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La Vara e i Giganti. A Messina, tra mito e devozione

di Alessia Giaquinta   Foto di Antonino Teramo

Fare festa è, per un popolo, avere la possibilità di poter esprimere attraverso segni, simboli e riti, la propria identità. E agosto, per Messina, è tempo di festa, di feste, documentate già a partire dal XVI secolo. A spiegarcelo è Antonino Teramo, cultore della materia presso la cattedra di Storia Moderna dell’ Università di Messina.

«Tra le processioni superstiti dell’agosto messinese, quella della Vara è la più nota. Si tratta di un’ enorme macchina di forma piramidale che mostra il momento dell’Assunzione in cielo della Vergine Maria e viene trainata da centinaia di “tiratori”, mediante delle funi».

La festa, celebrata il 15 agosto, ha origini antichissime. C’ è chi ha ipotizzato che la Vara derivi dal carro trionfale allestito dai messinesi in onore a Carlo V, passato da Messina nel 1535 dopo la spedizione di Tunisi. «Il carro aveva simboli cosmici e personaggi che presentavano molte analogie con la Vara. Secondo Giuseppe Bonfiglio Costanzo, che scriveva nel 1606, la Vara è stata ideata da un maestro artigiano di nome Radese, e derivava da un simulacro della Madonna a cavallo, e venne riadattata per le feste in onore di Carlo V», spiega lo storico.

Ma come si presenta oggi la Vara?
«Nella prima piattaforma è raffigurata la Vergine morta circondata dagli Apostoli, secondo l’iconografia di origine orientale della dormitio virginis. Salendo verso l’alto vi è una rappresentazione dei sette cieli, raffigurati dalla cortina delle nuvole che, partendo dalla base si innalzano circondate dal sole e dalla luna, concepiti come nel sistema tolemaico. Più in alto, in una terza piattaforma, è presente un globo celeste con stelle dorate, e in cima vi è Gesù che tiene sulla mano destra la Vergine assunta in cielo. All’interno della Vara, vi sono degli ingranaggi che, azionati manualmente portano al movimento rotatorio di tutte le figure e i personaggi, che un tempo erano interpretati da figuranti (almeno fino al 1866) ed oggi sono statue di cartapesta».

E i Giganti di Messina cosa rappresentano?
«Un’ altra processione molto caratteristica dell’agosto messinese è quella di due colossali statue a cavallo, composte da una struttura di legno e ferro rivestita di cartapesta, gesso e stoffa montata su un carrello metallico con ruote. Misurano in altezza più di 8 metri. Le due figure rappresentano un uomo e una donna, originariamente conosciuti con i nomi di Cam/Zanclo e Rea/Cibele, identificati come i fondatori della città. Non è fuor di luogo ipotizzare che le due sculture furono ideate nel XVI secolo in un clima in cui le città miravano ad esaltare le proprie glorie municipali e a dimostrare l’antichità della propria fondazione attraverso l’esibizione di resti ossei ciclopici, rinvenuti durante scavi e attribuiti a ipotetici Giganti, primi abitatori o addirittura fondatori della città. Possiamo ancora ipotizzare che le statue dei giganti costituissero un unico apparato festivo assieme alla Vara, che rappresentava un trionfo cristiano a suggello delle glorie cittadine, caratteristica che è andata perdendosi ai nostri giorni essendo oggi percepite le due processioni come totalmente distinte. Nel corso dei secoli i due Giganti assunsero una forma definita e nel Settecento cambiarono anche i loro nomi in Mata e Grifone con una tradizione popolare che riporta la storia di un guerriero saraceno che per amore si convertì al cristianesimo».

Quest’anno ci saranno le processioni?
«Le processioni sono state interrotte solo dagli eventi tragici che hanno segnato la storia della città. La ripresa delle tradizioni ha sempre in qualche modo rappresentato un ritorno alla normalità, come ad esempio nel 1926 quando la processione fu riproposta per la prima volta dopo il terremoto del 1908, che aveva cancellato Messina. Lo scorso anno, nel 2020 la processione non è stata attuata, così come non ci sarà neanche quest’anno a causa della pandemia in corso. L’augurio è che un ritorno della processione possa rappresentare il prima possibile il ritorno ad una normalità di cui abbiamo tutti bisogno».

La festa di San Giorgio a Ragusa: un tripudio di colori e devozione

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Lorenzo Tumino

Il culto di San Giorgio, a Ragusa, si perde nella notte dei tempi. Venerato già nel periodo greco-bizantino, San Giorgio divenne figura emblematica con i Normanni che riconobbero, nella battaglia del 1063 a Cerami, la loro vittoria contro l’esercito islamico grazie al supporto di un cavaliere armato di spada, con un vessillo bianco sul quale era disegnata una grande croce rossa: San Giorgio.

Chiaramente si tratta di miracolo, di suggestione o leggenda. San Giorgio, infatti, visse in Cappadocia nel III secolo dopo Cristo. Educato cristianamente, il giovane intraprese la carriera militare ricoprendo la carica di tribuno delle milizie. Subì vari tormenti a causa della sua fede cristiana: fu fustigato, lacerato e chiuso in carcere dove, si narra, Gesù gli annunciò sette anni di atroci sofferenze, tre volte la morte e la risurrezione.
Fu martirizzato con la decapitazione, probabilmente intorno al 303 d.C. Le gesta del martire furono immediatamente celebrate e il culto si diffuse velocemente sia in Oriente sia in Occidente.

A Ragusa la festa di San Giorgio cade, in genere, l’ultimo fine settimana di maggio. Il calendario liturgico, però, stabilisce la ricorrenza del martirio il 23 aprile.
E sono tanti, tantissimi, i devoti che in occasione della festa affollano la chiesa, la piazza e le vie della città per rendere onore al Santo. Una tradizione che puntualmente si ripete, che si alimenta di devozione e fede e che manifesta, attraverso il folklore e la pietà popolare, la gioia del popolo cristiano.

Ecco allora che dietro ogni rito, simbolo e manifestazione si nasconde un significato ulteriore. La statua di San Giorgio, per esempio, presenta un giovane vittorioso su un cavallo bianco e, in basso, un drago trafitto dalla lancia. In questa immagine si intreccia sicuramente la storia di San Giorgio con la leggenda che vuole che egli riuscì a sconfiggere un drago pericoloso. Ma, oltre questo, il richiamo cristiano è quello del trionfo di Cristo sul peccato (drago), l’eterna lotta tra il bene e il male, e il cavallo bianco altro non è che il simbolo della fortezza e del ritorno di Cristo, come preannunciato nell’Apocalisse di San Giovanni.La tradizionale “ballata” – che consiste nel movimento del fercolo, per mezzo dei portatori, come in un ballo – richiama invece la gioia pasquale. E poi ancora i petali di rose che vengono lanciati dai balconi sono simbolo di martirio e vita eterna; i fuochi pirotecnici manifestano il gaudio per la gloria celeste del Santo, il lancio di carte colorate durante l’uscita è la moderna espressione di gioia dei fedeli nell’accogliere il loro Patrono per le vie della città.

