti i mercati. Nel 1989 abbiamo creato la Maison Gregory, iniziando a produrre cravatte, e grazie all’esperienza maturata sin da subito abbiamo guardato ai mercati esteri. Successivamente abbiamo prodotto camicie e in seguito abiti personalizzati, il mio primo amore, cercando di collocarci in una fascia di mercato medio-alta. Abbiamo aperto i nostri showroom a Valguarnera, Palermo, Catania, Siracusa, Milano, Bruxelles con l’intento di lasciare ai nostri clienti l’impronta della sartorialità. Abbiamo scelto di produrre i nostri capi personalizzati su misura proprio a Valguarnera Caropepe, a differenza di colleghi che hanno preferito delocalizzare all’estero, poiché questo è un territorio da sempre vocato all’industria tessile, dove vi è una grande esperienza nel settore. In questo modo abbiamo dato lavoro a circa 120 persone, tirandole fuori dal vincolo della politica, grazie alle loro capacità. Abbiamo l’obiettivo di dare una prospettiva ai giovani ed evitare che lascino la Sicilia per cercare lavoro altrove, essere d’esempio affinché si creino le condizioni per creare posti di lavoro nella nostra isola, governata da politici miopi che non comprendono quanto siano apprezzate le eccellenze siciliane all’estero».

Nonostante Salvatore Martorana viaggi in giro per il mondo ha le sue radici ben salde nella sua terra. «Ho dimostrato che si può fare impresa in Sicilia con tutte le problematiche che ci sono. Questa è la mia terra, sono nato qui e non voglio abbandonarla per nessun motivo. Con la mia famiglia ci siamo trovati d’accordo nel voler fare rimanere i miei nipoti in Sicilia. Abbiamo il dovere di sperare che questa terra cambi in meglio, che la politica comprenda il grande valore della Sicilia e delle sue eccellenze».

Dalla Maison Gregory partono capi di abbigliamento non solo raffinati ed eleganti, ma con quel quid in più dato dall’essere prodotti in Sicilia. «Su suggerimento di mia moglie è nato il marchio Salvatore Martorana poiché i mercati anglosassoni preferiscono il marchio italiano. Quando vendiamo un abito c’è la nostra italianità, il nostro modo di essere, l’espressione di un popolo, la bellezza che il Padre Eterno ci ha dato, il buon gusto. Chi acquista un nostro prodotto ritrova l’estro innato nel nostro DNA italiano che lo fa sembrare più bello, perché mettiamo un punto a traverso, una fodera o un bottone diversi. La diversità tra noi e il resto del mondo sta nel buon gusto».

In mezzo a non poche difficoltà Salvatore Martorana, insieme alla moglie Cettina e ai figli Nicola e Cecilia, oltre ad una squadra che è anche una famiglia, esporta eleganza e la raffinatezza della sartorialità Made in Sicily in tutto il mondo.

«Ognuno di noi svolge il proprio ruolo all’interno di un gioco di squadra permettendo di raggiungere i nostri obiettivi. Oltre ad essere presenti in Europa stiamo esplorando gli USA, dove abbiamo sempre esportato. La pandemia ha bloccato le nuove aperture negli Stati Uniti, di recente abbiamo riscontrato un grande interesse per i nostri prodotti perché i nostri clienti vogliono vestire italiano e stiamo aprendo all’interno di Bentley, Rolls-Royce, Lamborghini a Los Angeles, dove mi auguro di vestire i clienti di questi marchi, un altro progetto è in cantiere con la Ferrari».

I progetti di Salvatore Martorana, ambasciatore dell’artigianalità del Made in Sicily nel mondo, continuano all’insegna dell’eleganza e dell’unicità.

carretto siciliano

Trinacria Bike Wagon: il fascino del carretto siciliano 4.0

di Patrizia Rubino, foto di Antonio Calabrese e Filippo Mancuso

Se pensiamo ad uno dei simboli della Sicilia nel mondo, il pensiero corre subito al carretto siciliano. Utilizzato prevalentemente dai contadini per il trasporto delle merci, a partire dai primi anni dell’Ottocento, divenne ben presto un pregevole prodotto di artigianato; i proprietari facevano a gara, infatti, per adornarlo con dipinti dai colori sgargianti, decori e incisioni, realizzati da veri artisti, che di fatto lo rendevano un’opera d’arte ambulante. Con l’arrivo dei mezzi a motore, intorno agli anni ‘50, il carretto perderà la sua importante e primaria funzione, ma nell’immaginario collettivo resterà l’emblema del popolo siciliano.

