Articoli

Il Ferragosto siciliano: tradizioni tra sacro e profano

di Alessia Giaquinta

Che facciamo a Ferragosto?
Diciamoci la verità. Si tratta della classica domanda che, di anno in anno, ripetiamo a noi stessi, al nostro partner, ai nostri amici e, perché no, anche ai nostri datori di lavoro. Perché ferragosto è tempo di ferie, di riposo, di vacanza, di sole, mare, falò e “arrustute”.

Ma dove nasce questa tradizione e perché?
Scorriamo indietro nel tempo fino ad arrivare al 18 a.C. quando l’imperatore Ottaviano Augusto, per celebrare il momento di pausa dai lavori nei campi, istituì le “Feriae Augusti”, le vacanze di Augusto. Si trattava anche di un modo per dare maggiore spazio ai festeggiamenti dedicati a Diana, dea della fertilità (celebrata il 13 agosto) e far riposare cavalli e animali da soma che, per l’occasione, venivano bardati a festa e fatti sfilare oppure sfidare in spettacolari corse. Per tutto il mese si svolgevano vari eventi di carattere religioso in onore alle divinità del tempo. La decisione di Augusto di stabilire delle ferie, che duravano dall’1 al 31 agosto, permetteva a tutti di poter partecipare attivamente alle feste, oltre a riposarsi.

Con l’avvento del cristianesimo alcune feste pagane furono “convertite”. I festeggiamenti della dea Diana e della dea Consiva (che ebbe un figlio rimanendo vergine, punto comune con la Madonna) furono sostituiti con quelli relativi all’Assunzione della Beata Maria Vergine al cielo, celebrati a partire dal V secolo d.C. il 15 agosto. Alle sfilate dei cavalli si affiancarono le processioni dei credenti (a Tusa e a Motta d’Affermo, nel messinese, si svolge ancora la Cavalcata Storica con animali bardati), al riposo romano fu aggiunto il concetto di vacanza, ai convivi davanti ai templi si sostituirono le mangiate tra amici, a mare, in campagna, ovunque.

E in Sicilia che si fa a Ferragosto?
I più vanno a mare: c’è l’imbarazzo della scelta se si considerano che le spiagge dell’isola sono tra le mete più quotate per la loro bellezza, pulizia, accessibilità e per i servizi. Da San Vito Lo Capo a Taormina, a Marzamemi, Mondello, alla Scala dei Turchi, insomma: non mancano certo località balneari! Oltre quelle citate, tra le più note, in occasione del Ferragosto tutte le spiagge dell’isola si riempiono: ombrelloni di famiglie, comitive di giovani, bambini muniti di secchielli e processioni in mare.

Eh sì. La festa dell’Assunzione della Madonna in tantissime località balneari siciliane si svolge con la tipica processione della Madonna sulla prua di un peschereccio, accompagnata da religiosi e banda musicale. A seguito tutte le barche partecipano a quello che viene inteso anche come momento di benedizione delle acque, dei naviganti e dei bagnanti. Si pensi alla Madonna di Portosalvo a Marina di Ragusa, alla regata dell’Assunta di Siracusa, alla processione sulle barche a Marettimo…
Non mancano neanche caratteristiche processioni via terra. Da Messina dove si svolge la festa tradizionale della Vara a Bisacquino dove ha luogo la festa della Madonna del Balzo che prevede un pellegrinaggio notturno verso il santuario posto su un monte, in quest’occasione è immancabile la mangiata di anguria, la cosiddetta mulunata.

Ed è proprio il cocomero rosso ad essere l’alimento protagonista nelle tavole dei siciliani durante il Ferragosto: che si mangi in spiaggia, dopo un pellegrinaggio, in una lunga tavolata in campagna o seduti in un ristorante (anche nella variante di gelo al melone), l’importante è che ci sia!

Che dire dei falò? Sin dall’antichità era tradizione realizzare, nelle campagne, dei falò con gli avanzi della pulitura dei campi. A mezzanotte si accendeva il fuoco, si invocava a Beddamatri di Menzaustu e si auspicava prosperità per i campi. Si arrostiva e si faceva festa.
Curiosa è la tradizione, portata avanti fino agli anni ’60 presso l’Isola delle Femmine, dello scambio di doni tra fidanzati: l’uomo regalava all’amata il gallo più prosperoso che trovava e la ragazza ricambiava donandogli un’anguria. Immancabile!
E voi, che fate a Ferragosto?