Tutto questo, e molto altro, è sintetizzato in tre giorni di festeggiamenti che vanno dal venerdì alla domenica, giorno vero e proprio della festa.
Tradizionalmente, il venerdì il simulacro di San Giorgio e l’Arca Santa – dove sono custodite le reliquie di alcuni santi e dello stesso San Giorgio – vengono portate dal magnifico Duomo barocco, dove sostano tutto l’anno, sino alla Chiesa del Purgatorio, in piazza della Repubblica. L’Arca resta lì fino al giorno successivo mentre il Santo viene portato in processione fino alla Chiesa di San Tommaso (vicino ai Giardini Iblei). Il sabato, insieme, fanno rientro al Duomo. La domenica è caratterizzata da giri della banda musicale per la città, dalle messe solenni sin dalle prime ore del mattino e dalla maestosa processione serale del simulacro di San Giorgio, seguito dall’Arca Santa, dalle autorità religiose e civili, da varie confraternite e da numerosissimi fedeli e turisti provenienti da ogni dove. Durante questa processione, i portatori gridano “Tutti Truonu” per indicare che San Giorgio è il patrono della città.

La festa di San Giorgio a Ragusa Ibla può considerarsi certamente una delle tradizioni religiose e folkloristiche più spettacolari di Sicilia: un tripudio di colori, devozione e sentimento d’appartenenza che anche quest’anno, a causa dell’emergenza Covid, mancherà.

 

Le tradizioni di Pasqua in Sicilia

Articolo collettivo realizzato all’interno dell’iniziativa “Redattori per un giorno”.

La Pasqua in Sicilia ha da sempre rappresentato una fonte inesauribile di culti, tradizioni, riti e credenze che mischiano il sacro e il profano, e che ogni città della Sicilia custodisce come un prezioso tesoro. Dai piccoli borghi dell’entroterra, alle città che si affacciano sulle coste, la Sicilia è ricca delle più svariate tradizioni che entusiasmano i fedeli (e non solo).

Da questa consapevolezza nasce l’idea per questo articolo: un racconto, un viaggio meraviglioso che si compone dei diversi tasselli raccontati attraverso le parole e le immagini di lettori e narratori che condividono con quei luoghi le origini e le radici. Un modo per scoprire realtà anche distanti da quelle nelle quali viviamo, tradizioni che probabilmente sconosciamo, ma che contribuiscono ad arricchire il patrimonio folkloristico della nostra Isola.

Inizia il tuo viaggio:

 

La settimana santa a Licata

Articolo e foto di Linda Lauria

La funzioni della settimana Santa, a Licata, iniziano il venerdì che precede la domenica delle Palme con la processione della Madonna Addolorata. In questa occasione, il simulacro percorre tutte le vie del centro in cerca di Gesù, con una moltitudine di fedeli scalzi, in segno di penitenza e ringraziamento. È il cosiddetto “Viaggiu Scauzzu”.

Il mercoledì Santo, si assiste alla processione e l’esposizione del Cristo alla colonna.

La notte tra il giovedì e il venerdì santo i confratelli di San Girolamo, in totale silenzio, percorrono tutte le vie del centro storico con il Cristo adagiato in una lettiga, coperto da un telo nero, e la Madonna Addolorata a seguire.

Solo all’alba i due simulacri si dividono: il Cristo entra nel palazzo “La Lumia” e la Madonna nel santuario di Sant’Angelo.

Alle 13.00 del venerdì santo inizia la processione “du Signuri ca cruci ncoddu”. Dopo circa un’ora uno squillo di tromba annuncia l’attesissima “giunta”: la Madonna vedendo Gesù, corre verso lui e, insieme, proseguono fino al calvario.

Al calar della sera il Cristo viene deposto nella sacra urna dando inizio a una nuova processione, fino alla chiesa di San Girolamo.

Il giorno di Pasqua si assiste a un tripudio di canti gioiosi con la processione di Cristo Risorto, “U Signuri cu munnu mmanu” .

 

 

La Pasqua a Siracusa

di Chiara Cappuccio   Foto di Dario Bottaro 

A Siracusa i preparativi per la Pasqua iniziano, secondo la tradizione, il primo venerdì di Quaresima quando anche i più piccoli vengono coinvolti preparando “u laureddu”, ossia germogli di grano o di legumi posti su cotone inumidito e fatti crescere al buio, proprio come simbolo della rinascita dopo le tenebre. Questi vengono adornati con nastrini colorati e, poi, donati alle chiese il giovedì santo, giorno in cui vengono allestiti i Sepolcri: ogni parrocchia, infatti, adorna un altare con candele, fiori, grano, lenticchie ed altri cereali.

Secondo la tradizione, i Sepolcri vanno visitati sempre in numero dispari e la veglia che inizia dopo la Messa in Cœna Domini e la seguente lavanda dei piedi, si prolunga fino a tarda notte e per tutta la mattina del venerdì.
Il Venerdì Santo vede il simulacro della Vergine Maria Addolorata e il monumento del Cristo Morto portati a spalla per le vie di Ortigia, il centro storico della città. La processione si conclude con il “commovente incontro tra la Vergine Maria e Suo Figlio” prima del rientro.

Il Sabato è il tempo del silenzio ed alle 22.30 inizia la Solenne Veglia pasquale con la benedizione del fuoco nuovo, portato poi dal sagrato sull’altare maggiore con il cero pasquale.
A mezzanotte l’altare si illumina, tutte le luci all’interno della chiesa vengono accese accompagnate dal suono a festa delle campane… Ѐ Pasqua!

 

La Pasqua a Messina

di Rossella Davì

Insieme al Natale, la Pasqua è indubbiamente la festa religiosa più sentita. E cosa c’è di piú religioso delle processioni?!

A Messina sono due le processioni particolari che si svolgono nei giorni di Pasqua: la Processione delle barette (o semplicemente barette) e la Festa degli Spampanati.

Le barette sono realizzate in legno o cartapesta e simboleggiano i momenti della Passione di Cristo, dall’Ultima Cena al Sepolcro. Le sue radici vanno cercate nel XV sec, periodo della dominazione spagnola, e recentemente questa tradizione è stata dichiarata “Patrimonio immateriale della Sicilia”.

Festa degli Spampanati di Ultima TV

La Festa degli Spampanati, risalente al XCII sec, in quanto simbolo della vittoria di Gesú sulla morte, è gioiosa. Le statue della Madonna e di Gesù Risorto vengono portate in processione fino ad incontrarsi, sotto il volo di colombe bianche, nella Basilica di Sant’Antonio. Spampanati era il nome dato alle donne che vestivano abiti molto colorati, visto il periodo già caldo.

Sulla tavola, oltre ai piú comuni dolci pasquali, troviamo la Cuddura cu l’ova, buonissimo dolce di pane con al centro un uovo sodo.

 

Cuddura cu l’ova di Rossella Davì

 

 

La Processione delle Maddalene a Militello Rosmarino

di Rosamaria Castrovinci   Foto di Giuseppe Cardillo

Militello Rosmarino è un piccolo borgo medievale sui Nebrodi. La Processione delle Maddalene fa parte dei riti della settimana Santa e si svolge nel pomeriggio del Venerdì Santo, alle 17.

Si tratta di una processione penitenziale che segue lungo i quartieri i simulacri di Gesù Crocifisso, portato a spalla dai “giudei”, e quello dell’Addolorata.

Le “Maddalene” sono rappresentate da donne appartenenti a tutte le fasce sociali che, per voto o devozione, nella processione del Venerdì Santo, in gramaglie, reggono tramite delle funi la croce di Gesù Crocifisso. Sono giovani del luogo la cui identità è tenuta segreta. Durante la celebrazione sono vestite di nero, il capo è coperto da uno scialle e su di esso, in testa,vi è una corona di spine. Oltre alla fune, reggono in mano un Crocifisso d’argento posizionato vicino al viso che rimane sempre nascosto.

