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isola delle femmine

Isola delle Femmine: tra leggende e passioni.

Foto e articolo di Samuel Tasca

Tredici furono le bellissime e sfortunate peccatrici provenienti dalla Turchia che, in tempi che ormai si son persi nei racconti dei marinai, furono imbarcate su una nave senza remi e lasciate alla deriva come punizione per i peccati delle quali si erano macchiate.

Inizia così una delle leggende che ruota attorno al nome peculiare del comune siciliano di Isola delle Femmine. Esattamente: per chi non lo sapesse Isola delle Femmine, oltre a dovere il suo nome al misterioso isolotto sormontato da una torre diroccata che si staglia nel mar Tirreno, è anche un comune in provincia di Palermo, praticamente attaccato al comune di Capaci.

isola delle femmine vista dalla costa

Ma a cosa si deve questo nome così particolare? Come spesso accade, le interpretazioni sono diverse, alcune più fantasiose, alcune più tecniche, ma di nessuna si ha la certezza assoluta, lasciando così al visitatore la possibilità di scegliere quella che lo affascina di più.

Ed è proprio secondo una di queste leggende, che le tredici fanciulle che abbiamo incontrato all’inizio dell’articolo, dopo diversi giorni in mare in balìa delle onde e delle correnti, si ritrovarono ad approdare sull’isolotto. Il fato non fu così funesto e lasciò che le ragazze riuscissero a sopravvivere sull’isola per sette lunghi anni. Fu allora che i parenti delle sventurate, salpati dalle coste turche alla ricerca delle giovani, riuscirono a ritrovarle approdando sull’isola a loro volta. Allietati dal ricongiungimento, il gruppo decise di stabilirsi nella vicina costa siciliana fondando la città di Capaci (nome che proviene da Cca-paci, “qui la pace”) e rinominando l’isolotto appunto Isola delle Femmine in onore alle sette fanciulle che lo avevano abitato.

Un’altra versione, invece, si rifà ad uno scritto di Plinio Il Giovane nel quale il sito veniva descritto come parva et pulcherrima insula mulieribus (una piccola e bella isola per le donne) sulla quale si narra vivessero queste donne bellissime che si concedevano per la durata di una luna (un mese) ai guerrieri più valorosi.

statua pescatore isola delle femmine

Ma la Sicilia è terra di passioni, di gelosie e di amori non sempre corrisposti. È proprio in questo scenario che si colloca un’ulteriore leggenda sul nome dell’Isola. La protagonista è Lucia, bellissima fanciulla del borgo che per inseguire il vero amore, corrisposto verso un giovane del luogo, si ritrovò a rifiutare le avances di un ricco signorotto (immagino qualcuno di voi si sia già spostato con la mente alla più nota Lucia de I promessi Sposi, la cui storia inizia in maniera similare). A differenza del travagliato, ma pur lieto fine, che toccò ai protagonisti del Manzoni, la nostra povera innamorata fu invece imprigionata sull’Isola dal signorotto così che nessun altro uomo potesse averla. Pur di non concedersi alle prepotenze dell’uomo la fanciulla preferì lasciarsi morire. È per questo che, secondo la leggenda, ancora oggi si odono nei giorni di tempesta le urla di dolore della giovane sventurata.

Magari sarà proprio in conseguenza di questa leggenda che molti credono che l’isola sia stata un carcere prettamente femminile e debba il suo nome a questa caratteristica. La verità è che non sono mai state trovate tracce di attività carceraria e le rovine delle torri che ancora si trovano sull’isolotto fanno parte del sistema di torri di avvistamento che si trovavano, e si trovano ancora oggi, sparse sulle coste della Sicilia.

torre isola delle femmine

Sarà dunque per il suo riferimento esplicito alle donne, affascinanti ed enigmatiche per natura, e sarà per le diverse leggende che ancora oggi viaggiano attorno alle coste di questo peculiare lembo di terra sospeso nel mare, arricchito dalla bellezza della sua riserva naturale, che l’Isola delle Femmine rimane e probabilmente lo resterà ancora per lungo tempo un luogo seducente e intriso di segreto che ogni anno continua ad attrarre turisti da tutto il mondo.

Maria Giuseppina Grasso Cannizzo foto Daniele Ratti

Architetto Maria Giuseppina Grasso Cannizzo (MGGC) o della piccola scala

di Salvatore Genovese   Foto Di Daniele Ratti, Giulia Bruno, Fabio Mantovani, Helene Binet, Armin Linke, Sissi Cesira Roselli

Con la vittoria del Premio Italiano Architettura assegnatole dalla Triennale Milano e Maxxi, per il migliore edificio realizzato tra il 2018 e il 2021 con il progetto 2018 LCM, con cui ha recuperato ad abitazione privata un ex asilo di Mazzarrone, nel catanese, l’architetto Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, vittoriese d’adozione, si è confermata come una delle più innovative protagoniste a livello internazionale dell’arte del progettare.

