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Un viaggio gastronomico tra le prelibatezze delle feste

di Federica Gorgone, foto di Ester Ferrigno e Rachele Grillo

Quando si parla di Sicilia, le nostre menti viaggiano dalle spettacolari bellezze paesaggistiche del territorio a quelle dei sapori della tradizione. La tradizione culinaria sicula è antica ed è frutto di un mix di popoli e culture diverse che l’hanno resa famosa ovunque.

Durante le festività poi, il cibo diventa un momento magico e d’incontro tra chi vuole condividere l’aria di festa in compagnia del buon cibo tipico. Ma cosa si mangia quindi a Natale? Sappiamo bene che per noi siciliani Natale inizia più o meno con qualche settimana d’anticipo, potremmo dire praticamente non appena inizia il mese di dicembre!

Il 13 dicembre a Palermo, ad esempio, si festeggia Santa Lucia a suon di Arancine (a Palermo, sono tonde e a forma di arancia, da qui il nome al femminile), cuccia e gateaux. Ah se le arancine potessero parlare! Potete già immaginare l’odore di fritto per le strade.

Ma entriamo ancora più nel dettaglio di quelli che sono i piatti forti della cucina tradizionale siciliana durante tutto il periodo di Natale.

A Messina piatto delle occasioni, irrinunciabile a Natale, è il pesce stocco cucinato a ghiotta (com’è ghiotta la pietanza di per sé) che usanza vuole si consumi la sera della vigilia. Non è altro che lo stoccafisso che ha un sapore deciso e a tratti pungente di norma servito caldo con il suo sughetto e le olive. Da considerare nel messinese è anche il “pitone” (per chi non fosse della zona, tranquilli non è un serpente!). È un calzone tipico dello street food messinese al cui interno, se tradizionale, troverete scarola riccia, formaggio ed alici.

Spostandoci a Catania nel periodo di Natale non si può fare a meno della scaccia (che troviamo simile anche a Ragusa). A base di farina ed impastata con lo strutto viene farcita per lo più con tuma, patate, salsiccia e olive. Ma ne esistono diverse varianti come quella col broccolo affogato (lasciato stufare nel vino, una vera goduria). Ma non si parla di Natale se non si mettono a tavola le crispelle! Preparate con farina e lievito di birra per poi essere fritte, ne esistono di diverse varianti come quelle farcite con le acciughe o con la ricotta fresca. Insomma, libero sfogo alla fantasia che ben si mischia con i sapori tradizionali.

A Ragusa troverete pronta per la vigilia la liatìna, ossia la gelatina di maiale. Preparata con le parti meno nobili dell’animale, diventa simbolo, secondo la tradizione, di prosperità e abbondanza per l’anno a venire. Ed anche le immancabili scacce ed il baccalà fritto.

A Siracusa non possiamo che citare le ‘mpanati, una sorta di disco di pasta al cui interno vi è una farcitura di verdure e carne. Ci sarà sempre un po’ di spazio nello stomaco per assaggiarne almeno un pezzo, che siano appena sfornate oppure fredde. Imperdibile è anche il baccalà fritto, piatto delle grandi occasioni.

Andando verso Agrigento invece non si può che fare gli onori di casa con la pasta ‘ncasciata (che trovate anche a Messina). Già dal nome fa venire fame! È una pasta al forno fatta con ragù, uova, melanzane, prosciutto, mortadella e… ogni famiglia poi ha delle aggiunzioni che la rendono ancora più gustosa. E come alcuni di voi ricordano, questo piatto, ha conquistato anche il cuore del commissario Montalbano (in una delle puntate lo trovate intento a godersi questa bontà unica). Piatto forte della tradizione è anche l’impignolata, un impasto a base di pane molto casalingo che si può trovare di due tipi: con spinaci o con broccolo e patate.

Tra Enna e Caltanissetta si va ancora una volta di fritti. Immancabili sono i cardi in pastella. E non dimentichiamoci del “falso magro” (che potrete mangiare anche a Catania). Non lo conoscete? Si tratta di un gustosissimo secondo in cui il rotolo di carne è farcito con uova sode, carne trita, mortadella e formaggio ed immerso nel sugo di pomodoro.

A Palermo tipico della tradizione è il brociolone. Un rotolo di carne farcito con carne trita, uova, prosciutto tagliato a cubetti, piselli e formaggio (possibilmente il caciocavallo). Lasciato freddare verrà tagliato a fette non molto spesse e condito con un po’ di sughetto cui è stata cotta la carne.

A Trapani si va di cassatelle (che questa volta non sono dolci ma salate). Sono simili a dei grossi ravioli al cui interno vi è la ricotta e sono cucinati nel brodo del pesce (d’altro canto questo lato della Sicilia è famoso per il cous cous che è spesso servito con il brodo di pesce).