Completata la vestizione le Maddalene si recano alla chiesa Madre, qui le attende il Crocifisso per essere accompagnato nella processione. Le donne si posizionano agli angoli della vara e durante il cammino rimangono in religioso silenzio, nessuna nenia o preghiera, la loro è presenza religiosa e spirituale. Ed è proprio questa presenza a rendere palpabile la sacralità della celebrazione.

 

 

Lu Signuri di li Fasci a Pietraperzia

di Giovanna Orlando   Foto di Domenico Adamo

Vorrei, in questo viaggio virtuale, condurvi a Pietraperzia (En) per raccontarvi di un rito di lunghissima tradizione che non ha eguali e che si rinnova annualmente il Venerdì Santo: Lu Signuri di li Fasci.

Ecco i numeri: il Crocefisso viene posto in cima ad una trave alta 33 palmi siciliani, ovvero 8,51m.a cui va però ancora aggiunta, in altezza, la vara per il trasporto a spalla, eseguito da 80 portatori.

Il nome “Signuri di li fasci” deriva dalle numerose fasce di lino bianco, circa 200, che aiutano durante la processione anche a mantenere in equilibrio la lunga asta di legno; esse hanno una lunghezza di circa 32 m. ed una larghezza di circa 40 cm, sono montate per metà della loro misura totale producendo così il raddoppiamento del numero reale delle stesse. Ai piedi del Cristo è infine posto un globo di legno e vetri colorati (uMunnu) illuminato da 4 lampade che ne esaltano la policromia.

E ora la suggestione: riuscite ad immaginare l’incredibile colpo d’occhio di tale coreografia? Il lento incedere della croce altissima, su quella piramide di fasce bianche, dà l’impressione che essa stessa si muova da sola poiché la vara e i portatori scompaiono sotto le candide strisce di lino che,durante il movimento processionale, per effetto della luce delle lampade, mutano nel colore accrescendo il forte impatto visivo. Suggestione e devozione camminano di pari passo poiché ciascuna fascia che vibra è un legame, una grazia implorata o ottenuta.

Si ha l’impressione di assistere ad un evento improvviso e miracoloso: la visione di una montagna candida, il Golgota, con in cima un Crocifisso che si muove da sé mentre il maestoso fercolo, in moto, diviene un unico insieme attivo, materia umana, non inerte: i fedeli, uniti sotto le fasce, si fondono in un corpo unico.

 

 

La settimana santa a Petralia Sottana

Articolo e Foto di Giulia Monaco

Il centro storico di Petralia Sottana durante la Settimana Santa si fa teatro di drammatizzazioni rituali che simboleggiano rinascita e rigenerazione.

Il Venerdì Santo il lutto è anche assenza di voce: le campane vengono “legate”, e mentre le statue del Cristo morto e della Madonna Addolorata vengono portate al calvario, a rimbombare per le vie della città è solo il cupo suono dei trùocculi (battole) agitate dai confrati.

La sera del Sabato Santo in Chiesa Madre si assiste alla caduta du tiluni: l’enorme manto scuro raffigurante il Cristo in pietà, che per quaranta giorni ha coperto il presbiterio. Questo viene lasciato cadere a mezzanotte in punto, rivelando l’immagine di Gesù Risorto. Antica credenza vuole che la tela debba cadere “dritta”, senza impigliarsi, perché sia di buon auspicio.

La mattina di Pasqua il paese è in festa. Tra emozione e commozione si svolge “U ncuontru”, l’incontro tra il Cristo Risorto e la Madonna. Le due statue partono dalla Chiesa Madre e percorrono vie diverse, per poi giungere a mezzogiorno in punto davanti alla Chiesa du culleggiu e corrersi incontro, tra spari di mortaretti e voli di colombe bianche.

Ci si commuove sempre, perché per qualche istante a trionfare non è solo la vita sulla morte, ma anche l’umano sul divino. Per un attimo, infatti, lo spettatore non vede le figure sacre della Madonna e del Redentore: vede una madre che riconosce il proprio figlio, e nel corrergli incontro per abbracciarlo perde il suo manto nero del lutto, rimanendo abbigliata d’azzurro.

Si applaude, ci si asciuga le lacrime e si lascia che la sacralità riprenda il sopravvento.

Le due statue riprendono il cammino percorrendo insieme il centro storico, ma lo fanno sempre rivolte una verso l’altra, in modo da potersi guardare. La Madonna e Gesù. La Vergine e il Salvatore. Una mamma e il proprio figlio. Infine, rientrano insieme nella Chiesa Madre.

 

 

La Pasqua a Gibellina

Articolo, Foto e Video di Maria D’Aloisio

La Pasqua è la principale solennità del Cristianesimo, per noi Gibellinesi, come presumo per ogni paese o città ove si portano avanti le proprie tradizioni.
La Pasqua, infatti è una festa ricca di pathos.
Si inizia il giovedì santo con la messa della “ Lavanda dei Piedi”, il venerdì con la Processione di Cristo Morto, il sabato con la Veglia Pasquale, e nella giornata di Domenica ci si sveglia con il suono “di li Mascuna” e la “Tammuriniata Itinerante “ per le vie della città.
Intorno alle ore 10 della domenica, avviene la “benedizione dell’angelo” che prosegue fino alle 10.30 fino al cosiddetto “N’Contru di Gesù e Maria “.
La tradizione vuole che due custodi salgono e scendono, per due volte, lungo un viale e la terza volta salirà con loro anche l’angelo. A questo punto, in un magico clima festante, i ragazzi della Congregazione di Gesù e Maria fanno girare le statue della Madonna e di Gesù fino a farli incontrare. Si liberano, allora, le colombe e poi segue la benedizione del parroco a tutta la popolazione.

 

Palermo a tavola: la Pasqua è servita!

Articolo, Foto e Video di Federica Gorgone

In Sicilia si sa, ogni festa è il momento giusto per portare a tavola una pietanza caratteristica (solitamente non molto light).  Oggi vi porto a Palermo e sfidandovi ad entrare in una qualsiasi pasticceria del luogo o in una casa a Pasqua senza imbattervi in banconi e tavole imbastite di dolci tipici pasquali. In realtà, vi dirò, è praticamente impossibile! Anche chi si professa a “dieta” si troverà a scontrarsi con i coloratissimi pupi cu l’uava, superbe cassate e pecorelle di Martorana. Vi è già venuta l’acquolina in bocca non è vero?

In questi giorni mi sono dilettata a cucinare la pecorella pasquale ed è proprio di lei che voglio parlarvi. Dolce, simbolo della Pasqua palermitana, è realizzato con la pasta di mandorle (chiamata Martorana in onore delle suore dell’omonima chiesa palermitana a cui si deve l’invenzione di questa prelibatezza). Bella da vedere e buonissima da mangiare prende vita dalla tradizione legata alla liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto. Ma non lasciatevi ingannare dalle sue sembianze “animalesche” perché, in realtà,questo dolce è interamente vegano.  L’impasto a base di mandorle prende forma in degli appositi stampi e, in seguito, la pecorella viene dipinta a mano. Servita su un vassoietto dorato con una bandiera sul dorso, simbolo di festa, è dunque pronta per essere gustata.