Un prestigioso riconoscimento che va ad aggiungersi ad un curriculum già molto ricco, da cui traiamo solo alcuni punti: 2021, Nomina Accademica Nazionale di San Luca; 2019, Laurea Honoris Causa in Ingegneria Edile – Architettura, Università di Catania; 2016, Menzione Speciale per la partecipazione alla mostra Reporting from the front, XV Biennale di Architettura di Venezia; 2012, premio Medaglia d’Oro alla Carriera assegnato dalla Giuria della Triennale di Milano.

di Daniele Ratti

Numerose le mostre alle quali MGGC, acronimo che la individua anche a livello internazionale, ha partecipato; mostre curate da nomi prestigiosi come Pippo Ciorra, Shelley McNamara, Yvonne Farrell, Alejandro Aravena, Pierluigi Nicolin e Mirko Zardini. Al suo attivo anche una personale, Loose Ends, realizzata all’AUT Architektur und Tirol di Innsbruck, nel 2014.
Quattro le monografie che la riguardano, tra cui Loose Ends, a cura di Sara Marini, Aut/Lars Müller Publishers.

di Giulia Bruno

Nonostante così numerosi riconoscimenti, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo si è tenuta lontana dai riflettori della notorietà e ha assunto un comportamento e uno stile sobri, tanto da indurla, dopo aver vissuto per molti anni a Roma e a Torino, a “incartare tutto e metterlo in una valigia, per portarlo da un’altra parte e vedere cosa farne” (intervista di Manuel Orazi, Domus, 15 maggio 2020) e ritornare nella sua abitazione paterna di Via Magenta, a Vittoria, in quella che lei stessa definisce una “area marginale”. Questo, però, non ha significato un’auto emarginazione: MGGC continua a vivere a stretto contatto con vari centri della cultura e dell’arte contemporanea.

 

di Fabio Mantovani

Ma cosa ha caratterizzato e dato valore all’opera dell’architetto Grasso Cannizzo?
Secondo Pippo Ciorra «MGGC si è presentata fin da subito al mondo come un animale senza branco, molto poco attenta a posizionarsi nel deprimente ‘dibattito architettonico’, molto più incline a cercare di volta in volta il centro assoluto e variabile tra luogo, tecnica e arte».

di Fabio Mantovani

Per Luca Molinari «L’ ossessione costante di una ricerca di senso profondo in quello che si fa e nelle soluzioni che ne derivano, unita a una lettura quasi amorosa e struggente di quello che il luogo e le condizioni offrono senza alcuna apparente forma di moralismo, sono due elementi che distillano soluzioni resistenti alle mode passeggere e che impongono un’attenzione differente a chi le incontra. Non c’ è niente di “social” e ammiccante nei suoi gesti progettuali; non esiste ossessione del “like” né la sua comprensione; molti dei luoghi costruiti sono quasi impossibili da fotografare se non abitandoli direttamente».

 

 

di Helene Binet

 

di Armin Linke

Quelle di MGGC sono opere minute, da piccola scala, ma di grande intensità dal punto di vista concettuale. Poco amante delle etichette, provenendo dal restauro, sente l’esigenza che ogni cosa sia trasformabile.
«Dal 1974 al 1990 – spiega – ho potuto mettere in pratica i principi teorici del Restauro sia su preesistenze storiche, sia su scheletri di architetture abusive, sia su porzioni di realizzazioni recenti. L’ esperienza di progetto e di cantiere di fronte a casi sempre diversi mi ha consentito di verificare gli insegnamenti, stabilire nessi e relazioni con esperienze, discipline ed ambiti conoscitivi diversi (FIAT e arti visive). Un autore consapevole della transitorietà dell‘esistenza è ossessivamente presente nell’elaborazione del progetto e usa tutti gli strumenti di cui dispone per assecondare e facilitare il destino di trasformazione dell’opera fino alla scomparsa. Nella mia vita professionale ho realizzato il 2% dei lavori progettati… il restante 98% è archiviato in fase esecutiva».

di Sissi Cesira

copertina stefania auci

La musica e la storia, gli elementi essenziali della vita di Stefania Auci

di Omar Gelsomino   Foto di Bottega Digital Craft

Scrive da diversi anni, ma i suoi ultimi due romanzi hanno venduto milioni di copie. Trapanese di nascita e palermitana d’adozione, dove vive e lavora come insegnante, Stefania Auci, dopo aver pubblicato tanti romanzi, tra cui “Florence”, continuando sulla strada del romanzo storico ha scelto di narrare dell’ascesa e del declino di una famiglia, quella dei Florio, che ha interessato diversi aspetti della vita siciliana, prima con i “Leoni di Sicilia” e poi, con “L’inverno dei Leoni” per Editrice Nord. Riesco a raggiungerla durante una pausa delle sue tante presentazioni del romanzo.

«La passione per la scrittura è nata da quando avevo dieci anni, da così tanto tempo che non riesco a separare la scrittura da quelle che sono le mie memorie, i miei ricordi, ho sempre scritto. È qualcosa che mi appartiene profondamente. Non mi butto nelle cose facili, la facilità talvolta finisce per essere limitante e banale. Mi piace leggere e raccontare la storia. Nella mia vita ci sono stati due elementi molto forti e presenti: la musica e i libri di storia, per me è diventata una vera e propria passione. Sono nata letteralmente così».

Alcuni hanno accostato i suoi romanzi sui Florio al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, ma lei tiene a precisare che il confronto è immeritato.
«Trovo questa definizione ingiusta ed eccessiva. Io sono Stefania Auci e avvinarmi o paragonarmi a Tomasi di Lampedusa mi sembra una forzatura, perché lui è un genio della letteratura, è uno scrittore grandioso, che con pochissimo riusciva a rendere l’idea di un clima, di una situazione, di un mondo che stava per tramontare in maniera definitiva. Capisco l’affinità, il periodo storico, alla fine io ho raccontato una storia complicatissima di una famiglia. È stata la mia sfida principale. Mi piaceva cimentarmi in cose difficili, ecco perché la scelta di raccontare sin dall’inizio non tanto e non solo il periodo del maggiore successo e poi il crollo di una famiglia, come sarebbe stato sicuramente più semplice, avevo l’intenzione di ricreare il cambiamento sociale, le mutate condizioni economiche che hanno portato alla grandezza di questa famiglia e ciò che poi è successo con le diverse generazioni. Sicuramente i Florio rappresentano un punto di vista fondamentale per capire come si sia evoluta l’economia del tempo in Sicilia e come avrebbe potuto evolversi se non ci fossero state le crisi e il crollo che hanno portato alla disfatta economica della famiglia».

