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Taormina Festival Internazionale Taobuk Il professor Francesco Pira a Taobuk con il libro Figli delle App

Taormina, anche il professor Francesco Pira tra gli scrittori ospiti del Taobuk Festival 2021

di Merelinda Staita 

Anche il saggista Francesco Pira,  professore associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Messina, tra gli scrittori ospiti del Festival Internazionale Taobuk di Taormina edizione 2021. Nella giornata di ieri, alle ore 17, presso la sala B di Palazzo Ciampoli, conversando con il giornalista Emilio Pintaldi, ha presentato il suo ultimo lavoro “Figli delle App” (Edizioni Franco Angeli – Collana di Sociologia).

«Sono felice di partecipare – ha dichiarato il professor Pira – a questo prestigioso evento che si svolge in una città magica. Sono stato già ospite del Festival nel 2019. Ringrazio il Direttore Artistico Antonella Ferrara per questa opportunità di parlare delle nuove tecnologie e di pre-adolescenti e adolescenti in una società in continuo mutamento. Converserò con il giornalista Emilio Pintaldi che ringrazio per la disponibilità. Taobuk è una vetrina internazionale di grandissimo prestigio e sono felicissimo di partecipare».

Il volume è disponibile dall’8 marzo in tutte le librerie e in pochi mesi ha già ottenuto un enorme successo da parte del pubblico e della critica. Infatti, il prof. Pira è stato invitato a parlare del suo libro, e delle sue importanti ricerche, sia in incontri nazionali sia in incontri internazionali. Un susseguirsi di inviti a Webinar autorevoli e importanti.

Il prof. Pira ha avuto modo di parlare di come è nato questo saggio, affrontando un percorso che si snoda tra generazioni che si sono evolute all’interno di ambienti sempre più tecnologici, spesso da soli, e che oggi sono gli adulti appena diventati genitori, tutti accomunati nell’evidente dicotomia tra connessione e relazione. Un uso della tecnologia che ci mostra come l’intuitività, l’immediatezza siano gli aspetti prevalenti che di fatto sembrano annullare quasi del tutto lo spazio per comprendere il contesto prima di agire. Così, l’azione viene prima della riflessione, che genera una risposta emotiva immediata e mediata dallo schermo.

Inoltre, il terzo capitolo del libro contiene un importante survey online dal titolo: “La mia vita ai tempi del Covid”. Condotta nel periodo aprile – maggio 2020, ha coinvolto in totale 1.858 ragazze e ragazzi delle scuole medie inferiori e superiori che hanno risposto ad un questionario online composto da diciassette domande. I dati evidenziano come questi adolescenti rappresentino a tutti gli effetti la prima generazione digitale. Praticamente il 100% (96,6%) degli intervistati possiede uno smartphone e oltre l’80% (88,8%) ha un computer. Uno degli aspetti di maggiore interesse emerso è quello relativo alla tendenza a isolarsi rispetto all’ambiente familiare. Sempre più dipendenti dal gruppo di pari, hanno vissuto una forte sensazione di isolamento, paura e scoraggiamento, con oltre il 60% degli intervistati che dichiara di avere provato questo sentimento. C’è poi un dato che più di tutti gli altri offre spunti di approfondimento, ed è quello relativo all’eventuale possesso di un profilo social falso. Su 544 risposte ottenute, il 69% ha dichiarato di averlo. Vivono su Instagram e Whatsapp. Appare evidente, una volta di più, come nell’era liquido-moderna l’inganno sia diventato centrale nei processi di comprensione del reale, e la distinzione tra vero e falso non sia più percepita.

Inutile nascondere che la notizia della partecipazione del prof. Pira al Taobuk Festival mi ha resa davvero felice e orgogliosa per la stima che nutro nei suoi confronti come uomo e come professionista.

Il prof. Pira è un sociologo credibile e di estrema competenza che ha raggiunto un enorme successo e traguardi importantissimi nel panorama della sociologia contemporanea. I suoi progetti ottengono risultati grandiosi, perché la chiave di tutto è racchiusa nella sua totale abnegazione al lavoro di ricerca e ai profondi valori umani che lo contraddistinguono.

Auguro al prof. Pira numerosi e prestigiosi riconoscimenti con l’assoluta certezza che a questa partecipazione ne seguiranno tantissime altre ed io potrò gioire ancora per lui.

Il grande Cesare Pavese scriveva che: “Le belle persone si distinguono, non si mettono in mostra. Chi può le riconosce“.  E lui è proprio questo. Si vede, si sente e si percepisce.