Ecco così che a Palermo la “Pasqua è servita”!

 

 

La Settimana Santa a Vizzini, tra passato e presente

di Eleonora Bufalino Foto di Carmelo Vecchio

Come in altri comuni siciliani, anche Vizzini celebra con fervore la Settimana Santa. I giorni che precedono la Pasqua sono vissuti intensamente da coloro che si rispecchiano nella fede cristiana. La cittadina ripercorre i momenti fondamentali che conducono alla Domenica di Resurrezione, animandosi di devozione e folclore dalle origini molto radicate. Vizzini, infatti, ha da sempre nutrito un forte rispetto della tradizione popolare, in cui gli abitanti fortificavano la propria appartenenza alla comunità.

Durante il Giovedì Santo, che apre le celebrazioni del Triduo Pasquale, i fedeli si recavano a visitare i cosiddetti “Sepolcri”, termine comunemente usato per indicare l’Altare della Reposizione, allestito per custodire il Pane Eucaristico al termine della Messa in Cena Domini. La gente partecipava alla funzione religiosa in cui avveniva anche la Lavanda dei Piedi, simbolo dell’amore e della solidarietà reciproca, e adorava il Sacramento Eucaristico, in una veglia che continuava tutta la notte.

L’alba cedeva spazio al Venerdì Santo, giorno della passione e morte di Cristo. Una moltitudine di persone andava in Chiesa, a rendere onore alla Madonna per la perdita del figlio Crocifisso. Tra loro, vi erano principalmente le donne che le chiedevano una grazia per sé o per i propri cari, tra preghiere, lodi, suppliche silenziose e digiuni di penitenza. Nel pomeriggio iniziava una lunga processione del simulacro di Maria e il Cristo morto per le vie del paese, a cui il popolo partecipava insieme alle Confraternite Religiose, alle autorità civili e militari e al corpo bandistico musicale. Il gruppo scultoreo, ancora oggi trasportato a spalla dagli uomini, risale al 1720, come si evince da alcune fonti della Basilica di S.Giovanni di Vizzini, ad opera dello scultore Francesco Guarino. Padre L.Rizzo, nella sua “Cronistoria del Convento dei PP. Cappuccini di Vizzini, a.D. 1925”, afferma che si può ricondurre ai frati Cappuccini l’introduzione del culto della Madonna Addolorata, nel periodo tra il XVII e il XVIII secolo. La scultura rappresenta il Cristo morto tra le braccia della madre, col capo coperto da un manto nero e il cuore trafitto da un pugnale, con accanto S.Giovanni Evangelista.

Il giro, che ad oggi risulta leggermente modificato, iniziava e si concludeva nella chiesa di S.Giovanni Battista ed era scandito da alcuni momenti cruciali, tra cui l’arrivo in piazza Umberto, allo scoccare delle ore 18.00 dall’orologio del Palazzo Municipale, la sosta nella Basilica di S.Vito, i canti dei bambini e delle suore dedicati alla Madonna, davanti le chiese S.Maria dei Greci e S.Anna, le fermate dinanzi l’ospedale, il saluto al Calvario e il rientro, non più tardi delle ore 22.30. Alcuni elementi della processione conservano la loro particolarità, come la discesa lungo la scalinata L. Marineo, dal movimento oscillante, due passi avanti e uno indietro, che simboleggia la contesa dei portatori appartenenti alle diverse comunità parrocchiali. La rivalità dei Sangiuvannisi e dei Vitisi si manifestava anche durante i brevi attimi di corsa del simulacro, come dimostrazione di forza dei gruppi dei rispettivi quartieri. Il rientro in chiesa, a luci basse, è accompagnato dal Salve Regina del coro e dei fedeli.

Dopo il Sabato, giorno di silenzio e raccoglimento, la Domenica di Pasqua Vizzini celebra la Rinascita, con la rappresentazione della Cugnunta. I simulacri di Gesù Risorto, della Madonna e di S.Giovanni Evangelista vengono portati in piazza dove quest’ultimo, per tre volte, annuncia alla Madonna la Resurrezione di Cristo ma lei stenta a credere. Il simulacro di Gesù allora si avvicina alla madre e il suo velo scuro è lasciato cadere. La piazza è finalmente invasa da un tripudio gioioso di fuochi d’artificio, musiche e suono di campane.
Le tradizioni della Settimana Santa a Vizzini sono l’eredità di un passato vissuto con commozione e spiritualità e ne rappresentano non solo una preziosa testimonianza ma anche la forte cultura del suo popolo.

Clicca qui e rivivi tutte le tradizioni di Pasqua presenti nell’articolo.

 

Il viaggio musicale intorno alla tradizione di Etta Scollo

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Schmidt, Luca Lucchesi, Gianluigi Primaverile

Catanese d’origine ma trasferitasi a Berlino, Etta Scollo è una cantante, compositrice e cantastorie dalla brillante carriera. Partendo dalla Sicilia ha portato con sé la tradizione della sua terra fondendola con diversi generi musicali. Etta Scollo è passata dagli studi in architettura all’ amore per la musica. «Da bambina disegnavo molto e cantavo. Mio padre, che cantava e suonava chitarra e mandolino, ha capito la mia sensibilità musicale e ha avuto un’influenza positiva su di me spronandomi a coltivare la musica, ma suggerendomi anche uno studio che mi desse sicurezza nel futuro. Malgrado gli studi al liceo artistico e poi quelli universitari di architettura, la musica ha preso in me il sopravvento». Nonostante viva in Germania il legame con la sua terra è ancora forte. «Mi affascinava la vita altrove: scoprire nuove culture, confrontarmi con un mondo complesso, erano gli anni dell’impegno civile, della contestazione giovanile, dell’emancipazione della donna, determinanti in questa scelta. Sono sempre stata legata alla tradizione.

Sono cresciuta da un lato in un contesto contadino, quello dei miei antenati e parenti paterni di Licodia Eubea, piccolo borgo rurale in provincia di Catania, e dall’altro lato in quello urbano della città di mia madre, Catania appunto. Ci si accorge a posteriori di quanto simili esperienze giovanili ci abbiano formato, abbiano inciso in noi. Sia la spinta emotiva dell’esperienza personale che la scelta di un approfondimento intellettuale possono diventare fonti di crescita e creatività. Credo di aver sentito l’esigenza personale di mettere in luce una figura importante del mondo popolare siciliano degli anni Sessanta e Settanta. Parlo di Rosa Balistreri, un “ponte” tra cultura popolare e colta, portavoce di un repertorio tradizionale antico, che ripropose i canti raccolti dall’etnologo Alberto Favara tra Otto e Novecento, a lei pervenuti tramite illustri intellettuali siciliani che le furono amici e intuirono il suo valore, spronandola ad abbandonare il canto “folcloristico” per dedicarsi alla tradizione più autentica.

