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Decennale del Marefestival, dall’1 al 4 luglio, Claudio Gioè e Barbara De Rossi tra le stelle del Premio Troisi a Salina

Articolo di Omar Gelsomino

L’attore palermitano Claudio Gioè, reduce dal successo di “Màkari” su Rai1, boom di audience, e l’attrice romana Barbara De Rossi saranno tra gli ospiti del Decennale del Marefestival Salina per ritirare il Premio in ricordo di Massimo Troisi nella suggestiva cornice di Malfa nell’isola eoliana, dall’1 al 4 luglio. Tre serate e quattro pomeriggi tra proiezioni cinematografiche, dibattiti e focus su temi d’attualità, presentazioni di libri, premiazioni e momenti di spettacolo, musica e comicità animeranno il Comune di Malfa tra il Centro Congressi e la piazza Immacolata.

Gioè, classe ’75, si è distinto fin dagli esordi lavorando al fianco dei registi come Luca Guadagnino, Marco Tullio Giordana, Riccardo Milani. Note le sue interpretazioni in film sul tema mafia da “Paolo Borsellino” in cui vestiva i panni del giudice Ingroia al Totò Riina de “Il capo dei capi”; e ancora “La mafia uccide solo d’estate”, sia film che fiction. Tantissima televisione alternata al grande schermo lo hanno reso uno degli attori più apprezzati nel panorama italiano: sarà protagonista della seconda serata del Festival.

La De Rossi ha una lunga carriera televisiva, cinematografica e teatrale: 26 film, 40 fiction, 18 programmi televisivi, è uno dei volti più amati dal grande pubblico fin dagli anni ’80, quando ottenne molta popolarità grazie allo sceneggiato di Franco Rossi “Storia d’amore e d’amicizia”. Da lì un successo dietro l’altro, che l’ha portata a vincere numerosi premi e riconoscimenti: ritirerà il Premio Troisi 2021 nella serata d’apertura del Festival e parlerà dei suoi prossimi impegni.

Come ogni anno, la manifestazione dà spazio ai giovani talenti: Premio Troisi sezione Emergenti al regista e documentarista Alessandro Genitori per il suo ultimo suo lavoro “Il nostro meglio”, che vede per la prima volta davanti la cinepresa la modella Sara Caridi. Sarà presentato in anteprima ed è dedicato al periodo della pandemia e in particolare si tratta di un omaggio all’immenso, straordinario, indispensabile lavoro di tanti medici e operatori sanitari che si sono spesi in prima persona per combattere il virus e fronteggiare l’emergenza.

A firmare il Manifesto ufficiale del Decennale, Tina Berenato, che ha voluto omaggiare la manifestazione richiamando la celebre scena de “Il Postino” dove Massimo Troisi e Philippe Noiret parlano di amore e poesia nell’atmosfera bucolica del film – capolavoro e si trovano nel cuore del mare e del paesaggio di Pollara, il luogo divenuto celebre nel mondo grazie alla pellicola e al suo romantico tramonto mozzafiato.

Marefestival ha come media partner il TGR RAI, è organizzato da Massimiliano Cavaleri, Patrizia Casale e Francesco Cappello, e condotto da Nadia La Malfa e Marika Micalizzi. L’evento, patrocinato da Assessorato regionale alla Salute, Assessorato regionale al Turismo, ARS, Comune di Malfa, Asp Messina, Asp Ragusa, Arnas Garibaldi, Ordine dei Giornalisti di Sicilia, Federfarma Sicilia, Ordine dei Medici di Palermo, Confesercenti Messina. Per rimanere aggiornati su programma e news: @marefestival su Facebook, Instagram e YouTube e www.marefestivalsalina.it.

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Macari, un borgo marinaro da set cinematografico

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Antonino Ciulla

Sicuramente prima del suo debutto televisivo nella fiction su Rai 1 in pochi lo conoscevano. Macari o Màkari, come nello sceneggiato, esiste davvero e si trova nella Sicilia occidentale. Un piccolo borgo marinaro, frazione di San Vito Lo Capo, situato nella provincia di Trapani, dove è stata ambientata la serie tv Màkari.

