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La sartorialità siciliana indossata dai potenti del mondo

di Omar Gelsomino,   foto di Antonio D’Anna

Eleganza ed unicità. È questo il claim di Salvatore Martorana, imprenditore di Valguarnera Caropepe – piccolo comune dell’Ennese – che veste pontefici, commissari europei e capi di Stato di tutto il mondo diventando l’emblema della sartorialità italiana e siciliana. Proprio la raffinatezza dei tessuti e la ricercatezza dei particolari ne fanno un vero must. Cravatte, camicie e abiti personalizzati su misura sono indossati dai potenti della terra che apprezzano l’artigianalità di sapienti mani di sarti che realizzano queste opere d’arte.

«Conseguita la laurea in Economia, iniziai a fare il commesso viaggiatore imparando a conoscere tutti i mercati. Nel 1989 abbiamo creato la Maison Gregory, iniziando a produrre cravatte, e grazie all’esperienza maturata sin da subito abbiamo guardato ai mercati esteri. Successivamente abbiamo prodotto camicie e in seguito abiti personalizzati, il mio primo amore, cercando di collocarci in una fascia di mercato medio-alta. Abbiamo aperto i nostri showroom a Valguarnera, Palermo, Catania, Siracusa, Milano, Bruxelles con l’intento di lasciare ai nostri clienti l’impronta della sartorialità. Abbiamo scelto di produrre i nostri capi personalizzati su misura proprio a Valguarnera Caropepe, a differenza di colleghi che hanno preferito delocalizzare all’estero, poiché questo è un territorio da sempre vocato all’industria tessile, dove vi è una grande esperienza nel settore. In questo modo abbiamo dato lavoro a circa 120 persone, tirandole fuori dal vincolo della politica, grazie alle loro capacità. Abbiamo l’obiettivo di dare una prospettiva ai giovani ed evitare che lascino la Sicilia per cercare lavoro altrove, essere d’esempio affinché si creino le condizioni per creare posti di lavoro nella nostra isola, governata da politici miopi che non comprendono quanto siano apprezzate le eccellenze siciliane all’estero».

Nonostante Salvatore Martorana viaggi in giro per il mondo ha le sue radici ben salde nella sua terra. «Ho dimostrato che si può fare impresa in Sicilia con tutte le problematiche che ci sono. Questa è la mia terra, sono nato qui e non voglio abbandonarla per nessun motivo. Con la mia famiglia ci siamo trovati d’accordo nel voler fare rimanere i miei nipoti in Sicilia. Abbiamo il dovere di sperare che questa terra cambi in meglio, che la politica comprenda il grande valore della Sicilia e delle sue eccellenze».

Dalla Maison Gregory partono capi di abbigliamento non solo raffinati ed eleganti, ma con quel quid in più dato dall’essere prodotti in Sicilia. «Su suggerimento di mia moglie è nato il marchio Salvatore Martorana poiché i mercati anglosassoni preferiscono il marchio italiano. Quando vendiamo un abito c’è la nostra italianità, il nostro modo di essere, l’espressione di un popolo, la bellezza che il Padre Eterno ci ha dato, il buon gusto. Chi acquista un nostro prodotto ritrova l’estro innato nel nostro DNA italiano che lo fa sembrare più bello, perché mettiamo un punto a traverso, una fodera o un bottone diversi. La diversità tra noi e il resto del mondo sta nel buon gusto».

In mezzo a non poche difficoltà Salvatore Martorana, insieme alla moglie Cettina e ai figli Nicola e Cecilia, oltre ad una squadra che è anche una famiglia, esporta eleganza e la raffinatezza della sartorialità Made in Sicily in tutto il mondo.

«Ognuno di noi svolge il proprio ruolo all’interno di un gioco di squadra permettendo di raggiungere i nostri obiettivi. Oltre ad essere presenti in Europa stiamo esplorando gli USA, dove abbiamo sempre esportato. La pandemia ha bloccato le nuove aperture negli Stati Uniti, di recente abbiamo riscontrato un grande interesse per i nostri prodotti perché i nostri clienti vogliono vestire italiano e stiamo aprendo all’interno di Bentley, Rolls-Royce, Lamborghini a Los Angeles, dove mi auguro di vestire i clienti di questi marchi, un altro progetto è in cantiere con la Ferrari».

I progetti di Salvatore Martorana, ambasciatore dell’artigianalità del Made in Sicily nel mondo, continuano all’insegna dell’eleganza e dell’unicità.

anteprima pizzi e merletti

test articoli

di Giulia Monaco   Foto di Emanuele Carpenzano

 

Dolce e Gabbana ne hanno fatto un must-have, e ne fanno largo uso nelle loro collezioni, omaggiando un’ideale di femminilità sospeso tra passato e presente: l’ elegantissimo pizzo siciliano, che richiama le atmosfere mediterranee di una volta, è il protagonista indiscusso delle passerelle, di brand di moda Made in Italy e di abiti da sposa griffati scelti dai vip.