Queste ‘guide’ sono rappresentate dal poeta e studioso Giuseppe Ganduscio, e dal musicologo Paolo Emilio Carapezza. Gli altri miei lavori discografici sono rivolti alla letteratura e alla poesia (scrittori e poeti come Vincenzo Consolo, Salvatore Quasimodo, Sebastiano Burgaretta, Ignazio Buttitta) e a temi storico-sociali come la strage dei migranti che attraversano il Mediterraneo, su cui ho composto una “Suite per Lampedusa”, o un “Oratorio” sulla catastrofe di Marcinelle. Mi affascina l’idea che la musica sia narrazione cantata come ci ha insegnato l’arte e la pratica dei cantastorie, non meno che il “recitar cantando” monteverdiano o le opere di Mozart via via fino alle ballate di Giovanna Marini, o ai rapper impegnati di oggi. C’è tutto un mondo espressivo intorno a questo genere del “cantare il racconto” che mi affascina». Il suo ultimo CD e libro, “Voci di Sicilia”, parla di Sicilia e di siciliani. «Quando la casa editrice tedesca (Edizioni Corso) mi ha chiesto di scrivere un libro sulla Sicilia ho pensato che la Sicilia non è riducibile a un format, solo la voce di chi è testimone della sua Sicilia può rendere un’idea forte di ciò che essa è. Solo in questa discontinuità tra racconti che mettono in luce drammatici paesaggi sociopolitici e idilliaci contesti di biodiversità, solo in questi apparentemente contraddittori passaggi da una realtà a un’altra ho pensato fosse possibile dare coralità alla sintassi complessa di questa terra, con la sua storia, la sua cultura, a tratti la sua spaventevole bellezza. La mia voce è nei brani che accompagnano questi racconti, la mia storia sono brevi aneddoti introduttivi ai capitoli, il tutto in un lavoro nato e cresciuto strada facendo, insieme al fotografo Anton Storch e alla curatrice Klaudia Ruschkowski. Diciamo che questo libro è stato scritto da chi la propria storia ci ha raccontato. Stiamo pensando a una sua pubblicazione in italiano e in inglese».

 

U’ pani di San Giuseppe

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Lino Scillieri

“San Giusippuzzu, vu’ siti lu Patri,
Fùstivu virgini comu ‘a Matri
Maria é rosa, vui siti lu gigghiu,
Datimi ajutu, riparu e cunsigghiu”.

Così si sentono pregare le donne, mentre mescolano acqua, farina, sale e lievito in onore a San Giuseppe.
Stanno preparando, con dovizia, il pane per allestire l’altare dedicato al Patriarca, stanno plasmando – con le loro abili mani – l’alimento simbolo della vita che, per l’occasione, assumerà forme tipiche, tramandate di generazione in generazione.

Una simbologia che non è lasciata al caso ma che, invece, richiama alcuni episodi evangelici e della vita di San Giuseppe, festeggiato dalla Chiesa Cattolica il 19 marzo.
L’origine dei riti che caratterizzano questa festa, però, è pagana. Il 19 marzo, infatti, coincide con l’equinozio di primavera, la stagione del risveglio della natura. Ecco allora il pane – originato dal lavoro della terra unitamente a quello dell’uomo – che incarna i significati di sacrificio, ringraziamento e buon auspicio. Durante il periodo greco in Sicilia, esso veniva considerato un prodotto donato dalla dea Demetra, protettrice delle messi. A lei, infatti, venivano innalzati altari per chiedere la protezione del focolare domestico e l’abbondanza dei raccolti. Questi altari venivano, per l’appunto, arricchiti con pane, focacce e frutta di ogni genere che poi veniva offerta ai più indigenti, o comunque condivisa.

La tradizione si perpetrò nelle culture successive, come forma di ringraziamento per il risveglio della Terra durante la primavera, fino a quando, con l’avvento del cristianesimo, essa fu reinterpretata alla luce del messaggio di Cristo.

Ancora oggi, il 19 marzo, in occasione della festa di San Giuseppe, in molti centri della Sicilia (a Santa Croce Camerina, a Salemi, ad Alcamo, a Gela, a Ramacca, …) si preparano pani a forma di fiori, spighe, farfalle, luna e stelle, e poi ancora a forma di bastone, a forma di barba (a varva di San Giuseppe) e con le lettere iniziali dei membri della Sacra Famiglia. L’effetto finale è decisamente maestoso: un altare di pane e frutti della terra per omaggiare il padre putativo di Gesù, lo sposo di Maria, l’umile falegname, il Santo obbediente, l’uomo fedele a Dio, insomma: “U Patriarca San Giuseppe”.

La preparazione dell’altare tradizionalmente è a cura delle donne che, oltre ad allestire il banchetto con centri e tovaglie da corredo, si premurano ad impastare, nei giorni precedenti alla festa, i caratteristici pani. Una volta date le forme, viene spennellato sul pane una buona quantità di albume miscelato con succo di limone. Questo procedimento, prima della cottura, fa sì che il pane acquisisca una certa lucentezza ed un particolare profumo.

Negli altari, posto a centro, non può mancare u cucciddatu, una grande pagnotta di forma rotonda, che rappresenta Gesù Bambino, vicino al quale sono disposti altri pani che richiamano episodi della sua vita: la croce, l’agnello (“Ecco l’agnello di Dio”, Gv 1,29) e persino il gallo (che cantò tre volte prima che Cristo venisse rinnegato), ma anche le colombe (simbolo della pace) e le spighe (simbolo dell’Eucarestia).

In genere, in corrispondenza delle figure di Maria e Giuseppe – nel quadro della Sacra Famiglia posto al centro dell’altare – i pani possono richiamare le virtù dei due sposi santi: la rosa è emblema della purezza, a scocca (il fiocco) della castità così come anche il giglio; alcuni arnesi del falegname invece richiamano la laboriosità e i baccelli di fave indicano la generosità.
La tavola viene imbandita con cibo semplice, legato alla tradizione contadina e alle usanze del luogo.
Il pane, chiamato allora “U pani di San Giuseppe”, resta però l’elemento cardine di questa tradizione, entrata a far parte dei Beni Immateriali della Regione Sicilia con decreto n. 8184 del 4 Novembre 2005.

Olivette di Sant’Agata, il dolce legato a una storia di fede e tradizione

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di FOTO DI Rosalba Auccello de LA CUCINA DI ROSALBA | IG

Se è vero che la cultura di un popolo si manifesta anche attraverso le sue feste secolari, i tre giorni dedicati alla Santa Patrona di Catania ne rappresentano l’esempio per eccellenza. Dopo la Settimana Santa di Siviglia e quella del Corpus Domini in Perù, la festa di Sant’Agata è la manifestazione religiosa più famosa al mondo. Dal 3 al 5 febbraio la città etnea si popola di turisti, curiosi e devoti da ogni angolo d’Italia, attratti dalla fede e dal folclore che pervade le sue piazze e vie di pietra lavica. Una ricorrenza che tiene in fibrillazione la città del “Liotro” per tutto l’anno; gli abitanti la attendono con impazienza e i preparativi iniziano già subito dopo il Natale. La Festa di Sant’Agata è un’esplosione di colori, ceri, processioni, silenzio reverenziale ma anche delle consuete invocazioni alla Patrona, al grido di “Semu tutti devoti tutti!”. Quest’anno purtroppo le usuali celebrazioni non si terranno a causa dell’attuale emergenza sanitaria, ma la storia e la tradizione restano vive nel cuore dei cittadini catanesi, in attesa di poterla festeggiare in periodi più sereni.