carretto siciliano

La maestria artigiana del carretto siciliano con i suoi colori e decori affascinò Renato Guttuso che li traspose rivisitandoli in alcune sue importanti opere, più recentemente anche gli stilisti Dolce & Gabbana nel 2016 ne trassero fonte d’ispirazione per la loro collezione d’alta moda. Oggi il fascino antico del carretto siciliano potrebbe tornare a risplendere grazie a un’importante iniziativa promossa dall’associazione non profit Lisca Bianca di Palermo che da una parte intende recuperarne e valorizzarne la tradizione artigianale, dall’altra guardare ad un suo utilizzo in chiave contemporanea, con un progetto di ampio respiro per l’inclusione socio-lavorativa di giovani talenti che potranno essere gli artigiani del futuro e continuare, pertanto, a trasmettere gli antichi saperi della tradizione ma attraverso l’innovazione tecnologica.

«Nel 2019 – spiega Monica Guizzardi, project manager e volontaria di Lisca Bianca – abbiamo partecipato al bando “Artigianato” promosso da Fondazione con il Sud, per il sostegno di alcune eccellenze della tradizione artigiana del Mezzogiorno che rischiano di estinguersi: per la Sicilia si faceva espresso riferimento al carretto siciliano. Inizialmente ci sembrava un’impresa impossibile, ma poi abbiamo trovato la strada giusta e così è nato Trinacria Bike Wagon. L’idea – aggiunge – è quella di rendere funzionale e sostenibile il carretto come nuovo prodotto finito, per renderlo appetibile nei moderni mercati di consumo. Pensando ad un rimorchio elettrico per biciclette, a un risciò per i turisti, oppure un mezzo per la distribuzione di street food e molto altro. Resta centrale il rispetto dei canoni estetici, gli aspetti decorativi, anche perché rappresentano gli elementi distintivi del tipico carretto siciliano ammirato in tutto il mondo».

Particolarmente interessante è quanto emerso da una ricerca condotta dall’associazione Sguardi Urbani, partner del progetto, relativamente all’attuale stato dell’arte della tradizione del carretto. Risultano essere 21 gli artigiani attivi, prevalentemente nella provincia di Catania e a seguire quelle di Palermo, Trapani, Caltanissetta e Agrigento. In grandissima parte sono uomini di età media sui 40 anni formati da una tradizione familiare. Dallo studio emergono anche dati incoraggianti che rivelano che il carretto siciliano è considerato un oggetto interessante seppur prevalentemente con funzionalità accessorie e di abbellimento.

Il progetto – che si concluderà nel 2023 – prevede dei laboratori, tenuti da artisti e professionisti di altissimo livello, in cui i partecipanti oltre ad apprendere le tecniche della tradizione artigianale di pittura e intaglio, saranno formati anche su tecniche progettuali e costruttive altamente innovative: reverse engineeringgrafica per la comunicazionevisual design, fabbricazione digitale.

«Daremo ampio spazio anche alla formazione d’impresa con un modulo economico – aggiunge Monica Guzzardi – che potrà fornire gli strumenti utili per costruire un modello di business che possa essere vincente, in quanto l’obiettivo finale è quello di creare una start up che produca e commercializzi il carretto siciliano di ultima generazione con le nuove destinazioni d’uso».

Un carretto quindi che continuerà a rappresentare l’identità siciliana ma in versione 4.0, e quindi assolutamente al passo dei nostri tempi.

IMG

L’eccellenza delle impermeabilizzazioni: Diblasi s.r.l.

di Alessia Giaquinta, foto di Samuel Tasca

 

Nasce 25 anni fa, a Grammichele, quella che ad oggi è una delle aziende leader nel settore delle impermeabilizzazioni, un’impresa che vanta non solo numerosi anni di esperienza ma, soprattutto, che guarda sempre al futuro, offrendo le soluzioni più innovative ai propri clienti: parlo della Diblasi Impermeabilizzazioni s.r.l.

