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Olivette di Sant’Agata, il dolce legato a una storia di fede e tradizione

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di FOTO DI Rosalba Auccello de LA CUCINA DI ROSALBA | IG

Se è vero che la cultura di un popolo si manifesta anche attraverso le sue feste secolari, i tre giorni dedicati alla Santa Patrona di Catania ne rappresentano l’esempio per eccellenza. Dopo la Settimana Santa di Siviglia e quella del Corpus Domini in Perù, la festa di Sant’Agata è la manifestazione religiosa più famosa al mondo. Dal 3 al 5 febbraio la città etnea si popola di turisti, curiosi e devoti da ogni angolo d’Italia, attratti dalla fede e dal folclore che pervade le sue piazze e vie di pietra lavica. Una ricorrenza che tiene in fibrillazione la città del “Liotro” per tutto l’anno; gli abitanti la attendono con impazienza e i preparativi iniziano già subito dopo il Natale. La Festa di Sant’Agata è un’esplosione di colori, ceri, processioni, silenzio reverenziale ma anche delle consuete invocazioni alla Patrona, al grido di “Semu tutti devoti tutti!”. Quest’anno purtroppo le usuali celebrazioni non si terranno a causa dell’attuale emergenza sanitaria, ma la storia e la tradizione restano vive nel cuore dei cittadini catanesi, in attesa di poterla festeggiare in periodi più sereni.

Come ogni siciliano sa, Agata era una giovane nata nel terzo secolo d.C. in una ricca e nobile famiglia siciliana di fede cristiana. Pura e incantevole, intorno ai 15 anni decise di consacrarsi a Dio. Il proconsole Quinziano, a Catania per far rispettare l’editto imperiale che esigeva da tutti i cristiani l’abiura pubblica della loro fede, notò Agata e intenzionato a possederla, le ordinò di adorare gli dei pagani. Al rifiuto della ragazza, iniziò una vera e propria persecuzione fatta di soprusi e torture. Fallito, infatti, ogni tentativo di corruzione, Quinziano la fece incarcerare e lì fu sottoposta all’amputazione dei seni e infine al supplizio dei carboni ardenti. Dall’anno della sua morte, il 5 febbraio 251, Agata viene venerata come vergine e protettrice di Catania e in seguito dichiarata martire e Santa dalla Chiesa cattolica.

In quest’atmosfera ricca di simboli e sacralità, anche i sapori e i profumi ne fanno da padrone. Le vie brulicano di bancarelle piene di qualunque leccornia, pasticcerie e panifici propongono le Minne e le Olivette di Sant’Agata, chiamate in siciliano Aliveddi ri Sant’Àjita. Mentre le prime sono caratterizzate dalla classica forma tondeggiante che richiama metaforicamente ai seni della Santa, le olivette sono piccoli dolcetti che ricordano appunto le olive, fatti di un morbido impasto di pasta di mandorle arricchito da liquore e aromi. Vengono rese verdi dall’aggiunta del colorante e zuccherate a volontà.

Su questi tradizionali dolci ruotano storie e leggende, che intere generazioni di catanesi tramandano con fede e immenso orgoglio. L’origine delle olivette deriva da un episodio della vita della martire; secondo la tradizione mentre la giovane veniva condotta dal proconsole, si fermò ad allacciarsi un sandalo.

Chinatasi, iniziò a sbocciare un albero di ulivo selvatico e a donare i suoi preziosi frutti. Si narra che dopo il martirio e la morte di Agata, i concittadini raccolsero le piccole olive dell’albero e, credendo nel loro grande potere legato alla Santa, vennero offerte agli ammalati, come fossero un cibo in grado di donare cura e conforto dal dolore. Un’altra versione della storia, invece, racconta che Agata, perseguitata dal suo aguzzino, si scontrò con un ulivo sterile che al suo tocco cominciò a produrre olive. Le leggende sulla figura della Santa sono in particolar modo intrecciate alla fertilità e al risveglio della natura, che già a febbraio in Sicilia sboccia timidamente.

Dal 1926, nel XIII centenario della traslazione delle sue reliquie da Costantinopoli a Catania, al centro della piazza del carcere dove fu rinchiusa e martirizzata Agata, fiorisce un ulivo, lateralmente all’entrata della chiesa.