 

Se volgiamo un attimo lo sguardo a una Sicilia d’altri tempi, con un po’ di immaginazione riusciamo a scorgere delle giovani donne intente a confezionare con solerzia il loro corredo, creando con grande maestria degli arabeschi di pizzo destinati a impreziosire tovaglie, vesti e stoffe, rendendole eleganti e leggiadre. Le immaginiamo ingegnarsi con aghi, fili, fuselli e uncinetti, e a intessere punto dopo punto armoniose trame di pizzi, merletti e trine da applicare alla biancheria più pregiata, per custodirla poi sotto naftalina nei cassetti di un grande comò, in attesa di coronare il loro grande sogno d’amore. Ancora adesso, aprendo quei vecchi cassetti, potrebbero spalancarsi davanti ai nostri occhi tracce di quella Sicilia mai dimenticata, che oggi gode di un fascino iconico e intramontabile.

 

Ma da dove nasce la tradizione dei merletti siciliani?

La parola “merletti” deriva dal termine “merli”, gli elementi architettonici sagomati che sovrastavano torri e palazzi medievali. La Sicilia vanta una tradizione del merletto molto antica, attestata già nel 1400, quando veniva spesso eseguito con filati d’oro e d’argento che ornavano tessuti pregevoli. Questa tradizione risale al dominio dei Saraceni, che introdussero nell’isola i primi laboratori di tessitura e ricamo, e si consacra poi sotto la corte di Spagna.

Tra i manufatti in pizzo siciliano, ce n’ è uno richiestissimo dalle spose, conclamato dai grandi brand di moda, che ha fatto la sua comparsa in matrimoni celebri e in serie cult: stiamo parlando della mantilla, un capo d’abbigliamento che si diffuse in Sicilia nel ‘500, durante la dominazione spagnola. L’accessorio proviene da un’antica usanza diffusa nella penisola iberica, che vedeva donne del “pueblo”, cioè le popolane, utilizzarlo come adorno oppure come riparo.  Ma quando la regina Isabella II (che regnò tra il 1833 ed il 1868) cominciò a indossare la mantilla in tutti gli eventi ufficiali, acquisendo un’aurea elegante e sofisticata, ecco che il suo uso si estese anche nei ranghi dell’aristocrazia. Potremmo definire la regina Isabella un’influencer del suo tempo? Certamente sì, e anche di grande impatto: infatti, tutt’oggi la mantilla è considerata uno degli accessori più chic negli ambienti di alta moda, ed è richiestissima dagli atelier di abiti da sposa.

 

Nessuna terra come la Sicilia sfugge da qualsiasi cliché, piena com’ è di meraviglie e di mille contraddizioni. Anche la moda e l’ eleganza siciliane sono in qualche modo senza luogo e senza tempo, figlie di una commistione di culture e popoli così distanti tra loro, e così ricchi nella loro diversità, da rendere lo stile siculo unico al mondo.  Il merletto siciliano ne è un chiaro emblema: i decori sono spesso eseguiti liberamente, secondo la fantasia dell’ esecutore o dell’ esecutrice, che realizza un’armoniosa sequenza di pieni e vuoti senza un disegno prestabilito. Più che di artigianato potremmo parlare di una vera e propria arte figurativa, visto il grande impatto di sfilati, merletti e macramè sui canoni estetici del tempo.

 

Elegante e sofisticato, chic e ricercato, il pizzo siciliano si consacra come elemento iconico che ha segnato e continua a segnare la storia della moda e del costume, da custodire e amare per sempre.

Palazzo Biscari Salone orchestra

Palazzo Biscari. Magnificenza e sostenibilità

di Patrizia Rubino

 

Tra i palazzi storici privati siciliani di maggior pregio e rilievo artistico e culturale c’è sicuramente Palazzo Biscari di Catania. Assieme al Monastero dei Benedettini San Nicolò l’Arena, è l’edificio più importante e rappresentativo dell’architettura barocca della città. Un palazzo sontuoso, situato nel cuore del centro storico, nei pressi del porto, la cui costruzione cominciò qualche anno dopo il terribile terremoto del 1693, sulle mura cinquecentesche della città per volere di Ignazio Paternò Castello III principe di Biscari.

 

Alla sua morte l’opera fu proseguita rispettivamente dal figlio Vincenzo e poi dal nipote Ignazio che oltre ad ampliarne la superfice vi realizzò un importante museo archeologico, numismatico e naturalistico di grande interesse per gli studiosi dell’epoca.

 

Gran parte delle pregevoli collezioni raccolte nel museo del principe di Biscari sono state successivamente donate al comune di Catania e trasferite al Museo Civico di Castello Ursino.

 

Molto particolare la sua facciata posteriore, quella rivolta verso il mare, costituita da sette enormi vetrate incorniciate da una profusione di sculture e decori, raffiguranti i temi allegorici di abbondanza, prosperità, fertilità e saggezza. All’interno del palazzo che conta oltre 600 tra stanze, sale e saloni vi è una vera e propria esplosione dello sfarzo barocco e rococò; affreschi, decori, intarsi in legno e marmorei, dipinti, arredi e oggetti di grande pregio, simbolo del fasto e della ricchezza dei proprietari del tempo, che hanno superato la prova di oltre tre secoli.