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“Risorgiamo Italia”: dal trauma alla rinascita in cento fotografie

di Omar Gelsomino

Presentata la mostra del fotoreporter Igor Petyx all’hub vaccinale della Fiera del Mediterraneo

I medici in trincea. Il mare off limits. Viale della Regione Siciliana ridotto a un lungo nastro d’asfalto grigio, vuoto come nessuno l’aveva mai visto. Poi la ripartenza dopo il lockdown. La prima crociera sbarcata a Palermo. Le città tornate Covid free: un ragazzo di Campofelice di Fitalia sfila la mascherina per un attimo e respira. Altrove un’anziana cala sul viso la coppa di un reggiseno: i dispositivi di protezione individuale scarseggiano, l’ingegno mai.

C’è tutto questo e molto di più negli scatti di Igor Petyx, una vita da fotoreporter, per passione e professione. Più di un anno di lavoro ininterrotto offerto alla città: da oggi, un’accurata selezione del suo sterminato bagaglio di fotografie è esposta alla Fiera del Mediterraneo di Palermo, nella mostra “Risorgiamo Italia”. Cento scatti che potrà ammirare chi sceglierà di vaccinarsi all’hub provinciale: una platea di potenziali visitatori che è già record, dato che in Fiera, ogni giorno, circa quattromila persone vengono a immunizzarsi dal Coronavirus.

L’esposizione permanente è realizzata dalla struttura commissariale e promossa da MSC Crociere. Gli scatti saranno visibili esclusivamente agli utenti in arrivo alla Fiera del Mediterraneo per vaccinarsi.

Immagini che raccontano storie di una realtà stravolta. È soprattutto questo che ha colpito l’occhio del fotoreporter esperto. “Bisognava ricominciare da capo – ha detto Petyx stamattina, presentando la sua mostra -. Dato che tutto era cambiato, quello che avevamo raccontato fino a quel momento non bastava più e doveva essere aggiornato. Le persone hanno dovuto imparare una nuova quotidianità fatta di distanze, mascherine, protezioni. Io, come gli altri colleghi, ci siamo sentiti investiti del dovere di raccontare questo cambiamento epocale dal lockdown alla ripartenza alla speranza dei vaccini. Era qualcosa che mi bolliva dentro e questo è un modo per restituire alla città la riserva di storie che mi ha regalato in questi mesi”.

“Risorgiamo Italia” è la memoria del trauma. Una carezza su una cicatrice. Se i mesi passati sono stati frenetici al punto da non lasciar realizzare lo stravolgimento in atto, gli scatti di Petyx propongono una pausa. Un respiro. Un’occasione per guardarsi indietro e capire che, pur ammaccati e feriti, siamo ancora interi. “Il Coronavirus è arrivato come un’onda d’urto così violenta che siamo stati travolti senza accorgercene – ha detto il commissario Covid di Palermo e provincia, Renato Costa -. È stata una rivoluzione assoluta. Ecco perché rivivere alcuni momenti di questa pandemia, che sembravano impensabili, è davvero emozionante. È la memoria collettiva, di una città e di un paese, che riaffiora piano, ci ricorda quanta strada abbiamo già percorso e che non possiamo fermarci adesso, a pochi passi dall’uscita dal tunnel”.

 

Chi è Igor Petyx?

Nato a Palermo, anno di grazia 1974, Igor è figlio del mitico fotografo del giornale L’Ora Gigi Petyx, lo ha seguito fin da piccino nei suoi reportage in giro per la Sicilia. A 19 anni comincia a collaborare con Il Giornale di Sicilia e diventa giornalista pubblicista nel 2002. Ha documentato i maggiori fatti di cronaca, con una consapevolezza: non lasciare mai nulla al caso e aiutare a ricordare con i suoi occhi e i suoi scatti tutti quei momenti che diventano storia. Ha fotografato i migranti – e gli scatti sono racchiusi in due mostre “Amare senza confini”, con la Croce Rossa e la Prefettura di Palermo nel 2015 a Villa Pajno e “Clandestinamente”, nata da un reportage all’interno del centro di accoglienza di Lampedusa nel 2008 esposta al “Teatrino delle beffe” nel 2009 – e il degrado dei sottopassaggi, ormai casa dei tossicodipendenti – un altro mostra è nata così, “Subway” esposta nel 2011 in un sottopassaggio di viale della Regione Siciliana. Collaboratore de La Repubblica, dell’agenzia Ansa, del mensile Gattopardo e delle maggiori testate nazionali ed estere, è il fotografo ufficiale del festival “Le Vie dei Tesori”.

