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“Risorgiamo Italia”: dal trauma alla rinascita in cento fotografie

di Omar Gelsomino

Presentata la mostra del fotoreporter Igor Petyx all’hub vaccinale della Fiera del Mediterraneo

I medici in trincea. Il mare off limits. Viale della Regione Siciliana ridotto a un lungo nastro d’asfalto grigio, vuoto come nessuno l’aveva mai visto. Poi la ripartenza dopo il lockdown. La prima crociera sbarcata a Palermo. Le città tornate Covid free: un ragazzo di Campofelice di Fitalia sfila la mascherina per un attimo e respira. Altrove un’anziana cala sul viso la coppa di un reggiseno: i dispositivi di protezione individuale scarseggiano, l’ingegno mai.

C’è tutto questo e molto di più negli scatti di Igor Petyx, una vita da fotoreporter, per passione e professione. Più di un anno di lavoro ininterrotto offerto alla città: da oggi, un’accurata selezione del suo sterminato bagaglio di fotografie è esposta alla Fiera del Mediterraneo di Palermo, nella mostra “Risorgiamo Italia”. Cento scatti che potrà ammirare chi sceglierà di vaccinarsi all’hub provinciale: una platea di potenziali visitatori che è già record, dato che in Fiera, ogni giorno, circa quattromila persone vengono a immunizzarsi dal Coronavirus.

L’esposizione permanente è realizzata dalla struttura commissariale e promossa da MSC Crociere. Gli scatti saranno visibili esclusivamente agli utenti in arrivo alla Fiera del Mediterraneo per vaccinarsi.

Immagini che raccontano storie di una realtà stravolta. È soprattutto questo che ha colpito l’occhio del fotoreporter esperto. “Bisognava ricominciare da capo – ha detto Petyx stamattina, presentando la sua mostra -. Dato che tutto era cambiato, quello che avevamo raccontato fino a quel momento non bastava più e doveva essere aggiornato. Le persone hanno dovuto imparare una nuova quotidianità fatta di distanze, mascherine, protezioni. Io, come gli altri colleghi, ci siamo sentiti investiti del dovere di raccontare questo cambiamento epocale dal lockdown alla ripartenza alla speranza dei vaccini. Era qualcosa che mi bolliva dentro e questo è un modo per restituire alla città la riserva di storie che mi ha regalato in questi mesi”.

“Risorgiamo Italia” è la memoria del trauma. Una carezza su una cicatrice. Se i mesi passati sono stati frenetici al punto da non lasciar realizzare lo stravolgimento in atto, gli scatti di Petyx propongono una pausa. Un respiro. Un’occasione per guardarsi indietro e capire che, pur ammaccati e feriti, siamo ancora interi. “Il Coronavirus è arrivato come un’onda d’urto così violenta che siamo stati travolti senza accorgercene – ha detto il commissario Covid di Palermo e provincia, Renato Costa -. È stata una rivoluzione assoluta. Ecco perché rivivere alcuni momenti di questa pandemia, che sembravano impensabili, è davvero emozionante. È la memoria collettiva, di una città e di un paese, che riaffiora piano, ci ricorda quanta strada abbiamo già percorso e che non possiamo fermarci adesso, a pochi passi dall’uscita dal tunnel”.

 

Chi è Igor Petyx?

Nato a Palermo, anno di grazia 1974, Igor è figlio del mitico fotografo del giornale L’Ora Gigi Petyx, lo ha seguito fin da piccino nei suoi reportage in giro per la Sicilia. A 19 anni comincia a collaborare con Il Giornale di Sicilia e diventa giornalista pubblicista nel 2002. Ha documentato i maggiori fatti di cronaca, con una consapevolezza: non lasciare mai nulla al caso e aiutare a ricordare con i suoi occhi e i suoi scatti tutti quei momenti che diventano storia. Ha fotografato i migranti – e gli scatti sono racchiusi in due mostre “Amare senza confini”, con la Croce Rossa e la Prefettura di Palermo nel 2015 a Villa Pajno e “Clandestinamente”, nata da un reportage all’interno del centro di accoglienza di Lampedusa nel 2008 esposta al “Teatrino delle beffe” nel 2009 – e il degrado dei sottopassaggi, ormai casa dei tossicodipendenti – un altro mostra è nata così, “Subway” esposta nel 2011 in un sottopassaggio di viale della Regione Siciliana. Collaboratore de La Repubblica, dell’agenzia Ansa, del mensile Gattopardo e delle maggiori testate nazionali ed estere, è il fotografo ufficiale del festival “Le Vie dei Tesori”.

Controesodo, la nascita di un nuovo itinerario turistico culturale in nome dell’arte contemporanea

 

Comunicato Stampa

Il maestro-mecenate Antonio Presti continua il percorso di donazione alle comunità della Valle dell’Halaesa. Un’equazione etica di una contemporaneità che si rifugia nell’omologazione del pensiero globale; un movimento sociale che deve trovare nelle nuove generazioni la restituzione della bellezza dei luoghi; l’unione di intelligenze che sfuggono alla forza centrifuga dell’esodo e che ritrovano il futuro nel valore universale di essere comunità.