 

L’ambiente più suggestivo di tutto il palazzo è senza dubbio l’immenso salone delle feste, detto “dell’ Orchestra”, magnifico esempio di rococò siciliano con influenze di gusto napoletano. La grande sala ha una forma di chitarra e pare sia stata realizzata in occasione del matrimonio del principe Ignazio V con una donna napoletana, da qui la presenza di numerosi dipinti raffiguranti Napoli. A dir poco stupefacenti gli affreschi che celebrano la gloria di casa Biscari e la complessa decorazione fatta di specchi tutt’intorno alle pareti del salone. A proposito del salone c’è un aneddoto, o meglio una curiosità che racconta Ruggero Moncada, uno dei proprietari del palazzo. Sembrerebbe che durante la Seconda Guerra Mondiale i soldati inglesi, lo avessero utilizzato come campo da tennis, danneggiando anche un prezioso dipinto.

Ma tra i tanti elementi straordinari del palazzo, merita una nota particolare la meravigliosa “Scala a fiocco di nuvola” con decorazione a stucco, realizzata intorno al 1750, dalla quale si accede al cupolino centrale del salone utilizzato per l’alloggiamento dell’ orchestra. Un vero capolavoro architettonico.

 

Oltre a rappresentare una meta turistica imprescindibile, Palazzo Biscari conta moltissimi visitatori eccellenti, come ad esempio lo scrittore Goethe che nel corso del suo viaggio in Italia, nel 1787 fu ricevuto dal principe di Biscari che gli mostrò le preziose collezioni archeologiche del museo, e la regina madre d’Inghilterra. Per la sua straordinarietà è spesso scelto come set d’importanti produzioni cinematografiche, ma anche di meeting, feste e ricevimenti di matrimonio, serate di gala e sfilate di moda. Nelle sue magnifiche sale si sono svolti importanti eventi culturali, concerti e mostre d’arte di rilievo internazionale.

 

Attualmente (febbraio 2022) Palazzo Biscari – di concerto con la Soprintendenza ai Beni Culturali di Catania – è interessato da una delicata attività di restauro dell’antico intonaco e delle pietre bianche della facciata. Un impegno imprescindibile per consentire al sito di continuare a risplendere. La cura e la lungimiranza dei proprietari discendenti della famiglia Biscari che continuano a vivere nel palazzo, fa sì che il sito si mostri ancora oggi ben conservato e al contempo proiettato verso un futuro sostenibile grazie ad una serie di attività di rete con realtà molto attive e propositive che lo aprono ad una fruizione sempre più ampia e condivisa nel territorio.

anteprima pizzi e merletti

Pizzi e merletti siciliani. Un’antica tradizione divenuta icona di stile

di Giulia Monaco   Foto di Emanuele Carpenzano

 

Dolce e Gabbana ne hanno fatto un must-have, e ne fanno largo uso nelle loro collezioni, omaggiando un’ideale di femminilità sospeso tra passato e presente: l’ elegantissimo pizzo siciliano, che richiama le atmosfere mediterranee di una volta, è il protagonista indiscusso delle passerelle, di brand di moda Made in Italy e di abiti da sposa griffati scelti dai vip.

 

Se volgiamo un attimo lo sguardo a una Sicilia d’altri tempi, con un po’ di immaginazione riusciamo a scorgere delle giovani donne intente a confezionare con solerzia il loro corredo, creando con grande maestria degli arabeschi di pizzo destinati a impreziosire tovaglie, vesti e stoffe, rendendole eleganti e leggiadre. Le immaginiamo ingegnarsi con aghi, fili, fuselli e uncinetti, e a intessere punto dopo punto armoniose trame di pizzi, merletti e trine da applicare alla biancheria più pregiata, per custodirla poi sotto naftalina nei cassetti di un grande comò, in attesa di coronare il loro grande sogno d’amore. Ancora adesso, aprendo quei vecchi cassetti, potrebbero spalancarsi davanti ai nostri occhi tracce di quella Sicilia mai dimenticata, che oggi gode di un fascino iconico e intramontabile.

 

Ma da dove nasce la tradizione dei merletti siciliani?

La parola “merletti” deriva dal termine “merli”, gli elementi architettonici sagomati che sovrastavano torri e palazzi medievali. La Sicilia vanta una tradizione del merletto molto antica, attestata già nel 1400, quando veniva spesso eseguito con filati d’oro e d’argento che ornavano tessuti pregevoli. Questa tradizione risale al dominio dei Saraceni, che introdussero nell’isola i primi laboratori di tessitura e ricamo, e si consacra poi sotto la corte di Spagna.

Tra i manufatti in pizzo siciliano, ce n’ è uno richiestissimo dalle spose, conclamato dai grandi brand di moda, che ha fatto la sua comparsa in matrimoni celebri e in serie cult: stiamo parlando della mantilla, un capo d’abbigliamento che si diffuse in Sicilia nel ‘500, durante la dominazione spagnola. L’accessorio proviene da un’antica usanza diffusa nella penisola iberica, che vedeva donne del “pueblo”, cioè le popolane, utilizzarlo come adorno oppure come riparo.  Ma quando la regina Isabella II (che regnò tra il 1833 ed il 1868) cominciò a indossare la mantilla in tutti gli eventi ufficiali, acquisendo un’aurea elegante e sofisticata, ecco che il suo uso si estese anche nei ranghi dell’aristocrazia. Potremmo definire la regina Isabella un’influencer del suo tempo? Certamente sì, e anche di grande impatto: infatti, tutt’oggi la mantilla è considerata uno degli accessori più chic negli ambienti di alta moda, ed è richiestissima dagli atelier di abiti da sposa.