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Elena Militello: l’innovazione sociale e territoriale grazie al South Working

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Mario Mirabile

È partita pian piano e la diffusione del lavoro in remoto è esplosa durante la pandemia. In questi mesi di lockdown non abbiamo sentito altro che il termine smart working, cioè il lavoro agile, magari da spazi di coworking. Sta cambiando il mercato del lavoro, aprendo scenari prima impensabili. Così Elena Militello, una ventisettenne palermitana, nei mesi scorsi è potuta ritornare, per qualche mese, nella sua città natale pur continuando a lavorare per l’Università del Lussemburgo. Così è nato il South Working, per permettere ai giovani e non solo di poter lavorare dalle loro città, soprattutto meridionali, evitando la fuga al Nord e all’estero.

Elena Militello ci parla del suo progetto e dei suoi benefici. «Sono andata via dalla Sicilia dopo il liceo, dieci anni fa. In questi anni di studio e lavoro tra Milano, Como, Stati Uniti, Germania e, da ultimo, Lussemburgo ho sempre desiderato tornare a Palermo per poter lavorare dalla mia terra. Nei mesi del lockdown, mentre avevo un contratto di ricerca all’Università del Lussemburgo, ho ideato il progetto ‘South Working – Lavorare dal Sud’ e oggi sono presidente dell’omonima associazione di promozione sociale (www.facebook.com/southworking; www.southworking.org). ‘South Working – Lavorare dal Sud’ è nato come progetto in collaborazione con la comunità Global Shapers. In questi mesi è diventata un’associazione di promozione sociale volta in ultima analisi a una maggiore coesione economica, sociale e territoriale e minori diseguaglianze tra Nord e Sud d’Italia e d’Europa. Lo strumento scelto in questa prima fase è la promozione di contratti di lavoro agile a distanza in via principale da dove si desidera e, in particolare, dalle regioni del Sud. L’idea alla base del progetto è che nell’era post-Covid sarà possibile per molti lavoratori immaginare ipotesi di contratti di lavoro primariamente a distanza (possibilmente in lavoro agile, cosiddetto ‘smart working’) che permettano alle lavoratrici e ai lavoratori di lavorare dal luogo in cui preferiscono risiedere». 

Per i giovani del Sud una vera possibilità che potrebbe arginare la loro ‘fuga’ verso destinazioni lavorative lontane da casa. «L’innovazione è tradizionalmente legata a luoghi specifici capaci di attrarre capitali economici, culturali e tecnologici. Il digitale, però, ci permette di poter lavorare da qualsiasi luogo provvisto di una (buona) connessione Internet. Questa condizione dovrà essere sfruttata per poter rendere sempre più decentrato il processo di produzione dell’innovazione per portarla anche in territori lontani dalle città. Ricordiamo sempre, però, che le condizioni essenziali per lavorare in South Working sono le infrastrutture digitali e quelle di mobilità».

Cosa accadrà al mercato del lavoro una volta debellato il Coronavirus? «Il cambiamento innescato in termini di ripensamento delle modalità lavorative non si potrà arrestare quando – si spera il più presto possibile – il virus sarà debellato. Alcuni lavoratori hanno percepito di poter lavorare per un’alta percentuale slegati dalla sede dell’ufficio. Anche dal punto di vista dei datori di lavoro, molti sono gli studi di scienza dell’amministrazione che evidenziano i potenziali vantaggi del lavoro agile, cioè per obiettivi, senza limitazioni spaziali: per il datore di lavoro, in termini di incremento di produttività, riduzione dei costi, degli straordinari e dei fenomeni di assenteismo nelle pubbliche amministrazioni, miglioramento delle competenze digitali dei lavoratori e della loro motivazione, ottimizzazione dei costi, riflessi sulla ‘reputation’ e sulla responsabilità sociale d’impresa».

Insomma, all’orizzonte si prospetta un futuro più roseo rispetto al passato. «Nonostante si prospettino tempi difficili, con una grave recessione, si aprono possibilità di tornare o venire a vivere nelle regioni meridionali. Ciascuno di noi può portare le competenze maturate e le esperienze vissute per contribuire a creare innovazione sociale e territoriale».

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Natale, briscola e Covid

Articolo di Alessia Giaquinta e Foto di Samuel Tasca

Se c’è un’immagine che sintetizza il periodo natalizio nelle case siciliane è, fuor di dubbio, quella delle famiglie nel momento successivo agli abbondanti pasti: quando, insomma, ci si riunisce per giocare a carte.
È proprio allora che, in barba ad ogni conversazione e dibattito, tutti si concentrano per portare punteggio alla propria squadra o a proprio vantaggio perché, al di là della vittoria in sé per sé, la vera vincita è sfidare goliardicamente quel cugino che sembrava più forte, il nonno che alle carte ci gioca tutto l’anno, o ancora la sorella che pur di vincere è pronta a rinfacciare indimostrabili atteggiamenti “scorretti” nel gioco.
Non c’è Natale, insomma, che non ci sia scopa, briscola, ti vitti, sette e mezzo e zecchinetta in famiglia, con gli amici e con chiunque!

