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Savoca, alla scoperta del borgo medievale

di Omar Gelsomino

Tra le tante mete turistiche siciliane, incastonato su un colle roccioso, c’è il borgo medievale di Savoca. Il suo nome deriverebbe dalla pianta di Sambuco (in dialetto Sauca, dal latino medievale Sabucu), ma vi sono anche altre ipotesi. Le sue origini risalgono all’età romana, quando fu fondato il nucleo principale del paese, e in seguito conobbe le dominazioni bizantina, araba e normanna. Alcune fonti attribuiscono la sua fondazione al 1134 ad opera di Ruggero II, altre antecedenti all’anno Mille con il Pentefur, altre ancora ascrivono la nascita del Pentefur a cinque ladroni evasi dal carcere dell’odierna Taormina.

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Dal XII al XVIII secolo la città ha vissuto momenti di crescita sociale, culturale ed economica per registrare nei primi decenni del secolo scorso un lento declino. Solo la lungimirante valorizzazione delle sue bellezze storiche e delle sue tradizioni culturali hanno consentito un nuovo corso, tanto da essere stato inserito fra i Borghi più belli d’Italia ed assumere un posto di rilievo nel turismo della Sicilia.

Passeggiando per le sue viuzze ci si lascia coinvolgere dalla sua antica atmosfera: accanto alle recenti ristrutturazioni si notano le case in pietra locale, i tetti con i coppi siciliani e le strade in basalto. Da qualsiasi lato si guardi, Savoca offre scenari suggestivi sempre nuovi. Già nel 1927 il poeta messinese Carlo Parisi scriveva “Con sette facce Savoca sul monte sorride leggera…” e “Paese dalle sette facce” fu definito anche da Leonardo Sciascia.

A dominare il borgo di Savoca c’è il castello Pentefur, costruito tra il VI e il XVII secolo, e le rovine della sinagoga, utilizzata nel Medioevo dai giudei, già presente nel 1408. A segnare l’entrata nel centro storico una delle antiche porte che conduce al Municipio e ai resti di Palazzo Archimandritale. Meritevoli di essere visitati la Chiesa di San Michele, la cui fondazione è antecedente al 1250, e sulla cui facciata vi sono due portali in stile gotico-siculo ed archi in pietra arenaria, mentre al suo interno è costituita da un’unica navata con rifiniture barocche e custodisce pregevoli opere d’arte ed importanti affreschi. Su uno sperone roccioso, proteso verso il vuoto, si erge la Chiesa di San Nicolò con le sue merlature che la rendono simile ad un castello: costruita nel XIII secolo è stata una delle location del film “Il Padrino”. Meritevole di essere visitata anche la Chiesa Madre dedicata a Santa Maria in Cielo Assunta del XII secolo a tre navate, il cui impianto è di epoca normanna. Poco più avanti una finestra con bifora cinquecentesca contraddistingue la casetta tardo-medievale.

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Nel Convento dei Cappuccini, edificato nel 1574, la cripta (con annessa chiesa dedicata a San Francesco d’Assisi) conserva i resti mummificati di abati, personaggi autorevoli e membri delle famiglie patrizie con abiti dell’800. Inserito tra i beni immateriali dell’Unesco, al centro del paese si trova il Museo storico ed etno-antropologico. Edificata intorno all’anno mille dai monaci basiliani la Chiesa del Calvario nel 1736 fu trasformata in chiesa dai gesuiti. Il patrimonio architettonico di Savoca è arricchito da splendidi palazzi nobiliari: Palazzo Salvadore e Palazzo Scarcella entrambi del XVII secolo, ma quello più famoso è Palazzo Trimarchi, fondato tra il XVI e il XVII secolo, in stile neoclassico, in cui vi è il Bar Vitelli nel XVIII secolo, reso noto dal regista Francis Ford Coppola in cui girò la scena che vede seduto ad un tavolino Michael Corleone.

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Savoca è rinomata anche per i suoi prodotti tipici: la cuzzola; a carni i’ crastu ‘nfurnata, u piscistoccu a’ ghiotta; torta al limone e i cannulicchi in cialda croccante e a granita ca’ zzuccarata (servita con un croccante biscotto locale condito con semi di sesamo). Piatti imperdibili che profumano di tradizione e genuinità, bellezze storiche, culturali e paesaggistiche rendono unico il borgo medievale di Savoca che con i suoi panorami mozzafiato lasciano il visitatore incantato.

 

sergio vespertino

Sergio Vespertino, il valore di una risata

di Samuel Tasca   Foto di Vincenzo Zaffuto

Lo avrete visto in numerose fiction, dall’ultimo successo di “Màkari” a “La mafia uccide solo d’estate”; molti lo seguono a teatro dove rimangono catturati dalla sua comicità spiccata e genuina: stiamo parlando di Sergio Vespertino, palermitano dallo sguardo intenso che, partendo dal teatro, ha saputo conquistare anche il pubblico di cinema e televisione.

Sergio, ci racconti perché hai scelto di fare l’attore?
«Perché avevo bisogno di vedere attorno a me gente che ride. Sentivo la voglia e la necessità di interfacciarmi con un pubblico nel migliore dei modi: dando infinite possibilità all’anima. Comunicare è qualcosa di incredibile che ho sempre nutrito sin da bambino. Già da piccolo inventavo delle storie che poi mi divertivo a interpretare assieme agli amici. Ricordo le mie avventure di Zorro nelle quali con la mia spada giocattolo fingevo che il mio cane fosse il mio cavallo».

E poi com’è andata?
«Poi ho avuto la fortuna di conoscere delle persone che mi hanno aiutato a levigare la mia recitazione, che mi hanno dettato i perimetri di scena e quant’altro c’è da sapere. Primo tra tutti il grande regista Pippo Spicuzza a Palermo e poi, allo Stabile di Catania, alcuni tra i nomi più importanti come Turi Ferro, Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina. In seguito, ho iniziato a scrivere dei monologhi, cosa che per me fu una novità. Così, dal 2003, ho iniziato questa nuova avventura da solo in scena, anche se non sono mai del tutto da solo perché con me c’è sempre il Maestro Pier Paolo Petta che coadiuva tutte le musiche e con i suoi suoni colora il mio percorso narrativo».