 

Nessuna terra come la Sicilia sfugge da qualsiasi cliché, piena com’ è di meraviglie e di mille contraddizioni. Anche la moda e l’ eleganza siciliane sono in qualche modo senza luogo e senza tempo, figlie di una commistione di culture e popoli così distanti tra loro, e così ricchi nella loro diversità, da rendere lo stile siculo unico al mondo.  Il merletto siciliano ne è un chiaro emblema: i decori sono spesso eseguiti liberamente, secondo la fantasia dell’ esecutore o dell’ esecutrice, che realizza un’armoniosa sequenza di pieni e vuoti senza un disegno prestabilito. Più che di artigianato potremmo parlare di una vera e propria arte figurativa, visto il grande impatto di sfilati, merletti e macramè sui canoni estetici del tempo.

 

Elegante e sofisticato, chic e ricercato, il pizzo siciliano si consacra come elemento iconico che ha segnato e continua a segnare la storia della moda e del costume, da custodire e amare per sempre.

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Teatro Massimo Bellini di Catania: oltre 130 anni di bellezza

Articolo e foto di Samuel Tasca

 

31 maggio 1890. Un’atmosfera densa di trepidazione e stupore accompagnava quei primi spettatori che si apprestavano a varcare le soglie del “Bellini”. Proprio così, quel giorno, il Teatro Massimo “Vincenzo Bellini” di Catania spalancava per la prima volta le sue porte al pubblico e lo faceva portando in scena il capolavoro del compositore catanese del quale porta il nome: la Norma.

 

Oltre 130 anni sono passati da quel primo debutto, eppure, ancora oggi, varcare le soglie di questo tempio della musica, progettato dall’architetto Carlo Sada, rappresenta ancora un’ esperienza dalla bellezza disarmante: la musica investe lo spettatore con tutta la sua potenza evocativa riuscendo a toccare le più profonde corde dell’anima.

 

«Per la sua gloriosa tradizione e per lo straordinario valore monumentale, il teatro è per la città sommo bene culturale con un cuore pulsante di musica e di arte: un primato etico, estetico e culturale universalmente riconosciuto al nostro ente lirico». Lo descrive così Giovanni Cultrera di Montesano, Sovrintendente del Teatro Massimo “V. Bellini”, che ci aiuta a cogliere la vera essenza di questo luogo, e il suo significato per la città di Catania e non solo.

 

«Il Teatro si porge come il biglietto da visita della città. Grandi artisti hanno trovato qui il trampolino di lancio della propria carriera: basti citare il grande Luciano Pavarotti o direttori d’orchestra del calibro di Riccardo Muti e Lorin Maazel, stelle planetarie tornate poi più volte a risplendere ciclicamente sul palcoscenico catanese. Catania è giustamente orgogliosa della sua sala incantevole, a giudizio unanime ritenuta tra le più belle al mondo e a tutt’oggi acusticamente ineguagliata e tanto meno superata, come ha ricordato di recente proprio il Maestro Muti, ospite quest’estate delle celebrazioni belliniane, organizzate dal teatro sotto l’egida della Regione Siciliana».

 

Un luogo, dunque, che assume un immenso valore non solo artistico, ma anche sociale. «Siamo sempre in prima linea, proprio per il ruolo che ricopriamo come massimo propulsore pubblico dell’attività artistica e culturale – ricorda il Sovrintendente -. Un impegno di cui sentiamo forte la responsabilità, garantendo costantemente una produzione di alto livello, che non si è fermata neanche durante il lockdown, grazie anche alle risorse dello streaming e della televisione. Vorrei ricordare in particolare la Norma in diretta su Rai5 che ha visto il Teatro Bellini autentico protagonista»

 

Un impegno importante quello del Teatro ‘Bellini’ che, come afferma Cultrera, «punta a lavorare in sinergia, uniti alle altre importanti realtà artistiche del territorio, associazioni musicali, di prosa o letteratura».

 

Uno sforzo che, di fatto, trova pieno riconoscimento nelle parole del Sindaco di Catania, Salvo Pogliese: «Un inno alla gioia nel segno di Vincenzo Bellini ha aperto il 2022, con il tradizionale concerto di Capodanno. Sull’onda musicale di questo entusiasmo, un vero e concreto inno alla gioia può accompagnare il percorso di affermazione e riaffermazione del nostro teatro, scrigno di incommensurabile bellezza e funzionalità, e delle nostre superbe professionalità e maestranze, nel panorama nazionale e internazionale dopo le tante difficoltà legate al lungo e pesante periodo di pandemia.