Con questo pensiero, che si anima della spiritualità del Cantico delle Creature di San Francesco, il presidente della Fondazione Fiumara D’arte innesta sulla Valle dell’Halaesa la sua nuova visione etica ed estetica per fronteggiare una delle più grandi emergenze di questo presente: la desertificazione dell’anima e di quei territori che oggi soffrono l’asfittica parabola discendente della modernità. Basti pensare a quei due milioni di cittadini del Mezzogiorno costretti a emigrare negli ultimi due anni e a oltre 1 milione di siciliani che, secondo gli ultimi dati di Svimez, entro 50 anni abbandoneranno la nostra Isola.

Sull’asse antropologico e sociologico che vede scorrere intere comunità di giovani verso luoghi “altri” dalla Sicilia, con uno sradicamento e un distacco che annulla ogni futuro, Antonio Presti ha deciso di infondere Luce sui valori dell’identità e dell’appartenenza, restaurando la forza della specificità e il valore della conoscenza come strumento di unione e di relazioni maieutiche. La prima tappa del progetto Halaesa è Castel di Tusa, dove numerosi bambini e giovani sono stati protagonisti di un processo creativo condiviso, partecipando ad un laboratorio fotografico condotto dai fotografi Giulio Azzarello e Lucrezia Saieva che hanno immortalato sguardi, emozioni, passioni per diventare installazioni dell’anima e battezzare i giovani della comunità di Castel di Tusa con le parole del Santo d’Assisi. L’obiettivo del “Controesodo” – che stavolta vuole coinvolgere la valle dell’Halaesa – è quello di rivitalizzare il presente grazie alle più solide agenzie educative, in primis la famiglia e la scuola, rinsaldando i legami con la natura e il paesaggio, le reti delle persone e le infrastrutture identitarie delle comunità.

Un dictat spirituale e civile che il presidente della Fondazione Fiumara d’Arte vuole lasciare come vera e propria eredità: «Occorre bilanciare universalmente un’altra visione – dichiara Presti – e ritornare alla bellezza, alla vita, al sogno, allo stupore di quella meraviglia che trova sempre nella conoscenza e nel sapere la sua libertà e la sua democrazia. Controesodo vuole trovare nei giovani di Castel di Tusa quel processo educativo che serve a riprogettare il futuro».

 

Sono tanti ormai quei giovani che ogni anno lasciano la propria terra per studio o lavoro. Ritornano nelle loro terre solo per le vacanze animati dal desiderio di rivedere i propri cari. Alcuni tentano di ritornare, non per ripiego, ma perché spinti dal recupero di valori dimenticati.  Ma si ritrovano ostacolati da quelle politiche istituzionali che pensano più alle città metropolitane che al ripopolamento dei paesi abbandonati. E’ necessario quindi un percorso diverso creato dalle comunità stesse che favorisca un cambio di rotta necessario per lo sviluppo sociale  e la rinascita di un paese.

«Dopo il riconoscimento internazionale della Fiumara d’Arte e del Museo Albergo Atelier sul Mare, nei 40 anni di impegno civile e di attività culturali per la Valle dell’Halaesa, nonostante solitudini culturali e battaglie istituzionali, grazie al valore politico della Bellezza ho rigenerato e restituito identità ai territori della Valle, oggi famosi in tutto il mondo. – spiega il maestro Presti – Oggi più che mai, invece di nutrirmi passivamente del riconoscimento della mia storia, sento la necessità di scegliere la via del Ringraziamento, continuando ancora a seminare. Lo spirito che anima l’amare è sempre amare, e quando si è sentimentalmente legati con il cuore a un territorio, si fa di tutto per tentare di farlo sopravvivere e di sopraffare i pensieri di morte, abbandono che anestetizzano l’anima. Dire che nel territorio della valle dell’Halaesa non c’è futuro, non c’è lavoro, non ci sono più giovani, vuol dire affermare la morte del futuro; scoprire che in alcuni paesi ci sono scuole con soli 30 bambini non può lasciare nell’indifferenza. Nella nostra contemporaneità si sta manifestando un esodo subdolo che nasce dalla manipolazione del pensiero: i giovani già al liceo, con l’avallo dei genitori, dicono “Io devo andare via dalla Sicilia”, perché a quel giovane abbiamo innestato il pensiero dell’abbandono della Grande Madre Sicilia. Questa terra ha bisogno dei suoi giovani figli. Non dovete andare via, proviamoci. Perché in Sicilia non manca il lavoro, forse manca l’educazione al lavoro e quel senso del sacrificio che può diventare intraprendenza e industriosità. Rispetto a una cultura generazionale che è cresciuta nell’assistenzialismo e nell’immobilismo, dobbiamo progettare questo controesodo culturale: Cu resta, arrinesci».

Durante l’inaugurazione Controesodo sarà occasione di assorbire l’energia delle opere che contraddistinguono la Fiumara d’Arte, di visitare le stanze dell’Atelier sul Mare che hanno reso famoso ed unico l’albergo che si affaccia sulle acque di Castel di Tusa, di conoscere le mostre in corso:

–      Bosco incantatato: Installazione design di alberi-sedie di Ute Pyka e Umberto Leone.

–      Cavallo eretico: Scultura monumentale in acciaio inox di Antonello Bonanno Conti.