 

Ma cosa sono le impermeabilizzazioni e perché sono importanti? Si tratta di rivestimenti, non visibili, utili ad impedire il passaggio dell’acqua piovana in qualsiasi struttura. Insomma, tutto il contrario del detto “fa acqua da tutte le parti”, per intenderci. Si tratta chiaramente di un sistema importante che funge da barriera, da protezione di tutti i punti vulnerabili, consentendo di conseguenza anche un risparmio del fabbisogno energetico dell’immobile che, per tale ragione, si presenta ben isolato.

 

Ma non tutte le impermeabilizzazioni sono le stesse, ecco perché è importante affidarsi a professionisti del settore, come la Diblasi Impermeabilizzazioni s.r.l.,  per avere la migliore soluzione e garanzia di risultati ottimali.

 

«Utilizziamo materiali all’avanguardia, molto performanti, a lunga durata e più sicuri» dichiara Sebastiano Diblasi che, insieme al padre e al fratello, guida l’azienda.

 

«Inizialmente ci occupavamo solo di impermeabilizzazioni di bacini idrici poi, man mano, abbiamo aggiunto altri settori come quello dell’edilizia, delle coperture civili ed industriali, delle terrazze, delle piscine, dei giardini pensili, di cisterne di raccolta,  di vasche antincendio… », racconta soddisfatto Sebastiano, riportando alla memoria la nascita dell’azienda, le innovazioni del settore e la progressiva crescita della loro realtà che, oggi, vanta oltre 10 operai ed è apprezzata anche fuori dai confini regionali: «Ci spostiamo in ogni parte dell’isola e fuori dalla Sicilia», aggiunge.

A fare apprezzare l’azienda, oltre alla professionalità e alla competenza di chi vi opera, è l’alta qualità dei prodotti – tutti certificati e garantiti – e l’attenzione per tutto ciò che è innovativo e al passo coi tempi: la Diblasi Impermeabilizzazioni s.r.l. oltre ai metodi tradizionali e manuali, si avvale di saldatrici automatiche che, insieme ad altri sistemi, garantiscono l’eccelsa qualità del lavoro e la soddisfazione del cliente.

 

Ed è proprio quest’ultima il più grande motivo d’orgoglio di questa azienda che, con umiltà, costante studio e attenzione alle novità, passione e professionalità si contraddistingue in questo settore.

 

Antoine de Saint-Exupéry, nel suo Piccolo Principe disse una grande verità: “L’essenziale è invisibile agli occhi”. E tra le cose essenziali, invisibili per le strutture, c’è l’impermeabilizzazione. Non si vede, eppure, costituisce la parte più importante di qualsiasi costruzione. Non sottovalutarla. Approfitta anche degli incentivi statali attualmente in corso. Con Diblasi Impermeabilizzazioni puoi davvero avere il meglio!

agromonte

Agromonte, l’artigiano del pomodorino siciliano

agromonte

di Salvatore Genovese   Foto di Azienda Agromonte

Sembra strano, data l’altissima tecnologia raggiunta dall’azienda ragusana – ma forse sarebbe meglio parlare di vittoriese – Agromonte, oggi tra le prime dieci in Italia nel settore dei rossi e leader nella lavorazione/trasformazione del pomodoro Ciliegino, leggere nel frontespizio del suo depliant aziendale: Lartigiano del pomodorino siciliano.

Capisci il perché quando parli con uno dei componenti della famiglia Arestia (nel mio caso, con Miriam, Responsabile Marketing): risponde a qualsiasi domanda evidenziando sempre, in un modo o nell’altro, la centralità del ruolo di ciascuno dei componenti della famiglia, dal padre Carmelo, che nel 1970 ha dato vita all’azienda, ai fratelli Giorgio, Giusy e Marco, impegnati tutti, a vario titolo, insieme alla stessa Miriam, nella conduzione aziendale. «Anche mamma Ida – chiarisce la mia interlocutrice – ha avuto un ruolo importante nel successo della Agromonte».