Una rinascita possibile, alla quale le istituzioni stanno lavorando consapevoli di trovare ineguagliabile e fattivo slancio nell’eccezionale levatura del Sovrintendente Giovanni Cultrera di Montesano, nella competenza del commissario straordinario Daniela Lo Cascio e nella preparazione e destrezza di tutti gli artisti, a cominciare dai maestri Fabrizio Maria Carminati  e Luigi Petrozziello. Nuove “melodie” stanno per essere composte e sono sicuro risuoneranno presto ben al di là dei confini del Teatro Massimo ‘Bellini’ e di Catania».

 

Il 2022 sarà, infatti, come ci assicura in chiusura Giovanni Cultrera di Montesano, «un anno ricco di variegate iniziative, che s’intersecheranno e integreranno in un’ottica di apertura alla città».

costume di carnevale di misterbianco

Il Carnevale di Misterbianco coi suoi “Costumi più belli di Sicilia”

di Alessia Giaquinta   foto di Francesco Sammarco

 

Doppu li tri re, tutti olè”: di cosa sto parlando?

Vi do un indizio: i tre re sono i magi e olè invece è un’ espressione di divertimento. Avete capito, adesso?

Questo antico proverbio siciliano si riferisce al Carnevale, proprio così. Anticamente, infatti, il periodo più allegro dell’anno durava un mese: dal giorno successivo all’Epifania (l’arrivo dei tre re) sino all’inizio della Quaresima.

Nel 1693 però, a seguito del terremoto che si verificò l’11 gennaio – proprio nel periodo dei festeggiamenti del Carnevale – e che distrusse numerose città della Sicilia, se ne sospese la celebrazione e, negli anni a seguire, si ridusse il Carnevale a pochi giorni.

 

Questa festa, antica di oltre 4000 anni, è stata sempre caratterizzata da riti mascherati, divertimenti, trasgressioni, ma anche manifestazioni di arte ed eleganza.

Ed in Sicilia, per questi ultimi aspetti, si distingue il Carnevale di Misterbianco, noto per i costumi di pregevole fattura che vengono realizzati per l’occasione. Si tratta di vere e proprie opere d’arte che richiedono mesi e mesi di studio e lavoro, oltre all’utilizzo di materiali pregiati ed esclusivi.

 

È proprio a Misterbianco, infatti, che si trovano i “Costumi più belli di Sicilia”, unici nel loro genere, frutto di estro, fantasia e minuziosa ricerca. Non si tratta di soli tessuti e merletti ben cuciti tra loro, ma di vere e proprie storie, racconti, giochi di colori, accostamenti provocatori, temi di rilievo sociale che emergono dalle stoffe. Dei capolavori, insomma! Questi costumi, notevoli per bellezza e dimensione, arrivano a pesare anche oltre 40 kg e per tale ragione, spesso, si rende necessario l’utilizzo di impalcature dotate di ruote per alleggerirne il peso.

 

Finito il Carnevale è possibile ammirare questi meravigliosi abiti presso il “Museo dei Costumi più belli di Sicilia” che ha sede nell’antico opificio “Stabilimento Monaco” di Misterbianco. Inoltre, in occasione di diversi eventi, alcuni di questi costumi sono approdati oltreoceano, ad Hong Kong, in Costa Azzurra, Arabia Saudita e Tunisia.

 

Vederli sfilare, in occasione del Carnevale, è sicuramente motivo di stupore e meraviglia. Sono tantissimi i visitatori che accorrono, ogni anno, a Misterbianco per assistere al Carnevale che, grazie ai suoi Costumi più belli di Sicilia, dal 2007 è inscritto nel “Registro delle Eredità Immateriali di Sicilia” ed è annoverato tra i “Carnevali storici d’Italia”.

 

Purtroppo, a causa dell’emergenza pandemica, neanche quest’anno si terrà il Carnevale di Misterbianco.

«Per via dell’emergenza sanitaria in corso, la decisione più saggia è quella di rinviare la manifestazione del Carnevale 2022 – dichiara l’assessore ai Grandi Eventi e Spettacoli, Daniela Nicotra –. Stiamo, però, già pensando e programmando un Carnevale primaverile. Un importante ringraziamento va alle cinque associazioni del Carnevale di Misterbianco: la Burla, New Ange, la Follia, The Carnival Mask e Turi Campanazza per il grande senso di responsabilità che stanno dimostrando».

Incrociamo le dita, allora.

 

E riscriviamo l’antico proverbio, cambiandone i primi termini: “Quannu un pocu di tregua c’è, tutti olè”. Abbiamo bisogno di tornare a festeggiare con “allegre mascherine”, celebrare i nostri riti e tradizioni, riappropriarci di una normalità che, forse solo adesso, riusciamo a riconoscere meravigliosa.

 

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Museo del Costume. La storia dell’eleganza siciliana

Articolo e foto di Rosamaria Castrovinci

A Ragusa, in contrada Donnafugata, si trova l’omonimo castello, immerso nel verde di un bellissimo parco. E se in molti conoscono sia il castello che il parco, non tutti sanno che dal 2020 all’interno del castello è stata allestita una collezione molto particolare: il MUDECO (Museo del Costume), un museo permanente della Storia del Costume siciliano tra il XVIII e il XX secolo.

