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Articolo di Irene Novello e foto di Rossandra Pepe

Vizzini è una cittadina del territorio di Catania, immersa tra i monti Iblei. Paese di origine del padre di Giovanni Verga, dove ritorna spesso negli ultimi anni della sua vita. Qui lo scrittore ambientò Cavalleria Rusticana, La lupa, Jeli il pastore e Mastro Don Gesualdo. Passeggiando tra i vicoli e le piazze di Vizzini si percepiscono i colori e le scenografie architettoniche veriste che affascinano e catturano. Tappa obbligatoria è il Museo dell’Immaginario Verghiano, che raccoglie testimonianze relative alle opere di Verga e dei suoi successi, ma è anche un luogo che ci fa scoprire lo scrittore sotto nuovi aspetti, che vanno oltre la conoscenza scolastica e che mettono in luce le sue passioni. Il Museo è ospitato presso Palazzo Trao, un’elegante architettura barocca settecentesca, antica dimora della famiglia Ventimiglia; nella scenografia verghiana è il palazzo di donna Bianca Trao, colei che diverrà la moglie di Mastro Don Gesualdo. Una sezione di esso è stata curata abilmente da Margherita Riggio, studiosa del Verga, lei stessa, infatti, ha indagato fra gli aspetti intimi dello scrittore attraverso il suo epistolario. Lettere d’amore scritte alle donne che ha incontrato nella sua vita, alcune delle quali hanno anche ispirato le sue opere; lettere destinate ai suoi amici e scrittori, tra questi Capuana amico fedele a cui chiedeva spesso consigli, foto e oggetti, utili ai disegnatori che dovevano illustrare le sue opere. Ma anche lettere rivolte alla famiglia a cui Verga era molto legato, ai suoi nipoti, ai fratelli e alla madre. All’uomo Verga è dedicata la prima stanza del museo imitando i salotti che lo scrittore frequentava a Firenze e a Milano, dove si mostrano aspetti inediti della sua biografia, i suoi sentimenti più intimi verso le donne, il suo rapporto con l’arte. Il nome della sala è appunto “Bellezze diverse”. Sono esposte anche le stampe ritrovate in un’edizione di lusso di Vita dei Campi del 1897 con l’ editore Treves, tra i primi a fare dell’editoria un’impresa. C’è anche una sala dedicata all’opera lirica con Cavalleria Rusticana scelta da Mascagni per partecipare al concorso indetto dalla casa editrice Sonzogno. Verga stesso ne cura la versione teatrale che riscuoterà un primo successo al Teatro Regio di Torino nel 1890. C’è una sezione dedicata alla sua passione per la fotografia, con foto scattate dallo scrittore alla famiglia, agli amici e ai contadini di Tebidi. Ma anche oggetti personali che ci fanno cogliere la quotidianità dello scrittore, tra questi il gilet, il set personale con penna e calamaio e la toletta per i baffi. Margherita Riggio ci ha svelato una sua riflessione frutto della lettura dell’epistolario dello scrittore: “Ho scoperto un Verga diverso, dalla rigidità dell’autore che ci viene propinato a scuola e questo ho cercato di far passare nell’allestimento del museo. È un uomo molto colto, non esente dalla passione per il genere femminile, non privo di umanità e generosità, di grande e sottile ironia, passione per l’arte e capace di grandi slanci di tenerezza verso la sua famiglia e i nipoti”.
Palazzo Trao espone al suo interno anche una mostra etnoantropologica allestita grazie al contributo del signor Rosario Catania, ricca di attrezzi che raccontano la vita rurale che fu nel borgo, è presente anche un antico modello di mulino idraulico e altri utensili che narrano le attività legate alla concia delle pelli. Usciti dal museo, Verga è con noi e ci accompagna tra le vie del borgo in una passeggiata d’altri tempi!

A Ottobre a Grammichele saranno premiati i vincitori della 2° edizione del Premio “I Paladini della Cultura”. Il premio nasce per valorizzare la cultura e le bellezze della Sicilia, la sapienza e la creatività della sua gente e dare riconoscimento alle Eccellenze Siciliane in tutte le arti e professioni.

Si possono segnalare le candidature al Premio per il  2019  sino al 7 settembre all’indirizzo: paladinidellacultura@gmail.com. La candidatura al Premio è libera e gratuita. Il Premio è rivolto a quelle personalità siciliane che contribuiscono con la propria attività a migliorare l’immagine e l’economia della Sicilia e mantengono con la nostra terra un legame affettivo, culturale ed economico.

Il  Premio, distinto in sezioni, verrà assegnato a personalità o aziende che si siano contraddistinte per uno o più criteri sotto riportati, a insindacabile giudizio della Giuria, composta da personalità indipendenti che valuteranno le candidature che perverranno  alla segreteria del Premio.