Gustare le olivette e ricordarne la storia, è uno dei modi in cui i catanesi rendono omaggio alla martire innocente, la Regina che protegge la città in cui vulcano e mare si guardano e sorridono da sempre.

La cassata siciliana

Articolo di Titti Metrico

Guy de Maupassant scriveva: “La Sicilia è il paese delle arance, del suolo fiorito la cui aria, in primavera, è tutto un profumo…”. Attraverso il cibo si può raccontare l’intera storia della Sicilia, e quella che voglio raccontarvi in questo numero è la creazione della regina della pasticceria siciliana, lo dico con grande orgoglio e senza giri di parole, “la Cassata”.

Molti lo definiscono il dolce più buono d’Italia, invidiato e apprezzato in tutto il mondo.
Come tanti dolci siciliani, anche la cassata ha un’origine araba. Nell’ XI secolo Palermo era la città più grande d’Europa, gli Arabi vi avevano importato la canna da zucchero, il limone, il cedro, l’arancia amara, il mandarino, il pistacchio e le mandorle, ma usavano il burro per cui all’inizio la cassata non era altro che un involucro di pasta frolla ripiena di ricotta zuccherata e infornata. Ancora oggi la variante al forno è la più antica delle versioni di questo dolce tipico tradizionale.

Con l’arrivo degli Spagnoli, che portarono la cioccolata, fu sostituta la pasta frolla con il pan di Spagna, da allora la cassata al caldo, cioè al forno, diventò una cassata al freddo. Con due strati di pan di Spagna farcito di ricotta e cioccolato, la cassata venne ricoperta della stessa ricotta, e nel periodo barocco incominciò a vedersi anche qualche candito.

Ma a completare il tutto furono le suore del Convento della Martorana, note per avere inventato una delle specialità dolciarie più famose di Palermo: la pasta Riali (reale, ndr), di mennule (di mandorle, ndr) o più comunemente chiamata, appunto, Pasta di Martorana, un impasto di farina di mandorle e zucchero, colorato di verde con estratti di erbe.

La frase “tintu è cu nun mancia a cassata a matina ri Pasqua” (meschino è chi non mangia cassata la mattina di Pasqua, ndr), fino a quel momento era considerata una pietanza pasquale, tanto che nel 1575 il Sinodo della Diocesi di Mazzara del Vallo nel 1575, vietò di prepararla durante il periodo antecedente alla festa religiosa per evitare alla gente di cadere in tentazione.

È proprio con questi ingredienti che, nel 1873, il pasticcere palermitano Salvatore Gulì, titolare di un laboratorio nel centralissimo Corso Vittorio Emanuele a Palermo, in occasione di una manifestazione che si tenne a Vienna, rivoluzionò la cassata nella forma e nella decorazione con la zuccata, creando la coloratissima cassata siciliana che oggi conosciamo tutti, ma nonostante questa innovazione la cassata si affermerà nelle case e nella tradizione solo a partire del XIX secolo. Nel 1890, quando morì, Salvatore Gulì fu insignito del titolo di Cavaliere per meriti di lavoro.

La cassata continuò a essere prodotta nello stesso laboratorio, fino ai primi decenni del XX secolo, prosperando durante il periodo Liberty, epoca d’oro per la città di Palermo, grazie all’attivismo di tanti imprenditori “illuminati”, fra questi spiccano i Florio.
Fu il periodo più ricco per il turismo siciliano, grazie alle grandi casate nobiliari europee che venivano in Sicilia a trascorrere le loro vacanze, durante le quali si narra che fosse usata la posateria e gli arredi da tavola in oro massiccio. E dove la regina della pasticceria, sua maestà “la Cassata siciliana”, dominava tra tanti altri prestigiosi dolci.

Ma che bontà! Il dolce di Carnevale e Pasqua!