In seguito, vedremo in che modo.

Certo, non tutte le aziende di trasformazione a conduzione familiare raggiungono nella stagione estiva, quando il pomodoro è nelle migliori condizioni per essere lavorato in quanto è proprio nel periodo maggio-settembre che acquisisce giusti colore, dolcezza e caratteristiche organolettiche, una produzione di oltre venti milioni di bottiglie di salsa pronta di Ciliegino, di cui due terzi commercializzati nel territorio nazionale, mentre il resto raggiunge quasi tutti gli stati europei ed anche gli Stati Uniti d’America.

Si tratta, quindi, di un’artigianalità dalle caratteristiche particolari, nata dalla passione per la trasformazione di Carmelo Arestia, che da perito chimico-industriale ne conosce bene le tecniche, che è riuscito a trasmetterla ai figli, che non solo l’hanno fatta propria, ma hanno anche dato un positivo impulso all’azienda con riuscite sperimentazioni ed innovazioni.

agromonte

Ecco perché, date queste premesse, non è difficile comprendere il senso della conduzione familiare di un’azienda che, nel periodo estivo, si avvale di oltre cento unità lavorative.

Dopo la lunga, non facile, fase iniziale, è nell’anno 2000, con la nascita del marchio Agromonte e con il successivo ingresso in azienda dei quattro figli, che inizia una fase di costante crescita che fa della trasformazione del pomodoro Ciliegino un’attività industriale di altissimo livello e della Salsa Pronta un prodotto d’eccellenza Made in Sicily.

«Utilizziamo – spiega con una punta d’orgoglio la Responsabile Marketing – solo ingredienti di alta qualità per trasformare il Ciliegino, raccolto in condizioni ottimali e lavorato fresco, per la maggior parte a Km. Ø, nel rispetto della natura e dei suoi tempi. E poi c’è un piccolo segreto che rende così buona la nostra salsa», e sorride.

agromonte

Ovviamente, non posso non chiederle di rivelarmelo; ed è qui che entra in gioco mamma Ida, giacché è sua la ricetta per la preparazione della salsa pronta.

Ancora una volta, emerge con forza il binomio conduzione familiare/artigianalità. Coniugato, però, con una tecnologia che ne garantisce l’alto standard qualitativo; il che vuol dire, innanzitutto, accurata selezione delle materie prime, coltivate in ambiente protetto, e un rigoroso autocontrollo igienico sanitario.

agromonte

Grazie a tutto questo, Agromonte oggi costituisce un’azienda leader nella trasformazione di un prodotto di nicchia, nelle specialità del pomodoro, qual è il Ciliegino.

Nello specifico, oltre alla salsa pronta, prodotta anche nelle varianti al basilico o al peperoncino, il catalogo aziendale propone la Salsa Pronta al Ciliegino giallo, anche in versione Bio, le Passate, i Sughi all’aglio, all’Arrabbiata, alla Norma, alla Puttanesca e alla ricotta, i preparati per le bruschette, i Pesti e specialità come il semisecco, il Ciliegino intero in passata di Ciliegino e la Caponata di melanzane.

«Ma il nostro punto di forza – chiosa Carmelo Arestia, fondatore e presidente della Agromonte – resta la Salsa Pronta, un prodotto dove si concretizza il nostro amore per la terra di Sicilia».

 

senior social house

Senior Social House

di Samuel Tasca

Cosa rappresenta per noi l’anziano? È davvero una figura marginale della società? Oppure, come spesso accade in Sicilia, è il custode della memoria storica, del patrimonio di miti e antiche credenze, della lingua siciliana e di tutta la conoscenza legata a cure e rimedi naturali?

Come spesso accade, però, la gestione dei “nonni” in un contesto familiare può diventare difficile, specialmente quando questi non sono più totalmente autosufficienti e necessitano di particolari attenzioni. È proprio in questi momenti che è bello incontrare persone come Rodolfo, Natascia e Martina della Cooperativa Volta Pagina che hanno dato il via alla realtà della Senior Social House, residenza per anziani a Vittoria (RG). Come potrete notare, già il nome è tutto un programma, anzi, una filosofia che parte da una mission ben precisa: «esorcizzare lidea che lanziano vada parcheggiato perché non ha più le facoltà di un tempo», ci spiega Natascia.