 

La sua particolarità è che gli abiti che si trovano al suo interno sono dei pezzi storici, appartenuti a personaggi importanti del passato della Sicilia, come: Donna Franca Florio; Vincenzo Bellini; Michele Amari, deputato al Parlamento rivoluzionario del 1848 e Concepción Lombardo Miramon, moglie del generale Miguel Miramon, oltre che ai componenti della famiglia Arezzo di Trifiletti. E se oggi è possibile ammirare questi abiti lo si deve proprio a Gabriele Arezzo di Trifiletti che li ricevette in eredità dal padre e che ha, poi, continuato a collezionarli, acquistando a delle aste i pezzi mancanti.

 

La collezione fu acquisita nel 2014 dall’amministrazione comunale di Ragusa che, grazie al supporto della Banca Agricola Popolare di Ragusa, ha iniziato dapprima con il restauro e successivamente con la pianificazione dell’allestimento del museo all’interno dei bassi del castello.

 

Vi sono complessivamente “460 abiti completi; 695 indumenti singoli; 1555 accessori moda con scarpe e cappelli di ogni foggia; 72 elementi di oggettistica varia tra cui prodotti per la cosmesi, utensili per il ricamo e il cucito e, tra gli altri, una singolare sedia-parto e una curiosa vasca da bagno da viaggio” (fonte: https://castellodonnafugata.org/mudeco/).

 

Il percorso che conduce all’interno del museo inizia con un excursus storico sui vari stili presenti: si parte dal 1715 – 1774 con lo stile Rococò, caratterizzato dal grande utilizzo di tessuti di seta leggera, pizzi, merletti e pietre preziose, per passare poi allo stile Neoclassico (1774 – 1815), nel quale l’abbigliamento era più confortevole e pratico, si toccano gli anni della Belle Époque (fine ‘800), gli anni ’20 del Novecento caratterizzati dal Modernismo, e si arriva infine al 1950.

 

All’interno del museo non mancano gli approfondimenti su tutti quegli elementi che hanno caratterizzato la moda e l’eleganza negli anni, come ad esempio il busto (o corsetto), ampiamente utilizzato nella seconda metà del XIX secolo per rendere il punto vita sottile, ma causa di malori e danni fisici permanenti (forse è per via del busto che si è diffuso il detto “chi bella vuole apparire un po’ deve soffrire”); ma anche la vestaglia era considerata un elemento femminile di imprescindibile eleganza.

 

All’interno delle teche, che racchiudono i preziosi abiti senza nascondere la bellezza dell’architettura del castello, si possono ammirare le divise storiche delle forze armate, gli abiti da viaggio e quelli da passeggio dei nobili del tempo, ma anche gli immancabili accessori che davano quel tocco di raffinatezza in più.

 

Tra gli abiti esposti c’è quello che ispirò la famosa scena del ballo di Angelica nel film “Il Gattopardo”, un meraviglioso abito bianco in organza che Luchino Visconti, regista del film, vide in casa Arezzo di Trifiletti; e quello di Donna Franca Florio, un elegante abito nero arricchito da ricami e pietre preziose che metteva in risalto la bellezza tipicamente meridionale di Donna Franca: gote accese, occhi verdi e brillanti, capelli neri e carnagione ambrata.

 

E infine, dopo aver sognato, grazie a questi abiti, quelli che erano i banchetti, i ricevimenti e i balli nelle splendide dimore nobiliari dell’epoca, vi troverete catapultati nella leggerezza degli anni ’20, quel periodo in cui la libertà si riflette nella moda, gli abiti si accorciano, i tessuti utilizzati sono colorati e leggeri e spariscono i corsetti. Accessori come cinture, collane di perle, lunghi guanti, e poi ancora decorazioni come piume e frange, oltre al famosissimo caschetto, danno un impatto visivo che stacca nettamente con la moda e l’eleganza del passato.

FOTO COLORI SALONE SPECCHI

I saloni di Palazzo Spadaro Libertini: tra storia e cuore

di Omar Gelsomino   Foto di Saverio Pavone e Giuseppe Strataglio

Bellezza, storia e arte racchiuse in un’antica dimora. Nel cuore del centro storico di Caltagirone poco distante dalla maestosa Scala di Santa Maria del Monte, in via San Bonaventura 22, si trova il prestigioso Palazzo Spadaro Libertini.

Costruito nel 1725 da Barbaro Maggiore Marchese di Santa Barbara, un secolo dopo Michelangelo Libertini di San Marco ne fece la sua fastosa dimora e lo donò in seguito ai figli Gesualdo e Francesca (sposata con il Comm. Salvatore Spadaro di Passanitello), divenendo così Palazzo Spadaro Libertini. L’altra parte dell’edificio entrò nel patrimonio del Conte Michele Gravina. Nel 2001 il palazzo è stato dichiarato bene monumentale di rilevante interesse artistico. Nel 2018 l’avv. Lara Marina Gravina di Belmonte ha acquistato la parte di rappresentanza di Palazzo Spadaro Libertini unitamente ad altre parti e insieme alla madre Gemma, ad un anno dall’acquisto, l’hanno riportata all’antico splendore insieme a preziosi damaschi e tappeti, volte affrescate e altri pregiati arredi che la impreziosiscono.