Certo, quest’anno sarà diverso. Dovremo adattarci alle norme anti-contagio che impongono distanziamento, divieto di riunioni ed assembramenti, giustificando solo la convivialità – e quindi il gioco – tra membri dello stesso nucleo familiare, impedendo comunque a tutti di esultare con baci e abbracci a seguito di una vittoria.
Dobbiamo, ahimè, adattarci. E, che che se ne dica, adattarsi è proprio l’atteggiamento dell’uomo evoluto, quello di chi resiste combattendo per la vittoria. E non sto parlando solo di carte, però, questa volta.

In un momento difficile come questo, infatti, tanti hanno perso la voglia di festeggiare, alcuni lottano nei letti di ospedale, altri sono isolati, altri ancora sono lontani dalla famiglia. In un momento come questo, le carte da gioco – che da sempre hanno accompagnato i momenti di festa – emanano quasi un senso di tristezza e nostalgia, eppure possono insegnarci qualcosa!
Introdotte dagli Arabi in Spagna nel XIV secolo, le carte siciliane sono giunte nella nostra isola, sintetizzando secoli di storia e culture differenti. Quattro semi diversi (mazze, coppe, bastoni e denari) a cui corrispondono dieci raffigurazioni – ciascuna simbolo del numero – che ripercorrono i secoli passati. La figura a cavallo, per esempio, in riferimento alla cultura araba, è quella di uno sceicco che entra nella città santa di Medina, per tale motivo ancora oggi in siciliano chiamiamo quella figura (in cui il cavallo assomiglia ad un asino) u sceccu. La stessa, nella tradizione cristiana, è quella dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme. L’asso di coppe, invece, è il lebete nuziale, tipico contenitore ceramico che si utilizzava per i matrimoni della Sicilia in Età greca. Ma ci sono riferimenti anche alla rappresentazione della donna (che in realtà è un fante) con richiami alla scuola siciliana di Federico II di Svevia, altri riferimenti ai garibaldini, altri ancora ai paladini di epoca carolingia. Insomma, un mix di storia che ha permesso, da secoli, a intere generazioni di incontrarsi e sfidarsi, attorno ad un tavolo, per la vittoria.

La fortuna, nel gioco ma ancor più nella vita, però, è quella propria dell’uomo temperante, che medita ancor prima di agire, prevedendo possibilmente la successiva mossa. Così come le carte da gioco, la quotidianità è però imprevedibile: necessita pertanto saper usare ogni carta al momento opportuno, per non sedersi al tavolo dei perdenti.
Non basterà, allora, quest’anno lamentarsi per le restrizioni che ci tengono lontani. Servirà piuttosto giocare davvero, in prima persona, una partita che tutti siamo chiamati a vincere.

Non saremo in trenta attorno alla tavola delle feste ma ci adatteremo alla situazione: una partita di scopa, tressette e briscola si può fare anche in due o in tre, insomma con i soli membri del nucleo familiare. Solo così facendo, e non forzando le circostanze, ci impegneremo a vincere una partita ancora più importante: quella contro il Covid-19.
L’auspicio è riappropriarci, quanto prima, di ogni momento a cui stiamo rinunciando con la speranza di non fare “un solitario” ma di essere giocatori sapienti in una partita che no, non possiamo assolutamente perdere.

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Il Natale, l’Albero, la Pandemia

Articolo di Domenico Seminerio

“La Pandemia! – Che vuoi che sia?
O sorte ria! – Che camurria!
Sulu mi mia? – Puru pi tia!
Che allegria! – Viva Maria!
E Santa Lucia! – E il vero Messia!
Per gente pia! – E così sia!”

Finisco qui il breve scambio di “sorrisette parole brevi”, tanto per alleggerire con lievi battute la pesantezza del momento, e prendo congedo dall’amico Oscar. Ma continuo a rimuginare sulle feste del dicembre prossimo venturo che con quasi assoluta certezza quest’anno non celebreremo nei modi consueti. Un pensiero, però, si fa strada prepotente. L’albero lo farò lo stesso. L’albero di Natale, naturalmente. L’ho promesso.