Speriamo di non avervi fatto venire troppa fame, o forse si!

olio e nonsolio a chiaramonte

Olio e nons’Olio: a Chiaramonte si celebra “l’oro verde”

Chiaramonte Gulfi si prepara a rendere omaggio al prodotto che più di ogni altro rappresenta il territorio: l’olio Dop extravergine d’oliva Monti Iblei. Dall’ 11 al 13 novembre la città si prepara per la quita edizione di Olio e nons’Olio, un grande evento che celebra “l’oro verde” e lo farà con importanti convegni, masterclass di degustazione e una grande area food dove sarà possibile degustare alcuni piatti della tradizione che avranno come filo conduttore l’olio Dop Monti Iblei. 

L’evento è organizzato dal Comune di Chiaramonte Gulfi e la Regione siciliana con la partneship Consorzio Chiaramonte e sarà un’occasione unica che metterà al centro dell’attenzione l’olio e alcuni prodotti di eccellenza dell’enogastronomia iblea. 

Si parte venerdì 11 novembre 2022 con lo Showcooking e il Seminario “Olivicoltura: alimentazione e ambiente”, a partire dalle ore 17 in Sala Sciascia. A seguire, tre imperdibili Masterclass dedicate a “Olio”, “Vino” e “Birra” dalle ore 20.30 alle 22.00. Le tre masterclass saranno condotte da esperti del settore e si svolgeranno rispettivamente al teatro L Sciascia (Masterclass di Olio), alla Società Operaia Vittorio Emanuele (Masterclass di Vino) e alla Società Operaia Umberto I (Masterclass di Birra). 

olio e nonsolio a chiaramonte

Sabato 12 novembre si terrà il Corso di potatura a cura di APO Catania e si svolgeranno anche alcune visite aziendali con degustazioni di prodotti presso le aziende locali, a partire dalle 8.00. 

Nel primo pomeriggio sarà la volta della passeggiata a cura dell’associazione Chiaramonte Cammina e si procederà, successivamente, all’apertura dell’Area Food e degli stand espositivi in piazza Duomo, dove sarà possibile degustare alcuni piatti che prevedono l’uso dell’olio Dop Monti Iblei. 

Domenica 13 novembre si aprirà ancora una volta l’Area Food e gli Stand Espositivi “dal produttore al consumatore”. Da non perdere anche la Gara del “Taglio della Fetta” e la dimostrazione della spremitura olive con un “Mini Frantoio” e l’apertura della “Sagra dell’Olio”.

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La Pasta Reale di Tortorici

di Samuel Tasca

Molti dei dolci che troviamo nella nostra Sicilia sono spesso ambasciatori di luoghi, portatori intramontabili di saperi e tradizioni che s’intrecciano nelle peculiarità e nella storia delle singole località esaltandone i loro prodotti tipici.

È questo il caso della Pasta Reale di Tortorici, un biscotto marroncino, granuloso e croccante dalla forma irregolare che presenta normalmente un rigonfiamento al centro. È questo dolce il custode di un antico sapere monacale che appartiene solo ed esclusivamente a questa città situata all’interno del Parco dei Nebrodi, nell’area metropolitana di Messina. Se vi state chiedendo il motivo di questa specificità, vi basterà portare al palato un assaggio della Pasta Reale di Tortorici per rendervi subito conto: il dolce, infatti, viene realizzato esclusivamente con le nocciole prodotte all’interno del Parco dei Nebrodi, che ne caratterizzano il sapore e lo differenziano dalle altre paste reali fatte solitamente con le mandorle.

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Un dolce che ritrova le sue origini nelle cucine delle monache clarisse, solite prepararlo in occasione dei festeggiamenti del santo patrono, come dono da offrire ai regnanti. Fu però grazie al Regio decreto del 7 luglio 1866, che privava gli ordini ecclesiastici dei loro averi, che questo dolce divenne conosciuto dal grande pubblico. Sfrattate dal loro convento, infatti, le monache vennero accolte nelle dimore delle famiglie nobili del territorio. Per sdebitarsi, le ecclesiastiche misero a disposizione delle famiglie il loro sapere, tra cui la ricetta della Pasta Reale, tramandata poi di generazione in generazione.

Quest’ultima, in realtà, è piuttosto semplice poiché prevede l’utilizzo di soli tre ingredienti: acqua, zucchero e, ovviamente, nocciole. Una volta tostate, le nocciole vengono tritate fino a raggiungere una consistenza che non deve essere troppo fine, ma nemmeno troppo grossolana. Tritate le nocciole, vengono mescolate ad acqua e zucchero, creando dei panetti a forma di pigna che vengono lasciati ad asciugare su una teglia per due o tre giorni. Completato questo processo, i panetti vengono schiacciati e la pasta può essere infornata. Si tratta di un dolce ideale per accompagnare caffè o tisane, perfetto per concedersi un dolce sfizio dopo cena o di prima mattina, facile da conservare grazie all’azione dello zucchero che gli permette di durare per diverse settimane.

