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I pescatori: un patrimonio da preservare. Nuccio Raffaele e la sua esperienza in barca da oltre cinquant’anni.

di Samuel Tasca

Quando viaggi verso le Eolie ti accolgono prima ancora di arrivare sulle isole; li incontri in mare, al porto o, come nel mio caso, al tavolo del ristorante. Sto parlando dei pescatori, uomini e donne che hanno dedicato la loro vita al mare e alla pesca e che rappresentano un’immensa risorsa da preservare per una realtà isolana come quella di Lipari.

Lui è Nuccio Raffaele, 64 anni, dei quali circa cinquantaquattro vissuti da pescatore.

 

«Essere un pescatore significa avere molta pazienza, ma è un mestiere che deve anche piacerti. Io lo faccio praticamente da sempre», mi racconta il signor Nuccio in compagnia della moglie. «Quando andavo in prima elementare dormivo sul banco perché già lavoravo pur di aiutare la famiglia. Crescendo ho scelto di fare questo mestiere che mio nonno e mio padre facevano prima di me». 

La sua è una vera e propria passione. «Quando vado a lavorare mi diverto… anzi mi riposo. È un mestiere che mi rilassa», rivela. Così, chiedo di raccontarmi come si svolge la sua giornata lavorativa che inizia normalmente nel pomeriggio quando si esce in barca. Prima che tramonti il sole le reti vengono calate in mare per poi dedicarsi all’attesa. Solo intorno alle due del mattino le reti vengono ritirate per raccogliere il pescato. 

Ma il lavoro di un pescatore non termina qua: il pesce viene, infatti, portato poi in pescheria e affidato ai cosiddetti “rigattieri” che si occupano di distribuirlo prima sull’isola e poi al di fuori di essa. «Prima di entrare nella Comunità Europea c’era più libertà e quindi riuscivamo a esportare il pesce fino in Francia», racconta il signor Nuccio. «Oggi, invece, il nostro pesce resta per lo più in Italia». 

Si nota un certo rammarico nelle sue parole, dovuto alla consapevolezza di ciò che rappresenta la figura del pescatore in un contesto come quello di Lipari. «In un’isola il pescatore è chi garantisce il pesce fresco sempre. Per questo è una professione che non può scomparire e che va tutelata. A Lipari, quindici anni fa si contavano circa 2700 tra pescatori e famiglie. Sostenevamo economicamente quasi tre quarti dell’isola, anche grazie a tutte le professioni collaterali legate alla pesca e alla manutenzione delle imbarcazioni. Oggi, saremo rimasti pressappoco mille perché molti hanno preso una strada diversa». 

Eppure, a casa del signor Nuccio la passione per la pesca ancora persiste e scorre nelle vene dei suoi discendenti fino a raggiungere anche le generazioni più giovani. È, infatti, la giovane nipote Vanessa, di soli vent’anni, che ha aiutato il nonno a portare avanti l’attività negli ultimi due anni ed è proprio lei che con orgoglio ci presenta al suo “instancabile nonno pescatore”.

Sono tante le storie come quella di Nuccio e Vanessa, esperienze che meritano di essere raccontate poiché testimonianze di un antico mestiere che rischia di scomparire e che va tutelato. Sono loro i custodi di quest’attività centenaria, uomini e donne che conservano il profumo del pesce sulle loro mani e il luccichio del mare nei loro occhi. È lì che si può intravedere l’orizzonte, quello stesso panorama vissuto e goduto tante volte da chi è rimasto nella dolce e trepidante attesa del proprio tesoro, cullato dal moto delle onde e rischiarato dal chiarore della luna, in quella pacatezza che solo un pescatore conosce davvero. 

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Isolano per scelta. L’artista Salvatore Russo e il suo legame con Stromboli

di Samuel Tasca   Foto di Leonardo Nardi Utano

La Sicilia, grazie alle sue vaste dimensioni, raramente offre ai suoi abitanti la percezione di sentirsi isolati dovuta al fatto di vivere su un’isola. Magari ce ne rendiamo conto quando siamo in fila per il traghetto, ma nella maggior parte dei casi, le nostre giornate scorrono inalterate dal nostro essere isolani. Ma cosa si prova davvero nel crescere e vivere su una delle tante isolette che circondano la nostra Sicilia?