Ispirata ai romanzi gialli del giornalista Gaetano Savatteri, la fiction ha fatto conoscere questo angolo meraviglioso di Sicilia, Macari, Castelluzzo e l’area limitrofa rappresentano un territorio incontaminato e selvaggio, dove si trovano le spiagge più belle del Mediterraneo, tanto da essere definite i “Caraibi siciliani”. Il cast, tutto siciliano, ha come protagonisti principali: Claudio Gioè che interpreta Saverio Lamanna, Ester Pantano (intervistata nelle pagine del numero 27 di Bianca Magazine) è Suleima e Domenico Centamore nel ruolo di Peppe Piccionello. Lamanna ritornato nella sua terra d’origine dopo essere stato licenziato, insieme agli altri due compagni di avventure, veste i panni dell’investigatore privato muovendosi agilmente in una meravigliosa Sicilia che fa da cornice.

Sovrastato dalla maestosità del Monte Cofano, il delizioso borgo di Macari e il suo incantevole golfo sono immersi in una natura incontaminata. Un luogo in cui potersi immergere in uno straordinario ambiente naturale, tra silenziose calette di ciottoli, imponenti falesie e grotte piene di fascino e mistero, ideale per escursioni e passeggiate in bicicletta o a cavallo, è la meta migliore per il relax. Piccole e meravigliose insenature come Isulidda, Bue Marino e Cala Rosa da scoprire. Due imponenti torri d’avvistamento narrano storie di avventure piratesche e d’amore. Alle sue spalle si stagliano maestosi i monti della Riserva dello Zingaro e una parete di falesie, creando una quinta incredibile. Una destinazione che rimarrà nel cuore grazie ai suoi tramonti indimenticabili, angoli di mare unici, pieni di bellezza e fascino.

Vivaci boungaville e profumati fiori di gelsomino cingono le case del piccolo paradiso naturale nel Mediterraneo che è San Vito Lo Capo, uno scrigno ricco di emozioni uniche. Per non parlare dello splendido mare dalle diverse sfumature di blu, tanto che al suo litorale sono state assegnate le 5 Vele nel 2019 da Legambiente e dal Touring Club per la limpidezza delle acque e i servizi in spiaggia, mentre ai fondali bassi sabbiosi, adatti per i più piccoli, i pediatri italiani hanno assegnato la Bandiera Verde. Qualche chilometro più avanti da San Vito Lo Capo è possibile ammirare uno scorcio di costa mozzafiato, alternandosi tra rocciosa e sabbiosa, prima di tuffarsi in mare: la baia di Santa Margherita. Poco distante si trova Castelluzzo, piccolo borgo incastonato nella Valle degli Ulivi, con i suoi sentieri che si arrampicano tra fichi d’india e fiori mediterranei, a pochi passi dal mare, conserva un ambiente ancora intatto in cui il tempo è scandito da semplici ritmi naturali, consigliato per il turismo naturalistico e rinomato per una delle sue tante eccellenze, come l’olio, la cui fragranza particolare è data principalmente dalla buona qualità dei terreni. Ogni anno si tiene un evento dedicato alla cucina popolare e ai suoi sapori, Baglio Olio e Mare. Sullo sfondo si staglia la silhouette del Monte Cofano. Un territorio compreso fra due riserve naturali, quella di Monte Cofano, da una parte, e quella dello Zingaro, dall’altra, lo proteggono e lo rendono unico.

Un angolo di Sicilia, che fa da contraltare ai luoghi cui siamo abituati vedere nella fiction del Commissario Montalbano, tutto da scoprire: oltre a Macari, Castelluzzo, San Vito Lo Capo, anche Trapani con le sue splendide saline, il borgo medievale di Erice, l’antica Segesta e la Riserva dello Zingaro. Meravigliosi colori cangianti del mare, spettacolari tramonti, panorami mozzafiato, luoghi straordinari e gustosi sapori renderanno indimenticabile la visita in uno dei territori più belli della Sicilia occidentale.

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Sergio Friscia: «Lo spettacolo è il mio mondo»

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Luca Evangelisti

È un artista poliedrico. Uno showman di razza amatissimo dal pubblico. Sergio Friscia, palermitano doc, riesce a interpretare tanti personaggi con la sua spontaneità, dal comico al drammatico. Attore di cinema, teatro, imitatore, dj, speaker, conduttore è un vero personaggio dello spettacolo. Tra una battuta e l’altra Sergio Friscia si racconta a Bianca Magazine, dall’infanzia agli esordi, dalla gavetta al meritato successo.