Come ogni siciliano sa, Agata era una giovane nata nel terzo secolo d.C. in una ricca e nobile famiglia siciliana di fede cristiana. Pura e incantevole, intorno ai 15 anni decise di consacrarsi a Dio. Il proconsole Quinziano, a Catania per far rispettare l’editto imperiale che esigeva da tutti i cristiani l’abiura pubblica della loro fede, notò Agata e intenzionato a possederla, le ordinò di adorare gli dei pagani. Al rifiuto della ragazza, iniziò una vera e propria persecuzione fatta di soprusi e torture. Fallito, infatti, ogni tentativo di corruzione, Quinziano la fece incarcerare e lì fu sottoposta all’amputazione dei seni e infine al supplizio dei carboni ardenti. Dall’anno della sua morte, il 5 febbraio 251, Agata viene venerata come vergine e protettrice di Catania e in seguito dichiarata martire e Santa dalla Chiesa cattolica.

In quest’atmosfera ricca di simboli e sacralità, anche i sapori e i profumi ne fanno da padrone. Le vie brulicano di bancarelle piene di qualunque leccornia, pasticcerie e panifici propongono le Minne e le Olivette di Sant’Agata, chiamate in siciliano Aliveddi ri Sant’Àjita. Mentre le prime sono caratterizzate dalla classica forma tondeggiante che richiama metaforicamente ai seni della Santa, le olivette sono piccoli dolcetti che ricordano appunto le olive, fatti di un morbido impasto di pasta di mandorle arricchito da liquore e aromi. Vengono rese verdi dall’aggiunta del colorante e zuccherate a volontà.

Su questi tradizionali dolci ruotano storie e leggende, che intere generazioni di catanesi tramandano con fede e immenso orgoglio. L’origine delle olivette deriva da un episodio della vita della martire; secondo la tradizione mentre la giovane veniva condotta dal proconsole, si fermò ad allacciarsi un sandalo.

Chinatasi, iniziò a sbocciare un albero di ulivo selvatico e a donare i suoi preziosi frutti. Si narra che dopo il martirio e la morte di Agata, i concittadini raccolsero le piccole olive dell’albero e, credendo nel loro grande potere legato alla Santa, vennero offerte agli ammalati, come fossero un cibo in grado di donare cura e conforto dal dolore. Un’altra versione della storia, invece, racconta che Agata, perseguitata dal suo aguzzino, si scontrò con un ulivo sterile che al suo tocco cominciò a produrre olive. Le leggende sulla figura della Santa sono in particolar modo intrecciate alla fertilità e al risveglio della natura, che già a febbraio in Sicilia sboccia timidamente.

Dal 1926, nel XIII centenario della traslazione delle sue reliquie da Costantinopoli a Catania, al centro della piazza del carcere dove fu rinchiusa e martirizzata Agata, fiorisce un ulivo, lateralmente all’entrata della chiesa.

Gustare le olivette e ricordarne la storia, è uno dei modi in cui i catanesi rendono omaggio alla martire innocente, la Regina che protegge la città in cui vulcano e mare si guardano e sorridono da sempre.

Il Presepe popolare siciliano: una tradizione secolare

Articolo di Omar Gelsomino e Foto di Samuel Tasca

In Sicilia la tradizione dei presepi risale al XV secolo. Soprattutto le classi popolari videro nel presepe, e di conseguenza nella Natività, un mezzo che rispecchiasse il dramma della loro esistenza e la speranza di un futuro migliore. Ognuno oltre a essere uno spettatore dell’evento diveniva al tempo stesso narratore e sceneggiatore, rappresentando in maniera aderente quella che era la sua realtà vissuta. Mentre tra le classi agiate si diffondeva sempre più il presepe “colto” (i cui pastori avevano un corpo costituito da un manichino in stoppa, la testa, le mani e i piedi in terracotta e rivestito con abiti di stoffa come nel caso del presepe napoletano o una fattura più pregiata in altre regioni italiane) il presepe “popolare”, realizzato da abili maestri e umili artigiani, era il più diffuso. In Sicilia, altro polo di produzione presepistica, vi erano quattro centri di lavorazione: a Palermo e a Siracusa “i bambinai” erano soliti plasmare le statuine di Gesù Bambino e i presepi con la cera; a Trapani si utilizzava il corallo accompagnato in seguito dall’avorio, la madreperla, l’alabastro, ecc; a Caltagirone, rinomata per le sue ceramiche, i presepi si realizzavano, come ancora oggi, in terracotta e raffiguravano scene di vita contadina.

Ogni anno in prossimità dell’Immacolata si perpetuava un vecchio rituale. In occasione del Santo Natale in tutte le case c’era tanto fermento, grandi e piccini correvano e si dividevano i compiti per allestire il Presepe, o come si usava chiamarlo ‘u casebbiu. Così i primi giorni di dicembre scattava la corsa a cercare i materiali necessari, a volte difficili da reperire: dalla buffetta, cioè un tavolo antico, magari in disuso, ai rami di cipresso (a simboleggiare la vita eterna); di alloro (la gloria), dell’edera (l’amicizia), della quercia (l’eternità) e della palma (la rinascita), utili a formare una sorta di arco che coprisse la parte posteriore del presepe, e sui quali venivano appesi i mandarini; ai bambini, invece, veniva affidato il compito di recuperare la terra, i sassolini e il muschio. Già, la raccolta di quest’ultimo diventava una vera e propria sfida: cercandolo lungo caseggiati di campagna e giardini, vinceva chi riusciva a portare il pezzo di muschio più grande senza farlo rompere.

Questi tre elementi servivano per la parte scenografica, con i quali si creavano campi, viali, collinette, si riempivano dei vuoti ed infine si usava il sughero per la grotta. Si realizzava una specie di volta per rappresentare il cielo con le sue stelle e poi si usava mettere del grano in prossimità della grotta e spargerlo sulla terra, fin quando non sarebbe germogliato, simboleggiando così il ciclo della vita.

Il passo successivo era quello di posizionare i pastorelli, le classiche figurine in terracotta, con i loro vivaci colori, che rappresentavano i vari personaggi. Le figurine generalmente più vicine a San Giuseppe, la Madonna e Gesù Bambino, insieme al bue e all’asinello collocate nella grotta, sono: lo zampognaro, ‘u spavintatu da rutta, cioè lo spaventato che esprime tutto il suo stupore di fronte al miracolo della Natività, i Re Magi, e poi ‘u cacciaturi (il cacciatore), ‘u durmutu sutta ‘u chiuppu (il pastore addormentato sotto un albero), ‘u ginnareddu (il vecchietto che si riscalda le mani), il pastore che reca in dono i frutti, la lavandaia, il venditore di ricotta, il falegname, lo stovigliaio, ecc. oltre agli altri personaggi che si richiamano a scene di vita popolare, contadina e pastorale.

Il presepe “popolare”, a differenza di quello “colto”, era contraddistinto da figurine dipinte solo sulla parte anteriore mentre sul retro erano completamente piatte, proprio perché erano destinate ai ceti meno abbienti. Ancora oggi, soprattutto in questo tempo di pandemia da Coronavirus, il presepe oltre a possedere un importante significato religioso rappresenta un’ancora alle radici e alle nostre tradizioni, un modo ulteriore per rimanere saldi alla nostra identità.

Le tradizioni del pranzo di Natale in Sicilia

Articolo di Omar Gelsomino

Da sempre in Sicilia gli ingredienti delle feste di Natale sono tre: la famiglia, il cibo e la tradizione. Proprio le tradizioni determinano il cibo, gli usi e i costumi legati alla spesa, persino la disposizione a tavola. Già da settimane si comincia a programmare e alcuni giorni prima si pensa a fare la spesa, prendendo d’assalto mercati (per acquistare prodotti freschi e genuini, dalla frutta alla verdura, al pesce senza dimenticare la frutta secca) e supermercati, pensando ai gusti degli ospiti per non scontentare nessuno.