«Negli anni ‘70 quando i miei genitori, Gemma ed Enrico, in vacanza in Sicilia visitarono i Saloni di Rappresentanza di Palazzo Spadaro, mio padre ne rimase talmente incantato da desiderarlo come seconda residenza, giacché era considerato il più bello di Caltagirone. Mio cugino Alvise me ne ha proposto l’acquisto affinché “rimanesse in famiglia”, si è quindi trattato di un emozionante “passaggio di testimone” che ha riguardato uno scrigno di memorie. La sua rinascita è merito di mia madre Gemma. Con orgoglio, mia madre ed io, abbiamo riportato in vita un bene storico, patrimonio della città, riconosciuto dalla Soprintendenza ai Beni Culturali di Catania come bene monumentale». Quello di Lara Gravina di Belmonte è più di un legame di cuore con la Sicilia, vi sono anche affetti e ricordi.

«Sono convinta che ovunque la vita ti conduca senti che il filo rosso che ti lega alla tua storia, alle tue tradizioni, al tuo luogo d’origine non si è mai spezzato nel corso dei secoli. Da una parte l’origine millenaria del nostro ramo i Gravina Beaumont di Belmonte è legato fortemente alla Sicilia e a Caltagirone, poiché annovera tra i senatori della città, l’avo Enrico Gravina Beaumont. Dall’altra, mio padre con i suoi ricordi di quando insieme ai suoi due fratelli in vacanza con mio nonno rimasero bloccati a Caltagirone nel 1940 per via della guerra per sette anni. Un mese prima di mancare, mio padre manifestò il desiderio di essere sepolto a Caltagirone se fosse morto, rispettando le sue volontà abbiamo riannodato il rapporto ancestrale con Caltagirone».

Un fastoso palazzo dove è possibile ammirare infissi laccati bianchi e laminati in oro, mobili, damaschi e tappeti Aubusson, realizzati in Francia, volte dei saloni arricchite da pitture di Francesco Vaccaro. «Dopo un attento restauro conservativo volto a mantenere intatta la sua bellezza e preziosità abbiamo deciso di aprire il palazzo ai visitatori su prenotazione. Sarebbe stato un vero peccato non farlo in una città scrigno come Caltagirone, entrata a far parte del circuito delle città barocche e del Patrimonio dell’Unesco. Wagner onorò questa dimora con una sua visita e altre personalità di alto profilo, tra cui anche Don Luigi Sturzo. Già nella seconda metà del ‘700 l’Accademia dell’Arcadia vi si riuniva sotto l’egida dei Maggiore di Santa Barbara. Per rispetto di questa “eredità storica” è doveroso che questo palazzo venga conosciuto e apprezzato e che gli eventi che lo vedono protagonista siano degni del suo importante passato. Ci auguriamo che Caltagirone possa raggiungere il gradimento turistico di Noto e ci piacerebbe contribuire diventandone uno dei poli di attrazione, infatti, grazie a tour operator di nicchia siamo diventati ambasciatori di Caltagirone “fuori dalla Sicilia e nel mondo». Una dimora storica meritevole di essere visitata dover poter ammirare bellezza, respirare storia e nutrirsi d’arte.

Palazzo Cocuzza

L’elegante dimora dei Cocuzza. Scrigno di storia di una delle più potenti famiglie siciliane del XIX secolo

Articolo e foto di Alessia Giaquinta

I palazzi delle nostre città parlano: ci raccontano storie di gloria, di lotta al potere, di sfarzo ed eleganza. Bisogna osservarli, mai banalmente. La loro storia è la nostra storia. Più volte, ogni giorno, percorro piazza San Giovanni, nel mio paese, ed ogni volta mi lascio rapire dall’abbraccio architettonico di chiese e palazzi che si alternano in uno scenario che più volte è stato set cinematografico.

 

Vivo a Monterosso Almo, uno dei borghi più belli d’Italia, un luogo in cui o nasci o scegli. Raramente si è di passaggio, qui. Forse questo è il suo limite o forse la sua più grande ricchezza.

Eppure, un tempo, Monterosso fece da capofila nei progetti delle vie di comunicazione per far uscire il paese dall’isolamento. Ecco, questa è una storia.

 

E per raccontarvela vi porto a Palazzo Cocuzza, splendido gioiello in stile neoclassico e liberty della città, un palazzo capace di parlare di eleganza, eccesso, potenza e declino. Un palazzo che racconta la storia di una delle famiglie più influenti dell’area iblea nel XIX secolo: i Cocuzza.

Osserviamo il palazzo dall’esterno. Non si trova in una posizione casuale, tutt’altro. La scelta di edificare lì la dimora dei Cocuzza ha dei motivi storico-sociali ben precisi. Erano gli anni, quelli, dell’ascesa della borghesia terriera a scapito dell’antica nobiltà. I borghesi, per intenderci, i soldi li avevano fatti col sudore, con l’ingegno, non come quei nobili che, già alla nascita, si ritrovavano ricchi. Allora bisognava ostentare questo nuovo potere emergente, bisognava che anche l’arte e l’architettura fossero espressione della nuova classe emergente. E don Salvatore Cocuzza (1811-1892) era uno di loro, un “massaru arriccutu” a spese di quella nobiltà decaduta, e bisognava mostrarlo.

