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Leonardo Sciascia, la voce della coscienza

Articolo di Angelo Barone   Foto di Giuseppe Leone

«Credo che sia arrivato il momento di rifondare la Fondazione Sciascia, pur lasciandola a Racalmuto. Occorre un intervento forte della Regione, con una ridefinizione dello statuto e della struttura organizzativa della Fondazione affinché diventi un’istituzione di rilievo nazionale. Sciascia è lo scrittore che maggiormente ha contribuito a formare l’idea della Sicilia nel mondo: la sua Fondazione deve avere un posto centrale nel paesaggio culturale siciliano». Con un articolo pubblicato su Repubblica il 31 maggio, lo scrittore Gaetano Savatteri ha avuto il merito di avviare un dibattito e una riflessione sulla Fondazione Leonardo Sciascia in preparazione del trentennale della scomparsa dello scrittore. «A trent’anni dalla morte di Sciascia, la Fondazione di Racalmuto è sempre sul colle più alto del paese. Una bella struttura che custodisce la pinacoteca dello scrittore, una parte della sua biblioteca e dodicimila lettere. Un patrimonio notevole. Eppure qualcosa non va. La catalogazione delle lettere, dopo tre decenni è ferma alla lettera M, il materiale è quasi inaccessibile agli studiosi. Il sito della Fondazione non riporta alcun documento e nemmeno i titoli dei libri custoditi nella biblioteca: non viene aggiornato dal 2012. Nella ricorrenza del trentennale della scomparsa nessuna iniziativa è stata ancora varata, né a Racalmuto né altrove».
Che la Fondazione attraversi una fase d’impasse è evidente e lo ammette anche Salvatore Fodale, uno dei generi designato dallo stesso scrittore componente a vita del Cda della Fondazione: «La crisi attuale è innegabile, ma la ritengo e spero passeggera». Anche Antonio Di Grado, direttore letterario della Fondazione Sciascia, ammette il ritardo nella catalogazione, incomprensioni e dissensi nella Fondazione ma rivendica la pubblicazione di molti carteggi, ultimo quello fra Sciascia e Consolo e anticipa diverse iniziative che si terranno in occasione del trentennale, lamenta la mancanza di risorse finanziare e condivide la necessità di esportare alcune iniziative in centri di maggiore visibilità.
Nel dibattito sono intervenuti anche il vice presidente della Regione Gaetano Armao e il sindaco di Palermo Leoluca Orlando annunciando la disponibilità a collaborare con la Fondazione.
Ci auguriamo che i buoni propositi espressi si concretizzino con il rilancio della Fondazione e la divulgazione del grande patrimonio culturale della Sicilia che Leonardo Sciascia ha lasciato a tutto il Paese e con delle iniziative adeguate per celebrare il grande scrittore.
«La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini» il pensiero e gli scritti di Sciascia sono sempre attuali e finalmente anche il Miur ha utilizzato una delle opere più famose dello scrittore, “Il giorno della civetta”, pubblicato da Einaudi nel 1961, quale traccia della prova scritta agli esami di maturità. Fino ad allora non esisteva ancora un’opera letteraria che descrivesse i sistemi mafiosi e le modalità di azione dell’organizzazione criminale.
«La presenza di Sciascia è stata fondamentale, è stata la voce della coscienza, un uomo impegnato moralmente e culturalmente, ricordo ancora il nostro primo incontro da Sellerio mentre lavoravo nel 1977 al volume “La pietra vissuta”. Da allora è nata un’amicizia e una collaborazione con Enzo Sellerio, Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino e Vincenzo Consolo che hanno proiettato Ragusa al centro dell’attenzione culturale siciliana». Giuseppe Leone ricorda con nostalgia quei tempi raccontati e fotografati in “Storie di un’amicizia” (Postcart Edizioni), «allora c’era un grande fermento culturale e gli anni ottanta furono per me il periodo più rigoglioso grazie alla conoscenza di queste personalità, oggi purtroppo con la cultura non si mangia è tutto a forfait: per i lavori fatti alcuni complimenti, pochi o nessun compenso e alcune volte manco Grazie. Questa la decadenza della Cultura siciliana che non risparmia nemmeno un grande come Leonardo Sciascia».