La loro passione per il sociale inizia già da ragazzi quando Suor Carolina Iavazzo fu mandata a Vittoria dopo aver collaborato a stretto contatto con Don Pino Puglisi. Fu lei a introdurre Rodolfo al concetto di solidarietà e di volontariato nel rispetto dei più deboli. Quell’esperienza, oggi divenuta una professione, non ha mai perso la vocazione altruistica che da sempre l’aveva caratterizzata, infatti, alla Senior Social House, gli ospiti non solo ricevono cure e attenzioni, ma sono coinvolti in attività che mirano ad attivare la memoria rievocando i ricordi di una vita vissuta

 

«Non mi piace vedere gli anziani fare i lavoretti da bambini perché trattarli come tali significa sminuire la loro figura – ci racconta Natascia, responsabile delle attività –. Miro, quindi, a delle attività che riprendano qualcosa che già facevano e che a loro piace fare, come la marmellata. Un ultranovantenne che dice me la faceva la mamma è davvero una cosa straordinaria». Ma qui gli ospiti non si cimentano solo in cucina: raccolgono le olive, imbottigliano l’olio, leggono e commentano Italo Calvino, senza ovviamente dimenticare quelle attività motorie fondamentali per la loro età, supportate da personale specializzato.

«Siamo un po alternativi…», scherza Natascia raccontandoci dell’ultimo aperitivo organizzato prima dell’esplosione della pandemia con ospiti e nipoti in occasione della Festa dei Nonni, perché convivialità e contatto con i parenti sono tra gli aspetti fondamentali della struttura. «Crediamo tanto nel concetto di apertura, infatti, da noi non ci sono orari di visita. Anche se come tutti ci siamo dovuti adattare alle nuove misure di sicurezza anti-Covid, il fatto di sapere che si può andare a trovare un parente in qualunque momento è fondamentale».

A sostenere Natascia, troviamo Martina Farruggio, Amministratore Delegato che condivide in pieno questa visione: «Ho imparato che la vera forza è nel servizio. Bisogna custodire ogni persona e averne cura con amore. Pensare solo alla loro felicità ci fa stare meglio e dà colore alle nostre giornate. Si può vivere una vita felice solamente quando lavoriamo per coloro che amiamo, a quel punto ci rendiamo conto che possiamo solo amare quello in cui crediamo e per cui lavoriamo».

La struttura, oltre all’ampio spazio esterno, offre all’interno diversi soggiorni dove potersi incontrare e svolgere le attività. Ogni camera è, inoltre, dotata di bagno personale.

Agli ospiti della Senior Social House (che si sono anche cimentati nella recitazione prestandosi per i divertenti spot di promozione della struttura) sembra non mancare proprio nulla, ma quello che più ci ha convinti è l’atmosfera familiare che si avverte appena entrati: un sentimento di passione e generosità che traspare dagli occhi di Natascia e Martina.

Cosa ci aspetta nei prossimi 40 o 50 anni non c’è dato saperlo, sicuramente ci auguriamo di poter trovare un posto come la Senior Social House, ma soprattutto di incontrare persone come loro che credono ancora nel valore dell’individuo.

 

IMG  min

Impresa di pulizie L’Aurora: una passione senza macchia

Articolo e foto di Samuel Tasca

Avete presente il momento dell’aurora? Quella fase che precede l’alba in cui si riesce già a percepire il giorno che sta per iniziare, mentre la notte comincia lentamente a schiarire? È un momento che il signor Giovanni Laferla, fondatore dell’impresa di pulizie L’Aurora, conosceva bene perché tante volte aveva assistito alla magia di quel passaggio di testimone rientrando dai turni di notte durante i quali puliva i vagoni dei treni, quando viveva ancora in Svizzera.

