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La festa del grano Raddusa

La ‘pisatura’ del grano: una tradizione da custodire

di Omar Gelsomino   Foto di Riccardo Allegra

Un proverbio dice: “Chi semina buon grano, ha poi buon pane”. E la Sicilia per migliaia di anni, proprio per la sua produzione, è stata chiamata il “granaio d’Italia”, sin dall’antica Roma sfamava l’intera penisola e lo esportava all’estero. Oggi sia per l’importazione straniera a buon prezzo, sia per le scellerate politiche comunitarie hanno fatto sì che gli agricoltori lentamente abbandonassero la coltivazione del grano, facendo perdere così alla Sicilia questo suo primato.

La festa del grano Raddusa

La varietà e la qualità pregiata del grano siciliano rimangono impareggiabili, mantenendo una nicchia di mercato. Gli ultimi eventi, come la guerra tra Russia e Ucraina e il rincaro delle materie prime, ne hanno causato l’aumento del prezzo. Ma attorno al grano ruotano non solo fattori storici ed economici, ma anche tradizioni popolari che vanno custodite. In un piccolo paesino dell’entroterra siciliano, a Raddusa (CT), si svolge la Festa del Grano. Una rievocazione storica delle antiche fasi della trebbiatura (pisatura) del grano che si svolge ogni anno la seconda settimana di settembre.

La festa del grano Raddusa

«La prima festa del grano è stata celebrata il 9 e 10 settembre 1995 ed è stata voluta dall’allora presidente della Provincia di Catania on. Nello Musumeci – spiega il prof. Riccardo Allegra –. Raddusa è sempre stata individuata nella provincia di Catania e nel basso Calatino come la zona cerealicola per eccellenza, da alcune mie ricerche ho scoperto che nel 1936 era il primo paese della provincia per quantità di grano ammassato. Questa festa è servita anche per fare scoprire alla gente del luogo le proprie origini, attraverso un recupero culturale della propria identità. Il lavoro nei campi allora era molto faticoso e i contadini non riuscivano nemmeno a sfamare la famiglia, tanto che molti sono stati costretti ad emigrare nel triangolo industriale del Nord Italia ed Europa. Con la prima festa del grano quei contadini si videro rappresentati nel loro lavoro poichè loro stessi si proposero a falciare il grano, a fare la ‘pisatura’, a fare le comparse, per la prima volta sentirono l’orgoglio del rapporto avuto con la terra e con tutto il mondo che lo circondava».

La festa del grano Raddusa

In questa suggestiva riproposizione di scene di vita contadina, in cui l’economia raddusana era ed è legata alla terra e ai suoi prodotti, a grandi sacrifici e al lavoro faticoso, si assiste alla mietitura (U’ metiri), durante la quale i contadini con le falci mieteranno un campo di grano, facendo rivivere i riti e le usanze dell’antica mietitura ed in seguito alla ‘pisatura’, l’affascinante ricostruzione storica dell’antica trebbiatura col calpestio dei muli, i quali girando in tondo pigiano il grano, e la ‘mpastata do pani’ (lavorazione del pane).

La festa del grano Raddusa

«Nelle prime ore del pomeriggio della domenica – continua il prof. Allegra – in una piazza avviene la fase che attira maggiormente gli spettatori, cioè la ‘pisatura’. A giugno, quando avviene la trebbiatura in vista di questa manifestazione, si usa lasciare un piccolo terreno non trebbiato nel quale dei mietitori provvederanno a mietere il grano secondo le antiche usanze: le spighe falciate verranno conservate e adoperate per la ‘pisatura’, durante la festa saranno poi disposte per terra in modo tale che il calpestio dei muli separerà il chicco dalla paglia, mentre con le pale avviene la ‘spagghiatura’, buttate in aria sarà il vento a secernere la paglia dal chicco di grano, tra canti e balli tipici contadini».

La festa del grano Raddusa

Tanti gli eventi che suggellano la Festa del Grano: canti e balli ad allietare il pubblico, oltre a parate con gruppi folk, bande musicali, carretti siciliani e figuranti, ricostruzioni storiche, visite al Museo del Grano e alla mostra di mineralogia, l’altare di San Giuseppe realizzato in segno di devozione al loro Santo protettore, la sfilata della carrozza Marchese di Raddusa e la degustazione di antichi piatti tipici. Se volete fare un viaggio nel passato, vivendo momenti di folklore e di vita agreste, basterà recarvi a Raddusa dal 9 all’11 settembre prossimi.

 

bm

Scorzonera, il ritorno del grano antico

Articolo di Titti Metrico

Negli ultimi anni sulle nostre tavole sono arrivati molti ingredienti prima poco apprezzati se non del tutto sconosciuti, che hanno arricchito la nostra cucina. Effetto positivo della globalizzazione che però non deve indurci a trascurare le nostre antiche eccellenze. In Sicilia, in particolare, molte varietà di frumento autoctone hanno rischiato di sparire per sempre perché non competitive in termini di resa rispetto ad altre specie.
Si deve anche alla tenacia e alla testardaggine di qualche “contadino” illuminato se alcuni di questi frumenti antichi continuano ancora oggi a essere coltivati.
Tra i più attenti cultori della riscoperta di queste antiche colture e in particolare della scorzonera (detta anche mascareddu), merita una particolare menzione Giuseppe Pucci Majorana, esponente della nobile famiglia catanese, che ha dedicato gran parte della propria vita allo studio di culture e di tradizioni siciliane che trovano le loro radici nella notte dei tempi. Un gentiluomo d’altri tempi Pucci, con in bocca l’immancabile sigaretta ma che nonostante la non giovane età vanta un fisico agile e asciutto, forte come il grano che coltiva.
«È un grano rustico coltivato in pianura e in collina, caratterizzato da un pigmento verde molto scuro che attrae una gran quantità di radiazioni solari e permette alla pianta di avere un eccellente sviluppo – spiega Pucci Majorana -. Molto spesso questa e altre varietà di grano antico sono state oggetto di coltivazioni di nicchia o a scopo puramente amatoriale, però ultimamente si sta riscontrando un sempre maggiore interesse verso queste peculiarità territoriali e un tentativo di valorizzare le stesse puntando a un mercato sempre più attento alla bio-diversità».
L’impegno dei cultori come Pucci Majorana ha assunto un valore importante a livello nutrizionale e del benessere, oltre all’aspetto antropologico, ha riportato alla luce il nostro patrimonio culturale, valorizzando la dieta mediterranea, rendendo invitante il commercio delle farine antiche che oggi è di tendenza alimentare.
Anche il mondo della scienza ha ritenuto importante il ritorno alla tradizione agricola autoctona per la valorizzazione della salute comune, la proprietà dei grani antichi laddove sono lavorati in maniera tradizionale, ricchi di fibre e nutrienti importanti per il nostro organismo, sono povere di glutine e a basso indice glicemico, che in un contesto sociale in cui la celiachia e il diabete affliggono migliaia di persone, non può che accrescere ottimismo intorno a quest’alimentazione, pertanto l’uso di prodotti realizzati con farine di grani antichi aiuta la prevenzione del diabete di tipo due non insulino-dipendente e l’insorgenza della sensibilità al glutine.