«Da bambino ero una peste (ride, ndr). Mio padre girava in macchina per Palermo tutta la notte sino a quando non mi addormentavo. Mi sono fatto cacciare dall’asilo perchè dicevo le parolacce imparate da mio cugino e da mio zio. Mi portavano in giro ad abbordare le ragazze e mi insegnavano a dire “Che belle cosce che hai”, per poi intervenire, quando era il momento, con: “Scusa mio nipote, ciao, molto piacere!”. Così loro facevano la parte dei fighi ed io quello vastasissimo. Nessuno dei miei parenti voleva tenermi con loro e mia madre, allora direttore, fu costretta a portarmi con lei al Banco di Sicilia. Sono cresciuto nelle agenzie di Palermo, insegnando le parolacce anche ai cassieri. Essere un grande osservatore da piccolo mi è servito per creare i miei personaggi. Indossavo parrucche, gli occhiali della nonna e le collane per imitare i miei parenti. Per intrattenere i miei compagni delle elementari la maestra mi faceva raccontare le storie del mio cane Cilì. L’improvvisazione è stata una delle mie armi vincenti per districarmi nelle situazioni, pensare velocemente ad una battuta che può chiudere un concetto. Sono sempre stato aggregante. Ancora oggi Amadeus, Carlo Conti e altri dicono che “è bello avermi nel gruppo perchè ci divertiamo e lavoriamo in armonia”, così come sui set dei film».

Il sogno accarezzato del mondo dello spettacolo è poi diventato realtà. «Sognavo di fare questo mestiere, di avere un mio show in prima serata su Rai 1 e un ruolo da protagonista in un film con De Niro e Al Pacino, i miei attori preferiti. Ho sempre sognato in grande, crescendo capisci che non dipende dal tuo impegno e dal tuo talento, ma da altre cose che non fanno parte del tuo modo di essere: cerchi di fare il tuo, senza chiedere niente a nessuno e camminando con le tue gambe. Ti rendi conto che nella nostra società non c’è meritocrazia. Come dico sempre nella vita è questione di culo: o ce l’hai o… La passione per lo spettacolo è nata quando facevo l’animatore nei villaggi turistici: ricordo che negli spettacoli serali facevo l’attore, il regista, il coreografo e senza mezzi dovevo inventarmi tutto. Quando cominciai a fare televisione arrivò un successo incredibile. Io e Francesco Vallone di Tele Sud ci inventammo Limitati Network: chiamai alcuni amici, Gioacchino Caponetto e Fabio Pellerito, a co-condurre insieme a me, poi è nato “Belli sodi”, e insieme a Marcello Mordino e Vittorio Cassarà formammo un trio ottenendo tutto il successo possibile in Sicilia. Compresi però che se volevo fare il salto nazionale dovevo lasciare la mia amata Sicilia, il suo mare, tutte le sicurezze per fare la gavetta e la fame, con tutte le difficoltà del caso: esperienze che ho raccontato nel mio libro “Un girovita da mediano” per Rai Eri. La soddisfazione più bella è arrivata quando, nel mitico Studio Uno di via Teulada 66, ho condotto Mezzogiorno in famiglia dal 2009 al 2019, ideato e diretto da Michele Guardì».

Un’altra sua passione è la musica, dopo anni di gavetta, con programmi di successo. «Ho iniziato a collaborare con le radio: gli esordi come deejay con Radio Young e Radio Time e deejay vocalist nelle discoteche siciliane, poi sono arrivate Radio Kiss Kiss e la trasmissione su RDS insieme alla grande Anna Pettinelli, con cui conduco il programma di punta mattutino. La radio è il mio primo amore e rimane il più grande». Apprezzato dal pubblico per la sua umiltà e per essere rimasto il Sergio Friscia di sempre. «Anche se in Italia è considerata una malattia mi piace essere poliedrico. Ritengo che ci siano gli attori e i non attori, quelli che hanno un talento innato e sui propri errori con umiltà crescono e si migliorano; poi ci sono quelli che se non chiedono la raccomandazione non lavorano mai, ma sono quelli che lavorano di più. Devi scontrarti con la realtà, quando ti si dà l’opportunità devi dare il massimo, lasciare un bel ricordo, il profumo come si dice da noi. Io continuerò a spaziare: radio, cinema, fiction, teatro interpretando qualsiasi ruolo. Il pubblico mi apprezza nei ruoli comici nei film di Pieraccioni e di Ficarra e Picone, in teatro con “Aladin, il musical geniale”, o drammatici come nel “Capo dei capi” e “Squadra antimafia”. Lo spettacolo è il mio mondo. Mi piace regalare sorrisi ed emozioni, sorprendere e stupire. Ho il pubblico dalla mia parte, c’ è un rapporto di fiducia e stima reciproco, nessuno mai potrà togliermi questo affetto. Nella vita quotidiana sono il Sergio di sempre, quello che ero al liceo, ho gli amici di sempre con cui condivido tutto, ci confidiamo e confrontiamo: se mi dicono certe cose lo fanno per farmi crescere ed è importante ascoltarli. Riconoscono che sono la persona di sempre, che non mi sono montato la testa, che ho avuto la fortuna di vivere di quello che ho sempre voluto fare: sto facendo il mestiere che amo di più al mondo».