L’ho promesso al più piccolo dei miei quattro nipoti, che con fare titubante e la vocina di quando fa le domande d’incerta accoglienza, m’ha chiesto: “Ma l’albero lo faremo lo stesso, nevvero?”. Lo faremo lo stesso, gliel’ho promesso. Lo faremo, al plurale. Perché in effetti da diversi anni in qua lo facciamo insieme, io e loro quattro. Un albero finto, naturalmente, per rispetto alla Natura, ma grande, di quasi tre metri: col punteruolo dorato arriva al tetto. Per farlo ci vuole la scala, quella robusta, capace di reggere ai movimenti improvvisi e alle brusche manovre necessarie per avvolgere un filo o per non far scappare una pallina colorata. Sulla scala ci salgo solo io, per evidenti motivi di sicurezza e perché non mi fido dello scavezzacollo più grande e alto quasi quanto me, che ne approfitterebbe, temo, per tarzanesche evoluzioni domestiche.

Farò l’albero. Sempre quello degli anni scorsi. Con le palline colorate degli anni scorsi, mi par di capire. Si profila una chiusura totale, coi negozi tutti chiusi. Chiusura, perché non voglio usare quell’antipatica espressione in lingua inglese, scimmiottata con supponente compunzione da chiunque si affacci sugli schermi televisivi di tutte le italiche emittenti. Chiusura, che la capiscono tutti, senza le scuse e i comici fraintendimenti di chi non capisce per davvero.

Ma che ci andate a raccontare a donna Concettina ottantenne pensionata sociale di loccdau e coviddi e parole così, che non si capisce che vogliono dire e le usano per giustificare i soldi che si mangiano tutti? E donna Marietta, coetanea ex ortolana e fruttivendola, rincalza col ricovero o funnu, che dice che ci prestano i soldi e poi ne vogliono il doppio, come don Tino, che lo sapevano tutti cosa faceva. “Scanzatini”, con accompagnamento di gran segni di croce.

Chiusura, perciò. Rigida. Come dev’essere per salvaguardare la salute di tutti, ma proprio tutti, i giovani e pure i vecchi, i più in pericolo, che a quanto pare danno fastidio a quelli che vorrebbero aprire tutto e continuare come se niente fosse e magari risparmiare sulle pensioni. E io invece farò l’albero, con le palline colorate e gli addobbi e le lucette che ho in casa, quelli degli anni passati, riesumati dagli scatoloni nel fondo d’un armadio, e ci metterò la neve finta e collocherò gli addobbi seguendo i gusti dei nipoti. Sono loro che mi impongono dove mettere la pallina rossa e quella dorata, gli addobbi a forma di farfalla, quelli ispirati ai personaggi di Disney che non mi ricordo più come sono finiti a casa mia.

E poi, dopo aver collocato e scollocato varie volte e fatto da giudice per dirimere le inevitabili divergenze d’opinione tra i quattro, regolarmente in disaccordo, mi toccherà procedere con la prova più difficile, quella delle lucette, che va fatta oscurando preventivamente la stanza dov’ è l’albero. Manovrando nel buio con impaccio riuscirò a infilare la spina nella presa. Non s’accenderà, al solito. Un furbacchione saputo esclamerà come sempre “l’interruttore!”. Lo schiaccerà. E l’albero si accenderà, tutto, e le lucette bianche e rosse e verdi e azzurre cominceranno la loro corsa di veloci intermittenze, d’ombre colorate che si susseguiranno rapidissime tra il verde cupo dei rami che prenderanno vita, dell’albero che sembrerà crescere ed espandersi nella stanza e rapire e chiudere in sé i cinque bimbi perduti ancora e sempre dalla magia del Natale. Cinque, certo. Perché anch’io tornerò bambino. Perché tutti torneremo bambini anche quest’anno, favoriti, chissà, proprio dalla chiusura, che ci lascerà più tempo per i ricordi e allenterà la morsa della foga consumistica che negli ultimi anni ci ha fatto dimenticare l’essenza stessa del Natale.

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In giro per la Sicilia Francesco Lama ha documentato il silenzio del lockdown

Articolo di Omar Gelsomino

“Il silenzio perfetto” è il documentario scritto e diretto dal regista siciliano Francesco Lama che sarà realizzato da Nucciarte Produzioni, impegnata nella promozione culturale e nella produzione di opere cinematografiche. «Nel voler continuare a raccontare della mia terra e della mia gente, ho vagato per la Sicilia nel silenzio del lockdown di cui alla pandemia Covid-19 – spiega Francesco Lama -. Fuori da ogni immaginazione e contesto, mi sembrava di vivere un periodo così assurdo, a tratti sconcertante poiché fuori dal reale concetto di vita a cui tutti siamo abituati, tanto da costringermi a ricorrere, per necessità di spirito personale, alle reminiscenze di cui ai libri di storia. Ergo, ho cercato di documentare sotto forma dell’arte, e nello specifico della cinematografia, come la Sicilia, insieme alla sua gente, ha vissuto e in parte sta vivendo, fino alla speranza della ripresa, questo momento storico mondiale intravedendo un’azione ottimistica e più consapevole del vivere quotidiano».