É stata inoltre inaugurata Priscilla – La trasmutazione di Massimo Basso, installazione automatizzata che, attraverso le tecniche digitali sviluppate dall’artista, suggerisce una riflessione sull’uomo e la natura e sulla necessità dell’arte nel tentativo di mettere in luce le disfunzioni derivanti dall’uso inconsapevole di tutto ciò che a volte la tecnologia offre come mezzo di emancipazione e salvezza.

Il viaggio di Arianna Di Romano intorno all’anima

di Omar Gelsomino   Foto di Arianna Di Romano

La passione per la fotografia l’ha portata in giro per il mondo. Sarda di origine, Arianna Di Romano per rafforzare il legame con la Sicilia, suo padre è nato a Caltanissetta, ha deciso di acquistare un palazzo a Gangi, uno dei borghi più belli d’Italia, in provincia di Palermo.

Con i suoi scatti immortala persone e luoghi, induce lo spettatore alla riflessione, portandolo in mondi lontani. «Una passione nata quando ho avvertito la necessità e il desiderio di fermare il tempo su persone o situazioni che incontravo nella mia quotidianità. La fotografia rappresenta una testimonianza del mio passaggio in un’ esistenza che è l’incontro con l’altro, ma che è sempre capace di stupirmi e di coinvolgermi emotivamente. Mio padre utilizzava una macchina analogica per raccontare i momenti della mia infanzia in famiglia; spesso mi chiedeva di immortalare ciò che mi colpiva maggiormente. Questo incarico mi faceva sentire molto importante. La scelta di quegli attimi è il primo ricordo che mi lega a questo prezioso strumento».

I suoi scatti raccontano emozioni, stati d’animo, vite quotidiane. «Mi sento semplicemente una testimone. Il mio sguardo percepisce e cattura un’emozione, poi la trasferisce a coloro che hanno voglia di leggere una storia. Ogni scatto è una storia intrisa del mio tempo. La fragilità di un’anziana signora nel Sud-est asiatico è stato lo scatto più importante: aveva gli stessi occhi profondi di una madre; quell’istante è durato un intero viaggio ed è stato capace di riportarmi a casa. Lo scatto che vorrei realizzare è costituito dalla magia dell’incontro tra gli occhi e la fede, quella più pura e profonda. Sono affascinata da questo tipo di amore, il più intimo e delicato ai miei occhi».

Una bravura che le permette di cogliere quegli elementi che rendono eterna la fotografia. «In uno scatto è racchiuso un frammento di vita di colui che fotografa, della sua scelta in un preciso istante, in una precisa parte del mondo e con una particolare emozione. Quella stessa emozione la trasforma in qualcosa di unico e irripetibile. Riuscire a fermare quel palpito è sufficiente a rendere uno scatto eterno. Ho iniziato a fotografare molto tempo fa, ancor prima di trovare il coraggio di mostrare il mio punto di vista agli altri. A suo tempo non ho avuto modo di ispirarmi a qualcuno tra i fotografi che ora amo di più. Qualcuno dice che i miei scatti sembrano ispirarsi a quelli di Dorothea Lange e di Josef Koudelka. All’epoca non lo sapevo. Per anni ho raccontato la delicata fragilità degli ultimi, di coloro che vivono ai margini e dei quali non si parla mai volentieri. Questa fragilità continua a essere il mio più forte richiamo. Ho anche una forte propensione per la religione e la fede. Amo cogliere gli istanti di quell’incontro tra l’uomo e la sua spiritualità, sempre e ovunque. Mi affascina evidenziarne le similitudini».

Arianna ci racconta anche un aneddoto. «Ladra di Anime. È così che sono stata definita durante il lungo viaggio in Asia e che ancora oggi mi accompagna. Vado a caccia di sguardi e quasi sempre porto a casa ciò che amo di più: l’ anima che passa attraverso gli occhi». Durante un suo viaggio in Sicilia s’innamora di Gangi e acquista una casa. «Sono nata e cresciuta in Sardegna, ma mio padre è siciliano. Fin dalla mia più tenera età mi sono spostata in Sicilia per raggiungere i miei nonni nella loro dimora. Era sempre meraviglioso. Il mio legame con quest’isola è profondo e inscindibile. Tanto che ho deciso di viverci».

Prima di partire per la Sardegna ci svela i suoi progetti futuri. «Ci sono due importanti viaggi di lavoro che ho dovuto rimandare a causa della pandemia: recupererò le emozioni lasciate in sospeso per una lunga rotta con la Transiberiana e un’altra a bordo di una nave cargo. Pur essendo destinazioni diverse tra loro, saranno entrambe capaci di assecondare un ritmo più lento rispetto a quello imposto dalla nostra frenetica quotidianità. Ma sarà anche un viaggio interiore. Quello intorno all’anima».

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L’astrofotografa Marcella Giulia Pace incanta il mondo

di Alessia Giaquinta   Foto di Marcella Giulia Pace

Il Piccolo Principe racconta di aver visto, in un solo giorno, quarantatré tramonti. Se Marcella Giulia Pace – astrofotografa e maestra ragusana – avesse la medesima possibilità, sarebbe in grado di cogliere, in ognuno, qualcosa di diverso e interessante perché ogni tramonto è unico e imperdibile se osservato con attenzione. La NASA, apprezzando le sue foto, le ha scelte per ben tre volte come APOD (Astronomy Pictures of the Day): una vera soddisfazione nel campo dell’astrofotografia italiana. A cadenza quasi quotidiana, la Pace carica sul proprio sito www.greenflash.photo nuovi scatti, nuove visioni di terra, di cielo, di Spazio.