Stefania Auci ha il merito di raccontare l’ascesa e il declino dei Florio, una famiglia il cui contributo è stato determinante per la città di Palermo e la Sicilia dal punto di vista economico, sociale e culturale.
«Purtroppo è rimasto molto poco, dal punto di vista dell’economia non c’è più niente perché le loro aziende sono passate di mano, in una maniera irreversibile. Immaginiamoci che tipo di depauperamento ha subito il patrimonio di famiglia. Secondo me si è creata una situazione di profondo malessere da parte della società nei confronti della famiglia, perché nel momento in cui sono stati costretti ad abbandonare tutti i loro beni, la gente è rimasta in mezzo a una strada perché non aveva più lavoro. È come se le persone e la città avessero avuto timore della loro presenza, ciò che è accaduto è qualcosa di molto forte».

Nonostante le ostilità incontrate quando i Florio sono arrivati in Sicilia hanno saputo imporsi e ritagliarsi grandi spazi, ma la Sicilia e i siciliani sono davvero cambiati? C’è ancora tra i siciliani quel desiderio di riscatto sociale?
«Non sempre la Sicilia è così accogliente come ci piacerebbe credere, non siamo così generosi con chi viene da fuori, lo siamo più di altre nazioni e regioni questo è innegabile, ma diciamo che non facciamo niente per rendere ad altri le cose semplici. Non sempre viene fuori questa capacità di accoglienza, e quando accade la cosa brutta è che i siciliani te lo fanno pesare. Per fortuna non sempre accade. I siciliani non hanno perso la voglia del riscatto, ma hanno perso l’energia. È una cosa differente, si può avere voglia di cambiare le cose, ma si deve avere anche la forza di cambiarle: quello che io vedo drammaticamente è che i siciliani questa forza non ce l’hanno più».

Il successo de “I Leoni di Sicilia” è giunto inaspettato, ha raggiunto record di vendita incalzando perfino l’ultimo romanzo del maestro Andrea Camilleri, e un ottimo riscontro sta riscuotendo anche “L’inverno dei Leoni”. Sono tradotti in tante lingue e sono stati acquistati anche i diritti televisivi.
«Sono dieci anni che scrivo, non me lo aspettavo e sfido chiunque a dire di poter aspettare un successo di questo tipo. Mi sembra strano. L’iniziale incredulità è passata quando mi sono resa conto che il libro piaceva, continuava a vendere e continua tuttora. Non me lo aspettavo però accolgo tutto con gratitudine e grande gioia. Alla fine non ho creato un vaccino, né una cura contro una malattia mortale, ho solo scritto dei libri, una cosa bellissima e meritoria. Vediamo la cosa sempre nella giusta prospettiva, abbiamo ben altri problemi, quindi cerchiamo di ricordarci che è più importante investire nella ricerca e continuare a fare studiare chi si occupa della nostra salute. Gli eventi degli ultimi mesi ce l’hanno ampiamente dimostrato. Sono stati comprati i diritti televisivi dei due romanzi, poi c’è stata una battuta d’arresto perché sono cambiati i vertici della Rai, c’è stato il Covid. Mi rendo conto anche delle difficoltà, è un romanzo storico molto complesso. Spero che tra la fine del 2021 e gli inizi del 2022 qualcosa si muova. Aspetto anch’io paziente».

Prima di congedarsi Stefania Auci ci rivela che in autunno, dopo i tanti impegni, riprenderà di nuovo a scrivere, senza anticiparci nulla.
«Per adesso faccio la promozione del mio ultimo romanzo che mi assorbe tanto tempo, poi ho tutta una serie di collaborazioni da scrivere e per settembre, con il fresco, riprenderò a lavorare su un nuovo progetto. Mi riservo di tenere un po’ di suspense».

 

copertina maria torrente

Maria Torrente «La bellezza di Marettimo va condivisa e fatta conoscere»

di Omar Gelsomino   Foto di Pietro Lazzari   Foto Marettimo di Samuel Tasca

«Cerco di trasmettere a chi ha il piacere di visitare la nostra isola tutto l’amore che provo per la mia terra attraverso i racconti, splendide foto che condivido sui social, un piatto da far degustare. Quando parlo della mia terra ci metto amore, passione ed energia». Esordisce così Maria Torrente, giovane imprenditrice turistica e organizzatrice di eventi, quando parla di Marettimo, una delle isole che compongono l’arcipelago delle Egadi insieme a Favignana, Levanzo, l’isolotto di Formica e lo scoglio di Maraone.

«Quando studiavo a Trapani tutte le estati venivo a lavorare a Marettimo perché la mia famiglia è marettimana, all’età di 16 anni ho lavorato a Marettimo per il Consorzio delle Egadi, per cui sono nata e cresciuta qui. Qualche anno dopo insieme a due amici isolani abbiamo adottato la formula dell’albergo diffuso ed è iniziata così la mia storia imprenditoriale, sino a quando gli altri due ragazzi hanno scelto strade diverse ed io ho aperto una struttura tutta mia. Dopo il diploma ho frequentato Scienze del Turismo all’Università di Milano, ma una volta concluso il mio percorso di studi dovevo scegliere se rimanere o andare via: così sono tornata a Marettimo e oggi mi reputo una persona fortunata perché ho la possibilità di fare ciò che mi piace a casa mia e per cui ho studiato. Lavorare in ciabatte e costume credo sia un privilegio di poche persone».