Il Natale è un omaggio alla tradizione siciliana, ereditata dai Greci agli Arabi, così da Palermo a Catania, da Ragusa a Trapani, sono tanti i piatti della festa elaborati nelle versioni più gustose. La giornata di Natale comincia presto perché c’è tanto lavoro da fare: preparare gli ingredienti per la buona riuscita dei cibi e imbandire la tavolata per la festa mentre il telefono continua a squillare. Nel salone in bella mostra un presepe e l’albero di Natale con i regalini per i più piccoli.

Il pranzo di Natale non comincia se non sono arrivati tutti, compresi i parenti che vengono da fuori, con gli amici che passano per un saluto e gli auguri. Sulla tavola arrivano piatti stracolmi di tante prelibatezze, apprezzate ancora di più per l’aria di festa che aleggia nelle famiglie. In ogni parte della Sicilia, secondo la tradizione, ecco cosa si prepara: dalla pasta al forno agli anelletti alla pasta ‘ncaciata, dalle lasagne al ragù ai timballi, dai cannelloni al pasticcio; dal pollo ripieno all’arrosto, all’arrotolato (oppure il falsomagro). Senza dimenticare i dolci tipici (cassata, cassatelle, crispelle, cannoli, buccellato, sfinci, torrone, nucatoli, cubbaita, giuggiulena, mostaccioli, collorelle e panettone).

E poi cominciano le discussioni più disparate, perché il Natale è anche ritrovarsi: si parla degli amici, affiorano i ricordi di tempi passati o di gente che non c’è più, del fidanzamento o del matrimonio di qualcuno, del lavoro o del trasferimento di qualcun altro. Si propone quale presepe vivente visitare. Mentre altri finito il pranzo preferiscono divertirsi con la vecchia tombola, alcuni si fermano a giocare a carte (scopa, briscola, sette e mezzo, cucù, tre sette, baccarà, poker) sgranocchiando l’immancabile frutta secca (mandorle, noci, nocciole, pistacchi, simenza) accompagnata dai dolci tradizionali della festa.

Tra chi è ormai stanco delle ore trascorse a giocare a carte e chi rientra dalla visita a parenti e amici o al presepe vivente, ci si siede di nuovo a tavola per la cena, consumando stavolta gli avanzi della Vigilia di Natale e del pranzo: dal baccalà fritto oppure condito col limone per un’insalata come antipasto al pesce spada, dalla scaccia ragusana alla ‘mpanata messinese, dalle torte salate ai pastizzi, dalle scacciate con i broccoli alla zucca rossa fritta con le olive ai broccoli affogati, dalla caponata agli assaggi di formaggi e salumi siciliani (pecorino, piacentino ennese, ricotta, salame di suino) alla gelatina.

Del resto in Sicilia è così, il Natale non è altro che un grande e infinito banchetto, non si sa quando inizia né quando finisce. Due giorni di festa in cui sapori, tradizioni e quelle atmosfere uniche sopravvivono, ma soprattutto si tramandano nel tempo. Quest’anno non sarà il Natale di sempre a causa del Covid, che tanto sta limitando e stravolgendo le nostre abitudini e la nostra vita: non sarà possibile riunire tutti i familiari, non ci si potrà spostare facilmente né visitare i presepi viventi, per gli auguri faremo le classiche telefonate o le videochiamate. Ma non sarà una pandemia a cancellare il senso profondo del Natale e le nostre tradizioni: anche se in pochi attorno ad un tavolo dobbiamo difenderle perché rappresentano la nostra fede e la nostra identità culturale, con il desiderio di tornare a vivere il Natale di prima, dove la gioia, la festa e la serenità dello stare insieme scaldano il cuore e seppur per poco tempo ci distraggono dal presente.

Attenzione… Arriva Luvespone! Guido Savatteri e il suo amore per il reggae

Articolo di Samuel Tasca

In giro ne parlano tutti. Alcuni mi dicono: “Dovreste intervistarlo, è davvero in gamba!”. Ed eccolo, all’improvviso, nello stesso locale che avevo scelto quella sera. Look semplice, volto simpatico e in testa una cosa sola: la musica. È Guido Savatteri, in arte Luvespone, il nuovo talento della musica reggae siciliana.

Spiegaci, perché hai scelto il reggae come genere musicale?
«Io non ho scelto nulla: è stato lui a catturarmi con le sue vibrazioni e con il suo sound.
Scherzi a parte: considero il reggae più di un semplice genere musicale. Nei testi e nelle sonorità di questa musica ho trovato componenti storiche, culturali e folkloristiche che mi hanno affascinato molto.
Inoltre, è interessante notare come la Giamaica, un’isola più piccola della Sicilia, abbia influenzato una discreta parte della musica mainstream con il suo sound autentico e inconfondibile».

Prima l’esperienza con il progetto “Reggae Connection”, poi il lancio della carriera da solista e adesso il boom di successi con il feat. con Tarsia per il singolo “Ubriachi fino alle tre”, come è cambiata la tua vita?
«Principalmente, il cambiamento è avvenuto nella gestione della mia vita: adesso che la musica è diventata la componente fondamentale, è cambiato l’ordine delle mie priorità.
Sicuramente, le criticità legate al Coronavirus ostacolano i concerti e le esibizioni dal vivo: ciò comporta delle ricadute negative anche dal punto di vista economico. Tuttavia, se c’è una cosa che ho capito in questi 29 anni di vita è che, per inseguire un sogno, non bisogna mai mollare.
Continuerò a scrivere le mie canzoni e farò di tutto per farmi trovare pronto».

Provieni da una piccola realtà della Sicilia, Caltagirone (CT), dove a volte realizzare i propri sogni, specialmente in ambito artistico, può sembrare un’ardua impresa, ma tu sembri aver intrapreso la strada giusta, qual è stato il tuo segreto?
«Ho fatto quello che fanno le persone innamorate: ho seguito il cuore e sono stato guidato dall’entusiasmo. Ovviamente è stato un gran lavoro di squadra: con la Reggae Connection e con le tante persone che ci supportano siamo riusciti a creare un “movimento Reggae” che ha coinvolto il nostro territorio. Le difficoltà ci sono state, ma siamo riusciti a superarle, cercando di diffondere un nuovo sound con tutti i mezzi possibili (programmi radiofonici, concerti, eventi ed incontri).
Dopo 12 anni, ci siamo resi conto che nel territorio del Calatino abbiamo tanta gente che conosce la nostra musica e di questo ne andiamo fieri».

Prima il concetto del tempo rivisto nell’ottica di una quarantena con il singolo “Time Taking Over” e poi quello della bellezza e autenticità dell’essere con “Ubriachi fino alle tre”, cosa ti ispira nella composizione dei tuoi testi?
«Sicuramente le esperienze che vivo, insieme a ciò che mi lascia la gente che passa dalla mia vita.
Devo aggiungere, però, che anche la mia formazione umanistica, ricca di studi e docenti meravigliosi, sta giocando un ruolo importante nella creazione dei miei brani.
Cerco di captare gli input attorno a me e di trovare le parole giuste per fare in modo che possano arrivare al cuore degli ascoltatori».