Grazie all’azione e all’interesse di alcuni produttori locali, la Pasta Reale di Tortorici ha ricevuto il Presidio Slow Food, a testimonianza del suo profondo legame con il territorio e per l’utilizzo di una tipologia di nocciola che viene prodotta solo all’interno del Parco dei Nebrodi.

I piaceri della tavola a “La Ruota” di Vizzini

di Alessia Giaquinta

   foto di Samuel Tasca

 

Se Verga fosse nato in quest’epoca probabilmente avrebbe dedicato a “La Ruota” uno dei suoi scritti più accattivanti. Questa affermazione non deriva solo dal fatto che il ristorante-pizzeria si trova a Vizzini – città natìa del celebre scrittore – ma perché gli squisiti piatti proposti, uniti all’accoglienza del personale, sono motivo di grande ispirazione e coinvolgimento, anche emotivo. Ti senti nel posto, giusto, insomma.

L’intellettuale vizzinese avrebbe saputo certamente esprimere in maniera eccellente, con la sua alta scrittura, la sinfonia di colori e sapori che fanno de “La Ruota” un locale di eccellenza.

Perché? Di seguito vi diamo solo alcuni dei motivi che ci permettono di annoverare questo locale tra i posti dove fare un’esperienza di gusto piacevole a 360°.

Siate pronti a mangiare con gli occhi. Ogni piatto, infatti, si presenta curato nei dettagli e i guizzi creativi dello chef certamente meritano di essere immortalati con uno scatto.

Gusterete la tradizione, con innovazione. Che ne dite di un buon piatto di spaghetti al macco di fave, guanciale e caciocavallo? Oppure di spaghetti con crema di ricotta, sanapo e acciuga? Per non parlare dei secondi: che siano a base di carne o pesce, sapranno conquistarvi e stupirvi al tempo stesso.

Apprezzerete la qualità. Dalle materie prime di eccellenza locali, ai prodotti “oltre confine”, ai tagli di carne estera. Ciò che conta, per i titolari de “La Ruota” è garantire ai clienti la qualità in tutti i loro piatti e nel servizio, puntuale e mai approssimato. Inoltre dispone di un’ assortita carta dei vini che abbraccia il panorama vinicolo siciliano con qualche etichetta estera.

Pizza rigorosamente cotta nel forno a legna. Cosa fa di una pizza un’ ottima esperienza di gusto? Sicuramente l’impasto, gli ingredienti e la cottura nel forno a legna! Il menù pizza de “La Ruota” offre una scelta varia e mantiene la promessa: impasto leggero, prodotti di qualità, cottura perfetta per un’esperienza di gusto ai massimi livelli di piacere!

C’è spazio per tutti. Una grande sala all’interno e un ampio spazio esterno fanno de “La Ruota” il locale perfetto dove organizzare feste, rimpatriate e ricorrenze di ogni genere.

È facilmente raggiungibile. Situato nei pressi di Vizzini Scalo, in contrada Corvo, il ristorante-pizzeria “La Ruota” può considerarsi un vero e proprio punto di riferimento del territorio calatino, ragusano e catanese.

Una realtà storica, in crescita. Il locale nasce negli anni ’70, inizialmente in una vecchia rimessa per carretti. Ma è nel 1986 che viene acquisita dagli zii e dal padre di Giacomo e Roberto Russo, i due fratelli attualmente titolari. «È da dodici anni che, con dedizione e passione, curiamo la gestione de La Ruota – dichiarano soddisfatti –. Ci entusiasma l’idea di porci traguardi sempre nuovi che possano far crescere questa nostra realtà e alimentare l’attenzione verso il nostro territorio».

È per questo che, ci rivelano: «A breve daremo avvio ad un nuovo progetto. Si tratta di promuovere l’offerta turistica del territorio attraverso l’istituzione di un Ciclo-Hotel, un luogo dove pernottare, gustare i nostri piatti e avere la possibilità di avere in dotazione una bicicletta utile ad esplorare, con una guida o in piena autonomia, il territorio e le sue bellezze paesaggistiche e architettoniche».

Insomma: bontà, qualità, servizi e novità a “(La) Ruota”.

Il limone Interdonato arriva fino a Buckingam Palace

di Federica Gorgone, foto di Consorzio di tutela Limone Interdonato Messina IGP

 

Quando si parla di eccellenze siciliane non si può tralasciare il Limone Interdonato Igp, caratteristico della costa ionica del messinese. Ma qual è la sua storia? Scopriamola insieme.

Sappiamo in generale che il limone è presente in Sicilia sin dai tempi antichi addirittura, secondo alcune fonti, risalenti alle vecchie dominazioni arabo-bizantine. Utilizzato prima come pianta d’ornamento dal puro gusto estetico e poi successivamente usata per il consumo locale, diventa negli anni un forte motore economico di tutta la regione. Maggiore riscontro si ottenne soprattutto nella parte del messinese. Il territorio, infatti, ricco di piante di limoni viene ricordato come “terra dei giardini sempre verdi”.