Con la sua tenacia e determinazione, in controtendenza rispetto ai trend migratori cui siamo abituati, Maria Torrente ha deciso di ritornare nella sua terra e a mettersi in gioco.
«Mi piacerebbe che tutti facessero un’esperienza fuori, proprio come l’ho fatta io, per poi tornare e metterla sul campo. Capisco tutte le difficoltà che si possono incontrare, ma se non siamo noi stessi a dare un segnale forte la situazione peggiorerà. Dobbiamo essere gli artefici di un cambiamento, a volte ci sono momenti di scoramento, ma se ci si pone un obiettivo da raggiungere tutto diventa più facile. Bisogna crederci, nella nostra terra c’è spazio per tantissime cose e dobbiamo essere noi i primi a cambiarla. Il turismo a Marettimo c’è sempre stato, da prima che io nascessi, quando arrivava qualche turista i pescatori affittavano le stanze delle loro case. Dopo aver avviato l’albergo diffuso con case di un certo standard da offrire ai turisti automaticamente si è innescato un meccanismo per cui molti pescatori si sono adeguati, anche perché la pesca che era la principale attività dell’isola subiva una battuta d’arresto, e hanno compreso la necessità di apportare delle migliorie alle loro case e a ristrutturarle secondo gli standard di qualità richiesti dal turismo, convertendo così le loro attività. Da anni si organizzano gite in barca, trekking e tante altre attività che coinvolgono i turisti e a farlo sono proprio i residenti. Continuo a pensare che solo facendo rete si possono raggiungere grandi risultati. Il mio obiettivo è di far conoscere Marettimo ai turisti e portarli nella mia isola».

Prima di tornare ai suoi impegni Maria Torrente si congeda invitandoci a visitare la sua isola.
«Qui a Marettimo il turista può staccare dalla sua routine e perdere la cognizione del tempo, se vuole può isolarsi oppure farsi travolgere piacevolmente da un turbinio di emozioni. L’isola offre il turismo balneare, archeologico e subacqueo, si presta a qualsiasi attività e si trova tutto ciò che la natura incontaminata offre: la più grande riserva marina d’Europa, le grotte marine, fondali trasparenti e ricchi di specie animali e vegetali, si può fare lo snorkeling oppure esplorare la montagna. La gente ti travolge con i suoi racconti, le sue attività, momenti di convivialità, passi da una strada e ricevi un invito perché un posto a tavola c’è sempre. Marettimo è un’isola selvaggia che cercheremo di salvaguardare in ogni modo, ecco perché la sua bellezza va condivisa e fatta conoscere, questo è il mio obiettivo».

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Chef Martina Caruso, quando l’eccellenza è equilibrio e semplicità

di Patrizia Rubino   Foto di Giò Martorana

La rivista Forbes Italia l’ha inserita tra le 100 donne di successo del 2020, ma questo non è che l’ultimo dei prestigiosi riconoscimenti, per così dire a consuntivo, che Martina Caruso chef Patron dell’Hotel Signum di Salina ha ottenuto nel corso della sua ancora breve, ma già luminosissima carriera. Nel 2016, infatti, a soli 25 anni, è stata la più giovane chef italiana a ricevere la stella Michelin, nello stesso anno ha ricevuto il premio “Cuoco emergente d’Italia” dal Gambero Rosso e il premio “Cuoca dell’anno” da Identità Golose. Nel 2019 è arrivato anche il premio “Miglior chef donna Michelin” e ancora l’elenco potrebbe continuare. Uno straordinario palmares che appartiene ad una giovane donna di 31 anni dal sorriso largo e sincero, sposata da qualche mese, che è riuscita a fare emergere il suo straordinario talento grazie alla determinazione e all’impegno, uniti ad un equilibrio e solidità fuori dal comune.

Come si arriva ad ottenere la stella Michelin, il riconoscimento più ambito dagli chef?
«Per quanto mi riguarda la cucina è nel mio destino, nel senso che ho vissuto tra i fornelli sin da piccola osservando mio padre che allora era chef al Signum, ma anche mia nonna è stata per me fonte di grande ispirazione. Gli ingredienti, con i loro colori e profumi, solleticavano la mia curiosità e creatività. A 14 anni mi sono iscritta all’istituto alberghiero e durante le vacanze estive facevo esperienze in cucina con mio padre. Una volta diplomata ho cominciato a frequentare corsi di cucina in Italia e all’estero e a fare diverse esperienze lavorative con grandi professionisti. Sono sempre stata desiderosa di apprendere e di migliorare tecniche e conoscenze. La creatività va alimentata e se possibile perfezionata. I risultati importanti che nel tempo ho conseguito sono il frutto anche di un grande lavoro di squadra».

Come definirebbe la sua cucina?
«Una cucina assolutamente con i piedi per terra, bella ma di sostanza, che unisce tradizione e innovazione ed ha per protagonisti gli straordinari prodotti della nostra terra e del nostro mare. Verdure ed ortaggi del nostro orto, il pescato locale, aromi e spezie. La natura offre tutto, ma un piatto diventa speciale quando si riesce a valorizzarne gli ingredienti e ad esaltarne i sapori anche grazie a quelle contaminazioni che da sempre hanno caratterizzato la Sicilia».

Quest’estate un’altra bella soddisfazione. La firma sull’edizione limitata “Chef stellati” di Cornetto Algida. Com’è nata questa collaborazione?
«Mi hanno chiesto di creare un cornetto che parlasse di Sicilia ed ho pensato al nostro dolce per eccellenza: il cannolo di ricotta. Da qui l’idea di realizzare un cornetto al cannolo, con un ripieno di gelato alla panna con ricotta, un cuore di salsa all’arancia, la granella al pistacchio e una cialda aromatizzata alla cannella. E la Sicilia è servita».