Congedandosi da noi ci svela alcuni suoi desideri e non possiamo che augurargli di realizzarli perché li merita davvero. «Prima di chiudere la mia carriera artistica mi piacerebbe interpretare un film da protagonista e un one man show perché ho alcune mie storie nel cassetto. Sicuramente non succederà né l’una né l’altra cosa, ma se avverrà tuttu bonu e binidittu (tutto buono e benedetto, ndr). Voglio continuare a divertirmi, ma non me lo fate diventare un lavoro (ride, ndr). Soprattutto in questi momenti è fondamentale regalare sorrisi. Viva la vita, la serenità e l’amore, quei valori che mi hanno insegnato i miei genitori e che un giorno trasmetterò, se ci saranno, ai miei figli. Grazie di questa bellissima chiacchierata».  

∏PaoloCiriello

Alessio Vassallo «Amo raccontare storie»

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Paolo Ciriello

Si è imposto nel panorama cinematografico e televisivo come uno dei più promettenti attori italiani. Nella sua giovane e brillante carriera ha ricoperto tantissimi ruoli, anche se il pubblico lo conosce come Mimì Augello de “Il giovane Montalbano”. Alessio Vassallo, trentaseienne artista poliedrico palermitano, dopo aver conseguito il diploma alla prestigiosa Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” debutta in teatro, senza mai abbandonarlo, iniziando a recitare oltre che nella serie dedicata al commissario di Camilleri, attraverso la quale ha conquistato la notorietà a fianco di Michele Riondino, anche in tante altre serie di successo: da “Agrodolce” a “Edda Ciano e il comunista” a “Romanzo siciliano”, passando per «Squadra antimafia – Palermo oggi 2», «I Medici» e in diversi film, cortometraggi e spot televisivi. Incontriamo Alessio Vassallo, conosciuto e apprezzato per il suo straordinario talento, e ci racconta la sua vita, la sua carriera e i suoi progetti come una qualunque persona normale, soddisfatto del suo bellissimo lavoro.

Quando nasce la passione per la recitazione?
«I primi anni all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico sono stati fondamentali. Oltre a nutrire quotidianamente la mia passione, questi anni mi hanno donato una forte disciplina che per il mio lavoro è l’ingrediente più importante».

Tanti i ruoli interpretati sinora, ma quello che ti ha insegnato o colpito di più qual è stato?
«Penso il primo. Nel film “La vita rubata” interpretavo Pasquale Campagna insieme con Beppe Fiorello, che impersonava Pietro Campagna. A questi due fratelli è stata uccisa barbaramente una sorellina di soli diciassette anni dalla mafia. Raccontiamo la storia di Graziella Campagna. Ricordo ancora i fratelli che vivevano con noi sul set durante le riprese. Ricordo l’emozione e la responsabilità di quel ruolo. È stato un inizio di carriera molto forte che mi ha anche imposto di perseguire una linea professionale molto precisa».

Cosa ricordi del tuo esordio nel 2008?
«Avevo una così poca consapevolezza che mi rendeva attorialmente sotto certi aspetti più libero».

Nella serie “Il giovane Montalbano” hai interpretato il ruolo di Mimì, quanto ti assomiglia questo personaggio?
«Volete sapere se sono un femminaro? La risposta è no. Da buon siciliano amo le belle donne. Credo molto nell’amore e soprattutto spero presto, al contrario del buon Augello, di farmi una famiglia. Di certo la mia autoironia è molto simile a quella del personaggio scritto da Camilleri. E forse anche la sua genuinità».