La festa di San Giorgio a Ragusa: un tripudio di colori e devozione

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Lorenzo Tumino

Il culto di San Giorgio, a Ragusa, si perde nella notte dei tempi. Venerato già nel periodo greco-bizantino, San Giorgio divenne figura emblematica con i Normanni che riconobbero, nella battaglia del 1063 a Cerami, la loro vittoria contro l’esercito islamico grazie al supporto di un cavaliere armato di spada, con un vessillo bianco sul quale era disegnata una grande croce rossa: San Giorgio.

Chiaramente si tratta di miracolo, di suggestione o leggenda. San Giorgio, infatti, visse in Cappadocia nel III secolo dopo Cristo. Educato cristianamente, il giovane intraprese la carriera militare ricoprendo la carica di tribuno delle milizie. Subì vari tormenti a causa della sua fede cristiana: fu fustigato, lacerato e chiuso in carcere dove, si narra, Gesù gli annunciò sette anni di atroci sofferenze, tre volte la morte e la risurrezione.
Fu martirizzato con la decapitazione, probabilmente intorno al 303 d.C. Le gesta del martire furono immediatamente celebrate e il culto si diffuse velocemente sia in Oriente sia in Occidente.

A Ragusa la festa di San Giorgio cade, in genere, l’ultimo fine settimana di maggio. Il calendario liturgico, però, stabilisce la ricorrenza del martirio il 23 aprile.
E sono tanti, tantissimi, i devoti che in occasione della festa affollano la chiesa, la piazza e le vie della città per rendere onore al Santo. Una tradizione che puntualmente si ripete, che si alimenta di devozione e fede e che manifesta, attraverso il folklore e la pietà popolare, la gioia del popolo cristiano.

Ecco allora che dietro ogni rito, simbolo e manifestazione si nasconde un significato ulteriore. La statua di San Giorgio, per esempio, presenta un giovane vittorioso su un cavallo bianco e, in basso, un drago trafitto dalla lancia. In questa immagine si intreccia sicuramente la storia di San Giorgio con la leggenda che vuole che egli riuscì a sconfiggere un drago pericoloso. Ma, oltre questo, il richiamo cristiano è quello del trionfo di Cristo sul peccato (drago), l’eterna lotta tra il bene e il male, e il cavallo bianco altro non è che il simbolo della fortezza e del ritorno di Cristo, come preannunciato nell’Apocalisse di San Giovanni.La tradizionale “ballata” – che consiste nel movimento del fercolo, per mezzo dei portatori, come in un ballo – richiama invece la gioia pasquale. E poi ancora i petali di rose che vengono lanciati dai balconi sono simbolo di martirio e vita eterna; i fuochi pirotecnici manifestano il gaudio per la gloria celeste del Santo, il lancio di carte colorate durante l’uscita è la moderna espressione di gioia dei fedeli nell’accogliere il loro Patrono per le vie della città.

Tutto questo, e molto altro, è sintetizzato in tre giorni di festeggiamenti che vanno dal venerdì alla domenica, giorno vero e proprio della festa.
Tradizionalmente, il venerdì il simulacro di San Giorgio e l’Arca Santa – dove sono custodite le reliquie di alcuni santi e dello stesso San Giorgio – vengono portate dal magnifico Duomo barocco, dove sostano tutto l’anno, sino alla Chiesa del Purgatorio, in piazza della Repubblica. L’Arca resta lì fino al giorno successivo mentre il Santo viene portato in processione fino alla Chiesa di San Tommaso (vicino ai Giardini Iblei). Il sabato, insieme, fanno rientro al Duomo. La domenica è caratterizzata da giri della banda musicale per la città, dalle messe solenni sin dalle prime ore del mattino e dalla maestosa processione serale del simulacro di San Giorgio, seguito dall’Arca Santa, dalle autorità religiose e civili, da varie confraternite e da numerosissimi fedeli e turisti provenienti da ogni dove. Durante questa processione, i portatori gridano “Tutti Truonu” per indicare che San Giorgio è il patrono della città.

La festa di San Giorgio a Ragusa Ibla può considerarsi certamente una delle tradizioni religiose e folkloristiche più spettacolari di Sicilia: un tripudio di colori, devozione e sentimento d’appartenenza che anche quest’anno, a causa dell’emergenza Covid, mancherà.