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Totò Messina

Nel vasto e ricco mondo della cucina siciliana, un posto assai notevole è occupato dai dolci.
Una peculiarità della gastronomia siciliana è sicuramente l’impiego di elementi semplici e poveri che, abbinati tra loro, danno origine a pietanze non solo gustosissime ma anche cariche di valori simbolici.
Uno dei dolci tipici del Carnevale, in Sicilia, è la pagnuccata, pignoccata o pignolata, così chiamata in base alle zone in cui viene preparata.
Si crede che l’origine di questo dolce, a base di zucchero e miele, sia araba. In seguito furono le suore a tramandarne la ricetta tradizionale che, nel tempo, è rimasta per lo più invariata.
Le religiose preparavano questo dolce in prossimità del Carnevale perché, prima del digiuno quaresimale, tutti potessero gustarlo e, in special modo, i più poveri.
Anticamente pare che venissero utilizzati i pinoli e dunque per questo fu chiamata, in alcune zone della Sicilia, pignolata. Si narra, però, che un giorno le suore, sprovviste di pinoli, abbiano inventato una nuova ricetta che prevedeva l’uso di pasta fritta tagliata a cubetti al posto degli eduli semi.
È considerata anche il “torrone dei poveri” poiché, per prepararla, s’impiegano solo uova, farina, miele e zucchero. Le classi agiate, infatti, per molto tempo non gradirono questa pietanza per via delle umili origini della ricetta.
Gli spagnoli, nel Cinquecento, aggiunsero ingredienti più ricercati, quali la glassa al cacao o quella al limone. Nacque così la pignolata messinese, così chiamata per la caratteristica forma a pigna che acquisisce nella preparazione finale.
La pigna, infatti, rappresenta l’uovo cosmico e dunque è legato alla nascita e anche all’immortalità, poiché l’albero di pino è un sempreverde. Si pensi così alla rinascita della natura in Primavera e alla Pasqua con chiaro riferimento all’immortalità di Cristo.
Nella Contea di Modica questo dolce non ebbe variazioni di ricetta. Il nome utilizzato in queste zone, però, è pagnuccata che, come scrive l’etnologo Serafino Amabile Guastella, altro non è che la “scorrezione di pinocchiata, è un dolce a forma di pinocchia, di farina impastata con gialli d’ova, poi fritto nel grasso porcino, indi cotto e ingiulebato nel miele”.

Al di là dei dilemmi linguistici e delle varianti di zona, possiamo dire che si tratta di uno dei dolci più sfiziosi della cucina siciliana. L’unica avvertenza è avere denti sani per rompere e dunque masticare la pagnuccata: si potrà scoprire così la piacevolezza del croccante e la dolcezza del miele che lo ricopre. Una vera e propria estasi per il palato!

Vi proponiamo la ricetta con la sola raccomandazione di metterla in pratica e diffonderla. Un tempo le nonne preparavano i dolci e, nel frattempo, raccontavano storie affascinanti. Facciamo sì che questa magia non venga interrotta: via i tablet e i telefonini, è l’ora di preparare la pagnuccata!

 

INGREDIENTI

3 uova medie
250 gr di farina di grano duro
300 gr di zucchero
3 cucchiai di miele
Un pizzico di sale

PROCEDIMENTO
Impastate la farina e le uova fino a ottenere un impasto morbido e omogeneo. Aggiungete un pizzico di sale.
Ricavate dall’impasto dei bastoncini larghi circa un centimetro e tagliarli a cubetti.
Mettete a friggere nell’olio (o nello strutto) i cubetti di pasta e, appena cotti, fateli asciugare nella carta assorbente e dunque raffreddare.
Preparate, in un’altra padella, il caramello amalgamando lo zucchero al miele e mescolando fino a ottenere un composto liquido.
Una volta pronto, aggiungete i cubetti fritti.
Separate, possibilmente su un piano di marmo, il risultato ottenuto in piccole porzioni e, servendovi di una bacinella d’acqua fredda (per bagnare le mani), stringete la pagnuccata così da darle forma.
Aggiungete, a piacimento, palline arcobaleno o altre decorazioni.

CURIOSITÁ
Anticamente, con il caramello che colava si ricavavano le caramelle per i bambini.
Era proprio una festa preparare e mangiare la pagnuccata!