Ti rivedremo in una nuova stagione de Il Giovane Montalbano?
«Il 23 Marzo sono tornato in tv sempre a Vigata con “La concessione del telefono”. Uno dei romanzi a mio avviso più belli del maestro Camilleri. Il giovane Montalbano a oggi non se ne parla… ma qualcosa mi fa pensare che prima o poi torneremo».

Teatro, cinema e tv, cosa preferisci?
«Amo raccontare storie. Il mezzo è l’ultimo dei miei problemi. Per me è più importante cosa racconto al pubblico. Raccontare una storia a qualcuno è una gran bella responsabilità. E ogni volta prima di mettermi sulle spalle una tale responsabilità ci penso molto bene».
Il momento più bello della tua carriera?
«Mesi fa durante le riprese de “La concessione del telefono”. Era un progetto che aspettavo da un po’ di tempo. Davvero il classico sogno che diventa realtà».

Cosa porti dentro di te della Sicilia? Quanto ti manca?
«Io sono siciliano. Proprio nel modo di pensare, di vivere… quindi, dentro non porto nulla. Semmai sono io che porto qualcosa agli altri. La Sicilia mi manca tanto… Ogni volta che vado a trovare i miei, penso… Voglio tornare a vivere qui. Restare qui. Poi, ahimè, ho sempre un aereo che mi riporta a Roma».

Sei soddisfatto del tuo successo?
«Si. Sono soddisfatto felice della mia carriera fino ad oggi. Delle scelte fatte. Il successo o la popolarità… sono soltanto delle conseguenze del nostro lavoro. E sinceramente non ci ho mai fatto tanto caso. Sono un po’ fuori moda… lo so… oggi siamo invasi dal successo, tutti hanno successo, ma spesso è un successo senza alcun contenuto».

Fuori dal set cosa ti piace fare?
«Stare con le persone alle quali voglio bene e sono davvero pochissime. Passare il tempo con i miei genitori e con la persona che amo.

Puoi anticiparci il tuo ruolo ne La concessione del telefono?
«Interpreto Pippo Genuardi. Penso possa bastare».

Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Dopo la messa in onda importante de “La concessione del telefono” sono tra i protagonisti di un progetto molto interessante tratto dai racconti di Carofiglio “Passeggeri Notturni” in onda su Rai Play e tra poco inizio le riprese di un film per il cinema… ma non posso anticipare nulla».

 

Non Si Sa Come foto di Tommaso Le Pera

Sebastiano Lo Monaco

 

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Nino Ali, Pietro Grasso, Tommaso Le Pera

Tanti i ruoli interpretati a teatro, al cinema e nelle fiction nella sua carriera. Diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ha lavorato con i più grandi attori e registi di fama internazionale. Per Sebastiano Lo Monaco l’ “incontro” con Pirandello si è trasformato in un vero e proprio processo simbiotico, senza dimenticare l’amicizia con Andrea Camilleri, scomparso di recente. «Ho cominciato a recitare a cinque anni alla scuola elementare per la festa della mamma. Facevo il chierichetto e recitavo sul palcoscenico. Tra il seminario e il teatro ha vinto l’Accademia d’arte drammatica. È la mia vita e non faccio altro. Quando sto fermo per alcuni giorni, oltre a ritornare dalla mia famiglia in Sicilia, a Floridia, e andare a messa, sono come un uomo spento». Il suo percorso formativo è iniziato con un grande drammaturgo, scrittore e poeta italiano. «Ho cominciato col fare Il berretto a sonagli il 21 luglio 1992 e da allora Pirandello non mi ha più lasciato. Quello spettacolo di straordinario successo è andato in scena sino alla scorsa primavera. Ogni tre – quattro stagioni riprendo il testo di Pirandello, perché è sempre vivo. La sua scrittura nasce nel momento in cui l’attore la pronuncia, nel momento in cui viene rappresentato. Pirandello è contemporaneo. Così come i grandi classici e i grandi autori». Una carriera costellata di successi con ruoli di rilievo. «Mi piacerebbe fare più televisione e cinema. Ovviamente il teatro, essendo il luogo che frequento da quando avevo diciannove anni, è il mondo dove mi sento a casa, il luogo della vita vera».