Le sezioni del Premio sono:

  1. Premio ad honorem: assegnato a quelle personalità che nel corso della propria attività si sono distinte per la qualità dell’impegno profuso e per i successi ottenuti;
  2. Premio immagine delle Sicilia nel Mondo: assegnato a quanti con la propria attività contribuiscono a rafforzare l’immagine positiva della Sicilia nel Mondo;
  3. Premio Tradizioni e produzioni siciliane: assegnato a quanti si impegnano con successo al recupero delle nostre tradizioni e alla valorizzazione delle nostre produzioni .
  4. Premio Innovazioni: assegnato quanti  realizzano reti ,sistemi e processi innovativi  che valorizzano le nostre produzioni e i nostri territori e contribuiscono a rendere più efficiente il sistema Sicilia.
  5. Premio Giovani: assegnato alle nuove generazioni che si distinguono in attività legate ai valori del Premio.

Saranno accettatele candidature presentate alla Segreteria del Premio, entro i termini previsti, con un dossier di presentazione.

Tutte le testate giornalistiche, in base al proprio osservatorio privilegiato, possono inviare indicazioni sulle personalità che a loro modo si sono distinte e che possiedano i requisiti richiesti dal  regolamento che può essere visionato nel sito www.paladinidellacultura.it

24-Ragusani-nel-mondo

 

24-Ragusani-nel-mondo

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Samuel Tasca

Se dovessi esprimere in poesia quello che rappresenta il Premio Ragusani nel Mondo potrei direi: “ovunque un ragusano sia, mai scorderà la terra natia”.
Ecco il punto di partenza del Premio Ragusani nel Mondo, giunto ormai alla 24esima edizione, che è diventato sicuramente uno degli eventi di punta del sud-est siciliano che mira a riconoscere l’eccellenza della ragusaneità nel mondo. Questa edizione del Premio, magistralmente presentata dai giornalisti e conduttori Caterina Gurrieri e Salvo Falcone, ha visto numerosi premiati: a partire dai due fratelli pozzallesi Claude e Angelo Gulino, uno manager di Sistemi informatici e l’altro leader in Ingegneria e Tecnologia Globale, entrambi affermati negli Stati Uniti; al sindacalista modicano Enzo Savarino, al vertice di un’importante sigla sindacale tedesca.
E poi ancora: il giarratanese Bruno Cultrera, titolare a Melbourne di una fiorente azienda di commercio e distribuzione di prodotti alimentari; il mecenate della cultura iblea negli States, l’avvocato Giuseppe Rollo e poi, ancora, l’imprenditore Giancarlo Licitra che è il secondo produttore al mondo di farine di carrube.
A ricevere il premio c’è anche il giovane designer modicano Carmelo Giannone, poco più che trentenne, che ha lavorato al design esterno del primo suv del marchio Alfa Romeo, Stelvio.
In campo fotografico hanno ricevuto il premio, il pedalinese Toni Campo, fotografo di Vogue e il comisano Toni Gentile, fotogiornalista noto per aver immortalato i giudici Falcone e Borsellino. Figli di questa terra, insomma, che attraverso un riconoscimento pubblico possono sentire il calore di una Ragusa premurosa, accogliente, materna!
Ad allietare la serata, tenutasi in piazza Libertà sabato 4 Agosto, ci ha pensato l’abile imitatore e cabarettista Andrea Barone, unitamente a la Peppe Arezzo Orchestra e agli attori della Compagnia G.o.D.o.T. Applauditissimi Lorenzo Licitra e Nico Arezzo, entrambi eccellenze canore ragusane.
Una serata ricca di talenti esplicati nelle diverse forme artistiche e d’eccellenza professionale. L’abbigliamento della presentatrice e delle vallette è stato curato dal giovane Fabrizio Minardo, stilista ragusano che vanta qualificate esperienze nel campo della moda, tra queste la collaborazione nello staff di Dolce&Gabbana. A sfilare, anche un abito disegnato dalla stilista Marisa Fossato, indossato da Annalisa Basso, che sarà donato al Museo Americano dell’Emigrazione.
Un riconoscimento è stato assegnato anche a Turi Occhipinti e Gaetano Scollo, videomakers e realizzatori di cortometraggi e a Emanuele Cavarra, scrittore di romanzi e art director (tra l’altro ideatore del logo della 24esima edizione del Premio Ragusani nel Mondo) per essere stati selezionati al 68esimo Festival Internazionale dei Cortometraggi di Montecatini.
Madrina della serata, ospite d’onore, è stata Orietta Berti che ha chiuso l’importante evento con alcuni dei suoi intramontabili pezzi.
Il Premio è stato inoltre seguito in diretta streaming da più di 15mila webspettatori da tutto il mondo. Anche i social protagonisti di questa edizione: la bellissima modella e presentatrice Eleonora Incardona grazie alle sue dirette dietro le quinte ha creato “un modo per offrire, a chi ci ha seguito, delle chicche interessanti sui premiati”.
Cresce già l’attesa e i preparativi per il traguardo d’argento del Premio Ragusani nel Mondo che vedrà anche la presenza della prestigiosa Orchestra del Teatro San Carlo di Napoli, per la prima volta in Sicilia nella storia.
Il direttore dell’Associazione Ragusani nel Mondo, Sebastiano D’Angelo, aggiunge: “Sarà un’edizione che non mancherà di rinnovare nuove e vecchie emozioni, richiamando sul palco di Ragusani nel Mondo tutti i premiati delle precedenti edizioni. Un impegno organizzativo non comune che si spera di portare al termine grazie al coinvolgimento degli Enti locali e al mecenatismo di alcune primarie aziende del territorio”.
Nell’attesa del prossimo grande evento, l’Associazione Ragusani nel Mondo, insieme al Presidente Franco Antoci e al direttore Sebastiano D’Angelo ringraziano tutti coloro che hanno collaborato all’ottima riuscita del Premio.