La pietra, il filo conduttore per raccontare il passato e costruire il futuro di Ragusa

Articolo di Angelo Barone Foto di Giuseppe Leone e Samuel Tasca

Con Giuseppe Leone ed Emanuele Cocchiaro andiamo a trovare il nuovo sindaco di Ragusa Peppe Cassì, già giocatore di pallacanestro e avvocato di professione.
Vogliamo conoscere i progetti e le iniziative del Comune a seguito del riconoscimento Unesco che ha iscritto “l’Arte dei muretti a secco” nella lista degli elementi immateriali Patrimonio dell’ Umanità. Una conversazione piacevole e spero proficua, in cui il sindaco ha apprezzato il libro “La pietra vissuta” che Giuseppe Leone gli ha donato e raccontato.
«Sono consapevole del grande giacimento culturale materiale e immateriale che c’ è nel nostro territorio e da lì vogliamo partire per rilanciare Ragusa; per questo motivo ho trattenuto la delega alla Cultura. Per valorizzarlo stiamo istituendo l’ Ecomuseo del territorio, dove protagonista è la pietra, il filo per raccontare il passato e costruire il futuro, la pietra dei muretti a secco e del Barocco, delle enormi cave sotterranee e degli scavi archeologici che arrivano fino al mare. Da questo patrimonio e dalle eccellenze del territorio vogliamo costruire i nostri progetti di sviluppo economico e di accoglienza turistica».
La Giunta Comunale ha già approvato la delibera d’ indirizzo per istituire l’ Ecomuseo, mentre lo Statuto e la relazione propedeutici all’iter sono in fase di redazione prima della discussione in Consiglio comunale. Si chiamerà Carat, ovvero Cultura, Architettura Rurale, Ambiente e Territorio.
Nelle attività precedenti rispetto agli altri Comuni del Val di Noto, si è percepito un senso d’ isolamento, reso evidente dalle candidature separate a Capitale della Cultura 2020.
«C’ è un cambio di direzione: ho sentito il sindaco di Noto, Corrado Bonfanti; dobbiamo lavorare in sinergia e fare rete per superare campanilismi e sovrapposizioni d’ iniziative».
Leone ci racconta
dell’ attenzione di Leonardo Sciascia per questa città e di come nacque il libro “Invenzione di una Prefettura”; proponiamo al sindaco l’ opportunità di dedicare una via a uno dei più illustri scrittori del ‘900, il quale si è dichiarato disponibile ad accogliere questa richiesta, e ci informa che il suo prossimo appuntamento della giornata è con il Prefetto Dott.ssa Filippina Cocuzza che intende coinvolgere per valorizzare in modo adeguato lo scritto di Sciascia sulla Prefettura di Ragusa.
Nel far notare lo stato di malinconica decadenza del centro storico superiore della città e dell’ assenza d’ iniziative pubbliche e private per rilanciarlo segnaliamo l’ interesse degli organizzatori del Festival Europeo della fotografia del nudo, che ogni anno si tiene ad Arles in Francia e che nella scorsa edizione ha avuto protagonista Giuseppe Leone con le sue foto, a fare uno stage fotografico a Ragusa.
«Siamo molto disponibili a ospitare eventi di grande qualità così come sosteniamo A tutto Volume, il nostro appuntamento con i grandi scrittori, e vogliamo dotare Ragusa del teatro che manca».
Non può esserci sviluppo senza una logistica e un sistema di trasporti adeguati, continuano a dilatarsi i tempi per la Catania – Ragusa, la Ferrotramvia è ancora al palo e l’aeroporto di Comiso non decolla. «Sulla Catania – Ragusa restiamo vigili: il governo ha preso un impegno che nell’ ultimo mese ha subito un nuovo rallentamento; continueremo a fare squadra con gli altri comuni e con il territorio affinché l’attenzione non cali. Per la Ferrotramvia, ovvero la Metropolitana di superficie che offrirà un nuovo servizio di trasporto e al tempo stesso costituirà un’ attrattiva turistica che attraverserà i luoghi più belli di Ragusa, in questi giorni abbiamo ricevuto la visita dell’ assessore regionale Marco Falcone, il quale ci assicura che sarà finanziata con fondi regionali. Ho manifestato al sindaco di Comiso, Maria Rita Schembari, il sostegno della nostra Amministrazione per tutte le iniziative da intraprendere per rilanciare l’ aeroporto: il dialogo con Comiso è il principale canale di riferimento per una questione che interessa molto il nostro Comune. Nella sinergia con tutti Ragusa deve trovare la linfa vitale per il suo sviluppo».