A raccontarci questa storia è Sergio, figlio di Giovanni e oggi titolare dell’impresa.
«L’avventura inizia nel ’93 quando mio papà arrivò a Grammichele (CT) dalla Svizzera inventandosi questo lavoro – racconta Sergio -. Allora qui c’era solo un’impresa di pulizie e noi cercammo sin da subito di stupire i nostri clienti presentandoci con dei furgoni personalizzati, salopette e divise aziendali. Siamo stati tra i primi a voler dare un’immagine coordinata all’azienda».

Nonostante l’entusiasmo, per un ragazzo di soli diciassette anni quale era Sergio all’epoca, impiegarsi in un’impresa di pulizie non fu proprio una passeggiata. «L’idea generale a quei tempi era quella del:“Ma come? Fai le pulizie?”. Queste erano principalmente affari da donne…», ricorda lui ammettendo di aver avuto qualche reticenza iniziale nell’accompagnare il padre. Eppure, oggi, non solo Sergio è l’unico di quattro figli ad aver continuato la tradizione di famiglia, ma è a capo di una realtà che conta oltre dieci dipendenti, che è cresciuta giorno dopo giorno negli ultimi ventotto anni, raggiungendo da Grammichele tutto il Sud Est della Sicilia.

Specializzata in pulizie di tutti i generi, da quelle civili a quelle industriali, L’Aurora oggi si distingue principalmente per la passione e l’entusiasmo della sua squadra, oltre alla ricercatezza e qualità dei prodotti che vengono utilizzati. «Mi piace capire come risolvere il problema dei miei clienti», ammette Sergio. «La cosa che amo di più è proprio la soddisfazione di essere ringraziati in maniera spontanea proprio perché, oltre a svolgere il tuo lavoro, percepisci di avergli effettivamente risolto un problema. Il risultato finale è sempre una delle cose che ci gratifica di più. Chiaramente, per poterlo ottenere devi conoscere le superfici, devi conoscere lo sporco e saperne identificare la natura. Non puoi improvvisare: devi sapere ciò che stai facendo». Inoltre, per rispondere alle esigenze dettate dalla pandemia l’azienda ha avviato anche un servizio di sanificazione certificata.

Ad affiancare Sergio alla guida della sua impresa è la moglie Aurora che, per un fortunato caso del destino, porta proprio il nome dell’impresa. Coincidenze? Questo lo lasciamo decidere a voi e nel frattempo chiediamo a Sergio di svelarci qualche segreto.
«Avete presente quando riesci a togliere lo scotch da una superficie, ma ti rimane la colla?», ci chiede lui. «In questo caso spremi un limone o un’arancia dentro dell’acqua calda, – continua – aggiungi un cucchiaino di bicarbonato e bagna un panno in microfibra da passare sulla colla per rimuoverla. Oppure, un’altra soluzione potrebbe essere quella di prendere il Raid, o qualunque tipo di insetticida che contenga gas, e spruzzarlo sui residui di colla che si scioglieranno»

Come si può notare dai suoi consigli, Sergio e tutto il suo team sanno proprio il fatto loro. Perché per lui questo lavoro è sinonimo di passione; è l’aver ottenuto ottimi risultati nonostante la reticenza iniziale e, soprattutto, l’aver portato avanti, per quasi trent’anni ormai, il sogno di realizzare la propria impresa riuscendo a fare sempre meglio. Ed è proprio con questo entusiasmo che Sergio ci saluta rivelandoci il suo sogno nel cassetto: «Desidero avere un posto tutto nostro dove poter riporre i mezzi e i materiali, dove poter creare un centro di raccolta scorte che possa agevolare noi e i nostri clienti. Stiamo lavorando molto su questo, scriviamo quotidianamente le nostre idee e le cose che servono per poi poterle concretizzare non appena sarà possibile».

Team  DPI scaled

Elena Militello: l’innovazione sociale e territoriale grazie al South Working

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Mario Mirabile

È partita pian piano e la diffusione del lavoro in remoto è esplosa durante la pandemia. In questi mesi di lockdown non abbiamo sentito altro che il termine smart working, cioè il lavoro agile, magari da spazi di coworking. Sta cambiando il mercato del lavoro, aprendo scenari prima impensabili. Così Elena Militello, una ventisettenne palermitana, nei mesi scorsi è potuta ritornare, per qualche mese, nella sua città natale pur continuando a lavorare per l’Università del Lussemburgo. Così è nato il South Working, per permettere ai giovani e non solo di poter lavorare dalle loro città, soprattutto meridionali, evitando la fuga al Nord e all’estero.