siciliano sugnu

siciliano sugnu

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Alessandra Alderisi

A settembre, nei programmi delle scuole siciliane ci sarà spazio per l’approfondimento della cultura, storia e dialetto dell’Isola. Le nuove generazioni dovranno essere più consapevoli delle radici della nostra terra: ecco la via per un futuro migliore. Siamo siciliani. Siamo gli abitanti di una terra incantevole che, ahimè, non conosciamo abbastanza e forse per questo non amiamo abbastanza.
Siamo nati siciliani, è vero, ma lo siamo anche diventati. È giusto allora interrogare la storia e chiedersi: quando e come nascono i siciliani? E poi ancora in geografia: quali caratteristiche ha la nostra terra? Quante risposte, invece, potrebbe darci la grammatica: potremmo definire il nostro dialetto come il risultato dell’intreccio di popoli eterogenei che hanno abitato l’Isola nel corso dei secoli. Pensiamo così alle varie parole che derivano dal greco come babbiàri (scherzare) dal verbo babazo, oppure ciràsa (ciliegia) da kerasos o ancora càntunera (angolo) da kanduni. Numerose sono anche le influenze arabe, francesi e spagnole. Si pensi al concetto di conciarsi per bene tradotto in siciliano con azzizzarsi: questa parola deriva dall’arabo alaziz che significa splendore. ‘A criata ossia la serva, invece, deriva dallo spagnolo criada, mentre ‘a raggia (la rabbia) deriva dal francese rage.
Non dimentichiamo, poi, la nostra cucina: ogni piatto tipico presenta una storia, una leggenda, un fatto curioso che non può essere dimenticato. Si pensi alla tradizionale cuccìa preparata per la festa di Santa Lucia in memoria di un evento prodigioso attribuito alla Santa siracusana o ancora alle ‘mpanate , dallo spagnolo empanadas, ossia l’impasto simile al pane ripieno di verdure o di carne di agnello nel periodo pasquale, senza dimenticare la granita nata dalla neve raccolta presso l’Etna, e tanto altro ancora.
Quante cose potremmo dire, o forse meglio, quante cose dovremmo conoscere della nostra terra!
La Sicilia è stata culla di numerose civiltà: dai Siculi ai Sicani, dai Greci ai Romani, dagli Arabi ai Normanni, dai Savoia ai Borboni, sino a noi, spesso ignari della nostra storia.
Perché sconosciamo le nostre radici? Forse perché troppe poche volte siamo stati invitati a guardarle o forse perché, non siamo abbastanza motivati a conoscere.
Forse è proprio per questo che l’attuale Giunta regionale, presieduta dal Presidente Nello Musumeci, ha deciso di inserire nei programmi scolastici lo Studio della Storia Siciliana e del suo dialetto. Essere consapevoli del nostro passato può e deve portare a gestire meglio il nostro presente e, così, anche il futuro.
Quante chiese, monumenti, palazzi riempiono le nostre città? Spesso non conosciamo nulla della loro origine e non riusciamo neanche a dare piccole informazioni ai turisti che vengono ad ammirare, apprezzare e conoscere le bellezze della nostra terra.
Bisogna ripartire proprio da qui, dalla conoscenza e dunque dalla consapevolezza di cosa voglia dire essere siciliani.
La scuola, nel suo compito educativo, non può trascurare l’aspetto di rafforzare l’identità di un popolo attraverso lo studio del suo passato. A settembre, dunque, a scuola suonerà l’ora di “Storia della Sicilia e del dialetto siciliano” e, la data del 15 maggio, commemorazione dell’Autonomia siciliana, sarà dedicata a un approfondimento storico dell’evento, non sarà più uno sterile giorno di vacanza.