Come nasce la tua passione per l’astrofotografia? Ricordi il tuo primo scatto?
«L’astrofotografia è un mio modo di osservare il mondo, non diverso dal mio modo di osservarlo anche senza strumenti fotografici. Ho da sempre avuto uno sguardo attento alle cose della Natura, alle forme con cui si presenta, viventi o inanimate. Amo osservare e pormi domande, considero la macchina fotografica come uno strumento di espansione del mio sguardo utile a cogliere aspetti della Natura insoliti. Non ricordo con esattezza il mio primo scatto, perché ebbi la mia prima macchinetta fotografica quando avevo otto anni. I miei genitori me la regalarono perché fotografassi le Dolomiti quando, in estate, mi mandavano in vacanza nelle colonie dell’ENI a Borca di Cadore. Lo scatto, invece, che identifico come l’inizio del mio riconoscermi come “astrofotografa” risale al 2009, quando notai per la prima volta l’alone solare sul cielo del bosco della Ficuzza, in provincia di Palermo. Rimasi molto affascinata, colpita, incuriosita da quel fenomeno e volli approfondire».

Cosa consigli a chi vuole intraprendere quest’attività?
«Di muoversi in maniera anticiclica rispetto alle abitudini della gran parte del proprio prossimo, ma anche rispetto anche alle proprie abitudini. Solo andando dove non si è mai stati prima e in orari e con strumenti inusuali si può mantenere vivo il proprio interesse e la propria curiosità».

Raccontaci l’emozione di vedere i tuoi scatti pubblicati dalla NASA.
«Se scatto e pubblico le mie immagini sui social è perché è mia intenzione divulgarle a un vasto pubblico. L’approvazione della NASA verso i miei lavori è per me una sorta di patente che mi autorizza a proseguire in questo impegno. A parte la “breve notorietà” è sorprendente ricevere richieste da docenti di varie università del mondo che chiedono di utilizzare le mie foto sui loro testi universitari. Il lato meno piacevole, per altri aspetti, è che spesso il soggetto ritratto in foto passa in secondo piano, la notizia finisce con l’essere, a seconda: la fotografa, la ragusana, la maestra che fa foto, la NASA che s’interessa alle foto e le pubblica, sottacendo del raggio verde ad esempio, che è il vero protagonista della foto».

Sei riuscita a fotografare il raggio verde. Cosa ti ha spinto a farlo e quanto è stato difficoltoso?
«Osservo tanti tramonti, mi sorprende sempre vedere come la rifrazione deformi il disco solare quando è prossimo al tramonto. Conoscevo il fenomeno del raggio verde, l’ultimo lembo del Sole che si tinge di verde, come l’ultimo saluto prima di lasciare posto alla notte, uno dei fenomeni ottici atmosferici più leggendari e ricercati. Ne ho ripresi molti osservando albe e tramonti sulla costa ragusana, ma non mi era capitato mai di riprenderli sulla Luna e addirittura sui pianeti Venere e Mercurio. Dopo tanti tentativi, nel tempo, sono riuscita solo qualche mese fa a catturarli nella foto che la NASA ha scelto come APOD (Astronomy Pictures of the Day), una foto di saluto al Sole che non sta andando via, ma sta solo sorgendo da un’altra parte, un piccolo prestito al resto del mondo che ci viene restituito ogni giorno, ma sempre diverso, se solo riusciamo a porre sufficiente attenzione».

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Fotografia di nudo, seminario a cura di Leone e Rédarès

Articolo di Alessia Giaquinta  Foto di Giuseppe Leone e Bruno Rédarès

Nella splendida cornice del Castello di Donnafugata, gentilmente concesso dal comune di Ragusa, dal 17 al 20 ottobre, si terrà il 1° Seminario della fotografia di nudo, un evento che si nutre di arte, maestrìa e bellezza.
Immersi in un contesto elegante e sontuoso, circondati dai meravigliosi panorami che offre il paesaggio ibleo, i seminaristi della master class avranno, infatti, la possibilità di lavorare e perfezionarsi nella fotografia del nudo. Per la prima volta in Italia, in collaborazione con Arles – Francia, il maestro Giuseppe Leone e il fotografo francese Bruno Rédarès mettono a disposizione la loro grande e consolidata esperienza nel campo della fotografia, e in particolare, nell’arte di immortalare la nudità. Due muse, una francese e una siciliana, saranno da ispirazione per gli scatti che mirano a ritrarre il fascino, la naturalezza e dunque la bellezza del corpo femminile. Verranno, poi, selezionate delle foto per essere esposte al Festival Internazionale di Nudo ad Arles, nel 2020 e, inoltre, in una mostra a Ragusa. La sensibilità dei partecipanti, sapientemente guidata dai maestri, farà emergere, così, l’originalità di ciascun scatto che può considerarsi opera d’arte di opera d’arte: il nudo di donna, appunto.

La fotografia in Campo tra luci, moda, bellezza e amore per la Sicilia

Articolo di Alessia Giaquinta

Tra i figli più illustri, motivo di orgoglio della nostra Sicilia, vi è sicuramente Toni Campo, un fotografo autore d’importanti scatti per le riviste Vogue, Ladies e per Una Grande Storia Italiana (ed. Taschen, 2007), libro sui quarantacinque anni di carriera del famoso stilista Valentino Garavani.
Dopo anni di studio e lavoro nella capitale italiana della moda, Milano, Toni Campo nato a Comiso, classe ‘68, torna a omaggiare la Sicilia, dedicandole i sui prossimi importanti progetti e non solo!