Insieme a suo fratello gestisce l’Hotel Signum a Salina, dove vive da sempre. Ha mai pensato di andare a vivere fuori, magari aprire un altro ristorante?
«No, sono troppo legata alla mia isola e qui sto benissimo. Ho tutto. Sono stata spesso fuori, per migliorare e perfezionarmi sempre più nel mio lavoro. Ma ogni volta non vedevo l’ora di tornare, per mettere a frutto qui il mio bagaglio di esperienze acquisite e per risentire i profumi e rivedere quei colori che sono parte di me. I riconoscimenti, i successi hanno più valore se riesci a viverli con equilibrio e serenità con le persone che ami e nei luoghi a te cari».

Lei è molto giovane ed ha già realizzato parecchie cose importanti in carriera. Ha qualche altro sogno nel cassetto?
«Si, ho tanti sogni e di recente ne ho realizzati alcuni veramente importanti. Mi sono sposata da qualche mese e aspetto un bambino che nascerà a novembre. Mi sento felice e realizzata perché nonostante i numerosi impegni di lavoro riesco ad assaporare le cose belle e semplici della vita, come fare una passeggiata immersa nella natura o andare a pescare insieme a mio marito. Cosa volere di più?».

i racconti di bianca

“Mancu u diavulu ci potti” Il genio Femminile

I RACCONTI DI BIANCA a cura di Alessia Giaquinta

Cu la fimmina, mancu u diavulu ci potti”, non è solo uno dei proverbi della tradizione siciliana ma, a quanto pare, è una grande verità che trae spunto da un racconto tutto siciliano…
Tanto tempo fa un umile giovanotto si innamorò della bella figlia di un barone. Il ragazzo, però, era disperato perché non sapeva in che modo conquistarla. La differenza sociale costituiva, infatti, il principale impedimento per intraprendere una conoscenza, una frequentazione, una relazione d’amore.

Eppure il ragazzo, determinato, pur di stare con la baronessina dai ricci capelli era pronto a tutto… persino a vendere l’anima al diavolo! E così accadde. Un giorno, infatti, il giovane fece un patto col maligno: ricchezze, diamanti e ogni sorta di lusso avrebbe avuto per poter sposare la baronessina ma, in cambio, doveva dare la sua anima al diavolo la prima notte di nozze.

Il ragazzo non ci pensò due volte. Accettò la proposta e, divenuto ricco, non ebbe difficoltà a conquistare la baronessina e ad ottenere il favore del padre per sposarla.
La prima notte di nozze, mentre i due stavano per coricarsi, però, bussò alla porta il diavolo. Era venuto a riscattare il suo pegno. Il ragazzo, allora, pur di guadagnare tempo chiese al diavolo un favore, l’ultimo prima di consegnargli l’anima: “Portimi du cavaddi ‘nglisi”, e il diavolo esaudì la sua volontà. E poi ancora uno: “Portimi du carrozzi”, e anche questa volta il diavolo esaudì la richiesta del giovane.
“Ora dammi l’anima”, disse il diavolo con tono insistente.

Ma si sa, non c’ è due senza tre. Ancora un’ ultima richiesta aveva il giovane: “Stira stu capiddu” e gli consegnò un capello riccissimo della bella chioma della moglie. L’ idea, per l’appunto, era venuta alla baronessina che, una volta compreso il folle patto che aveva fatto il marito col diavolo, decise di usare la sua scaltrezza per trovare una soluzione.

E allora il diavolo cominciò a stirare il capello, tirando da un lato, e poi dall’altro, invano. Il pelo si arricciava su se stesso, mandando il diavolo in delirio.
Fu così che i giovani rimasero felici e contenti e, al diavolo “arma nenti”.
Ah, le donne!

aurora padalino

Aurora Padalino: «L’importanza di amarsi per amare».

di Omar Gelsomino

Amarsi, è il titolo del video scritto e curato da Aurora Padalino. “Amarsi è dedicarsi del tempo ogni giorno, senza sentirsi in colpa, guardarsi allo specchio, darsi il buongiorno con un bacio, un sorriso e mettere il rossetto…”. Sono queste le parole usate per il messaggio che la giovane attrice palermitana intende trasmettere in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Un messaggio rivolto alla donna che parte proprio dall’amore e il rispetto per se stessa. «Non sono i soldi o i titoli a renderci degne di amore, valore e rispetto – dichiara Aurora Padalino -. L’amore è qualcosa che non puoi descrivere perché è un sentimento incontrollabile e incondizionato che non pretende di essere ricambiato perché viene dal cuore, dalla pancia, è nel momento in cui ami non puoi fingere che non sia così, ma bisogna stare attenti a non dimenticarsi del rispetto e l’amore verso se stessi. Con questo video voglio trasmettere l’importanza di amarsi per amare, di non sottomettersi e farsi rispettare senza cadere nella trappola della dipendenza perché l’amore e il valore per se stessi viene prima di tutto. È dal momento in cui capisci e decidi di metterti al centro della tua vita tutto cambia, anche per le persone attorno a te, ami in maniera più consapevole e senza pretesa o paura di restare da sola perché tanto ti basti».

Aurora Padalino inizia a respirare e studiare teatro giovanissima a soli 14 anni nella scuola di Mario Pupella, che l’accoglie da subito nella Compagnia delle Fiabe per bambini, che la vedono molto impegnata e attiva. Sono diverse le collaborazioni con produzioni teatrali e con artisti della sua città come il Teatro Al Massimo e con il duo Moschella e Mulè. Questi ultimi l’hanno scelta per il loro cortometraggio “Una signorina con sesamo”, in cui interpreta il ruolo di una ragazza di Bagdad rimasta muta a causa di un trauma, al momento il cortometraggio si trova in concorso ai David di Donatello.

