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Gianfranco Jannuzzo. Tra il teatro e la sua Gente

Di Omar Gelsomino   Foto Di Roberto Strano

Esuberante, simpatico, dalla personalità molto forte. Nato ad Agrigento, Gianfranco Jannuzzo è un attore teatrale e cinematografico, commediografo di grande spessore artistico, oltre ad essere un intrattenitore televisivo. Lo raggiungiamo telefonicamente per l’intervista durante una pausa della sua tournée teatrale in Sicilia ed inizia a raccontare tanti piacevoli aneddoti.

«La passione per il teatro nasce da giovanissimo. Amavo stare al centro dell’attenzione, scherzare e divertirmi con i miei familiari, gli amici, i compagni di scuola. Credo che sia una dote molto diffusa tra noi siciliani essere gioviali, allegri, esuberanti».

Dopo il trasferimento di tutta la famiglia a Roma Gianfranco Jannuzzo frequentò la scuola di recitazione di Gigi Proietti.

«Ho studiato con lui per essere più ecclettico possibile, Gigi Proietti aveva l’idea che l’attore dovesse saper interpretare qualsiasi ruolo: comico, drammatico, saper ballare, cantare, recitare ed avere rispetto per il pubblico. Poter fare Shakespeare, Pirandello e tanti altri autori e poi recitare Jannuzzo come autore è un bel passaggio». Oltre a Gigi Proietti anche Gino Bramieri ha contribuito alla sua crescita artistica.

«Gigi Proietti mi ha formato come attore, è stato un maestro-modello. Il rapporto con Gigi Proietti è durato fino a quando non ci ha fatto lo scherzo di andarsene il giorno del suo compleanno, mi ha sempre sostenuto, incoraggiato, dato consigli, ha fatto sentire la sua vicinanza, è stato un amico e maestro insostituibile. Gino Bramieri tutto questo me l’ha insegnato “sul campo”. Quando Garinei e Giovannini decisero di affiancare ad un mostro sacro del varietà, della televisione e del teatro come Gino Bramieri un ragazzino siciliano sconosciuto, gli spettatori imparavano a conoscermi e mi apprezzavano, eppure è lo stesso pubblico che oggi ritrovo nei miei spettacoli. Per me è un’ eredità straordinaria».

Nella sua carriera tanti sono stati i ruoli magistralmente interpretati in teatro, al cinema e in TV. «Io ho fatto una scelta di campo precisa, perché al teatro non so e non voglio rinunciare. Noi italiani abbiamo insegnato al mondo a fare cinema, è indiscutibile che De Sica, Rossellini, Germi, Fellini, abbiano indicato una strada, ma è altrettanto vero che ci sono altri registi bravissimi come Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, Marco Tullio Giordana, Peppuccio Tornatore, ecc. Anche Fiorello e Renzo Arbore hanno fatto programmi televisivi straordinari. Aspetto di fare cose che mi piacciano davvero al cinema e in TV».

In pochi conoscono la passione di Gianfranco Jannuzzo per la fotografia: ha appena dato alle stampe un libro fotografico, “Gente mia”, rigorosamente in bianco e nero, pubblicato da Medinova, un viaggio tra le strade, i vicoli e i cortili di Agrigento immortalando bambini e adulti. Un tesoro da scoprire in cui sono raccolte le emozioni e il tempo catturati dagli scatti fotografici, a dimostrazione del forte legame con la sua città e la sua terra.

«Ancora prima del teatro da ragazzino coltivavo l’hobby per la fotografia, durante gli anni del liceo vendevo i ritratti ai miei amici per pagarmi le stampe e le attrezzature. Un grande fotografo come Ferdinando Scianna parla della fotografia come memoria, traduzione, racconto, quindi il documento fotografico è quanto di più essenziale e immediato possa riportare ad una situazione, un sentimento, una storia, è un miracolo autentico. Nonostante noi siciliani siamo pieni di difetti, abbiamo dei pregi straordinari: come il senso della realtà, dell’amicizia, il rispetto della donna, perché rappresenta la madre, la terra, genera la vita, è qualcosa di sacro. Quando ci fermiamo ci rendiamo conto che viviamo in una specie di giardino incantato, dove anche i rapporti con gli altri sono così perché viviamo in questa terra. Siamo isolani che guardano al mare, abbiamo avuto sempre una grande apertura, questa curiosità si trasforma in rispetto per gli altri, convivenza pacifica tra religioni e razze diverse. Questa è la mia gente».