Lo abbiamo chiesto a Salvatore Russo, classe 1964 e originario di Stromboli, che da sempre vive su quest’isola meravigliosa nell’arcipelago delle Eolie.
«Penso che nascere e crescere su un’isola come Stromboli con gli anni diventa qualcosa di bellissimo. Quando sei piccolo pensi che tutto si trovi in città, dalle discoteche ai bar, al divertimento. Poi, crescendo, ti rendi conto che i valori veri della vita sono quelli che viviamo qui sull’isola: quella semplicità che in città, purtroppo, non sempre si trova».

È parlando di quella semplicità che Salvatore, ricordando la sua infanzia, ci racconta delle giocate a carte con gli amici durante le sere invernali, dell’unione che si riscontra tra tutti gli abitanti (circa cinquecento) quasi a sentirsi parte di un’unica grande famiglia; e ancora quell’entusiasmo nel veder arrivare i turisti a maggio e poi la malinconia di vederli partire a settembre. «Tutti andavano via e tu rimanevi un pochino solo. Diciamo che si ritornava ad essere isola e quindi isolati, e allora veniva voglia di partire anche a te».

Eppure Salvatore ha sempre scelto di restare, anche quando gli venivano offerti dei posti di lavoro altrove, e alla fine, infatti, la sua Stromboli l’ha in qualche modo ricompensato creando con lui un legame speciale che lo ha portato a scoprire una passione e un talento per la scultura. Seguendo le orme del padre, a vent’anni Salvatore diventa titolare della sua ditta edile. In quegli anni, sull’isola, venne chiamato Lorenzo Reina, scultore di professione, per realizzare una scultura in pietra lavica. Salvatore e il padre furono ingaggiati per trasportare con i loro mezzi i massi che l’autore avrebbe dovuto scolpire. Per la prima volta, così, entrambi ebbero modo di assistere alle fasi di realizzazione di una scultura. Salvatore ne restò affascinato, ma dopo alcuni tentativi, decretò di non possedere quel talento richiesto dall’arte scultorea. «Fino a quando, – ci racconta – nel 2009 mi trovavo a Milazzo con la famiglia e ho sentito come un richiamo. Dissi a mia moglie che l’indomani sarei dovuto tornare a Stromboli perché dovevo lavorare una pietra. Venni a Stromboli il 4 gennaio e il giorno dopo sono ripartito con questa pietra scolpita nello zaino».

Da allora quel richiamo non si è più assopito e Salvatore ha rafforzato sempre più il suo legame col vulcano. «Non ho un progetto iniziale anche perché non so disegnare. Alla fine quando finisco mi fermo a guardare e cerco di capire quello che ho fatto. È qualcosa che mi parte da dentro. Il mio modo personale di tirare fuori qualcosa dalla roccia. Non sono mai stato un chiacchierone e questo è il mio modo di esprimermi. È un rapporto nel quale lui (il vulcano, ndr) mi offre le pietre e io le lavoro. È uno scambio. Cerco di dare un’anima a ciò che il vulcano sputa fuori».

Salvatore ha esposto le sue opere da Palermo alla Spagna, ad Edimburgo, a Londra, nelle maggiori città italiane, oltre ad aver ricevuto numerosi premi nell’arco di questi anni. Ciò che traspare di più dalle sue parole, però, è ancora la sua semplicità e la sua umiltà (“io scolpisco, se posso usare questa parola, …”, ci dice ancora durante l’intervista). Il suo essere isolano non lo ha mai abbandonato ed è ciò che gli ha concesso di vivere questo straordinario legame con il suo vulcano e con la sua isola.

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Isole Eolie, le 7 sorelle del mare

di Samuel Tasca

Le chiamano “le sette sorelle”. Nelle giornate prive di foschia è possibile intravederne i profili stagliarsi all’orizzonte dalla costa di Milazzo. Stiamo parlando dell’arcipelago delle Eolie, delle sette isole che condividono posizione geografica, storia e tradizioni, ma che come delle vere e proprie sorelle, nonostante le somiglianze, si contraddistinguono per le loro peculiarità che le rendono uniche ognuna a suo modo.