siciliano sugnu

Opera dei pupi. F.lli Napoli
Opera dei pupi. F.lli Napoli

Opera dei pupi. F.lli Napoli

Articolo di Angelo Barone e Foto di Samuel Tasca

Da tempo desideravo scrivere e raccontare dell’Opera dei Pupi come facevano i “Cuntastorie” (da non confondere con i “Cantastorie” che trattano le storie attraverso il canto) sia per i fantastici ricordi dell’infanzia che per il contributo dato alla formazione e crescita culturale della generazione di mio padre.  Nel secolo scorso fra gli spettacoli teatrali e musicali popolari c’erano il teatro dell’Opera dei Pupi e i Cantastorie che si esibivano in tutte le piazze. Ti raccontavano storie ed epopee fantastiche… i Paladini di Carlo Magno, Orlando e Rinaldo in lotta contro i saraceni: Agramante, Ferrau, Agricane, Rodomonte, Marsilo e Mambrino. Cristiani contro pagani: si lottava per la fede, l’amore, l’onore e si disprezzava il tradimento di Gano di Magonza. I Cuntastorie contribuiscono a fare diventare le storie esempi di riscatto sociale e di giustizia e le esibizioni diventano occasioni di ritrovo sociale e veicolo di arricchimento culturale e di conoscenze. I personaggi entravano nella vita quotidiana delle persone e Pippininu nell’opera catanese fa sentire la voce del popolo, indossa la livrea settecentesca e parla il dialetto catanese. Quante volte sentivo mio padre dire “Gano di Magonza” per parlare di un traditore o “Rinaldo” per esprimere fierezza e coraggio. Ecco: questo legame con la memoria di mio padre mi ha spinto a cercare i nipoti di don Gaetano Napoli fondatore della Compagnia nel 1921. È stata bella esperienza conoscere i fratelli Napoli: Fiorenzo, Giuseppe, Salvatore e Gaetano; il cugino Alessandro; Agnese, moglie di Fiorenzo, e i loro figli Davide, Dario e Marco. Emozionante vedere all’opera tutta la compagnia con la terza generazione che recita e la quarta che apprende. Questa è una famiglia che ha vissuto e continua a vivere in simbiosi con i propri pupi: li creano, li vestono, gli danno voce, li accudiscono e li curano come figli: hanno vissuto nella stessa casa e dormito nello stesso letto.

Andarli a trovare in via Reitano, 55 a Catania è stata una esperienza unica: in quella casa ci sono pezzi importanti di cultura popolare e tracce indelebili di grandi personaggi della cultura e dello spettacolo nazionale: Domenico Modugno, Paolo Panelli, Bice Valori, Lina Wertmuller, Garinei e Giovannini, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Sui muri ci sono grandi riconoscimenti come il Praemium Erasmianum, ricevuto nel 1978 dai Reali di Olanda, attribuito a persone e istituzioni che per la loro attività hanno arricchito la cultura europea.

La marionettistica dei fratelli Napoli opera dal 1921: il capostipite è stato don Gaetano Napoli e successivamente la cura dell’impresa è passata ai suoi figli Pippo e Natale. A quest’ultimo si deve la conservazione della tradizione dei pupi a Catania. Insieme a lui sempre la bella moglie Italia Chiesa, elegante e diplomatica, gestiva con naturalezza i rapporti con i grandi dello spettacolo e nello stesso tempo realizzava i costumi alle marionette, aiutava i figli nei loro percorsi scolastici e soprattutto dava voce, passione e signorilità ai personaggi femminili del teatro. Oggi è un piacere ascoltare Fiorenzo che racconta con passione la storia dell’Opera dei Pupi sia ai visitatori in bottega che nelle tante scuole dove lo invitano. Noi, di Bianca Magazine, lo vogliamo sostenere in questa sua tenace battaglia per realizzare un Museo e aprire il Teatro dell’Opera dei Pupi nei locali delle Ciminiere in viale Africa.  Finalmente nei giorni scorsi, il sindaco Enzo Bianco, come uno degli ultimi atti di sindaco metropolitano, ha firmato la concessione del Teatro delle Ciminiere alla Marionettistica dei fratelli Napoli. L’Opera dei Pupi nel 2001 è stata inserita nel programma Unesco “Capolavori del patrimonio orale e immateriale dell’umanità”; successivamente, dopo l’approvazione a Parigi nel 2003 della “Convezione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale”, è stata confermata nella “Intangibile Heritage List” nel 2008. Aprire il Teatro e realizzare un Museo dell’Opera dei Pupi a Catania deve essere l’impegno di tutte le istituzioni.

il teatro romano di catania
il teatro romano di catania

Il teatro romano di catania

Articolo di Irene Novello e Foto  Andrea Raiti

Catania è un’antica colonia greca fondata nel 729-728 a.C. dai calcidesi provenienti dalla vicina Naxos, guidati dall’ecista Evarco. La città visse il suo migliore periodo di prosperità nel corso del V secolo a.C. Nel 21 a.C. divenne colonia augustea e si abbellì di grandi edifici pubblici che la trasformarono in uno dei centri più importanti dell’impero e che ne condizionarono anche in futuro il suo assetto urbano. Uno di questi edifici fu il Teatro, costruito sulle pendici meridionali della collina Monte Vergine, in età greca sede dell’acropoli della città, in età ellenistica e romana fu ambita per la costruzione di ricche ville e di diversi edifici pubblici. Il Teatro è inserito nel tessuto urbano del centro storico di Catania, l’edificio oggi visibile è di epoca romana, datato al I secolo d.C. La struttura di epoca romana ne ingloba una più antica di epoca greca (IV secolo a.C.) che ha subito diverse modifiche nel corso dei secoli. L’esistenza a Catania di un teatro greco è, infatti, ricordata dallo storico Tucidide, secondo il quale nel 415 a.C., durante la guerra del Peloponneso, Alcibiade, il condottiero ateniese, avrebbe parlato ai catanesi nel Teatro di Catania cercando di convincerli ad allearsi con loro contro Siracusa. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, sotto l’estremità occidentale del Teatro Romano, furono scoperti due tratti di un imponente muro datato al IV secolo a.C. Era la prima conferma della notizia riportata da Tucidide.