La Cuddrireddra di Delia, la corona di Carnevale

Articolo di Titti Metrico   Foto di Samuel Tasca

Mi piace portarvi nei posti più nascosti della Sicilia, ignota per alcuni, conosciuta per altri. Siamo in provincia di Caltanissetta, esattamente a 447 m. sul livello del mare in una località adagiata su un pendio: ecco a voi Delia. Questa cittadina gode di una piacevole posizione panoramica, da un lato si affaccia verso il Salso e la piana di Gela, dall’altro verso Campobello e Naro, con l’antica fortezza che domina il paesaggio. Passeggiando per l’abitato si scoprono siti di grande fascino, edifici religiosi come le chiese di Santa Maria di Loreto, di Santa Maria dell’Itria, della Croce, di Sant’Antonio Abate e del Carmelo, sino all’imponente Castello Normanno. Mi fermo qui nel descrivere il paesaggio, perché voglio farvi conoscere quello che è il simbolo di Delia, la Cuddrireddra, nome quasi impronunciabile per chi non è siciliano, sembra uno scioglilingua, ma a Delia questo nome indica un dolce molto importante nella gastronomia siciliana e italiana, per essere elaborato originalmente nella sua fattura e negli ingredienti e gelosamente custodito, è un dolce identitario che viene tramandato di generazione in generazione, non ha eguali in nessun posto del mondo.

La denominazione della Cuddrireddra è di origine greca che significa “Kollura”, usato per definire un pane biscottato di forma rotonda, nei vocabolari dialettali indica una schiacciatina o focaccina, oppure una rotella di pasta a forma di anello o di corona. Le Cuddrireddre hanno la caratteristica di essere croccanti e profumati. Esistono anche altre zone della Sicilia, della Puglia e della Calabria, dove si producono biscotti aromatici, ognuno con un nome diverso a seconda della zona d’origine (Cuddura, Cuddhuraci, Puddhriche, ecc.) ma solo a Delia, da oltre sette secoli, sfoggiano le belle corone di biscotti, che da sempre si contraddistinguono dagli altri deliziando i palati di grandi e piccini. Si narra, infatti, che a ispirare questi biscotti gustosi fossero state le castellane durante la Guerra dei Vespri, tra il 1282 e il 1302, esse abitavano nella fortezza che domina la cittadina e a distanza di oltre 700 anni le Cuddrireddre con la stessa forma, sono ancora il tipico dolce della tradizione del Carnevale di Delia.

Ovviamente chi visita Delia può gustare la Cuddrireddra tutto l’anno, basta recarsi da un fornaio oppure in una pasticceria per acquistarla. Per evitare che la tradizione legata alla produzione di questi gustosi biscotti vada perduta la Fondazione Slow Food ha istituito un Presidio di tutela, ma soltanto per la versione fritta rigorosamente nell’olio extravergine d’oliva.

Per chi volesse prepararle a casa e farsi avvolgere dal profumo intenso tutto siciliano di cannella e arancia ecco a voi la ricetta:

500 gr. di farina di grano duro,
250 gr. di zucchero,
50 gr. di strutto,
2 uova più 1 tuorlo,
50 ml. di vino rosso,
2 cucchiai di scorzette di arancia,
5 gr. di cannella in polvere,
olio extravergine di oliva.

Preparazione
Setacciate la farina e disponetela a fontana, aggiungete lo zucchero, le scorzette di arancia sminuzzate, lo strutto tagliato a pezzetti e le uova. Lavorate l’impasto incorporando, a filo, il vino rosso fino a ottenere un composto liscio e omogeneo. Prendete dei pezzetti d’impasto e arrotolateli ricavandone dei cordoncini lunghi circa 80 cm. e del diametro di circa mezzo cm. Avvolgete a spirale i cordoncini attorno ad un bastoncino lasciando libero circa un terzo della lunghezza distribuito equamente tra le due estremità. Fate, poi, passare le parti non avvolte al di sopra e al di sotto delle spire, come a incorniciarle, premendo leggermente affinché vi aderiscano e fissando i lembi all’estremo opposto della spirale. Sfilate il bastoncino, poi unite le due estremità della spirale esercitando una lieve pressione, creando, dunque, una sorta di ciambella. Scaldate, quindi, l’olio e friggete le Cuddrireddre che farete freddare a temperatura ambiente prima di servire in tavola.