Pur vivendo a Roma, Sebastiano Lo Monaco non ha tagliato mai il suo cordone ombelicale con la sua terra. «Anche se sono andato via dalla Sicilia, le mie radici culturali, antropologiche, familiari ed educative sono talmente forti che non riesco a staccarmi. La Sicilia è viva in me sotto forma di tutti gli autori che ho portato in palcoscenico, dai classici greci sino agli autori del ‘900. La letteratura italiana del ‘900 è siciliana, da Pirandello a Camilleri, passando per Verga, Capuana, Rosso di San Secondo, Russello, Tomasi di Lampedusa, Piccolo, Patti, Pietro Grasso, ecc. Io sono frutto della terra dove sono nato, degli studi che ho fatto, dell’educazione che ho avuto. Nel mio lavoro tutto questo è diventato fondamentale, il mio bagaglio culturale e antropologico è stato la fonte di ispirazione principale del mio lavoro».

Un altro incontro importante nella sua vita artistica è stato con Andrea Camilleri. «Ricordo ancora quando feci l’esame per entrare in Accademia: portai un pezzo di Edipo Re e, pensando di essere un grande interprete, lo feci con un fortissimo accento siciliano; da Andrea Camilleri a Romolo Valli, da Mauro Bolognini a Rossella Falk, scoppiarono tutti in una grande risata, io mi misi a piangere perché pensavo di avere perso un’occasione importante, invece Camilleri mi disse che “proprio per questa improntitudine, sfacciataggine di aver fatto un personaggio tragico in perfetto dialetto siciliano sei stato ammesso per simpatia, passione e cultura generale”.

Nel 1977 è iniziato il mio rapporto artistico con Camilleri. Gli ho voluto bene come un secondo padre e mi ha dimostrato la sua stima accettando, qualche anno fa, di diventare il direttore artistico della Compagnia Teatrale Sicilia Teatro, di cui nel 1988 sono stato tra i fondatori. Sono felice perché la mia vita è stata costellata da grandi personaggi». Tanti gli impegni artistici che lo vedranno impegnato nei prossimi mesi: Antigone in tournée fino alla fine di marzo. “Io e Pirandello” a Rieti e al Teatro Franco Parenti di Milano nella prima settimana di aprile. Nella prossima stagione teatrale (2020/21), oltre alla ripresa di Antigone porterà in tournée “Per non morire di mafia” di Pietro Grasso che sarà presente al Teatro Biondo di Palermo e al Teatro Stabile di Catania oltre che in tournée in tutta Italia e “Appello ai liberi e forti” di Don Luigi Sturzo in tutti i massimi teatri italiani.

dajana roncione

Dajana Roncione, “Ho deciso di far diventare questa mia sensibilità il mio lavoro”

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Johnny Carrano, The Italian Rêve

Dalla gavetta in teatro al successo al cinema e in TV. Quasi con un tocco artistico degno di un pittore, la bellissima Dajana Roncione interpreta i ruoli in modo empatico, partendo da una ricerca introspettiva, per conoscersi meglio, sino a confondersi con i suoi personaggi facendo sue le loro storie. Ha lavorato con i più grandi attori e registi. Di recente l’abbiamo vista interpretare il ruolo di Annalori Ambrosoli nella docu-fiction della Rai “Giorgio Ambrosoli – Il prezzo del coraggio” con Alessio Boni. Palermitana d’origine, da anni vive a Oxford, Dajana Roncione si è raccontata nella nostra intervista.

Ci parla della sua infanzia?
«Sono nata a Palermo e sono cresciuta a Monreale dove ho ho frequentato le scuole, compreso il liceo classico. A Palermo, invece, ho iniziato a studiare Recitazione e Storia del teatro al Teatro Biondo e da lì, ho deciso di andare a Roma e tentare l’audizione per l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, dalla quale mi sono poi diplomata nel 2007. Mia nonna Angelina è stata un importante riferimento nella mia infanzia: lei era la mia sicurezza, il mio porto fermo e sicuro; anche quando mi sono trasferita a Roma continuava a mandarmi lettere che ancora oggi conservo. Era bello riceverle tutte le settimane, era meglio di una telefonata o di una modernissima mail… Mia nonna mi ha fatto amare le tradizioni e anche le cose “alla vecchia maniera”».

Quando ha capito che la recitazione sarebbe diventata la sua professione?
«Chiedermi instancabilmente come si sentano gli altri, perché prendono una decisone piuttosto che un’altra, analizzare come la scelta di determinate decisioni determina chi siamo, avere sempre voglia di conoscere le differenze senza giudicare ma con la pura voglia di comprendere e con pura curiosità è stata la diretta conseguenza del mio amore per la recitazione. In ogni caso, che io reciti o no, non smetterò mai di provare interesse verso gli altri, le scelte degli altri, i loro dispiaceri, le loro ingiustizie; non riesco a non sentire l’energia che cambia in una stanza quando qualcuno soffre o è arrabbiato o felice… e ho deciso di far diventare questa sensibilità il mio lavoro».