Il Mar Tirreno ne bagna le coste con le sue acque, ascoltandone i racconti e accompagnando i numerosi turisti che ogni estate restano ammaliati dal fascino di queste sette principesse del mare.
Alicudi, Filicudi, Panarea, Stromboli, Vulcano, Salina e Lipari… inserite nella World Heritage List dell’Unesco per il loro patrimonio naturalistico, le Isole Eolie rappresentano, nella loro varietà, la meta ideale per ogni tipo di turista.

Alicudi e Filicudi sapranno incantare l’esploratore più intrepido che va alla ricerca della natura più incontaminata e che ama trovare la sua dimensione con l’essenza naturale di queste isole.

Simile è Panarea, la più piccola delle Eolie, che si contraddistingue, però, per la sua vanità dettata dal fascino della notorietà, sicuramente incrementata dall’omonima pellicola del ‘97. Ogni anno, infatti, troverete numerosi V.I.P. ancorati al largo delle sue coste, in questo parterre di imbarcazioni che sembrano essere lì per rendere omaggio alla bellezza dell’eoliana minore. Eppure, una volta abbandonato il movimentato porticciolo, si ritrova subito l’intimità dell’isola: non c’è traffico, rumore o clacson che possa raggiungervi. Perdetevi nei suoi vicoli e al massimo incontrerete uno dei golf kart-taxi che ogni giorno portano i turisti su e giù per l’isola.

Così come Panarea, una fama simile è toccata a Salina, set del celebre film “Il Postino” di Massimo Troisi. Il binomio Salina e cinema è indissolubile, rinvigorito ogni anno dalla presenza di numerosi personaggi che giungono sull’isola per via dell’ormai noto Salina Film Festival, di cui la bellissima Maria Grazia Cucinotta è da anni madrina.

E dalla notorietà del jet set giungiamo al fascino rude dei vulcani. Stromboli e Vulcano, infatti, condividono la presenza di crateri sulla loro superficie. La prima, “la Perla nera delle Eolie”, offre ai visitatori che giungono in cima un panorama mozzafiato, ma è a bordo di un’imbarcazione che si può godere del più incredibile degli spettacoli dello Stromboli: la sciara. Un’ eruzione giornaliera del vulcano, uno spruzzo di lava che si staglia sul cielo vivido del tramonto. Un fenomeno che lascia percepire come quel vulcano sia, in realtà, il vero protagonista che ogni sera sceglie di concedere ai visitatori il suo personale ed egocentrico show. Altrettanto peculiare, ma conosciuta per ragioni differenti, è la vicina Vulcano. Qui i diversi crateri hanno attirato le attenzioni dei vari turisti per via dello zolfo, elemento caratterizzante dell’ isola, che accoglie chiunque con il suo odore acre, offre altresì numerose proprietà benefiche per coloro che scelgono di concedersi un bagno termale nei suoi fanghi.

Ultima e più grande, la sorella maggiore, è Lipari. Qui l’isola offre scenari diversi che possono davvero incontrare le diverse preferenze dei suoi visitatori. Il grande porto accoglie i viaggiatori nel centro storico con i suoi colori e i suoi vicoli traboccanti di negozietti e ristoranti. Una volta accomodati concedetevi un po’ del loro pane cunzato carico e ricco di ogni genere di prelibatezza dell’ isola. Dal porto ogni giorno si parte alla scoperta delle sue spiagge, delle diverse calette e delle cave dismesse di pomice. Da Lipari si parte alla volta delle altre isole, magari a bordo di un’imbarcazione famigliare accompagnati dal pescatore e dal suo bambino. Sono loro la vera eccellenza dell’isola, nei loro racconti d’infanzia, nel loro rapporto col mare è possibile cogliere cosa voglia dire essere nati immersi in quel paradiso circondati dalla bellezza delle “sette sorelle” del mare.