A fine 2019 inizia il suo percorso solo come autrice, affiancata dalla musica e dalla voce di Valeria Milazzo con un testo dal titolo “Concediti del tempo” che ha condiviso durante il periodo della quarantena lo scorso anno con 18 colleghe attrici di tutta Italia e con la speciale partecipazione di Fioretta Mari, riscontrando tanto successo sul web, dove inizia a farsi notare per il suo talento e la sua sensibilità. Diversi sono stati i video e i testi, affrontando varie tematiche ed attuali, che la giovane attrice ha realizzato e condiviso sul web con i colleghi come: “Noi”,”Il risveglio di Rosalia”, “Non lasciarti”, “L’artista sola” e per ultimo “Amarsi”. Messaggi importanti quelli racchiusi nei video in un momento di totale abbandono e fermo forzato anche se la sua attività continua col teatro a domicilio per bambini e adulti perché come dice l’attrice stessa, «il vero successo nella vita è non arrendersi e lottare per i propri sogni».

 

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Al via la Prima Edizione de La Sicilia delle donne – Festival del genio femminile in Sicilia

di Omar Gelsomino

Sono iniziati i preparativi per “La Sicilia delle donne – Festival del genio femminile in Sicilia” in programma a marzo. Il multiforme ingegno declinato dalle donne in molteplici settori, in una pluralità di prospettive e di competenze: dall’Arte alla Matematica dalla Letteratura all’Astronomia, all’Arte di governo al Giornalismo alla Filosofia…, talora un vero e proprio primato misconosciuto o obliato sarà il protagonista del Festival.

“Donne in scena” è il tema scelto dalle direttrici artistiche, Marinella Fiume, scrittrice e curatrice dell’unico esistente dizionario “Siciliane – Dizionario biografico (2006)”, e Fulvia Toscano, anima del Festival di successo NaxosLegge, entrambe infaticabili animatrici culturali, per questa Prima Edizione 2021 in cui saranno protagoniste le tante donne di Sicilia che hanno dominato la scena come musiciste e cantanti, attrici di cinema e teatro, scenografe, danzatrici… Sarà un festival diffuso nei territori dove queste artiste hanno operato, dove sono nate o sono morte, dove hanno esplicato il loro straordinario talento. Lo staff dell’organizzazione, composto da Katia Di Blasi, Sakiko Kemi, Mariada Pansera e Giovanna Toscano, sotto la guida e il coordinamento di Marinella Fiume e Fulvia Toscano, sta facendo un lavoro particolarmente complesso, di stimolo e coordinamento di studiose e studiosi, di Enti, Comuni, Fondazioni, Scuole, per la creazione intanto di una banca dati che rimane difficile perché è possibile solo parzialmente riferirsi e attingere a una precedente tradizione, se si escludono le 333 donne contenute nel Dizionario “Siciliane”. Nei libri di storia della Sicilia le donne ci sono molto poco e altrettanto nella Toponomastica delle nostre città, grandi e piccole, che sono sembrate nei secoli abitate solo da uomini.

L’intento del festival è dunque quello di sottrarre all’invisibilità cittadina e territoriale le donne siciliane e marcare della loro presenza i territori di appartenenza per rendere significante il manifestarsi delle loro soggettività all’interno di differenti contesti, in tutti gli ambiti dell’espressività e i settori dell’arte, del pensiero, della scienza: una molteplicità di voci, di sguardi, di immaginari  diversissimi, che però formano le trame di un tessuto attraverso cui leggere i nostri territori, narrando simbolicamente di queste donne le “storie”, le “imprese”, l’impegno, i percorsi, i risultati raggiunti nei vari campi, in una parola il genio.

Il festival, insomma, si propone di sottrarre all’invisibilità, divulgare e radicare nei territori le tante figure di donne vissute in Sicilia fra Medioevo e Novecento, cancellando l’assenza, colmando le lacune di un ingiusto “vuoto di memoria”, tentando il recupero non solo di nomi, ma di personalità versatili: volti e storie nei più diversi luoghi di Sicilia segnati dalla loro presenza. Istituzioni, Comuni, Scuole, Enti, Fondazioni, Associazioni o singoli studiosi e appassionati dei vari territori, che liberamente potranno chiedere di essere coinvolti nel progetto, curandolo personalmente nella realizzazione di un segmento in loco è la grande novità del Festival. Così i territori potranno raccontarsi attraverso storie e voci di donne, per creare una mappa reale e ideale “dell’ altra metà dell’Isola”, anche in funzione di un itinerario di Viaggio sulle loro orme e nei loro luoghi, per tutti, ma specialmente per un target che non si accontenta più solo dei paesaggi o della gastronomia, ma cerca nel viaggio occasione di nuove conoscenze e arricchimento culturale.

L’evento mira a creare il primo Itinerario delle “Strade del genio femminile di Sicilia” da percorrere e condividere con chi vorrà farlo insieme con noi e rimanere poi come pacchetto di un’offerta turistica appetibile e diversificata. Il festival, diffuso nei territori siciliani che avranno preso parte all’iniziativa, sarà spalmato in tutto il mese di marzo, in presenza o da remoto, a seconda che lo richieda l’evolversi della situazione sanitaria. Intanto, per illustrare in modo più dettagliato il progetto, le direttrici artistiche e lo staff dell’organizzazione ha già presentato le linee generali in diretta streaming dalla pagina fb di Naxos Legge – Festival delle narrazioni, della lettura e del libro. Inoltre, è stato messo a disposizione per ogni richiesta di chiarimento o proposta, il seguente indirizzo mail: lasiciliadelledonne@gmail.com, cui si aggiunge la pagina fb dedicata.