È Messina dunque che divenne anticamente la prima promotrice dell’esportazione di limoni riuscendo ad espandere i propri confini commerciali legati all’export dell’agrume al di fuori della Sicilia stessa.

Il Limone Interdonato è una varietà di pianta di limone Made in Sicily che unisce il limone al cedro. Fu il colonnello garibaldino Giovanni Interdonato, appassionato di agrumi, che intorno alla fine del 1800 stabilitosi a vita privata a Fiumedinisi (Me) ebbe per primo l’idea geniale di creare un innesto tra i due. Una vera e propria novità per l’epoca. Diede vita così all’agrume che oggi conosciamo e che è diventato marchio Igp e Presidio Slow Food.

Il Limone Interdonato ha una dimensione medio-grande che ricorda esteticamente il cedro ed è conosciuto anche con il nome di “frutto fino” perché proprio la sua buccia è particolarmente liscia e sottile (insolita se pensiamo ai classici agrumi siciliani), da maneggiare con cura. È anche conosciuto come “speciale”, perché la sua maturazione risulta essere particolarmente precoce tanto da essere pronto già a fine settembre e perché al suo interno non vi è alcuna presenza di semi.

Esso ha inoltre numerose proprietà benefiche per la salute, ricco di vitamina C e B è colmo di sostanze antiossidanti. Insomma, un vero toccasana per il nostro sistema immunitario!

Tante anche le ricette con cui è possibile utilizzarlo ma tra le più famose troviamo quella del “limone zuccarato”. Piatto tipico, preparato con la polpa dei Limoni Interdonato. Essa viene tagliata a fette e cosparsa di zucchero, successivamente è lasciata macerare per l’intera notte in frigorifero. Una vera bontà per il palato!

Questo frutto ibrido risulta al gusto essere molto più dolce del limone tradizionale e quasi per niente acidulo, inoltre udite udite… è arrivato fino a Buckingam Palace! Non ci credete?

Le sue caratteristiche, infatti, lo rendono particolarmente apprezzato dal popolo inglese che lo usa nel tea ed in cucina. Il sapore di questo agrume è davvero sofisticato, non copre i sapori e gli odori delle pietanze ma al contrario ne esalta il gusto diventando un vero e proprio valore aggiunto.

Si racconta che la Regina Elisabetta lo scelse negli anni sempre di più per il suo tea time. Ma il Limone Interdonato non è nuovo ai reali britannici. Infatti, questo agrume varcò le porte della famiglia reale già a partire dal dopoguerra. A corte lo facevano giungere direttamente dalle coste messinesi per arricchire i propri banchetti ed il momento del tea.

Chissà se a suggerire questo “frutto fino” al Palazzo Reale non sia stato proprio un messinese patriottico!

 

Giusina in cucina anjova

ANJIOVA: UN COOKING SHOW CON CHEF D’ECCEZIONE

 

Pronta al via la seconda edizione di Anjiova, il cooking show che vedrà protagonista l’acciuga, interpretata in cucina da quattro chef d’eccezione. La manifestazione si terrà giovedì 11 agosto 2022 a Valverde (Ct) a Masseria Carminello in via Carminello 21 a partire dalle ore 21. 

“Visto il successo della prima edizione di Anjiova –spiegano Antonio Rosano e Giovanni Samperi, organizzatori della serata- abbiamo deciso di replicare l’evento seguendo la stessa filosofia con la quale l’abbiamo ideata e organizzata. L’intento infatti è di valorizzare l’acciuga e di rendere omaggio all’antica tradizione gastronomica ad essa legata. Pur rispettando la storia culinaria, però, abbiamo dato a ogni chef la possibilità di esprimersi ai fornelli seguendo il proprio estro e la propria creatività. Sarà quindi un percorso enogastronomico che si svilupperà di piatto in piatto e di chef in chef in un crescendo di emozioni e di sapori”.   

Giuseppe Raciti

Ospiti di questa seconda edizione, presentata dal giornalista Antonio Iacona e da Valentina Grippaldi,  saranno lo chef stellato Giuseppe Raciti del ristorante Zash Country Boutique Hotel; la talentuosa Giusina in Cucina, al secolo Giusi Battaglia, conduttrice dell’omonima trasmissione televisiva su Food Network; Orazio Cordai, il re della crispella; Giorgio Samperi, pasticcere e gastronomo del Caffè Mazzella di Pedara (Ct) e Rosario Terranova, chef di Masseria Carminello. Chiuderà la serata la chef stellata Marianna Vitale del ristorante Sud di Quarto (Na), presente in video conferenza, che darà la possibilità ai presenti di degustare la sua proposta di cornetto Algida chiamato Sud.  La chef è stata premiata nel 2020 con la stella Michelin e con il Premio Michelin Chef Donna.