 

Arturo Barbante, e l’allegoria del Carnevale

Articolo di Salvatore Genovese   Foto di Arturo Barbante

Assiepata dietro le transenne predisposte dagli organizzatori lungo il percorso della sfilata, la gente aspetta il profilarsi del primo carro, in genere preceduto da un coloratissimo e rumorosissimo, gruppo in maschera, che fa da apripista, ballando un allegro ritmo sambero.
Poi, su un carrello trainato da un trattore, anch’essi “vestiti” a festa, fa la sua rumorosa comparsa il primo dei carri allegorici che compongono la “Sfilata”.
Man mano, tra gli applausi partecipati del pubblico, si susseguono gli altri carri, fino a quello che chiude la sfilata, generalmente il più bello e maestoso.
Sui carri, decine di animatori, acconciati secondo il tema, sempre di carattere satirico, della rappresentazione: costumi particolari, spesso arricchiti da splendide maschere, che sfoggiano adorni multicolori.
Ogni gruppo, su ogni carro, balla seguendo i ritmi diffusi da amplificatori appositamente predisposti ai quattro angoli del carro stesso: attimi di gioia che regalano sorrisi e che, a loro volta, sono sottolineati dagli entusiastici applausi degli astanti. Signori, eccoci nel bel mezzo di una “Sfilata”: il Carnevale è servito!

Ma cosa c’è dietro una simile iniziativa? Come si arriva alla realizzazione dei carri, alla preparazio­ne dei costumi, all’organizzazione dei gruppi, alla diffusione delle musiche, alla predisposizione dei mezzi per la mobilità dei carri stessi? Quali i materiali comunemente usati, quante persone e quanto tempo occorrono per predisporre tutto questo?
Lo abbiamo chiesto ad Arturo Barbante, vittoriese, docente, oggi in pensione, di Disegno e Storia dell’Arte in vari istituti medi superiori, apprezzato pittore e ideatore del “Corteo di Re Cucco”, che da anni, il 18 agosto, anima, con il suo Carnevale estivo, Scoglitti, frazione marittima di Vittoria. Barbante ha al suo attivo, inoltre, varie sfilate realizzate in occasione del Carnevale.

«Si parte – spiega Arturo Barbante – dal progetto generale, che si articolerà nei progetti dei singoli carri e gruppi che comporranno la sfilata. Primo passo, i disegni delle allegorie che si vuole rappresentare, sempre su temi di carattere locale o nazionale. Definito il progetto nella sua interezza, si procede alla ricerca dei materiali: un momento di vero e proprio riciclo di cartoni, giornali e riviste. Successivamente, occorre modellare le varie figure in argilla, per ricavarne un calco in gesso al cui interno la carta viene lavorata con la colla. Le figure così plasmate vengono dipinte di bianco, un colore unico e unificante; poi si sovrappongono i vari colori che li caratterizzeranno. Altri elementi del carro sono realizzati con polistirolo espanso e schiuma espansa modellata. Per sostenere i vari personaggi, spesso di notevoli dimensioni, si utilizzano supporti in ferro, reti metalliche e strutture in legno. Un impegno particolare richiede la scelta dei materiali per i costumi; stoffe di vario genere, dalle glitterate alle metallizzate, dalle laminate a quelle più comuni. Moltissima la gommapiuma utilizzata, sempre dipinta a spruzzo. Costumi e gommapiuma che richiedono ore e ore di lavoro minuzioso, sia per la loro realizzazione, che per le prove su ogni singolo figurante. Riguardo a questi ultimi, va evidenziata l’importanza della loro presenza: sono loro, infatti, che valorizzano il tema di ogni singolo carro, per cui è necessario prepararli adeguatamente. A tal fine, vengono chiamati animatori e maestri di ballo, che predispongono le coreografie. La scelta delle musiche richiede un accurato lavoro di regia e l’utilizzo di apparati tecnici alimentati da potenti gruppi elettrogeni, indispensabili anche per il funzionamento dei compressori e dei vari meccanismi interni che consentono i movimenti e l’animazione delle figure allegoriche».

Come è facile capire, il lavoro per la realizzazione dei carri è notevole; a volte dura anche dei mesi, per poi “bruciarsi” in poche ore in una o più sfilate.
Non importa: è il trionfo dell’effimero e della carnalità prima del lungo periodo quaresimale.