Il silenzio perfetto” è interamente girato con uno smartphone, il regista attraversa i luoghi più importanti della Sicilia, prendendosi la responsabilità di tutti i rischi che il caso comporta. L’occhio dello smartphone si imbatte di colpo su una statua nel centro di una grande città siciliana, che da centinaia di anni è testimone della frenetica vita degli umani, testimoni di fatti, di passaggi di popoli, di vittorie e sconfitte, di sole e tempesta. Sono le statue, i monumenti e le piazze, i protagonisti del documentario, con le voci delle attrici e degli attori di Sicilia, tra i quali Maria Grazia Cucinotta, Tony Sperandeo e tanti altri. Il protagonista assoluto del documentario è quindi il silenzio! In ogni luogo di questa antica terra, un monumento, una statua, un putto barocco sotto i balconi di splendide città, ha visto ed ha vissuto storie magnifiche e storie tristi di un’isola che oggi è ancor di più “isola”, che attraverso pesti, epidemie, terremoti e invasioni, con enormi sacrifici ha sempre saputo affrontare sfide importanti fino a rialzarsi e splendere più di prima, meglio di prima.

La nuova opera di Francesco Lama vuole documentare e raccontare un periodo storico importante e particolare, un documento “necessario” che rimarrà negli anni a testimoniare questo triste periodo con tutte le immagini e le sensazioni che lo hanno accompagnato. “Il silenzio perfetto” è prodotto dalla Nucciarte Produzioni, con il sostegno di Irritec Spa e Cavagrande e la collaborazione di Sitec srl e Gelaterie Sapore di Sale. Il soggetto, la sceneggiatura, la regia e i disegni sono di Francesco Lama, la post produzione di FreeDay Production, le musiche di Joe Castellano, Tindaro Raffaele Rondo siciliano ed altri autori siciliani.

Attraverso la piattaforma online produzioni dal basso http://sostieni.link/26280 si può partecipare attivamente alla produzione del documentario.

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Le attività ripartono nel rispetto delle norme anti Covid

 

Articolo di Salvatore Genovese

Per molti il Covid-19 è ormai solo un brutto ricordo: tutto passato, liberi tutti.
Non si spiegherebbero, altrimenti, assembramenti, movide, balli camuffati da karaoke e pranzi contrabbandati da compleanni che si stanno insinuando sempre più numerosi nella ‘normalità’ della nostra vita. Per qualcun altro, invece, soprattutto per chi allarga lo sguardo su altri Paesi, anche lontani dal nostro, siamo ancora in piena pandemia ed è necessario il mantenimento delle limitazioni imposte ai tempi dell’imperversare del Coronavirus.
Altri ancora sono per una ripartenza lenta, ma decisa, e per riaprire quelle numerose attività costrette dalla pandemia a una costosa chiusura; però tutto nel rispetto delle regole finalizzate a tutelare la salute, nostra e degli altri.
Ma è davvero così?
Abbiamo chiesto ai responsabili di alcune realtà economiche come hanno vissuto il lockdown e, soprattutto, come si sono attrezzati per la ripartenza, per quella ‘normalità’ da tutti auspicata.

Arcangelo Mazza, titolare dello stabilimento balneare ‘La Capannina’ di Scoglitti, si è adeguato ai decreti Conte e Musumeci attrezzando la struttura di termorivelatori, percorsi segnaposto e ampia tabellonistica; sono stati separati gli accessi alla spiaggia, al bar-ristorante e alla pizzeria; gli ombrelloni, con annessi tavolinetti e sdraio, collocati a cinque metri uno dall’altro.

Tutto secondo le regole, dunque?
«È giusto che sia così e non poteva essere diversamente – precisa Mazza – perché c’è in gioco la salute di noi tutti, anche se tali interventi, che ho esteso ad altre strutture ricettive (albergo e case vacanza), hanno comportato dei costi anche in termini di spazio fruibile».

I circa due mesi di chiusura forzata cosa hanno comportato?
«Quello che è facile immaginare per un complesso ricettivo con sessanta dipendenti; però abbiamo avuto un aiuto concreto da Musumeci grazie all’annullamento del canone demaniale annuale. E questo ci ha consentito di arginare un po’ le perdite».

Prenotazioni in calo?
«Sì, ma un calo compensato dall’accresciuta sensibilizzazione dei fruitori della spiaggia a riconoscere l’importanza della struttura balneare per la tutela della salute. Non siamo più visti come ‘occupatori di spiagge’».
All’Hotel Baia del Sole di Marina di Ragusa ci accoglie il direttore Marco Adamo, che cura anche l’omonimo villaggio. Mette subito in evidenza il blocco delle prenotazioni dei turisti esteri: «No calls, no mail e cancellazioni al 70 per cento, soprattutto per le cancellazioni dei voli delle società low cost. Da giugno i primi segnali della ripresa: lenta, ma necessaria».