 

 

 

 

 

Brand “Unesco Sicilia”, costruire una strategia condivisa

 

 

Articolo di Angelo Barone Foto di Giuseppe Leone 

La Sicilia vanta il maggior numero di siti e beni iscritti nelle liste dell’Unesco. Sette nel Patrimonio Materiale, due nel Patrimonio Immateriale, due Geoparchi, oltre ad essere regione rappresentativa della “Dieta mediterranea” e in ultimo anche nell’ “Arte dei muretti a secco”. Sono grandi attrattori turistici e rappresentano l’identità della Sicilia. Costruire una strategia condivisa del brand “Unesco Sicilia” e creare un network in grado di proporre, sul mercato del turismo mondiale, la Sicilia con progetti e programmi unitari, oggi diventa essenziale. Ne parliamo con il professore Aurelio Angelini, Direttore della Fondazione Unesco Sicilia.

 

L’ultimo riconoscimento Unesco dato all’ “Arte dei muretti a secco”, sinora è stato accolto nell’indifferenza generale.
«Questo è un riconoscimento a uno dei primi esempi di manifattura umana, una sapienza costruttiva che mette insieme arte, cultura e scienza per costruire ricoveri, contrastare il dissesto idrogeologico e la desertificazione dei terreni che ho avuto modo di apprezzare quando da giovane venivo a Comiso per le manifestazioni della pace. Sono disponibile a sostenere tutte le iniziative che mirano a valorizzare la bellezza del paesaggio ibleo e a tutelare questa arte».

A che punto siamo con la strategia condivisa del brand “Unesco Sicilia” e con la dotazione dei siti di un Comitato di pilotaggio?
«Con la Prima Conferenza dei siti Unesco a Palermo svoltasi lo scorso gennaio abbiamo indicato il percorso, con la prossima, che si terrà il 3-4 maggio a Cefalù, auspichiamo che si assumano impegni concreti per costruire un’ offerta sistemica di turismo eco-culturale di grande qualità. Il Comitato di pilotaggio del sito Arabo-Normanno si è rilevato uno strumento virtuoso di partecipazione, ha creato le sinergie necessarie tra tutti i soggetti che svolgono un ruolo nella tutela e valorizzazione del sito e ritengo che questo modello possa essere esteso a tutti i siti».


Com’ è il rapporto con la Regione?
«Mi auguro che la prossima conferenza sia utile per riaprire un tavolo con la Regione per migliorare l’ utilizzo dei fondi comunitari, dobbiamo superare l’ incapacità di stare dentro la programmazione ed avere una cabina di regia efficiente. Nella programmazione precedente su 900 milioni sono stati spesi 300 milioni e 600 sono andati ad altre regioni. In questa programmazione ci sono appena 300 milioni e ancora non li abbiamo spesi tutti. Dobbiamo migliorare la capacity building e cruciale è il decisore politico».