Il Teatro Romano fu costruito su quello greco durante il I secolo d.C., la cavea, dalla quale si scorgeva il mare, poteva contenere fino a settemila spettatori, era in parte adagiata sulla collina e in parte sostenuta da muri attraversati da corridoi con copertura a volte, gli ambulacri, posti a livelli diversi e collegati da scale. L’orchestra era pavimentata in marmo, l’edificio scenico era decorato da statue e rilievi marmorei posizionati dentro nicchie. La stessa decorazione marmorea rivestiva il palcoscenico costituito da un muro attraversato da esedre curvilinee. Oggi parte di questi elementi decorativi sono esposti presso l’Antiquarium.

Le invasioni barbariche e i terremoti che interessarono la città nel periodo successivo al IV secolo portarono alla decadenza del monumento, abbandonato nel corso del V secolo d.C. L’orchestra fu occupata da una macelleria, l’intero edificio fu privato della decorazione architettonica. Il quartiere fu invaso da piccole case che inglobarono lo stesso teatro, nei secoli successivi questo fenomeno fu talmente incisivo che si arrivò quasi a perdere la consapevolezza dell’esistenza del Teatro stesso. Le strutture del Teatro furono utilizzate come fondamenta di case molto importanti, come casa Liberti, oggi sede dell’Antiquarium. Fu il Principe di Biscari che nel XVIII secolo fece eseguire gli scavi per liberare le strutture antiche dalle costruzioni recenti. Ma i lavori più consistenti di espropriazione, di demolizione delle strutture moderne e di restauro di quelle antiche iniziarono negli anni Cinquanta.

Il Teatro ha affascinato da sempre gli studiosi del mondo antico, oggi è stato oggetto di studio dell’Istituto per i beni Archeologici e Monumentali del Cnr che ha fatto rivivere virtualmente l’edificio così come si presentava nel II-III secolo d.C., la sua fase architettonica più monumentale. Il docu-video è fruibile presso il Catania Living Lab di Cultura e Tecnologia.

Questa estate il Teatro Romano è stato il palcoscenico della nuova edizione di “Notti d’Estate”, una rassegna di eventi musicali e teatrali, inaugurata con il concerto di Carmen Consoli. La rassegna è stata promossa dagli assessorati regionali al Turismo e dei Beni culturali e supportata dal Comune di Catania. L’iniziativa ha valorizzato un luogo che ha dettato la storia più antica della città e che oggi torna a rivivere protagonista della cultura catanese.

I territori del vino e del gusto

I territori del vino e del gusto

 "Territori del vino e del gusto.

Articolo di Omar Gelsomino e Foto di Ass. Ferrovie Siciliane, Messina e Mario Roccuzzo

Dalla collaborazione tra il Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo e l’Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo della Regione Siciliana è nato il progetto di eccellenza “Territori del vino e del gusto. In viaggio alla scoperta del genius loci”, mirante a rafforzare l’offerta turistica siciliana nel settore enogastronomico con la creazione di un circuito ed un brand, in cui raggruppare le sagre e le feste più rappresentative della Sicilia.

“Caltagirone ritorna al centro dell’interesse regionale e nazionale con particolare riferimento ad argomenti a noi più cari e più consoni: l’agroalimentare, la tradizione, la cultura e il turismo – commenta il sindaco Gino Ioppolo -. Un momento di grande opportunità che la vede passare da città vocata al turismo a città turistica”.

A spiegare meglio l’obiettivo del progetto “Territorio del Vino e del Gusto”, è l’assessore regionale al Turismo, Sport e Spettacolo Anthony Barbagallo “Il progetto enogastronomico che vede la Sicilia capofila fra le regioni italiane fa tappa a Caltagirone per l’iniziativa di chiusura dove sono presenti tour operator, operatori del settore, esperti del turismo per fare il punto della situazione attorno all’enogastronomia, il prodotto di punta del turismo siciliano, cresciuto notevolmente negli ultimi anni e con grandissime potenzialità attrattive per il futuro. Caltagirone con la sua storia, la sua tradizione, la sua vocazione legata ad alcune eccellenze del vino rappresenta un punto di riferimento che la Regione vuole valorizzare sempre più. Nell’anno internazionale del turismo sostenibile la Regione Siciliana è stata quella che ha più investito in questo segmento – ha concluso Barbagallo -, il mio auspicio è che il treno storico sia il segnale di un rilancio della sostenibilità attorno a Caltagirone, pensando magari in prospettiva della prossima primavera ad abbinare al treno storico la passeggiata a cavallo o la passeggiata in bicicletta, studiando nuovi percorsi cicloturistici”.

Una manifestazione che ha visto la sinergia pubblico-privato: dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali alla Fondazione Ferrovie dello Stato, dall’assessorato regionale al Turismo, Sport e Spettacolo al Comune di Caltagirone, dal Centro Studi Turistici a Biba Group, dalla Pro Loco Caltagirone Unesco World Heritage alle associazioni Pro Santo Pietro e L’Orlando Furioso (che hanno curato l’organizzazione della giornata finale), dall’Ufficio Turistico Regionale al Museo Regionale della Ceramica e ai Musei Civici, da Slow Food Sicilia a Sicilia Enogastronomia,  dalla Stazione Sperimentale di Granicoltura all’Accademia Italiana della Cucina – Delegazione di Caltagirone.