Il Carnevale, una festa antica 4000 anni

Articolo di Alessia Giaquinta

“A Carnaluvari ogni scherzu vali e cu s’affenni è un maiali”.
Così recita un motto della tradizione siciliana in merito ai festeggiamenti del Carnevale.
È il periodo più allegro che ci sia, quello in cui si può essere burloni, spiritosi e provocatori oltremodo.
Gli antichi latini dicevano “Semel in anno licet insanire”, una volta durante l’anno è lecito fare pazzie, dunque.

Ma… dove e come nasce il Carnevale?
Torniamo indietro con la macchina del tempo fino alla civiltà egizia, 4000 anni fa. Questa popolazione dedicava riti e manifestazioni alla dea Iside con canti e balli in suo onore. La Dea, secondo il mito, navigò per tutti i mari del mondo pur di trovare il corpo smembrato dell’amato fratello, Osiride, e ricomporlo. Si parla dunque del “Navigium Isidis” che pare avere legami con l’etimologia della parola Carnevale: carrum navalis, infatti, potrebbe richiamare non solo l’imbarcazione usata dalla dea per le sue ricerche ma anche la successiva rappresentazione utilizzata nel rito, diffuso poi anche tra i Romani.
Lo scrittore latino Apuleio, nelle sue Metamorfosi, racconta che si trattava di un corteo in maschera che trainava un’imbarcazione di legno decorata con fiori dove “c’era uno vestito da soldato con tanto di cinturone, un altro da cacciatore in mantellina, sandali e spiedi, un terzo, mollemente ancheggiando, tutto in ghingheri, faceva la donna: stivaletti dorati, vestito di seta, parrucca”.
Insomma, nessun limite alla fantasia e nessun giudizio per l’occasione: tutti, a prescindere dalla condizione sociale, persino gli schiavi, partecipavano alle lunghe processioni dietro al carro.
Anche i “Saturnali”, feste in onore del dio Saturno, erano celebrati nell’antica Roma, con manifestazioni simili all’odierno Carnevale. A loro volta, pare che queste si rifacessero alle Dionisiache greche, gare teatrali che terminavano con banchetti e feste, in cui l’eccesso di cibo, vino ed euforia potevano sfociare in momenti licenziosi.

Con l’avvento del Cristianesimo, l’etimologia della parola e il significato della festa mutò, sebbene sostanzialmente continuò a essere l’occasione per fare baldoria, usare travestimenti e costruire carri.
Il Carnevale divenne così il periodo del carnem vale ossia “addio carne”, o ancora carnem levare, cioè eliminare la carne dai pasti, come previsto dal digiuno quaresimale.
La festa, caratterizzata da divertimenti e atteggiamenti burleschi, infatti, è collegata con la Pasqua, diventando preludio dei quaranta giorni di astinenza e digiuno che iniziano il giorno successivo al Carnevale, il Mercoledì delle Ceneri insomma.

In Sicilia, il Carnevale è tempo di divertimenti, festini e di miniminagghi, indovinelli spesso caratterizzati dal doppio senso con cui ci si divertiva – e in qualche modo, ci si diverte ancora – prima del rigore quaresimale. Oggi, sicuramente, i bambini – e non solo – sono attratti più da altro: dall’impazzata ricerca del costume da sfoggiare agli accessori più innovativi agli scherzi più esilaranti.

Se diciamo “Davanti m’accurza e darrieri m’allonga”, qualcuno riuscirà a indovinare di cosa stiamo parlando? Ovviamente è “la strada” la risposta esatta.
Le miniminagghie tramandate sono veramente tantissime: chiedere a qualche anziano è il metodo giusto per conoscerle e preservarle dall’oblio.
Immancabili sono i coriandoli che sostituiscono l’antico lancio dei confetti contenenti un seme di coriandolo e dunque, per questo, così chiamati.
Le tradizionali maschere siciliane sono Peppe Nappa, Nofriu, Lisa, Nardu, ossia personaggi della farsa palermitana Vastasata. E poi ancora: picurari, l’ammuccabbadduottili (il credulone) e u dutturi che si faceva largo esclamando “fazzu lavanni i spini i rizzi!”, ossia clisteri a base di aculei di riccio marino.

Brucia Re Carnevale, entro la mezzanotte del martedì grasso. Il fantoccio di cartone e legno – che simbolicamente è costruito e rappresenta quest’antichissima festa – diventa un rogo. Tutto diventa cenere. Ed è… Quaresima.