La presentazione del cartellone avrà luogo l’8 marzo. Per questa I edizione gli eventi, a partire dal 9 marzo, saranno in streaming. I soggetti proponenti potranno realizzarli dalla loro pagina e/ o da quella dedicata La Sicilia delle donne. I soggetti, singoli o associazioni o enti o scuole, potranno partecipare con un progetto dedicato ad un personaggio femminile, afferente all’ambito indicato dalla direzione artistica: “Donne in scena”. La tipologia di intervento è libera, sulla base delle possibilità dei proponenti, ma deve prevedere in ogni caso un ritratto scritto del personaggio scelto, con possibili riferimenti ai luoghi concreti ad esso connessi, nel proprio paese, città o territorio (case natali, scuole, teatri, etc), variamente connessi alla vita e all’opera, ma ben identificabili. Questo allo scopo di ottimizzare la nostra successiva mappatura e schedatura a cura dell’organizzazione. I soggetti proponenti avranno cura di realizzare una locandina per il loro evento in cui sia utilizzata, come immagine comune, quella predisposta per il festival. In essa potranno essere aggiunti loghi di eventuali partner o altro utile allo scopo. La organizzazione provvederà a stilare un calendario, a partire dal 9 marzo e fino al 31 dello stesso mese.

Dal mese di aprile l’organizzazione provvederà a confezionare una sorta di mappa-cartina del percorso realizzato, che potrà essere, nel tempo, integrata. L’organizzazione auspica di creare, accanto alla mappa regionale, una cartina per i capoluoghi di provincia, per realizzare degli itinerari interni utili in un contesto più ampio, come la città. Sarebbe anche auspicabile che i singoli protagonisti dei progetti potessero, nei loro differenti contesti, iniziare a segnalare con uno strumento distintivo come una targa, i luoghi delle donne, che saranno poi messi in rete e potranno concretamente visualizzare un itinerario che potrà avere anche una valenza turistica. Obiettivo finale sarà quello di tracciare negli anni una nuova mappa dell’Isola che renda visibile e noto a tutti il valore del contributo del genio femminile delle Siciliane.

Malia Tetti Santa Caterina  e

Malìa Vibes – La magia di Palermo che ha incantato Marta e Giulia

di Samuel Tasca

Una, romana. L’altra, milanese d’adozione. Dalla scorsa estate la città di Palermo (e non solo) le conosce come le Malìa Vibes: Marta e Giulia, trasferite in Sicilia dopo essere rimasta incantate da Palermo. Oggi raccontano la città attraverso i loro occhi (come scrivono sul loro profilo Instagram), ma cerchiamo di conoscerle meglio.

Nome?

M: «Marta Bison».

G: «Giulia Proietti Timperi».

 

Marta, provieni dalla città più metropolitana d’Italia e Giulia, invece, dalla Città Eterna… perché Palermo?

M: «Avevo bisogno di un cambiamento. Ero a Milano già da cinque anni, che per me sono tanti da trascorrere nella stessa città. Avevo assorbito tutti gli stimoli che aveva da darmi […] e Palermo è arrivata mentre ero in questo mood. Sono una persona molto istintiva, seguo le cose come vengono, e fin dai primi giorni mi sono innamorata dell’atmosfera e della dimensione umana che ha Palermo, quindi ho deciso di fare questa prova e oggi ne sono molto felice».

G: «Palermo perché, nonostante la nostra azienda non abbia sedi fisiche, molti dei nostri colleghi vivono qui, così, uno di loro, durante il lockdown, mi propose di passare l’estate a Palermo, sia per lavorare insieme agli altri colleghi e sia per coniugare un po’ le vacanze estive. Io lo proposi a Marta e siamo arrivate insieme in questa città che per me è stato amore a prima vista. Tempo tre giorni e iniziavo a sentire di non voler più tornare».

 

Insomma… Palermo vi ha un po’ stregate.

M: «Decisamente sì. Il nostro nome viene anche da lì. Malia Vibes: ‘malìa’ è sia l’unione dei nostri nomi (MArta + giuLIA) e anche la malìa, intesa come quella magia buona, quell’incantesimo che secondo noi ci ha fatto Palermo».

Hanno iniziato quasi per gioco, Marta e Giulia, a raccontare quella vacanza estiva sui loro profili social. “Aggiornamento da Teatro Massimo”, così iniziavano le loro stories su Instagram che narravano l’evolvere della loro avventura siciliana.  «Sin dall’inizio abbiamo riscontrato un sacco di interesse, sia per i luoghi che facevamo vedere, soprattutto da persone che non conoscevano la Sicilia e nemmeno Palermo, e sia per il tipo di relazione che abbiamo avuto subito io e Giulia» – ci racconta Marta. «Venivano fuori delle gag molto apprezzate in maniera assolutamente naturale. Quando abbiamo deciso di trasferirci, in quei venti minuti nei quali ci siamo guardate e abbiamo detto: “Facciamolo!”, abbiamo subito pensato: “Questa storia la dobbiamo raccontare, non possiamo tenercela per noi”. E così abbiamo aperto il profilo».

«A poco a poco ci siamo rese conto – aggiunge Giulia – che congiungendo le nostre capacità lavorative e creative (entrambe si occupano di digital marketing, nda), riuscivamo a creare qualcosa che portava valore a chi ci seguiva. Così il profilo ha preso quasi da subito la finalità di promozione del territorio e l’enorme seguito che in pochissimo tempo abbiamo avuto ci ha mostrato che, in fondo, questa era la strada giusta».