La città della ceramica ha ospitato dal 15 al 17 settembre convegni e giornate di formazione dedicate agli operatori turistici siciliani, a cui hanno partecipato prestigiosi rappresentanti del mondo accademico, imprenditoriale, giornalistico, enogastronomico, esperti di comunicazione turistica, organizzatori di eventi oltre alle degustazioni di prodotti enogastronomici. La giornata – clou è stata quella di domenica 17 settembre dedicata al gusto e alle tradizioni: agli oltre 250 passeggeri lungo il percorso che da Messina li ha portati a Caltagirone, è stato raccontato il territorio attraverso la gastronomia, col Treno storico a bordo delle carrozze “Centoporte” della fondazione Ferrovie dello Stato sono stati accolti dal benvenuto musicale dei Bella Morea, giunti al centro storico hanno potuto ammirarne la sua straordinaria bellezza, visitare le Chiese, i musei civici e regionale, assistere alla performance live al tornio di Alessandro Iudici e alla rappresentazione dell’Opera dei Pupi della Primaria Compagnia Siciliana di Caltagirone che ha incantato gli spettatori, partecipare ai Laboratori del Gusto di Slow Food, degustare i prodotti enogastronomici presso l’ex pescheria dove è stato organizzata “La terrazza del gusto” oltre ad assaggiare le prelibatezze culinarie preparate da Chef Fanny, il tutto accompagnato dall’intrattenimento musicale, curato dall’associazione L’Orlando Furioso, della Conturband. Infine lo scorso 22 settembre è stato organizzato un workshop fra operatori dell’offerta turistica siciliana e buyers europei specializzati nel segmento enogastronomico. Durante la manifestazione l’arch. Fabrizio Alparone e l’assessore regionale Barbagallo hanno consegnato un omaggio in ceramica a Gianfranco Daino, la cui cantina è stato premiata da Slow Wine 2018 con il Suber 2015.

“Sono state giornate di festa non soltanto per i visitatori, ma anche per i calatini – ha sottolineato Fabio Roccuzzo, rappresentate dell’assessorato regionale al Turismo – dedicate all’enogastronomia e alla valorizzazione di un territorio dalle grandi potenzialità”.

Una giornata che ha lasciato un bellissimo ricordo tra i visitatori e i cittadini che hanno apprezzato oltre alle bellezze di Caltagirone anche i prodotti enogastronomici del territorio: dal vino all’olio d’oliva, dalle farine di grani antichi al pane e alla pasta, dal miele all’uva da tavola, dai formaggi alla ricotta, dalla mostarda alla cubbaita alla giuggiulena.

Paladini della Cultura

Paladini della Cultura

Articolo di Omar Gelsomino e Foto di Giulia Parlato

Dopo il cortometraggio “Rita” i due registi palermitani, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, realizzano il loro primo lungometraggio “Salvo” premiato al Festival di Cannes nel 2013. Sicilian Ghost Story ha aperto la Semaine de la Critique ed è stato premiato con i Nastri d’Argento come miglior fotografia e scenografia e al Magna Graecia Film Festival.

Come nasce questa vostra collaborazione?

  1. P.: «Ci siamo conosciuti a Torino, frequentando un master in tecnica della narrazione alla Scuola Holden e abbiamo deciso di scrivere insieme. Abbiamo lavorato a lungo come sceneggiatori, script editor e consulenti di case di produzione per lo sviluppo dei copioni e nel 2009 abbiamo realizzato il nostro primo cortometraggio da registi, “Rita”. Nello stesso periodo stavamo lavorando alla sceneggiatura del nostro primo film “Salvo”, che realizzammo nel 2012 e da lì è iniziata la nostra carriera di registi».

Perché avete voluto raccontare proprio la storia del piccolo Giuseppe Di Matteo?

  1. G.: «Come tutti i palermitani e i siciliani abbiamo vissuto gli anni ’80 e ‘90, gli anni più terribili della recente storia siciliana. Nel 1993 viene sequestrato il piccolo Giuseppe Di Matteo da Brusca perché il padre, Santino Di Matteo, sta collaborando con i magistrati nella ricostruzione dell’attentato a Falcone e dopo 779 giorni di prigionia il bambino viene soppresso. Quell’episodio è stato il culmine della violenza della mafia siciliana ed il momento in cui abbiamo deciso di provare a costruirci un futuro lontano dalla Sicilia. Dopo il primo film “Salvo”, per noi era giunto il momento di confrontarci con la ferita più terribile di tutte, il sequestro e l’uccisione di Giuseppe Di Matteo: volevamo, da quella storia così dura, senza redenzione per nessuno, provare a costruire una storia di speranza, quanto meno per i coetanei di Giuseppe, per le nuove generazioni di siciliani».

 

Cosa avete provato ad aprire la Semaine de la Critique a Cannes quattro anni dopo la vittoria con “Salvo”?

  1. P.: «È stato molto emozionante perché abbiamo condiviso questa esperienza non solo con i due protagonisti, Gaetano Fernandez e Julia Jedikowska che nel film interpretano Giuseppe e Luna, ma anche con gli altri quattro ragazzi coprotagonisti. La loro commozione e i loro sentimenti hanno trascinato tutto il pubblico in sala».