Come nasce la tua passione per la fotografia?
«Ho sempre sentito dentro di me il bisogno di esprimermi. Ho provato varie forme d’arte: dalla scultura alla pittura ma facevo fatica a realizzare quello che mi proponevo di fare. Poi, mi regalarono una macchina fotografica… ».

Una macchina fotografica, così, rivoluzionò la tua vita?
«Assolutamente sì. Avevo sedici anni. Mia zia Lucia, cieca, mi chiedeva spesso di accompagnarla nei suoi viaggi. Lei, priva della vista, amava godere delle bellezze della vita attraverso il buon cibo, il vino, i viaggi… Mi chiese di accompagnarla a Roma e mi donò una macchina fotografica, la mia prima macchina fotografica».

Scattasti dunque la tua prima foto a Roma?
«Sì, c’era l’udienza del Papa. Nel momento in cui passò Giovanni Paolo II, pensai se fosse il caso di baciargli l’anello o utilizzare la mia macchina fotografica per immortalare quell’evento. Optai per la seconda. Così il mio primo scatto fu proprio il volto del Papa intento a benedirci».

Quasi una benedizione alla tua lunga e prestigiosa carriera…
«Sicuramente! Da quel momento in poi mi appassionai sempre più. Mi piaceva comporre situazioni, applicavo la tecnica dello Still Life che consiste nell’utilizzare oggetti inanimati per esprimere concetti giocando sulle forme, utilizzando le luci. Un giorno, su una rivista lessi dell’Istituto Europeo di Design a Milano e decisi, una volta concluso il militare, di iniziare lì i miei studi».

A Milano hai conosciuto il mondo dell’Alta Moda. Cosa ti ha dato?
«Ho fatto tantissime esperienze. La moda mi ha dato da vivere ma mi ha insegnato anche tanto. A questo proposito voglio ricordare la carissima Franca Sozzani, direttrice della rivista Vogue, per cui ho lavorato tanti anni. Lei m’insegnò una cosa importantissima: far diventare belle le cose brutte. Poi è diventato uno stile di vita, oltre che nel lavoro…»

Puoi farci un esempio?
«Il 26 dicembre ho inaugurato a Chiaramonte Gulfi la mostra “My heads my souls, negative positive” esponendo trenta opere, ciascuna delle quali ha per soggetto volti di uomini e donne di diversa età, provenienza e abilità, elaborate in positivo e in negativo, fotograficamente parlando. Questo mi ha permesso di dare una dignità artistica a ogni volto andando oltre i segni del tempo, il deturpamento della malattia, oltre ogni limite che coglie l’occhio ma che la luce e la fotografia può annullare. Devo ringraziare la cooperativa PietrAngolare con i suoi speciali ragazzi diversamente abili, alcuni soggetti delle mie opere, che mi hanno donato tanto. A loro andrà il ricavato della vendita delle opere».

Dove trai ispirazione?
«La mia terra è sempre stata la mia musa ispiratrice. Quando sono andato via non riuscivo ad apprezzarla. Poi, ho iniziato a guardarla con occhi diversi. La Sicilia è una terra piena di bellezze dai paesaggi al cibo, alla gente genuina e cordiale, ma è anche una terra che grida voglia di riscatto. Amo i contrasti della mia terra».

I tuoi prossimi progetti?
«Una mostra, nel periodo pasquale, a Comiso sulla Passione di Gesù in versione moderna. Sto lavorando anche a una mia interpretazione del vecchio e nuovo testamento, da realizzare a Palermo. Intanto lavoro per Esquire Italia, una rivista di moda».

Hai un sogno?
«Voglio rendere giustizia alla mia terra. Intanto sono contento di esservi tornato. Vivo qui da quattro anni; l’aeroporto di Comiso facilita gli spostamenti… Mi piacerebbe vivere qui la mia vecchiaia, in semplicità, circondato dalle persone che amo e dalle bellezze della mia Sicilia. In fondo cosa è la felicità, se non questa!».

santi visalli

Santi Visalli, la poesia nelle sue immagini

 santi visalli

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Newell Clark e Santi Visalli