Così Marta e Giulia hanno affittato un appartamento per dodici mesi, che potrebbero rinnovare per tre anni o addirittura in maniera definitiva (“Guarda…poco ce manca”, ci confida Giulia nel suo accento romano). La città e i suoi abitanti le hanno conquistate, dentro e fuori dai social. «É stato uno degli elementi che ci ha fatto capire che volevamo restare perché, anche in poco tempo, avevamo conosciuto un sacco di persone» continua Marta. «Ci siamo trovate da subito in una serie di gruppi di persone. L’apice l’abbiamo raggiunto con noi che imbuchiamo una nostra amica palermitana alla laurea di una persona del luogo!».

Una storia che sembra avere dell’incredibile e un grande insegnamento per tutti noi: «Può essere molto facile dare per scontato il luogo in cui si vive, succedeva anche a me quando stavo a Roma», ci dice Giulia. «Ma amate di più quello che avete. La Sicilia è speciale sotto tanti punti di vista […]», le fa eco Marta, rispondendo alla nostra domanda su cosa volessero dire ai siciliani.

Oggi le Malìa Vibes continuano a promuovere la città dal loro profilo, entrando anche in collaborazione con l’Associazione Le Vie dei Tesori che da anni promuove la cultura e la bellezza del territorio siciliano. Eccole, infatti, nelle ultime settimane, protagoniste di alcune dirette streaming nelle quali hanno permesso agli utenti di seguirle alla scoperta di alcuni dei luoghi più incantevoli di Palermo.

Non sappiamo con certezza se Marta e Giulia resteranno per sempre in Sicilia, o se prima o poi la malìa di Palermo che le ha incantate finirà, ma una cosa è certa: finché potremo, continueremo a seguirle e a riscoprire l’affascinante “regina dell’Isola” attraverso i loro occhi!

ELISABETTA ZITO  scaled

Elisabetta Zito, alla guida del carcere di Piazza Lanza con fermezza e sensibilità

Articolo di Patrizia Rubino

Circa il 70 per cento degli oltre 190 istituti penitenziari presenti in Italia è guidato da una donna; ciò si deve a una particolare preparazione, determinazione e capacità di gestire situazioni difficili in un ambiente di lavoro tanto complesso. Rientra perfettamente in questo quadro Elisabetta Zito, direttore del carcere di Piazza Lanza di Catania, 55 anni sposata, mamma di una ragazza di 20 anni e di un ragazzo di 16. Una carriera quasi trentennale nell’ambito dell’amministrazione penitenziaria, sostenuta da un curriculum di primissimo livello che evidenzia una formazione professionale continua sempre al passo con i tempi.

Facendo i conti ha iniziato a lavorare prestissimo.
«Ho vinto il concorso in magistratura nel 1993 e a soli 27 anni, nel ’94, ho ricoperto l’incarico di vice direttore, prima nel carcere di massima sicurezza di Termini Imerese, successivamente all’Ucciardone di Palermo. Erano anni particolarmente difficili, ma sono stati fondamentali per la mia formazione.
A metà del 1998 sono arrivata al carcere di Piazza Lanza e per diverso tempo ho svolto la funzione di vicario, sino a quando, alla fine del 2011, ho assunto l’incarico di direttore. Attualmente qui sono presenti 272 detenuti, di cui 40 donne e 35 stranieri, che perlopiù hanno commesso reati contro il patrimonio e spaccio di sostanze stupefacenti. Dal momento del loro ingresso noi ci concentriamo sulla persona, non sul reato commesso: la dimensione umana deve restare centrale».

E arriviamo dritti al tema della funzione rieducativa della pena.
«L’obiettivo della detenzione è innanzitutto quello di cambiare il comportamento del detenuto trasmettendogli un nuovo quadro di valori, che comincia dal rispetto delle regole. Ma ho sempre pensato che fosse necessario lavorare per rendere trasparente il muro di cinta che separa il carcere dal mondo che c’è fuori, nel senso che i detenuti non possono essere considerati avulsi dalla società e la loro rieducazione non può essere solo un affare dell’amministrazione penitenziaria: le altre istituzioni e la comunità devono avere un ruolo attivo affinché possa attuarsi il dettato dell’articolo 27 della Costituzione, ossia la funzione riabilitativa della pena. Oltre alla scuola dell’obbligo, abbiamo attivato anche tre classi del liceo artistico, implementato i corsi di formazione professionale, creando delle competenze che poi consentono ai detenuti di lavorare anche qui in carcere. Prezioso è, inoltre, l’apporto qualificato e costante del volontariato. Nel nostro istituto contiamo la presenza più alta, a livello regionale, di volontari e la loro partecipazione è fortemente apprezzata dai detenuti perché, oltre a rappresentare un contatto con l’esterno, è fonte di arricchimento e di conoscenza, per le innumerevoli attività proposte che fanno emergere intelligenze e talenti straordinari».

L’ emergenza sanitaria e il lockdown cosa significano per chi è costretto in carcere?
«Per chi già fa i conti con una reale restrizione della propria libertà, l’improvvisa interruzione dei pochi contatti con il mondo esterno provoca un grandissimo senso di disagio. Per ragioni di sicurezza sanitaria abbiamo dovuto sospendere gli incontri con i familiari, la scuola, che è continuata a distanza e con evidenti limiti, e tutte le attività con i volontari che costituiscono, come dicevo, un corollario fondamentale alla rieducazione e socializzazione dei detenuti».

Che Natale sarà quest’anno?
«Tutte le festività in carcere sono vissute con grande tristezza. Si ferma la routine quotidiana, non ci sono attività e la quasi totale assenza di rumori diventa per i detenuti un peso quasi insopportabile. Solitamente nei giorni precedenti o successivi a quelli delle feste cerchiamo di offrire attività di svago e condivisione, per colmare questo vuoto. Quest’anno tutto ciò non sarà possibile per le limitazioni cui dovremo sicuramente sottostare e il Natale, che è la festa in cui si sente di più la mancanza dei propri cari, temo sarà ancora più malinconico».