Perché avete scelto di raccontare delle storie attraverso il format della favola?

  1. G.: «Interrogandoci sul senso dell’esperienza del bambino e degli ultimi due anni e mezzo della sua vita, di negazione della vita, dei sentimenti e dell’amore abbiamo cercato una chiave che portasse a tutto ciò che nella realtà a Giuseppe Di Matteo è mancato. Fondamentalmente è mancato l’amore, per questo abbiamo creato una favola d’amore che da un lato non dovesse tradire minimamente la realtà, la favola è sicuramente una favola nera, ma dall’altro lato dovesse schiudere la possibilità per il ragazzino, il protagonista della storia e lo spettatore una possibilità di speranza per il futuro. La chiave è stata la favola d’amore, partendo dalla creazione di un personaggio immaginario, Luna, una sua compagna di classe, innamorata di Giuseppe che, al contrario del mondo che lo circonda, non è disposta ad accettare lo stato di fatto, ma vuole capire e ritrovare Giuseppe costi quel che costi, anche a costo della propria vita».

Qual è la vostra maggiore soddisfazione e i vostri progetti futuri?

  1. G.: «Il fatto che non si sia limitato solo ad arrivare nelle grosse città ma anche nei centri più piccoli siciliani e del Meridione e che questo bel percorso del film, partendo dalla Sicilia, avrà incontrato migliaia di studenti».
  2. P.: «Accompagneremo il film in Italia e all’estero sino alla prossima primavera. Stiamo riflettendo e studiando su alcune idee che hanno a che fare con la Sicilia ma probabilmente all’interno di generi diversi, non è detto che debbano confrontarsi per forza col mondo della mafia».
C'era una volta un pezzo di creta

Chi lo sapeva?

Articolo di Stefania Minati

Anche quest’anno nel mio piccolo paese, Prascorsano, per tre giorni i Comuni partecipanti si sono sfidati a suon di giochi con più di 200 giocatori per affrontare sedici dure sfide. Non pensiamo ai giochi moderni ma a quelli che non ci fanno dimenticare le tradizioni e gli usi dei nostri avi. Eccovi quindi servita qualche chicca sulle origini di alcuni di questi giochi.

ALBERO DELLA CUCCAGNA
Detto anche Albero di Maggio, risale alle popolazioni germaniche e ai loro antichi culti della fertilità. Si crede, infatti, che per festeggiare le nuove fioriture sacrificassero delle focacce (Kuchen) appendendole all’albero consacrato. Ci sono oggi diversi approcci a quello che è diventato ai nostri giorni un gioco, sia l’Albero piantato in terra e ingrassato o appeso su un corso d’acqua, resta il fatto che i giocatori devono affrontare una grande sfida di equilibrio e abilità per arrivare all’ambito premio e scalare il palo che rappresenta l’antico Albero della Cuccagna.

James Frazer, Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Bollati Boringhieri, 1990.

CORSA CON I SACCHI
Non si conosce l’origine di questa sfida a gambe incappucciate ma si legge che già nel 1541 Papa Paolo III fosse un fan di questo tipo di gare e i giocatori che per primi compivano il tragitto tra il crocefisso e il balcone papale, venivano premiati. Anche in occasione dei Giochi Olimpici Estivi del 1904 di St. Louis si tenne una gara di corsa dei sacchi, nonostante non sia mai stata una disciplina olimpica.

IL GIOCO DELLE BOCCE
Questo potrebbe essere ritenuto uno dei giochi con origini più antiche, le cui testimonianze risalgono al 7.000 a.C. nella città di Catal Huyuk, in Turchia. Anche i Greci e i Romani lo praticavano, tant’è che Ippocrate elogiò il gioco in uno scritto consigliandolo come attività molto salutare.
Prese piede in tutta Europa nel Medioevo e piaceva così tanto a giovani, anziani, nobili e plebei che molti trascuravano il lavoro, altri si dedicavano alle scommesse e scoppiavano liti furibonde, tanto da dover essere bandito in molti Paesi, come la Francia e l’Inghilterra. Tra i nomi eccellenti che contribuirono a far rinascere questa disciplina dopo il 1400, troviamo Erasmo da Rotterdam, Martin Lutero e Calvino i quali sembrano essere stati accaniti giocatori. Il primo regolamento ufficiale fu stampato a Bologna nel 1753.

TIRO ALLA FUNE

Anche il tiro alla fune trae le sue remote origini da cerimonie rituali risalenti alla Birmania, Borneo, Corea, Nuova Zelanda, Congo e le Americhe. Connesso alla simbologia delle «forze contrastanti» (bene-male; vita-morte, luce-ombra, il principio maschile e quello femminile, il cielo e la terra, yin e yang, insomma l’espressione del dualismo della complementarietà universale), era praticato in occasione di cerimonie propiziatrici di abbondante raccolto e di cerimonie funebri.
La documentazione del tiro alla fune come sport risale a un’iscrizione egiziana del 2.500 a.C. sulla tomba di Mezera-Ku in Sakkara. Negli antichi giochi olimpici del 500 a.C. il tiro alla fune era praticato sia come attività sportiva autonoma, sia come pratica di allenamento per altre discipline. Nel XII secolo era praticato alla corte degli imperatori cinesi, mentre nel XII e XIV secolo è presente in Mongolia e Turchia; in Europa occidentale è documentato intorno al Mille.
Nel XV e XVI secolo appare in Francia e in Gran Bretagna ed è in questo periodo che nasce una prima regolamentazione, selezionando gli atleti tra giovani di ugual peso. Il tiro alla fune come sport organizzato nasce in Europa verso la fine del secolo scorso. Il tiro alla fune fu sport olimpico per circa cinquant’anni (1870-1920); in seguito fu cancellato da una delibera presa a maggioranza dal Comitato Olimpico Internazionale quando si stabilì di ridurre il numero degli sport partecipanti.