Elena Militello ci parla del suo progetto e dei suoi benefici. «Sono andata via dalla Sicilia dopo il liceo, dieci anni fa. In questi anni di studio e lavoro tra Milano, Como, Stati Uniti, Germania e, da ultimo, Lussemburgo ho sempre desiderato tornare a Palermo per poter lavorare dalla mia terra. Nei mesi del lockdown, mentre avevo un contratto di ricerca all’Università del Lussemburgo, ho ideato il progetto ‘South Working – Lavorare dal Sud’ e oggi sono presidente dell’omonima associazione di promozione sociale (www.facebook.com/southworking; www.southworking.org). ‘South Working – Lavorare dal Sud’ è nato come progetto in collaborazione con la comunità Global Shapers. In questi mesi è diventata un’associazione di promozione sociale volta in ultima analisi a una maggiore coesione economica, sociale e territoriale e minori diseguaglianze tra Nord e Sud d’Italia e d’Europa. Lo strumento scelto in questa prima fase è la promozione di contratti di lavoro agile a distanza in via principale da dove si desidera e, in particolare, dalle regioni del Sud. L’idea alla base del progetto è che nell’era post-Covid sarà possibile per molti lavoratori immaginare ipotesi di contratti di lavoro primariamente a distanza (possibilmente in lavoro agile, cosiddetto ‘smart working’) che permettano alle lavoratrici e ai lavoratori di lavorare dal luogo in cui preferiscono risiedere». 

Per i giovani del Sud una vera possibilità che potrebbe arginare la loro ‘fuga’ verso destinazioni lavorative lontane da casa. «L’innovazione è tradizionalmente legata a luoghi specifici capaci di attrarre capitali economici, culturali e tecnologici. Il digitale, però, ci permette di poter lavorare da qualsiasi luogo provvisto di una (buona) connessione Internet. Questa condizione dovrà essere sfruttata per poter rendere sempre più decentrato il processo di produzione dell’innovazione per portarla anche in territori lontani dalle città. Ricordiamo sempre, però, che le condizioni essenziali per lavorare in South Working sono le infrastrutture digitali e quelle di mobilità».

Cosa accadrà al mercato del lavoro una volta debellato il Coronavirus? «Il cambiamento innescato in termini di ripensamento delle modalità lavorative non si potrà arrestare quando – si spera il più presto possibile – il virus sarà debellato. Alcuni lavoratori hanno percepito di poter lavorare per un’alta percentuale slegati dalla sede dell’ufficio. Anche dal punto di vista dei datori di lavoro, molti sono gli studi di scienza dell’amministrazione che evidenziano i potenziali vantaggi del lavoro agile, cioè per obiettivi, senza limitazioni spaziali: per il datore di lavoro, in termini di incremento di produttività, riduzione dei costi, degli straordinari e dei fenomeni di assenteismo nelle pubbliche amministrazioni, miglioramento delle competenze digitali dei lavoratori e della loro motivazione, ottimizzazione dei costi, riflessi sulla ‘reputation’ e sulla responsabilità sociale d’impresa».

Insomma, all’orizzonte si prospetta un futuro più roseo rispetto al passato. «Nonostante si prospettino tempi difficili, con una grave recessione, si aprono possibilità di tornare o venire a vivere nelle regioni meridionali. Ciascuno di noi può portare le competenze maturate e le esperienze vissute per contribuire a creare innovazione sociale e territoriale».