É arrivato negli States inseguendo il sogno americano. La Sicilia, per tanti motivi, gli stava stretta e così Santi Visalli armandosi di tenacia e voglia di fare ha raccontato al mondo intero, attraverso i suoi scatti, l’America sino ai giorni nostri. «Quando son cresciuto io, Messina era considerata una delle più belle città della Sicilia. La chiamavano la Regina dello Stretto. Noi eravamo poveri, mio padre era barbiere, però eravamo felici. La parentela era molto numerosa e durante le feste era un’enorme gioia. Dopo la guerra ho preso il diploma di Ragioneria all’Istituto Tecnico Iaci di Messina, e per molti anni ho invano cercato lavoro. Mentre il nord si sviluppava noi al Sud ancora morivamo di fame. Ecco il motivo per il quale, con due altri amici decidemmo di fare un raid di 150 mila chilometri in giro per il mondo. Durante questo giro incominciai ad imparare qualche primo elemento fotografico. Dopo tre anni di avventure e disavventure arrivammo a New York». Santi Visalli, mantenendo le sue radici siciliane, ha ancora vivo il ricordo della sua avventura e gli inizi non facili a New York. «Qui per necessità raffinai le mie capacità di fotografo. Non parlavo inglese e mi esprimevo con le mie immagini. La fotografia è un grande mezzo di comunicazione». Lui che aveva visto al cinema i divi di Hollywood, con uno stile tutto suo, a tratti personale e artistico, ha fotografato star, presidenti e paesaggi urbani raccontando la nazione più ricca del mondo e i suoi personaggi. «Io sono un fotogiornalista, quindi mi sento un testimone. Dall’inizio ho sempre tenuto in mente di impressionare le mie pellicole per i posteri. Sono un testimone oculare del mio periodo storico, sessant’anni di fotogiornalismo». Le prime pagine dei più famosi giornali internazionali, dal New York Times a Life, da Newsweek a Time, da Forbes all’Europeo, hanno pubblicato le sue foto, sono state esposte nei più prestigiosi musei e ha pubblicato oltre 14 libri. «Sì, sono arrivato ai vertici della mia professione. Se esiste un vertice» ma la vera svolta professionale arrivò nel 1966 quando riuscì ad immortalare «la festa di Truman Capote ed il matrimonio a Tel Aviv dei figli di Moshe Dayan». Come tutte le persone dotate di talento e capacità all’estero gli è stato tributato il successo che merita, meno nel suo Paese, anche se recentemente qualcosa, per fortuna, è cambiata «mi pesa moltissimo. Ci penso ogni giorno. Nemo Profeta in Patria» dichiara Santi Visalli con un po’ di rammarico e da persona umile spiega che ciò che lo inorgoglisce di più è «quando qualcuno mi ferma per congratularsi con me per quella particolare fotografia». Occorrono tre elementi fondamentali per avere una foto ottimale che rimanga un punto fermo nella storia, «la rendono eterna la luce, la composizione ed il messaggio. Come diceva Henri Cartier Bresson bisogna catturare “the decisive moment”, il momento decisivo. Per la luce mi sono ispirato ai nostri quadri rinascimentali. Per la composizione agli impressionisti francesi e per il messaggio alla mia esperienza. I miei idoli sono, come ha visto, Tony Vaccaro e Lewis Wickes Hine». Tra i tanti personaggi ritratti quello che l’ha più colpito è stato «Federico Fellini, con il quale ho lavorato» ed altri ancora sono quelli con cui «qualche volta più che amicizia, è nata la stima, il rispetto professionale». Mentre oggi si tende a pubblicare tutto sui social Visalli è di parere diverso «odio i social, però la digitalizzazione pur essendo povera di qualità ed aver sputtanato la professione, è di enorme importanza per la rapida comunicazione. L’analogico. La grana nella pellicola è insostituibile». In tanti anni di carriera, che gli sono valsi numerosi premi e riconoscimenti, tra cui quello di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ha messo su un grandissimo archivio con oltre centomila fotografie, custodite in una fondazione «Il patrimonio è stato collocato due anni fa. Volevo darlo alla mia Messina, ma mi hanno riso in faccia». I suoi scatti, quasi poetici, ripercorrono un vero e proprio viaggio nel tempo, eventi storici, personaggi famosi e icone del nostro tempo, grazie alla sua grande capacità di catturare quella luce che li rendono eterni perché diventi il tempo di tutti, e Santi Visalli mi anticipa che sta lavorando a nuovi progetti, di cui per ora vuol mantenere il più stretto riserbo.

 

La #SiciliaIn500 di Veronica Crocitti

Articolo di Alessandra Alderisi   Foto di Veronica Crocitti

Solare, dinamica, appassionata. Veronica Crocitti, trent’anni, giornalista e travel blogger messinese, ha una reflex sempre carica e una valigia sempre pronta per partire verso nuove mete da raccontare tra parole, immagini ed emozioni nel suo blog “Scorci di Mondo”. Viaggiatrice attenta, curiosa, innamorata della sua terra e della sua Fiat 500, è partita per un’avventura 100 per cento siciliana, realizzando “Sicilia in 500”, un tour di dieci tappe che ha toccato le città di Taormina, Aci Castello, Ortigia, Modica, Scala dei Turchi, Marsala, Erice, San Vito Lo Capo, Cefalù e Montalbano Elicona.

Veronica, come si diventa travel blogger?
«In base alla mia esperienza potrei risponderti “per gioco”. Mi occupavo, per una testata della mia città, di cronaca nera e giudiziaria. Non c’era nulla di divertente e leggero in questo tipo di percorso professionale, quindi per “svagarmi” ho aperto un blog di viaggi in cui poter esprimere anche la mia passione per la fotografia. Ho investito del tempo sui social e sulla creazione di contenuti di qualità e ora “Scorci di Mondo” non è più solo un hobby ma è diventato il mio lavoro».

Com’è stato realizzare “Sicilia in 500”?
«L’avventura di “Sicilia in 500” è stata unica ed emozionante. Penso di aver raggiunto l’obiettivo con cui era nato il progetto, ovvero quello di raccontare la Sicilia, anche e sopratutto ai siciliani che poco la conoscono, in un modo simpatico e originale, attraverso reportage, video e diari di viaggio che sono andati in onda con cadenza settimanale sia sul mio blog di viaggi che su tutti i miei canali social».