alfio antico

La transumanza sonora di Alfio Antico - "Il Dio del tamburo"

Articolo di Omar Gelsomino e Foto di Jùlia Martins

Un legame profondo unisce l’uomo e i suoi tamburi, così come quello che lo lega alla sua terra. Un legame forte e indissolubile identifica la personalità di Alfio Antico. È lui il principale interprete della canzone popolare italiana con i suoi inimitabili tamburi e i loro suoni.
«Sono di Lentini e provengo dalla cultura pastorale, ho fatto il pastore sino a diciotto anni, ma ho sempre avuto la passione per il tamburo. In famiglia c’era mia nonna materna che suonava il tamburo, ricordo questa figura elegante e generosa, ed io ho imparato da lei. I contadini la chiamavano per benedire il frumento».
Una vita da pastore sicuramente dura ma piena di storie e cultura contadina.
Già, un pastore, un conciatore di pelli, un artigiano e un musicista. E poi arriva l’incontro che cambia la vita. «Nel 1977 mi scopre Eugenio Bennato, con Musicanova e da lì è iniziata la mia carriera. Nonostante le meravigliose esperienze fatte, rimango sempre legato alle mie radici, al mio passato e soprattutto alla mia scrittura. Dire bucolica è dire poco, ma è autentica, per cui avendo fatto il pastore uso questo linguaggio».
Diverse sono state le esperienze con i più grandi artisti Peppe Barra, Lucio Dalla, Vincenzo Spampinato, Carmen Consoli, Vinicio Capossela, Fabrizio De Andrè, Roy Paci, I Lautari; in teatro con Giorgio Albertazzi, Roberto De Simone, Massimo Ranieri, Ottavia Piccolo; e nella danza con Amedeo Amodio, George Iancu e Vittoria Ottolenghi e tanti altri che gli hanno permesso di raggiungere la sua maturità artistica.
«La transumanza la facevo con le pecore dalle parti del Biviere di Lentini, sino a Melilli». Nelle scorse settimane ha ripercorso la sua “transumanza sonora” nell’entroterra ennese, fra Troina e Cesarò che diverrà un docu-film, «ho dovuto provare alcuni giorni per abituare le mucche al suono del tamburo, imitando il loro passo con la campana legata all’impugnatura del tamburo, un animale molto più docile delle pecore, un’esperienza che mi ha emozionato tantissimo». La transumanza è un rito ancestrale e una tradizione ormai in estinzione ma capace di regalare emozioni che solo il contatto con la natura sa dare.
Alfio Antico rimane legato alle tradizioni, quell’insieme di memorie e testimonianze utili a non dimenticare chi siamo e da dove veniamo. «La tradizione la creiamo noi stessi. Oggi si è perso il dialogo, stiamo perdendo anche il dialetto e il rispetto di tutto ciò. Quando non ci sarò più, lascerò un segno che si chiama tradizione. Si dovrebbe fare un passo indietro per guadagnarne dieci in avanti. Bisogna educare la gioventù, cominciando dalla scuola. È necessario conservare la memoria». Nonostante che da anni viva a Ferrara continua il legame con la sua terra, «La Sicilia mi “allatta”, quando sono in Sicilia mi dice “non dirmi nulla, passeggia” e quando me ne vado, parto carico di emozioni, utili anche a scrivere le canzoni. La Sicilia per me è la terra più ricca al mondo, non ha eguali. Purtroppo siamo anche noi a disprezzarne alcune cose, ma sarò sempre legato a lei». Una terra che per Alfio Antico è fonte d’ispirazione oltre che di emozioni. «Offre sonorità diverse. Ogni tamburo ha la sua voce, il suo linguaggio, così come ogni paese ha la sua diversità nelle frasi e nelle sfumature. I tamburi sono artigianali, li realizzo io, sino a tanti anni fa io stesso mi procuravo le pelli e le conciavo, adesso le compro nelle Marche. Per ogni brano che scrivo c’è un altro colore, un altro linguaggio, un’altra musica. Suonare in giro per il mondo, insieme a tanti gruppi, mi ha portato a sviluppare le varie tecniche e sonorità musicali. Il mio tamburo suona, canta, ha un suono ritmico e armonico, come se fosse un’arpa, con cui cerco di imitare il movimento delle foglie al vento o la risacca del mare, l’infrangersi delle onde sugli scogli e il loro gorgoglio».
Alfio Antico da anima e voce alla natura, un mondo arcaico e agreste con il ritmo dei suoi tamburi, regalando quasi un afflato magico e poetico a chi lo ascolta.