Come è stata la prima volta sul set?
«“Il grande sogno” è stato il mio primo film diretto da Michele Placido, avevo vent’anni. È stata un’esperienza bella, ma anche dura. Per certi versi, perché mi misuravo con attori già conosciuti e con esperienza come Jasmine Trinca, Riccardo Scamarcio, Massimo Popolizio e avevo la classica “paura di sbagliare”, ho imparato con il tempo che non aiuta e adesso il mio motto è proprio l’opposto, “non aver paura di sbagliare”. Michele Placido è sempre stato un regista e un attore che sin da piccola apprezzavo molto e sul set aveva una forte personalità; avevo paura di deluderlo o che la mia mancanza di esperienza sul set fosse evidente. Non ero ancora consapevole al cento per cento delle mie forze e del mio talento, ma questo è normale quando si è agli inizi. Adesso so di essere forte, ma è passato del tempo da quel primo film. Ho imparato molto da quel set e da questa prima esperienza che mi ha portato diretta al Festival di Venezia, puoi immaginare l’emozione.
Di recente ho lavorato ancora una volta con Michele Placido in teatro con “I sei personaggi in cerca d’autore”: è stata un’esperienza meravigliosa e di grande crescita artistica per me, stavolta ero più consapevole e più forte».

Tra il teatro, cinema e fiction dove si sente più a suo agio?
«Ho cominciato dal teatro e per me sarà sempre il posto dove mi sento più a mio agio, perché mi piace poter aver tempo per costruire un personaggio, sperimentare con le prove. Mi piace l’energia che si crea con la compagnia e l’idea di poter portare avanti la vita di un determinato personaggio nell’arco di due ore consecutive e ogni sera di ripetere la vita di quel personaggio trovando tutte le sere necessità diverse che mi aiutino a sentire ancora vivo quel ripetersi e mai meccanico. Ma ho imparato molto anche dalla televisione che mi ha costretta a velocizzare i tempi a cui ero abituata con il teatro o con il cinema, mi ha obbligata a prendere decisioni più improvvise e quindi per certi versi a rischiare di più».

Cosa porta quando recita e quanto l’ha arricchita caratterialmente questo mestiere?
«La mancanza di giudizio che devo avere nei confronti del personaggio che interpreto è ciò che porto e allo stesso tempo è la ricchezza più grande che mi ha insegnato questo mestiere».

C’è un ruolo che l’ha segnata maggiormente e uno che le piacerebbe interpretare?
«Ho di recente interpretato Annalori Ambrosoli nella docufiction dedicata a Giorgio Ambrosoli con Alessio Boni per la regia di Alessandro Celli, è un personaggio che mi ha insegnato molto. Così come la Figliastra in “Sei personaggi in cerca d’autore”, ogni personaggio per me è un’occasione per scoprire qualcosa di nuovo di me stessa. Mi piacerebbe interpretare l’Antigone di Anouilh».

Cosa le sarebbe piaciuto fare altrimenti?
«Non ne ho idea!».

Dajana Roncione quando non recita cosa le piace fare?
«Leggere o rileggere e mi piace tanto. Adesso per esempio sto rileggendo “Ognuno muore solo” e avevo da poco finito di leggere “L’assassinio del commendatore” di Murakami. E poi mi piace fare lunghe passeggiate, tempo permettendo qui a Oxford».

Da tempo vive in Gran Bretagna, cosa ha portato con sé della Sicilia?
«L’arte dell’arrangiarsi che impari in Sicilia ti rende “zen” in qualsiasi altro posto del mondo».

Quanto le manca la Sicilia? 
«Ho nostalgia della Sicilia, quando posso cerco di ritornare».

Cosa prova quando torna a lavorare nella sua terra?
«Rivedrò i miei genitori, così potranno vedermi a lavoro. Rivedrò i miei amici, la mia migliore amica. Mangerò benissimo e saranno tutti generosissimi. Questo è ciò che penso! Torno a casa, penso».

Quali sono i suoi progetti artistici futuri?
«Ho un film in uscita a marzo, ma non posso ancora darvi più informazioni. E ho scritto un soggetto cinematografico al quale tengo molto».