Quando scrivi da cosa trai ispirazione?
«Più che altro dalla vita. Non ho mai voluto attingere troppo ai classici. Mi sono detto: “Perché non possiamo parlare di questo tempo e del nostro bagaglio che ci portiamo dentro?”. Parto spesso dai miei ricordi d’infanzia, dalle persone che hanno condiviso parte del mio cammino, dall’idea di poter ridere di noi stessi facendo anche dell’autocritica».

Perché è così importante una risata secondo te?
«Sono uno di quelli che crede che il meglio di noi stessi si ottenga solamente grazie ad un sorriso. Siamo in un’epoca nella quale ci rendiamo conto di non essere il centro del mondo e che la vita è spesso caratterizzata da sforzi, sacrifici e disillusioni. È qui che nasce in me la voglia di trovare nella risata una forma di alternativa a quanto di negativo può succedere».

Qual è un ruolo che ti ha caratterizzato particolarmente?
«Dopo l’esperienza nella fiction “La Mafia Uccide solo d’Estate”, nella quale interpretavo Tommaso Buscetta, ho avuto la possibilità di continuare la collaborazione con Pierfrancesco Diliberto (Pif) con il film al cinema “In guerra per amore”, nel quale interpretavo il ruolo di un cieco. È stata una bella sfida dal punto di vista recitativo perché sicuramente non capita tutti i giorni di interpretare un personaggio che possiede un handicap di questo tipo».

C’è qualche nuovo progetto in arrivo?
«Ho partecipato al nuovo film di Aldo Baglio, con la regia di Alessio Lauria, che mi ha dato la possibilità di usare alcune mie forme di coinvolgimento verso il pubblico senza essere troppo imbrigliato nel personaggio, lasciandomi un certo grado di libertà. “Una boccata d’aria” uscirà alla fine di quest’anno e racconterà questa storia che parte da Milano, per poi arrivare qui in Sicilia tra i territori di Segesta e Calatafimi. Nel frattempo continuerò a lavorare con la Rai, mantenendo il mio personaggio di Girolamo Ammirata all’interno de “Il Paradiso delle Signore”. E poi tanto teatro da portare in Sicilia e nel resto della penisola».

Nei tuoi progetti ti porti spesso dietro la tua Sicilia…
«Sì, penso si possa fare molto per valorizzare alcuni luoghi di questa terra. Una bella iniziativa che ho condiviso col Maestro Petta è stata quella di portare lo spettacolo “Novecento” in giro per i teatri di pietra della Sicilia. Un’esperienza che ha permesso a me per primo di scoprire alcuni luoghi incredibili».

 

 

 

forza d'agro

Forza d’Agrò, perdersi nella bellezza di un borgo sospeso nel tempo

di Samuel Tasca

Abbandonando il litorale ionico, dopo aver attraversato le note località marittime di Giardini Naxos e Letojanni, se iniziate a salire verso l’entroterra giungerete in un piccolo borgo del Messinese che tanti anni fa incantò persino il regista americano Francis Ford Coppola.

No, non stiamo parlando di Savoca, bensì del comune di Forza d’Agrò, piccolo centro abitato della provincia di Messina che offre ai suoi visitatori una meta affascinante da molti punti di vista.

La posizione rialzata rappresenta sicuramente uno dei suoi principali elementi d’attrazione: dalla città, infatti, è possibile godere di una vista privilegiata sulla costa orientale della Sicilia, riuscendo a scorgere persino Siracusa nelle giornate più limpide. Non a caso alcuni dei ristoranti più rinomati si trovano per l’appunto all’ingresso della città, il punto migliore per poter godere di questa vista e assaporare dell’ottimo pesce pescato giù sulla costa.

forza d'agro

Addentrandosi ancora più al suo interno, Forza d’Agrò cattura i suoi visitatori attirandoli con i suoi vicoli stretti, le scalinate e i suoi monumenti in pietra che rappresentano un patrimonio architettonico risalente per la maggior parte all’XI secolo. Non è un caso, infatti, che il regista del film “Il Padrino”, scelse proprio la Chiesa della Santissima Annunziata per girare la celebre scena del matrimonio tra Michael Corleone e Apollonia Vitelli. E sembrerebbe che la caratteristica facciata della chiesa abbia ispirato anche i disegnatori della Disney Pixar: all’interno del film d’animazione “Cars 2”, infatti, le simpatiche macchine animate giungono in una piazza nella quale spicca una chiesa dall’aspetto praticamente identico a quella della città (guarda il video).

Tappa fondamentale della visita a Forza d’Agrò è inoltre il peculiare Arco Durazzesco: posto al culmine di una scenografica scalinata semicircolare in pietra, l’arco, ricavato all’interno di un muro merlato che rimanda la memoria al periodo medievale, dà accesso ai suoi visitatori all’interno della piazzetta antecedente la Chiesa della Santissima Trinità, altro monumento d’interesse storico della città.

 

La visita per la città continua passando da un vicoletto a un altro senza mai preoccuparsi di controllare la mappa perché il modo migliore per apprezzare questo borgo dall’aspetto sospeso nel tempo è proprio quello di lasciarsi catturare al suo interno e di perdersi tra le sue stradine, scoprendo scorci che in nessun altro modo potreste vedere. Così, se siete fortunati, vi capiterà, com’è successo a noi, di imbattervi anche in uno dei circa novecento abitanti del paese. Lasciate che siano loro a raccontarvi l’essenza di quel borgo con la loro spontaneità e la voglia di condividerne la bellezza con chi, come noi, non avrebbe mai immaginato che arroccato su quel monte potesse sorgere uno scrigno di pietra colmo di così tanta meraviglia.

 

 

Massimo Troisi, “poeta del cinema” ricordato a Salina da un parterre di stelle

Comunicato stampa

SOLA DI SALINA (ME) – Il “poeta del cinema” Massimo Troisi ricordato a Salina in occasione del decennale del riconoscimento in sua memoria nell’isola in cui girò “Il Postino”, film Premio Oscar che rese celebre nel mondo il tramonto di Pollara e l’atmosfera bucolica, malinconica, romantica capace di lasciare un segno indelebile nella cinematografia. La cornice magica della terra eoliana ha accolto un parterre di stelle tra cui Pif, Paolo Ruffini, Claudia Koll, Claudio Gioè, Barbara De Rossi, Roberto Lipari, Silvia Mezzanotte, Claudio Castrogiovanni e la madrina Maria Grazia Cucinotta, interprete delle pellicola – capolavoro che le cambio la vita dandole successo internazionale.