Dopo la richiesta del Comune di Ispica, si è dichiarato favorevole ad un allargamento del sito Tardo-Barocco del Val di Noto, ma Grammichele ed Avola hanno i requisiti per fruire di questa opportunità?
«Per insipienza o indifferenza diversi comuni all’ epoca della candidatura si sono sfilati da questa opportunità, oggi il comune di Ispica si sta attivando per chiedere l’allargamento del sito. Può essere una grande occasione per ridisegnare il territorio delle Città del Tardo – Barocco del Val di Noto a condizione che ci sia la disponibilità di tutti i comuni che già ne fanno parte e dell’assessorato regionale ai Beni Culturali. Grammichele e Avola, per i loro impianti urbanistici utilizzati nella ricostruzione dopo il terremoto del 1693, possono ambire a fare parte del sito: è indispensabile che le comunità manifestino la volontà di far parte del Patrimonio Unesco e assumano gli impegni richiesti per la tutela e valorizzazione del sito».



Cosa intende quando parla di fidelizzare i turisti tramite il buon vivere e sulla necessità di migliorare lo standard di qualità dei nostri servizi?
«Agli studenti che frequentano la Summer School a Palermo ogni anno, alla fine del corso, viene distribuito un questionario per segnalare le criticità della loro esperienza in Sicilia. Al primo posto troviamo lo spettacolo indecoroso dei rifiuti per le strade e al secondo la difficoltà nei trasporti. Non bastano paesaggi, bellezze e produzioni eccellenti di enogastronomia per il buon vivere se mancano decoro e servizi».

Viva u Patriarca, San Giuseppe!

Articolo di Alessia Giaquinta e Aurora Bruno   
Foto di Giuseppe Leone

Il 19 Marzo ricorre la festività di San Giuseppe, padre putativo di Gesù e santo veneratissimo in tutto il mondo con processioni, riti e, nel nostro territorio, anche con le tradizionali “Cene”.

Per comprendere l’origine della Cena di San Giuseppe bisogna ricordare che questo Santo è ritenuto protettore dei falegnami, degli orfani, delle ragazze in cerca di marito e, in particolare, dei poveri. Nel XVI secolo si legò la festività del Patriarca con l’atto caritatevole di elargire cibo ai bisognosi. Nacquero così, le tradizionali “Cene”, veri e propri momenti conviviali in cui si intreccia fede, tradizione e carità. In molte città, ancora oggi, vengono allestiti dei banchetti ricchi di cibi di ogni genere: dalle polpette di riso – simbolo di abbondanza – ai dolci tipici quali torrone, cassate, pagnuccata e mustazzola, e poi ancora focacce, calia e ogni sorta di prelibatezza offerta a coloro i quali, per l’occasione, rappresenteranno simbolicamente la Sacra Famiglia. La tradizione vuole, infatti, che tre persone (un tempo bisognose, per l’appunto) impersonassero rispettivamente San Giuseppe, la Vergine Maria e Gesù Bambino.

 

SAN GIUSEPPE A SANTA CROCE CAMERINA

A Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa, la tradizione viene portata avanti da molti secoli e in particolare dal 1832 quando il barone Guglielmo Vitale assegnò una rendita di tre vignali per la festa.

Oltre le celebrazioni religiose e le cene allestite nelle varie case, si svolge un’asta il cui ricavato serve a mantenere le spese della festa e ad aiutare i bisognosi. Per questa occasione si effettua una questua in cui la gente offre capi di bestiame, doni alimentari o di altro genere che verranno venduti al migliore offerente.

Le famiglie o i gruppi di persone che preparano gli altari di San Giuseppe fanno attenzione ad arricchire il più possibile la tavolata con stoffe pregiate, ricami, fiori, lampade e simboli: per l’occasione si prepara u cucciddatu, un grosso pane di forma circolare e raffigurante a varba i San Giuseppe, o ancora il bastone, le iniziali del nome del Santo o altri simboli religiosi. Al centro dell’altare il quadro della Sacra Famiglia è adornato da grano germogliato e da frutta e verdure, disposti artisticamente.