Una curiosità… perché LUVESPONE?
«Il mio nome è Guido. Tutti mi sfottevano con la più classica delle ingiurie: Guido… La Vespa. Quando ho potuto scegliere il mio nickname, ho pensato subito a “LUVESPONE”.
E quindi: “Guido…La Vespa?. No: LUVESPONE”.
Ho giocato di auto-ironia e mi è andata bene».

Alla fine della conversazione sono convinto di aver conosciuto un giovane talento pronto a conquistare il grande pubblico: la grinta e l’entusiasmo che lo caratterizzano traspaiono da ogni sua parola. Non mi resta, quindi, che augurargli ogni successo a nome di tutta la redazione di Bianca Magazine. E adesso? Assieme a Guido tutti in sella a lu vespone… si parte verso il prossimo successo!

 

Devotion, l’ode alla bellezza di Dolce e Gabbana

Articolo di Omar Gelsomino

L’estro, la creatività, il sogno e la bellezza. Questi elementi contraddistinguono il marchio D&G.

Presentato in anteprima mondiale al Teatro Antico durante l’edizione 2020 del Taormina Film Fest “Devotion”, la pellicola prodotta da Domenico Dolce e Stefano Gabbana, è arrivata anche a Caltagirone, seconda tappa dopo Siracusa. La Regione Siciliana ha scelto Dolce&Gabbana per promuovere e valorizzare l’Isola, da sempre ambasciatore della Sicilia e dell’Italia nel mondo. Anche la città della ceramica è stata animata da questo evento tanto atteso. Dalla Villa comunale è partita una sfilata formata dalla banda dell’associazione musicale “Luigi Sturzo” e dalla banda Montecassino di Militello in Val di Catania, seguite da gruppi folkloristici e dai carretti siciliani per giungere in piazza Umberto. Mentre in via Vittorio Emanuele degli stand decorati con i colori e i motivi dei carretti siciliani e gli allestimenti tipici del folklore siciliano esponevano le eccellenze enogastronomiche del territorio e del settore ceramico con i Distretti e i Consorzi della Regione Siciliana sotto la supervisione del maestro pasticciere Nicola Fiasconaro; in via Roma, piazza Umberto, via Duomo, via Principe Amedeo e via Luigi Sturzo, diversi maestri ceramisti con le loro postazioni si sono esibiti in alcune estemporanee. Nel piazzale di Sant’Orsola il meraviglioso spettacolo della Primaria Compagnia dei Pupi Siciliani di Caltagirone intratteneva i passanti.

 

Dopo i saluti del sindaco di Caltagirone Gino Ioppolo e dell’assessore regionale alla Sanità Ruggero Razza e gli interventi del direttore del Museo Regionale della Ceramica Andrea Patanè, della dirigente scolastica del Liceo Artistico “Sturzo” Concetta Mancuso, lo storico Giacomo Pace Gravina, il presidente del Distretto Produttivo Ficodindia di Sicilia Antonio Lo Tauro, la presidente del Distretto Agrumi di Sicilia, accompagnati dalle immagini della dimostrazione al tornio del maestro ceramista Mario Milazzo e del piccolo Giacomo, poi è arrivato il momento clou della serata con la proiezione di “Devotion”. Ancora una volta Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno scelto il regista premio Oscar Giuseppe Tornatore per raccontare l’amore incondizionato per la Sicilia, con le musiche del Maestro Ennio Morricone, scomparso il mese scorso.

“Devotion” racconta l’infinito amore di Domenico Dolce e Stefano Gabbana per la Sicilia, fonte inesauribile della loro creatività, e l’instancabile passione per il loro lavoro: un intimo percorso alla scoperta di una dimensione autentica e lontana dai riflettori della moda. Un’ode alla bellezza, alla cultura, alle tradizioni e ai saperi che sfociano nell’incontro tra la Sicilia e Dolce&Gabbana rendendo uniche le loro creazioni.

Domenico Dolce spiega come è nata l’idea di Devotion: «Quando abbiamo deciso di presentare a Palermo le Collezioni Alta Moda, Alta Sartoria e Alta Gioielleria, abbiamo chiesto al Maestro Giuseppe Tornatore se aveva voglia di seguirci e fare questo lavoro su di noi, ma la cosa ci imbarazzava alquanto data la sua incredibile statura di regista premio Oscar. È stata una bella sfida: noi sappiamo fare vestiti, non siamo attori».

«All’inizio ha prevalso l’imbarazzo, ma Giuseppe è stato molto bravo a farci sentire a nostro agio. Ci ha fatto ricordare le difficoltà e le gioie dei nostri primi anni: allora come oggi, condividevamo un obiettivo; l’amore e l’entusiasmo che da sempre mettiamo nel nostro lavoro e che ci hanno portati dove siamo oggi» commenta Stefano Gabbana. «Della Sicilia amiamo tutto: i colori, le espressioni artistiche, gli scorci mozzafiato, le feste di paese, la buona cucina, il folclore che rivela l’anima del territorio e delle persone che lo abitano, il suo ‘bello assoluto’. Amiamo tutto ciò che è siculo – spiegano Domenico Dolce e Stefano Gabbana -. Quello che cerchiamo di fare con il nostro lavoro è raccontare, valorizzare e tramandare questo patrimonio culturale di straordinaria bellezza. Le cose belle devono essere preservate e mai come adesso abbiamo tutti bisogno di ripartire: come sempre, continueremo a puntare sull’Italia ripartendo da questa meravigliosa isola, fonte inesauribile della nostra creatività».

Per il Presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci «Il genio artistico e creativo di Domenico Dolce e Stefano Gabbana ha contribuito a diffondere nel mondo l’immagine solare e positiva della Sicilia. L’originalità e la qualità delle loro creazioni sono il miglior biglietto da visita per una regione in cui natura, colori, profumi, storia e cultura si fondono in un paesaggio talmente affascinante da colpire il cuore e la mente del viaggiatore e stimolare la fantasia di chi ancora non ha visitato questa splendida terra».

«Vedere questo centro storico magnifico, per una persona sensibile all’arte, alla cultura e alla storia, di questa terra meravigliosa di Sicilia penso sia stata la scelta appropriata inserire Caltagirone in una delle tappe del progetto itinerante di Devotion – dichiara Nicola Fiasconaro -. L’accoglienza e l’entusiasmo che trasmette la gente è davvero emozionante. Folklore, bellezza, arte e cultura rappresentano un connubio magnifico. La scelta di Dolce&Gabbana di fare un accordo con la Regione Siciliana è una grande scommessa, speriamo di saper cogliere questa opportunità unica e storica che ci viene offerta, perché può risollevare questo nostro immenso patrimonio agroalimentare. Il meglio della Sicilia sarà messo in luce grazie alla visione di Domenico Dolce e Stefano Gabbana».

A far cornice sulla Scala di Santa Maria del Monte è stato realizzato un disegno artistico, formato da piante e coppi, che rappresenta la foglia d’acanto da sempre soggetto della secolare decorazione ceramica mentre i coppi illuminati rappresentano il fiore, e poi in chiusura lo spettacolo dei fuochi d’artificio in attesa che iniziasse la seconda proiezione. Questo progetto itinerante basato sulla bellezza della Sicilia racchiuso in “Devotion” continuerà a Castellammare del Golfo (8 agosto), a Palermo (12 agosto) ed infine a Polizzi Generosa (16 agosto).