 

Visalli Santi    Santa Barbara

Santi Visalli, la poesia nelle sue immagini

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Newell Clark e Santi Visalli

É arrivato negli States inseguendo il sogno americano. La Sicilia, per tanti motivi, gli stava stretta e così Santi Visalli armandosi di tenacia e voglia di fare ha raccontato al mondo intero, attraverso i suoi scatti, l’America sino ai giorni nostri. «Quando son cresciuto io, Messina era considerata una delle più belle città della Sicilia. La chiamavano la Regina dello Stretto. Noi eravamo poveri, mio padre era barbiere, però eravamo felici.

La parentela era molto numerosa e durante le feste era un’enorme gioia. Dopo la guerra ho preso il diploma di Ragioneria all’Istituto Tecnico Iaci di Messina, e per molti anni ho invano cercato lavoro. Mentre il nord si sviluppava noi al Sud ancora morivamo di fame. Ecco il motivo per il quale, con due altri amici decidemmo di fare un raid di 150 mila chilometri in giro per il mondo. Durante questo giro incominciai ad imparare qualche primo elemento fotografico. Dopo tre anni di avventure e disavventure arrivammo a New York». Santi Visalli, mantenendo le sue radici siciliane, ha ancora vivo il ricordo della sua avventura e gli inizi non facili a New York. «Qui per necessità raffinai le mie capacità di fotografo. Non parlavo inglese e mi esprimevo con le mie immagini. La fotografia è un grande mezzo di comunicazione».

Lui che aveva visto al cinema i divi di Hollywood, con uno stile tutto suo, a tratti personale e artistico, ha fotografato star, presidenti e paesaggi urbani raccontando la nazione più ricca del mondo e i suoi personaggi. «Io sono un fotogiornalista, quindi mi sento un testimone. Dall’inizio ho sempre tenuto in mente di impressionare le mie pellicole per i posteri. Sono un testimone oculare del mio periodo storico, sessant’anni di fotogiornalismo».

Le prime pagine dei più famosi giornali internazionali, dal New York Times a Life, da Newsweek a Time, da Forbes all’Europeo, hanno pubblicato le sue foto, sono state esposte nei più prestigiosi musei e ha pubblicato oltre 14 libri. «Sì, sono arrivato ai vertici della mia professione. Se esiste un vertice» ma la vera svolta professionale arrivò nel 1966 quando riuscì ad immortalare «la festa di Truman Capote ed il matrimonio a Tel Aviv dei figli di Moshe Dayan». Come tutte le persone dotate di talento e capacità all’estero gli è stato tributato il successo che merita, meno nel suo Paese, anche se recentemente qualcosa, per fortuna, è cambiata «mi pesa moltissimo. Ci penso ogni giorno. Nemo Profeta in Patria» dichiara Santi Visalli con un po’ di rammarico e da persona umile spiega che ciò che lo inorgoglisce di più è «quando qualcuno mi ferma per congratularsi con me per quella particolare fotografia». Occorrono tre elementi fondamentali per avere una foto ottimale che rimanga un punto fermo nella storia, «la rendono eterna la luce, la composizione ed il messaggio.

Come diceva Henri Cartier Bresson bisogna catturare “the decisive moment”, il momento decisivo. Per la luce mi sono ispirato ai nostri quadri rinascimentali. Per la composizione agli impressionisti francesi e per il messaggio alla mia esperienza. I miei idoli sono, come ha visto, Tony Vaccaro e Lewis Wickes Hine». Tra i tanti personaggi ritratti quello che l’ha più colpito è stato «Federico Fellini, con il quale ho lavorato» ed altri ancora sono quelli con cui «qualche volta più che amicizia, è nata la stima, il rispetto professionale». Mentre oggi si tende a pubblicare tutto sui social Visalli è di parere diverso «odio i social, però la digitalizzazione pur essendo povera di qualità ed aver sputtanato la professione, è di enorme importanza per la rapida comunicazione. L’analogico. La grana nella pellicola è insostituibile».

In tanti anni di carriera, che gli sono valsi numerosi premi e riconoscimenti, tra cui quello di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ha messo su un grandissimo archivio con oltre centomila fotografie, custodite in una fondazione «Il patrimonio è stato collocato due anni fa. Volevo darlo alla mia Messina, ma mi hanno riso in faccia». I suoi scatti, quasi poetici, ripercorrono un vero e proprio viaggio nel tempo, eventi storici, personaggi famosi e icone del nostro tempo, grazie alla sua grande capacità di catturare quella luce che li rendono eterni perché diventi il tempo di tutti, e Santi Visalli mi anticipa che sta lavorando a nuovi progetti, di cui per ora vuol mantenere il più stretto riserbo.