In ogni caso, non è possibile consumare il cibo prima dell’arrivo dei figuranti di San Giuseppe, Maria e Gesù. Questi vengono accompagnati da una banda di suonatori, alla casa dov’ è allestita la cena, dopo aver ricevuto la benedizione in chiesa. Giunti all’ingresso, la tradizione vuole che essi bussino per tre volte e che solo alla fine venga permesso loro di accedere. Prima di consumare le prelibatezze preparate per l’occasione, il Patriarca benedice la casa e i presenti e si lava le mani in una bacinella con acqua e vino ripetendo “o’cantu, o’cantu c’è l’angilu santu: u Patri, u Figghiu e u Spiritu Santu” (Traduzione: Accanto, accanto c’è l’angelo santo: Padre, Figlio e Spirito Santo).

SAN GIUSEPPE AD AUGUSTA

Ad Augusta in via Garibaldi, presso la Chiesa del Santo Patriarca, si svolge la tradizionale vendita all’incanto.

Tra le aste spicca quella relativa alla vendita del vastuni i San Giuseppi. Un dolce tipico a forma di bastone, molto lungo e di grosso spessore, confezionato a base di mandorle e nocciole tostate e di miele, opera di esperti pasticcieri locali che fanno di tutto per superarsi a vicenda nel preparare il bastone più appariscente. Detta asta ebbe un’impennata di popolarità negli anni Settanta del novecento, poiché un facoltoso augustano, emigrato in America, faceva di tutto per aggiudicarselo arrivando ad offrire grossissime somme di denaro, probabilmente per un voto fatto.

La tradizione impone anche la realizzazione della ministredda i San Giuseppe, tipica minestra locale che molte massaie augustane preparano scrupolosamente, per distribuirla ai tanti poveri della città, detta anche a miniestra maritata, a voler rappresentare lo “sposalizio” tra i vari legumi.

L’arte dei muretti a secco diventa Patrimonio Culturale Immateriale

 

Articolo di Angelo Barone   Foto di Giuseppe Leone

ll Comitato per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale, riunitosi dal 26 novembre al 1° dicembre 2018 a Port Louis, nelle Isole Mauritius ha iscritto “l’Arte dei muretti a secco” nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco. L’iscrizione è comune a otto paesi europei: Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Slovenia, Spagna e Svizzera.

  

Nelle motivazioni l’Unesco evidenzia che “l’arte dei muretti a secco consiste nel costruire sistemando le pietre una sopra l’altra, senza usare altri materiali se non, in alcuni casi, la terra asciutta. Queste conoscenze pratiche vengono conservate e tramandate nelle comunità rurali, in cui hanno radici profonde. Le strutture con i muri a secco vengono usate come rifugi, per l’agricoltura o l’allevamento di bestiame, e testimoniano i metodi usati, dalla preistoria ai nostri giorni, per organizzare la vita e gli spazi lavorativi ottimizzando le risorse locali umane e naturali. Queste costruzioni dimostrano l’armoniosa relazione tra gli uomini e la natura e allo stesso tempo rivestono un ruolo vitale per prevenire le frane, le inondazioni e le valanghe, ma anche per combattere l’erosione del suolo e la desertificazione, migliorando la biodiversità e creando migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura”.

Orgogliosi di questo importante riconoscimento ci ha colpito il silenzio assordante con il quale è stata accolta la notizia in Sicilia e la comunicazione nazionale dell’evento che non cita mai come esempio il paesaggio degli Iblei, caratterizzato più che altrove dai muretti a secco.

Non vogliamo essere partecipi di queste distrazioni e rendiamo omaggio a questo riconoscimento con la copertina de “La pietra vissuta – Il paesaggio degli Iblei” di Mario Giorgianni, con un saggio di Rosario Assunto e le foto di Giuseppe Leone, edito da Sellerio Editore Palermo nel 1978.