 

Che c’entra il palazzo? Ve lo spiego subito. I Cocuzza acquistarono quel lembo di terra in piazza (già occupato da case, che fecero abbattere) per costruire la loro dimora proprio davanti a quella degli aristocratici Noto, in maniera tale da impedire loro la visuale sulla piazza. E non solo. Il palazzo, oltre ad essere imponente, è ricco. Per l’occasione furono chiamate le migliori maestranze locali: affreschi, stucchi, pavimentazione, ogni cosa doveva esprimere eleganza, sfarzo.

Entriamo nel palazzo, oggi sede del museo comunale e polo culturale. Oltre 1200 mq di magnificenza: 14 vani nel seminterrato (dove c’ erano fienili, stalle e magazzini), altri 14 vani al primo piano (adibiti a uffici, camere per gli ospiti e servizi) fino a giungere, attraverso una maestosa scalinata, al piano nobiliare dove oltre alla cucina, alla sala da pranzo e al salone delle feste, vi erano le camere da letto per l’inverno e quelle per l’estate (distinte in base all’inclinazione del sole) con visuali panoramiche sulle due piazze del paese e sui territori del Calatino, visibili chiaramente da quella posizione.

 

Neanche questo è un caso. I Cocuzza avevano possedimenti a Marineo, nei territori di Grammichele, ed in particolare una grande stalla e tanti vigneti che riuscivano a sorvegliare da quell’ampia visuale. Ovviamente lavoravano per loro campieri, garzoni, insomma si narra di oltre 3000 uomini e donne alle loro dipendenze.

I Cocuzza completarono la loro ascesa sociale con l’elezione di Federico Cocuzza alla Camera dei Deputati, e poi al senato. Nel 1911 fondò, insieme ad altri imprenditori, la Società Anonima Ferrovie Secondarie della Sicilia, che permise i collegamenti ferroviari nell’area iblea: che lungimiranza!

Eppure questa storia ha un triste epilogo. Quando, disgraziatamente, l’unico erede maschio morì all’ età di 20 anni, fu interrotta la costruzione del palazzo (ancora oggi è visibile un’ala non rifinita) e si giunse al declino. Eppure la maestosità e l’ eleganza di quel palazzo, nonostante anni bui, non smette ancora oggi di stupire.

Osservo i motivi floreali degli stucchi, gli affreschi neoclassici di muse e paesaggi ameni e lascio alla mia immaginazione continuare… Eleganza fa rima con speranza: che tutti possano lasciarsi ammaliare, e si possa sempre più valorizzare!

anteprima editoriale

Editoriale n.33

di Emanuele Cocchiaro

 

Bagnata dal mare e baciata dal sole, terra ospitale dei popoli del mondo, la Sicilia custodisce un’ essenza elegante che da sempre la accompagna. Fimmina èdirebbero gli anziani, perché oltre ad essere terra verace e ammaliatrice, la nostra isola è una nobile signora la cui eleganza lascia sempre tutti senza fiato.

 

È a lei che abbiamo deciso di dedicare questo numero, alla sua bellezza e alla sua storia, dalla quale abbiamo ereditato i grandi palazzi nobiliari che ancora oggi ci riportano indietro nel tempo: ai balli, agli abiti eleganti e alla fastosità che hanno contraddistinto un’ epoca e i suoi protagonisti. Quello che vi proponiamo, infatti, non è solo un viaggio attraverso la nostra terra, ma un vero e proprio viaggio nel tempo, un tuffo nella storia intriso di eleganza.

 

Tra queste pagine varcherete le soglie di Palazzo Biscari a Catania, accompagnati dai suoi protagonisti; entreremo nei saloni di Palazzo Spadaro Libertini a Caltagirone e saliremo la grande scalinata in marmo di Palazzo Cocuzza a Monterosso Almo.

 

Preparatevi, mi raccomando, perché ritorneremo al 31 maggio del 1890 per assistere alla prima rappresentazione del Teatro Massimo Bellini di Catania, per poi viaggiare fino a Palermo richiamati dalle sinfonie del Teatro Massimo di Palermo, esempi illustri di magnificenza architettonica riconosciuti in tutto il mondo.

 

E non dimenticate gli abiti! Quegli stessi abiti che hanno incantato il mondo grazie alle immagini del film “Il Gattopardo” e che oggi vengono custoditi nel Castello di Donnafugata all’interno del Museo del Costume. Ma l’eleganza ci appartiene e viaggia con noi attraverso i secoli, manifestandosi tutt’oggi nelle creazioni della stilista Maria Giovanna Costa, o nei gioielli di corallo realizzati dagli artigiani di Sciacca.

 

Insomma, tra le pagine di questo numero non troverete altro che MERAVIGGHIA: autentica, superba, nobile e dirompente. Una bellezza che appartiene a questa terra e al suo popolo, un’eredità che ognuno di noi dovrebbe custodire gelosamente e della quale non dovremmo mai perdere la consapevolezza.

Buon viaggio nel tempo a tutti voi, cari lettori.

 

L’editore
Emanuele Cocchiaro