La manifestazione, promossa dai giornalisti Massimiliano Cavaleri (direttore artistico) e Patrizia Casale insieme con Francesco Cappello, si è conclusa nei giorni scorsi nel Comune di Malfa, guidato dal sindaco Clara Rametta: una tregiorni di proiezioni, spettacolo, musica, libri, premiazioni e focus culturali presentati da Nadia La Malfa e Marika Micalizzi. A cominciare dalla conferenza d’apertura “immersi nel mare” nel suggestivo porto turistico “Marina di Salina”, al centro del rilancio turistico dell’arcipelago e della ripartenza post covid, che ha ospitato la presentazione dell’originale libro di Ivan Scinardo, direttore del Centro sperimentale di Cinematografia di Palermo – Scuola nazionale di Cinema, dal titolo “Cinema e Giornalismo”, che ripercorre centinaia di pellicole sul ruolo dei giornalisti e mondo dell’informazione.

Il Festival ha poi accolto l’anteprima di “Il diritto alla felicità” con protagonista Remo Girone, film di Claudio Rossi Massimi, che ha ricevuto il Premio Troisi e il 41esimo Paladino d’Oro dallo SportFilmFestival (storica rassegna cinematografica di Palermo gemellata con Marefestival e diretta da Roberto Oddo) alla presenza della produttrice Lucia Macale e del segretario nazionale di Federfarma Roberto Tobia, il quale ha patrocinato l’opera che parla di lotta alle diseguaglianze, integrazione sociale, importanza della letteratura e promozione della salute. E proprio la salute è stato il tema dominante della decima edizione grazie alla partnership con l’Assessorato alla Salute della Regione Siciliana che in collaborazione con ASP Messina, ASP Ragusa, Arnas Garibaldi di Catania e Ordine dei medici di Palermo, ha accesso i riflettori sulla prevenzione e sulla rimodulazione del Sistema Sanitario all’indomani della pandemia, grazie ad una serie di incontri d’approfondimento al Centro congressi di Malfa e l’allestimento di un “Villaggio della Salute” voluto dal direttore generale Bernardo Alagna.

Spazio all’ambiente con una Targa d’argento del Decennale consegnata al giovane imprenditore Fabio Piccione che “trasforma” i materiali, che altrimenti sarebbero rifiuti inquinanti, in cose utili dando loro nuova vita.

Nelle serate il talk show con gli artisti Premi Troisi che hanno ripercorso la loro carriera: Pif ha parlato del suo ultimo libro sulla mafia; Ruffini del progetto Up&Down che coinvolge i down come attori professionisti in teatro; la Koll l’abbandono del successo per abbracciare appieno la fede cattolica; il comico palermitano Lipari impegnato nel suo secondo film; Gioè pronto per “Màkari 2” su Rai1; Claudio Castrogiovanni spesso interprete di ruoli mafiosi ha espresso il desiderio di vestire un ruolo più leggero;  la De Rossi ha ricordato Troisi conosciuto da madrina della nazionale attori di cui Troisi faceva parte “veniva a tutti gli allenamenti, pur avendo problemi di cuore che non gli consentivano di giocare”. Infine Premio categoria Musica a Silvia Mezzanotte, front woman per molti anni dei Matia Bazar. Premio Troisi sezione Emergenti: Francesco Santocono, Alessia Bottone e al corto “Il nostro meglio” di Alessandro Genitori con Sara Caridi. 

 

 

 

Presentato il Caltagirone Film Festival

Comunicato stampa

La produzione vinicola d’eccellenza e i prodotti di qualità a chilometro zero.

Il Caltagirone Film Festival è anche questo: degustazioni da fare emozionare il palato.

Il Cerasuolo di Vittoria docg, il Nero d’Avola doc di Vittoria e ancora il Frappato doc di Vittoria, il Rosato doc di Sicilia, la grappa di Cerasuolo di Vittoria. Vini d’autore e film d’arte.

Tutto pronto, quindi, per il Caltagirone Film Festival che abbina il passato del cinema siciliano con i sapori e
le emozioni del territorio: due storie di eccellenze, la prima da riscoprire, la seconda da proiettare nel
futuro. La manifestazione è stata presentata a Catania, nel prestigioso Palazzo Mannino, dagli organizzatori
e da alcuni dei qualificati protagonisti, presenti in video, come l’autore di celebri colonne sonore, il maestro
Paolo Vivaldi, che con il suo concerto ad agosto, chiuderà l’evento culturale, e il regista Nello Correale,
autore del documentario “I ragazzi della Panaria”, che racconta l’epoca pionieristica della cinematografia
del dopo guerra con quattro giovani aristocratici che fanno parte della storia mondiale del grande
schermo.

Il Caltagirone Film Festival  è prodotto e ospitato dalla tenuta Valle delle Ferle, rappresentata da Claudia
Sciacca, che ha sottolineato: “Il nostro progetto nasce dal profondo desiderio di promuovere e raccontare
la nostra terra. La Sicilia vanta, infatti, delle eccellenze straordinarie nell’ambito del cinema ed in quello
vitivinicolo; basti pensare che Caltagirone si trova lungo la più antica strada del vino d’Europa mai
storicamente documentata.  Quello che faremo durante le cinque serate che compongono il Festival non è
tanto parlare di queste eccellenze quanto farle “vivere”: ripercorreremo la storia del cinema in Sicilia
insieme ai suoi protagonisti e conosceremo i vitigni storici siciliani degustandoli. Assaporeremo il Cerasuolo
di Vittoria, l’unica docg che abbiamo in Sicilia, assaggeremo i prodotti della nostra terra e lo faremo in una
cornice direi “magica”, la Valle delle Ferle, in un paesaggio dominato da vigneti ed alberi d’ulivo. Insomma
ciò che faremo durante questo Festival è mostrare tutta la bellezza della nostra Sicilia, per cui cos’altro dire
se “non mancate”!”.