La corona più dolce di sempre: il Buccellato

Articolo di Gaetano Cutello   Foto di Elena Amatucci Gnamgnam.it

In Sicilia durante il periodo natalizio, i dolci tradizionali sono i veri protagonisti delle nostre tavole e come ogni tradizione che si rispetti, essi provengono da antiche ricette tramandate di generazione in generazione.
Tra questi, una leccornia in particolare è il Buccellato, dal latino “buccellatum”, ovvero dalla forma circolare, originario del territorio palermitano ma oramai diffuso in tutta l’Isola, ed essendo una produzione tipica siciliana, è stato ufficialmente riconosciuto dall’assessorato regionale delle Politiche agricole e quindi inserito nella lista dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali italiani.
Il Buccellato, come molte antiche pietanze, trae le sue origini dalle credenze religiose poiché in origine voleva ricordare una corona da omaggiare alla Madonna. Questo dolce è composto da un impasto di pasta frolla, farcita con un ripieno di frutta secca che varia in base alle tradizioni del territorio in cui viene preparata, poi chiusa e modellata a forma di ciambella.

Ingredienti
300 gr di farina
50 gr di zucchero
125 gr di burro
30 gr di pinoli
1 cucchiaio di vino Marsala
30 gr di scorza di arancia candita
50 gr di zucca candita
30 gr cioccolato fondente
300 gr di fichi secchi
200 gr di uva passa
50 gr di noci sgusciate

Procedimento
Impastate insieme farina, burro, zucchero e il cucchiaio di Marsala.
Adesso lasciate riposare l’impasto per circa un’ ora e nel frattempo preparate il ripieno con il cioccolato fondente, i pinoli, la scorza d’arancia, le noci, l’uva passa e i fichi secchi; triturate tutto aggiungendo un po’ di zucchero. Dopodiché stendete la pasta e sistemate il ripieno, avvolgendolo a forma di ciambella per poi praticare delle fessure in modo da intravedere il ripieno. È arrivato il momento di infornare l’impasto, quindi cuocetelo fino a che non diventa dorato, all’incirca per trenta minuti.
Infine, scaldate un paio di cucchiaiate di miele in modo da renderlo lucido, e procedete con la guarnizione del dolce con la frutta candita.
Il vostro Buccellato è finalmente pronto per servito, e noi di Bianca Magazine non possiamo fare altro che augurarvi buon appetito!

I ‘Mpanatigghi, i misteriosi biscotti con la carne macinata

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Alessio Lupo

Ebbene sì, in Sicilia esistono dei biscotti specialissimi con un ingrediente d’eccezione: la carne di manzo tritata.
Non si può non contestualizzare l’origine di questo dolce, tipico nel territorio modicano, legandolo alle leggende che ne determinano la nascita e la diffusione, in particolare, nel periodo pasquale.
Pare, infatti, che questi biscotti siano nati all’interno di un convento di suore.
Durante la Quaresima – periodo di digiuno e astinenza dalle carni – le religiose pensarono di trovare un modo per nascondere la carne pur di cibarsene e fornirla ai preti che avevano bisogno di rinvigorirsi prima delle predicazioni pasquali. Come si suol dire “occhio non vede, cuore non duole”, e così nacquero i ’mpanatigghi, golosa trasgressione della regola quaresimale.
Il nome ’mpanatigghi pare derivi dallo spagnolo empanadas ossia focaccia ripiena.
Questi biscotti, in effetti, si presentano come panzerotti a forma di mezzaluna farciti con un impasto insolito ottenuto dal miscuglio di uova, mandorle, cioccolato fondente, cannella, chiodi di garofano, zucchero e l’immancabile carne di vitello tritata finemente.
Esiste, inoltre, un’altra versione della leggenda che lega questi biscotti a un atto caritatevole compiuto dalle monache spagnole, durante il XVI secolo, a seguito di un editto che vietava il consumo di carne ai poveri.
Le religiose, infatti, in questo modo nascondevano la carne per sfamare gli indigenti. Pare, addirittura, che lanciassero i ’mpanatigghi dalle finestre del convento. Insomma, per i poveri del tempo si trattava di una grazia “calata dall’alto”, in tutti i sensi. Questa ricetta fu, poi, portata in Sicilia durante la dominazione spagnola, e nello specifico fu diffusa all’interno della Contea di Modica.
Ancora oggi, nelle pasticcerie del ragusano e in particolare a Modica, per l’appunto, si possono trovare i ’mpanatigghi: biscotti misteriosi che racchiudono non solo un ingrediente inusuale per i dolci, ma soprattutto hanno il gusto di affascinanti storie legate al nostro passato.
Leonardo Sciascia li definì “biscotti da viaggio” in quanto sono facili da trasportare (hanno consistenza compatta) e si conservano in ottimo stato fino a venti giorni, senza necessità di accorgimenti speciali.
Chi non li conosce potrebbe stupirsi anche innanzi all’evidenza, infatti, né a vista, né dall’odore o tanto meno dal gusto si avverte la presenza della carne in questo biscotto che si può considerare simbolo di ribellione e carità allo stesso tempo, ventre che accoglie dolce e salato, bontà culinaria che sintetizza in sé storia e leggenda…
Se la Sicilia fosse un dolce, beh, forse sarebbe una ’mpanatigghia: un miscuglio di cose, a volte totalmente diverse, amalgamate in modo tale da non percepire la differenza tra un ingrediente e un altro bensì un unico sapore delizioso che solo i veri intenditori sanno apprezzare in pieno, senza pregiudizio alcuno.