Nino Scaffidi

La serata prevede un menu con i piatti preparati da ogni chef ospite, degustazioni con prodotti tipici, momenti di intrattenimento a cura di Nino Scaffidi, un personaggio dalle mille sfaccettature che si è esibito in noti programmi tv come Italia got’s talent e Tu sì che vales. Prima dell’inizio del cooking show, il lungo viale del locale diverrà uno spazio per le degustazioni dalle 19.30 alle 21 con varie postazioni per le attività locali che offriranno prodotti a base di acciuga insieme a vini e birre. 

Il cooking show sarà aperto da Giorgio Samperi che ha realizzato l’Arancino all’acciuga con crema di pomodorino datterino giallo, formaggio dolce e panatura di cereali. “Ho sperimentato un arancino nuovo per questa occasione –spiega lo chef – combinando più ingredienti.  Sarà un arancino con riso aromatizzato con spezie ed erbe di stagione e zafferano. Tra gli ingredienti ci saranno salmone e zucchine di stagione, crema di pomodorino datterino giallo e aroma di mandorle tostate. Il formaggio dolce e le alici gli daranno un sapore deciso”. 

Seguirà la Parmigiana di alici con mousse di ricotta al basilico e vellutata di datterino all’acciuga preparata da Rosario Terranova e subito dopo ci saranno le crispelle di Orazio Cordai. 

Giusina in cucina anjova

Il menu prevede, inoltre, la Pasta c’anjiova di Giusina in Cucina. “Per me è un piatto importante, legato ai miei ricordi di bambina. La cosiddetta Pasta a milanisa è una ricetta che rappresenta la nostra tradizione gastronomica –spiega Giusi Battaglia-. Gli emigrati siciliani, infatti, portavano con sé gli ingredienti base di questo piatto, materie prime a lunga conservazione, per sentirsi a casa e gustare sapori tipicamente siciliani. Amo legare le storie ai piatti che preparo e questo non fa eccezione”. 

Toccherà allo chef stellato Giuseppe Raciti chiudere il menu con una seconda portata, la Pizzaiola di alici e acciughe. “Ho rivisitato un tradizionale piatto che mi ricorda l’infanzia –racconta-. Mia madre lo preparava come da consuetudine con la carne, patate e origano. Io, invece, l’ho reinterpretato, per questa occasione, senza carne”.  

E, dulcis in fundo, il cornetto Algida di Marianna Vitale che si collegherà in video per salutare i presenti e raccontare i segreti alla base del suo gelato. 

pezzu ruru

U’ pezzu ruru: il dolce gelato dell’antica tradizione siciliana

di Eleonora Bufalino  Foto di Rossandra Pepe

 La Sicilia è anche terra ricca di prelibatezze di cui si perdono le origini, come nel caso di un gelato dal nome particolare: “U pezzu ruru”. Una specialità che deriva dalla dominazione araba nell’isola e divenuto, col passare del tempo, un dolce tipico dell’antica tradizione sicula… una leccornia che non smette tutt’oggi di deliziare e sorprendere nemmeno i palati più raffinati!

 

Dopo la sua diffusione grazie agli Arabi, questo dolce vide il suo exploit soprattutto intorno al 1600: usato moltissimo durante le feste patronali, di fidanzamento e di matrimonio (in cui spesso sostituiva la classica torta nuziale) e in generale durante l’estate. Insomma, un vero e proprio must del repertorio culinario che allietava le afose giornate estive. Ben presto, questa prelibatezza si diffuse anche in altre zone d’Italia, nel Salentino e nel Napoletano, prendendo diversi nomi: “schiumone”, per la variante facoltativa con la panna, o “bombetta”, per la forma tondeggiante rispetto all’originale, più allungata ed ovale.

 

Ma qual è la ricetta tradizionale del pezzo duro? La semplicità, come spesso accade nelle tavole siciliane, si trasforma in genialità: l’unione di due gusti di gelato insieme al pan di Spagna danno vita a una creazione squisita. Il segreto, ancora una volta, è nell’artigianalità delle materie prime e dei procedimenti, intrisi della maestrìa dei più bravi gelatieri e pasticceri.