“E’ un’iniziativa culturale di grande valore per la promozione della cultura, delle attività economiche e del
patrimonio turistico del Calatino, ma non solo – ha aggiunto il sindaco di Caltagirone, Gino Ioppolo -.
L’iniziativa privata, coraggiosa e lungimirante, deve essere sostenuta dal pubblico e come Ente locale, ma
soprattutto come siciliani orgogliosi della propria terra e impegnati nella valorizzazione delle tante
potenzialità. Con il Caltagirone Film Festival si esalta la Sicilia migliore, quella della cultura e dell’economia, che vuole andare avanti, emergere, affermarsi e lasciarsi alle spalle questo lungo periodo di pandemia”.
Sergio d’Arrigo, storico del cinema e direttore artistico del CFF, ha illustrato, nel particolare, le quattro
serate.

 

Si inizia il 2 luglio con Origini del cinema anni ’10, con la storia dell’ Etna Film, una delle più
importanti case cinematografiche dell’Europa e quindi del mondo, nata dal collasso dell’impero siciliano dello
zolfo il più importante dell’epoca per volume d’affari. L’Etna film produrrà, avvalendosi delle migliori
maestranze sul mercato, importanti film del cinema muto tra i quali il colossal “La sfinge dello Jonio” che
assieme a “Cabiria” rappresentano uno sforzo finanziario impressionante per il cinema d’allora. L’Etna Film
disponeva di locali e di una filiera completa di produzione come nessun’altra e nel museo del Cinema di
Torino si conservano due invenzioni che semplificarono negli anni a venire il lavoro dei produttori, due
regoli per la perforazione delle pellicole brevettati da Francesco Margiunti – ha ricordato d’Arrigo -. Quando
dopo la fine della seconda guerra mondiale la casa chiuderà i battenti il governo fascista comprerà i locali
che serviranno da esempio per la realizzazione di Cinecittà”.

Nella seconda serata “Il cinema degli anni ’40-50”.  La Panaria Film raccontato attraverso il documentario di
Nello Correale ed il film “Vulcano”. Il documentario “I ragazzi della Panaria” è stato scelto dal Ministero degli Affari Esteri per rappresentare l’Italia nel mondo nel 2021 assieme ad altri 14 film realizzati dai migliori
produttori, registi, sceneggiatori,  vincitori di numerosi premi Oscar. La Panaria del Principe Francesco
Alliata di Villafranca ebbe il merito di inventare la cinematografia subacquea e di confrontarsi con i più
grandi nomi del cinema italiano e non solo. “Vulcano” con Anna Magnani duellò  con “Stromboli” di Rossellini e la Bergman in quella che fu definita “la guerra dei Vulcani”.

Saranno presenti il regista Nello Correale e la principessa Vittoria Alliata di Villafranca, intellettuale di fama mondiale e figlia del principe Francesco ed erede della Panaria.

Terza serata: Cinema anni ’70, “I Baroni” di Giampaolo Lomi. Questo film girato tra Palazzo Biscari, a Catania, e la tenuta dei Marchesi Sangiuliano e il castello dei Principi Ruspoli a Vignanello, rappresenta un unicum nelle produzioni cinematografiche siciliane, paragonabile solo al Gattopardo di Visconti sebbene di contenuto letterario completamente diverso.

È un film girato nella temperie culturale dell’aristocrazia siciliana con vene di humor e sarcasmo. Saranno presenti il celebre regista Giampaolo Lomi ed il produttore il marchese Andrea di Sangiuliano capofamiglia della secolare
famiglia dei Paternò Castello.

Quarta serata. Il cinema contemporaneo.  “I Figli del Set“; di Carlotta Bolognini
per la regia di Alfredo Lo Piero, presente alla conferenza stampa. Una importante produzione di Carlotta
Bolognini, figlia di Manolo e nipote di Mauro Bolognini, il primo produsse a Catania “L’arte di arrangiarsi”
con Alberto Sordi, il secondo diresse “Il bell’Antonio” con Marcello Mastroianni. La regia è del catanese
Alfredo Lo Piero, fondatore della Scuola di cinema di Catania, con importanti riconoscimenti e
collaborazioni con registi del calibro della Wertmüller, Dario Argento ed altri ancora.

Il Caltagirone Film Festival si concluderà, ad agosto, con il concerto “Il suono dell’immagine” di Paolo
Vivaldi, Importante compositore di musiche per il cinema e per Rai e Mediaset, è considerato uno dei più
importanti musicisti italiani. Ha composto tra le altre le colonne sonore per film e serie tv: “Adriano
Olivetti” con Luca Zingaretti, “Mennea la freccia del sud”; con Michele Riondino, “Luisa Spagnoli”,
“Boris Giuliano”, “Rino Gaetano”, “La Baronessa di Carini” e moltissimi altri.

Il direttore della Direzione Cultura del Comune di Catania, Paolo Di Caro, ha portato il saluto dell’assessore
Barbara Mirabella e dell’Amministrazione Comunale etnea: “Siamo lieti di dare un cenno di sostegno al
Festival, che coniuga due espressioni di cultura del territorio che si incontrano: il cinema e il vino, con un
programma di eventi che si svolgeranno nello scenario di Valle delle Ferle, sede dell’omonima Azienda
vitivinicola.  Un esempio virtuoso di contaminazioni culturale che speriamo presto di poter sostenere anche
con iniziative congiunte, utilizzando la Film Commission di Catania e gli straordinari palcoscenici naturali del
nostro patrimonio museale”.

Il 2 luglio il primo appuntamento, nella Tenuta Valle delle Ferle, con inizio alle 18,30. Prima con la
degustazione del Cerasuolo di Vittoria e di prodotti a chilometro zero, poi con la parte cinematografica
dedicata all’Etna, con due proiezioni: “Hollywood sul Simeto” e “Un amore selvaggio”.
La diretta della conferenza stampa è visibile su facebook sulla pagina @valledelleferle e @Città di
Caltagirone.