Le emozioni del Festino di Santa Rosalia

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Lorenzo Gatto

Folclore e devozione, sacro e profano rendono unico il Festino di Santa Rosalia. Si narra che a Palermo nel 1624 infuriasse la peste, quando il 15 luglio furono scoperte delle ossa umane nel luogo indicato a Girolama La Gattuta nell’apparizione di Santa Rosalia, la quale le assicurò che se i suoi resti fossero stati portati in processione in poco tempo la peste sarebbe stata debellata. Per stabilire l’appartenenza delle ossa fu istituita una commissione che tardò a riunirsi. L’autenticità del rinvenimento fu confermata anche da un altro fedele, Vincenzo Bonelli. Una nuova commissione accertò che i resti appartenessero a una giovane donna e il 7 giugno 1625 furono portati in processione per le vie della città, la peste scomparve il 15 luglio e un mese più tardi il Senato palermitano proclamò Santa Rosalia protettrice della città (Papa Urbano VIII la inserì nel Martirologio Romano nel 1630). Dal 1625, quell’evento viene ricordato con una festa solenne, il Festino di Santa Rosalia o “U Fistinu”: inizia il 10 luglio protraendosi per cinque giorni.

Tante le evoluzioni registrate: i primi tre giorni sono destinati alla preparazione del Corteo (in cui si racconta la città prostrata, passando dal dolore alla gioia per la grazia ricevuta dalla Santuzza), precedendo la sfilata del Carro trionfale e che si conclude alla marina con lo spettacolo dei fuochi d’artificio. Con la processione delle reliquie finisce il festino, momento in cui i palermitani ritrovano la loro identità collettiva al grido di “Viva Palermo e Santa Rosalia”.

Davanti ad ogni cappella votiva si svolge “u Triunfu”, in cui i cantastorie, accompagnati da chitarra e violino, cantano la leggenda di Rosalia Sinibaldi (una giovane ragazza di nobili origini destinata in sposa al conte Baldovino per volere di Re Ruggero. Rifiutando la proposta decise di tagliarsi le sue trecce bionde e prese i voti, rifugiandosi prima a Bivona e poi sul Monte Pellegrino, dove fu trovata morta nella grotta il 4 settembre 1165). Da allora si è celebrata la gloria della Santa con il Carro Trionfale, che la sera del 14 luglio viene fatto sfilare lungo il Cassaro, o Corso Vittorio Emanuele, attraversa Porta Felice per terminare la processione a mare con i fuochi d’artificio, i quali simboleggiano il passaggio dall’oscurità (la morte) alla luce (la vita). Negli anni il carro è diventato un vascello che rappresenta le navi dei turchi che portarono la peste ed è dominato dalla figura della Santa. Un carro dalle diverse simbologie: dalla gloria alla Santa alla riaffermazione di Palermo come capitale del mondo, il desiderio di trionfare su tutti i mali, così come la “Santuzza” sconfisse la peste.

La sera del 15 luglio è dedicata ai riti religiosi: pontificali, processioni per la città della vara argentea con le reliquie fino al rientro in Cattedrale accompagnata dai bagliori del “iocu i focu”. In occasione del 395° Festino, per la prima volta nella storia, saranno i detenuti dell’Ucciardone a realizzare il Carro Trionfale sotto la direzione artistica di Lollo Franco e Letizia Battaglia coadiuvati dallo scenografo Fabrizio Lupo. «Ho sempre pensato che il tema di quest’anno che è l’inquietudine, ricondotto alla realtà dei detenuti, rappresentasse una possibilità di reinserimento, di ri-valutazione del proprio percorso di vita, di riconsiderazione di un futuro possibile, soprattutto per i loro figli – ha dichiarato Lollo Franco -.

Ho un altro sogno che mi commuove, che i detenuti possano trainare il Carro, che possano trainare la Santuzza e salutarla a Porta Felice con il ballo delle vergini che è il canto trionfale della Santa. Tutto questo sarebbe quasi come un’espiazione, quindi ancora una volta se il tema è l’inquietudine questa sarebbe superata attraverso la positività».
Il mese di settembre è dedicato alla festa del Santuario, mentre la notte del 4 settembre, data di nascita della Santuzza, i palermitani per omaggiarla fanno la tradizionale “acchianata” sul Monte Pellegrino. Palermo e Santa Rosalia regalano un’esperienza ricca di emozioni che conserveremo per tutta la vita.