pezzu ruru

Ne è esempio il signor Vittorio Briganti, pasticcere con un’esperienza di oltre mezzo secolo alle spalle: la sua passione per l’arte dolciaria è iniziata quando aveva solo sei anni. D’origine francofontese, si è poi trasferito a Vizzini, città del Verga, dove ha intrapreso un’attività che porta avanti insieme alla famiglia da circa cinquant’anni. Nel suo bar non mancano mai i prodotti tipici siciliani, dolci e salati, e tra questi troviamo “’U pezzu ruru”. Il signor Vittorio ci spiega che: «la preparazione è importante, ma lo è ancor di più la qualità degli ingredienti usati. Il gelato, rigorosamente artigianale, viene messo in una ciotola di alluminio a forma di cupola chiamata, in siciliano, “scuzzetta”. Nella parte centrale si aggiunge il pan di Spagna, che può essere anche imbevuto con del liquore, e infine dell’altro strato di gelato, solitamente di un gusto diverso». Il dolce si lascia dunque riposare in congelatore per almeno un giorno in modo da far amalgamare le varie parti e ottenere la perfetta consistenza a cui deve il suo nome. Infine, basta capovolgere la ciotola affinché fuoriesca e possa essere tagliato, solitamente in quattro spicchi. “U pezzu ruru” è servito su un piattino e si può gustare con una forchettina, come fosse un dessert o una torta. I gusti più richiesti della gelateria siciliana (nocciola, cioccolato, stracciatella, zuppa inglese, torrone…) si sposano alla perfezione con l’impasto soffice del pan di Spagna, che in questo caso si solidifica diventando un tutt’uno con il gelato.

 

Fresco e sfizioso, è un dolce che non passa mai di moda, anche se nei tempi antichi, ci raccontano il sig. Vittorio e la moglie, era molto più amato e ricercato, soprattutto durante le feste patronali cittadine di fine estate, come San Giovanni e San Gregorio Magno a Vizzini. Queste erano un appuntamento immancabile per la popolazione del luogo! Le vie del centro abitato si animavano del passeggio; la musica a palco, a piazza Marconi, riempiva l’atmosfera di armonia, e piazza Umberto I reclamava il suo titolo di salotto buono di quella Vizzini nobiliare conosciuta in tutto il circondario. Occasione di passerella e sfoggio di eleganza, ma anche senso di comunità e di appartenenza in un clima di festa in cui si condivideva la tradizione, la religiosità e l’arrivederci alla bella e calda stagione. In questo contesto, “U pezzo ruru” era un momento di piacere che i più amavano consumare per rinfrescarsi tra una passeggiata e l’altra, ascoltando la musica con amici e famiglie, nei tavolinetti dei bar e delle pasticcerie del centro storico.

Non vi resta che assaggiarlo!

 

gruppo mamme del borgo

Le mamme del borgo a Motta Camastra

di Merelinda Staita, foto di Mariangela Currò

 

Motta Camastra si trova in provincia di Messina, a circa 20 minuti da Taormina, ed è un borgo arroccato tra le rocce. È un piccolo comune, ma possiede innumerevoli bellezze e tanto fascino. I suoi abitanti vivono fra il centro storico e le frazioni di Fondaco Motta e San Cataldo. Proprio a San Cataldo è possibile visitare la stupenda Grotta dei Cento Cavalli. Ci troviamo nella meravigliosa Valle che ospita le famosissime Gole dell’Alcantara, preziose “perle naturali” della nostra terra. Capiamo, da questa breve presentazione, che Motta Camastra possiede attrazioni naturali imperdibili. Inoltre, questa cittadina è stata capace di far innamorare di sé Francis Ford Coppola. Il grande regista decise di girare qui, nel 1972, alcune scene del film “Il Padrino”, conquistato da questi luoghi incantevoli. C’è un’altra “chicca” di cui vogliamo parlarvi. Da qualche anno è nato il format “Le mamme del borgo”, il primo ristorante di cucina diffusa in Sicilia. Le massaie del paese accolgono i turisti che si siedono a tavola e godono di tantissime prelibatezze. Noi abbiamo conosciuto ed intervistato la responsabile, Mariangela Currò, per saperne di più…

gruppo mamme del borgo

Può spiegarci come è cominciato il vostro progetto?

«Il nostro è il primo ristorante di cucina diffusa in Sicilia. L’ idea nasce dall’ esperienza omonima avviata in Puglia a Tricase mare, in provincia di Lecce, intrapresa dall’associazione “Game”. Ho deciso di rivolgermi all’associazione così, dopo diversi contatti telefonici con i ragazzi pugliesi detentori del marchio, nel 2016 abbiamo iniziato la nostra esperienza a Motta Camastra unendoci a loro».

Chi sono e quante sono “Le mamme del borgo” ?

«Oggi a partecipare al progetto siamo sette: Mimma Pafumi, Maria Paola Zullo, Piera Pafumi, Lisiane Tissiani, Mariella Strazzeri, Carmelo Lando, l’unico uomo del gruppo, ed io».

Come avviene l’organizzazione del ristorante?

«Le mamme si dividono in tre gruppi che corrispondono alle portate da preparare. Nella prima abitazione si cucinano, e quindi poi si servono, gli antipasti. A seguire gli ospiti vengono accompagnati in un’altra casa, dove possono gustare i primi, il secondo e il dolce. L’ organizzazione è abbastanza complessa, per cui il ristorante diffuso si attiva in determinati giorni. Le persone, quando vengono pubblicate le date sul nostro sito, si prenotano, inviando un messaggio o chiamando al numero di telefono presente anche sulle nostre pagine social, e acquistano un biglietto che è diviso per portate. In questo periodo, vista l’emergenza sanitaria, abbiamo riservato le nostre giornate solo a gruppi organizzati».

gruppo mamme del borgo
gruppo mamme del borgo

Quali sono i piatti che offrite ai visitatori, o agli stessi abitanti, di Motta Camastra?