 

Trionfo di gola, il dolce barocco

Articolo di Titti Metrico   Foto di Alessandra Inzerillo

La tradizione dolciaria è certamente uno dei fiori all’occhiello della gastronomia siciliana.

In questo numero, con la fantasia vi portiamo in una scena del Gattopardo, esattamente al gran ballo, dove, tra abiti sfarzosi, tavole lussuose, preziose tovaglie ricamate, argenteria sfavillante e le alzate a cinque ripiani, esposto in bella mostra sulla tavola imbandita, svetta il “Trionfo di Gola” , il dolce del Barocco, ha un nome che parla da sé e un sapore che ha ispirato penne illustri. Dacia Maraini nel suo libro “Bagheria” ricorda: “Una montagnola verde fatta di gelatina di pistacchio, mescolata alle arance candite, alla ricotta dolce, all’uvetta e ai pezzi di cioccolata”, diceva mia madre… «Si squaglia in bocca come una nuvola spandendo profumi intensi e stupefacenti. È come mangiarsi un paesaggio montano, con tutti i suoi boschi, i suoi fiumi, i suoi prati; un paesaggio reso leggero e friabile da una bambagia luminosa che lo contiene e lo trasforma, da gioia degli occhi a gioia della lingua. Si trattiene il respiro e ci si bea di quello straordinario pezzo di mondo zuccherino che si ha il pregio di tenere sospeso sulla lingua come il dono più prezioso degli dei… ”. G. Tomasi di Lampedusa non è l’unico autore a fare menzione, nelle proprie opere, di questo dolce tanto ricco quanto carico di tradizione. Fulco di Verdura, ad esempio, nel suo “Estati Felici”, nel raccontare come la famiglia fosse solita servire, in occasione delle Festività, i dolci preparati nei conventi, cita il Trionfo di Gola spiegando che una specialità del genere non necessita di particolari descrizioni perchè ha già un nome che parla da sé. Il nome di questo dolce è riferito al suo sapore e al suo aspetto. Il dolce, infatti, è preparato con una moltitudine d’ingredienti deliziosi e presenta consistenze irresistibili che non possono far altro che indurre nella tentazione di cedere a un piacevole quanto innocente peccato di gola. Nel XV e il XIX secolo, prima della nascita delle vere e proprie pasticcerie, in Sicilia i dolci venivano preparati principalmente nei monasteri dalle abili mani delle suore che, a volte, spinte dal desiderio di conquistare la meraviglia e la gratitudine delle personalità destinatarie delle loro prelibatezze, inventavano anche prodotti completamente nuovi e ne tramandavano la tradizione oralmente. Ogni convento si specializzava nella preparazione di un dolce specifico che rappresentava, di fatto, una delle poche occasioni di contatto con il mondo esterno, oltre che una fonte di guadagno. La caratteristica del “Trionfo di Gola”, bello ma complesso, è un dolce realizzato con strati di soffice pan di Spagna e croccante pasta frolla con una copertura di pasta di mandorle decorata con granelli di pistacchi e canditi. Per la farcitura vi sono varie versioni, di fatti c’è chi utilizza conserva di pistacchio e strati di crema pasticcera tra una sfoglia di frolla e l’altra, oppure chi preferisce impiegare la marmellata di arance alternata a strati di biancomangiare al latte o alle mandorle. Anche la decorazione può variare ove, in aggiunta o sostituzione di pistacchi e canditi, vi si può trovare del cioccolato e dell’ uvetta.