I riferimenti social:
valledelleferle per Instagram
sito web www.valledelleferle.it
Hashtag dell’evento #caltagironefilmfestival
Link per acquisto biglietti a costo agevolato in prevendita www.valledelleferle/cff

A Salina si parlerà di letteratura e integrazione sociale con il film “Il diritto alla felicità”

Articolo di Omar Gelsomino

Libero grazie alla cultura, felice grazie all’incontro con chi potrebbe sembrare e rappresentare un mondo opposto ma alla fine è molto più vicino di quanto si possa pensare: è la storia di un’amicizia, di uno scambio culturale, di un’integrazione sociale che ha come comune denominatore l’amore nei confronti della letteratura, l’apertura verso orizzonti diversi dal proprio e l’abbattimento delle diseguaglianze. Il film “Il diritto alla felicità”, già vincitore della sezione “De Niro” all’Under The Stars International Film Festival e finalista di vari festival, sarà proiettato nella serata di sabato 3 luglio in occasione del decennale di Marefestival Salina Premio Troisi (1-4 luglio), nella piazza di Malfa nell’isola eoliana, evento promosso dai giornalisti Massimiliano Cavaleri (direttore artistico) e Patrizia Casale.

Libero è il nome del protagonista, proprietario di una libreria, Remo Girone, attore fuoriclasse che fa emergere il suo straordinario talento di grande attore e diventa il perno della trama, cui ruotano attorno altri interpreti tra cui Corrado Fortuna, Pino Calabrese, Federico Perrotta, Annamaria Fittipaldi, Lapo Braschi, Biagio Iacovelli, Valentina Olla e, con una partecipazione speciale, Moni Ovadia. Il ragazzino Didie Lorenz Tchumbu veste i panni di Essien, immigrato ma perfettamente integrato in Italia, che intraprende un rapporto d’amicizia col libraio: generazioni, nazionalità, esperienze di vita diverse si intrecciano attraverso emozioni, riflessioni, pensieri legate alla lettura. È proprio il prezioso e insostituibile strumento della letteratura la chiave attraverso cui il piccolo incontrerà l’Occidente e Libero darà un profondo significato al suo nome: “libero grazie alla cultura”.

Il film è stato scritto e diretto dal maestro Claudio Rossi Massimi, che ritirerà il Premio Troisi 2021 per la categoria Regia: “Onorato di ricevere il Premio in ricordo dell’immenso Massimo Troisi nell’isola del Postino – commenta Rossi Massimi – ho sempre creduto che l’amore e la cultura siano le strade più dirette per conquistare la felicità. L’amore, soprattutto quello per il prossimo, ci libera da ogni egoismo e pregiudizio mentre la cultura, coltivata e accresciuta attraverso i libri, ci rende più liberi e protetti dagli strali dell’avversa fortuna”.

A Salina arriverà anche la produttrice Lucia Macale (IMAGO), la quale ricorda le difficoltà di girare un film in piena seconda ondata covid: “È stato un atto di coraggio. Mi piacerebbe che questo film regalasse ai propri spettatori il coraggio della speranza. Il diritto alla felicità non è mai stato più attuale.”

La pellicola sarà distribuita nel mondo da RaiCom e, alla luce dei temi trattati, è stata dedicata all’UNICEF, cui andranno i proventi: “La nostra storia è quella di un impegno volto a promuovere i diritti dei bambini, come previsto dalla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza – sottolinea Carmela Pace, presidente UNICEF Italia – ‘Il Diritto alla felicità’ è una storia delicata di amicizia e rispetto che sottolinea l’importanza dell’istruzione, dell’integrazione, della solidarietà, tematiche oggi più che mai attuali”.

I temi trattati nel film spaziano infatti dalla cultura all’educazione, dall’amicizia all’amore fino alla salute: il progetto è stato patrocinato da Federfarma,  presente al Festival col segretario nazionale Roberto Tobia: “Condividiamo i principi ispiratori del film – spiega Tobia – in piena sintonia col ruolo svolto dalle farmacie ogni giorno sul territorio per accogliere i cittadini e superare le diseguaglianze sanitarie. Offre suggestioni e spunti di riflessione su temi molto importanti, quali la fiducia che alimenta le relazioni interpersonali o la condivisione della conoscenza come difesa contro la disinformazione proprio come avviene in farmacia, nel rapporto quotidiano con i cittadini che spesso entrano semplicemente per avere un consiglio o essere rassicurati sul corretto uso di un medicinale”.

Roberta Procida «Sono una donna coraggiosa, passionale e vitale»

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Adolfo Franzò

Esuberante, molto femminile, dalla bellezza mediterranea. Lei è Roberta Procida, attrice palermitana da anni trasferitasi a Roma con una prestigiosa carriera artistica: dal teatro (Aggiungi un posto a tavola di Pietro Massaro, Da Nazaret una stella… la vita di Mario Pupella) alle fiction tv (Squadra Antimafia, Il restauratore, Il Giovane Montalbano 2, Squadra mobile, Libero Grassi, Garibaldi, Rocco Schiavone, ecc.), dal cinema (Moschettieri del re di Giovanni Veronesi, The Job divisione NOAT di George e Nicolas Molinari, Fuori dal coro di Sergio Misuraca) ai cortometraggi e agli spot pubblicitari. Oltre ad essere una brava attrice è anche felicemente mamma di Elia, un bambino sensibile e speciale che le dà tanta carica e con cui trascorre gran parte del suo tempo. Ci racconta di sé durante una piacevole e allegra chiacchierata.

«Sono una donna coraggiosa, passionale e vitale. Sono capace di risalire, di reinventarmi, di non perdere mai la forza. Ritengo siano qualità importanti nel nostro mondo, in cui non vi è nessuna certezza e si vive alla giornata. È un mestiere ricco di stimoli, ogni volta è bello scoprire un nuovo personaggio, affrontare una nuova avventura, lavorare con un nuovo regista. Questa è l’avventura di noi attori».

La passione per la recitazione l’ha scoperta in tenera età più che altro inconsapevolmente, ma per evadere dalla realtà.

«Da bambina per qualche anno sono cresciuta in un collegio di suore per varie vicissitudini. Per fortuna in collegio si faceva tanta arte: si disegnava, si cantava, si recitava. Non volendo accettare quella decisione seguivo tante discipline, mi appigliavo a tutte quelle attività che mi facevano entrare in un mondo tutto mio. Imparare a memoria quelle cose e salire su un palco era il mio obiettivo. Rappresentava un modo diverso di comunicare. Una volta giunta a Roma è stato significativo e per me rappresenta una mia «seconda nascita» l’ingresso nel gruppo di «terapia dei sogni», guidato dallo psicoterapeuta Giovanni Sneider, dove ho trovato dei coraggiosissimi compagni di viaggio. La recitazione è un’espressione, un prolungamento di me stessa, non posso farne a meno».