 

 

 

Si rinnova la devozione a San Michele Arcangelo e Santa Caterina

Articolo di Angelo Barone,   Foto di Michele Buscema e Martina Melina

A Grammichele, l’8 maggio si è rinnovata la festa dei Santi Patroni San Michele e Santa Caterina. Una festa ricca di fede, devozione, tradizioni e folclore che da diversi anni si continua a migliorare grazie all’impegno di Francesco Tornello e Gianfranco Viola che, nel 2001 hanno dato vita all’Associazione dei Devoti. La sua nascita ha stimolato la partecipazione e la devozione ai Santi Patroni di tanti giovani che ogni anno si prodigano per raccogliere donazioni e organizzare al meglio tutti gli eventi. L’impegno profuso da questi giovani si esalta e trova appagamento nel portare a spalla i Santi Patroni, una tradizione questa che si era persa nel corso degli anni.

L’uscita trionfale dei Santi Patroni e il rientro nello scenario della piazza esagonale con musiche, luci, colori e giochi pirotecnici è uno spettacolo unico. Il percorso della processione segue la tessitura urbana di Grammichele, voluta dal suo fondatore il Principe Carlo Maria Carafa, che “nasce all’insegna del sei e dei suoi multipli e sotto multipli: sei lati, sei anelli, sessanta isolati nei sestieri e sessanta nei borghi, tre assi principali. Sei numero perfetto per i matematici e sacro per i teologi” come scrive Giuseppe Palermo ne La Città Perfetta. “La geometria, tuttavia si riveste dei panni della religione perché il Principe conferì alla nuova città una toponomastica sacra” che il percorso della processione ci aiuta a leggere con l’ordine di successione dei sestieri voluti dal Principe, a partire dal primo che non poteva essere quello di San Michele e a seguire in senso orario San Carlo, Santa Caterina, SS. Annunziata, San Rocco e SS. Angelo Custode. Anche nelle novità della festa di quest’anno la regola del tre è stata rispettata con i tre finti rientri e le tre porte aperte della Chiesa Madre. Sin dalla traccia del disegno il Principe aveva individuato in San Michele il nome della città e del Santo Protettore da affiancare a Santa Caterina, già venerata in Occhiolà, nella lastra di ardesia, dove è disegnata la pianta di Grammichele, è inciso “Si vanta di mutare in buon augurio il grande nome di San Michele, affinché la terra tremi per l’ossequio, non per la rovina“. fonte: La Città Perfetta.

Tutti i cittadini e i tanti visitatori hanno apprezzato l’impegno dell’Associazione dei Devoti, guidata dall’infaticabile presidente Francesco Tornello, per la cura e la qualità della scenografia che ha esaltato la bellezza e la maestosità della piazza. Tutta la manifestazione è stata finanziata esclusivamente da donazioni private, compresi tutti i lavori di restauro della vara, delle statue e della cappella dei Santi Patroni realizzati in questi anni. Nel 2010 fu realizzata la vara in copia originale. Nel 2015 furono donati gli argenti che decorano le statue, che negli anni ’80 erano stati rubati, l’anno scorso è stata restaurata la cappella che custodisce i Santi Patroni. Di recente sono state realizzate le ali in argento per la statua di San Michele e in processione sono state portate due importanti reliquie: un frammento di roccia proveniente dalla Grotta di Monte Sant’Angelo in Puglia, dove apparve San Michele l’8 maggio 490 d.C., e una reliquia del vestito di Santa Caterina.

Accanto alla statua del Principe si discuteva di poter inserire tra gli itinerari turistici religiosi promossi della Regione Siciliana, insieme alle più note Sant’Agata e Santa Rosalia, la festa di San Michele e Santa Caterina. L’assessore regionale al Turismo, Anthony Barbagallo, dava la disponibilità per una valutazione e il Principe annuiva positivamente, ma con lo sguardo ci ha ricordato di aver fatto tanto e che ora tocca a tutti noi cittadini di Grammichele adoperarci. Noi di Bianca Magazine lo abbiamo detto, nel numero precedente abbiamo trattato di Sant’Agata, e per il prossimo andremo da Santa Rosalia convinti che Francesco Tornello e l’Associazione dei Devoti possano continuare a stupire tutti.