«I piatti cambiano sempre in base alle stagioni, ma sono costantemente legati al nostro territorio. Non mancano mai gli arancini al pesto di noci o al finocchietto selvatico, i maccheroni al ferretto con sugo di carne oppure alla norma durante il periodo estivo. Le verdure selvatiche ripassate con aglio, melanzane ripiene, caponata, agnello in umido, polpette in foglia di limone. Dolci tradizionali alle noci e con la ricotta».

Abbiamo letto che grazie alla vostra originalità siete state invitate al Salone del Gusto di Torino. Può raccontarci com’ è stata la vostra esperienza?

«Sì, siamo state inviate da “Slow Food” come esempio di cucina sostenibile, legata al territorio. Ho partecipato personalmente a questa esperienza ed ho cucinato: maccheroni al pesto di noci, la crostata con marmellata di arance e noci».

tavolata mamme del borgo

A Motta Camastra sono presenti numerosi siti archeologici e degna di menzione è l’area di Grotta Paglia. È possibile fare delle meravigliose escursioni, grazie alla presenza delle associazioni o delle guide autorizzate. “Le mamme del borgo” si offrono come supporto, cercando di mantenere i sentieri puliti e spesso portano la colazione lungo il percorso ai turisti.

Insomma, posti magici e ghiotti motivi per conoscere Motta Camastra e la Sicilia.

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Piatti e cibi siciliani da Oscar


di Alessia Giaquinta

Gesù, gli arancini di Adelina! Li aveva assaggiati solo una volta: un ricordo che sicuramente gli era trasùto nel Dna, nel patrimonio genetico”,

Andrea Camilleri ne “Gli Arancini di Montalbano”.

La raccolta di racconti, trasposta poi in buona parte sul piccolo schermo nelle serie tv “Il Commissario Montalbano” e “Il Giovane Montalbano”, prende il titolo dal piatto forte di Adelina, la cammarera del Commissario, che in procinto del Capodanno lo delizia con uno dei suoi piatti forti: gli arancini, appunto.

commissario montalbano
L’ espressione di estatica goduria assunta dal protagonista sin dal primo morso dato all’arancino è ben nota a coloro che conoscono il gustosissimo sapore di questo cibo tradizionale a cui è veramente difficile resistere. Ed è proprio così che i profumi e i sapori della cucina siciliana hanno raggiunto il vasto pubblico televisivo e cinematografico: attraverso le pellicole, le dettagliate inquadrature, le espressioni estasiate dei personaggi che ne hanno fomentato la curiosità e l’ interesse.

Come non ricordare, a tal proposito, il maestoso timballo di maccheroni, protagonista della tavola nel celebre film di Luchino Visconti “Il Gattopardo”, o ancora le ricche tavolate imbandite con cura dove non mancano mai il vino, i maccheroni al sugo e altre prelibatezze, del film “Il Padrino” di Francis Ford Coppola.

È qui che si coglie l’ essenza della Sicilia: i piatti ricchi, abbondanti e assai conditi, proposti per ogni occasione (dai pasti quotidiani alle cerimonie, alle veglie funebri) raccontano la prosperità di una terra che ha inglobato nei cibi la vasta e variegata storia di dominazioni e scambi culturali che è al centro della sua storia e che è il cuore della sua identità.

Anche nel film “Quei bravi ragazzi” di Martin Scorsese, i protagonisti siciliani fanno della tavola un vero e proprio rito da onorare nel migliore dei modi, e così spaghetti, pane fresco, salumi, conserve, formaggi e persino aragoste arricchiscono i pranzi dei personaggi, finanche in carcere.

Una scena cult del film “Il Padrino” insegna che, qualsiasi cosa accada, non bisogna mai dimenticare i cannoli. È sempre in questo capolavoro cinematografico degli anni ‘70, che il personaggio Peter Clemenza consiglia a Rocco (che ha appena ucciso Pauline): “Lascia la pistola, prendi i cannoli”.

cannolo

E tornando al Commissario più amato d’Italia, nell’episodio “Il Campo del vasaio” assistiamo alla scena, a tratti buffa, dell’irrefrenabile golosità di Montalbano innanzi ad un vassoio di cannoli: mentre attende l’arrivo del dottor Pasquanò, infatti, scorge sulla scrivania un tabbarè (vassoio, ndr) con i tipici dolci alla ricotta e non resiste alla tentazione di mangiarne uno. Così come la pasta ‘ncasciata, uno dei piatti preferiti del Commissario, un particolare tipo di pasta al forno che però viene cotta direttamente nella pentola, tipica del territorio messinese.