IMG  scaled

Le attività ripartono nel rispetto delle norme anti Covid

 

Articolo di Salvatore Genovese

Per molti il Covid-19 è ormai solo un brutto ricordo: tutto passato, liberi tutti.
Non si spiegherebbero, altrimenti, assembramenti, movide, balli camuffati da karaoke e pranzi contrabbandati da compleanni che si stanno insinuando sempre più numerosi nella ‘normalità’ della nostra vita. Per qualcun altro, invece, soprattutto per chi allarga lo sguardo su altri Paesi, anche lontani dal nostro, siamo ancora in piena pandemia ed è necessario il mantenimento delle limitazioni imposte ai tempi dell’imperversare del Coronavirus.
Altri ancora sono per una ripartenza lenta, ma decisa, e per riaprire quelle numerose attività costrette dalla pandemia a una costosa chiusura; però tutto nel rispetto delle regole finalizzate a tutelare la salute, nostra e degli altri.
Ma è davvero così?
Abbiamo chiesto ai responsabili di alcune realtà economiche come hanno vissuto il lockdown e, soprattutto, come si sono attrezzati per la ripartenza, per quella ‘normalità’ da tutti auspicata.

Arcangelo Mazza, titolare dello stabilimento balneare ‘La Capannina’ di Scoglitti, si è adeguato ai decreti Conte e Musumeci attrezzando la struttura di termorivelatori, percorsi segnaposto e ampia tabellonistica; sono stati separati gli accessi alla spiaggia, al bar-ristorante e alla pizzeria; gli ombrelloni, con annessi tavolinetti e sdraio, collocati a cinque metri uno dall’altro.

Tutto secondo le regole, dunque?
«È giusto che sia così e non poteva essere diversamente – precisa Mazza – perché c’è in gioco la salute di noi tutti, anche se tali interventi, che ho esteso ad altre strutture ricettive (albergo e case vacanza), hanno comportato dei costi anche in termini di spazio fruibile».

I circa due mesi di chiusura forzata cosa hanno comportato?
«Quello che è facile immaginare per un complesso ricettivo con sessanta dipendenti; però abbiamo avuto un aiuto concreto da Musumeci grazie all’annullamento del canone demaniale annuale. E questo ci ha consentito di arginare un po’ le perdite».

Prenotazioni in calo?
«Sì, ma un calo compensato dall’accresciuta sensibilizzazione dei fruitori della spiaggia a riconoscere l’importanza della struttura balneare per la tutela della salute. Non siamo più visti come ‘occupatori di spiagge’».
All’Hotel Baia del Sole di Marina di Ragusa ci accoglie il direttore Marco Adamo, che cura anche l’omonimo villaggio. Mette subito in evidenza il blocco delle prenotazioni dei turisti esteri: «No calls, no mail e cancellazioni al 70 per cento, soprattutto per le cancellazioni dei voli delle società low cost. Da giugno i primi segnali della ripresa: lenta, ma necessaria».

Di gente in giro ce n’ è; chiedo chi siano.
«Turisti italiani, soprattutto da aree vicine: c’ è una notevole differenza di presenze tra weekend e giorni feriali».
Nell’hotel e nel residence ampia cartellonistica e percorsi separati.
«Tanti soldini – chiosa Adamo – li abbiamo spesi per la sanificazione complessiva delle nostre strutture».

A quando la normalità?
«Se, come spero, non ci sarà una seconda fase virale, non prima del 2021».

Nel Camping Baia del Sole, l’altra struttura del gruppo, troviamo Roberta Giompaolo: «Il camping è aperto tutto l’anno, ma dall’8 marzo ci sono stati blocco totale e disdette. Però dalla riapertura di maggio stiamo lavorando bene, soprattutto con villeggianti locali. La gente qui è tranquilla: siamo all’aperto e viviamo una certa ‘normalità’, anche se controllata».
Anche nel ristorante ‘Il Gattopardo’ di Donnafugata sono stati applicati tutti i necessari dispositivi. A confermarlo è Marilena Licitra: «Abbiamo vissuto una grande tragedia, ma ci stiamo riprendendo; oggi siamo al 40 per cento dei posti disponibili, ma c’è una fase di recupero. ‘Normalità’ non prima del 2021».
Una nota positiva proviene, invece, dal presidente dei Commissionari del Mercato Ortofrutticolo di Vittoria, Gino Puccia: «Siamo stati sempre aperti e abbiamo anche avuto l’opportunità di valorizzare la produzione locale, visto il fermo dei trasporti. Ma anche per noi si parla di normalità controllata».