In tanti anni di carriera ha interpretato diversi ruoli, facendo tanta esperienza, ma soprattutto vivendo forti emozioni.
«Arrivando dal Teatro Biondo porto nel mio cuore grandi emozioni, il cinema però mi ha fatto sognare sin da bambina, quando l’ho scoperto sono andata fuori di testa. Il cinema racconta storie con un tocco di magia. Mentre la tv ti dà un messaggio istantaneo, il cinema diventa una finzione bellissima, sembra qualcosa di inarrivabile. Sono legata a due personaggi, uno nello spettacolo teatrale Aggiungi un posto a tavola che portammo in giro per l’Italia in cui interpretavo Consolazione, l’altro è Serena, una donna sicula molto sfacciata, senza filtri, senza mezze misure, passionale, che gioca con il corpo per conquistare tutto e tutti, nel Giovane Montalbano 2 per la regia di Gianluca Tavarelli. Un film che amo tantissimo e che ritorna sempre nella mia vita è Ultimo tango a Parigi, di Bernardo Bertolucci, in cui la protagonista è Maria Schneider, forse perché sono stata anch’io un po’ così nell’approccio all’amore, questo incontrarsi per amarsi e non sapere dove si è. Mi piacerebbe interpretare un ruolo come quello della protagonista femminile del film tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti Ti prendo e ti porto via. Insomma mi piacciono le storie crude, sofferte, penso che tutti passiamo dalla sofferenza per arrivare da qualche parte. È importante fare tutto, per me va benissimo qualsiasi ruolo purché mi dia delle sensazioni belle. Adesso mi piacerebbe raccontare al cinema un personaggio interessante, lavorandoci con calma e gustarmelo, studiarlo per qualche mese. Anche le fiction, per questione di tempi, raccontano dei personaggi senza andare in profondità».

Come tanti che sono andati via dalla Sicilia anche Roberta Procida porta con sé il proprio bagaglio di ricordi nel cuore e di sicilianità.
«La Sicilia e i suoi profumi mi mancano tantissimo. Ciò che più mi manca è il mare, così come per chiunque anche per me che sono cresciuta vicino al mare è vitale, mi dà quella sensazione di spazio che pervade l’anima e la testa, è una visione interna che mi fa stare bene. È anche vero che dopo un po’ di tempo comincia a starmi stretta, proprio come Roma, mi viene di andare via. C’è tanto di siciliano in me: dall’accento ai lineamenti e ai capelli, dal modo di comunicare con gli altri ad avere una mentalità aperta. Per fortuna qui a Roma ho alcune amiche fantastiche come Victoria Raies (argentina ma che ha vissuto per dieci anni in Sicilia ed ha imparato il siciliano), Ester Vinci e Katia Greco con cui spesso ci ritroviamo e così si mischiano i vari accenti siciliani. Un modo per sentirsi quasi a casa».

Dopo il successo recente ottenuto in film e fiction, il fermo imposto dal Covid, adesso è pronta a cimentarsi in nuove avventure.
«Dopo I Moschettieri del re, ho partecipato ad un progetto per l’estero. In un docufilm tedesco interpreto Anita Garibaldi, un’altra esperienza stupenda. Essere stata nel cast di Rocco Schiavone e lavorare accanto a Marco Giallini e al regista Simone Spada è stata una bellissima esperienza. Il monologo «Io sono Covid-19» di Ciro Rossi, andato in giro per i festival on line, ha ottenuto migliaia di visualizzazioni e vinto tanti premi. Ad agosto sarò impegnata nelle riprese del film Purtedda, di Francesco Zarzana, sarò Concetta, nel ruolo drammatico di una figlia che ha perso la madre a Portella della Ginestra. In Nero a metà con la regia di Claudio Amendola, che andrà in onda a metà ottobre, interpreto Miriam, nella cui sartoria confeziona abiti da sposa, sfiorata dall’indagine per l’omicidio del fratello. Sto lavorando ad uno spettacolo teatrale con cui vorrei girare la Sicilia e l’Italia, ma ancora è in itinere così come tanti altri progetti rimasti bloccati a causa della pandemia».

Rita Abela: «Il teatro è stato il mio maestro»

di Omar Gelsomino   Foto di Riccardo Ghirlandi

Dal teatro al cinema e alla TV il successo per l’attrice siciliana Rita Abela è stato un continuo crescendo. Ha lavorato con importanti registi come Moni Ovadia, Krzysztof Zanussi, Irene Papas, Roberto Andò per arrivare al cinema con Pupi Avati nel film ‘Le nozze di Laura’ e nella serie TV ‘Il Cacciatore’. Nelle scorse settimane è stata una delle protagoniste del film prodotto da Ascent Film e Rai Cinema ‘Il mio corpo vi seppellirà’ per la regia di Giovanni La Pàrola e distribuito sulle piattaforme digitali.
Nel film in costume Rita è Ciccilla, una donna che diventa brigantessa alla ricerca della vendetta e vendicandosi acquista la propria libertà. Lo scenario è un western garibaldino ambientato nel regno delle due Sicilie nel 1860, che celebra il cinema di genere e rende protagoniste le donne. Andiamo a conoscere meglio Rita Abela che si racconta ai lettori di Bianca Magazine.

 

Quando è nata la passione per la recitazione?
«Ero una ragazzina, andavo in seconda media, un professore a scuola mi propose di partecipare ad un laboratorio teatrale e la mia vita è cambiata. L’emozione che ho provato in quel primo debutto me la porto dentro ancora oggi, è la mia compagna silenziosa un istante prima di entrare in scena, mi ricorda ogni volta che la trama del mio percorso personale e professionale affonda le radici in quel cuore di bambina e faccio tutto il possibile per prendermene cura ogni giorno».