Questa preziosa pubblicazione segna una pietra miliare nel far conoscere al mondo della cultura italiana l’essenza del paesaggio degli Iblei tramite le foto di Giuseppe Leone e trovo anticipatore di questo riconoscimento Unesco il saggio introduttivo – Iniziazione a un’altra Sicilia – del “filosofo delle forme” Rosario Assunto. “Per un convinto assertore dell’estetica del paesaggio le immagini fotografiche per le quali l’amico Giorgianni mi ha fatto l’onore di chiedere un commento teorico, hanno un interesse che non esito a definire di prim’ordine. Basterà, infatti, che uno le osservi con un minimo di attenzione per trovare in esse la conferma documentaria alla esteticità del paesaggio come oggetto di contemplazione vissuta (nel senso che contemplare il paesaggio fa tutt’uno col viverlo)”.

Furono i contadini i primi a costruire i muri a secco, utilizzando le pietre che venivano fuori dalla terra con l’aratura, per recintare i propri terreni e realizzare le chiuse dove alternare seminativi e pascoli. Successivamente nacquero i mastri del muro a secco, con i quali la tecnica di costruzione raggiunse il punto di raffinatezza che conosciamo e ammiriamo. Di questi mastri, Gesualdo Bufalino ne “Il sudore e la pietra” scriveva: “Li rivedo, questi eroi di rade e grevi parole, seduti ai quattro capi d’un tavolo per una partita di briscola; o fuori, sui marciapiedi estivi, a prendere il fresco che saliva dalle cantanti cannelle della fontana di Diana. Erano, ma io non lo sapevo né lo sapevano loro, i superstiti esemplari di una razza moribonda, i rappresentanti supremi d’una civiltà della bottega che presto sarebbe scomparsa o si sarebbe traviata in forme utilitarie e robotiche”. Fortunatamente i mastri di muri a secco non sono scomparsi e possono tornare protagonisti di quel restauro del paesaggio di cui scriveva Rosario Assunto né “La pietra vissuta”: “semplice restauro conservativo”. I muri a secco segnano la cultura iblea e sono parte della bellezza del suo altopiano che insieme allo splendore del barocco, all’armonia tra città e campagna e ai tanti prodotti di queste chiuse – il carrubo, il formaggio ragusano, l’olio Monti Iblei, il vino Cerasuolo di Vittoria, il cioccolato di Modica, il fagiolo “cosaruciaru” di Scicli e la cipolla di Giarratana – possono rilanciare il turismo e lo sviluppo di questa terra e continuare a far vivere le sue pietre.

 

 

 

 

Muretti a secco, meravigliose cornici del paesaggio Ibleo

Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Giuseppe Leone

Impareggiabili nella loro bellezza, forma e struttura, i muretti a secco caratterizzano il territorio ibleo da numerosi secoli e hanno orecchie e occhi pronti a testimoniare la meravigliosa vivacità storica e biologica della nostra terra.