Sant’Agata, la festa che incanta il mondo

Articolo di Omar Gelsomino, Foto di Mara Randello

Si narra che Agata, cresciuta in una ricca famiglia, a quindici anni decise di vivere nella purezza, consacrandosi a Dio. Fra il 250 e il 251 giunse a Catania il proconsole Quinziano per far abiurare tutti i cristiani: affascinato dalla bellezza di Agata le ordinò di adorare gli dei pagani ma, fallito ogni tentativo, Quinziano la fece processare, per poi essere incarcerata e torturata, fino all’asportazione del seno. San Pietro, accorso in suo aiuto, risanò le sue ferite.

L’amore che Quinziano provava per Agata si trasformò in odio, così la fece denudare su cocci di vasi e carboni ardenti ma un terremoto fece crollare il luogo del supplizio seppellendo i suoi carnefici. Mentre era martirizzata dal fuoco, il velo che indossava venne risparmiato dalle fiamme, divenendo una delle reliquie più preziose e Agata dopo atroci sofferenze morì. Durante un’eruzione vulcanica, avvenuta un anno dopo, i catanesi presero il suo velo come scudo, arrestando lo scorrere della lava. Da allora iniziò il culto, sino a quando divenne la patrona di Catania. Trafugata la salma nel 1040 a Costantinopoli, solo nel 1126 fu riportato il corpo a Catania, il 17 agosto le reliquie rientrarono nel Duomo, dove sono conservate in nove reliquiari.

Ogni anno, dal 3 al 5 febbraio, Catania riserva alla sua patrona festeggiamenti grandiosi, mescolando devozione e folclore, attira circa un milioni di turisti, tanto da essere annoverata tra le prime tre festività religiose al mondo, dopo la Settimana Santa di Siviglia e la Festa del Corpus Domini di Cuzco in Perù. Una processione imponente segue il fercolo d’argento, chiamato “a vara”, in cui sono custodite le reliquie di Sant’Agata, accompagnato da undici enormi candelieri, detti “cannalore”, sculture verticali in legno con scomparti dove sono scolpiti gli episodi salienti della vita della santa, appartenenti ciascuna alle corporazioni degli artigiani cittadini e i devoti infagottati “nel sacco” gridano “Je taliatila che bedda, Javi du occhi ca parunu stiddi, e na ucca ca pari na rosa. Semu tutti devoti tutti! W Sant’Agata“.

I festeggiamenti iniziano il 3 febbraio, con il corteo delle candelore (portate in spalle da 4 sino a 12 uomini che procedono con un’andatura caratteristica detta “a ‘nnacata“), apre la processione dell’offerta della cera, alla Santa che parte dalla Chiesa di Sant’Agata alla fornace in Piazza Stesicoro fino a raggiungere la Cattedrale in piazza Duomo, mentre da Palazzo degli Elefanti escono le due carrozze settecentesche del Senato che portano le autorità civili nella Chiesa di San Biagio per consegnare le chiavi della città alle autorità religiose, un concerto di canti dedicati alla Santa e lo spettacolo piromusicale concludono “a sira ‘o tri“; il giorno seguente prima dell’inizio della messa dell’aurora il busto reliquiario raffigurante Sant’Agata viene portato fuori dalla “cameretta” ed inizia la processione fuori le mura: a Santuzza incontra i suoi cittadini che l’acclamano sventolando un fazzoletto bianco ed inizia così il giro esterno della città, sino alle prime luci dell’alba, i momenti più salienti sono “a cchianata de Cappucini“, in cui il fercolo viene trainato dai devoti sino alla Chiesa di San Domenico e “a calata da marina”, la discesa verso il mare, tutti luoghi del martirio e della Santuzza, per poi ritornare in Cattedrale accolta dai fuochi pirotecnici.

Nella tarda mattinata del 5 febbraio viene celebrato il solenne pontificale a cui presenziano i vescovi siciliani ed un legato pontificio, e nel pomeriggio ha inizio il “giro interno” della città, il fercolo sale per via Etnea, per giungere a tarda notte in piazza Cavour in attesa dei fuochi d’artificio, continua facendo l'”cchianata ri Sangiulianu” sino ad arrivare in via Crociferi davanti al convento delle suore Benedettine che con i loro canti salutano Sant’Agata.

Un altro momento suggestivo prima che la Santuzza rientri nella sua “cameretta” sono i fuochi d’artificio che accolgono il suo ingresso in Chiesa e saluta i suoi cittadini, chiudendo cosi tre giorni di festa che non hanno eguali al mondo.