Di gente in giro ce n’ è; chiedo chi siano.
«Turisti italiani, soprattutto da aree vicine: c’ è una notevole differenza di presenze tra weekend e giorni feriali».
Nell’hotel e nel residence ampia cartellonistica e percorsi separati.
«Tanti soldini – chiosa Adamo – li abbiamo spesi per la sanificazione complessiva delle nostre strutture».

A quando la normalità?
«Se, come spero, non ci sarà una seconda fase virale, non prima del 2021».

Nel Camping Baia del Sole, l’altra struttura del gruppo, troviamo Roberta Giompaolo: «Il camping è aperto tutto l’anno, ma dall’8 marzo ci sono stati blocco totale e disdette. Però dalla riapertura di maggio stiamo lavorando bene, soprattutto con villeggianti locali. La gente qui è tranquilla: siamo all’aperto e viviamo una certa ‘normalità’, anche se controllata».
Anche nel ristorante ‘Il Gattopardo’ di Donnafugata sono stati applicati tutti i necessari dispositivi. A confermarlo è Marilena Licitra: «Abbiamo vissuto una grande tragedia, ma ci stiamo riprendendo; oggi siamo al 40 per cento dei posti disponibili, ma c’è una fase di recupero. ‘Normalità’ non prima del 2021».
Una nota positiva proviene, invece, dal presidente dei Commissionari del Mercato Ortofrutticolo di Vittoria, Gino Puccia: «Siamo stati sempre aperti e abbiamo anche avuto l’opportunità di valorizzare la produzione locale, visto il fermo dei trasporti. Ma anche per noi si parla di normalità controllata».

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Your Wedding Mood, Vademecum per i sognatori in tempi di emergenza sanitaria.

 

Bianca Wedding a cura di Simona Raniolo

Dopo un tempo insolitamente sospeso, scandito da bollettini della Protezione Civile, raccomandazioni, mascherine, guanti ed incertezze, quelli che stiamo vivendo sono i mesi del risveglio. Le mascherine rimangono, i timori pure, ma la normalità per adesso sembra aver preso il sopravvento, così anche quello degli eventi, che è stato uno degli ultimi settori ad avere il via libera per la ripartenza, riparte come prima o quasi. Cosa c’è da sapere per chi si sposa quest’anno?
La sezione dedicata alle cerimonie, presente nel Decreto del 15 giugno 2020, prevede una particolare attenzione per la riorganizzazione degli spazi nei luoghi della cerimonia e del ricevimento al fine di evitare assembramenti. Posto che per ovvie ragioni, laddove possibile, è da preferire l’utilizzo di spazi esterni, il resto delle regole previste dall’ordinanza è riassumibile nei punti che seguono.

– Nei luoghi della celebrazione, l’accesso individuale deve svolgersi con mascherina, in modalità contingentata e con posti a sedere distanziati di un metro. Reclutate una figura come quella di una hostess che si occupi di monitorare quest’aspetto, regolando ingressi ed uscite e accertandosi che il numero di presenze consentite non vada in esubero.
– In location, invece, la mascherina è obbligatoria per il personale di servizio, quindi per tutte le squadre dei fornitori che entrano in gioco e rimangono presenti durante l’evento. Agli ospiti è consentito non indossarla se le dimensioni degli ambienti sono sufficienti a far rispettare il distanziamento interpersonale tra soggetti non congiunti. Le formule buffet sono consentite ma solo con servizio “servito”, dunque con somministrazione da parte del personale incaricato, senza che gli ospiti tocchino quanto esposto. Per evitare code e assembramenti, il consiglio è quello di concordare con il catering un aumento delle postazioni. Il famoso metro di distanza deve essere calcolato e assicurato nella disposizione dei posti a sedere tra gli ospiti non congiunti. Va da sé che prediligere tavoli tondi per singoli nuclei di familiari/amici, anziché imperiali permetterà di non lasciare vuoti tra un commensale e l’altro. Se prevista una festa danzante, l’area destinata deve garantire il rispetto dell’indice di affollamento di due metri quadri per persona.

Innumerevoli sono le coppie che a malincuore, invece, considerando gli obblighi e le restrizioni, hanno deciso di rinviare tutto all’anno prossimo. È chiaro a tutti però che non essendo prevedibile un ritorno completo alla normalità, sarà utile programmare gli eventi mantenendo un occhio di riguardo per gli accorgimenti chiesti finora, che potrebbero continuare a essere necessari.
Accettando qualche compromesso, e incrociando le dita, si può guardare avanti, oltre le preoccupazioni e le incertezze.
Non vi resta quindi che riprendere in mano i vostri progetti perché alla fine, vedrete, tutto passa, solo l’amore resta!