Ci pensate se al posto dei muretti a secco, nelle nostre strade, ci fossero solo guardrail?
Beh, non sarebbe la stessa cosa, quantomeno non sarebbe la nostra terra.
Stanno lì, da secoli ormai e se interrogate, quelle pietre, raccontano storie che ci appartengono e che nutrono la nostra memoria storica.
Durante il XV secolo, nella Contea di Modica, governata dagli Henriquez-Cabrera, si stabilì una nuova forma di affitto dei terreni che permise alla Contea di diventare tra i più importanti stati feudali dell’Isola.
Questo affitto è detto enfiteusi. In pratica, i Cabrera affidarono ai contadini grandi appezzamenti di terreni incolti, pretendendo in cambio dodicimila salme di frumento prodotto.
Questo costituì una svolta storica per l’altopiano ibleo poiché il contratto di enfiteusi permise la formazione di un nuovo ceto di piccoli e medi proprietari impegnati a custodire e coltivare le terre. E dunque, i muretti a secco? È logico pensare che fosse necessario recintare, dividere, i vari appezzamenti di terreno. Per questo motivo i contadini si premurarono ad escogitare un metodo per incorniciare i terreni attraverso un’arte che si tramanda da generazione in generazione.
I muretti a secco, dunque, nascono dall’esigenza di segnare il limes, il confine. Essi, inoltre, nella maggior parte dei casi, prendono vita dal terreno stesso: le pietre dei muretti, infatti, derivano dall’opera di spietramento connessa alla bonifica delle campagne.
Dunque immaginiamo questi mastri ri mura (costruttori di muri) che abilmente costruivano quella suggestiva ragnatela che, ancora oggi, percorre le nostre campagne. Immaginiamoli con i loro attrezzi: u martieddu (il martello) che definisce le sporgenze della pietra e a lenza (lo spago) che definisce il tracciato. Immaginiamoli immersi in quest’arte – non potremmo definirla diversamente – che prevede l’accostamento delle pietre senza l’utilizzo di malta o cemento, a secco appunto.
I muretti a secco sono stati inseriti nel Registro delle Eredità Immateriali dell’UNESCO e indubbiamente costituiscono una delle peculiarità del territorio ibleo che, attraverso questi, viene esaltato come un meraviglioso quadro impreziosito da una splendida cornice.
Immaginate. Ci sono due contadini che litigano perché i muri di un terreno hanno invaso quelli del vicino; uno dei due si accinge a far crollare una parte della costruzione. Guardate lì, invece, ci sono delle pecore che pascolano liberamente all’interno delle cornici dei muretti a secco, senza occupare i terreni vicini.
Da quella parte, invece, i muretti hanno arginato le frane del terreno. Quanti quadri si presentano ai nostri occhi incorniciati dai muri a secco. Ne ho visto un altro: una simpatica lucertola tra le fessure dei muretti aveva costruito la sua dimora sopra quella di un gruppo di lumache. Chi lo ha detto che i muri non parlano? Bisogna saperli ascoltare, guardare e conservare.
Loro stanno lì, vivi, testimoni di storie, della nostra storia.

Il narratore di una Sicilia autentica, Giuseppe Leone

Articolo di Angelo Barone,  Foto di Giuseppe Leone e Costantino Ruspol

É un’emozione incontrare Giuseppe Leone, parlare con lui, visitare il suo studio fotografico e la sua galleria. Frugare nei suoi archivi fotografici è come vivere la Sicilia tutta, tramite i suoi scatti fotografici fatti in sessantacinque anni di attività. Come scrive Silvano Nigro: “Leone è un narratore della Sicilia, dei suoi monumenti, delle sue feste, dei costumi e della vita tutta per immagini fotografiche. Un narratore che si è accompagnato a Leonardo Sciascia, a Gesualdo Bufalino e a Vincenzo Consolo e ha rivelato alla letteratura, la Sicilia più vera, quella degli uomini come quella della pietra vissuta e del paesaggio”.

Ero venuto per raccontare del Barocco tramite le sue fotografie e in modo naturale si comincia con la letteratura, “Il potere evocativo dell’immagine è grande, solo la poesia ha altrettanto presa” e Leone continua con l’incontro che lo farà vivere in simbiosi con la cultura siciliana «la mia fortuna è stata quella di incontrare Enzo Sellerio, il grande maestro della fotografia in Sicilia, che con la moglie Elvira pubblica il mio primo vero libro ‘La pietra vissuta’ e qui entra in scena Leonardo Sciascia, una stella polare che ha fatto della Sicilia negli anni ’60 e ’70 uno snodo culturale importante». Mentre gli ricordo che Gesualdo Bufalino lo definiva “un ladro di luce, un rapinatore di eventi che fulmina l’attimo da consegnare all’eternità”, un velo di malinconia traspare dal suo viso pensando all’assenza di quei grandi Maestri che hanno riempito la sua vita e che ha raccontato nel suo ultimo libro ‘Storie di un’amicizia’. Arriviamo al Barocco e alla collaborazione con Vincenzo Consolo e nel viso di Leone traspare la serenità e parla con passione «Il Barocchismo è il modo di essere dei siciliani e dopo il terremoto del 1693, nella ricostruzione il Barocco rinasce con nuova linfa e impareggiabile bellezza».