Cosa rappresenta per te il teatro?
«L’inizio. Il teatro è stato il mio maestro perché mi ha insegnato il valore del ‘qui e ora’ e poi grazie al teatro ho avuto l’occasione di stare accanto a dei giganti. Li ho osservati, studiati, respirati. Il teatro mi regala sempre la gioia di provare l’incanto, sia da attrice che da spettatrice. Credo che oggi più che mai sia necessario vivere questo atto collettivo di emozioni condivise che ti avvicina a degli sconosciuti, persone che magari non incontrerai mai nella vita ma che per due ore sono state complici e testimoni insieme a te di un fatto artistico, di una magia che si è creata quella sera, in quella sala, in quel momento. Il teatro parla una lingua universale, ingentilisce l’animo, è un ottimo esercizio all’empatia».

Ci racconti l’esperienza di essere diretta da Pupi Avati?
«Indimenticabile. Mi ha insegnato a lavorare in sottrazione, ho imparato tantissimo da lui anche vedendolo dirigere i colleghi quando non ero in scena. Ricordo che una notte in mezzo alla campagna, in una scena in cui si celebrava un matrimonio, c’era un’atmosfera così sospesa e surreale che non mi sono accorta dello scorrere del tempo, perché quello che stavo vivendo era un tempo di qualità, sembravano dieci minuti e invece erano passate quattro ore».

Dopo anni di teatro come è stato debuttare al cinema?
«Bellissimo perché recitare davanti a una macchina da presa richiede un approccio diverso ma altrettanto totalizzante. È come visitare un’ala nuova di un museo, affronto i due mezzi con il medesimo entusiasmo e anzi, essendo per natura una persona molto curiosa, mi piacerebbe sperimentarne di nuovi, esplorare le svariate possibilità che questo bellissimo mestiere offre».

Ci parli del tuo ruolo in ‘Il mio corpo vi seppellirà’?
«Ciccilla è un personaggio segnato dentro, la sua giovane età è stata violata, privata dell’innocenza ma anche della libertà, nessuno l’ha protetta, ha dovuto imparare a difendersi da sé ed essendo priva di quegli strumenti che permettono di elaborare certi traumi, ha usato l’unico linguaggio che conosceva, la violenza appunto, per vendicarsi. E reiterando certi gesti mette in atto il tentativo di riappropriarsi un po’ alla volta di sé stessa e della propria identità. Terra e sangue le impastano l’anima e forse per lei la parola ‘domani’ non esiste: esiste l’oggi, fatto di caccia e protezione per sé e per il gruppo di Drude che vive come una famiglia».

Come è stato rappresentare una donna in cerca di vendetta? Sino a che punto ci si può spingere per vendicarsi?
«È stato un lavoro difficile ed interessante. L’ho affrontato senza giudizio perché ritengo che sia questo il modo più giusto di approcciarsi all’interpretazione di storie così terribili. La vendetta non mi appartiene, è un meccanismo interiore molto distante da me perché la trovo figlia dell’attaccamento e quando impari a vivere le cose, le esperienze, i legami senza attaccamenti, riesci a nutrirti di quello che di bello e brutto possono darti e riesci a lasciare andare senza strascichi, senza sprechi di energia. Per me è molto più liberatorio lasciare andare che vendicarmi».

Quale ruolo interpreti nella nuova serie de ‘Il cacciatore’?
«’Il cacciatore’ è una serie meravigliosa, me ne sono innamorata da spettatrice sin dalla prima stagione, amo com’è scritta, girata, diretta, interpretata. Quando ho ricevuto la call in seconda stagione per Giusy Vitale, il personaggio che interpreto, ero al settimo cielo. Giusy è un personaggio controverso, è tra le prime donne nella storia della mafia siciliana ad essere messa a capo di un mandamento, quello di Partinico, anche se per un breve periodo».

Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Ci sono tante cose in cantiere, ma ti dico il mio progetto più importante: essere felice».

Dopo l’estate la vedremo ne ‘Il Cacciatore 3’ in onda su Raidue diretto da Davide Marengo e poi sarà protagonista assoluta del cortometraggio dal titolo Big, produzione Nikada Film, ruolo per la regia Daniele Pini.

Giovanna Criscuolo, quando l’ironia è una cosa seria

Articolo di Patrizia Rubino   Foto di Luca Guarneri

Solare, autentica e manco a dirlo con uno spiccato senso dell’umorismo, Giovanna Criscuolo, 46 anni, papà napoletano e mamma catanese, attrice e autrice teatrale, conduttrice radiofonica e recentemente anche scrittrice.
Un’artista dall’impareggiabile verve comica, ma capace di misurarsi anche in ruoli molto diversi tra loro, sempre alla ricerca di nuovi stimoli ed esperienze. Una carriera la sua, sbocciata al fianco del noto attore catanese Enrico Guarneri. Per anni insieme hanno divertito il pubblico siciliano in tv e al teatro ma dopo ben 12 anni decide d’interrompere questo sodalizio di grande successo, perché ha voglia di mettersi alla prova con altre sfaccettature della professione di attrice. Da lì le si presenteranno nuove opportunità: dal musical alla commedia, alle opere drammatiche più impegnate come il monologo sulla vita di Rosa Balistreri o un ruolo molto intenso nello spettacolo “Studio per carne da macello”, con oggetto la violenza sulle donne. Diverse esperienze anche al cinema, particolarmente esilarante la sua partecipazione nel film “La fuitina sbagliata”, insieme al duo comico palermitano “I soldi spicci”.

Teatro, tv, cinema, in quale dimensione senti di esprimerti al meglio?
«Amo il mio mestiere in tutte le sue possibili estensioni e ogniqualvolta affronto le diverse esperienze con lo studio e la preparazione specifica. Ma in ogni caso resto particolarmente legata al teatro, per me al di là della professione è quasi terapeutico. Nessuno crede, infatti, che io sia una persona particolarmente timida, ma il mio rapporto con il palcoscenico nasce proprio dal fatto che da ragazzina ero piuttosto chiusa, così per sbloccarmi ho cominciato a frequentare un laboratorio teatrale che si teneva a scuola e da allora non mi sono più fermata».