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L’amore vince su tutto

Articolo di Redazione   Foto di Giovanni Battaglia

Numerose sono le coppie che hanno voluto coronare comunque il loro sogno d’amore, guardando avanti, oltre le preoccupazioni e le incertezze, contraendo un matrimonio civile, magari facendolo celebrare da un parente o da un amico che ne abbia titolo, tanto per dare un ‘colore’ particolare ad un rito burocraticamente snello, per poi avvalorarlo ulteriormente, magari dopo un periodo di necessaria ripreparazione, con il rito cattolico.
Tra coloro i quali hanno optato per questa seconda soluzione, Alessandra, figlia del nostro collaboratore Salvatore Genovese, e Danilo Lallo, che si sono uniti in matrimonio sabato 18 luglio 2020 nella Sala Giudice del Chiostro dell’ex Convento dei Frati Minori di Vittoria.
Poichè nel frattempo il DPCM è stato modificato, nel senso che il numero di presenze consentite è stato ampliato a trenta persone, al rito, celebrato da un congiunto, Michele Catalano, hanno potuto presenziare, fino al numero consentito, i genitori, i rispettivi fratelli e sorelle degli sposi, i parenti ed alcuni amici.
Una cerimonia necessariamente sobria, conclusasi con un brindisi sotto le splendide arcate del Chiostro e con una sorpresa che i novelli sposi hanno gradito molto: un flash mob ballato sulle note del divertente tormentone “Karaoke” dei Boomdabash insieme ad Alessandra Amoroso.
Sinceri auguri ad Alessandra e Danilo dalla Redazione di Bianca Magazine e buona vita.

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Covid-19, le lezioni da imparare e gli sbagli da non fare

SalutiAmo a cura di Angelo Barone

La pandemia da Covid-19 è figlia del rapporto tra l’uomo e l’ambiente, lo spillover: la trasmissione del virus dal pipistrello all’uomo, è avvenuta a Wuhan, un luogo dove le foreste sono state sostituite da grattacieli con milioni di persone. La questione è sempre il rapporto dell’uomo con l’ecosistema, dove vive e come si adatta ai cambiamenti. Questa pandemia ha dimostrato che la potenza economica e tecnologica non è in grado di evitare enormi danni sanitari sociali e che dovremmo guardare oltre la mera diffusione del virus e impararne la lezione.
Lo facciamo con il documento promosso da ISDE Italia – Associazione Italiana Medici per l’Ambiente – e FNOMCeO – Federazione Nazionale degli Ordini Professionali dei Medici Chirurgici e Odontoiatri e sottoscritto da diversi organismi nazionali e internazionali, che indica cosa ci insegna la pandemia e cosa fare per ripartire.
Il rispetto degli habitat naturali e dell’ecosistema è fondamentale per ridurre il rischio di questa e di future pandemie. La prevenzione primaria è l’arma per evitare danni sanitari e sociali di ampia portata. Il progressivo depotenziamento dell’assistenza sanitaria, l’introduzione di logiche privatistiche e prestazioni a pagamento hanno amplificato i danni, mettendo a nudo le carenze di un sistema inadeguato a soddisfare i reali bisogni della popolazione. Il più alto numero di vittime da Covid-19 si conta tra chi è più fragile. Il perseguimento della salute è prioritario rispetto agli interessi economici, sia si tratti di patologie infettive che di malattie cronico-degenerative, entrambe espressione di un alterato rapporto con l’ambiente.
Per ripartire occorre ripensare il sistema economico e produttivo. La scelta dello sviluppo sostenibile è resa necessaria e urgente dalla pressante crisi climatica e dall’inquinamento ambientale. Ripensare un modello di assistenza basato sui servizi territoriali e distrettuali incentrati sulle persone, sulla prevenzione e sui problemi prioritari della salute. Occorre rimettere al centro dell’attenzione la durata della vita in buona salute attraverso azioni di provata efficacia finalizzate al miglioramento delle condizioni ambientali, sociali, culturali ed economiche.
Non si può pensare di uscire dalla crisi sanitaria, economica e sociale indotta dalla pandemia rimanendo ancorati allo stesso modello di sviluppo e di consumo che ha contribuito a crearlo. Occorrono i valori della solidarietà e del sacrificio per contrastare la pandemia, valorizzare un migliore rapporto con la natura, difendere la democrazia nel rispetto dei principi costituzionali, sapendo che è in gioco la vita nostra e delle future generazioni.