Leone fotografa Il Barocco Siciliano e Consolo scrive ‘Anarchia equilibrata’, immagini e parole ci fanno rivivere scenografie ardite e fantastiche utopie che sfidano l’orrore della distruzione nella bellezza della ricostruzione. Quando gli chiedo della sua affermazione «La mia amata terra ha il corpo di una donna» il suo viso s’illumina e mi dice «la donna è simbolo della grande passione che si esprime nella bellezza, il paragone tra natura e donna, desiderio e passione è la metafora del mio libro Isola nuda». Arriviamo al presente con le donne e con la sua prossima esposizione ad Arles, in Francia, dove l’hanno invitato al Festival Europeo della Fotografia di Nudo dall’ 8 maggio al 13 maggio. «Il mio è uno sguardo carezzevole, che ricerca la bellezza femminile nel suo vivere quotidiano nell’incedere travolgente e nel vortice sottile dell’erotismo, ne ho colto la sensuale gestualità, le movenze che sprigionano la delicata passionalità».

Oggi un’icona della moda che fa tendenza in tutto il mondo, Dolce & Gabbana, utilizza la fotografia di Giuseppe Leone, con t-shirt e felpe, per trasmettere a livello internazionale la bellezza della Sicilia con i suoi molteplici volti. Silvano Nigro, intellettuale caro a Giuseppe Leone, così lo definisce “Autentica memoria vivente della Sicilia tutta. Sa leggere il paesaggio siciliano perché ne fa intimamente parte”.

Editoriale Bianca Magazine n.10

di Emanuele Cocchiaro

Sinergia, sviluppo, valorizzazione e promozione. Sono parole che troverete spesso in questo numero, parole che hanno implicita l’energia del movimento e del cambiamento. Fare rete, mettersi in gioco con nuove idee, accogliere le sfide di un presente in continuo divenire, sono tutti step imprescindibili non solo per la crescita e il rilancio del nostro territorio ma anche di tutte le aziende che operano al suo interno con competenza, impegno e passione.

Mi piace pensare a Bianca Magazine come a una realtà editoriale dinamica. È per questo che insieme alla mia redazione ho deciso di iniziare quello che è un percorso costellato di novità. Qualche mese fa, come sapete, abbiamo confezionato “Piacìri”, il primo libro della collana “In Viaggio con Bianca”. Poi, siamo stati soddisfatti di annunciare e condividere con voi la notizia dell’apertura della nostra nuova sede in Piemonte, che si aggiunge a quella di Grammichele e che vuole rappresentare la nostra porta d’ingresso per entrare in contatto diretto con altre realtà e avviare collaborazioni durature sul territorio nazionale. Oggi, abbiamo deciso di proporvi un restyling grafico della nostra rivista, un lavoro che inizia da qui e che andrà avanti con l’intento di potervi regalare contenuti sempre più interessanti e curati. Questi cambiamenti meritavano di essere sottolineati con una nuova immagine in grado di racchiudere in un unico brand tutte le attività in cui siamo attualmente impegnati e tutte le idee che trasformeremo in realtà nel prossimo futuro.

Questo brand si chiama “bibicomm” e identifica l’evoluzione della nostra azienda, una realtà fatta prima di tutto dalle persone, dalla loro creatività e dalla loro voglia di crescere e tracciare percorsi sempre nuovi. Il mio sogno è quello di poter diventare un un punto di riferimento locale e nazionale per il marketing e la comunicazione d’impresa. E se oggi ho raggiunto, in parte, questo traguardo è solo grazie al mio team che non smette mai di supportarmi e di sorprendermi. E naturalmente grazie anche a tutti voi che riponete la vostra fiducia in noi e nella nostra capacità di sviluppare soluzioni efficaci ed innovative per il vostro business, che ci seguite con entusiasmo e interesse, che ci permettete con la vostra presenza, le vostre critiche e il vostro affetto di migliorarci ogni giorno con l’obiettivo di costruire una realtà imprenditoriale solida e di successo.