Perché hai scelto proprio la mitica Fiat 500 per i tuoi spostamenti durante questo itinerario?
«La mia macchina da città è una Fiat 500, si chiama “Paperina” e non la cambierei per nulla al mondo. Per realizzare il tour mi sono rivolta ai vari “Fiat 500 Club” di zona che mi hanno permesso di guidarne una di modello e colore diverso per ogni tappa».
Qual è stata la tappa che ti ha emozionato di più?
«Tutte le tappe sono state bellissime, ma mi è piaciuta molto quella di San Vito Lo Capo, non tanto per la meta in sé, perché tra quelle non saprei scegliere, ma proprio per la strada che si percorre per arrivarci. Per quasi un’ora ti ritrovi in mezzo al nulla a costeggiare il mare e le spiagge bianchissime. Rigenerante!».

Viaggiare è la tua passione, ma quando riponi la valigia come trascorri il tempo nella tua Messina?
«Quando torno a casa inizia per me il vero lavoro. Sistemo tutto il materiale raccolto, guardo tutte le fotografie scattate e le seleziono, programmo i prossimi viaggi e penso ai progetti che vorrei realizzare. Per il resto sono una persona che ama la tranquillità. Mi piace andare al mare e leggere».

Ogni meta ha la sua bellezza e le sue suggestioni, qual è il luogo che però più degli altri ti è rimasto nel cuore?
«Senza dubbio la Tanzania. Lo scorso anno il viaggio più bello è stato per me quello in Africa. È stato un ritorno alle origini, è come se si azzerasse quello che hai appreso fino a quel momento. Si sgretolano tutte le gabbie occidentali a cui siamo abituati. Bisogna viverla per provare questa sensazione, per sentire forte il contatto con la natura e con la spiritualità. Solo dopo che ci sei stato, puoi capire e sperimentare il cosiddetto “Mal d’Africa”. È vero, quando torni, vorresti subito tornarci».

Quali progetti ci sono nel tuo futuro? Di quali esperienze speri di riempire il tuo bagaglio?
«Sono sempre in movimento. Tra poco partirò per il centro Europa e poi mi aspetta un viaggio nel sud-est asiatico. Oltre a portare avanti progetti a livello internazionale la mia mission rimane sempre quella di far conoscere gli incantevoli scorci della Sicilia raccontando in vari modi la mia terra. Viviamo in una delle isole più belle del mondo, ricordiamocelo sempre».

Se siete come Veronica appassionati di viaggi non vi resta che seguire il suo blog “Scorci di Mondo”, magari potreste trovare spunti interessanti per programmare una gita fuori porta o le prossime vacanze.

La voce del padrone – Fabio Cinti

A TUTTO VOLUME a cura di Paperboatsongs

Fabio Cinti reinterpreta un grande classico del maestro siciliano Franco Battiato.

Un adattamento gentile e una lettura personale dell’album di Frano Battiato che per primo nella storia della musica italiana vendette ben 1.000.000 di copie .

 

Ciao Fabio e benvenuto nella nostra rubrica che in qualche maniera, in questo numero, ti collega alla nostra Sicilia attraverso il tuo ultimo lavoro che sta riscontrando tante recensioni positive, ovvero “La voce del padrone – Un adattamento gentile”.

Già, bisogna muoversi con gentilezza ed avere molto coraggio per riprendere Battiato, maestro della nostra Sicilia e di tutta la musica italiana. Tu lo hai fatto magistralmente.
Qual è stato l’impulso che ti ha spinto ad intraprendere questa decisione a questo punto della tua carriera? Grazie, anzitutto a te, a voi, per l’accoglienza!
In un periodo della vita e del mio percorso musicale mi sono ritrovato a fare i conti con il mio passato. E ho sentito il profondo bisogno di allontanarmi dai meccanismi soliti che governano questo mondo, il mondo della produzione musicale intendo. Avevo bisogno di tornare a non avere più aspettative, a fare e essere il musicista che in fondo sono, senza competizioni o affanni. E il modo migliore mi è sembrato quello di tornare alle origini dei miei ascolti, quando ho imparato a mettere le mani sulla chitarra, ascoltando proprio La Voce del Padrone. Ho voluto ripercorrere quegli anni e allo stesso tempo fare un dono a Franco Battiato nel modo più gentile possibile, proprio com’è lui con me, con gli altri.

Hai rielaborato arrangiando nuovamente il famigerato disco del 1981 con una suite di archi, spiegheresti ai nostri lettori quali sono i vantaggi e le peculiarità dell’affrontare un arrangiamento in questa modalità?

La Voce del Padrone è un classico, ormai. E come tale va trattato. Fin da subito non ho avuto nessuna intenzione di rendere una versione o una cover dell’album, ma, appunto un adattamento: si tratta di una rilettura delle parti così come sono, senza aggiungere o modificare nulla. Il quartetto d’archi e il piano, la formazione da camera, classica per eccellenza, mi ha permesso di essere rigoroso, di avere dei paletti e di rendere tutto senza tempo. Gli archi poi sono “gentili” se usati in una certa maniera, e quindi rispecchiavano anche il sentimento che mi ha portato a realizzare l’album.