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Chef Martina Caruso, quando l’eccellenza è equilibrio e semplicità

di Patrizia Rubino   Foto di Giò Martorana

La rivista Forbes Italia l’ha inserita tra le 100 donne di successo del 2020, ma questo non è che l’ultimo dei prestigiosi riconoscimenti, per così dire a consuntivo, che Martina Caruso chef Patron dell’Hotel Signum di Salina ha ottenuto nel corso della sua ancora breve, ma già luminosissima carriera. Nel 2016, infatti, a soli 25 anni, è stata la più giovane chef italiana a ricevere la stella Michelin, nello stesso anno ha ricevuto il premio “Cuoco emergente d’Italia” dal Gambero Rosso e il premio “Cuoca dell’anno” da Identità Golose. Nel 2019 è arrivato anche il premio “Miglior chef donna Michelin” e ancora l’elenco potrebbe continuare. Uno straordinario palmares che appartiene ad una giovane donna di 31 anni dal sorriso largo e sincero, sposata da qualche mese, che è riuscita a fare emergere il suo straordinario talento grazie alla determinazione e all’impegno, uniti ad un equilibrio e solidità fuori dal comune.

Come si arriva ad ottenere la stella Michelin, il riconoscimento più ambito dagli chef?
«Per quanto mi riguarda la cucina è nel mio destino, nel senso che ho vissuto tra i fornelli sin da piccola osservando mio padre che allora era chef al Signum, ma anche mia nonna è stata per me fonte di grande ispirazione. Gli ingredienti, con i loro colori e profumi, solleticavano la mia curiosità e creatività. A 14 anni mi sono iscritta all’istituto alberghiero e durante le vacanze estive facevo esperienze in cucina con mio padre. Una volta diplomata ho cominciato a frequentare corsi di cucina in Italia e all’estero e a fare diverse esperienze lavorative con grandi professionisti. Sono sempre stata desiderosa di apprendere e di migliorare tecniche e conoscenze. La creatività va alimentata e se possibile perfezionata. I risultati importanti che nel tempo ho conseguito sono il frutto anche di un grande lavoro di squadra».

Come definirebbe la sua cucina?
«Una cucina assolutamente con i piedi per terra, bella ma di sostanza, che unisce tradizione e innovazione ed ha per protagonisti gli straordinari prodotti della nostra terra e del nostro mare. Verdure ed ortaggi del nostro orto, il pescato locale, aromi e spezie. La natura offre tutto, ma un piatto diventa speciale quando si riesce a valorizzarne gli ingredienti e ad esaltarne i sapori anche grazie a quelle contaminazioni che da sempre hanno caratterizzato la Sicilia».

Quest’estate un’altra bella soddisfazione. La firma sull’edizione limitata “Chef stellati” di Cornetto Algida. Com’è nata questa collaborazione?
«Mi hanno chiesto di creare un cornetto che parlasse di Sicilia ed ho pensato al nostro dolce per eccellenza: il cannolo di ricotta. Da qui l’idea di realizzare un cornetto al cannolo, con un ripieno di gelato alla panna con ricotta, un cuore di salsa all’arancia, la granella al pistacchio e una cialda aromatizzata alla cannella. E la Sicilia è servita».

Insieme a suo fratello gestisce l’Hotel Signum a Salina, dove vive da sempre. Ha mai pensato di andare a vivere fuori, magari aprire un altro ristorante?
«No, sono troppo legata alla mia isola e qui sto benissimo. Ho tutto. Sono stata spesso fuori, per migliorare e perfezionarmi sempre più nel mio lavoro. Ma ogni volta non vedevo l’ora di tornare, per mettere a frutto qui il mio bagaglio di esperienze acquisite e per risentire i profumi e rivedere quei colori che sono parte di me. I riconoscimenti, i successi hanno più valore se riesci a viverli con equilibrio e serenità con le persone che ami e nei luoghi a te cari».

Lei è molto giovane ed ha già realizzato parecchie cose importanti in carriera. Ha qualche altro sogno nel cassetto?
«Si, ho tanti sogni e di recente ne ho realizzati alcuni veramente importanti. Mi sono sposata da qualche mese e aspetto un bambino che nascerà a novembre. Mi sento felice e realizzata perché nonostante i numerosi impegni di lavoro riesco ad assaporare le cose belle e semplici della vita, come fare una passeggiata immersa nella natura o andare a pescare insieme a mio marito. Cosa volere di più?».