È anche in questo modo che la tradizione di una terra si manifesta, si rinvigorisce e si perpetua, oltre a legarsi ancor più al territorio di cui è essa stessa espressione. Sono tantissimi i turisti che raggiungono la Sicilia per assaggiare gli arancini di Montalbano, i cannoli tradizionali, la pasta ‘ncasciata o semplicemente per essere protagonisti dell’abbondanza delle tavolate siciliane.

La televisione, il cinema e la comunicazione audiovisiva possono considerarsi una spinta motivazionale per i viaggiatori. È mediante queste che un territorio può uscire dall’isolamento turistico e farsi apprezzare non solo per le sue bellezze paesaggistiche e peculiarità architettoniche ma anche per i suoi cibi e i suoi prodotti tipici.

Serve allora potenziare sempre più, e sempre meglio, questo legame che – se incorrotto da stereotipi e banali cliché – può considerarsi una delle migliori strategie di marketing per la promozione della nostra terra.

 

panettone is traditional italian dessert christmas close up

Un dolce Natale con il panettone siciliano

 

Di Omar Gelsomino

 

Il Natale è anche tradizione. Sulle tavole siciliane oltre ai dolci tipici come buccellati, torroni, nucatoli, cassate, cannoli, collorelle, sfince, frittelle e tanti altri ancora, ormai non può più mancare il panettone. Ebbene sì, pur non essendo siciliano, ma avendo origini lombarde o meglio ancora milanesi, da molti anni, grazie all’abilità e alla sapienza di lievitisti e maestri pasticceri è entrato a pieno titolo fra i dolci siciliani, diventando un protagonista delle nostre tavole, contribuendo ad accrescere quell’atmosfera festosa del Natale. Così nell’isola si è diffusa la cultura legata alla produzione di panettoni artigianali e alla sua ricca proposta di gustose varianti, pronte a stupire anche i palati più esigenti. Panettoni che consumiamo non solo nella notte dell’Avvento o per Natale, ma per tutto il periodo delle festività natalizie: a colazione, a pranzo, per uno spuntino e a cena.

A rendere unici questi panettoni non sono solo le diverse tecniche artigianali per la loro preparazione, ma soprattutto gli ingredienti, strettamente legati ai loro territori di appartenenza. Al rigore dell’impasto e al rispetto della forma del panettone settentrionale si contrappongono i profumi degli ingredienti siciliani, dai sapori autentici. Dall’estro e dalla passione di lievitisti, panificatori e pasticceri siculi il panettone diventa un prodotto tipico siciliano frutto della lavorazione e dell’abbinamento delle materie prime: dai canditi del mandarino di Ciaculli alle arance di Ribera, dalla glassa con il cioccolato di Modica ai pistacchi di Bronte e Raffadali, dalle nocciole dei Nebrodi alle mandorle di Avola, dai fichi di Monreale ai limoni di Siracusa, dal miele di arance di api nere alle fragole di Sciacca, sino alla manna madonita, alle gocce di Malvasia delle Lipari o di Passito pantesco o note di sale delle saline di Trapani. Tutte eccellenze siciliane provenienti da ogni angolo dell’isola attraverso le quali prende forma e sapore quel “rito magico” di quel composto di acqua e farina lasciato lievitare e poi messo in forno.

L’arte del panettone ormai si tramanda da generazione in generazione e i panettoni artigianali sono prodotti di alta qualità perché realizzati con ingredienti unici del territorio siciliano. Realizzati con materie prime di ottima qualità, coniugando antiche ricette, vecchi metodi e soluzioni innovative. La maggior parte di essi sono realizzati con lievito madre, i cui impasti, quasi tutti simili, vengono fatti lievitare per tante ore, ma ciò che li contraddistingue uno dagli altri sono i condimenti esterni, le glasse, gli ingredienti che regalano al palato di ognuno di noi sensazioni intense e dolci. Fornai, cultori del lievito madre, pasticceri, chef e piccoli produttori creano con la loro originalità e artigianalità panettoni artigianali per tutti i gusti, sempre alla ricerca continua di nuovi ingredienti e impasti hanno la capacità di raccontare dentro un involucro morbido e soffice le tradizioni, i profumi e i sapori della Sicilia. Ovviamente accompagnati da gustosissime creme spalmabili.

Ogni anno c’è sempre un nuovo ingrediente, un nuovo abbinamento e un nuovo gusto pronto a stuzzicare la curiosità, i capricci e le papille gustative di grandi e piccini. Provare un panettone artigianale non si limita ad essere solo una semplice esperienza natalizia, ma vuol dire sostenere le aziende siciliane, la nostra cultura e le nostre eccellenze. E noi, consigliandovi di acquistare un panettone artigianale siciliano, bontà irrinunciabile delle nostre festività, non possiamo che augurarvi un gustoso Natale!