Come stai progettando il live che presenta questo album ed in quale contesto?

Nel live rifaremo tutto l’album, naturalmente! Ma ci arriveremo attraverso una piccola introduzione di qualche canzone che ripercorrerà gli esordi sperimentali di Battiato per poi, dopo La Voce del Padrone, andare a indagare quanto e come questo album ha influenzato la discografia successiva. Ci sarà poi spazio anche per qualcosa di mio, delle mie canzoni, e per arrivarci passeremo per Devo, il brano che proprio Battiato mi ha regalato nel 2013.

Hai avuto grandi maestri e amici come Morgan o Paolo Benevgnù. Sarebbe bello tu ci parlassi di come loro hanno influenzato o contribuito la tua carriera.

Lo hanno fatto in modo diametralmente opposto. Il primo, Morgan, è un istrione, mi ha insegnato a stare sul palco, per esempio, a vivere gli impulsi, a cogliere gli attimi. Abbiamo pateticamente gusti identici, per cui era tutto semplice, ci si capisce al volo! Paolo invece è più un maestro di vita, lunghe chiacchierate, passeggiate… è un uomo che si dà e che ti dà molto, si lascia assorbire. Entrambi hanno un gran cuore e lo esprimono in maniere diverse.

“Rileggere” i dischi più importanti del passato potrebbe essere la buona occasione per disimparare la musica e la scrittura di canzoni e migliorare quella contemporanea?

Non credo sia obbligatoria la mia operazione, ma senza dubbio credo che ogni musicista debba confrontarsi con il passato, quello più lontano e quello più recente. Avere la presunzione di sapere, di sentirsi una personalità addosso senza averla formata, non fa mai bene. Bisogna avere una percezione del mondo per riconoscere la bellezza, gli istinti non bastano. Tutti i grandi, all’inizio, hanno fatto cose di altri. Questo non vuol dire fare cover, ma un bravo pianista che viene dal conservatorio conosce bene i classici, li ha studiati per almeno dieci anni… Perché non dovrebbe essere così nel pop?

Un consiglio per i nostri giovani lettori musicisti siciliani…

Studiate, siate curiosi, viaggiate, collaborate con gli altri, siate coraggiosi.

 

Grazie infinite speriamo di sentirti presto nella nostra splendida isola.

 

Lo spero anch’io!

 

In vacanza vengo anch’io

Articolo di Maria Concetta Manticello    Foto di Samuel Tasca

Il conto alla rovescia è cominciato, le tanto sospirate vacanze sono ormai alle porte. Al mare o in montagna, in campagna o in città, le ferie estive sono un momento importante per stare tutti insieme, cani compresi! Un viaggio con un cane è un’esperienza bellissima, ma necessita di una buona capacità organizzativa. È importante saper scegliere destinazione, sistemazione, programma di viaggio, pensando sempre anche alle loro esigenze. Non scegliete una location a caso, informatevi se in hotel, casa vacanza, campeggio, gli animali sono graditi e quali sono i servizi a loro dedicati. Se affittate una casa, chiedete se ci sono altri cani nei dintorni, quali sono gli spazi dedicati a loro dedicati, se è necessario tenerli al chiuso o legati. Il Ministero della Salute ha diffuso un vademecum in cui sono illustrate le buone norme da seguire per viaggiare con il cane in sicurezza. Tra le raccomandazioni del Governo c’è l’invito a:
• scegliere strutture e attività pet-friendly; • prima di partire far visitare il cane al veterinario di fiducia per un check up completo e per aggiornare il suo libretto sanitario; • informarsi in merito alle leggi vigenti nella località di destinazione in merito al trasporto di animali.
Fondamentale per chi affronta un viaggio con il proprio cane, è avere un kit di pronto intervento, una spesa utile per viaggiare con il cane in maggiore sicurezza.
Un kit ben fornito solitamente comprende:
• disinfettante e acqua ossigenata, garze sterili e cerotti adesivi. • forbici con punta arrotondata per forasacchi e zecche. • guanti in lattice, termometro, ghiaccio secco per colpi di calore, siringhe per somministrare farmaci e cibi liquidi.
Prima di partire è importante preparare anche la sua valigia, può sembrare buffo ma è necessario un bagaglio per la sua documentazione sanitaria, oggetti e farmaci d’uso abituale, cibo e snack per il viaggio. Oltre al guinzaglio e alla pettorina non dimenticate la museruola, necessaria per garantirsi l’ingresso sui mezzi di trasporto e nei locali pubblici.
Se vi spostate in auto, programmate soste con cadenza regolare per permettergli di fare i propri bisogni e sgranchirsi le zampe. Areate bene l’abitacolo della macchina, cercando di mantenere temperature fresche e se potete evitate le ore più calde. Non dimenticate di portare con voi dell’acqua e una ciotola per somministrargliela con regolarità. Viaggiando in autostrada potete usufruire delle aree di sosta, scegliendo uno dei tanti Autogrill che offrono, in Italia, servizi specifici per “fido”. Se pensate di fare un viaggio fuori dall’Italia, dovete avere con voi il Passaporto Europeo per animali da compagnia.
Spero che questi piccoli consigli siano di buon auspicio per una vacanza tranquilla, rilassante e divertente in compagnia del vostro amico a quattro zampe. Buon viaggio!