Sei anche autrice di monologhi teatrali e la tua irresistibile comicità trae spunto dalla quotidianità.
«Sì, nel mio spettacolo “Tutti sbagliano il mio cognome” racconto situazioni di vita tra marito e moglie, ovviamente da una prospettiva tutta femminile. Diciamo che per creare l’effetto comico esaspero leggermente la realtà, ma neanche poi tanto, visto che tutte le volte, al termine della serata le signore mi fermano per confessarmi che con i loro mariti va proprio allo stesso modo. In effetti non invento proprio nulla, anch’io traggo ispirazione dalla mia vita di coppia e mio marito che ne è perfettamente consapevole, talvolta ha quasi timore a intavolare discussioni perché pensa che andranno a finire in uno dei miei monologhi».

Recentemente sei diventata anche scrittrice, come nasce quest’esperienza?
«Si tratta di un’opera a quattro mani che ho scritto insieme a Filippo Di Mauro, un mio caro amico medico che ha voluto coinvolgermi in questo progetto. Un thriller psicologico dal titolo “Rifrangenze” sul quale abbiamo lavorato per oltre un anno, perché ho voluto informarmi, studiare ed approfondire. Attraverso la storia dei due protagonisti, raccontiamo una sorta di viaggio nell’animo umano, che ho amato moltissimo».

Tornando al tuo lavoro di attrice, il tuo settore è probabilmente tra quelli più colpiti da questa pandemia. Come stai affrontando questo periodo di fermo?
«Inizialmente pensavo si trattasse di una circostanza momentanea. Poi quando ho compreso la gravità della situazione e l’impossibilità di lavorare ho avuto una sorta di crollo emotivo che però ho affrontato sin da subito. Ho cominciato anche a tenere un diario proprio per non incupirmi. L’ estate scorsa il lavoro era ripreso seppur con tanti limiti, ma con l’arrivo dell’autunno abbiamo nuovamente dovuto affrontare un altro fermo e ancora oggi le nostre vite e le nostre carriere sono come sospese. Però non mi sono persa d’animo e ho iniziato ad utilizzare i social. In primis per comunicare al pubblico che io esisto e resisto e poi per regalare qualche sorriso e un po’ di leggerezza con dei miei brevissimi video dove con la mia solita ironia sdrammatizzo momenti di vita comuni a tutti».

Aurelio Grimaldi, e gli esordi del cinema siciliano

Articolo e foto di Samuel Tasca

Scrittore, sceneggiatore e regista, Aurelio Grimaldi ha contaminato questi ultimi decenni con la sua interpretazione della realtà. Un narratore attento che sa osservare ciò che lo circonda per traslarlo poi nelle modalità più consone della letteratura e del cinema.

«Non mi ero reso conto che era passato così tanto tempo… ».
Inizia così la nostra chiacchierata quando gli facciamo notare che sono passati oltre trent’anni dal suo esordio. Lo incontriamo all’ultima edizione di Taobuk, a seguito del suo intervento all’interno del seminario dal titolo “Dal neorealismo alla Piovra”. Proprio così, perché dalla sua prima esperienza su un set cinematografico con l’omonimo film tratto dal suo romanzo “Mery per sempre”, che lo vede coinvolto nella stesura della sceneggiatura, sono passati ormai più di trent’anni. «Questi anni sono volati via – continua a metà tra il divertito e il nostalgico -. Ho avuto molta fortuna, sono riuscito a realizzare un bel po’ di miei progetti. Alcuni non si sono concretizzati, ma ancora tengo duro, il tempo c’è… anche se ho quasi tutti i capelli bianchi».

A quel punto, quasi incantati dai suoi ricordi, ci lasciamo trasportare da Grimaldi nel bel mezzo di quegli anni, come degli spettatori che stanno per assistere agli esordi del cinema siciliano.

«Il mio ingresso nel dorato mondo del cinema avvenne con il libro “Mery per sempre” da cui fu tratto l’omonimo film che divenne famoso. Quando nel 1987 scrissi il libro si facevano tantissimi film in Sicilia, ma non c’erano registi siciliani. Anche in quel caso la storia era siciliana, ma il regista era romano: Marco Risi. Però, per la prima volta, il film non era parlato in dialetto siciliano, ma gli attori usarono il loro linguaggio, quindi un accento palermitano molto stretto con delle espressioni molto forti».
Quella prima esperienza segnò di fatto una svolta nell’evoluzione professionale di Aurelio Grimaldi, che da insegnante delle elementari divenne prima scrittore e in seguito sceneggiatore. Poi, quasi a sopperire a quella mancanza di registi isolani, decise di cimentarsi dietro alla macchina da presa nelle vesti di regista. Sono suoi alcuni dei film che ebbero maggior successo in quegli anni: “La discesa di Aclà a Floristella” (1992), presentato al Festival del Cinema di Venezia; “La ribelle” (1993) con Penelope Cruz; “Le Buttane” (1994) anche questo tratto dal suo libro omonimo e presentato al Festival di Cannes.

Ed è proprio ripensando a quel Festival del ’94 che Aurelio Grimaldi fa un altro tuffo nel passato: «Devo dire che uno dei ricordi più belli che ho riguardo al cinema siciliano è quando nel 1994 due registi siciliani furono in concorso al Festival di Cannes: io con “Le Buttane” e Peppuccio Tornatore con “Una pura formalità”. Purtroppo da allora nessun regista siciliano è tornato in concorso a Cannes. Però, nel frattempo, tanti registi siciliani sono emersi e la Sicilia non è più un luogo dove la gente viene a raccontare storie siciliane, ma oggi ci sono molti siciliani che raccontano le proprie storie e partecipano a questo processo creativo».

Reduce dal suo ultimo lavoro, “Il delitto Mattarella”, uscito nelle sale italiane il 2 luglio di un 2020 quasi privo di cinema, Aurelio Grimaldi ritorna dietro la macchina da presa per narrare uno dei delitti mafiosi più sofferti della nostra storia, ma anche uno dei meno raccontati: quello dell’ex Presidente della Regione Siciliana Pier Santi Mattarella, avvenuto nel gennaio del 1980. Ancora una volta Grimaldi diventa narratore attento e meticoloso che a seguito di un’accurata ricerca sui fatti storici, fornisce una visione chiara della realtà di allora, senza particolari esaltazioni, ma che si pone il fine importantissimo di informare e far conoscere, soprattutto alle nuove generazioni.